Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

sabato 7 ottobre 2017

Il campionato dilettanti

lastampa.it
mattia feltri

Prosegue appassionante il dibattito attorno allo Ius soli. Vi diamo tre notizie, due dalla politica, una dalla strada. Prima notizia. È cominciato uno sciopero della fame a staffetta (a favore della legge) a cui hanno aderito alcuni parlamentari della maggioranza, il ministro Graziano Delrio e due sottosegretari. Non parrebbe una prova titanica: un giorno di sciopero a testa. Nel 2011, Marco Pannella digiunò tre mesi per l’amnistia. Poi, per carità, va tutto bene, ma che parlamentari della maggioranza e uomini di governo scioperino contro le decisioni di governo e maggioranza ha un suo risvolto bizzarro.

Seconda notizia. Gli ostili allo Ius soli come d’abitudine hanno colto l’occasione per immergersi in profonde speculazioni filosofiche, fra cui spicca l’etica del dubbio espressa da Gianfranco Rotondi (leader di Rivoluzione cristiana): «Radicalchic in sciopero della fame chissà se per amore di Ius soli o per rientrare nei vestiti dopo i bagordi tra Capalbio e Porto Cervo».

Infine la notizia dalla strada. Massimo Antonelli, ex giocatore di pallacanestro in A1 a Bologna e a Napoli, ha messo in piedi a Castel Volturno (Caserta) il Tam Tam Basket, una squadra di bambini e ragazzi immigrati di seconda generazione, tutti nati in Italia. E però non possono partecipare ai campionati giovanili perché per la legge nessuno di loro è italiano e per la Federazione sono ammessi soltanto due extracomunitari per ogni squadra. E dire che sarebbe un campionato dilettanti, la nostra dimensione preferita. 

Delrio digiuna per ius soli. E gli organizzano una "grande magnata"

ilgiornale.it
Giuseppe De Lorenzo

Graziano Delrio digiunerà in favore dell'approvazione dello ius soli. Su Facebook nasce una "gran magnata" per sbeffeggiare il ministro



Dopo lo sciopero della fame per l'approvazione dello ius soli Graziano Delrio avrà fame.

Al digiuno segue spesso un desiderio incontrollato di trangugiare qualcosa, e i peones del governo non ne sono esenti. Ma non si preoccupi l'ex sindaco di Reggio Emilia, c'è chi sta pensando per lui a come festeggiare il periodo di astinenza in favore dei figli di immigrati. Per il 4 novembre è già stata organizzata una "gran magnata a Cantagallo". Paga Delrio (dicono...).

Non vogliamo ironizzare sull'iniziativa dei democratici. Per carità. La staffetta ideata per spingere Paolo Gentiloni (e il Pd) a non gettare alle ortiche l'approvazione dello Ius soli, imponendo la fiducia e approvando la legge a suon di maggioranza, è una cosa seria e ha delle regole ben precise. Ogni giorno rimarrà a stomaco vuoto un soggetto diverso, così da evitare inutili ramadan o rischiare di scimmiottare Marco Pannella.

Partito Digiunante, lo chiameranno. Delrio ha detto che si adeguerà alle indicazioni e fermerà il suo appetito nel giorno concordato con gli organizzatori. Insieme a lui sono già scesi in campo il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti umani al Senato, i sottosegretari Benedetto Della Vedova e Angelo Rughetti e "decine e decine di senatori e deputati".

Oltre 900 docenti sono in coda per restare a bocca asciutta un giorno. E forse si aggregherà pure Laura Boldrini. Non che faccia male un po di dieta, eh. Tutto però lascia pensare che alla fine il digiuno sarà vano, visto che per ora al Senato sembra più facile trovare un hot dog che i voti per approvare la cittadinanza facile ai figli degli stranieri. Se così sarà, Delrio non disperi.

