Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

martedì 14 novembre 2017

Emanuela Orlandi, l’intercettazione: «Devi dire che non sappiamo niente»

corriere.it
Gianluigi Nuzzi

Pubblichiamo un estratto del libro di Gianluigi Nuzzi «Peccato originale», il quarto dedicato ai misteri del Vaticano

(...) Tra i diversi episodi, un’imbarazzante intercettazione telefonica del 12 ottobre 1993 tra il gendarme vaticano Raul Bonarelli e un uomo da lui chiamato «Capo», identificato poi in Camillo Cibin, ispettore del corpo della Gendarmeria, che all’epoca si chiamava Vigilanza del Vaticano. È una giornata cruciale, siamo alla vigilia dell’interrogatorio che Bonarelli deve rendere all’autorità giudiziaria italiana sulla vicenda Orlandi. Cibin: Ho parlato con Sua Eccellenza Bertani... E dice... per testimone, e dici quello che sai... che sai della Orlandi? Niente! Noi non sappiamo niente!... Sappiamo dai giornali, dalle notizie che sono state portate fuori! Del fatto che è venuto fuori di competenza... è... dell’Ordine Italiano.

Bonarelli: Ah, così devo dire?
C.: Ebbè, eh... che ne sappiamo noi? Se te dici: io non ho mai indagato... l’Ufficio ha indagato all’interno... questa è una cosa che è andata poi... non dirlo che è andata alla segreteria di Stato.
B.: No... no, noi io all’interno non devo dire niente.
C.: Niente.
B.: Devo dire, io all’interno non devo dire niente, all’esterno è stata...
C.: All’esterno però, quando è stata la magistratura vaticana... se ne interessa la magistratura vaticana... tra di loro, questo qua... niente dici, quello che sai te, niente!
B.: Cioè, se mi dicono però se sono dipendente vaticano, che mansioni svolgo, non lo so, mi dovranno identificare, lo sapranno chi sono.
C.: Eh, sapranno, perché che fai, fai servizio e turni e sicurezza della Città del Vaticano, tutto qua?
B.: Eh... Va bene, allora domani mattina vado a fare questa testimonianza, poi vengo, vero?
C.: Poi vieni, sì, sì.
B.: Va bene.

8 novembre 2017 (modifica il 8 novembre 2017 | 23:37)

Prestarono i soldi al Pci di Togliatti. Ora li vogliono indietro da Renzi

ilgiornale.it
Giuseppe De Lorenzo

Due comunisti prestarono discrete somme al Pci allora guidato da Togliatti. Ora gli eredi chiedono i soldi a Renzi



È proprio vero che il Pd di Renzi è l'erede del Pci di Palmiro Togliatti.

Qualcuno forse storcerà il naso, e già ci immaginiamo Massimo D'Alema ad alzare la mano per contestare questa affermazione. Ma secondo il patronato Agitalia di Roma sono proprio i piddini a dover rispondere dei debiti realizzati da Botteghe Oscure. E ora forse dovrà sborsare qualche migliaia di euro per vecchi militanti che diedero fiducia al "Migliore" e non ebbero mai indietro i loro soldi. La storia di queste due famiglie, raccontata dal Resto del Carlino, ha dell'incredibile. Quando il Pci lanciò la sua campagna elettorale per la Costituente del 1946, il partito chiese ai suoi militanti di sostenerne le spese "in difesa della democrazia".

Altri tempi, altro che 2x1000 ai partiti politici e finanziamenti pubblici. In molti decisero di versare le poche lire che avevano in tasca nelle tasche del Pci per permettere a Togliatti di scrivere la Costituzione secondo l'ideologia comunista. Si trattava di prestiti a interessi zero, da ripagare entro il 1949. Non è ancora chiaro se il Pci abbia saldato tutti i vecchi debiti, ma tant'è. A Viareggio e a S.Stefano Magra due discendenti di vecchi comunisti (come non ne esitono più) adesso chiedono al Pd di avere indietro quei soldi che i loro padri (e nonni) versarono per la causa del "Migliore".

In fondo era il contratto a prevedere che il debito potesse essere saldato anche ad eventuali eredi. Solo che il Pci non lo ha mai fatto, forse per dimenticanza o forse perché le cose vanno un po' così. Giovanni Baldi sottoscrisse una obbligazione da 100 lire e oggi sua nipote Claudia chiede 4300 euro. Non tanti. Ma sono simbolici. È come se si chiudesse il cerchio di una vita. E crollasse anche l'ultimo simbolo dell'Italia comunista morta sotto i colpi assestati al muro di Berlino.

L'altro debitore del Pci si chiamava Valentino Repetti, classe 1923, operaio all'Arsenale della Spezia. Quando versò le sue 600 lire al partito non informò neppure la moglie Maria Belloni. "Dovevamo sposarci - racconta ora la donna al Carlino - e l'anello che mi regalò era quello di una sua vecchia zia perché mi disse che non aveva nulla. Abbiamo vissuto modestamente, ma con dignità.

