domenica 8 luglio 2018

Il Nord al Carroccio: ci avete abbandonato

ilgiornale.it
Francesco Maria Del Vigo

Il disagio degli imprenditori per le misure del governo. Speravano nella flat tax e invece si ritrovano più vincoli



Qualcuno si ricordi del Nord. Perché, al momento, è alquanto arrabbiato (eufemismo) e deluso. Ma, soprattutto, si sente tradito dal movimento che ha sempre cercato di fare da sua interfaccia con Roma e lo Stato e che ha addirittura campato sul suo nome: la Lega Nord, appunto. Tolta la parola Nord dalla denominazione ufficiale - ora si chiama solamente Lega -, sembra pure averla fatta scomparire dalla ragione sociale.

Almeno a giudicare dai primi vagiti di questo nuovo governo, che sembra volgere lo sguardo a Meridione piuttosto che a Settentrione, l'intuizione di Salvini di rendere il Carroccio un partito nazionale, sondaggi alla mano, è stata vincente. Ma ha creato un paradosso: non c'è mai stato un governo più meridionalista di quello che ha tra i suoi azionisti un partito nato dall'idea di dividere in due l'Italia. E non solo perché al Sud è addirittura dedicato un dicastero ad hoc, saldamente nelle mani della grillina Barbara Lezzi, ma soprattutto perché - al momento - il Nord è dimenticato e penalizzato. Il verde padano si è mitigato in un blu mediterraneo e la Lega sembra non udire il grido che si alza dalla storica cassaforte settentrionale, serbatoio di voti per il Carroccio e - principalmente - caveau che custodisce i denari che sostentano la Penisola.

Il decreto Di Maio, in barba al suo nome, calpesta la dignità dell'Italia che produce e il Nord si fa sentire. Blindati dai lacciuoli di una legge che ha il profilo arcigno di Susanna Camusso, come faremo ad assumere?, si chiedono gli imprenditori. L'impressione è che, nel tentativo di colpire chi abusa dei contratti precari, si sia ingessato tutto il fondamentale meccanismo della flessibilità. In pratica, il governo avrebbe buttato via il bambino con l'acqua sporca. Oltre la metà dei contratti a tempo determinato potrebbero saltare, lasciando a casa migliaia persone. Molte delle quali lavorano proprio al Nord e magari sono pure elettori leghisti. Solo per dare un'idea: in Veneto i contratti a tempo determinato, giusto nel primo trimestre di quest'anno, sono stati 123mila. In tutto il Nord, a spanne, non meno di 700mila. Quanti reggeranno all'urto del decreto Di Maio? Al momento nessuno sa dirlo, ma la preoccupazione (e la delusione) è grande.

Matteo Zoppas, presidente della Confindustria del verdissimo Veneto di Luca Zaia, lancia un allarme dalle colonne del Mattino di Padova: «Solo una questione di tempo e un numero enorme di aziende in bilico si troverà con il cappio al collo. Mentre vuole difendere il lavoro, il decreto indirettamente crea i presupposti che porteranno molte aziende a chiudere». «È un decreto punitivo, c'è ostilità nei confronti delle imprese», fa eco il numero uno di Confindustria Trentino dalle pagine locali del Corriere. Non si tratta di voci isolate, anzi sono perfettamente inserite in un coro che si lamenta all'unisono. Il decreto dignità viene percepito come una macchina del tempo che viaggia con la retromarcia inserita. Fuori dalle sfide della modernità e inchiodato a una visione ideologica del lavoro: «Roba da Cgil».

A lamentarsi non sono soltanto i grandi imprenditori, ma anche chi opera nel settore del turismo. Come faranno alberghi, campeggi, ristoranti e stabilimenti balneari, cioè tutti i lavori chiaramente stagionali? Non si sa, c'è chi spera nei voucher. Ma, al momento, malgrado l'estate, in val Padana c'è davvero la nebbia. E, difatti, pare che i cellulari degli alti papaveri del Carroccio suonino forsennatamente. Dal Veneto al Trentino, dalla Lombardia all'Emilia sono molti gli imprenditori, gli artigiani e i commercianti che si sentono traditi e cercano spiegazioni. Si aspettavano una liberalissima e sburocratizzante flat tax (nella quale ancora credono fortemente) e si trovano alle prese con un crescendo di limiti, scartoffie e carte bollate.

Le associazioni di categoria sono tutte della medesima opinione: il testo partorito da Di Maio e soci è una zavorra per lo sviluppo. Sul decreto «dignità», proprio per una questione di dignità, Salvini ha lasciato che imperversassero i grillini e ne facessero una loro bandiera. Ma al Nord tira un vento di delusione. Speravano di essere più liberi e ora si sentono come se proprio la Lega, la loro Lega, li avesse legati e imbrigliati sempre più.