Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

venerdì 1 dicembre 2017

‘Ecco come Amazon ci spreme fino allo sfinimento’. Parlano due magazzinieri del centro di smistamento di Piacenza

repubblica.it
Matteo Zorzoli


Getty Images

“Ad Amazon sopravvivi al massimo 4-5 anni. L’azienda ti spreme fino a quando le servi e poi sarai tu stesso a decidere di lasciarla”. A parlare è uno dei 1.800 “supermagazzinieri” del centro di smistamento Amazon di Castel San Giovanni, in provincia di Piacenza, uno dei più grandi d’Europa. Luca (lo chiameremo così per garantirne l’anonimato) ogni giorno smista dai 18 ai 24mila pacchi e percorre circa 10 chilometri in uno spazio grande come dodici campi da calcio. Non può parlare con i suoi colleghi durante le otto ore di lavoro e deve giustificarsi se va in bagno più di una volta nello stesso turno.

Proprio oggi, in occasione del Black Friday, il Venerdì Nero, in cui le richieste di acquisto online raggiungeranno il picco massimo (l’anno scorso sono arrivate a 1,1 milioni solo in Italia) Luca incrocerà le braccia assieme a molti dei suoi colleghi nel primo sciopero organizzato dalle organizzazioni sindacali del territorio per i lavoratori Amazon. Un’occasione unica per lanciare ai vertici del colosso americano un segnale forte sulle condizioni di lavoro estreme all’interno dei centri di smistamento.


Peter Macdiarmid/Getty Images
“Come tutte le catene di montaggio che si rispettino, anche quella di Amazon è divisa in reparti – spiega Luca –  Ci sono i “receive” che registrano con pistole scanner tutti i prodotti che arrivano all’interno del magazzino su un nastro trasportatore. Ci sono i “runner” che riempiono delle ceste, spesso molto pesanti, le spostano senza sosta da una parte all’altra dello stabilimento, riempiono gli scaffali e aggiornano l’inventario. E infine c’è l’”outbound“, la parte finale e forse più frenetica, in cui i prodotti ordinati devono essere caricati sui furgoncini che raggiungeranno tutte le città italiane”.

Ogni singolo movimento viene monitorato dal “Grande Fratello” aziendale. Appena un lavoratore comincia a usare la sua pistola scanner, il suo nome viene automaticamente associato all’apparecchio: in questo modo i manager potranno calcolare i suoi tempi di lavoro. “Sanno in tempo reale cosa fai e in quanto tempo lo fai – racconta Luca -. Se non hai il “passo Amazon”, l’andatura frenetica che fin dal primo giorno ti dicono di tenere, vieni affiancato da un responsabile che ti detta i tempi corretti per mantenere gli standard”.


JOHN MACDOUGALL/AFP/Getty Images
Naturalmente lo stress, l’ansia e la fatica causati dall’ossessione della produttività e dal rispetto delle scadenze hanno ripercussioni sulla salute psico-fisica dei dipendenti. “E’ capitato molte volte che l’ambulanza portasse via dipendenti colpiti da attacchi di panico – ricorda Angela, un’altra dipendente che aderirà allo sciopero. “Conosco colleghi che ormai da anni sono sotto psicofarmaci e soffrono di depressione. Il sindacato stesso mette a disposizione un supporto psicologico”.

Secondo le stime dei Ugl di Piacenza il 70 per cento dei dipendenti Amazon di Castel San Giovanni, ha ernie e problemi alla schiena e al collo. Senza contare i problemi alle ginocchia, le tendiniti e le sindromi del tunnel carpale. “Molti dei movimenti che facciamo fino allo sfinimento dovrebbero essere svolti da macchine, l’uomo non dà alcun valore aggiunto alla catena produttiva – continua Luca –. Ma noi siamo i loro robot e a nessuno importa se la mia caviglia, sottoposta alla stessa torsione da destra a sinistra per più di anno, ora non ha più cartilagine”.

“I manager, spesso giovani neolaureati, si limitano a farci fare stretching durante il briefing di inizio giornata, in cui ci motivano a dare il nostro meglio – spiega Angela. – Se chiedi un colloquio con uno di loro per informarlo delle tue condizioni di salute sono anche disposti ad ascoltarti, ma poi non seguono decisioni che migliorano la tua situazione. Mi spiego meglio: se hai un problema alla schiena e chiedi di lavorare in un altro reparto in cui si fa meno fatica per un po’ di tempo, le tue richieste nella maggior parte dei casi non vengono accolte. La giustificazione più abusata? Non si fanno favoritismi.


Il ceo di Amazon, Jeff Bezos. Getty Images
Ed è proprio questo uno dei motivi che ha spinto Fisascat Cisl, Filcams Cgil, Ugl Terziario e UilTucs Uil di Piacenza a organizzare lo sciopero di oggi: l’azienda americana non applica la rotazione delle mansioni in caso di malattia “normale” (figuriamoci per quella “professionale”), la cosiddetta “job rotation” contenuta nel Documento di Valutazione dei Rischi aziendali (DVR).

“Una rotazione che non viene applicata nemmeno nella messa a punto dei turni – spiega Francesca Benedetti, Segretario generale della Fisascat Cisl di Parma e Piacenza –. Chi fa il turno dalle 14 alle 22 per cinque giorni a settimana non può ottenere un cambio con il turno diurno. Si sono rivolti a noi padri e madri che non vedono mai i propri figli durante la settimana. E nei periodi più caldi dell’anno queste persone devono lavorare 6 giorni a settimana senza straordinari”.

All’interno del centro di Castel San Giovanni lavorano 1.800 dipendenti con un contratto a tempo indeterminato e almeno altrettanti vengono “arruolati” nei periodi delle festività, con contratti “a somministrazione” (i cosiddetti “green badge”). Solo da marzo 2016 i quasi 4000 lavoratori sono tutelati da un supporto sindacale. “In azienda si respira tuttora un clima antisindacale – racconta Luca –. Qualsiasi forma di aiuto per i lavoratori è vista dalla dirigenza come un rallentamento dei processi. Più volte mi è capitato di assistere a ritorsioni verso dipendenti che avevano partecipato alle assemblee all’interno dell’azienda.

