Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

giovedì 14 dicembre 2017

Sala e quel pugno chiuso contro i morti del comunismo

ilgiornale.it
Giannino della Frattina

Il sindaco di Milano ostenta un'ideologia che ha fatto 100 milioni di vittime: non va ridotta a una goliardata


Il sindaco Giuseppe Sala e il consigliere del Pd Carlo Monguzzi

Il bello del web è che nemmeno il re può permettersi di andare in giro senza mutande. Perché chiunque può alzarsi e gridare che «è nudo».

E così nemmeno a un sindaco, fosse anche quello di Milano, è concesso di far girare impunemente una sua foto mentre insieme a un consigliere comunale del Pd alza la mano sinistra con il pugno chiuso. Perché quello è il simbolo della più nefasta ideologia che l'umanità abbia mai partorito. Un mostro a cui le stime più benevole attribuiscono 20 milioni di morti in Russia, 65 milioni in Cina, 2 in Cambogia, uno in Vietnam, un altro milione nell'Europa dell'Est e qualche altro centinaio di migliaia in altri disgraziati Paesi.

Gente torturata e straziata nelle segrete del Kgb o nei gulag in cui venivano imprigionati e torturati dissidenti (anche comunisti e anche italiani), omosessuali, ebrei e semplici cittadini invisi all'intellighentia di partito. Gente schiacciata sotto i carri armati perché osava ribellarsi a un orrore a cui vanno aggiunti una politica economica e internazionale assolutamente fallimentari che hanno costretto a decenni di fame e stenti centinaia di milioni di sudditi trattati peggio che schiavi in ogni parte del mondo.

Ecco, questo è il comunismo evocato dal pugno chiuso esibito con tanto orgoglio dal sindaco Giuseppe Sala. E dal compare Carlo Monguzzi, eletto con quel Pd che sabato sfilerà a Como per condannare quegli (sciagurati, sia chiaro) skinhead che hanno letto il loro proclama contro l'immigrazione clandestina entrando nell'associazione che li aiuta e pronto a crocifiggere il carabiniere ventenne e studente universitario di Storia che aveva appeso nella sua camera la bandiera del Secondo Reich (non del Terzo hitleriano) con aquila prussiana e croce nordica.

Perché qui bisogna mettersi d'accordo e se da Hobbes in poi è chiaro che il passaggio dallo stato di natura alla società si basa sulla condivisione di un contratto fondato su norme accettate e condivise, queste stesse norme devono essere uguali per tutti. E nemmeno un sindaco può essere un cittadino più uguale degli altri. Così, se non è considerata una goliardata l'esposizione (in camera da letto peraltro) del vessillo della Marina prussiana nella Prima guerra mondiale, altrettanto seriamente va preso il pugno chiuso di un sindaco che evoca una mostruosità responsabile (è bene ripeterlo) di almeno cento milioni di morti.

Prevedibile l'obiezione che verso il fascismo c'è una disposizione (peraltro transitoria) della Costituzione che ne vieta la ricostituzione, mentre nessuna legge impedisce di essere comunisti. Ma queste sono la storia e dunque la legge scritta dai vincitori. Quelli che dovettero scegliere la ragion di Stato e l'opportunità politica di fronte a una Carta da scrivere insieme a quello che allora era uno dei più forti partiti comunisti del mondo e che aveva svolto un ruolo importante nella Resistenza. E, purtroppo, soprattutto nei tragici giorni dei regolamenti di conti che, a guerra finita, seguirono la Liberazione.

Senza dire che altri milioni di vittime i feroci comunisti li faranno dopo. Ecco perché il sindaco Sala non ha commesso nessun reato di fronte alle tavole della legge (così come probabilmente non l'ha commesso il giovane carabiniere), ma con quel pugno chiuso ha offeso la memoria di cento milioni di morti e i canoni dell'opportunità istituzionale. Soprattutto perché, par di capire, trattasi di tutt'altro che di un pericoloso comunista. Con i morti, con tutti i morti, non si scherza. Perché quelli, almeno, dovrebbero essere tutti uguali. Anche i cento milioni dei comunisti.

La password? È il palmo della mano

lastampa.it
carlo lavalle

Samsung, sempre più orientata all’uso della tecnologia biometrica, chiede il brevetto per un nuovo sistema di riconoscimento al posto dell’impronta digitale



Hai dimenticato la password del cellulare? I prossimi dispositivi Samsung potrebbero aiutarti a recuperarla grazie alla lettura del palmo della mano. A prospettare questa possibilità, è un nuovo brevetto presentato dall’azienda sudcoreana, la cui documentazione è scaricabile dal sito dell’Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale.

Secondo quanto descritto nei file della richiesta, lo scanner del palmo della mano rappresenterebbe un’alternativa alle domande di sicurezza che vengono utilizzate per il recupero della password e per la verifica dell’identità di un determinato utente. La tecnologia brevettata permetterebbe di dare indicazioni sufficienti a mettere sulla giusta strada lo smemorato proprietario del cellulare. Che, grazie ai suggerimenti del sistema sotto forma di caratteri parziali, posizionati in maniera casuale sul display, sarebbe in grado di recuperare la password dimenticata, sbloccando lo smartphone.Samsung fa ampio uso dei metodi biometrici per il rafforzamento della sicurezza dei suoi dispositivi mobili.

