Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

mercoledì 11 ottobre 2017

Da Tim il telefonino con Whatsapp e 4G per chi non vuole uno smartphone

lastampa.it
bruno ruffilli

Tim Easy 4G è un apparecchio economico e facile da usare. Che permette di utilizzare la popolare app di messaggistica e scattare foto anche se non si ha dimestichezza con la tecnologia


Il telefono TIM Easy 4G

Nell’era degli smartphone che fanno a gara per diventare ogni giorno più intelligenti, c’è chi dice no. E inventa una forma di decrescita felice, potremmo dire con l’economista Serge Latouche. Alla fine, quante app usiamo ogni giorno, quante funzioni, quanti automatismi, tra i tanti che si trovano anche su uno smartphone di fascia bassa? Pochissimi: le app non superano una decina, nella maggior parte dei casi, per il resto i menù complicati e la mancanza di istruzioni tengono lontane molte persone dallo smartphone. Che spesso è usato in modo poco smart. 

L’alternativa, fino ad ora, era puntare su un apparecchio di poche pretese, quelli che vengono definiti feature phone, eredi dei telefonini dell’era pre-iPhone. Il modello più famoso è tornato qualche mese fa, riproposto da un nome storico della tecnologia mobile: Nokia, che col suo 3310 versione 2017 ha attirato l’attenzione dei media e del pubblico su quello che è il suo vero prodotto, ossia gli smartphone Android. Ma è un apparecchio con molte, troppe limitazioni per essere davvero di aiuto nella vita di tutti i giorni, come abbiamo avuto modo di provare. Così i finlandesi hanno appena presentato una versione nuova del 3310, che se non altro è compatibile con le reti 3G. 

Ma Tim è andata oltre e ha appena lanciato TIM Easy 4G, un telefono 4G, caratterizzato da un design retrò molto compatto e dotato di tastiera alfanumerica tradizionale che ne semplifica l’uso. Pensato soprattutto per il pubblico che ha meno familiarità con la tecnologia, oltre alle chiamate e all’invio di SMS, consente l’utilizzo della messaggistica istantanea più diffusa (Whatsapp) anche da parte di chi ancora non possiede uno smartphone e cerca apparecchi semplici, economici e dalla batteria di lunga durata. In realtà, poi, il sistema operativo è Android, e c’è perfino una fotocamera posteriore e una anteriore, oltre a GPS e Bluetooth. 

TIM Easy 4G è la risposta più avanzata per avvicinare i clienti più tradizionali all’utilizzo di Internet in mobilità e alla messaggistica istantanea, si può scegliere di acquistarlo a 79,99 Euro in unica soluzione, o con un minimo anticipo pagarlo a rate insieme al traffico telefonico. 

Indagati i carabinieri 'giustizieri': "Colpo alla nuca agli immigrati"

ilgiornale.it
Claudio Cartaldo

Indagate 37 persone a Massa Carrara. Nel mirino dei Pm anche i vertici dell'Arma: "Hanno aiutato i carabinieri a eludere le indagini"



Un terremoto investe, di nuovo, la stazione dei carabinieri di Aulla. Nei giorni scorsi sono state chiuse le indagini contro 37 militari delle stazioni in provincia di Massa Carrara. Le accuse sono pesanti: pestaggi contro immigrati, violenze gratuite e soprattutto l'aiuto dato dai vertici dell'Arma ai colleghi indagati.

Facciamo un passo indietro. Sono di alcuni mesi fa le notizie riguardo le indagini condotte dai pm Alessia Iacopini, Marco Mansi e dal procuratore di Massa Aldo Giubilaro nei confronti di 23 carabinieri delle stazioni di Aulla, Pontremoli e Licciana Nardi. In totale si parla di 189 capi di imputazione che dimostrerebbero la totale mancanza di professionalità da parte dei militari. Pestaggi contro gli immigrati, violenze domestiche, orari di servizio saltati e via dicendo. Nei verbali si leggono frasi riferite alle persone arrestate da rimanere sconcertati. "Se parli ti stacco la testa", "Ti spezzo le gambe", dicevano. E ancora: colpo di manganello sulle mani, scariche elettriche contro un presunto spacciatore per farlo parlare e la denuncia di un marocchino che sostiene di essere stato "costretto a subire atti sessuali".

Negli atti di chiusura indagine, riportato ieri dal Fatto Quotidiano, si legge di "minacce a chi voleva denunciare i soprusi ('Se parli ti stacco la testa'), accompagnate da scariche elettriche, manganellate e persino una sevizia sessuale. I più fortunati dovevano incassare offese razziste e il ricatto sotto forma di minacce di venire rimpatriato insieme alla famiglia. E poi c' è una frase, pronunciata da un carabiniere durante un' intercettazione ambientale: 'Basterebbe prenderli (gli extracomunitari ndr ) e invece di portarli in caserma farli sparire, come fanno i cinesi, un solo colpo alla nuca, nella fossa, calce, tappi tutto ed è l' unico modo per levarli di mezzo'".

E ancora: c'è chi è accusato "di aver colpito ripetutamente (per un periodo di circa venti minuti) il signor K.E. con pugni, calci e scariche prodotte da due storditori elettrici (i teaser) mentre costui era sdraiato a terra e ammanettato con le mani dietro la schiena". E poi "Offendeva K.E. con espressioni come 'fai schifo, marocchino bastardo', con violenza e mediante abuso di autorità, mettendogli un dito nell' ano, e costringendolo a subire atti sessuali senza ragione alcuna se non razziale". Non solo. I militari erano soliti chiamare i profughi "scimmie".

A sconvolgere però le stazioni dei carabinieri in provincia di Massa Carrara non sono solo le accuse rivolte ad appuntati e marescialli. Perché l'inchiesta della procura è arrivata anche ai vertici dell'Arma. Con l'atto di chiusura indagini, infatti, sono emersi altri 17 indagati. Tra loro ci sono il tenente colonnello Valerio Liberatori, comandante provinciale dei carabinieri di Massa (accusato di concorso in favoreggiamento aggravato) e il capitano Saverio Cappelluti, comandante della compagnia di Pontremoli (Massa Carrara). Secondo i pm avrebbero "aiutato i carabinieri indagati ad eludere le investigazioni dell'Autorità".

In particolare, si legge nei verbali riportati dal Fatto, "Liberatori dava ordine al Cappelluti, o comunque assumeva insieme a questo la decisione orale, di imporre al luogotenente Tellini, Comandante della stazione di Aulla, di predisporre servizi esterni di pattuglia in cui al Fiorentino (uno dei principali indagati) fosse impedito di continuare a svolgere il ruolo di capo pattuglia rendendo quindi infruttuosa l'attività di intercettazione predisposta". La copertura sarebbe stata tale che uno dei carabinieri disse ad una delle sue vittime: "Non ho paura dei capi. Il mio superiore mi ha assicurato che posso stare tranquillo".


