Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

giovedì 28 dicembre 2017

Ma per la morte di Stalin il popolo dei moralisti impose il lutto all'Italia

ilgiornale.it
Matteo Sacchi

Quante inutili polemiche sul re tenero con il fascismo. Con il dittatore sovietico invece...



Tante polemiche per il rientro in Italia del corpo di Vittorio Emanuele III, un re che ebbe la colpa di non sapere fermare l'ascesa della dittatura fascista. E un re che, quando dal fascismo si staccò, ebbe la colpa di non riuscire in nessun modo a prevenire la reazione tedesca. Eppure il nostro Paese, in altri casi, non si è fatto mancare giganteschi rituali di lutto collettivo, per tiranni ben peggiori, e che per altro italiani non erano.

Basta pensare a come venne accolta la morte di Stalin, nel 1953. L'occhiello della prima pagina, bordata di nero, dell'Unità di venerdì 6 marzo 1953 così recitava: «Gloria eterna all'uomo che più di tutti ha fatto per la liberazione e il progresso dell'umanità». Venne anche organizzato un subitaneo lutto collettivo, imposto o no che fosse. Ecco come lo raccontava un altro degli organi di stampa più letti della sinistra dell'epoca, Rinascita: «La luttuosa notizia della morte del Capo amato dei lavoratori ha trovato la prima eco dolorosa nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro di tutta Italia. In centinaia e centinaia di aziende, dai grandi complessi alle piccole officine, in ogni provincia, il lavoro è stato spontaneamente sospeso per qualche minuto.

Le maestranze si sono raccolte in assemblea, hanno commemorato la figura e l'opera di Giuseppe Stalin; negli stabilimenti, nei reparti, nei cortili sono apparse le prime bandiere abbrunate, i primi ritratti, i primi registri per la raccolta delle firme». E fu solo l'inizio. In onore del «Grande combattente della pace» le manifestazioni si moltiplicarono rapidamente: raccolte di firme da spedire in Urss, lezioni sospese in moltissime scuole, intere città, come le rossissime Livorno e Cerignola, vennero parate a lutto. Si arrivò anche a iniziative più bizzarre: ad Ancona si decise la diffusione di ventimila copie del discorso di Stalin al XIX congresso del Pcus; a Sbarre (Reggio Calabria) venne costituito, nel nome di Stalin, un nuovo reparto di Pionieri (l'organizzazione giovanile comunista).

E qualcuno si precipitò verso il territorio sovietico più vicino e reperibile. Così di nuovo su Rinascita: «Gruppi di cittadini si recano a bordo delle navi sovietiche ancorate nei porti italiani, a recare agli ufficiali e ai marinai dell'Urss l'espressione del cordoglio e della solidarietà del nostro popolo».

Non si fece mancare nulla nemmeno il mondo politico: sia alla Camera sia al Senato, la seduta fu sospesa per un'ora in segno di lutto. Anche non comunisti, come il socialista Pietro Nenni, usarono toni a dir poco apologetici: «Onorevoli colleghi, nessuno fra i reggitori di popoli ha lasciato dietro di sé, morendo, il vuoto che ha lasciato Giuseppe Stalin». Non bastando l'apologia collettiva partì la caccia ai pochi che ebbero il coraggio di dire, se non la verità sull'ideatore delle purghe più sanguinarie, almeno di correggere l'enormità di alcune di quelle bugie.

Alcide De Gasperi si limitò a puntualizzare che: «Da vivo, il dittatore non mostrò per il nostro Paese né comprensione né considerazione...». Venne sottoposto a un vero e proprio linciaggio morale. Certo, si può ovviamente dire che nel 1953 non tutta la verità sul sistema concentrazionario era stata rivelata. L'Italia però non si fece mancare una nutrita delegazione ai funerali di Tito nel 1980. E anche in quel caso, seppure in tono minore, partì l'elogio collettivo (con poche eccezioni).Eppure sulle foibe non c'era molto da scoprire. Evidentemente su un re che ebbe molte colpe, ma anche qualche merito, come la condotta specchiata durante la prima guerra mondiale, la tolleranza è minore.

Vampiri africani, benvenuti in Italia!

ilgiornale.it



È tutta questione di… terrorismo antropologico.

vampiro

Questa è la notizia di qualche giorno addietro. Come sapete non condivido la proposta di legge sullo Ius Soli, e nemmeno condivido l’altra idea dello Ius Culturae. Penso che, così come è formulata la prima, da quello che sono riuscito a reperire in rete, così come si parla della seconda, siamo di fronte all’ennesima semplificazione operata da una classe politica ignorante, presuntuosa e priva di senno. Beh, direi che tutto si conferma in questa nazione nel rispetto di questa direzione. E, da come si sta portando avanti la campagna elettorale, da parte di tutti gli schieramenti, ho la sensazione che sarebbe meglio permettere un’entrata selettiva in questo Paese dei migliori vampiri del Malawi.

Ecco, in questo caso, opportunamente addomesticati ed addestrati, potrebbero essere lasciati liberi, tanto di giorno quanto di notte (non vi sarebbe differenza nel caso nostro…), di adoperarsi nei prelievi a Montecitorio, Palazzo Madama e anche a Palazzo Chigi, per concludere il tragitto, al Quirinale. Non salvo nessuno, ma certo saremo salvi noi, agevolando il corso degli eventi naturali e dando una mano alla Provvidenza. Mi sembra una possibile soluzione, visto l’età anagrafica di coloro che, tranne qualche esponente dei Cinque Stelle, stanno facendo campagna elettorale. Facce nuove, davvero nuove, se contiamo anche coloro che si presentano rifatti, ritoccati e particolarmente utili a presentarsi, dopo l’elezione, alle porte dell’attuale Museo delle Cere italiano: le istituzioni politiche, tutte.

