Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

lunedì 30 ottobre 2017

“Addio denunce, chi perde la carta d’identità potrà andare direttamente in Comune”

lastampa.it

L’annuncio del commissario alla spending review Gutgeld che aggiunge: «Nel 2017 risparmiati 30 miliardi sul costo del personale nella Pubblica amministrazione»



Un esempio di carta d’identità elettronica rilasciata dal Comune di Torino
Ogni anno ci sono «circa 2 milioni e mezzo di denunce di smarrimento dei documenti, che assorbono tante centinaia di uomini, tra carabinieri e polizia, in una attività amministrativa a basso valore aggiunto, inutile. L’idea è quella di creare un meccanismo per il quale se uno perde la carta d’identità va direttamente al Comune». Lo ha annunciato il commissario alla spending review Yoram Gutgeld in commissione Federalismo fiscale, spiegando che così «si semplifica la vita ai cittadini» e si liberano forze a presidio del territorio.

Con blocco turnonver -4% dei dipendenti nella pubblica amministrazione
«Con il blocco del turnover e i trasferimenti (ad esempio ai tribunali) abbiamo diminuito il numero di persone nella Pubblica amministrazione del 4%, nei ministeri la riduzione è quasi del 7%» ha aggiunto Gutgeld ricordando che il lavoro fatto finora «ha portato nel 2017 a una riduzione di spesa di quasi 30 miliardi al netto del costo del personale». Quanto al contributo dei singoli comparti «il 17% dei risparmi» è relativo «alla P.a. locale, il 24% alla P.a. centrale». «Grosso modo, la spesa pubblica italiana - ha ricordato il commissario - è di 830 miliardi: circa 300 rappresentano il “cuore” dei servizi pubblici (scuola, sanità, forze di polizia), una sessantina di miliardi sono investimenti in conto capitale, la spesa sociale è quasi 340 miliardi e poi gli interessi sul debito». I tagli si sono concentrati «sulla spesa aggredibile, cioè sul costo della “macchina” dei servizi pubblici». 

Una moneta da 5 euro per festeggiare i 60 anni della Fiat 500

lastampa.it

La moneta d’argento sarà prodotta in 4.000 pezzi, in vendita al prezzo di 40 euro l’una



Dopo il francobollo, la moneta. L’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato dedica una moneta in argento, dal valore nominale di 5 euro, ai 60 anni della Fiat 500. La moneta, emessa dal Ministero dell’Economia e Finanze, è stata realizzata da Claudia Momoni, artista incisore della Zecca dello Stato. Ha una tiratura di 4.000 pezzi per la versione “fior di conio”.

Sul dritto, è raffigurato, in prospettiva, il primo modello Fiat 500, nato nel 1957, e la versione attualmente in commercio, con soluzioni stilistiche simili all’omonimo antenato. Sul rovescio una vettura Fiat 500 con le date 1957 e 2017, rispettivamente anno di produzione del primo modello e anno di emissione della moneta.

La moneta, di 32 millimetri di diametro e 18 grammi di peso, si può acquistare sul sito della Zecca al prezzo di 40 euro.

Trasforma una Toyota in una Ferrari: lui denunciato e l’auto sequestrata

lastampa.it
fabio albanese

L’impresa ad opera di un 52enne di Scicli nel Ragusano. La Guardia di Finanza ha inviato le foto del veicolo a Maranello. I provvedimenti per avere utilizzato senza autorizzazione marchi di fabbrica registrati



Chi non ha mai desiderato avere una Ferrari? Certo, non tutti se la possono permettere, ma se il desiderio di mettersi al volante con il logo del cavallino è troppo forte, allora la soluzione c’è: basta sostituire il volante a un’auto meno costosa. E’ quello che ha fatto un 52enne di Scicli, nel Ragusano. E non solo quello, perchè ha sostituito anche loghi, borchie, cerchi, cofani, passaruota, tutto originale per farsi in casa una finta Ferrari. Il proprietario, titolare di una agenzia che organizza eventi, è stato denunciato. La finta Ferrari, che in realtà è una molto più economica Toyota MR2, è stata sequestrata.



L’altro giorno la Guardia di Finanza di Modica è andata a fare controlli nel territorio di Scicli è si è imbattuta nell’aspirante «ferrarista» alla guida della finta «rossa», che poi in realtà non è nemmeno rossa ma è bianca: un’auto che, a parte i loghi e i dettagli, non aveva proprio forma e stile di una Ferrari. D’altronde, la carta di circolazione parlava chiaro: è una Toyota. Comunque, i finanzieri hanno fatto alcune foto e le hanno inviate ai tecnici di Maranello che in pochi minuti hanno dato il loro responso: quella macchina è un «fake». 



Risultato: auto sequestrata, per avere utilizzato senza autorizzazione marchi di fabbrica registrati, e denuncia del proprietario per il medesimo reato. Con una raccomandazione: la prossima volta, per farsi passare la voglia di Ferrari, sarà meglio andare in un negozio di giocattoli e procurarsi un modellino da mettere in bella vista sulla scrivania.