Quello stupro nell'indifferenza: urlava e il migrante la stuprava

ilgiornale.it
Claudio Cartaldo

Richiesti 4 anni e 10 mesi per il migrante che provò a stuprare una donna a Bagnoli. Mistero su quell'uomo in bici che non si è fermato a prestare soccorso

Lo stupro aveva sconvolto tutta la comunità di Bagnoli. Una violenza perpetrata da un profugo ospitato nel centro di accoglienza al centro di tante polemiche politiche, un enorme hub per immigrati che - a detta dei residenti - hanno reso la zona invivibile.Di certo l'hanno rovinata alla donna 41enne che quella sera del 17 marzo scorso è stata aggredita e violentata da Jerry Ogboru, richiedente asilo di 27 anni proveniente dalla nigeria.

Nella requisitoria presentata due giorni fa durante il processo in rito abbreviato con la richiesta di condanna a 4 anni e dieci mesi di carcere, il pm racconta però un'altra incredibile vicenda. Ovvero che lo stupro si sarebbe consumato nella totale indifferenza di chi era lì vicino. Il pubblico ministero Daniela Randolo, ieri mattina, davanti al Gup Domenica Gambardella, come scrive il Gazzettino, ha spiegato infatti che mentre la 41enne veniva assalita per la seconda violenza sessuale, nonostante le grida nessuno è intervenuto.

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti, mentre la donna veniva pestata e violentata, qualcuno sarebbe passato lì vicino con una bicicletta. Avrebbe sentito le grida strazianti della 41enne, ma non sarebbe intervenuto. Procedendo come se nulla fosse in sella alla sua bici. Essendo impossibile identificare chi fosse l'uomo in sella alla bicicletta, nessuno è stato iscritto nel registro degli indagati. Solo la propria forza di volontà e una reazione fatta di calci e pugni riuscì a liberare la donna dalla morsa del profugo. Mentre quell'uomo in bicicletta ignorava le sue grida.


Genova, la furia del clandestino. Rapina coppia e stupra ragazza

ilgiornale.it
Claudio Cartaldo

La minaccia al fidanzato: "Vai a prendere i soldi o la ammazzo". Poi rimasti da soli in auto il clandestino stupra la ragazza

Gli davano la caccia da diversi giorni. Lo braccavano nella speranza di mettere fine alla lunga striscia di crimini che aveva commesso. Ma non ci sono riusciti. Prima di finire in manete, E.K.Z, immigrato clandestino con vari precedenti, ha minacciato, rapinato e stuprato una ragazza a Genova.
L'orrore si consuma alle 4 della notte tra sabato e domenica scorse. Lungomare Pegli. Una coppia di giovani genovesi sta camminando tranquillamente quando viene avvicinata dal marocchino che li minaccia con una pistola e li costringe a salire in auto. Il ragazzo si mette alla guida e l'immigrato tiene salda la pistola ben puntata alla tempia. Li costringe a raggiungere una zona periferica, buia, poco frequentata. La scena si sposta a salita Cataldi a Sestri Ponente.

Qui l'immigrato urla: "Vammi a prendere i soldi al bancomat o la ammazzo" Il ragazzo non vorrebbe lasciare la compagna da sola con quell'uomo pericoloso in auto, ma non può fare altrimenti. Corre verso il bancomat nella speranza che i soldi avrebbero spinto il rapinatore ad andarsene. Ma mentre digita i numeri del codice pin, la rapina si trasforma in tragedia: l'immigrato rimane in auto con la giovane, si avventa su di lei e la stupra.

La polizia, come spiega il Messaggero, ha arrestato il marocchino 27 enne, ma non ha potuto evitare la violenza sessuale. E pensare che l'immigrato era già noto alle forze dell'ordine per aver messo a segno diversi reati contro il patrimonio. Non solo. A Roma si era reso protagonsita di rapine a mano armata e già pendevano su di lui le accuse di violenza sessuale. L'orco ha colpito ancora. Nonostante fosse irregolare nel territorio italiano, nonostante fosse ricercato. Quella sera, prima dello stupro, aveva terrorizzato tutta Genova: qualche istante prima aveva assalito due ventenni e, per rapinarli di cellulari e portafogli, li aveva colpiti al volto con una bottiglia. Altri 5 ragazzi, invece, sono stati minacciati con una finta pistola e costretti a consegnare gli effetti personali di valore. Poi lo stupro.

108 piccole vittime di mafia

lastampa.it
a cura di laura anello

La prima a essere uccisa fu Emanuela Sansone nel 1896 a 17 anni. La più piccola era nel grembo della madre. Ora le loro storie sono raccolte dagli studenti di una scuola di Palermo


Nicola “Cocò” Campolongo fu bruciato vivo con il nonno quando aveva tre anni

La più piccola non era ancora nata, uccisa il 5 agosto 1989 mentre da due mesi era nel grembo della madre, Ida Castelluccio, moglie dell’agente segreto Antonino Agostino. Un delitto intrecciato con i misteri più fitti di Cosa Nostra. I più «vecchi» hanno 17 anni, ammazzati per sbaglio, per vendette trasversali, per ragioni mai chiarite. In tutto 108 bambini vittime delle mafie in Italia, dal 1896 a oggi. La maggior parte tra Sicilia, Calabria, Campania, Puglia, qualcuno anche nel resto d’Italia.

Le loro storie adesso saranno raccolte in un sito, chiamato glinvisibili.it, realizzato dagli studenti della scuola di Palermo Borgese-XXVII Maggio grazie a un finanziamento del ministero dell’Istruzione. Un progetto seguito sin dal 2013 dalla fotografa Lavinia Caminiti, che ha cominciato documentando l’abbandono di targhe e monumenti che ricordano gli omicidi. Da lì il censimento presentato ieri, trentunesimo anniversario della morte di Claudio Domino, ucciso a Palermo a 11 anni.

La prima innocente fucilata con la madre
«Madre e figlia prese a fucilate da dietro un muro. Per vendetta o per isbaglio? Mistero!». È rimasta una pagina ingiallita del Giornale di Sicilia datata 28 dicembre 1896 a raccontare la morte di Emanuela Sansone, uccisa il giorno prima a Palermo, a 17 anni, nella bettola della madre. La prima donna italiana vittima di mafia. Anche se a caldo si parlò della vendetta di un pretendente rifiutato o di un agguato di cui in realtà era destinatario il padre, Salvatore Sansone. Il quale restò illeso, insieme con la moglie, Giuseppa Di Sarno, che diventò la prima collaboratrice di giustizia della storia. Fu il questore Ermanno Sangiorgi a ventilare l’ipotesi che dietro ci fosse la criminalità organizzata, decisa a vendicarsi di Giuseppa che li aveva denunciati per fabbricazione di banconote false. Il rapporto è il primo documento che definisce la mafia: un’organizzazione criminale fondata su un giuramento, la cui attività principale è il racket della protezione.