Al di là di queste considerazioni, ciò che preme evidenziare è il significato antropologico del termine cultura. Non intendo definirlo qui, perché esistono in rete molte occasioni per documentarsi in proposito. Mi limito a scrivere che credere, alimentare e perpetuare queste credenze, che si trasformano in psicosi collettiva, è un fatto culturale e mi sembra che, in Italia, questi fenomeni non siano proprio all’ordine del giorno. Certo, ve ne sono altri, altrettanto aberranti, ma non è a questi che mi riferisco qui. Per modificare atteggiamenti di questo tipo, e fortunatamente gli abitanti del Malawi non mi sembra intendano sbarcare, per ora, in Italia, ci vogliono almeno quattrocento anni di contatto costante e continuo con una cultura ospite, cosi diceva sempre il mio Prof. re di Antropologia Culturale, Gavino Musio.

Mi fermo. Ho scritto quello che realmente penso, specialmente rispetto al concetto di integrazione. Faccia piacere oppure no a qualcuno, questa è la mia posizione, che non esclude affatto la necessità di accogliere gli stranieri e di soccorrere le persone che fuggono dalla guerra. Certo, magari verifichiamo il tutto.

Dal 1700 a oggi: come è cambiata la dimensione dei bicchieri di vino

lastampa.it
Vittorio Sabadin

Oggi beviamo l’equivalente di sette bicchieri dei tempi di Johannes Sebastian Bach, Voltaire e Newton



Bisogna fare attenzione a considerare alcolizzati personaggi storici che 300 anni fa bevevano tre o quattro bicchieri di vino a pasto. Una ricerca dell’università di Cambridge ha permesso di scoprire che la dimensione dei bicchieri è continuamente aumentata dall’inizio del 700: riempiendone uno solo, oggi beviamo l’equivalente di sette bicchieri dei tempi di Johannes Sebastian Bach, Voltaire e Newton.

Nel corso dello studio sono state esaminate le dimensioni di 411 bicchieri prodotti nel corso del tempo. La loro capacità media è passata dai 66 millilitri del 18° secolo ai 417 del 20° e la tendenza continua: fra il 2016 e il 2017 la quantità di vino che può contenere un bicchiere è salita in media a 449 millimetri. Considerando che dal 1700 a oggi si sono prodotti vini sempre più robusti, l’alcol che consumiamo oggi è forse di dieci volte superiore a quella dei nostri antenati. Per quanto riguarda l’Inghilterra, questo fenomeno è chiaramente visibile ogni sabato sera nelle strade di Londra. 


I ricercatori di Cambridge attribuiscono le piccole dimensioni dei bicchieri del 700 alla “glass excise”, una tassa sul vetro introdotta nel 1746 da Giorgio II e che ammontava al 300% del valore del vetro, che veniva venduto a peso. Ogni oggetto di vetro era a quell’epoca rimpicciolito a causa degli alti costi della materia prima e la tassa restò in vigore fino al 1845, quando anche i bicchieri inglesi cominciarono a ingrandirsi.

Basta passeggiare in un qualunque mercatino di antiquariato per accorgersi di come una volta non solo i bicchieri, ma anche i piatti fossero molto più piccoli di quelli di oggi. Si è mangiato e bevuto di meno fino a quando i produttori di cibo e di vino non si sono accorti che più grandi erano le dimensioni di piatti e bicchieri e più aumentavano i consumi. A Cambridge hanno scoperto che al bar le dimensioni contano, e che un bicchiere grande fa aumentare le mescite anche quando al suo interno contiene solo una piccola e ragionevole quantità di vino.

In ogni caso, grazie a prezzi sempre più bassi, il consumo di vino è aumentato in Gran Bretagna di quattro volte tra il 1960 e il 1980, ed è raddoppiato tra l’80 e il 2000. Nei pub inglesi, il bicchiere più usato ha oggi una capacità di 250 ml, un quarto di litro di vino. Non c’è da stupirsi se la domenica molti inglesi si svegliano con il classico british hangover, e che i giornali popolari siano pieni di consigli su come farlo passare: tra questi, non c’è mai il suggerimento di bere di meno. O di tornare a usare bicchieri più piccoli. 

I comunisti e i fan del politicamente corretto sono sostenitori morali anche del terrorismo

ilgiornale.it



Esiste un confine, netto, tra l’umana paura ed il sostegno morale al terrorismo. Oggi quel confine è stato varcato da migliaia di persone. In ogni canale mediatico, in centinaia di discussioni ed in milioni di coscienze è sbocciato un nuovo fiore del male. È il loto che erode la percezione. Cancella la memoria, annebbia i fatti. Ci suggerisce che la soluzione migliore sia arrendersi. Dialogare. Ci dice che queste cose sono inevitabili, che qualsiasi cosa facciamo è inutile. E fa guardare a chi lotta, a chi non si arrende, a chi chiama le cose col proprio nome come ad un molesto provocatore. Una voce da soffocare nella diffamazione. Negli anni ’70 le Brigate Rosse divennero un mostro perché nessuno ebbe il coraggio di riconoscerle. Decide di morti sulla loro scia, nel silenzio e l’assenso dei molti, della porporata intellighenzia di sinistra.

Oggi viviamo la stessa fase di rimozione. In tanti cominciano con i distinguo e le profonde analisi politologiche. Tutto pur di non affrontare la realtà. Riecheggiano le auliche parole. I grandi ragionamenti si sprecano. Con il sangue ancora caldo ci dicono che chi ha sparato, chi si è fatto esplodere o chi con un camion ha investito e ucciso decine e decine di persone sono un caso isolato. Un pazzo senza matrice razziale. Rifiutano il fatto che il terrorismo sia, in diversi di questi casi, di matrice islamica. Un terrorismo figlio dell’odio religioso. No. Basta, è ora di cominciare a dire la verità. Urlarla per le strade. Dalle finestre. Sui social network. I morti in Francia, Belgio, Spagna e Regno Unito sono vittime del terrorismo islamico. Chi ha sparato era devoto all’Islam.