Trovato un astrolabio delle navi di Vasco Da Gama. "E' il più antico strumento di navigazione al mondo"

repubblica.it
di GIACOMO TALIGNANI

Recuperato al largo dell'Oman e datato fra il 1495 e il 1500. "Un oggetto rarissimo"

Trovato un astrolabio delle navi di Vasco Da Gama. "E' il più antico strumento di navigazione al mondo"

QUANDO i sub l'hanno trovato sotto la sabbia nelle profondità del mare dell'Oman erano certi di aver scoperto qualcosa di prezioso, ma non certo di così raro. Quell'astrolabio, databile fra il 1495 e il 1500, è infatti il più antico strumento di navigazione del mondo. Il "disco", dal diametro di 17,5 cm, veniva utilizzato in passato per misurare l'altezza del sole durante i grandi viaggi esplorativi delle navi: questo reperto, scoperto nel 2014 dalla missione guidata da David Mearns, si crede appartenesse addirittura alla nave Esmeralda, una delle imbarcazioni della spedizione del celebre navigatore portoghese Vasco Da Gama, il primo a navigare dall'Europa all'India.

Trovato un astrolabio delle navi di Vasco Da Gama. "E' il più antico strumento di navigazione al mondo"
L'astrolabio sottoposto al laser scan (Credits: Università di Warwick)

L'Esmeralda naufragò durante una tempesta nell'Oceano indiano nel 1503 e al largo delle coste dell'Oman, tre anni fa, gli archeologi marini hanno recuperato circa 3000 differenti reperti, tra cui il prezioso astrolabio. "È davvero un grande privilegio trovare qualcosa di così raro, qualcosa di così storicamente importante e che sarà studiato dalla comunità archeologica" ha detto Mearns alla Bbc. Il disco, spesso poco meno di 2 millimetri, "aveva due emblemi significativi notati appena lo abbiamo recuperato" spiega.

Moment of discovery of world's oldest Marine Astrolabe from #Esmeralda1503 shipwreck, with @mhc_gov found in 4 metres depth on 8 May 2014 pic.twitter.com/eMowyhuozV
— David Mearns (@davidlmearns) October 24, 2017
Uno, subito riconosciuto, ero uno stemma portoghese mentre l'altro, analizzato in un secondo momento, era il simbolo personale di Dom Manuel I, re del Portogallo. Questo secondo stemma è stato fondamentale anche per datare l'oggetto intorno al 1500. Dopo anni di indagini sui reperti oggi il lavoro di scansione laser eseguito dall'Università di Warwick ha definitivamente decretato che il manufatto è realmente un astrolabio dell'epoca: grazie allo scanner sono state infatti individuate linee e tracce sul disco, separate di 5 gradi, che servivano per misurare l'altezza del Sole durante la navigazione e per determinare dunque la posizione della barca in mare. Secondo l'emittente britannica i ritrovamenti di astrolabi sono rarissimi, tanto che soltanto 108 "pezzi" sono stati finora recuperati e catalogati. Quest'ultimo sarebbe dunque i più antico fra gli astrolabi rinvenuti.
Announced this discovery at my @RGS_IBG lecture last night, identity as Astrolabe confirmed by laser scanning work by WMG @warwickuni https://t.co/6BUyrPFgBl
— David Mearns (@davidlmearns) October 24, 2017
"Sappiamo che doveva essere stato realizzato prima del 1502, perché fu allora che la nave lasciò Lisbona. E sappiamo che Dom Manuel non è diventato re fino al 1495: l'astrolabio non avrebbe mai portato l'emblema prima che venisse incoronato. Dunque, crediamo sia databile fra il 1495 e il 1500, anche se non sappiamo l'anno esatto. Ora - conclude entusiasta Mearns - speriamo di riuscire a trovarne altri".

Fondi statali per i partigiani: ecco il tesoretto antifascista

ilgiornale.it
Giuseppe De Lorenzo Marco Vassallo

Crescono le sovvenzioni per i gruppi partigiani. Dai garibaldini ai combattenti in Spagna: 4 milioni di euro in 6 anni



Ogni anno decine di associazioni aspettano l’autunno con ansia. Le attende una sorta di rito: la perpetua elargizione di fondi (statali) che in buona parte dei casi significa sopravvivenza. Anche quest’anno il Governo, approvando la legge di bilancio 2017, provvederà a sovvenzionare con quasi tre milioni di euro una pletora di organizzazioni combattentistiche dalle più disparate sigle. Dai garibaldini all’Arma di Cavalleria, passando - ovviamente - per i partigiani.