Il baby testimone eliminato col veleno
Nel suo letto d’ospedale, in preda alla febbre, raccontò di avere visto un contadino preso a bastonate e trascinato via. Quel contadino era Placido Rizzotto, il sindacalista di Corleone rapito e ucciso dalla mafia il 10 marzo del 1948 per poi essere gettato nelle montagne di Rocca Busambra. Di lui nessuna notizia per 64 anni: nel 2012 l’esame del Dna ha confermato che lo scheletro ritrovato in un dirupo - accanto a una cintura e a una moneta da 10 centesimi coniata nel 1920 - era proprio il suo. Testimone di quel delitto fu un bambino di 12 anni, Giuseppe Letizia, pastorello che accudiva le greggi quella notte. Ritrovato l’indomani sotto choc, fu portato nell’ospedale Dei Bianchi a Corleone. Ma l’ospedale era diretto dai dottori Michele Navarra e Ignazio Dell’Aira, uomini d’onore. Misero a tacere il bimbo con un’iniezione di veleno.

Coinvolti nella strage di via dei Georgofili
Falcone e Borsellino sono diventati - giustamente - i simboli della stagione in cui la mafia attaccò frontalmente lo Stato. Ma pochi ricordano i nomi di Nadia e Caterina Nencioni, 9 anni l’una e 50 giorni l’altra, rimaste uccise insieme con la madre Angela e il padre Fabrizio nella strage dei Georgofili a Firenze, la notte tra il 26 e il 27 maggio del 1993. Un’autobomba imbottita con 277 chili di esplosivo nascosto in una macchina deflagrò a pochi passi dalla Galleria degli Uffizi, uno dei simboli del patrimonio culturale italiano. Morirono tutta la famiglia e uno studente universitario di 22 anni, Dario Capolicchio, raggiunto dalle fiamme nella sua casa da fuori sede. Delle due bambine è rimasta una fotografia che le ritrae felici, con la grande che abbraccia la neonata. Della piccola ne è rimasta un’altra: un fagotto avvolto da un lenzuolo bianco nella braccia di un vigile del fuoco che piange.

Bruciato vivo insieme al nonno
Il nonno, Giuseppe Iannicelli, legato alla «cosca degli zingari» che gestisce il traffico di droga nel Cosentino, se lo portava dietro come una garanzia sulla vita. «Finché c’è lui non mi ammazzano», pensava. E lui era Nicola Campolongo, per tutti Cocò, un fagottino di tre anni che nelle fotografie sorride sdentato davanti a un albero di Natale. E invece, il 16 gennaio del 2014, i killer non hanno avuto pietà neanche di lui. Cocò è morto bruciato vivo sul seggiolino di sicurezza della macchina che fu data alle fiamme dai sicari della ‘ndrangheta, insieme con il nonno e la sua compagna. La fine di una vita passata tra un carcere e l’altro insieme con la madre Antonia Iannicelli, coinvolta in un’inchiesta per traffico di droga insieme al marito. Cella, scarcerazione, ritorno ai domiciliari. Poi l’affidamento al nonno, che se lo portava in macchina durante i suoi incontri con i trafficanti. Un piccolo scudo umano.

Prima strangolato poi sciolto nell’acido
Il luogo dove fu rapito, a San Giuseppe Jato, è diventato adesso un Giardino della memoria. Per non dimenticare. Perché il suo nome evoca il fondo dell’abisso, la violazione del tabù dei tabù: Giuseppe Di Matteo, ucciso a undici anni dopo 779 giorni di prigionia per vendetta contro il padre che aveva cominciato a collaborare con la giustizia. Prima portato via con l’inganno dal maneggio in cui si allenava, poi trascinato di covo in covo con una catena al collo, infine - era l’11 gennaio del 1996 - strangolato e sciolto nell’acido. Mandante di quel delitto Giovanni Brusca, il più crudele dei boss di Cosa Nostra. «Vieni, ti portiamo da tuo padre», gli dissero sei mafiosi travestiti da poliziotti. E Giuseppe li seguì come un agnellino. Lui, Santino Di Matteo, prima vita da impiegato del macello comunale del paese di Altofonte, seconda vita da killer di Cosa Nostra, adesso è ospite di una comunità religiosa a Roma, l’Opera San Giustino.

I confetti neri di Valentina
Sorride Valentina, nel suo vestitino a quadretti verdi e il cappello in pendant. Sorride aggrappandosi a una ringhiera. Curiosa, instancabile, sorridente, come ancora la raccontano i familiari. Era rapita dai colori e dai profumi di rose e gerbere, quando, il 12 novembre del 2000, venne colpita da una raffica di proiettili in testa mentre si trovava in braccio alla madre nel negozio di fiori dello zio a Pollena Trocchia, cittadina in provincia di Napoli. A sparare è un commando di camorra composto da quattro persone a bordo di due motociclette: obiettivo del gruppo di fuoco è Fausto Terracciano, lo zio di Valentina. Innocente anche lui, ma fratellastro del «nemico» Domenico Arlistico. Una vendetta trasversale. A morire, dopo un giorno di agonia, è soltanto la piccola. Un delitto che innesca una scia di sangue. Al funerale della bambina vengono distribuiti confetti neri, in contrasto con la piccola bara bianca

Mamma e gemellini morti nell’attentato
È una storia da tragedia greca, con una mamma e i suoi due gemelli di sei anni catapultati fuori dalla macchina su cui viaggiavano, il padre che accorre sul luogo dell’esplosione insieme ai vicini, si aggira intorno a quel che resta dell’auto, non la riconosce, accoglie la polizia e poi va al lavoro convinto che i bambini siano a scuola e la moglie a casa. E invece sul posto di lavoro riceve la più atroce telefonata della vita.

È la storia dei piccoli Giuseppe e Salvatore Asta, uccisi il 2 aprile 1985, vittime incidentali insieme con la madre dell’attentato al giudice Carlo Palermo a Bonagia, in provincia di Trapani. L’autobomba è piazzata sul ciglio della strada da cui passa la macchina con la famigliola, che fa da scudo all’auto del magistrato. Nunzio Asta, il padre, morirà otto anni dopo di cuore, a soli 46 anni. Della famiglia Asta è rimasta solo la figlia maggiore Margherita, oggi in prima linea nell’associazione Libera.