Come, ad esempio, nel modello Galaxy S8 che integra il riconoscimento facciale, il rilevamento dell’iride e un lettore di impronte digitali. Non è sempre detto che un brevetto trovi concreta applicazione. Spesso le aziende usano la brevettazione come strategia di marketing o mezzo per impedire alla concorrenza di lavorare su idee competitive. Ma, in ogni caso, il riconoscimento del palmo della mano rientra nella tendenza di Samsung al sempre più diffuso impiego della tecnologia biometrica. E questa nuova modalità potrebbe, in futuro, anche diventare una possibilità in più per abilitare l’identificazione senza occupare spazio sullo schermo del cellulare.

Un museo per il segreto di Caporetto

lastampa.it
francesco grignetti

Nelle cave di Predil, vicino Tarvisio, visite guidate e conferenze per scoprire i misteri della Grande Guerra


Soldati austro-ungheresi all’ingresso della galleria mineraria di Bretto

Il segreto di Caporetto è nascosto dentro le viscere di una montagna, in uno scenario degno di Tolkien. Là dove per decenni avevano lavorato i minatori delle Cave del Predil, nel 1917, in preparazione della grande offensiva degli Imperi centrali contro il regio esercito d’Italia, una galleria mineraria fu trasformata segretamente in linea ferroviaria e permise il transito di 170 tonnellate di equipaggiamento e di 600 soldati al giorno.

Il traffico attraverso la galleria si svolgeva 16 ore al giorno. I soldati del Kaiser Francesco Giuseppe arrivavano da un lato della montagna, a Raibl (oggi Cave del Predil, in Italia), e di qui, attraverso una galleria mineraria originariamente utilizzata per il deflusso di acqua, giungevano a Bretto (oggi Log pod Mangatrom, in Slovenia). A raccontare i sotterfugi che furono adottati dall’esercito imperiale per beffare gli italiani, e ad organizzare visite guidate dentro la galleria mineraria di Bretto, scenario principale dei fatti, ci pensano ora il Parco Geominerario e il Museo storico militare “Alpi Giulie” di Cave del Predil (http://www.polomusealecave.coop/?lang=it/). 

Il mistero di un clamoroso errore
È ormai assodato che il generalissimo Luigi Cadorna e il Comando supremo non capirono i segnali che precedettero l’offensiva. È quanto scriveva nel 1930 il generale Roberto Bencivenga (dapprima uomo di fiducia di Cadorna, poi in totale rottura, al punto che fu condannato a 3 mesi di fortezza), nel suo fondamentale saggio La sorpresa strategica di Caporetto: «La verità è che le gravi conseguenze dello sfondamento iniziale sul fronte dei corpi d’armata IV e XXVII nell’autunno del 1917 dipesero tutte da una errata impostazione della battaglia da parte del Comando supremo; e non certo perché in esso difettasse la capacità, ma per la ragione che non si rese conto del piano nemico e delle forze da questo predisposte per attuarlo».

Anche i libri più recenti danno conto dei tanti segnali premonitori, a cominciare dal racconto di tanti disertori, e non si capacitano del perché Cadorna li avesse tanto sottovalutati. Nel nuovissimo A Caporetto abbiamo vinto, di Stefano Lucchini, si riporta un’antologia di brani. Quasi a senso unico. L’offensiva austriaca era più che attesa, era scontata. Lo scrittore Ardengo Soffici il 22 ottobre 1917 (due giorni prima dello sfondamento delle linee) incontrava Arturo Toscanini a Cormons e così ne scriveva: «I discorsi alla mensa sono stati pieni di buone previsioni; ma si sente che c’è per aria la solita inquietudine che precede tutte le azioni. Ciò irrita il maestro Toscanini, il quale è ancora qui con noi e non sa capacitarsi come si possa dubitare un istante sull’esito della battaglia».

Ecco, che ci fosse alle porte un grande attacco di tedeschi e austriaci assieme, nell’ottobre 1917 era un luogo comune. E si comprende: dopo il collasso della Russia zarista (in estate il governo provvisorio di Kerensky aveva ordinato un’offensiva generale che si era risolta in un disastro militare e politico), si dava per scontato che gli Imperi avrebbero tentato la spallata definitiva contro l’Italia per costringere anche noi a una pace separata. A quel punto la guerra sarebbe finita con la vittoria dei due imperatori. Di contro, gli austriaci erano sul punto di collassare anche loro. Le nazionalità oppresse erano sempre più insofferenti. Si moltiplicavano le diserzioni. E infatti Vienna aveva chiesto aiuto a Berlino.

La guerra era a una svolta, insomma. Ma Cadorna restava convinto che l’offensiva nemica sarebbe avvenuta sulla Bainsizza. E perciò il 18 settembre 1917 emanò una direttiva per la II e la III Armata, ordinando di prepararsi a contrastare l’attacco. «Il continuo accrescersi delle forze avversarie sulla fronte Giulia - scriveva il generalissimo - fa ritenere probabile che il nemico si proponga di sferrare quivi prossimamente un serio attacco, tanto più violento quanto più ingenti forze esso potrà distogliere dalla fronte russa dove la situazione sembra precipitare a tutto vantaggio dei nostri avversari».