Non satanisti sotto mentite spoglie. Non sono alieni, ma nuovi barbari. Sono uomini con un passato ed un presente forgiato nei nostri Paesi. Figli dell’oblio culturale frutto del tramonto dell’Occidente, per dirla citando Oswald Spengler. Alcuni di loro sono stati nostri vicini di casa. Frutto di quel melting pot culturale che riecheggia fin dagli anni ’80 ed è esploso, in questi giorni, con la generazione Erasmus. Erano assistiti dallo Stato, che li imboccava, sparsi per l’Europa, con sussidi, ma non nutriva la loro anima lasciandoli, per dirla questa volta alla Massimo Fini, allo scoperto del nostro vizio oscuro dell’Occidente. Erano tra noi. Come lo erano gli attentatori di Charlie Hebdo. Come lo erano i terroristi di Londra. Ammetterlo è il primo passo.

Serve per rendere onore ai morti, seppellendoli senza bugie e false parole. Raccontare ai loro cari la realtà, sono morti per le negligenze di questa società, complice di chi è armato dalla fede islamica. È rendere un servizio ai vivi. Indicando il nemico e dando ad ognuno la possibilità di difendersi. Questo aspetto ad alcuni fa paura. Ma come, si domandano questi soloni, come possiamo permettere che la gente sappia e si tuteli? La violenza potrebbe diffondersi. Il razzismo rinascere. Per questo dobbiamo negare. Dobbiamo distinguere. Spiegare. Catechizzare all’amore incondizionato verso il diverso. Ma soprattutto sradicare, eliminare e tacitare di razzismo chiunque denunci questo malcostume. La gente, libera di vedere, diverrebbe una belva.

Questo pensano i buonisti. Questo pensano i complici. Ora basta, guardiamo in faccia la realtà. Chi difende i terroristi per elevare la radicazione di una cultura informe rispetto alla nostra non è un libero pensatore, ma semplicemente un venduto. Sulle sue mani c’è il sangue dei caduti. Dei nostri fratelli. Parliamo di un vile Caino.

L’odio contro di noi come occidentali, come cristiani, come europei e come uomini e donne liberi esiste. Fatevene una ragione. Se vogliamo che questo odio non ci conduca nell’abisso non arrenderci è la soluzione. Dobbiamo combattere. Putin, nei giorni scorsi, a mezzo stampa dopo essere stato in Siria ha dichiarato: “Abbiamo sconfitto Isis, ora ritiro truppe”, ma dobbiamo ricordarci che siamo un bersaglio. Siamo il bersaglio di chi vuole mettere in ginocchio il nostro stile di vita. Dobbiamo con coraggio e lealtà reagire per non farci sottomettere e conquistare. Questo tipo di Islam non è nostro amico. Non resta che tenere la guardia alta, lo sguardo concentrato per non cadere nella trappola del nemico che ci vuole gambizzati. Caduti nell’oblio del nulla.

Strage Piazza della Loggia, Tramonte estradato dal Portogallo

ilgiornale.it
Lucio Di Marzo

Insieme a Maggi fu condannato all'ergastolo per la bomba che esplose a Brescia



Verrà estradato oggi dal Portogallo Maurizio Tramonte, condannato all'ergastolo insieme a Carlo Maria Maggi per la bomba che il 28 maggio del 1974 uccise otto persone e ne ferì altre cento, quando esplose in un cestino della spazzatura mentre a Brescia era in concorso una manifestazione contro il terrorismo neofascista.

Ricercato dall'Interpol, era stato arrestato a Fatima a giugno e da allora era rimasto in carcere in Portogallo. Arriverà a Fiumicino scortato dagli uomini della polizia. Insieme a Maggi era stato condannato al carcere a vita dalla Corte di Assise di Appello di Milano, con una sentenza poi confermata dalla Cassazione nel giugno di quest'anno, e tutti i suoi ricorsi contro l'autorizzazione all'estradizione erano stati negati.

Se Maggi aveva avuto un "ruolo organizzativo e di direzione dell'attentato", come emerse dalle indagini, Tramonte "oltre ad aver partecipato alle riunioni organizzative dello stesso, aveva (secondo quanto da lui stesso dichiarato) offerto anche la propria disponibilità a collocare personalmente l’ordigno". Dopo la condanna Maggi fu arrestato a Venezia, trattenuto in regime di sospensione della pena in casa sua per le condizioni di salute precarie. Tramonte fu invece localizzato in Portogallo dalla Policia Judiciaria.

Il Talmud tradotto: per l'ebraismo italiano un traguardo, per la cultura e la società nazionale una pietra miliare

repubblica.it


natushm via Getty Images

Da pochi giorni è disponibile in libreria il secondo trattato del Talmud, quello di Berachot("Benedizioni"). I due tomi seguono a un anno e mezzo di distanza la pubblicazione di Rosh Ha-shanà("Il Capodanno"), e rappresentano quindi la prosecuzione di un imponente lavoro.Il Talmud è la summa della sapienza ebraica, una sorta di enciclopedia intertestuale che accorpa in un unico testo varie epoche di discussioni rabbiniche, traduzioni e nuove interpretazioni. Un corpus che si snoda verticalmente, lungo l'asse del tempo, e orizzontalmente, lungo l'asse degli argomenti più disparati che vi vengono analizzati, sempre a partire da una citazione biblica.

Questa opera straordinaria può essere considerata il cuore della cultura ebraica, il che spiega perché nel 1553 il cardinale Carafa, poi eletto papa Paolo IV, stabilì di bruciare in Campo de' Fiori, a Roma, tutte le copie del Talmud allora presenti nello Stato pontificio. Prima di rinchiudere gli ebrei nel Ghetto – cosa che fece egli stesso due anni dopo – l'inquisitore si era quindi impegnato a colpirne l'anima. Ed è un peccato che la stessa piazza dove fu arso Giordano Bruno, monumento pubblico al libero pensiero, non abbia conservato nella memoria collettiva traccia di questo altro avvenimento cruciale. In ogni caso il Talmud viene per la prima volta tradotto in italiano. Una novità assoluta nella storia plurimillenaria dell'ebraismo, resa possibile grazie a un importante finanziamento del Ministero dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca.

Ma grazie soprattutto all'idea della professoressa Clelia Piperno, direttrice del "Progetto Talmud", e al magistero scientifico dei rabbini Riccardo Di Segni e Gianfranco Di Segni, rispettivamente presidente e coordinatore del gruppo di lavoro. Due caratteristiche ha lo studio di questa opera: innanzitutto, il testo comincia da pagina due, a riaffermare che solo il sapere del Signore è completo, mentre la conoscenza umana rimarrà sempre limitata e da accrescere; e poi è vietato confrontarsi da soli con il testo: occorre sempre essere insieme a un compagno di studio, in modo da poter attivare quel meccanismo di domande e risposte essenziale per la maieutica ebraica.