Quei salotti buoni sporchi di sangue

ilgiornale.it
Alessandro Sallusti

Molti dei firmatari degli appelli pro Battisti sono gli stessi che oggi danno la caccia alle scritte fasciste sui monumenti ma che sugli anni di piombo vogliono «chiuderla lì» nonostante i quattrocento morti ammazzati



Cesare Battisti, latitante in Brasile e in attesa di estradizione, non è soltanto un pluriassassino evaso dalle carceri italiane nel 1981 con due ergastoli sulle spalle.

Battisti è innanzitutto la bandiera degli irriducibili di una stagione mostruosa, quella del terrorismo politico che insanguinò l'Italia negli anni Settanta e Ottanta. Non solo dei compagni d'armi che - chi più chi meno - il loro conto con la giustizia l'hanno in qualche modo pagato. Battisti - che più che un terrorista fu un delinquente - è soprattutto la bandiera degli intellettuali, giornalisti e politici nostalgici di quel folle sogno rivoluzionario nonostante si siano poi tutti ben piazzati nelle democrazie, nei consigli di amministrazione e nei salotti che all'epoca si proponevano di abbattere a suon di parole e proiettili.

Molti dei firmatari degli appelli pro Battisti (c'è anche Saviano, poi pentito, e l'immancabile Vauro) sono gli stessi che oggi danno la caccia alle scritte fasciste sui monumenti ma che sugli anni di piombo vogliono «chiuderla lì» nonostante i quattrocento morti ammazzati (quattro dei quali, come detto, dall'amico Battisti). Prima si sono nascosti sotto l'ala protettiva in tutti i sensi - fisico, culturale e politico - della «dottrina Mitterrand», cioè l'asilo che la Francia socialista ha riconosciuto ai criminali politici fino all'inizio degli anni Duemila. Poi, persa la protezione, sono passati alla mutua assistenza e alla pretesa dell'oblio: dimenticateci, o meglio dimenticate il sangue innocente che noi e le nostre teorie hanno sparso a piene mani.

Riportare - ma meglio sarebbe dire finalmente portare - Battisti in carcere significa ricordare e certificare che stiamo parlando di associazioni a delinquere, di spietati assassini e non di eroi o martiri del proletariato, tantomeno di intellettuali perseguitati. Per questo l'Italia non può perdere l'occasione di fare estradare Battisti. Si parla di lui, ma quella condanna va eseguita per inchiodare alle sue responsabilità tutto il mondo, oggi dorato, che in questi anni lo ha protetto, aiutato e purtroppo addirittura esaltato.


Il Che, un pasticcione romantico e sanguinario

ilgiornale.it



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Ammettiamolo, le ricorrenze sono una pesante rotture di scatole. Come i compleanni e gli appuntamenti dal dentista. Del resto, Santa Romana Chiesa da due millenni ci ossessiona con gli onomastici e il calendario dei Santi. Ogni giorno ha il suo patrono, il suo defunto, il suo Santo protettore. Amen.

Di peggio vi sono solo le commemorazioni politiche del morto di turno. È una malattia trasversale che puntualmente colpisce sinistra, centro e destra. Una tassa. Puntualmente vi sono i necrofori che ricordano il de cuius designato. Poi vi sono i decennali, i ventennali, i trentennali e avanti così. Il calendario della sfiga. Ovviamente, i laudatores se ne fregano delle volontà del defunto e delle sensibilità dei familiari e, per sentirsi vivi, celebrano e si autocelebrano.

Quest’anno tocca al dottor Guevara, morto 50 anni fa a La Higuera, un paesino di merda della Bolivia. L’ultimo posto in cui ogni persona sana di mente vorrebbe vivere e crepare. Ma andiamo con ordine. Il medico argentino era finito in quel buco puzzolente inseguito dalle sue illusioni e, soprattutto, dai tanti rancori che lo attanagliavano. Un suicidio annunciato.

La vita del “Che” assomiglia ad una stramba giostra: nei Cinquanta, questo figlio della buona borghesia di Rosario risalì in sella alla sua moto, la “Poderosa”, l’intera America Latina scoprendo le miserie e le tragedie di un continente sfruttato, umiliato, stremato. Poi il Guatemala, il Messico e l’incontro con Raoul e Fidel e l’avventura a Cuba.

Nell’immaginario dei più la “rivoluzione” divenne un fatto epico, ma militarmente fu poca cosa: le truppe battistiane erano un’armata di cartapesta — per capirci, inferiori come combattività ai vigili urbani di Monfalcone o di Vigevano — ma pur sempre superiori alle sparute “colonne” dei due Castro e di Guevara. Dopo un po’ di botte e morti, Fidel comprese che l’unica possibilità per cavarsela dall’impiccio era scatenare una jacquerie contadina contro i piantatori, i contadini “ricchi”, i notabili. La sua classe, la sua gente.

Una furbata che trasformò la strampalata spedizione in una vera e propria insurrezione e, poi, in una vittoria. Facile. Battista, oltre che corrotto era anche un codardo: scordandosi gli ultimi fedeli, il 1 gennaio 1959 s’involò, carico di lingotti d’oro, verso la salvezza e l’impunità. Nella gioia dei cubani. Tutti attendevano un cambiamento e tutti aprirono le porte ai “barbudos” sperando nella democrazia.

Una volta al potere Castro e i suoi si accorsero però che le elezioni, i sindacati, i partiti, compagni “tiepidi” o critici erano delle gran scocciature, dei fastidi inutili. Da cancellare. Il “leader maximo” affidò il repulisti all’argentino — già sulla Sierra aveva dimostrato una gran passione per le fucilazioni —; il “comandante” si mise all’opera con entusiasmo e dogmatismo e nella prigione della Cabana le mitragliatri crepitarono per mesi.

Non pago il dottore aprì a la Guanaha il primo campo di lavoro forzato cubano in cui rinchiuse gli elementi “antisociali”, ovvero oppositori e papponi, preti e omosessuali, professori e ladri, borghesi e poveracci. Un fritto misto di dolore e paura da spadellare con cura nella cucina della “revolution”.

Senza alcun rimorso, nessuna pietà. Per la “querida presencia” l’importante era l’odio, quell’ “odio intrasigente contro il nemico, che permette all’uomo di superare i suoi limiti naturali e lo trasforma in una efficace, violenta, selettiva e fredda macchina per uccidere”.