Per consolarsi potrà dedicarsi alla "gran magnata" in compagnia di decine di ragazzi (italiani) e contrari allo ius soli. Ci sarà da divertirsi. "Dopo il periodo di dieta ferrea a cui il ministro Delrio si sta sottoponendo (per poter ritrovare la linea in vista delle elezioni politiche) vogliamo festeggiare il traguardo dei -10kg con una cena a base di prodotti tipici", scrivono gli organizzatori su Facebook.

Tralasciando la goliardia, dietro l'evento c'è una critica seria al "solito show di una certa sinistra che prova ad impietosire i cittadini pur di ottenere le sue poco popolari battaglie ideologiche". "La nostra battaglia veicola idee e concetti identitari chiari, ma un po' di goliardia può solo aiutare meglio i giovani a capire meglio la serietà del problema", dice Stefano Cavedagna, coordinatore Regionale di Forza Italia Giovani in Emilia Romagna.

L'appuntamento è allo stesso Autogrill Cantagallo in cui gli organizzatori misero in piedi, e realizzarono, la festa di laurea (quella mai conseguita) del ministro Valeria Fedeli. Alla stazione di servizio si presentarono con un cartonato dell'ex sindacalista e festeggiarono allegramente quel titolo agognato da tanti (e millantato dalla Fedeli). "Siamo pronti a spiegare a Delrio e a chiunque intenda dibatterne, le nostre ragioni sulla contrarietà allo Ius Soli. Magari davanti ad un piatto di tagliatelle e ad un po' di sano affettato emiliano", manda a dire ribatte Giuseppe Staglianò, dirigente nazionale Forza Italia Giovani. Forse Delrio non avrà mai lo ius soli, ma una gran magnata sì.

E a volte bisogna accontentarsi. "Stasera mangi bene, visto che deve governare un Paese".

Google e la pubblicità dei Pixel 2 XL sulla homepage del motore di ricerca

corriere.it
di Michela Rovelli

Il diritto di una società privata di sfruttare i suoi vantaggi per sponsorizzare i suoi nuovi prodotti o un caso estremo di concorrenza «sleale»?


Appena sotto la barra di ricerca — versione italiana — il bianco sterminato che caratterizza l’homepage di Google è interrotto da un annuncio. «Novità!» c’è scritto, enfatizzato in rosso. «Google Pixel 2 XL si aggiunge alla famiglia dei prodotti Google» prosegue in blu. È lo smartphone lanciato da Mountain View poche ore prima, il primo che sbarcherà nei negozi del nostro Paese. Cliccando, si viene indirizzati direttamente sullo store, dove poter fare il pre-ordine del telefono, che uscirà il 15 novembre.

Non c’è dubbio sullo scopo pubblicitario della frase che la società ha fatto comparire su quella che è forse la pagine più frequentata dalla popolazione internauta italiana. Ma è «leale» una così evidente sponsorizzazione di un proprio prodotto? Soprattutto pensando che gli altri concorrenti del mercato smartphone — compresi giganti globali come Apple, Samsung o Huawei — non hanno né avranno mai a disposizione una vetrina del genere dove mettere in mostra il modello appena lanciato.
Situazione controversa
Il monopolio nelle ricerche sul web di Google ha già scatenato reazioni da una parte e dall’altra dell’Atlantico. Nel Vecchio Continente, l’ultima perplessità — ufficializzata in una sanzione della Commissione europea pari a 2,4 miliardi di euro — riguarda il servizio per la comparazione di prezzi Google Shopping. Violate, secondo l’Antitrust, le regole sulla competizione. Mountain View avrebbe favorito la sua piattaforma rispetto alle altre simili, sfruttando proprio quel palcoscenico (il motore di ricerca) che non ha rivali.

Situazione molto diversa rispetto alla sponsorizzazione del Pixel 2 XL: in questo caso non ci sono «concorrenti» da oscurare perché sulla homepage di Google non ci sono spazi pubblicitari in vendita. Controversa rimane comunque la posizione della società. Privata, quindi libera di sfruttare a proprio vantaggio i suoi strumenti. Ma in situazione di pressoché totale monopolio. Chiunque navigherà sul web per cercare qualcosa (magari un po’ di documentazione su quale nuovo modello di smartphone comprare?) si ritroverà davanti, prima ancora di formulare la domanda, a quel «Novità» scritto in rosso che gli ricorda che anche Google ora ha un telefono da offrire.