E quasi a valorizzare questo processo di apprendimento sempre in fieri, Progetto Talmud non è un semplice esercizio di traduzione (che poi semplice non è mai, come spiegava Umberto Eco) e spiegazione. Il Cnr ha sviluppato un apposito software denominato "Traduco", in grado di frazionare il testo in stringhe più brevi e riconoscerne le formule ripetitive e i contesti d'uso. Grazie alla linguistica computazionale e a un algoritmo, il lavoro dei circa novanta traduttori sparsi tra Italia, Europa, Stati Uniti e Israele è reso più rapido e veloce, e il modello italiano sarà esportato in diversi altri contesti linguistici, paesi dove magari le traduzioni esistono già da secoli.

Questa storia virtuosa mi induce a due riflessioni.
La prima riguarda la società in cui viviamo. Non sono mancate le proteste di chi ritiene eccessivo il dispendio per le casse pubbliche (da quanto so, circa cinque milioni) in un'epoca di crisi economica. La risposta più efficace contro questa obiezione è secondo me la seguente: nel mondo globalizzato occorre investire, se vogliamo davvero un paese multietnico e moderno; un'opportunità come questa, che valorizza il patrimonio culturale di una minoranza nazionale e che al tempo stesso si pone come modello internazionale, è dunque un esempio di soldi ben spesi, destinati a fruttare sul piano materiale e immateriale.

Inoltre, questa storia ci aiuta a ragionare sulle politiche culturali in senso lato. La cultura va sempre immaginata come un sistema integrato, composto da siti turistici e luoghi meno visitati, musei di cassetta e istituzioni periferiche, agenzie formative ed editoria, industria creativa e archivi dimenticati, spettacolo dal vivo, musica e cinema. In questo senso, non è possibile valutare l'impatto positivo di questa operazione fin da ora: l'innesco di rapporti internazionali, nuove metodologie e strumenti, sinergie tra istituti di ricerca e aziende, è un potenziale che si dispiegherà nel tempo.

Per l'ebraismo italiano si tratta di un traguardo tra i più importanti della sua storia. Per la cultura italiana e la società nazionale, una pietra miliare. Al momento risultano pubblicati due trattati, già tradotta e ancora da impaginare circa metà dell'opera, per uno sforzo che si annuncia lungo alcuni anni. La casa editrice è la storica Giuntina di Firenze, specializzata in libri ebraici e opere mitteleuropee. Un impegno particolare e assai oneroso. Ma anche qui, una buona notizia: poiché si tratta di un'operazione finanziata con soldi pubblici, ogni trattato sarà disponibile online e gratis a cinque anni dalla pubblicazione, a disposizione di tutti i lettori italofoni.
Ogni tanto, possiamo semplicemente dichiararci contenti.

Pedofilia, inchiesta in Australia: “Rivedere il segreto confessionale”

lastampa.it
salvatore cernuzio

Pubblicato il report della Royal Commission, frutto di 8mila audizioni alle vittime: «Celibato volontario e i preti denuncino abusi ammessi in confessionale». I vescovi: «Sigillo inviolabile». Il Vaticano: «Vicini ai sopravvissuti per portare giustizia»


Il final report della Royal Commission sui casi di pedofilia in Australia

Non è un paese per bambini l’Australia. Almeno così pare osservando i risultati della corposa inchiesta sulla pedofilia della Royal Commission che, dal 2012 ad oggi, ha raccolto in ventuno volumi 15mila deposizioni e 8mila audizioni a porte chiuse di coloro che in orfanotrofi, scuole, circoli sportivi, gruppi giovanili, e soprattutto istituzioni cattoliche (si parla del 61,8% dei casi) sono stati vittime di abusi sessuali. L’Australia «è venuta meno in modo grave ai suoi doveri» di proteggere i bambini, si legge nel final report, «decine di migliaia di bambini sono stati vittime di violenza sessuale in molte istituzioni australiane e non ne sapremo mai il numero esatto».

Lo sconcerto che ha provocato l’indagine si sintetizza nelle parole del premier australiano, Malcolm Turnbull: «Una tragedia nazionale», ha detto. E non ha mancato di ringraziare «i membri della Commissione e coloro che hanno avuto il coraggio di raccontare le loro storie». I sei membri della Royal Commission into Institutional Responses to Child Sexual Abuse (Commissione Reale d’inchiesta sulle risposte delle istituzioni agli abusi sessuali su minori) - organismo istituito nel 2013 dal governo laburista di Julia Gillard, che a marzo 2016 aveva torchiato il prefetto della Segreteria vaticana per l’Economia, il cardinale australiano George Pell per i presunti insabbiamenti di casi di pedofilia - hanno setacciato ogni angolo dei sei Stati dell’isola intimando e ottenendo il rilascio di 1,2 milioni di documenti riservati.

Dal meticoloso lavoro sono state identificate oltre 4mila istituzioni, teatro di crimini sessuali su minori negli ultimi decenni. Non erano poche le «mele marce», spiega il documento, «alcune istituzioni hanno avuto diversi pedofili che hanno aggredito numerosi bambini»; esse hanno quindi «fallito in modo grave nei loro doveri e in molti casi queste carenze sono state aggravate da una risposta chiaramente inadeguata per le vittime». Circa 2600 persone sono state segnalate alla polizia e ad altre autorità che hanno avviato 230 azioni penal i. Una mossa, quest’ultima, non scontata considerando che, nel passato – come ha denunciato il presidente della Commissione, Peter McClellan - «la polizia ha spesso rifiutato di credere ai bambini e di indagare sulle loro denunce e il sistema di giustizia penale ha creato molte barriere alla riuscita di procedimenti giudiziari».