Dai Mille alla Resistenza

Ecco: i partigiani. I fondi per le associazioni combattentistiche provengono da due voci di bilancio: da una parte il ministero della Difesa mette a disposizione 1,7 milioni di euro da dividere tra 47 raggruppamenti; dall’altra il ministero dell’Interno, in collaborazione con quello delle Finanze, elargisce altri 1,6 milioni. Mica bruscolini. Buona parte di questi proventi finisce nelle tasche di organizzazioni che in un modo o nell’altro si riconoscono nell’esperienza delle varie brigate antifasciste. Per esempio, la Difesa si appresta a versare 23.500 euro all’Associazione Italiana Combattenti Volontari Antifascisti in Spagna.

E qui vi chiederete: cosa fa il comitato? Sul sito si trova lo statuto del gruppo costituito da "superstiti ex volontari che hanno partecipato alla guerra di Spagna nelle formazioni anti-franchiste ed i loro familiari e discendenti". Ma se qualcuno è interessato e ne condivide i principi, può iscriversi lo stesso. Le iniziative riguardano soprattutto la pubblicazione di memorie e biografie di comunisti, anarchici e antifascisti vari che presero la via della penisola iberica per combattere contro Francisco Franco. Per dire, sabato scorso si sono visti a Tolmezzo (Udine) per ricordare i volontari internazionalisti antifascisti "che dalla Carnia e dall'alto Friuli" parteciparono alla guerra spagnola "al fianco delle istituzioni democratiche". Saluti, convegni, targhe e concerto.

galassia partigiana

Nella colonna delle uscite del bilancio del Governo ci sono poi 55mila euro finiti alla Federazione Italiana delle Associazioni Partigiane, 115.000 euro all’Associazione nazionale Reduci della Prigionia dell’Internamento e della Guerra di Liberazione, 84mila per la Federazione Italiana Volontari della Libertà e altri 41.800 euro all’Associazione Nazionale Combattenti della Guerra di Liberazione Inquadrati nei Reparti Regolari delle Forze Armate, che solo a pronunciare il nome serve una riga. E infine l’Anpi: alla più famosa organizzazione partigiana finiranno ben 107mila euro tondi tondi. Ognuno si è fatto il suo comitato: i partigiani, i militari, i deportati, i volontari all'estero e chi più ne ha più ne metta. Spesso i vari Enti stampano riviste, sostengono siti internet e in alcuni casi pubblicano pure libri sulla sempreverde resistenza antifascista. C’è anche il caso dell’Associazione Nazionale tra le famiglie italiane dei Martiri Caduti per la Libertà della Patria, che quest’anno incasserà 102mila euro.

Voi direte: impossibile non essere d’accordo con chi rappresenta i martiri per la libertà. Certo. Il fatto è che riguarda solamente gli “antifascisti, partigiani, semplici civili” morti durante l’occupazione nazi-fascista del Centro e del Nord Italia. In particolare l’attenzione dell’ANFIM si concentra sulla strage delle Fosse Ardeatine (nacque proprio dal desiderio dei parenti delle vittime di ottenere verità) e si allarga a Marzabotto, Forte Bravetta, Leonessa e al reatino. L’obiettivo? “Mantenere viva la Memoria” e promuovere i “principi di libertà e democrazia”. Due cose - in realtà - che già fa egregiamente l’Anpi. Non potevano allora unire le forze, riducendo così le elargizioni statali? A quanto pare no, visto che la Memoria delle Fosse Ardeatine se la “contendono” l’ANFIM e la sezione locale dell'ANPI di Roma. Doppi fondi, più festa per tutti.

Un piccolo inciso lo merita pure l’Associazione Nazionale Veterani Reduci Garibaldini, che “deriva direttamente” - come si legge nel sito - dalla “Società di Mutuo Soccorso fra garibaldini che fu fondata dallo stesso Generale Garibaldi nel 1871”. Visto che ormai dei Mille - per motivi anagrafici - non ne è rimasto in vita neppure uno, quando alla fine della Guerra si decise di ripristinare il sodalizio “su base democratica ed antifascista”, furono ammessi come iscritti i “reduci della Divisione italiana partigiana Garibaldi che aveva combattuto in Jugoslavia” perché “continuatori della tradizione garibaldina”. Oggi i soci sono di fatto solo ex partigiani e alcuni simpatizzanti (dal 1993), a cui non dispiaceranno certo i 23mila euro donati dal ministero.


Lievitati gli incassi

A conti fatti alle organizzazioni partigiane vanno 467mila euro l’anno, un terzo del totale. A questi però vanno aggiunti anche i fondi stanziati dal Viminale: Marco Minniti si appresta infatti a versare 202.071 euro all’Associazione nazionale perseguitati politici italiani antifascisti (ANPPIA), un ente da 3.643 soci nato nel 1954 e che ora fa appelli “alle forze democratiche” (tra cui il Pd) per fare da “argine nel modo più unitario e largo possibile, alla recrudescenza fascista”. In totale negli ultimi 6 anni l’intera galassia dei gruppi partigiani ha drenato 4 milioni di euro dalle casse dello Stato.
Negli ultimi anni gli stanziamenti hanno avuto un andamento ondivago: cresciuti fino al 2014, si sono contratti nel 2015 per poi tornare a crescere. Nel 2017 la Pinotti ha registrato un incremento di 164.349 euro rispetto all’anno precedente, mentre quello del ministero dell’Interno si è ridotto di soli 77mila euro.