C’è una formidabile riprova. La guerra era seguita da numerosi giornalisti che oggi definiremmo «embedded». Uno dei migliori era Rino Alessi, corrispondente di guerra per il quotidiano «Il Secolo» di Milano, direttore Giuseppe Pontremoli, voce ufficiosa di Leonida Bissolati. Socialista riformista e fondatore dell’Avanti!, Bissolati in quel frangente era un politico molto vicino a Cadorna e perciò il «suo» giornalista Alessi ebbe particolari entrature al Comando supremo. Scrive dunque Alessi nel suo libro Dall’Isonzo al Piave. Lettere clandestine di un corrispondente di guerra: «13 ottobre. In una mia precedente (si tratta di lettere private al suo direttore, che aggiravano la censura di guerra, ndr) le dissi della progettata offensiva austro-tedesca contro di noi, sull’altipiano della Bainsizza. Nel giudicare l’eventualità i pareri sono molto divisi».

L’errore
Perché questa convinzione di Cadorna, tanto ferrea quanto errata? Ce lo spiegano oggi le guide delle Cave di Predil, nelle loro conferenze di queste settimane: «Uomini, armi e sussistenza vennero spostati qui da altri fronti con uno stratagemma che eluse la sorveglianza dell’esercito italiano, che presidiava il fronte all’altezza di Plezzo. I rinforzi all’esercito austroungarico infatti giunsero a Plezzo e Tolmino trasportati in treno di notte, nascosti nella boscaglia in modo che i comandi italiani non li scorgessero e trasportati poi a piedi nell’ultimo tratto, fino al fronte.

Per illudere gli italiani che la linea del fronte si stesse smantellando invece che “armando”, durante il giorno gli austro-ungarici facevano transitare in allontanamento da Plezzo e Tolmino treni carichi di uomini e mezzi, occultando invece l’approvvigionamento che avveniva di notte. Il passo del Predil era ben sorvegliato dagli alpini italiani posizionati sul Monte Nero, conquistato il 16 giugno 1915. Gli austro-ungarici, non volendo palesare le proprie strategie, a partire dall’agosto 1917 evitarono di transitare dal passo, preferendo superare la montagna attraverso la galleria mineraria di Bretto».Passarono per la galleria di Bretto anche i proiettili d’artiglieria carichi di gas che fecero strage nel primo attacco alle trincee.

Mancava un servizio segreto all’altezza
«Nel campo strategico - scriveva ancora il generale Bencivenga - le notizie più giovevoli sono quelle date dallo spionaggio e di queste si occupa essenzialmente il cosiddetto Ufficio Informazioni. Molti grandi successi che la storia militare registra, traggono origine da un redditizio servizio di spionaggio o dalla conoscenza di cifrari coi quali si poterono conoscere tempestivamente tutti i dispositivi del nemico». Purtroppo, però, il nostro spionaggio militare fece cilecca durante la Grande Guerra.Sempre nel libro di Lucchini, si legge il seguente brano dal libro Caporetto. Diario di una guerra del maggiore Angelo Gatti, a cui Cadorna aveva affidato il compito di redigere la storia ufficiale della guerra italiana: «21 ottobre.

Voci di una grande offensiva erano, più che corroborate da fatti, per alcuni ragionamenti. C’erano in pro di questa offensiva il gran numero di disertori austriaci che da qualche giorno affluiscono nelle nostre linee, le intercettazioni, il tiro delle artiglierie che da qualche giorno si viene intensificando sulle retrovie. Ma per causa del maltempo generale, tutti i nostri aviatori non hanno visto che moderato movimento nelle retrovie nemiche. Di tedeschi, poi, non si è visto altro che un annegato, pioniere, nell’Isonzo. Il continuo spostarsi della voce offensiva, che si diceva fissata pel 12 ottobre, poi per 19, e non viene mai, aveva fatto dubitare, o sorridere della cosa. A tavola scherzavamo, dicendoci: quando verrà questa offensiva? Ora, ripeto, pare che le truppe austriache e tedesche siano al nostro fronte».

La galleria segreta
«La galleria di Bretto - si legge sulle pagine del sito www.cavedelpredil.it - si trova a 240 metri sotto il cosiddetto livello zero e, con i suoi 4.844 metri di lunghezza, 2,5 metri di larghezza e 2 di altezza, collega la miniera a Log pod Mangrtom, località slovena ubicata sul versante opposto del Passo del Predil, e che si trova a 626 metri sul livello del mare (contro i 900 metri di Cave). I lavori di costruzione della galleria cominciarono nell’agosto del 1899 e terminarono nel giugno del 1905». La sera della vigilia dell’inaugurazione furono organizzati persino i fuochi d’artificio a Cave del Predil ed a Log. Il 16 luglio 1905, dopo aver accolto il ministro imperiale per l’agricoltura, il conte Bukovy, e altri illustri ospiti, davanti alla galleria venne svolta una cerimonia con la messa.

L’impianto fu battezzato «Kaiser Francesco Giuseppe I. Hilfstollen». In suo nome furono decorati tutti i dirigenti dei lavori. L’evento si concluse con la sfilata dei minatori e con una cena di gala.La galleria era stata costruita per consentire lo smaltimento delle acque circolanti nei livelli inferiori della miniera, ma fu ampliata durante la guerra e dotata di un trenino a trazione elettrica. Ebbene, nelle settimane che precedettero lo sfondamento gli austriaci vi fecero transitare 270 mila soldati a bordo di 22 mila treni elettrici a scartamento ridotto (la cosiddetta decauville). Era pronta la sorpresa strategica del 24 ottobre. 