«In molti decenni numerose istituzioni hanno tradito i nostri bambini. I sistemi di protezione dell’infanzia e di giustizia civile li hanno abbandonati», ha aggiunto lapidario McClellan. Che sul banco dei principali imputati trascina la Chiesa e tutte le sue autorità accusate di mala gestione e insabbiamenti dei casi di abusi (una delle maggiori accuse rivolte a Pell, da giugno in congedo dal Vaticano per difendersi in Tribunale in Australia ). Proprio ai sacerdoti è rivolta una delle 409 raccomandazioni (189 delle quali del tutto inedite) contenute nel rapporto conclusivo e indirizzate a governi e organizzazioni per evitare che il dramma possa ripetersi in futuro.

Ai preti si suggerisce di rivedere il voto di castità, considerandolo all’origine di tanti cattivi “impulsi”, perché diventi «volontario», ma soprattutto si chiede di ripensare la questione del segreto durante la confessione, in modo che il sacerdote confessore – al pari di poliziotti, medici, infermieri - sia obbligato per legge a denunciare gli atti di pedofilia eventualmente ammessi nel confessionale.Insomma, si tratterebbe di violare il sigillo sacramentale come sancito dal Codice di Diritto Canonico e dal Catechismo della Chiesa cattolica, il quale afferma che il confessore è vincolato dal segreto assoluto non soltanto per quanto riguarda i peccati ma anche per quanto egli viene a conoscere riguardo alla vita del penitente.

La proposta ha infatti suscitato una reazione piccata da parte dei vescovi australiani che l’hanno bollata come «inaccettabile». Il presidente della Conferenza episcopale e arcivescovo di Melbourne, Denis Hart, intervenendo a riguardo ha dichiarato che si sentirebbe «terribilmente combattuto» se qualcuno gli confessasse di essere autore di tali crimini, perché il segreto «è inviolabile» e «non può essere spezzato». «Non riesco a immaginare che la natura sacrosanta della confessione possa mai cambiare», ha detto il pastore di Melbourne ai giornalisti, «rispetto la legge di u. La questione non è di poco conto: «La pena per un sacerdote che viola il segreto della confessione è la scomunica, è una questione spirituale, reale e grave» ha spiegato Hart, sottolineando tuttavia che «se qualcuno confessasse di aver abusato di bambini, lo incoraggerei ad ammettere i suoi crimini al di fuori del confessionale in modo che possano essere riferiti alla polizia».

Il capo dell’episcopato australiano – che si è mostrato invece piuttosto possibilista sull’introduzione del celibato volontario – ha assicurato comunque che la Chiesa cattolica del paese ha preso «molto seriamente» i risultati dell’inchiesta. E, «a nome dei vescovi e dei leader religiosi cattolici», ha ribadito «le scuse incondizionate per questa sofferenza» e per «questo vergognoso passato, in cui una prevalente cultura della segretezza e dell’autoprotezione ha portato a sofferenze inutili per molte vittime e per le loro famiglie». Di qui la promessa di un maggior impegno «a garantire giustizia per le persone colpite».

Con uguale prontezza l’arcivescovo di Sydney, Anthony Fisher, ha affermato che il rapporto non «siederà su uno scaffale» e che è pronto ad affrontare i fallimenti sistemici dietro gli abusi. Il vescovo si dice infatti «inorridito» dall’attività peccaminosa e criminale di alcuni membri del clero e si vergogna della risposta che alcuni dirigenti della Chiesa hanno dato in passato. «Riconosco e comprendo come questo abbia danneggiato la credibilità della Chiesa nella comunità e abbia scioccato molti dei nostri fedeli», ha aggiunto, «se vogliamo essere degni della fiducia delle persone, dobbiamo dimostrare che i diritti dei bambini sono sempre rispettati». Solo così, solo se «le storie non saranno nascoste sotto il tappeto e non ci sarà alcun insabbiamento», ha fatto eco l’arcivescovo di Perth Timothy Costelloe, tutto il lavoro della Commissione e la sofferta testimonianza delle vittime «non saranno state vane».

Dal canto suo la Santa Sede, sottolineando che il rapporto della Commissione «merita di essere studiato approfonditamente», si dice «vicina alla Chiesa cattolica in Australia - fedeli laici, religiosi e clero - mentre ascolta e accompagna le vittime e i sopravvissuti nello sforzo di portare guarigione e giustizia». Poi ricorda le parole di Papa Francesco nel recente incontro con la Pontificia Commissione per la Tutela dei Minori, quando ha affermato che «la Chiesa è chiamata ad essere luogo di compassione, soprattutto per coloro che hanno sofferto» ed «è impegnata nell’assicurare ambienti che garantiscono la protezione di tutti bambini e adulti vulnerabili».

Già nel febbraio 2017, la Royal Commission pubblicava un report in cui denunciava che, tra il 1950 e il 2015, oltre 4500 minori erano state vittime di abusi sessuali da parte di preti cattolici, il 7% dei quali erano da incasellare come abusatori seriali . L’ennesimo risultato «straziante», come ammetteva monsignor Fisher, per una Chiesa che con difficoltà riesce a rimarginare questa ferita. 

Uomini di Stato

lastampa.it
Mattia Feltri

Santo cielo, che bell’arietta. Ha cominciato Matteo Renzi: «Mi colpisce che Di Maio non voglia fare un confronto con me. Potrei domandargli come spiega l’attività in questo settore (delle fake news) di uno dei suoi principali collaboratori. Diamo tempo al tempo e vedrete a cosa mi riferisco». Poi ha continuato Marco Agnoletti, che di Renzi è il portavoce: «Sarebbe interessante - in varie sedi - aprire un dibattito sulle acquisizioni precedenti di Banca Popolare di Bari.

Ma di cui i vertici di Banca d’Italia sono più informati dell’allora governo Renzi». C’è anche un Agnoletti bis: «Su Monte dei Paschi, di cui sarebbe interessante parlare sin dai tempi delle acquisizioni di Banca 121 o Antonveneta...». E a chiudere una simpaticissima Maria Elena Boschi: «Ho conservato gli sms di Giuseppe Vegas perché non cancello spesso gli sms. Ne ho quindi molti in memoria, anche con altri esponenti del mondo del credito e del giornalismo...». 