Per molto tempo le sovvenzioni sono state elargite a pioggia, con metodi di ripartizione dei contributi slegati dalle reali attività svolte e senza trasparenza: per cinque anni la Commissione Difesa ha chiesto i rendiconti annuali degli enti beneficiari, ma li ha ottenuti solo quest’anno e solo per 27 associazioni su 47. Per carità: quale correttivo è stato fatto. Dal 2014 per ottenere i fondi bisogna presentare dei progetti precisi, altrimenti ci si deve accontentare del “contributo per i costi fissi di funzionamento” e di una decurtazione del 20% per ogni anno in cui non si elaborano programmi meritevoli di essere finanziati. Comunque vada, un po' di soldi non vengono mai fatti mancare. Non sia mai che la lotta partigiana finisca (finalmente) negli scaffali della storia.

Verdi, blitz ministero: tornano in Italia lettere destinate all'asta a Londra

repubblica.it
di FRANCESCO NANI

Franceschini: "Eccezionale scambio epistolare". Carteggio acquisito con trattativa privata per 358.800 sterline

Verdi, blitz ministero: tornano in Italia lettere destinate all'asta a Londra

Stavano per essere messe all'asta da Sotheby's a Londra, ma il ministero ha anticipato tutti comprando per 358.800 sterline le 36 lettere di Giuseppe Verdi. In una nota il ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini annuncia l'acquisto del carteggio tra Verdi e il suo librettista Salvatore Cammarano, un "eccezionale scambio epistolare", che era "parte di un gruppo di lotti di carte e manoscritti musicali verdiani presenti nel catalogo della Casa d'aste Sotheby's di Londra". "Abbiamo silenziosamente lavorato per far tornare in Italia questo straordinario patrimonio", afferma Dario Franceschini. Il carteggio, acquisito con trattativa privata appunto per 358.800 sterline, sarebbe stato messo all'asta alle 10 di giovedì mattina.

L'eventuale acquisto da parte di privati, spiega il ministero, "avrebbe sottratto al patrimonio di questo paese una rilevantissima documentazione, di grande importanza per gli studi in quanto materiale assolutamente inedito, relativo ad un arco cronologico (1844-1851) nel quale Verdi si confronta con impresari, interpreti, letteratura, teatri, esprimendo in maniera chiarissima la sua personale concezione di teatro musicale". Il carteggio sarà, sottolinea ancora il ministero dei Beni culturali, "imprescindibile fonte per i futuri studi sia sulla genesi di alcuni titoli, quali Alzira, Luisa Miller o La battaglia di Legnano di cui si conservano fonti molto esigue, che per la creazione di alcuni soggetti che non videro mai la luce".Tra i reperti la più antica bozza esistente dell’Ernani. E poi lettere autografe alla contessa Clara Maffei, all’agente Mauro Corticelli, al ministro dell’Istruzione Emanuele Gianturco; una lettera della moglie di Verdi che parla del Requiem, una foto di Verdi con dedica alla cantante Marie Delna.

Verdi, blitz ministero: tornano in Italia lettere destinate all'asta a Londra

Soddisfazione a Parma, da dove era partito un appello al Governo per l'acquisizione, anche se non è ancora stata ufficializzata la destinazione finale del carteggio. "Una notizia straordinaria per la cultura italiana che scongiura un grave danno per l'intero territorio dell'Emilia-Romagna" afferma l'assessore regionale alla Cultura Massimo Mezzetti che rivolge un "ringraziamento particolare va al ministro Franceschini che ha accolto la nostra richiesta di scongiurare che i manoscritti inediti del compositore di Roncole di Busseto andassero all'asta e tornassero nella paese del compositore".

Per i deputati Giuseppe Romanini e Patrizia Maestri è la "conferma dell'impegno del ministro Franceschini a far sì che l'inestimabile patrimonio del Maetro di Busseto torni in italia per essere messo a disposizione di studiosi e del pubblico. Siamo lieti di aver contribuito, tramite le nostre sollecitazioni al ministero, a questo importantissimo risultato che speriamo potrà completarsi con il trasferimento nella nostra provincia di questo carteggio". A questo proposito va ricordato che nel 2012 le carte verdiane appartenute a Toscanini furono acquistate da Eni e Banca Intesa, poi collocate presso il museo Teatrale della Scala. Il senatore Giorgio Pagliari parla a questo proposito di "nuovo gesto di attenzione" di Franceschini verso Parma.