Negli Apple Store torna l’Ora del codice

lastampa.it
ANDREA NEPORI

Anche quest’anno l’azienda di Cupertino prende parte all’iniziativa di Code.org con sessioni quotidiane gratuite di programmazione in Swift. Disponibili anche ulteriori risorse per gli insegnanti e un nuovo Playground per iPad

A dicembre, come ogni anno, torna l’Ora del codice , una serie di iniziative globali per favorire l’apprendimento dell’informatica che coinvolgeranno alcune decine di milioni di studenti in tutto il mondo. Fra i grandi nomi che hanno aderito all’iniziativa c’è anche Apple. Per il quinto anno consecutivo l’azienda di Cupertino offrirà brevi corsi gratuiti dedicati all’avvio alla programmazione in Swift, il linguaggio con cui si scrivono le app per iPhone, iPad, Mac, Apple Watch e Apple TV. 

Le “ore” del codice Apple si terranno quotidianamente dal 4 al 10 dicembre in tutti gli Apple Store, compresi quelli italiani. Si potranno scegliere due tipologie di lezione differenti: i bambini possono imparare le basi del codice con una speciale sessione “ora dei ragazzi”, mentre gli aspiranti programmatori dai 12 anni in su sono invitati a utilizzare l’app Swift Playground su iPad per iniziare a familiarizzare con i concetti base dello sviluppo software. Nell’applicazione è disponibile un nuovo tutorial speciale che guida lo studente nella costruzione di un robot digitale.



Le sessioni in ogni caso sono aperte a chiunque voglia cimentarsi con i rudimenti del coding, senza limiti d’età: per partecipare basta registrarsi sul sito Apple . L’azienda di Cupertino offre inoltre una sessione dedicata agli insegnanti (indipendente dall’Ora del codice), che si svolge negli Store ogni martedì, per tutto l’anno. Lo scopo dell’incontro è aiutare i docenti a scoprire modi nuovi e più efficaci per inserire la programmazione nel curriculum degli allievi, fornendo loro spunti di discussione e risorse gratuite realizzate ad hoc.

Il programma didattico “Programmare per tutti ”, reso disponibile da Apple in forma gratuita, offre poi una guida “Ora del codice”. Serve a facilitare l’organizzazione di un’iniziativa indipendente - della durata di un’ora - con cui le scuole o i centri ricreativi possono aderire alla settimana dell’educazione informatica. Sul sito ufficiale dell’iniziativa è possibile scoprire tutti gli eventi che si svolgono dal 4 al 10 dicembre in Italia e nel mondo.

Apple collabora con Intel per portare il 5G su iPhone

lastampa.it
ANDREA NEPORI

I modem per le reti di nuova generazione che arriveranno sui prossimi iPhone forse porteranno il marchio del colosso di Santa Clara. Una scelta forse legata ai cattivi rapporti con Qualcomm



REUTERS

Gli iPhone con connessione 5G potrebbero portare la firma di Intel. Secondo indiscrezioni riportate da Fast Company, gli ingegneri di Cupertino sono al lavoro con i colleghi di Santa Clara per mettere a punto la componentistica che porterà la connessione cellulare superveloce sugli smartphone della Mela nel 2019 o nel 2020. Nonostante i rapporti storici di collaborazione fra Apple e Intel la scelta è tutt’altro che ovvia. Nella competizione per il 5G è in vantaggio Qualcomm, grazie al modem Snapdragon X50 presentato a ottobre 2016 . L’azienda per altro già fornisce la maggior parte della componentistica 3G e 4G per i dispositivi della Mela. Il passaggio al 5G però offre ai produttori di smartphone un’occasione irripetibile per allentare la presa di Qualcomm sul mercato.

Chiunque produca uno smartphone che si collega a Internet, oggi paga una licenza - spesso molto cara - per sfruttare le tecnologie brevettate da Qualcomm negli anni ’90. Un obbligo da cui Apple ha provato a liberarsi di recente con una causa - ancora in corso - che ha fortemente inasprito i rapporti con il produttore di chip. E il cui epilogo, a questo punto, sembra puntare ad una rinnovata vicinanza con l’altro storico colosso californiano dei microprocessori. Intel, dal canto suo, sta investendo risorse ingenti per recuperare terreno sulla concorrenza e non ripetere le scelte sbagliate dei primi 2000 che hanno portato l’azienda a sottovalutare l’importanza del mercato dei processori per dispositivi mobili. Santa Clara ha dedicato un piccolo esercito - almeno qualche migliaio di ingegneri - alla ricerca e allo sviluppo dei modem per le reti 5G: la collaborazione con Apple è una battaglia da vincere a tutti i costi.

Secondo fonti di settore gli ingegneri di Cupertino stanno lavorando con i colleghi di Intel per riuscire a integrare i modem 5G in un unico SoC (System on a Chip) che le due aziende potrebbero costruire insieme. Si tratterebbe di una nuova versione dei processori Ax di Cupertino realizzata con un sostanzioso contributo tecnico di Intel, a cui potrebbe essere demandata anche la produzione fisica del componente.