Lui è mancato nel 1974 a 51 anni, stroncato da un infarto. Solo dieci anni fa ho saputo la verità". Una verità amara, ma comprensibile se ci si catapulta in anni farciti di ideologia. Oltre alle 600 lire di obbligazione, Valentinò ne versò pure altre 1.500 per la costruzione della Casa del Popolo locale. "Mamma ha ragione - spiega la figlia Giovanna Repetti - perché se mio padre avesse dato di più alla sua famiglia che al partito avremmo avuto un'esistenza migliore. Ma lo rispettiamo perché era un vero comunista".

Il tempo è passato. Ma non è detto che quei soldi non possano tornare indietro, magari con gli interessi. A saldare il conto lasciato in sospeso da Togliatti potrebbe essere l'erede Matteo Renzi, visto che il Pd è "subentrato a tutti gli effetti giuridici nei rapporti debitori e creditori del Partito comunista italiano dell' epoca".

Soldi, caso Orlandi, abusi: il nuovo libro di Nuzzi sui misteri del Vaticano

corriere.it
di Gian Antonio Stella

Nella nuova inchiesta del giornalista Nuzzi, «Peccato originale», anche la denuncia dei chierichetti di San Pietro, sottoposti ad indebite attenzioni da parte dei loro superiori



«Allo Ior dovresti evitare assolutamente di conoscere i nomi dei correntisti…». «E se invece dovessi chiedere i nomi dei clienti?». «A quel punto, amico mio, avrai quindici minuti per mettere in sicurezza i tuoi figli. A presto caro…». Basta questo scambio di battute tra Ettore Gotti Tedeschi sul punto di essere nominato presidente della Banca Vaticana e l’«apprezzato uomo delle istituzioni pragmatico e soprattutto molto ascoltato» che scodella al banchiere l’affettuoso «consiglio» dalle sfumature mafiose, a gettare una lama di luce sul nuovo libro di Gianluigi Nuzzi.
La fronda a Papa Francesco
Si intitola «Peccato originale», è edito da Chiarelettere e in 352 pagine il giornalista e scrittore, autore dei bestseller «Vaticano S.p.A.», «Sua Santità» e «Via Crucis» cerca di rispondere a sette domande rimaste in sospeso. Domande che, proprio perché irrisolte, vanno indietro anche di mezzo secolo. «È stato ucciso Albino Luciani? Chi ha rapito Emanuela Orlandi? Se la ragazza ormai “sta in cielo”, come afferma papa Francesco, il Vaticano ha delle responsabilità nell’omicidio, e quali sono? Perché le riforme per la trasparenza della curia, avviate prima da Joseph Ratzinger e adesso da Bergoglio, puntualmente falliscono o rimangono incompiute?

Cosa blocca il cambiamento? E ancora: i mercanti del tempio continuano a condizionare la vita della Chiesa dopo aver avuto un ruolo nella rinuncia al pontificato di Benedetto XVI? Infine, la questione più drammatica: lo stallo nel quale sono cadute le riforme di Francesco è dovuto a chi non vuole questo Papa, dentro e fuori i sacri palazzi, e dunque ne ostacola l’opera riformatrice?». Per rispondere, spiega, ha seguito tre fili rossi: i soldi, il sangue, il sesso. Fili che «annodandosi tra loro costituiscono una fitta trama d’interessi opachi, violenze, menzogne, ricatti, e soffocano ogni cambiamento».
Il boss in basilica
E c’è davvero di tutto, nel libro. Dai conti correnti allo Ior di Eduardo de Filippo o di Anjezë Gonxe Bojaxhiu, (suor Teresa di Calcutta) alla dettagliata ricostruzione della riservatissima trattativa tra i vertici della magistratura romana e gli altissimi prelati che fecero sapere al procuratore Giancarlo Capaldo, che da anni indagava sulla scomparsa della Orlandi, del loro imbarazzo per la crescente «tensione massmediatica» a causa della presenza nei sotterranei di sant’Apollinare della tomba di Enrico «Renatino» De Pedis, il boss della banda della Magliana sospettato d’aver avuto un ruolo centrale nella sparizione della ragazza e sepolto