Un po’ di tempo fa un responsabile che aveva presenziato per circa un’ora, senza alcuna spiegazione è stato messo a svolgere una mansione ‘da operaio’ per due settimane. Molti dei contratti “a somministrazione” sono stati lasciati a casa per la stessa motivazione”.La sfida più grande è proprio quella di educare i dipendenti, spesso poco informati o impauriti, a conoscere i propri diritti. “Se noi apriamo le porte a una cultura del lavoro come quella che sta cercando di esportare Amazon, rischiamo di fare un salto nel passato di 80 anni – continua Benedetti .- Rischiamo di tornare alla catena di montaggio che Charlie Chaplin stigmatizzava in Tempi moderni”.


Charlie Chaplin in Tempi moderni. Wikipedia
Il primo passo è stato fatto lo scorso settembre con il blocco degli straordinari, in coincidenza con il boom dei libri scolastici.  “In quell’occasione abbiamo cercato invano di convincere Amazon a darci risposte sul miglioramento delle condizioni lavorative sia dal punto di vista salariale che da quello della salute psico-fisica. Ormai le strade per arrivare ad un compromesso ed evitare uno sciopero le abbiamo percorse tutte” – confessa Benedetti.

La risposta dell’azienda non si è fatta attendere. Amazon ha precisato che “resterà focalizzata nel mantenere i tempi di consegna ai clienti per la giornata del Black Friday e per le giornate successive”. Nessun passo indietro, dunque, da parte del gruppo, che ha chiuso l’ultimo trimestre con 38 miliardi di ricavi e viaggia su una capitalizzazione di mercato di 557,2 miliardi di dollari.

«Vogliamo che una minima parte di questi guadagni sia redistribuita al retrobottega, a tutti quei lavoratori che chiunque faccia un ordine su Amazon non conosce, ma che esistono e sono migliaia. I soldi ci sono – conclude la sindacalista – Avevamo chiesto una cifra da dare in più a Natale per chi farà turni massacranti». Cosa ci è stato risposto? “Vi lascio immaginare”.

Decifrate le lettere di un deportato ad Auschwitz: "Portavo gli altri a morire dicendo loro la verità"

repubblica.it
di PATRIZIA BALDINO

Marcel Nadjari nel lager era nel Sonderkommando: era costretto a occuparsi dei deportati destinati alle camere a gas. I 13 fogli nascosti sotto terra e tornati leggibili grazie alle nuove tecnologie

Decifrate le lettere di un deportato ad Auschwitz: "Portavo gli altri a morire dicendo loro la verità"
Le lettere ritrovate e 'ripulite' grazie alle nuove tecnologie

"Come potrei temere la morte dopo tutto quello che ho visto qui?". Nelle sue lettere dall'inferno in terra, il campo di concentramento di Auschwitz, Marcel Nadjari racconta. Lui, un ebreo greco, si trovava nel lager come deportato, insieme ai genitori e alla sorella Nelli, che morirono poco dopo il loro ingresso. I suoi testi, per oltre 70 anni, non li ha mai letti nessuno.

Tredici fogli strappati da una quaderno, scritti nell'urgenza di raccontare l'orrore che stava vivendo e di cui era stato costretto a diventare anche parte attiva. I nazisti lo mettono nel Sonderkommando, quel gruppo di prigionieri che gestiscono lo 'smaltimento' dei deportati nelle camere a gas. Un compito terribile: accompagnarli alla morte, poi spostare i corpi, tagliare i capelli, raccogliere i denti d'oro e infine bruciare i resti. La parte peggiore è la prima, quando i prigionieri destinati alla soluzione finale gli chiedono dove stiano andando e cosa accada in quei fabbricati. "Alle persone il cui destino era segnato ho detto la verità".

Una volta nudi i prigionieri andavano nella camera della morte, con le finte docce da cui usciva il gas. "Sono stati costretti ad entrare a frustate e poi sono state chiuse le porte". Marcel diventa da vicino il testimone della follia nazista. Non ha paura di morire, anzi è convinto che succederà presto. E per questo decide di affidare i suoi pensieri a fogli di carta che poi nasconde sotto terra. Un ricordo della sua presenza e un monito per l'umanità che arriverà dopo di lui.

Una testimonianza importante ritrovata per caso, nel 1980, da uno studente polacco che partecipava a uno scavo. Il documento, che era stato per ben 36 anni sotto terra, era molto rovinato, quasi illeggibile. Solo oggi, grazie alle nuove tecnologie e al progresso dell'informatica, gli scritti di Marcel sono stati finalmenti tradotti, raccontando una delle pagine più atroci del campo di sterminio. "Ogni volta che uccidono, mi chiedo se Dio esiste", si legge in uno dei fogli. In un altro, Marcel scrive di essere dispiaciuto per due cose: non riuscire a vendicarsi e non poter dare agli altri prigionieri una morte più degna e 'umana'.

Lo storico russo Pavel Polian, che si è occupato della traduzione del documento, ha fatto un'altra scoperta inaspettata: Marcel è sopravvissuto grazie al caos provocato dall'arrivo dell'armata russa, che obbligò i custodi del lager a spostare i prigionieri in altri campi. Trasferito in Austria, dopo la vittoria degli alleati Nadjari è stato liberato. L'uomo si è rifugiato negli Stati Uniti, dove si è sposato e ha lavorato come sarto a New York. È morto nel 1971. Ha lasciato una figlia a cui sono stati consegnati i fogli scritti dal padre.

Ora la preziosa testimonianza viaggerà per le sinagoghe - è già stata letta in quella di Salonicco, città natale della famiglia Nadjari -  per parlare di quello che Marcel voleva trasmettere: un pensiero di fratellanza e di solidarietà, soprattutto nel dolore.

Napoli, centro sociale invita terrorista che dirottò due aerei

ilgiornale.it
Luca Romano

Leila Khaled a Napoli per parlare al centro sociale della resistenza palestinese



Fu al centro di due dirottamenti, nel 1969 e nel 1970. Ciononostante Leila Khaled, ex militante del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, sarà a Napoli per parlare all'ex Asilo Filangieri, un edificio del Comune gestito ora da un collettivo. Poco conta il suo passato. Ha risposto "sì" all'invito a parlare a un convegno sull'occupazione militare della Palestina e sul diritto alla resistenza, dove racconterà anche la sua esperienza personale.