Quanti presidenti ha l’Europa?

lastampa.it
PAOLO MAGLIOCCO

Parecchi, ma nessuno può dire di essere il presidente europeo

L’Unione europea ha parecchi presidenti, ma nessuno di loro può dire di essere il presidente europeo. 
Il ministro delle finanze portoghese Mario Centeno, per esempio, è il nuovo presidente dell’Eurogruppo, eletto al posto dell’olandese Jeroen Dijsselbloem. Centeno resterà in carica per due anni e mezzo (30 mesi). Ma l’Eurogruppo è in realtà solo un organismo informale dei ministri dell’economia, come chiarisce molto bene subito il suo stesso sito internet che si occupa di discutere le questioni economiche e finanziarie per preparare incontri e summit ufficiali.

Dal 2009, dopo il Trattato di Lisbona, l’Unione europea ha un presidente del Consiglio europeo, che è considerato quanto di più vicino ci sia oggi a un vero presidente dell’Unione, dal momento che ha anche un ruolo di rappresentanza. Ma in effetti ha soprattutto compiti di coordinamento e di preparazione degli incontri. Il suo potere è sorattutto quello di stabilire di cosa si parla (dettare l’agenda).

Al suo fianco continua a esistere la figura del presidente del Consiglio dell’Unione europea, quasi indistinguibile come definizione e però molto diverso. Il presidente del Consiglio europeo, che oggi è il polacco Donald Tusk, è infatti eletto, dura in carica trenta mesi e non ha altri incarichi: fa solo quello. Il presidente del Consiglio dell’Unione europea, oggi l’estone Jüri Ratas, è scelto invece a rotazione tra i capi di governo e resta in carica solo sei mesi (è quello che spesso viene chiamato “presidente di turno”).

Poi c’è il presidente della Commissione europea, quello che dovrebbe essere una specie di primo ministro europeo, coordinando il lavoro dei Commissari incaricati di singole questioni (un po’ come i ministri a livello nazionale). Infatti è lui, eletto dal Parlamento e in carica per ben cinque anni, a partecipare agli incontri come il G7, che riuniscono i rappresentanti dei Paesi per prendere insieme decisioni, anche importanti. Il presidente del Consiglio europeo, invece, a questi incontri non ci va. Presidente della Commissione europea è il ruolo che fu di Romano Prodi e che oggi è occupato dall’ex primo ministro del Lussemburgo Jean-Claude Juncker.

Poi c’è il Presidente del Parlamento europeo. In questa legislatura è l’italiano Antonio Tajani, rappresentante del centrodestra. Prima di lui è stato il socialdemocratico tedesco Martin Schulz, oggi leader del partito in Germania. La presidenza del Parlamento, in effetti, sembra un ruolo che prepara a incarichi importanti nel proprio Paese.

Ma ci sono anche una Corte dei Conti europea e una Corte di giustizia europea (quella che deve decidere se Berlusconi possa tornare a candidarsi), ciascuna con il proprio presidente. Pure Mario Draghi è un presidente, presidente della Banca centrale europea (e non Governatore come spesso si scrive), eletto dal Consiglio europeo e in carica per otto anni con un mandato che non può essere rinnovato. Tra tutti, forse è il presidente con maggiore potere reale. 

Truffe e frodi online sono la nuova piaga del crimine: ecco i pericoli maggiori

lastampa.it
CAROLA FREDIANI, DAVIDE MANCINO

In Italia crescono le denunce di reati informatici: Milano, Bologna, Genova e Napoli in prima linea

Nel 2016 le denunce per truffe e frodi informatiche in Italia hanno toccato un nuovo picco storico, arrivando a 250 ogni 100mila abitanti e registrando una crescita di oltre il 50% rispetto al 2010 – primo anno per cui l’Istat fornisce statistiche in merito. Si tratta di un trend in continua ascesa che, a parte un rallentamento nel 2014, segnato più che altro dal confronto con l’impennata del 2013, negli ultimi due anni ha ripreso a salire. In particolare truffe e frodi informatiche sono al quinto posto per numero di denunce, più di furti d’auto, minacce e lesioni, e in misura ancora maggiore rispetto ai reati legati agli stupefacenti.

I dati - spiega la stessa Istat a La Stampa - arrivano già aggregati dal Ministero dell’Interno e non dettagliano il tipo di attacco informatico, includendo solo alcuni articoli del codice penale su truffe e frodi informatiche a prescindere dall’eventuale compresenza di altri reati. Ciò non aiuta a definire con chiarezza i singoli fenomeni cybercriminali raccolti in queste denunce. Attacchi di phishing (invio di email fraudolente per rubare credenziali, infiltrare un sistema, sottrarre denaro) possono integrare più reati assieme. Lo stesso vale per un ransomware, un virus del riscatto.

Secondo una fonte investigativa che si occupa di reati informatici interpellata da La Stampa (e che chiede l’anonimato), è probabile che in quei dati sia elevata la parte di truffe subite dagli utenti che comprano o vendono oggetti online, sui siti di annunci, perché nelle procure hanno effettivamente assistito a una crescita di segnalazioni al riguardo. Anche il phishing o le truffe originate dal phishing potrebbero finirci. Come raccontato in una inchiesta de La Stampa , nel nostro Paese si sono diffuse anche truffe in cui gli attaccanti, dopo aver inviato proprio una mail fraudolenta ed essersi interposti nelle comunicazioni mail, hanno svuotato i conti di aziende, intercettando i pagamenti dovuti ai fornitori (attraverso una richiesta di cambio di IBAN).