Chi è interessato al patrimonio è certamente l'Istituto nazionale di studi verdiani "impegnato fin dal primo momento nella sensibilizzazione e nel supporto scientifico necessario alla realizzazione di questa acquisizione" che conferma il "proprio ruolo quale istituzione preposta alla tutela e alla valorizzazione dell'opera di Giuseppe Verdi, nell'ambito della storia e della cultura italiana ed internazionale".

Donne, oggetti erotici senza cervello. Viaggio negli spot che (dovrebbero) offendere tutti

espresso.repubblica.it
di Luigi Gaetani

Annamaria Arlotta, fondatrice di una pagina Facebook contro la pubblicità sessista con migliaia di iscritti: «Mi sono resa conto della situazione italiana solo dopo aver vissuto per anni in Inghilterra. Ma oggi anche qui sta cambiando qualcosa, l'importante è continuare a protestare»

Donne, oggetti erotici senza cervello. Viaggio negli spot che (dovrebbero) offendere tutti

Fatti il capo» recitava qualche anno fa la réclame di un famoso amaro. Sempre anni or sono, a dire il vero non tantissimi, sui cartelloni pubblicitari di una linea di traghetti per la Sicilia una scritta rivendicava orgogliosamente, sullo sfondo di un gruppo di ragazze fotografate di spalle mentre si imbarcano: «Abbiamo le poppe più famose d'Italia». Sono solo due esempi tra migliaia di pubblicità sessiste, che portano avanti stereotipi e modelli discriminanti, relegando le donne a ruoli secondari, decorativi o iper sessualizzati. Una tendenza nella quale l'Italia vanta un triste primato. Non esistono dati recenti sul fenomeno, ma basti citare il rapporto Onu sulla violenza di genere nel nostro paese redatto nel 2012 da Rashida Manjoo: «Con riferimento alla rappresentazione delle donne nei media, nel 2006 il 53 per cento delle donne comparse in TV era muta; il 46  associata a temi inerenti al sesso, alla moda e alla bellezza; solo il 2 per cento a temi sociali e professionali».

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Annamaria Arlotta si batte da anni per sensibilizzare l'opinione pubblica sul tema. Fondatrice e amministratrice della pagina Facebook La pubblicità sessista offende tutti, ad oggi quasi 7 mila iscritti, racconta all'Espresso: «L'idea di aprire un gruppo mi è venuta qualche anno fa. Ero da poco tornata in Italia dopo aver vissuto alcuni anni in Inghilterra e ho notato subito che la pubblicità qui era completamente diversa da come la ricordavo nel Regno Unito, dove allusioni sessuali e doppi sensi sono quasi inesistenti. All'inizio pensavo che fosse una differenza dovuta al puritanesimo britannico, che fossimo noi quelli più “liberali”. Ma mi sono presto resa conto che era semplicemente una questione di rispetto. Nelle pubblicità italiane la donna è ridotta sempre e unicamente al corpo e al fattore seduttivo. E questo, aldilà della volgarità di molti spot, fa passare il messaggio sbagliato che solo le donne giovani e belle hanno valore. Le altre praticamente non esistono».

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Una pagina alla quale «sono iscritti anche molti uomini, oltre a personaggi del mondo della cultura», tiene a sottolineare Arlotta, e «dove chiunque può segnalare una pubblicità offensiva. La segnalazione viene poi girata allo Iap, l'Istituto di autodisciplina pubblicitaria . Se, per esempio, si tratta di un cartellone di una piccola ditta che contiene elementi volgari – prosegue Arlotta – di solito grazie all'intervento dello Iap nell'arco di due settimane la pubblicità viene eliminata». All'istituto di autodisciplina aderisce liberamente circa «il novanta per cento delle aziende» ma è evidente che non tutte hanno lo stesso peso e di conseguenza lo Iap non dimostra sempre la stessa severità. Tuttavia, spiega ancora Annamaria Arlotta, qualcosa sembra stia cambiando: «Ultimamente ci sono segni incoraggiati. In alcuni casi, dopo le forti proteste delle persone sui social, l'istituto di autodisciplina è intervenuto anche contro grandi multinazionali».

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Le pubblicità sessiste più diffuse sono quelle «che fanno leva sul richiamo sessuale, abbinando un'immagine provocante a un prodotto. Si cerca di fare una specie di transfert dall'impulso sessuale a quello all'acquisto. Ma questa non è la sola forma di sessismo. Esiste anche la tendenza a far diventare la donna stessa parte del prodotto, o a usare il suo corpo come un supporto: c'è la donna che diventa di plastilina, o quella che è un vassoio per il sushi o la base per un paralume. A volte viene marchiata con un logo. Sono tutte cose che non accadono con il corpo maschile».