Nei dirottamenti di cui si rese complice, spiega uno degli organizzatori al Mattino, "non ci sono state vittime civili" e questo rende simbolici gli eventi. Ciononostante a volere chiarimenti sono i consiglieri di Forza Italia e del Partito Democratico, soprattutto alla luce del fatto che tra gli invitati risultati esserci anche il sindaco Luigi De Magistris, anche se dall'Asilo non confermano. Mara Carfagna, consigliera per Fi, ha scritto un'interrogazione parlamentare al ministro dell'Interno Marco Minniti. E chiede come "in un momento storico così delicato in cui la lotta al terrorismo e la garanzia della sicurezza dei cittadini" sono centrali "sia permesso ad un'esponente di una formazione terroristica di poter parlare in una struttura pubblica".

All'asta a Parigi il rotolo maledetto del Marchese De Sade

ilgiornale.it
Aurora Vigne

Va all'asta il manoscritto originale delle "120 giornate di Sodoma" del Marchese De Sade (pseudonimo di Donatien Alphonse Francois De Sade, 1740-1814), il più perverso romanzo della letteratura del XVIII secolo. Si tratta di una lunga pagina di fogli incollati (12 metri per 11,5 centimetri), scritta fronte-retro con minuscola calligrafia, in modo da essere arrotolata e quindi meglio nascosta. Il 'rotolo maledettò sarà messo in vendita il prossimo 20 dicembre a Parigi presso Drouot, durante una vendita giudiziaria che sarà condotta da Claude Aguttes.



Ecco perché ‘Homo sapiens’ (cioè noi) è sopravvissuto mentre Neanderthal si è estinto

repubblica.it
Federica Vitale


Rappresentazione di una famiglia di neandertaliani nel Museo Neanderthal di Krapina (Croazia)

Perché l’uomo moderno (Homo sapiens) è riuscito a sopravvivere fino ad oggi, mentre altre specie di ominidi sono scomparse nel corso della storia? Secondo uno studio condotto da Oren Kolodny e Marcus Feldman, due biologi evoluzionisti dell’Università di Stanford, la risposta a questo enigma è nei movimenti migratori dei nostri antenati diretti.L‘Homo sapiens si è evoluto, formando grandi popolazioni in Africa. Verso la fine del Paleolitico medio, cominciò a migrare verso l’Eurasia, una regione abitata in quel momento da un’altra specie di ominidi, i Neanderthal. Entrambi i gruppi sono coesistiti nel corso di un arco temporale compreso tra i 10.000 e i 15.000 anni, scambiandosi materiale genetico durante le relazioni interspecie che si sono verificate occasionalmente.

Tuttavia, verso l’anno 36.000 a.C., solo l’uomo moderno sembra essere stato l’unico abitante di quel territorio, mentre i neandertaliani si erano estinti. La spiegazione scientifica finora accettata attribuisce la sostituzione definitiva della popolazione dei Neanderthal da parte degli esseri umani moderni a fattori esterni, quali il cambiamento climatico e le epidemie, ma anche la concorrenza tra le due specie e le rispettive risorse. In tal modo, il vantaggio dell’Homo sapiens sarebbe stato assicurato da una dieta più ampia, uno stile di vita più efficiente e, soprattutto, la sua superiorità cognitiva.

Tuttavia, molti di questi studi si basano sul presupposto che l’uomo moderno abbia avuto necessariamente un vantaggio evolutivo dal punto di vista della selezione naturale delle specie.Quindi, l’obiettivo dello studio di Stanford è stato quello di provare ad identificare tale vantaggio.


Gruppo di ominidi. Enciclopedia Britannica
La spiegazione proposta da Kolodny e Feldman non nega il possibile effetto di fattori esterni, ma non li accetta a priori. Questi sostengono che la costante migrazione dell’Homo sapiens dall’Africa all’Europa sia stato sufficiente a provocare la sostituzione dell’uomo di Neanderthal a beneficio degli esseri umani moderni, senza che la prima avesse un vantaggio evolutivo. I ricercatori di Stanford hanno modellato statisticamente i cambiamenti di popolazione di entrambi i gruppi nel tempo. Per questo, lo scenario simulato è iniziato da due popolazioni (gli uomini moderni e i neandertaliani, appunto) situati in due diverse aree (Africa e Europa). Nella simulazione, le due specie non si mescolano né hanno vantaggi evolutivi l’uno sull’altro.

Gli scienziati hanno scoperto che i neandertaliani restarono circoscritti allo stesso territorio, mentre l’Homo Sapiens migrò in un flusso costante di piccoli gruppi dall’Africa vero il territorio europeo. Ogni volta che un piccolo gruppo si estingueva in Europa, indipendentemente dalla specie a cui apparteneva, quella zona era poi occupata da un altro gruppo. Questo processo si è ripetuto continuamente finché, in Europa, non sono rimasti solo rappresentanti di una singola specie.Tutte le simulazioni eseguite da Kolodny e Feldman, ripetute migliaia di volte, hanno dato come “vincitore” l’Homo sapiens. Così, gli scienziati sono giunti alla conclusione che il semplice processo migratorio degli uomini moderni abbia garantito, in termini probabilistici, un’eventuale sostituzione della popolazione neandertaliana.

L’uomo preistorico esplorava, la donna stava a casa. Sbagliato: era la donna a viaggiare, diffondendo cultura e tecnologia

repubblica.it
Massimiliano Di Marco


Linus Torvalds, lo sviluppatore finlandese che ha creato Linux. Flickr/Linux Foundation

L’open source è l’alleato nascosto dei progetti, anche quelli più in vista. La sua “ombra” è un po’ ovunque anche se spesso non si prende meriti. Negli anni è diventato una pedina fondamentale dell’umanità, in tanti campi. Sebbene sia nata in campo informatico, in realtà si può applicare a tanti progetti in cui la mentalità aperta del creatore aspira a creare una comunità libera, che permetta ai suoi membri di interagire l’uno con l’altro e poi di offrire il risultato dello sforzo collaborativo. Persino l’azienda di arredamento svedese Ikea l’ha applicata a un suo prodotto: un divano che i consumatori possono personalizzare e a cui designer e arredatori di terze parti possono poi aggiungere delle “estensioni”, proprio come se fosse un browser per PC.