Tanto ardore fu premiato con la nomina a ministro dell’Industria e la presidenza del Banco Nacional. Un disastro pieno. Per salvare l’agonizzante economia di Cuba il pragmatico Fidel mandò l’ingombrante amico in giro per il mondo sperando che si tranquilizzasse, ma l’uomo era ingestibile e le sue sparate di sapore trozkista sulla “rivoluzione mondiale” lo resero inviso sia agli alleati sovietici che ai callidi cinesi. Pur di levarselo di torno, nel 1965 il dittatore lo spedì in Africa a giocare alla guerriglia. Altro disastro. In Congo i mercenari bianchi si dimostrarono ben più coriacei dei soldatini di Battista e Guevara mestamente dovette fare le valigie.

Umiliato ma non domo, il bellicoso Guevara decise d’incendiare la Bolivia e s’infilò con un pugno di fedeli in una trappola fatale. Laggiù nessuno lo attendeva. Mario Monje, segretario del PC locale e fedele a Mosca, lo snobbò rifiutandosi “di partecipare a una farsa” e bloccò ogni appoggio da operai e minatori. I contadini rimasero diffidenti se non ostili e dall’Avana non arrivò più alcun rinforzo. Era ora di ritirarsi, ma lo “stratega da farmacia” — definizione di un comunista serio come Giorgio Amendola — scelse di perseverare, sommando errore su errore, sino alla cattura e la morte.

Fine della storia? No. Paradossalmente fu proprio la catastrofe boliviana a salvare Guevara dall’oblio e dall’irrilevanza, trasformandolo in un’icona, in un simbolo. Quel corpo steso sul tavolo de La Higuera, così simile al Cristo morente del Mantegna, infiammò in Occidente l’immaginazione di milioni di ragazzi pasciuti ma inquieti che innalzarono ovunque canti e slogan in onore del caduto.
Un impasto di romanticismo politico ed estetismo militare. Il Che — trasfigurato dalla foto di Korda “pizzicata” da G. Feltrinelli — divenne l’alibi per dimenticare tutto e tutti: il fallimentare tropical-comunismo di Fidel, i gulag sovietici, le follie maoiste, l’imbecillità velleitaria dei gruppetti rossi, il compromesso storico, la caduta del Muro etc. etc.

Finita la sbornia ideologica è subentrato il commercio della nostalgia. Di cattivo gusto ma sicuramente redditizio. Dalle bancarelle ad internet (i “Guevara store”) in tanti il prossimo 9 ottobre dovrebbero ringraziare il dottor Ernesto Guevara de La Serna, morto a 39 anni in culo al mondo per diventare, suo malgrado, un gadget. Sic transit…

“C’è ancora bisogno di mio padre il Che”

lastampa.it
paolo mastrolilli pablo lombo

A 50 anni dall’uccisione del rivoluzionario compagno di Fidel parla il figlio Camilo: “Il mondo non è cambiato molto da quando decise di lottare per la libertà di altri popoli”


Ernesto Che Guevara venne uscciso il 9 ottobre di cinquanta anni fa nel villaggio boliviano di La Higuera dai militari governativi boliviani assistiti dai servizi segreti Usa

«Meglio Trump che Obama: così almeno non ci sono equivoci sulle mire degli Usa contro Cuba». In tutti i guai del mondo, Camilo Guevara legge la conferma dell’attualità di suo padre.

Qual è il senso della mostra sul «Che» che si aprirà a dicembre a Milano? 
«Il materiale è stato accettato dall’Unesco come parte del progetto “Memoria del mondo”, nella categoria internazionale, la più significativa per l’universalità che riconosce a coloro che include. Per ciò ha un’importanza culturale, storica, politica. L’intento è mostrare i contesti in cui ha agito il “Che”, quali sono state le sue motivazioni, e la sua eredità storica».

Quando è morto lei aveva 5 anni: quali ricordi conserva?
«I miei presunti ricordi sono molto mischiati con i sogni e non posso definire con certezza quali siano veri, perciò non parlo di queste cose. Partì da Cuba per il Congo quando io avevo 3 anni: un bambino di quell’età non può ricordare nitidamente. E poi stiamo parlando di una persona che dedicava molto tempo al lavoro e agli studi, con grandi responsabilità verso il popolo cubano, che prendeva assai sul serio. Sin da piccolo avevo la coscienza che mio padre era una persona molto amata e rispettata dalla maggior parte dei cubani.

Si dice che i figli somigliano più al proprio tempo che ai genitori, perché sono lo scenario, le circostanze, che ti permettono di agire in una direzione o in un’altra. Mio padre ha segnato il mio tempo. I suoi scritti, lettere, insegnamenti sono ancora vitali, la sua voce e immagine ci accompagnano in molti luoghi, nei media e anche a scuola. Da quando ero molto giovane ho fatto letture di cui era l’autore, ma per me è sempre venuto prima il padre e poi l’eroe. Poiché sono cubano, conosco le sue imprese e virtù, l’ammiro come il modello di uomo e rivoluzionario che è».

La morte di suo padre è stata chiarita, o restano punti oscuri?
«Non ho mai fatto confusione su questo fatto. Mio padre è stato assassinato dai militari boliviani, per ordine degli yankee. Certo, si è cercato anche di costruire trame nelle quali a volte compaiono i rivoluzionari cubani come colpevoli, o i sovietici, creando intrighi di palazzo e fiabe. Il Che non ha avuto un giudizio, perché temevano le conseguenze. È stato assassinato a La Higuera perché la causa che difendeva era molto pericolosa e contraria agli interessi degli imperialisti. Non ci sono dubbi su quel che è successo, anche se hanno cercato molte volte di nasconderlo con schermi di fumo e voci malintenzionate».

Quali differenze ci sono tra la sua figura umana reale e la percezione mitica? 
«Il Che è stato un uomo, ma molto completo. Coerente in pubblico e in privato, perché non sapeva essere altro che onesto, coraggioso, audace, giusto, amorevole e sensibile. Perciò noi i cubani, che lo conosciamo bene, lo amiamo e ammiriamo così tanto».

Cosa resta oggi della dottrina elaborata da suo padre?
«Il Che è stato un teorico che ha avuto la fortuna di mettere in pratica alcune delle sue tesi. L’eredità è vasta, ma anche attuale. Il mondo non è cambiato molto dagli anni in cui decise di lottare per la libertà di altri popoli. Oggi serve il Che, o persone come lui, ancora più di prima, perché viviamo già i tratti del caos. Se non freniamo questa decadenza, la barbarie che cerca di perpetrarsi potrebbe far sparire la nostra specie».