WiFi4EU, un unico wifi pubblico per tutta Europa

lastampa.it

Il progetto dell’Unione Europea per dotare gli stati membri di un solo sistema di accesso gratuito a internet muove i primi passi



Se siete tra quanti, quando vedono il cartello che segnala la presenza di un wi-fi gratuito, provano subito a connettersi, avrete vissuto più di una volta la stessa esperienza: dopo aver individuato la fonte corretta nell’elenco del vostro smartphone o computer, è necessario quasi ogni volta registrarsi, inserire la mail, controllare la mail, poi provare a far funzionare il tutto e, in non poche occasioni, constatare con rassegnazione che, per motivi ignoti, qualcosa non ha comunque funzionato e non siete riusciti a connettervi. Quando poi ci si trova all’estero, la situazione si complica ulteriormente.

In un mondo veramente smart, dovrebbe essere sufficiente attraversare una sola volta le forche caudine della registrazione, per poi avere in memoria tutte le informazioni necessarie per collegarsi automaticamente, con un click, quando il vostro dispositivo incontra il giusto hotspot. E questo, magari, non solo nella vostra città o nel vostro paese, ma in tutta Europa. Oggi, sembra ancora una semplice utopia, eppure l’Unione Europea sta lavorando a un programma di questo tipo già dal 2016, quando è stata varata l’iniziativa WiFI4EU: «Vogliamo fornire le principali aree di tutte le città e paesi europei di un accesso internet wireless e gratuito entro il 2020», annunciò allora il presidente della Commissione Europea Juncker.

Questo ambizioso programma è stato ufficialmente approvato nel mese di settembre: la Commissione Europea stanzierà 120 milioni di euro tra il 2017 e il 2019, destinandoli all’installazione di antenne wi-fi ad alta velocità in tutti i paesi membri della UE, che saranno distribuite in maniera omogenea in 6mila comunità sulla base dell’ordine d’arrivo delle richieste. Per ottenere i fondi, gli enti pubblici dovranno coprire i costi operativi della rete per almeno tre anni e offrire agli utenti una connessione gratuita, facile da accedere e sicura. Inoltre, i fondi UE potranno essere utilizzati solo a condizione che siano esclusi sia pubblicità sia l’utilizzo di dati personali a fini commerciali.

Questi nuovi hotspot, però, rappresenteranno solo una minima parte di quelli già presenti in tutta Europa: wi-fi comunali, di proprietà di aeroporti o messi a disposizione da aziende private o da istituzioni nella zona in cui hanno sede (un ginepraio che contribuisce alle difficoltà di cui si parlava all’inizio). Per questa ragione, la risoluzione da poco approvata dal Parlamento prevede che «anche i network gratuiti locali dovranno essere in grado di unirsi al nuovo sistema», ma le modalità attraverso le quali questo potrà avvenire devono ancora essere ufficializzate. Per convincere una moltitudine di operatori ad aderire a un wi-fi unico, la Commissione Europea dovrà probabilmente studiare degli incentivi e facilitare il passaggio al nuovo sistema.

Una volta che il network sarà a regime (ma probabilmente si dovrà aspettare qualche anno), ognuno di noi potrà connettersi automaticamente a ogni hotspot WiFi4EU sparso in giro per l’Europa; e solo allora potremo inoltre valutare la sua effettiva velocità di connessione, che oggi rappresenta la più grande incognita di ogni wi-fi pubblico.

