venerdì 13 luglio 2018

I super-bimbi di Himmler non devono essere risarciti

ilgiornale.it
Daniel Mosseri

Per costruire a tavolino la razza ariana il Reich rapì migliaia di neonati: uno di loro aveva intentato causa



Berlino I «bambini di Himmler» non hanno diritto a essere ricompensati dallo Stato tedesco. Respingendo a inizio settimana la domanda d'indennizzo di uno di questi bambini, il Tribunale amministrativo di Colonia ha riaperto la ferita del Lebensborn, uno dei tanti progetti criminali della Germania nazista. Nella mente di Heinrich Himmler, numero due del regime hitleriano, i centri Lebensborn dovevano diventare fabbriche di bimbi ariani, alti e biondissimi, con occhi rigorosamente chiari e il resto del corpo e della mente funzionali alla gloria del Reich.

Hermann Lüdeking è uno di loro. Del suo passato Lüdeking non sa nulla: la sola certezza è che, ancora bambino, fu «prelevato» nella Polonia occupata dai tedeschi nel 1942. Strappato alla famiglia a causa del suo aspetto ariano, fu portato in un centro Lebensborn in Germania per essere cresciuto come suddito del Reich. Il suo non è un caso isolato: si calcola che a causa della follia razzista di Himmler, alcune decine migliaia di bambini siano cresciuti in appositi brefotrofi per piccoli dalla pelle chiara. A migliaia furono rapiti in Polonia, in Cecoslovacchia e in Norvegia: l'unica discriminante era il loro aspetto fisico.

La stessa sorte toccò a donne degli stessi paesi con medesime caratteristiche. Con loro potevano riprodursi solo maschi tedeschi in grado di fornire prova di una pura discendenza ariana. Come spiega la giornalista e ricercatrice Dorothee Schmitz-Köster nel suo libro «Deutsche Mutter, bist du bereit» («Mamma tedesca, sei pronta?»), il progetto Lebensborn rispondeva anche al bisogno di spingere all'insù il tasso di fertilità delle donne tedesche, precipitato ai minimi dopo la Grande Guerra. Un'esigenza resa ancora più stringente dalla conquista di nuovi territori a est.

Il primo Lebensborn fu fondato nel 1935 a Steinhöring, fuori Monaco. Dotata di ogni confort per l'epoca, la struttura era aperta a tutte le donne - anche le mogli infedeli dei gerarchi nazisti - che fossero rimaste incinte al di fuori del matrimonio. Lo stigma avrebbe potuto privarle del lavoro o del sostegno della famiglia: nel Lebensborn, invece, venivano aiutate a portare a termine la gravidanza. È ovviamente scontato che le strutture chiudevano le porte in faccia a chi non avesse le caratteristiche fisiche o una comprovata discendenza compatibile con gli standard razzisti del regime. Allo stesso modo, documenta Schmitz-Köster, i bambini venuti al mondo con qualsiasi tipo di deformità o malattia venivano uccisi o lasciati morire di fame.

Non è questo il caso di Lüdeking. Dopo una vita di ricerche in Polonia, l'ormai anziano bambino di Himmler è riuscito a scoprire il nome datogli dai suoi genitori: Roman Roszatowski. La data e il luogo della sua nascita gli rimarranno probabilmente preclusi per sempre. Per assicurarsi che i bambini ariani non avrebbero avuto altra famiglia oltre al Reich, il progetto prevedeva la cancellazione delle tracce del passato dei piccoli destinati a essere rapiti. «Io soffro ancora per non aver mai saputo chi fossero i miei genitori», ha dichiarato Lüdeking, oggi ingegnere in pensione, alla stampa tedesca.

La vergogna di essere un bambino di Himmler è uno dei temi ricorrenti nelle interviste con gli orfani del Lebensborn. Ma i giudici amministrativi di Colonia non si sono commossi. La corte ha concesso che la germanizzazione forzata fu un crimine: tuttavia ha osservato che ha diritto a una compensazione chi sia stato attivamente discriminato dal passato regime: omosessuali, disabili, ebrei e nomadi non certo i bambini di Himmler, coccolati dal regime. Lüdeking e l'associazione dei bambini dimenticati hanno respinto la sentenza: «Non voglio cadere nell'oblio: darò ancora battaglia».