Come vede il futuro di Cuba, dopo la scomparsa di Fidel Castro e l’annuncio di Raúl che nel 2018 intende lasciare la presidenza?
«Quando il popolo cubano combatteva per l’indipendenza dalla Spagna e le tirannie imposte dagli Stati Uniti, sono morti uomini preminenti come Carlos de Céspedes, Agramontés, Martí, Maceo, Máximo Gomez, Mella, Villena, Guiteras. Le loro idee e lotte hanno dato forma alla nostra nazionalità e influenzato la continuità delle lotte libertarie. La nostra identità è molto legata ai loro lasciti. Fidel, Raúl sono parte di questa tradizione, e quelli che seguiranno non smetteranno di essere patrioti rivoluzionari. La rivoluzione è il progetto che meglio ci si addice, perché risponde ai nostri interessi. Se vogliamo continuare a esistere come nazione, siamo obbligati a mantenere una forma di produzione alternativa al capitalismo, pur migliorandola o modificandola. Se perdiamo del tutto questo, saremo in grave pericolo di morte».

Aveva condiviso l’apertura di Obama, e cosa pensa di Trump? 
«Tutto ciò che viene fatto per calmare gli animi è positivo, se non compromette i nostri interessi. Però Obama non aveva proposto una nuova linea, ristabilendo i rapporti diplomatici. Aveva detto chiaramente che voleva prendere strade diverse, per raggiungere lo stesso fine: cancellare la rivoluzione. Con Trump le cose sono più chiare, e ci siamo abituati. Non ci ha nemmeno lasciato “godere” quell’apparente calma, che quindi non ci mancherà. Spero che alla fine prevalga il pragmatismo, e che in futuro (secondo me lontano) potremo intrattenere rapporti civili, per il mutuo beneficio».

Un altro argentino sta diventando mito, e molti dicono che è un «rivoluzionario», o un «comunista». Cosa pensa di papa Bergoglio?
«Io, grazie a Dio, sono ateo, ma parte della mia istruzione, principalmente sui valori, ha origini nel cristianesimo e in altre religioni. Sembra che papa Francesco voglia far germogliare questi valori. In realtà non lo conosco abbastanza per giudicarlo, ma posso affermare che se seguisse semplicemente gli insegnamenti di Cristo, per forza di cose sarebbe rivoluzionario e avrebbe molti nemici. Ho visto molta gente chiamarsi cristiana e non patire neanche un po’ di fronte alla disgrazia altrui, né seguire uno solo dei comandamenti, oppure essere più peccatore del Diavolo. Quindi se vedo qualcuno accostarsi a quegli insegnamenti, anche un po’, mi sento felice. Magari il Papa fosse così “cattivo”, come denuncia chi si oppone ai cambiamenti positivi nel mondo».

Ecco quante vite umane è costato il comunismo

ilgiornale.it
Matteo Sacchi

Negli anni '70 Robert Conquest fornì agli Usa le prove dei crimini in Urss, Cina e Vietnam



Milioni di morti. Morti di cui a lungo si è preferito non parlare. Sono le vittime dei regimi comunisti, sviluppatisi a partire dalla rivoluzione Russa del 1917. Le spiegazioni del silenzio su questa violenza totalitaria sono abbastanza ovvie.

Dopo la seconda guerra mondiale era facile denunciare gli orrendi crimini del nazismo o del militarismo nipponico. Non erano più parte in causa. Ben diverso il caso dell'Urss, della Cina e dei loro Stati satellite, come Cuba o il Vietnam. Non era facile indagare oltre le cortine, di ferro o di bambù cambia poco. E quindi se l'esistenza della strage era nota restava molto complesso quantificarla.

Ed esisteva in Occidente un ampio movimento politico e di opinione che non voleva in alcun modo sentire parlare delle colpe del comunismo. E non soltanto nei Paesi che, come l'Italia, avevano la presenza di un partito comunista politicamente consistente. Anche negli Usa durante la guerra del Vietnam una larga parte dell'opinione pubblica era pronta a stigmatizzare ogni violenza compiuta dalle truppe statunitensi, ma sceglieva di ignorare le violenze dei vietcong o dell'esercito regolare nordvietnamita.

Alla fine fu il parlamento statunitense, quasi cinquant'anni fa, a chiedere agli storici di fare uno sforzo per quantificare il «male» prodotto dai regimi comunisti. Ed è così che è nato il testo che oggi viene ripubblicato in Italia da D'Ettoris Editori: Il costo umano del comunismo (pagg. 200 euro 19,90). Il testo raccoglie testi di Robert A. Conquest, Richard L. Walker, James O. Eastland e Stephen T. Osmer e fu un lavoro assolutamente pionieristico. Ma vediamo di raccontarne un poco la genesi. Agli inizi della presidenza repubblicana di Nixon, il Senato Usa commissionò, attraverso il McCarran Committee tre studi per dotarsi di un argomento forte da opporre alla propaganda comunista. Venne così alla luce nel 1970 The Human Cost of Soviet Communism.

A scriverlo fu l'illustre storico britannico Robert Conquest, che della rivoluzione sovietica era uno dei massimi studiosi. Nel 1971 arrivò The Human Cost of Communism in China scritto dall'ambasciatore americano in Corea del Sud, Richard Louis Walker. Il terzo, infine, The Human Cost of Communism in Vietnam arrivò nel 1972 e fu coordinato da James Oliver Eastland, senatore democratico del Mississippi. I numeri che venivano presentati all'interno dei «compendia» - questa la denominazione tecnica senatoria - all'epoca suonarono giganteschi per l'opinione pubblica. Col senno del poi possiamo considerarli spesso sottostimati. In Italia i rapporti vennero notati dalle edizioni del Borghese, fondato da Leo Longanesi e in quel momento diretto da Gianna Preda e Mario Tedeschi, venendo pubblicati nel 1973. Da allora è scomparso dal panorama italiana.

Ovviamente fra i tre, è il saggio di Conquest (1917-2015) ad avere il valore storico più pregnante. Lo storico britannico rielabora qui in breve molti dei materiali del suo celebre Il Grande Terrore pubblicato nel 1968. Conquest espunge dalla sua ricostruzione tutti i morti provocati dagli eventi bellici della Rivoluzione russa e si concentra solo sugli effetti delle azioni politiche mirate e rivolte contro i cittadini dell'Urss stessa. Anche così il numero dei morti provocati dal comunismo, nei vent'anni seguenti alla presa del potere di Lenin, ammonta a più di 21 milioni.

Di questi più di 15 milioni morti nei campi di lavoro. I giustiziati tra il 1919 e il 1923 vengono stimati invece in ben 900mila. Sarebbe una cifra enorme se non impallidisse di fronte ai due milioni di giustiziati delle purghe staliniane. Ma non solo numeri. Conquest è bravissimo a ricostruire anche il clima dei processi, il meccanismo delle delazioni. E soprattutto la follia economica dei programmi quinquennali che portò ad affamare, spesso scientemente, intere popolazioni. Se Conquest è metodologicamente lo studioso più robusto, va però sottolineato che gli altri saggi esplorano ambiti rimasti più a lungo in ombra. Il rapporto sugli effetti del comunismo in Cina arrivò, ad esempio, proprio poco prima della storica visita di Nixon a Pechino, Hangzhou e Shanghai.

