lunedì 2 luglio 2018

Noi e i clochard, una convivenza difficile

lastampa.it
antonella boralevi

La rilevazione Istat sulla povertà in Italia dice che ci sono 5 milioni di poveri, il 30% sono di origine straniera


REPORTERS

Un giornalista del Corriere della Sera, Franco Manzoni, cammina per le strade del centro di Milano. Attraversa piazza Lombardia. E viene assalito da un senzatetto. Lo definisce «italico energumeno senza fissa dimora». L’energumeno lo fissa con gli occhi sbarrati, cerca di prenderlo per il collo, urla: «Ti faccio a pezzi».

E’ mezzogiorno.
Molte persone assistono alla aggressione, aspettano l’autobus. Ma nessuno chiama il 113. Lo fa, da solo, il giornalista. Lo portano poi al Pronto Soccorso perchè ha sintomi da infarto. Io non credo che sia una storia da confinare alle pagine di cronaca locale. Penso che sia invece una storia scomodissima su cui farci alcune domande.

Proprio oggi che esce la rilevazione Istat sulla povertà in Italia. E ci dice che 5 milioni di persone (il 30% degli stranieri) vivono in povertà assoluta. Cioè con 826 euro al mese al Nord e 742 euro al mese al Nord. Sono, queste persone, gli uomini e le donne che vediamo educatamente mettersi in fila alle mense che nessuno chiama più «dei poveri». Vestiti magari con abiti trovati in parrocchia, ma impeccabili. Con i capelli in ordine, le mani pulite. Sorridenti. Gentili.Con i loro bambini per mano.Persone che cercano ogni tipo di lavoro. E accettano ogni lavoro che trovano.

Poi ci sono i clochard. I senzatetto. Coloro che la vita ha escluso. Persone cariche di dolori assoluti e segreti, di tragedie, di storie che schiantano i pensieri. Persone che hanno rinunciato alla speranza. Stanno nel mondo, ma senza starci. Vivono per la strada. Si costruiscono, sotto i portici, sui marciapiedi, casette di cartone. Ci mettono accanto il carrello portato via dal supermercato che fa loro da armadio. Stanno stesi per terra, su coperte vecchie, vestiti di stracci, talvolta con accanto la bottiglia. Per gabinetto, usano i giardini. Si lavano i piedi nelle fontane. Spesso parlano da soli. Talvolta si litigano tra loro, si picchiano.

Alcuni sono invece gentili, educati, salutano i passanti, creano legami di simpatia con quelli che vedono più spesso. Molti Comuni e molte organizzazioni solidali cercano di aiutarli. Provano a convincerli, quando fa molto freddo, ad accettare di dormire nei loro ricoveri, camerette pulite, docce, cibo caldo. Pochi accettano. Temono, pare, di perdere il posto, dove magari riescono a intercettare molte elemosine. Altri non rinunciano a una scelta di vita, vivono la strada come libertà assoluta.

Talvolta cacciano in malo modo i volontari che portano il caffè caldo, le coperte. Talvolta invece ringraziano.Noi non riusciamo a trovare un modo per convivere con i clochards. Il loro modo di vivere ci angoscia, ma anche ci incute rispetto. La loro libertà non conosce limiti. Eppure, forse, anche per i clochard dovrebbe valere il principio fondante di ogni democrazia: «La mia libertà finisce dove comincia la tua».

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