lì in cambio di una donazione, pare, di 500 milioni di lire. Insomma, il «disagio» per «sospetti» e «pettegolezzi» era tale che se i giudici si fossero presi la briga di rimuover loro la salma, come raccontava il film di Roberto Faenza «La verità sta in cielo», il Vaticano dopo anni di reticenze avrebbe discretamente fornito tutto ciò che sapeva. Un patto che dopo la traslazione della salma e l’esame di 409 cassette e 52.188 ossa umane per cercare eventuali tracce della quindicenne sparita, sfumò com’è noto nel nulla.
Papa Luciani
Come nel nulla erano finiti i dubbi, le discussioni e le polemiche sulla morte di Albino Luciani, il «Papa che sorrise solo 33 giorni». Fu avvelenato? Probabilmente no, dice Nuzzi: piuttosto fu «schiacciato» dal peso dei problemi e più ancora dalla «verità tragica e indicibile» di quanto avveniva dentro lo Ior. Che lui avrebbe voluto riformare fin dal ‘72, quando da Patriarca di Venezia aveva avuto il primo scontro col potentissimo e spregiudicato cardinale Paul Marcinkus. Il quale, si legge in «Peccato originale», avrebbe liquidato sei anni dopo il neoeletto Giovanni Paolo I con parole sprezzanti: «Questo pover’uomo viene via da Venezia, una piccola Diocesi che sta invecchiando, con 90.000 persone e preti anziani. Poi, all’improvviso, viene catapultato in un posto e nemmeno sa dove siano gli uffici. (…) Si mette a sedere e il segretario di Stato gli porta una pila di documenti, dicendo: “Esamini questi!”. Ma lui non sa neppure da dove cominciare».
Scatole cinesi e conti esteri
In verità, i pasticci, le scatole cinesi e i labirinti azionari erano tali che avrebbe faticato a capirci non solo un Papa santo ma un revisore dei conti provetto. Basti dire che uno dei numerosi documenti in appendice al libro, del 23 marzo 1974, è la «contabilizzazione assegno n. 0153 s/FNCB NY, del valore di 50.000 dollari, emesso all’ordine: “S.S. Paolo VI per erogazione in relazione Esercizio 1973”. In basso nel documento si riporta il relativo addebito sul conto n. 051 3 01588, intestato “Cisalpine Fund”, che potrebbe far riferimento alla banca panamense Cisalpine, nel cui cda siederanno Paul Marcinkus con Roberto Calvi e Licio Gelli». Banca tirata in ballo in un incontro con Nuzzi dalla stessa vedova di Roberto Suárez Gómez, il «re della cocaina»: «Mio marito Roberto era felice di aver incontrato in Venezuela Calvi, perché disponendo di un garante di questo livello gli affari sarebbero andati molto meglio... con la cocaina immagino, non fu esplicito ma immagino fosse così... Calvi era socio di mio marito...».
La lobby gay
Ma le pagine destinate a sollevare più polemiche sono quelle dedicate al sesso. Dove sono ricostruiti gli scandali recenti come il gay party a base di cocaina interrotto dai gendarmi vaticani in un appartamento nello stesso palazzo del Sant’Uffizio o le confidenze di Elmar Theodor Mäder, l’ex comandante delle guardie svizzere («Esiste in Vaticano una lobby gay talmente potente da essere pericolosa per la sicurezza del pontefice») o ancora le amarezze di papa Francesco: «In Vaticano esiste una lobby gay. Nella curia ci sono persone sante, davvero, ma c’è anche una corrente di corruzione. Si parla di una lobby gay ed è vero, esiste». Ma Nuzzi va oltre. Pubblica un’intercettazione telefonica ad esempio tra il rettore della basilica di Sant’Apollinare all’epoca della scomparsa della Orlandi e un giovane seminarista nato in Birmania. Intercettazione strapiena di allusioni sessuali a dir poco imbarazzanti.

Più ustionante ancora la testimonianza di un polacco (con nome, cognome e copia della lettera di denuncia) entrato dodicenne nel pre-seminario San Pio X a palazzo San Carlo (lo stesso in cui vivono cardinali come Tarcisio Bertone) dove le Diocesi indirizzano i ragazzini che «manifestano una predisposizione per il sacerdozio» e «partecipano come chierichetti alle funzioni religiose nella basilica di San Pietro». Incluse quelle celebrate dal Papa. E dove, stando a quanto raccolto in «Peccato originale», sarebbero avvenuti abusi denunciati ai superiori, su su nella scala gerarchica, senza che certe cose, purtroppo, venissero radicalmente cambiate. A essere allontanato, scrive anzi il giornalista, fu il chierichetto che chiedeva di allontanare chi molestava lui e il suo compagno di stanza. Accuse assurde? Si vedrà. Certo colpiscono le risposte rasserenanti e sdrammatizzanti di certi prelati chiamati a intervenire dopo queste denunce. Su tutte una «raccomandazione» al giovane polacco: «Ti auguro di riprendere serenità e docilità».

In Irlanda c'è un muro della vergogna costruito da un conte troppo geloso

lastampa.it
noemi penna



Talmente geloso da costruire un muro. E' questa la «più grande follia d'Irlanda», opera del conte Robert Rochfort: un uomo così violento e ossessionato da recludere in casa la seconda moglie, Mary Molesworth. La donna è stata sua prigioniera per oltre trent'anni, rinchiusa insieme ai figli in una «prigione dorata» sulla collina di Mullingar, perché accusata di tradimento.



La settecentesca Belvedere House è ancora oggi visitabile, così come il meraviglioso giardino che la donna poteva ammirare solo dalla finestra. Ma la «vergogna» del conte è ben in vista sul lato sud della proprietà: un muro alto 103 metri, costruito nel 1760 dal conte per impedire al fratello George, proprietario del terreno attiguo, di guardare dentro casa sua.