Ikea

L’open source, però, non è soltanto un progetto unico e completamente formato. Tante aziende di elettronica come Apple, Amazon, Facebook o Microsoft usano “pezzi” di software libero per poi integrarlo nel proprio software proprietario. Un atteggiamento che può sembrare “meschino”: usufruire del lavoro che altri hanno svolto spesso volontariamente al fine di creare un prodotto su cui trarre profitto. Alcune di queste società, però, ricambiano il favore: su GitHub, piattaforma dove gli sviluppatori possono scambiarsi i progetti, Microsoft è la società con più contributor, ad esempio. Il numero è quasi il doppio di quelli di Facebook, al secondo posto della classifica stilata anche quest’anno. E anche Apple a sua volta ha etichettato come “open source” parte del proprio lavoro, come il linguaggio di programmazione Swift.

Anche WebKit – il “cuore” del browser Safari per iOS e macOS – è open source, come specificato nella pagina dell’azienda dedicata, e allo stesso tempo ResearchKit – per la ricerca medica – e CareKit – per le applicazioni legate all’attività fisica e alla salute. Amazon è invece più restia a concedere il suo lavoro liberamente, il che ha spesso causato attrito con la comunità open source. Quando nel 2005 Google acquisì Android per lanciare due anni dopo il suo sistema operativo mobile fondò anche la Open Handset Alliance, un consorzio di produttori hardware, sviluppatori, operatori telefonici e altre aziende che ha deciso di concordare l’adempimento dei propri prodotti ad alcuni standard liberi. Ne fanno parte ovviamente Google e tutti i produttori Android (Samsung, HTC, LG, Huawei, etc), ma anche società come eBay, ARM e Intel.
Grandi progetti che stanno cambiando il mondo
Fra i più grandi progetti open source recenti, il primato è senz’altro di Wikipedia: un’enciclopedia libera, gratuita e accessibile da ogni parte del pianeta con un dispositivo che si connette a internet. La conoscenza è una parte fondamentale dell’evoluzione della nostra specie e in tal senso Wikipedia è ormai essenziale. L’approccio open source implica che chiunque può applicare delle modifiche a una pagina e discuterne con gli altri utenti, evidenziano parti di una pagina che magari necessitano di più fonti oppure rivedere una frase poco chiara.

Merita una menzione speciale anche Firefox, il browser di Mozilla libero e gratuito e che, proprio per questo, viene preinstallato in tante distribuzioni Linux. Non è un caso, quindi, che il browser Tor – il punto di riferimento per chi vuole navigare nell’anonimato e accedere al deep web – si basi proprio su Firefox. Le prestazioni non sono le stesse, anche a causa del “giro largo” che deve fare la rete di Tor al fine di garantire l’anonimato della navigazione dell’utente, ma l’idea è che chiunque possa prendere la base di Firefox e farne un proprio browser.

Il progetto che, però, ha fatto la storia dell’open source e del software libero è senz’altro Linux.

Bisogna innanzitutto fare una precisazione: con Linux si intende il kernel – il nucleo di ogni sistema operativo – attorno al quale qualsiasi azienda può poi sviluppare una propria distribuzione, che sia libera o a pagamento. Da qui sono nate tantissime realtà: Debian e Ubuntu sono le più popolari, ma ogni giorno si possono scoprire nuovi sistemi operativi basati su Linux che puntano su un particolare aspetto: la privacy (come Tails), l’interfaccia utente (come elementary OS) oppure la familiarità con Windows (Linux Mint). Basta fare un salto su Distrowatch.com per capire quante ce ne siano nel mondo.

La versatilità di Linux, però, va oltre al mercato consumer: tantissimi server usano un sistema operativo basato su Linux anziché Windows, più popolare invece fra i privati perché preinstallato da anni sui dispositivi in vendita. Il motivo è semplice: le caratteristiche di versatilità di un sistema Linux e la possibilità di gestire molto bene più utenti a cui vengono assegnati compiti diversi lo rendono ideale per i server. A maggior ragione considerato che è gratuito e personalizzabile, due aspetti molto importanti per un’azienda.

E nelle sue varie forme, Linux è presente in diversi progetti:
  • Amazon Web Services, l’offerta dell’azienda per il cloud, usa Linux come una delle sue fondamenta, nella forma di Amazon Linux;
  • Android Open Source Project (AOSP) è la forma libera e gratuita del sofware usato da Google in tanti dispositivi. Non include il Play Store, il negozio digitale, ma può essere personalizzato secondo specifiche esigenze: lo usa Amazon per i suoi Kindle, per esempio, ma anche tanti produttori cinesi.
Uno dei progetti con il maggior numero di contributor è LibreOffice, il pacchetto di applicazioni libero per scrivere documenti, redarre fogli di calcolo, realizzare presentazioni e lavorare con i database. Questo software è stato adottato dal 2015 anche dal Ministero della difesa italiano in collaborazione con l’Associazione Libreitalia. Infine, citiamo Open Textbook: un catalogo di libri e saggi disponibile gratuitamente finanziato e controllato da un gruppo di università statunitensi. Tanti gli argomenti coinvolti: economia, scienza, matematica, giornalismo, istruzione, giurisprudenza, ingegneria.
L’hardware vuole la sua parte
L’open source è anche usato come approccio nell’hardware. Il dispositivo più celebre è Raspberry Pi, un single-board computer (cioè un calcolatore su una sola scheda) che a eccezione del chip Broadcomm – che include processore, unità grafica, memoria e altri componenti – è completato libero da usare. Ovviamente usa distribuzioni Linux come Raspbian, basato su Debian, e Pidora, che usa invece Fedora.


Una versione beta del Raspberry Pi. Wikipedia
Il Raspberry Pi può essere l’inizio di progetti incredibili (ovviamente affiancato da altri componenti, spesso economici): stazioni meteorologiche, videocamere di sicurezza, arcade stick per giocare ai videogiochi. O ancora mini PC da usare per l’apprendimento dello sviluppo di software. Può anche essere usato per installare il popolare gioco Minecraft e usarlo per imparare il linguaggio di programmazione Python. È stato anche usato per realizzare giochi di luce ammalianti per conto di un giocoliere. Il limite è solo la fantasia.
Open source e profitti
Il “dilemma” è sempre lo stesso: com’è possibile avere un giro d’affari sostenibile e che sia anche informaticamente etico e in linea con l’idea di open source? Red Hat, fra le più grandi aziende che offrono software libero, ci riesce piuttosto bene sfruttando contratti di supporto informatico su abbonamento e corsi di formazione per le aziende. La base, però, è sempre un sistema operativo open source.