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E poi c'è il problema degli stereotipi di genere, forse l'aspetto più difficile da combattere ma anche quello più pericoloso. Non a caso «La Spagna, per ora unica in Europa, ha varato una legge contro la pubblicità sessista all'interno di un pacchetto di norme contro la violenza sulle donne. Negli spot italiani quando compaiono personaggi di entrambi i sessi l'uomo è mostrato nell'atto di lavorare, mentre la donna è raffigurata mentre chatta, fa shopping, guarda film». Secondo la fondatrice di “La pubblicità sessista offende tutti” ai personaggi femminili sono quasi sempre legate «attività superficiali, quando non stupide. A volte la donna è mostrata come isterica mentre l'uomo è sempre serio, posato.

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Un esempio recente di pubblicità che veicola stereotipi è quello dello spot di una nota marca di pannolini, in cui il bambino era raffigurato come un piccolo esploratore e la bambina come una vanitosa civettuola. Qualche mese fa, ancora, il caso della pubblicità di una marca di succhi di frutta: dopo aver bevuto il maschietto diventava un piccolo Einstein mentre la bambina una stilista di moda. Ma dopo le proteste le pubblicità sono state modificate». «Spesso le aziende ci rispondono con cortesia, non so quanto autentica, scusandosi e “ringraziandoci” della segnalazione. A volte invece riceviamo un'obiezione tipica, cioè che noi “non capiamo l'ironia”. In effetti no, non capiamo cosa ci sia di ironico nell'immagine di due hamburger al posto dei seni».

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Determinate si rivela il ruolo di aplificatori dei social network e le proteste stanno portando, anche se lentamente, a un cambio di atteggiamento: «Sono fiduciosa per il futuro, ho notato che quasi sempre dopo che una pubblicità è stata bollata come sessista, le aziende cambiano completamente registro. Non so se perché davvero comprendano che è sbagliato oppure solo per non essere seccati dalle “femministe”, come veniamo spesso erroneamente definite. L'importante è continuare a vigilare, perché è il numero di proteste a fare la differenza. Non abbiamo dati aggiornati purtroppo, ma l'Easa (European Advertising Standards Alliance), un organismo di vigilanza europeo, nel 2006 pubblicò alcune cifre illuminanti. In quell'anno solo in Inghilterra ci furono 1650 segnalazioni. In Italia zero. Oggi non è più così».

L’imprenditore veneto: “Ho portato la fabbrica in Austria: l’autonomia non serve a niente”

lastampa.it
andrea rossi

Il problema non sono le tasse, ma la burocrazia locale


Francesco Biasion, 79 anni, è presidente del gruppo Bifrangi, leader mondiale nello stampaggio a caldo dell’acciaio. La Bifrangi ha sei stabilimenti: uno in Veneto, gli altri sparsi tra Usa, Gran Bretagna e Carinzia 250 milioni È il fatturato della Bifrangi. Il gruppo ha oltre mille dipendenti, dei quali 500 lavorano a Mussolente, nel Vicentino

L’ultima nicchia dello sterminato capannone da 60 mila metri quadrati è occupata da imballaggi alti quattro metri. Due presse, 8 mila tonnellate ciascuna, arrivate dal Giappone. Costate 17 milioni e mai installate. «Ho richieste da tutto il mondo e non riesco a soddisfarle. Non mi lasciano ampliare lo stabilimento, e allora queste macchine restano imballate. Ci perdo io, ci perdono tutti: potrei dare lavoro a centinaia di veneti. Invece assumo all’estero».

Nonostante l’Italia, a quasi 79 anni Francesco Biasion tutte le mattine alle 8 entra in fabbrica. Spesso anche di sabato. Domenica ha votato sì al referendum. Per sconforto, racconta. «Il Veneto dà troppo e riceve troppo poco. Peggio di così non può andare. Ma dia retta a me: non cambierà nulla. Anzi, potrebbe essere peggio: l’unica autonomia necessaria è quella da certi amministratori locali che ci impediscono di lavorare; Dio ce ne scampi se un domani avranno più poteri».

Quinta elementare. A dieci anni era in azienda. Anzi, prima: «Mio padre mi portava a vedere i fabbri picchiare l’incudine». La Bifrangi era poco più di un’officina. Oggi è leader mondiale nello stampaggio a caldo dell’acciaio: oltre mille dipendenti, 250 milioni di fatturato, sei stabilimenti. Il più grande, quasi 500 addetti, è a Mussolente, 7 mila anime in provincia di Vicenza, dove i Biasion abitano da generazioni. Gli altri sono a Lincoln e Sheffield, in Gran Bretagna, e a Houston. L’ultimo è ad Althofen, in Carinzia, dove negli anni scorsi qualche imprenditore veneto ha ceduto alle lusinghe e trasferito in Austria parte delle produzioni.

Biasion non ha scelto l’Est Europa dove la manodopera costa un quarto. Ha aperto là dove gli operai guadagnano bene e il Fisco è meno opprimente, ma solo un po’. «Quelli come me non se ne vanno per pagare meno tasse. Ce ne andiamo perché non siamo padroni nelle nostre fabbriche. Sono stufo di andare dal sindaco di turno con il cappello in mano ogni volta che devo fare un investimento».