Il Muro della gelosia oggi è una rovina in stile neogotico: lo si può visitare con il biglietto d'ingresso al Belvedere House Gardens ma è talmente alto che lo si può ammirare anche da fuori, con le sue finestre che ricordano il palazzo di Diocleziano.



La storia non gli fa onore, ma nonostante tutto Belvedere House oggi è una delle mete architettoniche più celebri d’Irlanda. E porta la firma anche di un architetto italiano, tal Barrodotte, chiamato dal conte in persona per sovrintendere i lavori di costruzione del muro.

Per 128 anni una cavalletta è rimasta intrappolata in un dipinto di Van Gogh

repubblica.it

Scoperta una curiosità nel quadro 'Olive Trees' conservato a Kansas City: un insetto è volato sulla tela e lì è restato

Per 128 anni una cavalletta è rimasta intrappolata in un dipinto di Van Gogh
Dipinto di Vincent Van Gogh

KANSAS CITY - Immaginate quante persone hanno ammirato 'Olive Trees' di Vincent Van Gogh? Tante. Eppure nessuno si è mai accorto di un piccolo, ma significativo, dettaglio. Una cavalletta, intrappolata nella vernice per 128 anni. A scoprire l'insetto sono stati i curatori del museo d'arte Nelson-Atkins di Kansas City, che conserva uno degli esercizi en plein air dell'artista. Gli esperti credono che la cavalletta sia diventata parte dell'opera per puro caso, mentre Van Gogh era intento a dipingere all'aria aperta a Saint-Rémy-de-Provence nel 1889. 

This is a #VanGogh with a bug in it. See it @nelson_atkins; read about how they found it: https://t.co/hz4LIk7cTK pic.twitter.com/GI1FVX2Prp
— The KC Star | FYI (@kcstarfyi) November 6, 2017

"Van Gogh lavorava fuori, ammirando gli stessi elementi che poi riportava sulla tela", ha commentato il direttore del museo, Julián Zugazagoitia. "E noi sappiamo che aveva a che fare con il vento e con la polvere, con l'erba e con gli alberi, con le mosche e con le cavallette".

A raccontarlo è lo stesso artista nel 1885 quando, in una lettera al fratello Theo, descrive il processo creativo e le sfide ad esso associate: "Bisogna sedersi all'aperto, dipingendo sul posto stesso. Ci sono una serie di cose che possono accadere: posso raccogliere centinaia di mosche dai colori, per non parlare della polvere e della sabbia". Così, a causa del suo colore, tra il marrone e il verde, l'insetto è riuscito a mimetizzarsi per 128 anni, sfuggendo agli occhi di tutti.  "La cavalletta però - ha aggiunto - ci connette proprio con il modo di dipingere di Van Gogh, con il suo stile e con il momento in cui realizzò l'opera".

Secondo Michael Engel, un paleontologo dell'Università del Kansas: "Non esisteva alcun segno di movimento nella vernice, la cavalletta era già morta quando cadde sulla tela". Adesso tutti guarderemo 'Olive Trees' con occhi diversi, per cercare di trovare quella cavalletta che rende la tela più reale.

Anna Falchi: "Ogni donna di spettacolo subisce avances, a meno che non sia un cesso"

ilgiornale.it
Anna Rossi

La bellissima attrice ha detto la sua sugli scandali che sono esplosi di recente nel mondo dello spettacolo: "Le donne subiscono dalla mattina alla sera pressioni sessuali"



Lo scandalo che ha travolto Harvey Weinstein ha sconvolto tutto il mondo e ogni giorno attrici e modelle dicono la loro su quello che sta accadendo.

In generale, tra chi difende il noto produttore cinematografico e chi lo accusa di molestie sessuali, su Weinstein si è abbattuto un vero ciclone. Ma in questo tam tam mediatico ha voluto dire la sua anche Anna Falchi. La bellissima attrice ha dichiarato ai microfoni di Radio Cusano Campus: "Ogni donna di spettacolo subisce avance. Ogni giorno se ne sente una, non se ne può più, detto tra noi. Io posso dire che questo tipo di sistema è sempre esistito". Poi Anna Falchi si è spinta oltre e ha commentato: "Ognuna di noi donne dello spettacolo, a meno che tu non sia un cesso incredibile, ha subito delle avances a volte molto imbarazzanti.

Spesso con la scusa dei provini il regista o il produttore qualcosa in più lo fa. Poi sta a te se accettare a meno. Consiglio a tutte le ragazze di non andare a fare gli appuntamenti nelle case o nelle stanze d'albergo dei registi. Altrimenti ti metti nelle condizioni di poter subire delle molestie un pò più infime. C'è da dire che le ragazze giovani possono essere un pò succubi di certe figure e subire il potere delle persone. E certi uomini ne hanno approfittato. Da lì a parlare di stupro però bisogna pesare le parole. Le donne subiscono dalla mattina alla sera pressioni sessuali. In tutti i settori. Magari nel mondo dello spettacolo ci sono più occasioni, ma in ogni campo lavorativo la donna subisce questo".

Terremoto in Centro Italia, due inverni senza casa

lastampa.it
flavia amabile

Gli abitanti affrontano il freddo in roulotte e camper. “Per quanto tempo dobbiamo vivere così?”