Red Hat Inc. è quotata in borsa all’indice di New York (un pacchetto di azioni costa circa 123 dollari) e tra giugno e agosto 2017 ha registrato un fatturato di 723 milioni di dollari, in crescita del 21% rispetto al 2016. Di questi, 637 milioni sono arrivati proprio dagli abbonamenti mentre 85 milioni di dollari sono stati generati dai corsi di formazione e dai servizi. Dall’inizio dell’anno il fatturato degli abbonamenti si aggira sopra gli 1,2 miliardi di dollari, anch’esso in crescita.

Discorso molto diverso per chi, come Apple, Amazon e Microsoft, usa l’open source come integrazione ai propri servizi per poi rivenderli su licenza, come il sistema operativo Windows. In tal caso, fare profitto è più diretto: c’è un prodotto pronto e viene venduto al consumatore, sia privato o azienda. L’open source è alla base di tantissimi prodotti – hardware e software – che ogni giorno usiamo e Android e Windows sono soltanto alcuni dei più noti.

In alcuni casi l’opposizione al prodotto proprietario arriva a essere una fede e i suoi adepti sfondano la barriera dell’estremismo: tutto o niente. In ogni caso, è una filosofia di cui non possiamo più fare a meno perché contribuisce a un miglioramento generale di prodotti e servizi, anche fra realtà concorrenti. Una filosofia che già adesso viene adottata in sempre più segmenti commerciali.

L’ombra d’oro del giovane Carvilio, la Mummia di Roma

lastampa.it
andrea cionci

La dispersione degli straordinari reperti della tomba di Grottaferrata


L’anello di Carvilio

Un ologramma di 2000 anni fa racchiuso in un gioiello d’oro: il fantasma di un giovane aristocratico, morto in circostanze misteriose, sembra affacciarsi, evanescente, dalla trasparente oscurità di una lente di cristallo di rocca. E’ la magia di uno fra i più preziosi gioielli romani giunti fino a noi che costituisce un unicum di inestimabile valore. L’anello di Carvilio, ritrovato al dito di sua madre, la nobile Aebutia Quarta, è stato rinvenuto durante una delle più sensazionali scoperte archeologiche degli ultimi 20 anni che, del tutto inspiegabilmente, ha avuto risonanza minima in Italia. All’estero, invece, la vicenda ha avuto grande risalto tanto che Discovery Channel le ha dedicato un intero documentario. I reperti dell’”Ipogeo delle Ghirlande” (anello, mummie e sarcofagi) tutt’oggi non riescono a trovare una destinazione unitaria a causa della recente riforma dei Beni culturali.


La porta del sacello

1 Il ritrovamento
E’ l’anno 2000, nei pressi di Grottaferrata, alla periferia sud-est di Roma, sulla via Latina, durante i lavori per la rimozione di un traliccio nel terreno di un privato, gli scavi rivelano alcuni gradini che si perdono in profondità fino a un porta di pietra ancora sigillata. Come verificano gli archeologi della Soprintendenza, si tratta di una tomba romana del I sec. d.C., incredibilmente, ancora intatta. Dopo due giorni di lavori, la porta viene aperta e, in un sacello sotterraneo di 9 mq, vengono ritrovati due sarcofagi marmorei. Sul primo si legge l’iscrizione “Carvilio Gemello”, sul secondo quella di “Aebutia Quarta”.

Il coperchio di quest’ultimo è crepato: come dimostrano alcuni antichi tentativi di riparazione, si ruppe già all’epoca dei funerali. Quando i sarcofagi vengono scoperchiati, con grande sorpresa degli archeologi, i corpi si trovano ancora lì: l’imbalsamazione cui furono sottoposti e, forse le particolari condizioni microclimatiche della tomba, hanno consentito uno straordinario mantenimento delle salme, soprattutto di quella di Carvilio che all’estero è diventata famosa come “The Mummy of Rome”.


Profilo della testa di Carvilio

2 Le mummie romane
In effetti sono pochissimi i corpi di antichi romani ritrovati in buono stato di conservazione al di fuori dall’Egitto. Nel 1756 a Martres, in Francia, fu scoperto un bambino mummificato; negli anni ’70 a Mangalia in Romania, fu la volta di una donna e, nel 1964, del corpo di una bambina di 8 anni, a Roma. Ad essere precisi, l’imbalsamazione differisce dalla mummificazione perché il corpo viene solamente spalmato con balsami conservanti (a base di mirra e colofonia, in questo caso) ma non viene privato degli organi interni.

Il sarcofago di Carvilio era dotato di ingegnosi accorgimenti che servivano per assorbire e far defluire i liquidi corporei: se il fondo del sarcofago era cosparso di sabbia, un foro d’uscita coperto da un tampone di tessuto, consentiva di areare il corpo senza che i microorganismi e le spore presenti nell’aria esterna vi potessero penetrare, contaminandolo. E’ un dato interessante sulle conoscenze dei romani della realtà microscopica.

3 Seta, fiori e capelli d’oro
Aebutia era una ricca matrona romana e aveva avuto due figli da mariti diversi. Carvilio era stato il frutto del primo matrimonio con Tito Carvilio, della famiglia Sergia. Dal secondo marito, la nobildonna ebbe poi la figlia Antestia Balbina che curò la sua sepoltura.


Ricostruzione della parrucca di Aebutia (Discovery Channel)

L’archeologa Giuseppina Ghini, che ha seguito il ritrovamento, spiega: «A causa della rottura del sarcofago, di Aebutia rimane solo lo scheletro, ma si sono conservati i fiori delle ghirlande che addobbavano la salma (lilium, rose e viole), la veste di seta e la preziosa parrucca rossa, realizzata con capelli umani, fibre vegetali e crini animali. La chioma posticcia è intessuta insieme a una reticella d’oro di straordinaria fattura nella quale sottilissime lamine d’oro, furono attorcigliate intorno a dei fili di seta. Basti pensare che lo spessore medio di un capello è di 11 micron, mentre quello di tali “capelli aurei” è di 7 micron».

La presenza di tracce di latte di capra sulla parrucca e la mancanza della consueta moneta posta nella bocca del defunto (come nell’uso romano) fanno ritenere che Carvilio e sua madre fossero seguaci del culto egiziano di Iside, che all’epoca, dopo la conquista dell’Egitto da parte di Ottaviano Augusto, era molto diffuso, a Roma, accanto al paganesimo “tradizionale”. Dallo stesso sito, non a caso, proviene una statua in granodiorite (una sorta di basalto) del faraone Sethi I, padre di Ramesse II.


