martedì 3 luglio 2018

Strage di via D’Amelio, Corte d’assise: “Fu il più grave depistaggio della storia”

lastampa.it

Le motivazioni della sentenza del processo Borsellino quater attestano nero su bianco «un proposito criminoso degli investigatori, che esercitarono in modo distorto i loro poteri».



«Le dichiarazioni di Vincenzo Scarantino sono state al centro di uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana». Nero su bianco, per la prima volta, i giudici di Caltanissetta scrivono del clamoroso depistaggio delle indagini sulla strage di via D’Amelio costata la vita al giudice Paolo Borsellino. Nelle motivazioni della sentenza del processo Borsellino quater, depositate ieri sera, la corte d’assise dedica un lungo capitolo al falso pentito Scarantino, delineando «Un proposito criminoso determinato essenzialmente dall’attività degli investigatori, che esercitarono in modo distorto i loro poteri».

Le pressioni degli inquirenti, secondo i giudici della Corte d’assise - fecero venir meno le «residue capacità di reazione» di Scarantino che accusò della strage, insieme ad altri due falsi pentiti, sette innocenti. Nelle motivazioni del verdetto la corte di Caltanissetta usa parole durissime verso gli investigatori dell’epoca: il riferimento è al gruppo che indagava sulle stragi del ’92 guidato da Arnaldo la Barbera, funzionario di polizia poi morto. Sarebbero stati loro a indirizzare l’inchiesta e a costringere Scarantino a raccontare una falsa versione della fase esecutiva dell’attentato.

La Corte d’assise accusa gli investigatori di aver compiuto «una serie di forzature, tradottesi anche in indebite suggestioni e nell’agevolazione di una impropria circolarità tra i diversi contributi dichiarativi, tutti radicalmente difformi dalla realtà se non per la esposizione di un nucleo comune di informazioni del quale è rimasta occulta la vera fonte».

«Le anomalie nell’attività di indagine - aggiungono - continuarono anche nel corso della collaborazione dello Scarantino, caratterizzata da una serie impressionante di incongruenze, oscillazioni e ritrattazioni (seguite persino dalla ritrattazione della ritrattazione, e da una nuova ritrattazione successiva alle dichiarazioni dello Spatuzza), che sono state puntualmente descritte nella memoria conclusiva del Pubblico Ministero».

«Questo insieme di fattori - proseguono i magistrati riferendosi alla valutazione che delle parole di Scarantino fece l’autorità giudiziaria - avrebbe logicamente consigliato un atteggiamento di particolare cautela e rigore nella valutazione delle dichiarazioni dello Scarantino, con una minuziosa ricerca di tutti gli elementi di riscontro, positivi o negativi che fossero, secondo le migliori esperienze maturate nel contrasto alla criminalità organizzata incentrate su quello che veniva, giustamente, definito il metodo Falcone».

Sempre secondo la Corte d’assise «C’è un collegamento tra il depistaggio e l’occultamento dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, sicuramente desumibile dall’identità di uno dei protagonisti di entrambe le vicende». Il personaggio a cui si fa riferimento è Arnaldo La Barbera, funzionario di polizia che coordinò le indagini sull’attentato. La Barbera ebbe un «ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa, come è evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre».

Per la corte l’agenda del magistrato, da lui custodita in una borsa e scomparsa dal luogo dell’attentato, «conteneva una serie di appunti di fondamentale rilevanza per la ricostruzione dell’attività da lui svolta nell’ultimo periodo della sua vita, dedicato ad una serie di indagini di estrema delicatezza e alla ricerca della verità sulla strage di Capaci».