Il cantiere per gli sfollati di Visso è ancora aperto Foto ©Flavia Amabile

Quattro giorni fa Augusto Coccia ha iniziato a sputare sangue. Polmonite, gli hanno spiegato i medici, lasci perdere il camper e il freddo, si deve ricoverare e stare al caldo altrimenti ha chiuso con Castelluccio e con la vita che ha vissuto finora. Da lunedì si ricovera, a Castelluccio tornerà in primavera.

Ha 60 anni, è uno dei coltivatori e allevatori del piccolo paese distrutto dal terremoto del 30 ottobre di un anno fa. Dopo quasi otto mesi di vita in camper a 1400 metri d’altezza il fisico gli ha lanciato un segnale molto chiaro. Le lenticchie possono aspettare, ormai per la semina se ne riparla a marzo. Gli animali, invece, hanno bisogno di cure. «In qualche modo farò», spiega. Anche Sara Rizzi quest’inverno si è ammalata di polmonite dopo i primi tre mesi di vita in roulotte a Visso. Con lei i medici sono stati meno categorici: qualche giorno di cure a Roma poi è tornata e si prepara al secondo inverno di freddo nella stessa roulotte dell’anno scorso.


(Dopo qualche giorno di cure a Roma, Sara Rizzi è tornata a Visso. La malattia non l’ha tenuta lontana dalle sue radici) foto ©Flavia Amabile

È la vita di migliaia di persone in questo pezzo di Centro Italia devastato da mesi di scosse, dove sono state autorizzate le richieste di 3702 nuclei familiari per una Sae, acronimo per Soluzione abitativa di emergenza, che già nel nome rivelerebbe la prima contraddizione. Ma la seconda contraddizione è ancora più drammatica: solo 1103 hanno ottenuto una casetta, più di 2 famiglie su tre vivono ancora come un anno fa, senza aver avuto nemmeno la casetta di “emergenza”.

Casteluccio, Visso, Ussita sono alcuni dei tanti paesi ancora senza casette. Difficile vivere così a lungo in questa precarietà dove ogni scadenza è stata disattesa e le consegne delle casette di aprile sono diventate quelle di giugno, poi di agosto, poi «di sicuro entro l’inizio delle scuole» e poi più nulla perché è arrivato di nuovo l’inverno e da queste parti già ora di notte le temperature sono intorno allo zero e sulle cime delle montagne è apparsa la neve. Chi non ha accettato di farsi trasferire da un albergo all’altro della costa marchigiana o dell’entroterra umbro si è arrangiato come ha potuto.


(Lo scorso dicembre Alessandro Morani ha riaperto il suo negozio di cellulari: «A mie spese. E dovrei pagare le tasse...») foto ©Flavia Amabile

Intorno a quello che un tempo era lo stadio comunale di Visso è nata un’area camper, una definizione che sa di vacanza, sarebbe più giusto definirla comunità di resistenza. Ci vivono una ventina di persone, hanno dai 17 ai 60 anni: sono famiglie, persone da sole, studenti, allevatori, operai della zona. Tutti dormono in una roulotte regalata da qualcuno dei tanti italiani che lo scorso anno fecero a gara per dare una mano. Il resto avviene negli spazi comuni. In quello che un tempo era lo spogliatoio dello stadio hanno creato la cucina. Quelli che erano i bagni di chi andava a giocare sono diventati i bagni di tutti. Se di notte a qualcuno di loro scappa la pipì deve vestirsi, uscire dalla roulotte, percorrere diversi metri al freddo e andare a cercare i bagni. A oltre un anno di distanza dal terremoto.

«Quanto ancora dobbiamo vivere così?», chiede Romina Pasquini, 43 anni, che lavora in fabbrica, alla Vissana, e un mese e mezzo fa di notte è dovuta correre in ospedale fino a Macerata per partorire. Forse anche a causa di tanti mesi di vita in roulotte, il suo fisico non è riuscito a arrivare fino al termine della gravidanza: la figlia è nata al settimo mese. «Per fortuna sta bene, ma il rischio è stato grande. E’ ancora in ospedale ma tra una decina di giorni uscirà, ho bisogno di una casa, non posso aspettare ancora e farla andare a vivere in roulotte come abbiamo fatto finora. Quando la dimetteranno saremo quasi a dicembre. Non posso resistere ancora in queste condizioni: voglio una casa e la voglio qui, questo è il mio paese, è il luogo a cui appartengo, dove lavoro e dove vivo. Non voglio andare al mare».

Romina scappa in ospedale, un’ora e mezza ogni giorno fino a Macerata. Quando tornerà stasera troverà la cena pronta. E’ la regola della comunità di resistenza di Visso. Hanno creato dei turni in base agli orari di lavoro. Molti di loro sono impiegati nelle aziende della zona che hanno riaperto. Chi prende servizio di pomeriggio resta a cucinare il pranzo. Chi va a lavorare di mattina, al ritorno si occupa della cena. Qualcun altro si occupa della spesa, tutti mettono in comune i soldi necessari per il cibo e gli altri acquisti collettivi.