E fu una voce fuori dal coro rispetto a quella maggioritaria della stampa americana tutta tesa a cantare la forza della Cina o a elogiare la distensione che stava avvenendo a colpi di racchetta da ping-pong. Richard Louis Walker mette invece ben in luce i costi del grande balzo di Mao Tzedong. Solo per prendere il potere, estromettendo i nazionalisti, i comunisti cinesi avrebbero provocato venti milioni di morti. Ed era solo l'inizio. Questo non tanto per l'inevitabile durezza dello scontro ma per una presa di posizione teorica che nel caso di Mao risaliva già al 1927: «Una rivoluzione non è un pranzo di gala, non è un'opera letteraria, un disegno, un ricamo... in parole povere, è necessario creare un breve periodo di terrore in ogni villaggio». L'unica parte di questa teorizzazione a essere messa da parte fu la brevità.

Il rapporto sul Vietnam, Paese satellite e certamente meno importante dei due precedenti, era invece fondamentale per cercare di contenere la pressione dei movimenti pacifisti che premevano per il disimpegno statunitense nel Sud-est asiatico. Non servì allo scopo, però censì per la prima volta i crimini dei vietcong, spiegando quanto la politica del partito comunista vietnamita fosse improntata alla violenza e alla sopraffazione sin dal 1945. Quanto quei foschi precedenti fossero solo un'anticipazione delle violenze future, i vietnamiti del Sud lo vissero sulla loro pelle dopo il ritiro statunitense e la sconfitta. Ma in Occidente si preferì fare finta di niente.

Polonia, integralisti cattolici manifestano alle frontiere contro "l'invasione dell'Islam"

repubblica.it
di ANDREA TARQUINI

"Il rosario alla frontiera". Si chiama cosí la controversa, enorme azione collettiva dei movimenti cattolici polacchi: lungo le frontiere terrestri e marittime del paese, oltre un milione di fedeli guidati da vescovi e incitati da conferenza episcopale e governo hanno pregato contro l'Islamizzazione dell'Europa in quello che appare come una sorta di esorcismo di massa. In un'atmosfera quasi medievale e in un paese che di fatto non ospita profughi, appare singolare che i cristiani diventino antimigranti e messaggeri di odio. Ma la chiesa polacca conferma così di essere in rotta con papa Francesco che attraverso i media vaticani censura ogni giorno la potente emittente iperclericale Radio Maryja, spina dorsale dei mega-raduni degli ultrà cattolici

Polonia, integralisti cattolici manifestano alle frontiere contro "l'invasione dell'Islam"
AP

In Islanda le strisce in 3D per “spaventare” gli automobilisti troppo veloci

lastampa.it
andrea barsanti

Nelle vie centrali di Ísafjördur una ditta ha disegnato zebre tridimensionali che ingannano l’occhio spingendo a frenare



Dove non arrivano le campagne di prevenzione e sensibilizzazione (oltre che il rischio multe o, peggio ancora, incidente) arriva l’ingegno: ne sanno qualcosa a Ísafjördur, remota cittadina dell’Islanda, dove per rallentare la velocità delle auto nei pressi degli attraversamenti pedonali l’amministrazione comunale ha pensato a strisce pedonali… tridimensionali. L’idea di fondo, venuta alla compagnia islandese Vegamálun, è di sfruttare l’illusione ottica del 3D per “ingannare” gli occhi di automobilisti e motociclisti, che in prossimità delle particolarissime zebre verrebbero spinti a toccare il freno e a rallentare per evitare di schiantarsi contro quelle che da lontano sembrano assi di cemento che levitano a mezz’aria.



Le strisce in 3D sono state dipinte nelle principali vie della cittadina del nord dell’Islanda, un tentativo economico e semplice di disincentivare l’eccessiva velocità. L’amministratore delegato di Vegamálun, Gauti Ívar Halldórsson, ha spiegato che l’idea gli è venuta osservando gli attraversamenti pedonali in India, dove le strisce tracciate in 3D, adottate da tempo, hanno significativamente ridotto gli incidenti: “Un attraversamento di questo genere spinge le persone a credere che ci sia qualcosa che blocca la strada, con conseguente rallentamento”, ha spiegato al sito islandese Visir, rivelando di avere proposto l’idea all’amministrazione a settembre e di avere ricevuto l’ok dopo appena due settimane.

Troppo presto, dunque, per fare un bilancio legato alle zebre 3D a Ísafjördur, ma i precedenti parlano chiaro: oltre al successo riscosso in India, hanno già convinto anche la trafficata Pechino, che le ha già introdotte in diverse aree della città.

La triste fine del sinistro "fazismo" televisivo

ilgiornale.it
Paolo Guzzanti

Il crollo della trasmissione di Fabio Fazio, spinta a livelli di altissima spesa inutile, è un dato di fatto



Il crollo della trasmissione di Fabio Fazio, spinta a livelli di altissima spesa inutile, è un dato di fatto.

La colpa non è soltanto di Fazio ma di chi non si è accorto in tempo che la bolla ideologica su cui poggiava l'impianto si era sgonfiata. L'ideologia è nota: quella di una sinistra intollerante ma fintamente giocherellona che esige un pubblico scemo ma furbo che applauda sempre senza sapere perché. Il tentativo di upgrade del «fazismo» si è spompato negli ascolti.

Salvo il geniale Nino Frassica che trae le sue origini surreali e libertarie dall'anti-televisione di Renzo Arbore, il resto è noia piatta in un salotto in cui entrano soltanto quelli della cerchia di chi condivide in partenza pregiudizi scaduti. C'è di buono che il fallimento del «Fazio punto due» fornisce la prova della fine di un'epoca di lussuosa sciatteria secondo cui chi non ne fa parte, o è imbecille o poco di buono. Fazio, che ci ha gradevolmente sorpreso come pianista e musicologo, non ha capito che la sua Italietta passiva e plaudente è stata rimpiazzata da un Paese e da un pubblico che parlano un'altra lingua.

Lustrini costosi e pistolotti politicamente correttissimi dei quali è custode intransigente Massimo Gramellini non bastano più per tenere insieme la maionese. Il «fazismo», che pure ha avuto il suo momento, da avanguardia è diventato retroguardia. Non si è accorto che Paese e pubblico cambiavano, annoiandosi con il tempo che fa e che però è sempre lo stesso.