Vista laterale dell’anello Carvilio

4 L’anello di Carvilio
Se parrucche di questo tipo furono ritrovate anche a Palmira, pezzo assolutamente unico e originale è l’anello a fascia che è stato trovato al dito di Aebutia. Sotto il castone in raro cristallo di rocca, lavorato “a cabochon”, è collocato un mini-busto di Carvilio, che morì prematuramente all’età di 18 anni e tre mesi. Si tratta di una microfusione a cera persa e rappresenta un giovane a torso nudo, con capelli ricci, labbra sottili e naso aquilino. L’effetto luminoso della lente di cristallo dona una misteriosa profondità all’immagine del defunto evocando la lontananza-vicinanza della sua anima agli affetti della madre.

Eppure, il ritratto doveva essere stato alquanto idealizzato. Dalle ricostruzioni antropometriche eseguite sul cranio, Carvilio non possedeva esattamente i canoni di una bellezza classica: aveva un viso molto allungato, arcate dentali strette e occhi vicini, caratteristiche tali da far sospettare - secondo l’antropologo Mauro Rubini - una sindrome di origine genetica. Il suo femore è stato trovato fratturato in due punti e ancora poco chiare sono le circostanze della sua morte. Una setticemia in seguito a un trauma? Forse una caduta da cavallo? Secondo alcuni studiosi, la percentuale di arsenico riscontrata nei capelli potrebbe far sospettare un avvelenamento.

5 Storia di un lutto
Di certo fu un grande dolore quello di Aebutia per la perdita dell’unico figlio maschio: volle che il suo sarcofago fosse stupendo, rifinito con cura persino nelle eleganti iscrizioni. Alcuni hanno azzardato un paragone con la valuta attuale: una simile “bara” costerebbe, oggi, qualcosa come 20.000 euro. L’anello-reliquiario fu una commissione economicamente molto onerosa e forse anche per questo non veniva indossato abitualmente da Aebutia, tanto che non sono stati rilevati segni di usura sulla sua superficie.


Aebutia dà ultimo bacio al figlio Carvilio (da Discovery Channel)
La madre morì alcuni anni dopo all’età di 40-45 anni. Curiosamente ciò avvenne nella stessa stagione in cui il figlio Carvilio passò a miglior vita: all’inizio dell’estate, come rivelato dall’analisi dei pollini provenienti dalle ghirlande funebri. Il professor Mauro Rubini rivela un’assoluta novità: «Nel sarcofago di Aebutia sono state rinvenute anche alcune piccole ossa infantili, il che potrebbe far pensare al fatto che la matrona fosse incinta al momento del decesso. Un’ipotesi, tuttavia, ancora da verificare». Lo scheletro rivela altri dettagli: l’usura del calcagno può indicare che la donna fosse piuttosto corpulenta, oppure che indossasse abitualmente i coturni, degli zoccoli molto alti, dotati di zeppa, scomodi da portare e dannosi per il piede.


Scheletro di Aebutia

6 La dispersione dei reperti
Nonostante il Mibact abbia già speso fondi importanti per realizzare delle “teche intelligenti” per i due corpi (che monitorano umidità, temperatura, luce etc.) non è possibile esporre al pubblico, in modo organico e unitario, i reperti dell’Ipogeo delle Ghirlande. Caustico il commento del noto scrittore, esperto d’arte, Vittorio Emiliani, autore del recente volume “Lo sfascio del Belpaese” (ed Solfanelli): «La vicenda di questa tomba è, a dir poco, surreale. Purtroppo, è il prodotto della riforma/deforma del ministro Franceschini che ha voluto tranciare di netto il rapporto fra Musei e territorio, fra valorizzazione e tutela, anche quando si tratta di Musei di scavo che, si sa, vivono in simbiosi col loro territorio.

Fino a un paio di anni fa, in nome della ragione scientifica (o del solo buon senso) l’intera tomba sarebbe stata ricostruita coi propri arredi in un solo museo della zona, mentre ora lo splendido anello di Carvilio è esposto a Palestrina, le mummie si trovano al Laboratorio di antropologia a Tivoli e i sarcofagi sono conservati nel Museo dell’abbazia di San Nilo, a Grottaferrata. Penso allo splendido Museo magnogreco di Policoro in Basilicata dove si ricostruirono, credo per la prima volta, le tombe con l’intero corredo funerario. Adesso, stando a questa riforma, bisognerebbe dividerle in tre parti … Demenziale. Il grande Dinu Adamesteanu, scopritore di tanti tesori della Magna Grecia, si rivolta di certo nella tomba».

Perché riusciamo a vedere un asteroide e non troviamo un sottomarino?

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paolo magliocco

La tecnologia ci ha abituato a così tante meraviglie che spesso ci sfuggono i suoi limiti: e l’acqua non è adatta ai nostri sistemi di indagine e comunicazione


Il San Juan in una foto d’archivio della Marina Militare argentina

L’asteroide Oumamua, il primo oggetto che arriva dall’esterno del Sistema solare, è stato intercettato e seguito nello Spazio dai telescopi a centinaia di milioni di chilometri dalla Terra, benché sia lungo neppure 800 metri e largo molto meno. Il sottomarino argentino San Juan, lungo 65 metri (circa un decimo dell’asteroide) risulta introvabile in uno spazio di mare stimato meno di 1000 chilometri di lato e profondo forse alcuni chilometri. L’asteroide, in realtà, è stato scoperto per caso, ma poi è stato visto da più apparecchi. La ricerca del sottomarino ha invece impegnato migliaia di uomini e unità militari di almeno dieci Paesi e nessuno lo ha scovato. Come è possibile che la tecnologia di cui disponiamo, dai satelliti che scrutano ogni angolo del pianeta ai radar, non sia in grado di capire dove sia?

Il motivo per cui risulta così difficile individuare il San Juan e il suo sfortunato equipaggio è che la luce e in generale tutte le onde elettromagnetiche sono inutilizzabili sott’acqua a partire da poche centinaia di metri di profondità. Le onde elettromagnetiche, infatti, vengono assorbite dall’acqua: questo è il motivo per cui da una certa profondità in poi il mare diventa buio. Nell’aria o nel vuoto dello spazio che circonda l’atmosfera terrestre, invece, le onde elettromagnetiche continuano a muoversi alla velocità della luce. Radar, satelliti, comunicazioni radio, telefoni cellulari, telescopi funzionano con le onde elettromagnetiche. Alcuni di questi strumenti sfruttano la luce visibile anche dall’occhio umano, altri, come i radar, le microonde. Sott’acqua, però, non funzionano. Da un sottomarino non si può telefonare e con un radar non è possibile individuarlo.