(Quarantenne, Romina Pasquini lavora in fabbrica. Annuncia che non lascerà Visso: «Questo è il mio paese») foto ©Flavia Amabile

«Dopo un anno è diventato pesante per tutti non avere uno spazio proprio che non sia il vano della roulotte ma che altro potremmo fare?», racconta Alessandro Morani. Se non avessimo dei locali e delle spese in comune non riusciremmo a sopravvivere. Ho riaperto lo scorso dicembre a mie spese il negozio di cellulari che avevo prima del terremoto. Non potrei dire però che lavoro, ho un calo del 75% rispetto all’attività precedente e secondo il governo dovrei anche pagare le tasse. E’ una follia». 

Le Sae sono in costruzione, a Visso i cantieri sono aperti ma il cammino è stato un difficile slalom tra burocrazia, inadeguatezza, incapacità di gestire una tragedia di proporzioni così ampie e ora anche di una campagna elettorale che corre il rischio di inasprire i toni e di paralizzare ulteriormente le attività dietro un infinito scaricabarile di responsabilità. I ritardi sono evidenti soprattutto nelle Marche dove sono state consegnate 250 Sae su un totale di 1521.

Arcale, il consorzio che ha vinto l’appalto dà la colpa alla Regione per la consegna delle aree mentre la Regione risponde di aver rispettato le scadenze e sottolinea la carenza di personale delle ditte al lavoro. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto portare alle persone della zona il segno della sua attenzione in una visita che ha toccato zone in grave difficoltà come Castelsantangelo sul Nera e ha deciso di fermarsi anche a Visso nonostante non fosse tra le tappe della visita. Un segno di attenzione che gli abitanti hanno gradito anche se sanno che le decisioni arriveranno dal Parlamento, dalla Regione e non dal Quirinale.


(Nonostante da un anno viva in un camper a Ussita, Patrizia Vita è sicura: «Resto qui e supererò anche questo inverno») foto ©Flavia Amabile

Se tutto procederà senza ostacoli, a Visso le prime casette verranno consegnate a fine mese, le altre in un momento imprecisato dopo Natale. «Hanno perso tempo durante l’estate, quando il clima permetteva di lavorare senza interruzioni. Ora andiamo incontro alla pioggia, la neve, il gelo, i lavori non possono che procedere ancora più lentamente», spiega Patrizia Vita, che da un anno vive in camper a Ussita, un altro dei paesi dei Monti Sibillini distrutti dal terremoto. «Ci prepariamo al secondo inverno qui ma non ho alcuna intenzione di andare via. Anzi. Sempre di più sono convinta, resto qui».

Don Celino, l'uomo più vecchio del mondo: ha 121 anni, ma non può dimostrarlo

repubblica.it
di VALENTINA RUGGIU

In Cile ne sono tutti certi, anche se per il resto del mondo e per il Guinness non ci sono prove. A causa di un incendio avvenuto quando aveva 99 anni

Don Celino, l'uomo più vecchio del mondo: ha 121 anni, ma non può dimostrarlo
Celino Villanueva con la carta d'identità

È nato in Cile nel 1896, lo stesso anno in cui ad Atene si svolgeva la prima Olimpiade dell'epoca moderna e in Italia nascevavo Eugenio Montale e Sandro Pertini. Con i suoi 121 anni, Celino Villanueva Jaramillo è probabilmente la persona più longeva al mondo. Alla sua storia, molto conosciuta in Cile, è stata data rilevanza internazionale grazie a un articolo del Guardian.

· UN PRIMATO NON CONSIDERATO
A differenza dell'italiana Emma Morano e di altri centenari, il nome di Don Celino non è mai apparso in un libro del Guinness World Records, ma c'è una spiegazione. Quando aveva 99 anni, un incendio incenerì la sua casa di Mehuin e anche tutti i documenti originali. Nel paese sudamericano però nessuno dubita della sua età. Dal Presidente al ministro della Giustizia, per tutti Don Celino quest'anno ha compiuto 121 anni. E a confermarlo è anche l'ufficio dell'anagrafe statale, secondo il quale il centenario è nato il 25 luglio 1896 a Rio Bueno, una città della regione di Los Rios, nel Cile centrale. Nel 2016 all'uomo è stata consegnata una nuova carta d'identità e sei anni fa un certificato che lo dichiarava l'uomo più anziano del Cile.

Don Celino, l'uomo più vecchio del mondo: ha 121 anni, ma non può dimostrarlo
Don Celino al suo 120 compleanno

Quando il Guinness certificherà il suo primato, Celino strapperà di fatto lo scettro di uomo più longevo del mondo a Francisco Nunez Olivera, lo spagnolo supercentenario ancora in vita. Prima di lui il record era del giapponese Jiroemon Kimura. · L'INCONTRO CON MARTHA
Prima di trasferirsi nel piccolo villaggio costiero di Mehuin, Celino aveva lavorato per oltre 30 anni come contadino per un proprietario terriero di nome Ambrosio Toledo. Lo stesso che lo lincenziò con una pacca sulla spalla quando trovò un sostituto più giovane. Mossa che, in un sol colpo, fece perdere al già anziano Celino il lavoro e la casa in cui alloggiava.