Ora, la cosa più ovvia sarebbe chiedere a Renzi, Agnoletti e Boschi che diavolo stanno dicendo. Sarebbe ovvio chiedergli chi è e che ha fatto l’amico di Di Maio, chi c’è dietro le acquisizioni delle banche pugliesi e perché sono così interessanti, che conterrà mai il telefonino di Boschi da avvertire il mondo intero. Se siano cose private (e allora perché parlarne pubblicamente) o se siano pubbliche (e allora perché insinuare invece di spiegare). Questa sarebbe la cosa più ovvia. Però, vista l’arietta, meglio far finta di niente e girare alla larga. 

Lo sfregio di Amri: tutti i crocifissi a testa in giù

ilgiornale.it
Luca Fazzo

Provocazione mentre era nel centro di accoglienza di Trapani. I pm: "A Milano niente agganci"



Milano - Non aveva ancora vent'anni, era appena sbarcato in Italia, e già si comportava da duro e da leader: quando Anis Amri, il terrorista della strage di Berlino, venne ospitato nella comunità per minori «Romeo Fava», vicino Trapani, era lui a dirigere la preghiera; era lui a cercare provocatoriamente di convincere la malcapitata suora a unirsi alle preghiere per Allah; e fu lui, in segno definitivo di spregio, a fare ritrovare una mattina tutti i crocifissi della comunità appesi a testa in giù.

Il resto del percorso è noto: il carcere, l'espulsione mai avvenuta, il passaggio in Germania, la strage di Natale: e infine il ritorno in Italia, l'ultima fuga terminata davanti alla stazione di Sesto San Giovanni, la sparatoria con due poliziotti, e Amri che resta morto sull'asfalto. Ora, a quasi un anno di distanza dalla notte di fuoco a Sesto, la Procura di Milano chiude l'indagine aperta per capire chi fosse davvero il terrorista, quali appoggi avesse o cercasse in Lombardia. Dagli atti finali si scoprono due cose importanti.

La prima è che Amri, almeno nel nord Italia, era un lupo solitario, un fuggiasco disperato in cerca solo di proseguire per il sud (dove invece aveva conoscenze e legami). La seconda è che non corrisponde al vero la leggenda che lo ha dipinto come un bravo ragazzo divenuto estremista nelle carceri italiane. Quando si imbarcò verso l'Italia, venne soccorso in mare e portato a Lampedusa, il giovane tunisino era già un integralista islamico pronto a ribaltare i crocifissi: come se dentro di lui ci fosse già il germe del famoso proclama che registrò prima di ammazzare dodici persone a Breitscheidplatz, «Giuro su Dio che siamo venuti per sgozzarvi».

Nelle ore successive alla morte di Amri a Sesto San Giovanni vennero aperte due inchieste; una per valutare la correttezza del poliziotto che lo aveva ucciso, rapidamente chiusa senza nessun'accusa; e una a carico di ignoti per terrorismo internazionale, condotta dal pm milanese Alberto Nobili per capire se e quali complicità avessero portato Amri a Milano e poi a Sesto. C'erano elementi che portavano a preoccuparsi. Da Cinisello Balsamo, che è attaccata a Sesto, era partito il Tir sequestrato poi da Amri e usato per la strage; e tra Sesto e Cinisello è presente una comunità islamica forte e non del tutto tranquilla.

Un anno di indagini ha portato invece la Procura a concludere che l'arrivo di Amri a Sesto è stata una casualità, e che non c'era un rete in grado di accoglierlo. Diversa la situazione ad Aprilia, dove il terrorista aveva vecchi contatti sui quali dovrebbe essere ancora aperta una indagine a Roma, e soprattutto in Sicilia, dove ci sono due ragazze conosciute nel centro di accoglienza con cui Amri cerca di riallacciare i rapporti dal settembre 2016, tre mesi prima della strage. Forse pensava già di avere presto bisogno di nascondersi.

Mancini si nasce? Sì. E la dominanza manuale può aiutare al riconoscimento precoce di malattie

lastampa.it
FABIO DI TODARO


Destrimani o mancini si nasce o si diventa? La prima, con ogni probabilità, è l’affermazione esatta, se la dominanza manuale è in realtà già ben definita alla diciottesima settimana gestazionale. Questo, almeno, è quanto dimostrato da uno studio condotto dalla Sissa di Trieste in collaborazione con l’Università di Padova, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista «Scientific Reports». Analizzando le caratteristiche di alcuni movimenti fetali, gli studiosi hanno saputo prevedere con grande accuratezza la preferenza motoria osservata negli stessi bambini e bambine all’età di nove anni. 

La manualità si apprende in utero
I ricercatori hanno studiato la cinematica fetale per predire la dominanza manuale di 29 feti. Dopo nove anni, hanno confrontato le loro previsioni con la preferenza riportata dagli stessi bambini e bambine ottenendo un’accuratezza variabile tra l’89 e il 100 cento: a seconda dei parametri utilizzati. In particolare, gli studiosi hanno analizzato i movimenti delle mani dei feti a 14, 18 e 22 settimane di gestazione tramite ecografia 4D, visualizzando così l’immagine tridimensionale in tempo reale e in movimento, in sedute di venti minuti ciascuna.

Tre le tipologie di movimenti studiati: due di maggiore precisione, rivolti agli occhi e alla bocca, e uno rivolto genericamente alla parete uterina. I risultati hanno mostrato che, a partire dalla diciottesima settimana, i feti non solo muovono più frequentemente quella che diventerà la mano dominante, ma i movimenti di precisione compiuti con quello stesso arto sono significativamente più rapidi. 

Informazioni utili anche in ambito terapeutico?
La ricerca dimostra l’elevato livello di maturazione e specializzazione del sistema motorio in utero. Ma non solo. L’accuratezza della metodologia usata in questo studio apre nuove prospettive per il suo impiego in campo clinico. La dominanza manuale, infatti, è dovuta alla prevalenza di un emisfero cerebrale, quello controlaterale, sull’altro. La capacità predittiva della metodologia impiegata sembra essere un buon punto di partenza per il riconoscimento precoce di patologie caratterizzate da asimmetrie a livello cerebrale, come la depressione, la schizofrenia e i disturbi dello spettro autistico. Il movimento fetale potrebbe quindi essere usato per l’identificazione di nuovi marcatori che consentirebbero di intervenire precocemente e compensare eventuali problemi di sviluppo.