L’unico strumento che si può utilizzare è il sonar, che funziona con onde acustiche. Radar e sonar sono molto simili, concettualmente. Il radar invia un’onda elettromagnetica e vede il segnale riflesso da un oggetto distante anche decine di chilometri. Il sonar invia un’onda acustica e ascolta il segnale di ritorno anche se ha una portata (cioè una distanza massima dell’oggetto che si cerca) decisamente inferiore rispetto al radar. Un gruppo di ricerca dell’Università Sapienza di Roma sta proprio cercando di mettere a punto un radar che funzioni anche sott’acqua: nessuno fino ad ora ci è riuscito. Ecco perché anche l’esplosione che si sarebbe verificata nella zona in cui potrebbe trovarsi il sottomarino è stata registrata, mercoledì 15, da microfoni situati su isole dell’Atlantico meridionale.

Così il sasso diventò una valanga

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Giovanni De Luna



A mezzo secolo di distanza, storicizzare quel che avvenne allora vuol dire confrontarsi con uno dei primi «eventi globali», singoli avvenimenti, cioè, la cui portata politica e sociale e la cui dimensione territoriale non possono restare confinate all’interno di un singolo Paese, interagendo direttamente con l’esistenza collettiva di uomini e donne diffusi su tutto il pianeta. Oggi ci siamo abituati alle connessioni che si intrecciano in un universo unificato dai flussi delle comunicazioni, degli uomini, delle merci. M a allora c’era da restare quasi attoniti di fronte alla simultaneità in cui, in tutti gli angoli del mondo, esplose la contestazione.

In Italia tutto cominciò a Torino, il 27 novembre 1967. Nel mondo, le sue premesse risalivano al 20 novembre 1964, quando 5.000 studenti occuparono il campus universitario di Berkeley, sede dell’Università della California. Un anno dopo, il 17 aprile 1965, a Washington, ci fu la prima manifestazione contro la guerra del Vietnam; nel 1966, il 5 agosto, in Cina, fu pubblicato il documento di Mao Tse-tung (Bombardare il quartier generale) che dava inizio alla Rivoluzione culturale; il 1967 fece registrare l’uccisione di Che Guevara in Bolivia (9 ottobre).: tre eventi che incisero profondamente nell’immaginario e nelle scelte politiche degli studenti.

Dal Vietnam agli Usa
Poi arrivò il ’68 vero e proprio, con una cronologia improvvisamente sovraffollata di episodi. I fatti presero a rimbalzare sulla carta geografica come la pallina di un flipper impazzito, dal Vietnam agli Stati Uniti (dove furono assassinati Martin Luther King, 4 aprile, e Bob Kennedy, 5 giugno), da Berlino (l’11 aprile, in un attentato, fu ferito il leader degli studenti Rudi Dutschke) a Praga (il 20 agosto arrivarono i carri armati sovietici). Erano episodi che riguardavano la politica, ma anche il costume e la cultura: ritornò sulla scena Bob Dylan, uscì l’album dei Rolling Stones Sympathy for the Devil (5 dicembre), cominciarono i grandi raduni giovanili ai concerti (Woodstock). Non tutti questi episodi ispiravano allegria e gioia di vivere: nella piazza delle Tre Culture, a Città del Messico, il 3 ottobre, la polizia sparò contro gli studenti, facendo una strage (500 morti).

L’epicentro di questo terremoto fu, però, nel cuore dell’Europa, in Francia, dove tutto era cominciato il 2 maggio con la chiusura dell’Università di Nanterre occupata dagli studenti. Poi scesero in campo anche gli operai e la protesta sembrò mettere in discussione l’intero sistema politico. Non fu così: il 30 maggio il generale De Gaulle sciolse le Camere per indire nuove elezioni politiche; contemporaneamente un milione di persone sfilò per Parigi, inneggiando al suo nome, gridando slogan contro gli studenti e in pratica soffocando definitivamente la protesta.

In Italia il ’68 durò molto più a lungo (i suoi effetti più significativi si sarebbero protratti fino al cuore degli Anni 70) e coinvolse organicamente la stragrande maggioranza del movimento operaio. Così, agli scontri e alle occupazioni delle università che videro come protagonisti gli studenti, si intrecciarono le prime significative agitazioni operaie (alla Marzotto di Valdagno, il 19 aprile, al Petrolchimico di Porto Marghera, il 21 giugno, alla Pirelli di Milano, il 3 ottobre) e i moti contadini che ad Avola, il 2 dicembre, costarono la vita a due braccianti, uccisi dalla polizia. Città del Messico, il 3 ottobre, la polizia sparò contro gli studenti, facendo una strage (500 morti).  

Una dimensione globale
Il sasso lanciato a Berkeley diventò quindi una valanga. In California la mobilitazione era iniziata quando le autorità accademiche del campus limitarono l’attività politica degli studenti. Poi, alle rivendicazioni di carattere strettamente universitario si affiancarono la ribellione contro le segregazione razziale, la guerra del Vietnam, la fame nel mondo, e la rivolta diventò una critica generale all’intera società statunitense. Fu così successivamente negli altri Paesi del capitalismo maturo, in Italia, in Germania, in Francia. Ma fu così anche nella Spagna fascista di Franco, in Polonia e nella Jugoslavia comunista di Tito, nel Brasile della dittatura militare e nel Giappone attraversato da un vertiginoso sviluppo economico, in un unico grande movimento unificato dalle parole d’ordine della solidarietà, dell’antiautoritarismo, del pacifismo, dei diritti civili, dello spontaneismo, della libertà di parola e di espressione.

La dimensione globale del ’68 ci lascia molte domande. Perché proprio allora? Perché in tutto il mondo? Quale fu l’impatto sulle storie dei singoli Paesi? Nonostante una bibliografia sovraffollata di titoli, non esiste una interpretazione che dia conto fino in fondo di questa sua storicità: da un lato libri che avviano un grottesco processo a una generazione di scansafatiche che avrebbe prodotto guasti senza pagare nessun prezzo e anzi costruendo sul ’68 molte carriere di successo; dall’altro il tumultuoso affollarsi delle memorie dei protagonisti, tutti più o meno incapaci di sottrarsi al fascino di un passato che «non passa».