Da notare anche il dato sui Delitti informatici, più in basso in classifica ma pur significativo, che dovrebbe includere attacchi informatici in senso stretto, accessi abusivi, danneggiamenti, ecc. Altro elemento interessante è quello geografico. L’aumento delle denunce è stato forte in molti grandi Comuni, ma spiccano in particolare Milano, Bologna, Genova e Napoli, dove il numero è andato crescendo quasi costantemente dal 2011. In particolare, per le prime tre città e soprattutto per quella ligure.

Oltre a farci capire quanto spesso questi reati vengono denunciati, i numeri ci consentono di avere un’idea – un po’ sommaria – anche di quanto si riesca a contrastare il fenomeno. Negli archivi, in aggiunta a tutte le altre informazioni, viene registrato quanto spesso un presunto autore del reato sia individuato entro l’anno della denuncia. Scopriamo così che truffe e reati informatici sono crimini per cui assai di rado le vittime ottengono una giustizia rapida: storicamente solo il 17-18% delle denunce porta a scoprire rapidamente gli autori, e come spesso accade anche per altri crimini più passa il tempo meno diventa probabile risalire ai responsabili. Da questo punto di vista il 2016 appare come un anno particolarmente negativo: la fetta di denunce che arrivano poi a individuare presunti autori è calata al minimo da diversi anni a questa parte.

Tuttavia anche in questo caso il dato va interpretato. “Anche se sembra bassa la percentuale del 17 per cento, bisogna tenere conto della complessità di identificare un autore di un reato informatico”, commenta a La Stampa Giuseppe Vaciago, avvocato esperto in diritto penale societario e delle nuove tecnologie. “In questa prospettiva il dato non sembra nemmeno così basso. Sarebbe interessante capire se include anche casi di “insider threats”, ovvero quei reati di furto di conoscenze e proprietà intellettuale commessi dai dipendenti che lasciano l’azienda per una sua concorrente portando con loro in dote segreti industriali di particolare rilevanza”. E dove è più facile identificare chi ha commesso l’illecito.

Per altro queste cifre si riferiscono a presunti autori di reato, a indagati, che ancora non hanno terminato l’iter processuale e che potrebbero risultare estranei ai fatti. Più in generale, va anche ricordato che stiamo parlando solo di reati denunciati alle autorità – non di quelli effettivamente commessi in Italia. Nel caso di truffe e frodi informatiche, poi, questa è una distinzione ancora più significativa, perché si tratta di crimini che non sempre vengono portati all’attenzione di magistratura e forze di polizia. Vuoi perché non sono considerati abbastanza gravi da giustificare lo sforzo necessario a denunciare. O perché si pensa che serva a poco. Inoltre a volte le stesse aziende non segnalano una violazione informatica perché temono ripercussioni sulla reputazione e non solo.

Eppure dati chiari, completi, circostanziati sulla cybercriminalità e i suoi effetti in Italia sarebbero molto utili. Ora qualcosa potrebbe cambiare proprio dal maggio 2018. “Il nuovo regolamento sulla privacy, il GDPR, introducendo l’obbligo di segnalare un data breach, cioè una violazione di dati, da parte delle organizzazioni, ci permetterà di avere un cambio di paradigma”, commenta ancora Vaciago. “In pratica emergerà una parte del sommerso”.

Mussolini era solo mio nonno

ilgiornale.it




Da questa estate la solfa dell’antifascismo militante è ritornata a farsi sentire con un certo stordente accanimento e una perentorietà di principi nella logica solita di un asfittico manicheismo: il Bene da una parte (la loro) e il Male (quello ‘assoluto’) dall’altro.

Eppure, in tanti stanno cadendo in questa trappola, nonostante le esperienze passate avrebbero dovuto plasmarci e renderci immuni dal vacuo dibattito finto-ideologico. In questo calderone mediatico in cui, un giorno sì e l’altro pure, ci si occupa di ragazzotti in bomber e teste rasate che irrompono in una riunione privata, di una bandiera posta al muro di una caserma dei carabinieri (bandiera neonazista? o magari una Reichskriegsflagge? oppure ancora vessillo guglielmino-bismarckiano?) anche i più avveduti fanno una figura da pivellini.

Perché sono tutti lì, a rimestare nel torbido, senza che nessuno abbia il coraggio di dire che a pagarne le conseguenze dovrà essere il singolo carabiniere, il singolo naziskin, e che perciò sarebbe più utile, per tutti, di occuparsi di vicende tremendamente più serie.I teatranti della politica e del giornalismo, al contrario, sguazzano in questo putridume e sono capaci di riproporci con inaudita attualità la trita e ritrita vicenda del ‘fascismo prossimo venturo’, del pericolo del radicalismo di destra, del nascente neonazismo.A questo fronte patologico bisognerebbe rispondere scegliendo solo due strade: 1) mettere in piedi un serio dibattito pubblico sul Ventennio, a fronte di studi storiografici oramai variegati e esaurienti; 2) sorridere con sarcasmo e non partecipare ad alcuna diatriba televisiva di basso spessore culturale, offensiva per i partecipanti e per chi assiste da telespettatore.