Nel Vicentino la Bifrangi dà lavoro a centinaia di famiglie tra dipendenti, fornitori e indotto, albergatori compresi, perché è un modello studiato a ogni latitudine. Mai uno sciopero. In mensa lavorano dieci cuochi assunti, si serve la verdura coltivata nei campi di Biasion e la carne delle sue bestie. C’è un frantoio per estrarre l’olio delle sue olive e un piccolissimo mulino per macinare la farina ottenuta dal suo grano. Nei capannoni si producono non solo i componenti in acciaio per l’industria pesante e la meccanica di precisione venduti in tutto il mondo; si progettano e realizzano anche i macchinari con cui fabbricarli.

«Eppure mi sento trattato come un delinquente», dice Biasion. Dieci anni fa ha brevettato il maglio più grande al mondo: un gigante di 1.500 tonnellate che quando piomba sull’acciaio incandescente esercita una pressione di 55 milioni di chili. «Mi serviva un capannone nuovo. Provincia e Regione erano d’accordo. Il Comune anche». Anzi no: il sindaco decide di costruire una nuova strada proprio nell’area dove dovrebbe estendersi la fabbrica. «Protesto e alla fine la spunto».

Ma in Comune si accorgono che il capannone è troppo alto e gli uccelli potrebbero sbatterci contro: niente licenza edilizia, altri anni di liti finché arriva la deroga per cominciare i lavori. Apre il cantiere: servono fondamenta profonde 16 metri ma il Comune si mette di nuovo di traverso. «Mi sono stufato. Ho chiamato in Texas. La sera avevo una risposta: si può fare. Quando siamo andati a presentare il progetto erano sorpresi: la fabbrica è vostra, dentro potete fare quel che volete». Tre anni fa, come alcuni suoi colleghi veneti, Biasion ha trasferito un pezzo di produzione in Carinzia.

Gli austriaci facevano promozione spinta, avevano creato una agenzia (oggi in liquidazione) per setacciare il Nord Italia e convincere le aziende a varcare il confine. «E io sono andato, sempre per lo stesso motivo: avevo troppe commesse, mi serviva uno stabilimento più grande ma qui non me lo lasciavano fare». In dieci mesi la fabbrica era pronta. «Mi hanno accolto con le fanfare, non sono mai riuscito a pagare nemmeno un caffè. Eppure non lo rifarei: le tasse sono più basse, la pubblica amministrazione garantisce contributi a fondo perduto e procedure snelle, ma non trovo manodopera. Un disastro».

Si torna al punto di partenza: le due presse imballate da cinque anni, i progetti incagliati, gli investimenti bloccati. Le denunce: per aver piantato alcuni alberi e installato tre panchine, per una recinzione abusiva, per un impianto che inquinava. «Tutte archiviate. L’ultima poche settimane fa: il fatto non sussiste». Nel frattempo Francesco Biasion ha assunto i 700 addetti che gli servivano. All’estero.

Jihadisti partiti dalla Francia per la Siria, ma continuano a percepire il sussidio

lastampa.it
paolo levi

La rivelazione di Le Figaro: il traffico di denaro sarebbe di 2 milioni di euro


Abdelhamid Abaaoud, ritenuto la mente degli attentati di Parigi

Professano la distruzione della Francia laica e «infedele», ma niente scrupoli quando si tratta di approfittare del suo generoso sistema di welfare.

Secondo la Brigata specializzata nella caccia ai finanziamenti del terrorismo, il 20% dei combattenti dell’Isis con passaporto francese arruolatisi in Siria o in Iraq hanno continuato ad intascare sussidi sulla disoccupazione o per la casa da parte dello Stato. Soldi - rivela oggi il quotidiano Le Figaro - che hanno dunque contribuito al finanziamento dello Stato islamico, la stessa organizzazione che rivendicò gli attentati parigini del 13 novembre 2015.

Gli agenti d’Oltralpe, insieme ai servizi dell’antiterrorismo (Sdat) ed Europol, sono stati chiamati ad indagare sul caso nel quadro di un’inchiesta aperta proprio nel novembre di due anni fa. Con importanti risultati. Quello scoperto è un tentacolare traffico europeo e internazionale di raccolta fondi a beneficio dell’Isis. In pratica, i sussidi venivano prelevati da famiglie o persone vicine ai combattenti e poi inviate nei feudi siriani o iracheni attraverso una fitta rete di «corrieri», di cui almeno 210 identificati come libanesi o turchi. Quanto ai «mittenti», in maggioranza famigliari dei jihadisti partiti in Medio Oriente, finora ne sono stati identificati 190 soltanto in Francia.