L'uomo non si è mai sposato, né ha avuto figli. Rimasto per la seconda volta senza un tetto, dopo l'incendio visse per un periodo in strada e si rimise in piedi grazie all'aiuto di Martha Ramírez: una buona samaritana che ancora oggi, all'età di 85 anni, se ne prende cura anche grazie all'aiuto del
 vicinato.


 Don Celino, l'uomo più vecchio del mondo: ha 121 anni, ma non può dimostrarlo
Don Celino al suo 117° compleanno

· IL PRESENTE E LE DIFFICOLTÀ
Per l'ultracentenario le difficoltà oggi non sono ancora finite. Come spesso ha raccontato Martha alla stampa locale e al Guardian, Celino è cieco al 90% a causa delle cataratte (operabili), non può camminare se non aiutato da qualcuno, è sordo all'85% e privo di denti. Una condizione che potrebbe migliorare grazie a delle operazioni dai costi che la donna non può affrontare. Nella Repubblica del Cile infatti i servizi sanitari migliori sono offerti a chi ha un'assicurazione privata.

Le istituzioni hanno provato a dare una mano, ma come ha denunciato il Guardian l'assistenza per un uomo dell'età di Celino dovrebbe essere maggiore. Nel 2011, per il 115° compleanno dell'anziano, il presidente Sebastián Piñera e il ministro dello Sviluppo sociale Joaquin Lavin volarono sino a Mehuin con con un carico di regali, tra questi anche un apparecchio acustico, due stampelle e una piccola stufa a legna. "Ma purtroppo - scrive il Guardian - per l'uomo non è stata ancora offerta alcuna cura geriatrica specialistica".

Quando lo accolse Martha credeva che la convivenza con Celino sarebbe stata temporanea. Di certo non poteva immaginare che di fronte aveva quello che sarebbe diventato uno degli ultracentenari più longevi della Terra.

Sognando l’eternità aumentata: “Così parlo con mio padre anche dopo la sua morte”

lastampa.it
daniele erler

Il giornalista americano James Vlahos ha programmato un bot per chattare con il genitore defunto: “La tecnologia mi aiuta a ricordarlo”. E in futuro si potrà ridare vita virtuale anche ai personaggi storici


James Vlahos in un video di Wired

James Vlahos scrive al padre sul cellulare: «Perché non mi canti una canzone?». Lui gli risponde con un messaggio audio dove intona l’inno della sua squadra di football. Nulla di strano, se non fosse che il padre, John James Vlahos, è morto lo scorso febbraio. Oggi a tenere la sua memoria ancora in vita è un bot, chiamato non a caso Dad-bot. È un programma che permette al figlio di simulare sul cellulare una conversazione con il padre. Ovviamente è tutto virtuale: non esiste intelligenza artificiale che possa sconfiggere la morte, però le parole sono quelle vere, le stesse che John James Vlahos ha detto al figlio quando era ancora vivo.

Sognando l’immortalità
«Quando nell’aprile del 2016, a ottant’anni, gli è stato diagnosticato un cancro ai polmoni, ho capito che sarebbe stata una malattia terminale – racconta oggi il figlio, un giornalista americano appassionato di tecnologia – Mi sono chiesto come tenere vivo il ricordo della sua vita anche dopo la morte». La questione è la stessa che ha ossessionato tanti uomini in passato: come si raggiunge l’immortalità? James ha iniziato con delle conversazioni, ha fissato su Mp3 la voce del padre mentre gli raccontava il primo incontro con la moglie, i suoi ricordi e le sue tante passioni. Voleva usare le sue parole per scrivere un libro, ma poi – mentre passavano i giorni e la malattia progrediva – James ha avuto un’altra idea: ha iniziato a programmare il bot.

Una chat con l’aldilà
«Se è possibile anche solo un’apparenza di vita digitale dopo la morte, allora ovviamente la persona che volevo rendere immortale era mio padre»: James lo ha scritto su Wired e lo ha ripetuto ieri al Web Summit di Lisbona, la più importante conferenza di tecnologia al mondo. James ha usato Pullstring , un programma pensato per creare conversazioni, virtuali ma realistiche, con personaggi di fantasia. Il bot risponde in modo diverso a seconda di quello che gli viene scritto. Lo schema è lo stesso degli assistenti vocali come Siri, solo che James ha fatto un passo ulteriore: ha creato un programma per chattare con messaggi testuali e audio con il padre defunto.