E invece cosa accade? In un contesto irreale come quello appena citato, accade che la onorevole Alessandra Mussolini dichiari nell’anno domini 2017 (mese di dicembre): <<Mi sento perseguitata per il mio cognome>>. Tale dichiarazione ha avuto però un corredo di giustificazioni. Si è detta, la parlamentare, non più disposta a sostenere inutili e disturbanti dibattiti televisivi su questioni obsolete. Le avevamo creduto, sbagliando. Il giorno dopo era già in una nota trasmissione domenicale de La7, a commentare la vicenda dei naziskin che irrompono nella riunione privata, e da lì, una volta che le pressioni e le domande dei suoi interlocutori si facevano più pressanti, a districarsi tra i gangli di un confronto surreale ribadendo che ‘’la sua’’ è sempre e solo una difesa del nonno. Un fatto di famiglia insomma, una difesa di un parente come può capitare ad ognuno di noi.

Tiene infatti a ribadire che quando va a Predappio a pregare sulla tomba del nonno e degli altri parenti non pensa alle contaminazioni di carattere politico. Si reca in quel posto come facciamo tutti noi il 2 novembre quando recitiamo qualche preghiera sulla tomba dei defunti. Sentimento comprensibile e legittimo sul piano personale, probabilmente genuino e intriso di umanità. Resta però la questione di fondo: la signora Alessandra è in Parlamento perché suo nonno si chiamava Mussolini Benito e non Pinco Pallo o Gennarino Esposito.

00049F25-alessandra-mussolini

Quando poco più che ragazzo passavo intere nottate (che diventavano settimane) ad attaccare fino all’alba manifesti col quel cognome in caratteri cubitali e ‘Alessandra’ talmente piccolo che neanche i microscopi della Nasa sarebbero riusciti a percepirne le prime lettere, lo facevo per Mussolini (Benito) e non per ‘un nonno’ di una graziosa, intelligente e bella signorina. E lo facevo per quello slogan (‘Il ritorno di fiamma’) che era tutto un programma di liberazione e di rinascita per un mondo di reietti tenuti fuori dall’arco costituzionale e non solo. Non pensavo a dittature, colpi di Stato, marce su Roma e cose simili ma ad una possibile rivoluzione conservatrice.

Capisco i tormenti, le pressioni, gli attacchi subiti dalla sua famiglia nei decenni successivi ma quando ormai tutto è storicizzato, e nessuno crede più che possa ritornare il fascismo tranne coloro i quali aizzano gli italiani in maniera strumentale paventando futuri scenari plumbei, …ecco che, proprio allora, bisognerebbe liberarsi dalla zavorra ed avere coraggio. Proprio allora, sia in dibattiti pubblici che in situazioni similari, essendo il fascismo un fatto storico (e storicizzato), bisognerebbe essere temerari e scegliere, tra le tante, solo due opzioni: o sostenere un’articolata analisi sull’intero fenomeno, o evitare di andare in pellegrinaggio per talk show confessando che lo si fa per difendere la memoria di un parente stretto e quindi rinunciando al contraddittorio.

Tutto qui. Alla fine, rimane l’amaro in bocca e una disillusione mista a rabbia. Due decenni di vita personale e collettiva dove poco o nulla è cambiato e che lasciano in eredità ammonimenti e tirate moralistiche da Fiano e compagnia cantando, come se si vivesse negli anni Settanta. Una ritorno al passato, senza dubbio. Al passato più buio e sterile. Ma non più ‘un ritorno di fiamma’, cara Alessandra.

Vita e morte di Patrick Il condannato che batté l'ultima ghigliottina

ilgiornale.it
Gaia Cesare

Nel '77 il processo che "abolì" la pena capitale. E il suo legale divenne ministro della Giustizia



Per salvarlo, il suo avvocato si rivolge alla giuria chiedendo di «non tagliare in due un uomo vivo».
Un'arringa che diventa memorabile. Così Patrick Henry scampa alla ghigliottina. È il 1977 e la Francia non ha ancora abolito la pena di morte. Lo fa quattro anni più tardi, grazie a quell'avvocato che diventerà poi ministro della Giustizia al fianco di François Mitterand. Per questo la storia di Patrick Henry è da sempre la storia dell'uomo simbolo della fine della ghigliottina in Francia.

Il sipario è calato definitivamente su di lui domenica, quando uno dei protagonisti più controversi della storia d'Oltralpe si è spento a Lille, per un cancro, all'età di 64 anni. Da allora - e sembra incredibile siano passati solo quarant'anni - la Francia ha detto addio allo strumento punitivo più crudele e spettacolare della sua barbarie. Henry è uscito di cella a settembre, ottenendo la sospensione di pena per motivi di salute. Ha passato 40 anni in carcere per un delitto che i francesi, in realtà, non gli hanno mai perdonato.

Ha strangolato con le sue mani il piccolo Philippe Bertrand, 7 anni, dopo averlo prelevato da scuola per chiedere un riscatto. Nascosto il corpo del bambino sotto il letto di una stanza d'albergo, Henry chiede pubblicamente (e impudicamente) la morte per gli assassini, prima che si scopra che lo spietato assassino è lui. Ma il processo ai suoi danni si trasforma in un processo alla pena di morte. Grazie al legale Badinter, poi divenuto ministro, Henry diventa il simbolo di una pena barbara che nemmeno i genitori del piccolo avrebbero mai voluto per il killer del loro bambino. Così, nonostante quattro mesi prima, a giugno, l'imputato Christian Ranucci venga giustiziato per lo stesso crimine, Henry scampa d'un soffio la ghigliottina.

