sabato 14 luglio 2018

Nell’Africa dei Bantu la maledizione dei “bambini feticcio”

lastampa.it
Sandro Cappelletto

Accusati di stregoneria, vengono allontanati dal villaggio e finiscono preda dei cacciatori di organi. Un libro del frate cappuccino Gabriele Bortolami sulle credenze religiose dei Bakongo dell’Angola



Un ferro incandescente viene avvicinato alla gamba del bambino. Se la pelle non brucia, è innocente. Altrimenti, l’accusa di stregoneria è provata e quel bambino diventa un Ndoki, un feticcio maligno che deve essere allontanato dal villaggio. Nessuno potrà difenderlo: il giudizio ordalico è inappellabile. Alla tremenda realtà africana dei bambini-feticcio sono dedicati alcuni capitoli di Feticci e credenze religiose dei Bakongo, un libro di Gabriele Bortolami pubblicato da Eurilink University Press (pp. 466, € 22) con il sostegno della Ong Amigos de Angola.

Frate cappuccino di Padova, Bortolami insegna alla Facoltà di scienze sociali dell’Università Agostino Neto a Luanda. Frequenta l’Angola da molti anni: nel 1984, durante la guerra civile, venne catturato per 7 mesi dai soldati dell’Unita, una delle fazioni in lotta. La sua ricerca si concentra sulla regione abitata dai Bakongo: un’area di cultura Bantu, nel Nord e Nord Est del Paese, ai confini - che sono soltanto astratti e violenti confini politici - con il Congo. Come è possibile che un bambino venga accusato di stregoneria? «È la necessità sociale della catarsi e il sentirsi liberati e puri da ogni macchia che porta ad addossare le colpe a un capro espiatorio», scrive Bortolami, che associa questa pratica alla prassi antica che «incolpava il re di essere causa delle disgrazie che affliggevano le comunità».

La narrazione procede alternando le testimonianze, anche crude, ad una ricostruzione storica della penetrazione coloniale europea in quella regione africana. L’autore si preoccupa di sottolineare che «non esistono categorie universalmente valide e oggettive che permettano un approccio alle culture “altre” scevro da pericolosi etnocentrismi». Avvertenza doverosa per un ricercatore e troppo spesso dimenticata dai conquistadores, ansiosi di imporre la propria cultura, la propria religione. Tuttavia, Bortolami trattiene a stento lo sgomento quando racconta di bambini accusati «di aver provocato la morte dei parenti o degli amici».

Bambini del tutto ignari dei sottesi conflitti familiari, legati al possesso di terra e di beni materiali o a progetti matrimoniali, e persuasi - di fronte alla condanna della comunità - «di essere loro la causa della maledizione che si è abbattuta sui parenti. Inizia così un dramma che porta alla loro espulsione dal lignaggio e all’abbandono della famiglia. La strada li accoglie come “meninos de rua”, facile preda della prostituzione, della droga e dei trafficanti di organi. Perciò sono disprezzati da tutti». Uno stigma, irrimediabile; ma non c’è solo l’allontanamento forzato dal villaggio: «spesso succede che la comunità si vendichi con violenza torturando e uccidendo i feticeiros».

«Mi hanno tenuto quaranta giorni con le gambe legate, mi hanno gettato pepe negli occhi, tagliato la pelle con delle lamette per far uscire il mio sangue marcio, fatto clisteri di infusi di erbe per liberarmi dalla maledizione», racconta Ines in una testimonianza raccolta in un rapporto dell’Unicef. Aveva dieci anni e la famiglia degli zii che l’accudiva da quando era rimasta orfana ne era convinta: Ines soffriva di feitiçaria. Le autorità politiche locali intervengono, se intervengono, con molta prudenza:

la ricerca del consenso sconsiglia di assumere iniziative che contrastano una consuetudine diffusa. Più attive sono le organizzazioni umanitarie internazionali e delle Ong che rivolgono le loro energie all’accoglienza dei bambini Ndoki più che al contrasto delle cause del fenomeni, riconducibile al complesso sistema di culti e di relazioni parentali che Bortolami documenta, riferendo dei poteri occulti attribuiti al Ndoki, come volare di notte, da solo o in gruppo, anche a grandi distanze. Poteri ottenuti grazie al suo dialogo con forze misteriose, ritenute in grado di scardinare rapporti e gerarchie sociali.

La realtà dei bambini e delle bambine «stregoni» è diffusa in altre regioni africane, con modalità diverse. I più indifesi sono i piccoli orfani in seguito alle guerre, i profughi, i più poveri. O i «diversi», come gli albini. Un bambino stigmatizzato finisce spesso vittima di organizzazioni criminali che lo catturano per venderlo o prelevarne gli organi, oppure di sedicenti guaritori che prima diagnosticano la possessione maligna, poi “curano” il piccolo: «Sono rimasto isolato per tre settimane, altri bambini sono stati rinchiusi per sei mesi. Venivano degli esorcisti, mi insultavano, mi picchiavano, mi chiedevano di confessare che ero posseduto da uno spirito maligno. Per giorni rimanevo senza cibo né acqua».

Ma anche al bambino che sopravvive rimarrà sempre «la coscienza di essere perseguitato da coloro che si ritengono vittime del feticcio». Con informata esattezza e con dolorosa partecipazione, il libro racconta di una violenza verso l’infanzia che al momento appare quasi impossibile impedire.