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Quanti anni bisogna avere per guidare un governo?

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paolo magliocco

Sebastian Kurz è diventato cancelliere dell’Austria a 31 anni e 3 mesi. È il più giovane capo del governo in carica in Europa e nel mondo. Anche più giovane di Enrico Carattoni, che ha solo 32 anni e in questo momento è uno dei due Capitani reggenti della Repubblica di San Marino (ma resterà al suo posto solo sei mesi e cioè fino a marzo del prossimo anno). Dopo loro due, c’è il leader della Corea del Nord, Kim Jong-un, 34 anni. Poi si torna a un politico democraticamente eletto come il primo ministro della Nuova Zelanda, Jacinta Ardern, che ha 37 anni ed è a capo del gaverno dalla fine di ottobre. Ha la stessa età anche l’emiro del Qatar, Tamim bin Hamad Al Thani.

In Austria non esiste nessun limite di età per poter guidare il Paese, basta essere maggiorenni. E, in effetti, questa è la regola anche per l’Italia: nel momento in cui si può prendere la patente si può anche, almeno in teoria, ricevere dal presidente della Repubblica l’incarico di formare un governo e chiedere la fiducia alla Camere. Un paradosso, se si vuole, visto che alla stessa età non è possibile invece diventare deputati, dal momento che per entrare alla Camera ci vogliono almeno 25 anni, e tanto meno senatori, per i quali il limite minimo è di 40 anni. Con la maggiore età si può essere eletti invece nei Consigli regionali e comunali. Per arrivare al Quirinale, poi, di anni bisogna averne almeno 50, anche se è stato proposto di abbassare la soglia a 40. 

Emmanuel Macron, che di anni ne ha 39, in Italia non potrebbe stare al Quirinale, benché il capo dello Stato italiano abbia meno potere di quello francese. In effetti, l’aumento della soglia di età necessaria non sembra corrispondere a un aumento della responsabilità che l’incarico comporta. In Francia per andare all’Eliseo basta essere maggiorenni e l’unico limite minimo negli incarichi pubblici elettivi sono i 24 anni richiesti per entrare al Senato.

Ogni Stato ha le proprie regole. In generale, la soglia di età per guidare il governo sembra coincidere con quella dell’età a cui si comincia a votare. Con alcune eccezioni. In Giappone e in India, per esempio, bisogna avere almeno 25 anni per essere primo ministro. La soglia più alta è forse quella richiesta negli Stati Uniti, dove il presidente è di fatto anche il capo dell’esecutivo e deve avere almeno 35 anni. È richiesto pure che abbia vissuto negli Usa almeno negli ultimi 14 anni e che sia nato sul territorio nazionale, non importa però se figlio di immigrati, come era Barack Obama per parte di padre. 

Al Pantheon i geni, non i supini

ilgiornale.it


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Ma se mettessimo davvero la salma del re Vittorio Emanuele III dentro al Pantheon a Roma, accanto alla tomba eterna di Raffaello, le salme di Federico Fellini, Michelangelo Antonioni, Giorgio De Chirico, Giuseppe Ungaretti, Gabriele D’Annunzio, Italo Svevo, Vittorio De Sica, dove le avremmo dovute mettere? Avremmo dovuto dedicare uno speciale mausoleo per ciascuno di loro. Perché è vero che nel Pantheon è sepolto anche un altro re d’Italia, ma col tempo, con il turismo globalizzato che si concentra a milioni ogni anno in visita a questo tempio, il Pantheon ha smesso di essere il luogo di sepoltura di reami e dinastie, e può diventare il luogo per eccellenza dove seppellire le massime vette del genio italiano.

Anche nella lingua comune, pantheon è luogo delle rarissime eccellenze che hanno la forza di essere riconosciute come fondatori e padri spirituali di un popolo. Già nei primi del Novecento lo storico dell’arte Alois Riegl teorizzò la metamorfosi delle funzioni dei monumenti: un monumento non è statico, immobile, ma il suo significato varia a seconda delle epoche e dei valori che in esso si agitano. Re Vittorio Emanuele III è un padre spirituale? Neanche lontanamente. Accettò le leggi razziali, con la stessa supina accondiscendenza con cui don Abbondio, nei Promessi Sposi, si inchina ai bravi. Il Pantheon sia il luogo dei padri fondatori come Raffaello, non dei don Abbondio della storia.

La nuova Cina che resta al medioevo morale. Tutti in gita allo stadio per vedere l'esecuzione

ilgiornale.it
Stefano Zecchi

Condanna capitale pubblica per un gruppo di dieci spacciatori. In migliaia vengono portati ad assistere allo "spettacolo" educativo. È l'eterno ritorno di Mao



In Cina, nella regione di Guangdong, sul lato di una piazza che può contenere un migliaio di persone, è stato allestito un teatrino dove andranno a recitare la loro morte dieci persone.Il teatrino è elegante, tutto blu: la recita non ha niente di fantasioso, è reale, quei dieci vengono giustiziati in pubblico con una pallottola nella nuca, il cui costo deve essere risarcito dai famigliari del condannato. Anche il pubblico che assiste all'esecuzione è vero, è stato convocato nella piazza con ogni mezzo della comunicazione, dal web ai manifesti attaccati sui muri delle case. Qualcuno si è portato la sedia da casa per attendere più comodamente l'arrivo dei condannati, altri fanno trascorrere il tempo mangiando, facendosi i selfie con lo sfondo del teatrino blu.

Sembra una scena già vista nei film che rievocano la Rivoluzione Francese con la sua ghigliottina nelle piazze tra la gente in festa. Ma non è necessario andare tanto in là nel tempo, perché queste macabre ritualità erano praticate durante la rivoluzione culturale comunista del condottiero Mao Tze Dong. Estetizzazione della morte significa fare spettacolo di quell'attimo supremo in cui è visibile il passaggio dalla vita alla sua ineludibile fine. È un rito che soddisfa le pulsioni più profonde dell'animo umano, che esalta il sentimento di potenza di colui (di coloro) che si arroga il diritto di dare la morte.