Quattro anni dopo, quando Mitterand conquista l'Eliseo e porta Badinter alla Giustizia, la Francia dice addio alla pena di morte. Il 62% dei francesi in realtà è favorevole ma la gauche tira dritta per la sua strada. Un cammino senza ritorno per la Francia. Per Henry, invece, una parabola che non riuscirà mai a regalargli il volto del redento. Perché nonostante nel 2001 sia riuscito a ottenere la libertà condizionata come detenuto modello, l'anno dopo torna in carcere. Sorpreso prima a rubacchiare e poi in Spagna con dieci chili di cannabis in auto. Di prigione da allora non è mai più uscito, tranne che il mese scorso per motivi di salute.

1977-2017: la Francia seppellisce con la morte di un simbolo anche un pezzo della propria storia, sotto la presidenza di Valéry Giscard d'Estaing. L'ultima condanna con il taglio della testa è del 10 settembre di quarant'anni fa, ai danni di Hamida Djandoubi, un immigrato tunisino di 27 anni condannato per aver torturato e ucciso l'ex compagna. È l'ultimo tragico atto nel Paese che con Joseph-Ignace Guillotin ha dato alla ghigliottina anche il nome. E l'ha esportata nel mondo dopo averla trasformata nel simbolo della sua Rivoluzione. Con le teste di Luigi XVI e Maria Antonietta che rotolano davanti agli occhi del popolo sovrano il 21 gennaio 1793.

Cosa significa essere poveri in Italia?

lastampa.it
paolo magliocco

Dice l’Istat che un italiano su cinque è a rischio povertà: ecco come funziona il calcolo



L’Istat ha pubblicato i risultati di una indagine dalla quale risulta che il 20,6 per cento degli italiani, uno su cinque, sono a rischio di povertà: non ancora davvero poveri, ma corrono il pericolo di diventarlo da un momento all’altro. La percentuale è in aumento rispetto all’anno precedente e non era mai arrivata a questo livello almeno negli ultimi dieci anni. Definire che cosa sia la povertà non è affatto semplice e infatti il rischio di povertà è solo uno degli indicatori che l’Istat utilizza per capire un fenomeno assai complesso. In questo caso economisti e statistici calcolano un valore di riferimento. Se in una famiglia entra meno del sessanta per cento di questo valore, la famiglia è a rischio.

La formula vale in tutta l’Europa, ma siccome il calcolo si basa sul reddito di ciascun Paese, chi è considerato a rischio di povertà in Italia potrebbe non esserlo con lo stesso reddito in Grecia o in Portogallo, dove si guadagna meno. Fatti i calcoli, la soglia di povertà per il 2016 è stata fissata in Italia dall’Istat a 9748 euro, che significano 812 euro al mese. Se in una famiglia non entra nemmeno questa cifra, vuol dire che è a rischio. La percentuale di coloro che si trovano in questa situazione, come si è detto, ha superato il 20 per cento ed è molto più alta al Sud, ma la situazione nell’ultimo anno è peggiorata soprattutto nel Nord-Ovest. Ci sono almeno altri due indici usati spesso dall’Istituto di statistica per definire chi è in grave difficoltà economica: l’indice di povertà assoluta e quello di povertà relativa.

La soglia di povertà relativa è calcolata in modo simile al rischio di povertà, ma guardando solo alle spese per i consumi. Rispetto al reddito non si tiene conto, per esempio, di quello che alcune famiglie riescono a risparmiare. Più o meno l’idea è che se una famiglia non sia in condizione di spendere gli stessi soldi che in media le altre famiglie spendono, è considerata sulla soglia della povertà relativa. La cifra in questo caso viene corretta in base al numero delle persone che vivono insieme. Per il 2016 è stata fissata a 636 euro al mese per chi vive da solo, a 1061 euro per una coppia, a 1411 euro per una famiglia di tre persone che salgono a 1730 se si è in quattro e a 2016 euro quando a dover pagare l’affitto, le bollette, mangiare e vestirsi con questi soldi sono cinque persone. Le famiglie in povertà relativa sono circa una su dieci, che salgono a quasi a una su tre quando si è in cinque.

La soglia di povertà assoluta è molto diversa. In questo caso quello che si cerca di capire è se le famiglie siano in grado di comprare il minimo indispensabile per vivere. È un calcolo molto più difficile. Viene costruito un elenco (paniere) di beni considerati necessari, si controllano i loro prezzi nelle diverse zone dell’Italia, poi si vede se le spese per i consumi delle famiglie sarebbero sufficienti per comprare almeno queste cose tenendo conto, anche in questo caso, del numero delle persone che vivono nella famiglia. Così per esempio una persona sola tra i 18 e i 60 anni è considerata in situazione di povertà assoluta se non può permettersi di spendere 554 euro in un piccolo Comune del Sud, che diventano 817 euro in una grande città del Nord, mentre una famiglia di quattro persone in una città di medie dimensioni del Centro Italia deve poter fare acquisti almeno per 1527 euro al mese.

L’anno scorso in situazione di povertà assoluta, cioè sotto quest soglie di spesa, si trovavano in Italia 4 milioni e 742 mila persone riunite in 1 milione e 619 mila famiglia: una famiglia su tredici è nella povertà assoluta, una su dieci se si guarda solo al Sud.

Piccolo vademecum di sicurezza sulle luci per l’albero di Natale

lastampa.it
lorenzo fantoni