Arrestato il fratello del killer di Marsiglia: “Ha combattuto in Siria. Respinto dall’Italia nel 2014”

lastampa.it

Per gli investigatori «Lui indottrinò Ahmed”


Anis Hannachi

Anis Hannachi, il fratello del killer che alla stazione di Saint-Charles di Marsiglia ha ucciso a coltellate le cugine Laure e Marianne, era stato respinto dall’Italia nel 2014 quando arrivò a Favignana con altri tunisini su un barcone. È quanto emerso dalle indagini dopo l’arresto di Hannachi. La probabile presenza dell’uomo in Italia è stata segnalata dalle autorità francesi la sera del 3 ottobre e il 4 si è avuta la certezza che fosse nel nostro Paese, in Liguria. Hannachi è poi stato arrestato il 7 ottobre a Ferrara.

L’ uomo aveva combattuto tra i foreign fighters arrivati da tutto il mondo in Siria per partecipare alla jihad. È quanto hanno comunicato le autorità francesi a quelle italiane. L’ipotesi delle autorità transalpine è che sia stato proprio Anis Hannachi a indottrinare e a provocare la radicalizzazione del fratello Ahemd. Gli investigatori hanno sottolineato anche che, al momento, «non ci sono evidenze» che l’arrestato volesse compiere azioni in Italia o stesse pianificando attacchi nel nostro paese o che avesse «solidi appoggi» logistici a Ferrara, dove è stato rintracciato e fermato. Anis è stato ospitato da un amico connazionale che vive regolarmente a Ferrara e che è integrato con la città. Nello stesso appartamento quattro o cinque ragazzi, tutti connazionali. Alcuni sono studenti.

Alle autorità italiane Anis non era noto come soggetto radicalizzato: nelle banche dati delle forze di polizia risultava solo il fotosegnalemento del 2014, quando poi fu respinto e rimandato in Tunisia. «Sono stati i colleghi francesi - ha spiegato Lamberto Giannini, il direttore dell’Antiterrorismo della Polizia - ha segnalarcelo come combattente del jihad nel contesto siro-iracheno». Nelle file dei jihadisti, assieme ad altre migliaia di foreign fighters, Anis avrebbe militato per almeno due anni, dal 2014 al 2016.

Gli uomini della Digos di Bologna e Ferrara ieri hanno dato esecuzione ad un mandato di arresto europeo emesso dalle autorità francesi. L’accusa ipotizzata dagli inquirenti transalpini nei confronti del venticinquenne tunisino, che subito dopo esser stato bloccato è stato messo a disposizione della Procura generale presso la corte d’appello di Bologna, è partecipazione ad associazione terroristica e complicità nel delitto commesso dal fratello. Ma non solo: Anis potrebbe aver avuto un ruolo nell’organizzazione di quanto avvenuto a Marsiglia anche se, secondo quanto è stato possibile ricostruire al momento, non sarebbe stato presente nella seconda città francese il giorno dell’attentato. 

Sfilo nel nome dei sacrifici italoamericani

lastampa.it
gianni riotta

Oggi a New York c’è la tradizionale parata del Columbus Day dedicata a Cristoforo Colombo


Il sindaco di New York Bill De Blasio

Sfilano oggi a New York, nella tradizionale Parata del Columbus Day dedicata a Cristoforo Colombo, gli scrittori italoamericani.

Quest’anno la marcia è dedicata a loro, autori che, originari del nostro Paese, hanno celebrato cultura e lettere americane. In testa ci saranno Gay Talese, padre del New Journalism che ha rivoluzionato il New York Times, Philip Caputo, marine decorato in Vietnam, premio Pulitzer e firma di uno dei libri più struggenti sulla guerra, «A rumor of war», la pena dei combattimenti e il razzismo greve contro gli italiani insultati come Wop, clandestini.

Ci sarà il governatore Andrew Cuomo, figlio del Mario Cuomo che in un discorso bellissimo del 1984 sembrò il nuovo Kennedy. E proprio John Kennedy scelse Colombo ad immagine del coraggio di scoprire nuovi mondi. Insieme a Lorenzo Carcaterra, Danny Aiello, David Baldacci, Kim Addonizio, Adriana Trigiani, Maria Bartiromo sono stato invitato a sfilare e, dopo qualche riflessione, la mia adesione è apparsa sul manifesto del «New York Times»: malgrado le minacce di pioggia, sarò con i fratelli e sorelle italoamericani a festeggiare la nostra tradizione, forza che ha reso una lingua del passato familiare nel futuro.

Ho accettato perché non sono giorni facili per Colombo. Il sindaco di New York Bill DeBlasio lo ha incluso nella lista nera dei personaggi le cui statue potrebbero essere abbattute, in condanna per crimini contro i diritti umani. Perfino la colonna di Columbus Circle, popolare rotonda sul Central Park, è a rischio, mentre mezzibusti dell’uomo che, per i sussidiari di un tempo «scoprì l’America», sono decapitati e vandalizzati.

L’accusa è di aver partecipato al genocidio delle popolazioni indigene, di essere stato colonizzatore, imperialista, capo schiavista tra stupri di massa ed epidemie. L’arrivo degli europei nelle Americhe costò davvero immensi sacrifici a chi vi era nato. Ma non possiamo, del passato, scegliere Bene e Male come canditi in pasticceria. La stragrande maggioranza di chi in America è emigrato e ha poi vissuto non è criminale di guerra, né ha posseduto schiavi, ma ha amato Colombo.

I nostri connazionali hanno sputato sangue in fabbrica e in miniera, soffrendo razzismo e discriminazioni per un tozzo di pane e un futuro migliore per la famiglia. Colombo non è un generale sudista le cui gesta vengono celebrate dai razzisti di oggi, seminando dunque nuova discordia. Era un uomo con i limiti aspri dei suoi tempi, come Aristotele che considerava «macchine» gli schiavi, Mozart che componeva mentre la sorella, dotata di altrettanto talento, non poteva farlo, Roosevelt che, liberando l’Europa faceva internare negli Usa innocenti cittadini giapponesi. Giudicare il «mondo grande e terribile» che ci sta alle spalle - così lo chiamava Antonio Gramsci - dalla nostra comoda tana digitale è vile.

Come giudicheranno noi coloro che verranno? Quante nostre statue rovesceranno i nipoti, leggendo di come abbiamo trattato i profughi nel Mediterraneo e le donne povere ovunque? Sotto la pioggia di New York camminerò dunque oggi, mandando un selfie ai miei due figli italoamericani, perché le speranze della storia fioriscano sulle spine sanguinose, senza che le cesoie della censura acida le recidano per sempre. E per ricordare il giovane Colombo che si mette audace in mare, da solo, contro il parere cupo dei saggi potenti.

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