Ci si può chiedere come sia possibile che uno Stato tecnologicamente avanzato come la Cina, dominante economicamente il mondo, potenza nucleare, membro permanente del consiglio di sicurezza dell'Onu, possa celebrare con tanta enfasi questa estetizzazione della morte. Una questione è quella di ammettere nel proprio ordinamento giudiziario la pena di morte: si può discutere, ci sono i favorevoli e i contrari. Altra cosa è quella di rendere la pena uno spettacolo pubblico, con cui si suppone di educare il popolo al rispetto della legge. E non è un problema secondario: in linea di principio ciò che davvero educa è l'esempio, chiaro, inconfondibile.

Non a caso grandi civiltà, da quella greca a quella romana, e grandi religioni, da quella cristiana a quella mussulmana, per non ricordare altro, hanno in un passato, non soltanto remoto, estetizzato la pena di morte come rappresentazione esemplare per educare il popolo, ritenendo che essa abbia un senso se resa pubblica, visibile, così da spaventare per educare e proibire. Da sottolineare che la gente partecipa allo spettacolo della morte, certamente con una curiosità morbosa, ma anche con un sentimento di reciprocità con il potere che dà la pena: io si pensa - sono bravo e mi merito di vivere, tu sei malvagio ed è giusto che ti puniscano, anche con la morte.

Dunque, sia riflettendo sulla Storia passata, sia sul mediocre sentimento dell'animo umano, si potrebbe ammettere che la pena di morte comminata pubblicamente sia un esempio che produce effetti educativi. Eppure ci indigniamo, non comprendiamo come ciò possa accadere in un Paese moderno come la Cina. Perché? Perché l'estetizzazione, tanto teatrale, delle condanne a morte in Cina ci sbatte in faccia con brutalità, ma anche con molta franchezza, un passato che non abbiamo mai, purtroppo, davvero superato; perché la nostra civiltà laica, tecnocratica, sempre pronta agli appelli sul rispetto dei diritti dell'uomo non è ancora riuscita realmente a oltrepassare l'idea che l'uomo possa essere padrone della vita degli altri, che possa decidere sulla sua morte; perché nel profondo dell'anima non si crede veramente che la vita sia un valore inviolabile e che mai, in nessun caso, si possa annientare.

Austria, polemiche dalla Ue per l’ipotesi della doppia cittadinanza ai sudtirolesi

lastampa.it
letizia tortello

Il presidente dell’Europarlamento Tajani: «Sarebbe una mossa non distensiva»

Il partito di Kurz l’aveva promesso alla Südtiroler Volkspartei, i fratelli dell’Alto Adige. E ha rispettato i patti: la doppia cittadinanza per i cittadini altoatesini di lingua tedesca o ladina è allo studio del nuovo governo «nero-blu» che guiderà l’Austria per i prossimi cinque anni e giurerà lunedì a Vienna. La questione si è guadagnata uno spazietto nel programma che Kurz ha presentato ieri. Concedere il passaporto austriaco agli italiani non è per nulla facile, ma il nuovo premier e il suo alleato dell’ultradestra Strache, almeno sulla carta, si impegnano a studiare un modo per farlo. Era una richiesta dei nazionalisti dell’Fpö, e l’Övp di Kurz l’ha soddisfatta.

Ma l’idea non piace per nulla all’Italia, che si vede riaprire sotto il naso la questione del Sudtirolo e delle sue vecchie aspirazioni di ritornare austriaco. Il governo interviene con il sottosegretario agli Esteri, Benedetto Della Vedova, che imputa all’ipotesi di Vienna di «avere il crisma del pugno di ferro etno-nazionalista». «Sdoganare la cittadinanza su base etnica - scrive su Facebook - avrebbe effetti gravissimi, ad esempio in tutti i Balcani, minando la convivenza nei Paesi, anche nell’Ue, caratterizzati dalla presenza di cittadini di molteplici culture».

Dalla Ue il commento immediato è quello del presidente dell’europarlamento, Antonio Tajani, che bolla l’iniziativa come «una mossa velleitaria, non sarebbe una mossa distensiva». L’Europa ha tanti difetti ma «ha chiuso la stagione dei nazionalismi». C’è da dire che la prima prova del suo forse anche troppo ostentato europeismo Kurz la darà martedì, atteso a Bruxelles per esporre il suo programma. Ed è per questo che anche la doppia cittadinanza, scrivono lui e Strache nel programma, è da intendersi nell’ambito di uno «spirito sempre più europeo».

«L’importante è che si muova nella direzione del sostegno all’ Europa», ribadisce Tajani, «e che si scongiuri una Oexit». Ma a gettare benzina sul fuoco sul tema doppia cittadinanza è Michela Biancofore di Forza Italia, che rimprovera al Pd il silenzio «assordante» di queste ore: «Non è che il governo tace sulla doppia cittadinanza per far eleggere Boschi e Del Rio in Trentino Alto Adige grazie alla Svp, visto che altrove li respingono?».

Ma doppia cittadinanza a parte, la preoccupazione tra gli europeisti per l’alleanza nera-blu dell’Övp e dell’Fpö, tra i popolari insomma e i nazionalisti dai toni islamofobi, non scema: Sandro Gozi ricorda come «è fondamentale che l’Europa si attrezzi con politiche per governare immigrazione e asilo. Il minimo sindacale dell’Italia è che ogni Paese rispetti le quote di rifugiati loro assegnati. Ribadiremo questa posizione anche al nuovo governo austriaco», scrive su Twitter il sottosegretario alla presidenza del Consiglio. Nessuno spauracchio da Vienna invece per Matteo Salvini, al contrario un modello da seguire: «Strache non è assolutamente estremista. Se controllare i confini è estremista, allora sono estremista anche io. Io vedo un partito che difende l’interesse nazionale austriaco e io, come Lega, lo voglio fare non solo in Lombardia e Veneto, ma anche in Puglia o in Campania».