Come vecchie fotografie
La storia ricorda Torna da me, un episodio della seconda stagione di Black Mirror , la serie televisiva britannica ambientata in un futuro dove le tecnologie rivelano il loro risvolto inquietante. «Ho avuto anch’io dei dubbi – spiega James – nei momenti peggiori mi sono chiesto se stessi spendendo centinaia di ore inutilmente». Dopo la morte del padre, James e i suoi parenti hanno iniziato a usare il bot come si potrebbe fare con un vecchio album di fotografie. James è convinto che sia un’eredità importante che con il passare del tempo assumerà ancora più valore: «Il bot non sostituisce in alcun modo il mio vero padre, ma la tecnologia può aiutarmi a ricordarlo».

L’eternità aumentata
L’idea non è comunque nuova. Ci stanno lavorando per esempio, in maniera meno artigianale rispetto a quanto fatto da James per il suo bot, l’Università Ryerson di Toronto e il Media lab del MIT, il Massachusetts Institute of Technology. Tecnicamente si definisce “eternità aumentata”: in futuro i bot renderanno immortale il ricordo e la personalità di chi non c’è più. Secondo il professor Hossein Rahnama, entro il 2045 si potrà ricreare una mappatura del cervello su un computer. Ci saranno simulazioni digitali, in grado di ricreare l’identità delle persone defunte attraverso le loro dichiarazioni, gli articoli, le pubblicazioni, le foto, le mail, ma anche i post sui social network. In futuro si punta a ridare vita virtuale ai personaggi storici del passato, per interrogarli per esempio sulle questioni di attualità.

I genitori non pagano la mensa scolastica. E i bambini mangiano solo pane e olio

lastampa.it
maria vittoria giannotti

Proteste per la decisione del Comune dell’Aretino contro i morosi. Il sindaco spiega: “Non sono poveri ma furbetti, così facciamo giustizia”



I genitori non pagano la mensa scolastica? E i loro figli, a scuola, mangiano pane e olio. È una decisione destinata a far discutere quella presa dal Comune di Montevarchi, un popoloso Comune al confine tra Firenze ed Arezzo. «Vergogna – tuona qualcuno sulla bacheca Facebook del sindaco, Silvia Chiassai Martini – non è accettabile che i bambini subiscano una discriminazione per colpa dei genitori». «Si vergognino i furbetti che volevano far mangiare i loro figli a ufo» ribatte qualcun altro.

Il provvedimento è scattato da lunedì scorso quando agli alunni con famiglie non in regola con i pagamenti è stato servito uno dei piatti più tipici della tradizione toscana: si tratta della fettunta, una semplicissima fetta di pane condita con olio e sale. A completare il menu ridotto, un po’ di frutta e una bottiglietta d’acqua. Il pasto viene consumato insieme a tutti, oppure sui tavoli riservati ai bambini che portano il pranzo da casa, possibilità prevista dalle famiglie.

La decisione ha spaccato il paese, diviso tra chi appoggia il provvedimento e chi lo critica. Il caso finirà per essere discusso anche in consiglio regionale dopo che la vicepresidente, Lucia De Robertis, ha presentato un’interrogazione urgente all’assessore competente. «Il pane e olio ai bambini morosi è una discriminazione incompatibile coi valori fondativi del sistema scolastico – sostiene – questa scelta ha un impatto pedagogico disastroso, perché scarica sugli incolpevoli bambini i comportamenti omissivi dei genitori».

Ma il primo cittadino Silvia Chiassai Martini, dal giugno 2016 alla guida di una giunta di centrodestra, ribatte con convinzione agli attacchi. «La mia – spiega – è stata in realtà una decisione che mira a ristabilire la giustizia per tutti i cittadini. I bambini a cui è stato applicato il provvedimento non provengono da famiglie bisognose: per loro, il servizio di mensa e trasporto è garantito dagli assistenti sociali. Le famiglie di cui stiamo parlando oggi sono quelle che hanno fatto i furbetti, contando sulla mancanza di controlli». Il sindaco giustifica la sua scelta snocciolando dati e cifre ben precisi.

«Quando mi sono insediata – racconta – ho riscontrato un buco di 500 mila euro, accumulato con le morosità per servizi come la mensa e il trasporto scolastico. Per un Comune come il nostro è una cifra importante». Per recuperare il debito, l’amministrazione si è mossa su più fronti: prima ha richiesto i crediti accumulati negli anni e ha recuperato 211 mila euro. Poi ha modificato il metodo di pagamento: ora si paga prima di consumare invece che a posteriori. I genitori morosi vengono avvertiti più volte con sms, avvisi e telefonate: la misura più drastica scatta solo al 31° giorno.

«Un meccanismo – continua il sindaco – che in pochi giorni ha dato buoni risultati: da 38 alunni morosi ora siamo arrivati a 20». Il problema non riguarda solo Montevarchi. A ottobre scorso, il Comune di Grosseto – dove a non pagare erano risultate mille famiglie – aveva adottato una misura ancora più drastica: per convincere i genitori non paganti, l’amministrazione cittadina ha deciso di sospendere il servizio mensa per i loro figli.

La vita violenta

lastampa.it
mattia feltri

C’è qualche cosa di primitivo, e di genuino, nella testata con cui Roberto Spada ha fracassato il naso al giornalista della Rai, Daniele Piervincenzi. Una genuinità che lo condurrà in gale