C’è, in questo senso, un forte bisogno di «documenti» sul ’68, la necessità di renderlo finalmente accessibile a una conoscenza storica che non sia il riflesso condizionato della demonizzazione o dell’esaltazione. Le testimonianze e i ricordi possono essere importanti, ma solo se li si mette a confronto con altre «tracce» di quel passato, se si ha la capacità di avviare una ricerca che non si arresti di fronte alla mole straripante di manifesti, scritti, film, canzoni, rappresentazioni teatrali appartenute al mondo del ’68, che abbia il coraggio e la determinazione per affrontare una valanga di fonti, complesse ed eterogenee esattamente come il movimento che servono a studiare. 

Tra religione e superstizione: tutti i culti della Silicon Valley

lastampa.it
Antonio Dini

Da chi vuole costruire e adorare una intelligenza artificiale, un bot divino, a chi invece crede nella vita dentro le macchine oppure che le radiazioni extraterrestri ci inquinino ma si possano purificare



L’ultimo, ma solo in ordine di tempo, è il culto dell’intelligenza artificiale. Lo porta avanti un improbabile profeta della chiesa dell’AI: Anthony Levandowski, look alla Steve Jobs con dolcevita e jeans perché è in realtà uno dei genietti della Silicon Valley. In particolare, uomo-chiave dietro tanti passi in avanti delle automobili che si guidano da sole, e, hanno scoperto dei giornalisti americani, fondatore di Way of the Future, sulla carta l’ennesima startup californiana ma, a ben guardare, tutt’altro. Una vera chiesa, una religione-scientifica, che pasticcia un po’ tra credenze popolari, stereotipi e un sogno: «la realizzazione, accettazione e adorazione di una divinità basata sull’intelligenza artificiale, sviluppata per mezzo di hardware e software».

Non è una mattana improvvisa o un caso isolato, ma una tendenza consolidata. Il “lato B” dei geni del computer (e non solo) ogni tanto si concretizza anche in credenze piuttosto sui generis, se non balzane e alle volte anche completamente folli. Dopotutto, come scrive John Gray nel libro The Immortalization Commission, «la scienza è come una religione, uno sforzo per la trascendenza che porta ad accettare un mondo che era oltre la nostra capacità di comprendere». Insomma, lo scopo ultimo della scienza, come quello della religione secondo Cartesio, è lo svelamento dell’assurdo in cui credere. E allora, perché non ascoltare le idee di chi ha deciso che si dovrebbero garantire i diritti civili anche ai bot?

Il capostipite della generazione di amanti della scienza che all’improvviso sembrano diventare matti è lo scrittore di fantascienza Ron Hubbard. L’autore di Ritorno al domani e vari altri romanzi di speculazione scientifica è stato molte cose nella sua vita, tra il 1911 e il 1986 quando è morto: figlio di un ufficiale della marina americana, ha viaggiato dietro al padre e poi da solo per tutto il mondo, si è quasi laureato in ingegneria, ed è anche morto, ma solo per otto minuti durante una anestesia andata male. Proprio l’esperienza quasi-ultraterrena l’ha spinto ad approfondire temi che poi hanno portato alla creazione della Chiesa di Scientology e del sistema dianetico, ancora oggi molto in voga (sono decine e decine gli attori di Hollywood che partecipano, da John Travolta a Tom Cruise) e basato su una “rivelazione” sugli alieni giunti in epoca preistorica sul nostro pianeta da molti criticata.

Se Hubbard ha fatto del pensiero scientifico la base per costruire una religione, cinquanta anni dopo Ray Kurzweil, nato nel 1948, è stato ancora più radicale. L’uomo ha inventato alcune tecnologie alla base della nostra vita odierna: dallo scanner al riconoscimento automatico dei caratteri stampati (i software Ocr), sino ai sistemi di sintesi vocale e ai sintetizzatori musicali come il Kurzweil K250, capace di simulare un pianoforte con altissima qualità. Ma Kurzweil, considerato uno dei grandi inventori dei tempi moderni, ha scritto vari libri che parlano della “macchina pensante definitiva”: la sua idea è che il computer diventerà sempre più intelligente.

Sino ad arrivare alla “singolarità”, il momento in cui supererà l’intelligenza umana e diventerà incomprensibile perché superiore. Ma, per fortuna dell’uomo, secondo Kurzweil sarà possibile anche salvare molti di noi “scaricando” il contenuto del nostro cervello in computer sufficientemente potenti e raffinati da contenerlo, in modo tale di poter vivere una vita praticamente eterna, grazie alle parti di ricambio per le macchine. Il futurismo della gioventù che diventa transumanesimo, immaginando una specie ibrida tra uomo e macchina, superiore a quello che può essere creato in natura e artificialmente.



Culti e religioni del sapere e delle scienza non sono certo una esclusiva della Silicon Valley, ma è per esempio quella la parte di mondo dove hanno sede il maggior numero di società che si occupano di ibernare, con tecniche sempre più raffinate per non “rovinare” i tessuti biologici, i ricchi imprenditori arrivati a fine vita che sperano, “saltando” cento anni di progresso, di poter essere rianimati in un’epoca in cui la durata della vita sia sensibilmente aumentata. Solo sull’elenco telefonico di San José se ne trovano una ventina, del centinaio che si stima esista al mondo. E se non c’è il sogno criogenico, c’è, come nel caso di Peter Thiel, cofondatore di PayPal, appetito per sacche di sangue di giovani (legalmente acquistate e consumate), in base alla convinzione che possano portare a un sistematico ringiovanimento dei tessuti e degli organi. Come la credenza alla base leggenda transilvana dei vampiri.

Il computer, oltre che alternativa alla divinità, è però uno strumento che secondo molti informatici potrebbe aiutare a “craccare il codice umano” e la stessa Creazione, oppure diventare un utile surrogato per la religiosità dei singoli e una possibile via di fuga verso la vita eterna alternativa a quelle tradizionali. La Bibbia di Levandowski non a caso si chiamerà “Il Manuale”, come quello fornito a documentazione del software. Congelati, ibernati o comunque sospesi nel tempo, i ricchi geni della Silicon Valley si preoccupano anche così, a modo loro, dei temi spirituali.

E cercano di rispondere con gli strumenti che hanno, cioè quelli della tecnologie, alle domande fondamentali: chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo. Non a caso tutti i grandi spendono un po’ de