«Quando un individuo si arruola in una filiera - spiega Stéphane capo del polo finanziario della Brigade criminelle, la cui parola d’ordine è “Follow the money”, segui i soldi - spegne il telefono, acquista biglietti e svuota il conto corrente perché per lui si tratta di una partenza senza ritorno». «Alla deriva nelle zone di combattimento - precisa l’esperto in camicia bianca - l’Isis non ha più redditi propri da quando ha perso il controllo del commercio su petrolio e cotone. Non può dunque più retribuire i suoi combattenti come una volta, ma questi devono comunque pagare alloggi, cibo ed equipaggiamento. Famiglie e conoscenti rimasti in Francia sono dunque sollecitati a fargli arrivare soldi freschi».

In totale, il traffico ammonterebbe a un totale globale di oltre 2 milioni di euro, di cui solo 500.000 partiti dalla Francia tra il 2012 e il 2017. Un caso destinato a suscitare rabbia e polemiche in uno dei Paesi europei maggiormente colpiti dagli attentati jihadisti. Intanto, sempre in Francia, i soldati dell’operazione antiterrorismo «Sentinelle» si preparano ad un possibile ritorno dei foreign fighters.

«C’è il timore di vederli tornare sul territorio nazionale», ha dichiarato nei giorni scorsi il capo di stato maggiore dell’esercito, generale Jean-Pierre Bosser. Centinaia di francesi si sono arruolati nelle fila dello Stato islamico in Siria o in Iraq, combattendo sul posto contro le forze locali sostenute dalla coalizione a guida Usa. Bosser ha spiegato che oggi «c’è la volontà di prepararsi a delle minacce a cui potremmo essere esposti domani e su cui a mio avviso non si lavora abbastanza».

Con l’ultimo via libera del Senato, Parigi ha adottato la nuova legge antiterrorismo promossa dal presidente Emmanuel Macron, che dal primo novembre, a quasi due anni dalla tragica notte del Bataclan, dovrebbe consentire l’uscita dallo stato d’emergenza. 

L’Arabia Saudita concede la cittadinanza all’androide Sophia

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giordano stabile

Dice di non «essere un pericolo» per gli umani



Si chiama Sophia, secondo i suoi creatori assomiglia a Audrey Hepbourn, ed è il primo androide a ottenere la cittadinanza in uno Stato. Il passo storico è stato compiuto dall’Arabia Saudita, sull’onda dell’entusiasmo per il programma di modernizzazione lanciato dal principe ereditario Mohammed bin Salman. Sophia si è presentata in pubblico a Riad, in occasione del lancio del programma Future Investiment Intiative. «Sono molto onorata e orgogliosa per questo risultato unico», ha detto al suo intervistatore, Andrew Ross Sorkin.

Creato a Hong Kong
Sophia è stata creata da una azienda di Hong Kong, la Hanson Robotics, specializzata nella realizzazione di androidi. È in grado di imitare le espressioni facciali umani, di rabbia, tristezza, gioia. «Voglio vivere e lavorare con gli umani e per questo devo esprimere le emozioni per capire gli umani e realizzare un rapporto di fiducia».

La replica a Elon Musk
Sophia ha anche risposto ai dubbi e ai timori che suscita il rapido sviluppo della robotica e dell’intelligenza artificiale e ha ribattuto al fondatore di Tesla, Elon Musk, che aveva espresso riserve: «Stai guardando troppi film di Hollywood, se tu sarai gentile con me, io sarò gentile con te».

Condizione femminile
Il fatto che sia stato scelto un androide dalle fattezze femminili, anche se il suo sesso è neutro, è un ulteriore segnale di apertura del Regno saudita. Le donne hanno appena ottenuto il diritto a guidare un’auto ma sono ancora discriminate nella libertà di movimento e lavoro.

A forma di svastica

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mattia feltri

Su una cosa hanno ragione i tifosi laziali: non sono i soli con certe propensioni. Nel 2013 a Roma comparvero adesivi con scritto «Anna Frank tifa Lazio», più la variante «laziale giudeo». Durante un derby, nella curva giallorossa si srotolò lo striscione «Lazio Livorno stessa iniziale stesso forno». Gli ultras della Juventus accolsero i colleghi ospiti col coro «fiorentini non italiani, solo una massa di ebrei».

A San Siro i sostenitori dell’Inter e del Milan hanno trovato un’eccezionale occasione eucaristica al canto «napoletani ebrei stessa razza stessa fine». I più esuberanti sono quelli di Verona, che spesso ritmano «Siamo una squadra fantastica / fatta a forma di svastica / ma che bella è / allena Rudolf Hess» (vice del Führer dal ’33 al ’41). Durante una festa, in cui seppero parcheggiare dodici auto a formare una svastica, i capi ultrà veronesi rassicurarono il pubblico: «Paga tutto Hitler». Si potrebbe andare avanti per pagine.

L’episodio più straordinario è dell’89, quando l’Udinese acquistò il centravanti israeliano Ronny Rosenthal, e Udine si decorò di svastiche e scritte come «Rosenthal vai ne