Il segnale dato dalla Commissione Europea è comunque di quelli importanti e segue, a parecchi anni di distanza, un progetto a cui proprio l’Europa ha dato un grande contributo: Eduroam, il network unificato a cui può accedere in tutto il mondo chiunque studi o lavori in una delle 6mila università, scuole e centri di ricerca che aderiscono all’iniziativa. Partito grazie agli sforzi di cinque istituti di Croazia, Finlandia, Olanda, Portogallo e Regno Unito, oggi questo network è disponibile in 89 paesi del mondo, mentre altri 26 paesi (tra cui Zimbabwe e Bangladesh) stanno iniziando a sperimentarlo.

Battisti e l’ipotesi della messinscena, vuole farsi processare per evitare l’estradizione

lastampa.it
emiliano guanella

Sentito dal giudice anti-narcos in videoconferenza. Se c’è un procedimento, non può essere consegnato



Si è difeso ostentando la massima sicurezza possibile Cesare Battisti, ma nel frattempo cresce il sospetto che il suo non sia stato un passo falso né un tentativo di fuga, ma un’autorete voluta, pensando alla battaglia che stava per arrivare sull’estradizione in Italia. L'ex terrorista è stato sentito ieri in videoconferenza da Odilon de Oliveira, giudice federale del Mato Grosso conosciuto in Brasile per aver incarcerato super trafficanti e confiscato i loro patrimoni. Alla polizia federale brasiliana che l’ha arrestato mentre stava cercando di andare in Bolivia, Battisti ha sostenuto la tesi della gita fuori porta; con i suoi due amici voleva semplicemente andare a passare qualche giorno a pescare nei laghi della regione di Puerto Suarez.

Sul fatto che avesse con sé una somma equivalente al doppio di quanto permesso portare a chi lascia il Brasile, ha spiegato che non era a conoscenza di tale norma e quei soldi servivano per comprare articoli in cuoio, a buon mercato dall’altra parte della frontiera. Il primo sospetto è stato quella della fuga, per evitare di essere colto di sorpresa da un’eventuale decisione del presidente brasiliano Temer, sollecitato formalmente dall’Italia a revocare la negativa all’estradizione espressa nel 2010 da Lula da Silva. Ma se a pensare male a volte ci si azzecca, basta fare un passaggio in più, con le leggi brasiliane alla mano, per capire che, a conti fatti, questo «incidente di percorso» a Battisti, in fondo, potrebbe alla lunga convenire.

L’esportazione illegale di valuta è un delitto penale in Brasile ed è proprio un processo in loco che potrebbe blindare Battisti da questa nuova offensiva diplomatica italiana e dal cambio di vento politico a Brasilia. È il professore di diritto penale Davi Tangerino della Fondazione Getulio Vargas di San Paolo a spiegare tecnicamente quello che potrebbe succedere. «Secondo l’articolo 89 dello Statuto degli stranieri vigente, un cittadino di un altro Paese non può essere estradato se è in corso un processo per un crimine commesso in territorio brasiliano».

In sostanza, dati i tempi non certo velocissimi della giustizia brasiliana, potrebbero passare anche degli anni. Lo stesso Statuto, promulgato all’epoca del regime militare e anteriore all’attuale Costituzione del 1983, permette un’altra via, quella dell’espulsione, che può essere decisa dal Presidente della Repubblica considerando (articolo 62) la pericolosità del soggetto o l’«indesiderabilità» dello stesso. Ma anche qui c’è un possibile intoppo. Battisti è sposato con una brasiliana e si è visto riconoscere nel 2016 la paternità di un figlio di due anni e mezzo frutto di una relazione precedente. E qui scatterebbe l’articolo 75, che impedisce l’espulsione di stranieri che abbiano la tutela o facciano da sostegno economico ad un figlio brasiliano. Quindi né estradizione, né espulsione.

Si apre così una lunga battaglia giudiziaria. Il romanziere noir Battisti, che ieri ha giocato la parte dell’ignaro turista a passeggio nel Paese vicino, potrebbe essersi costruito una blindatura perfetta, scovando fra i cavilli della legge del Paese che lo ospita da più di dieci anni. E a quel punto anche un’intesa ai massimi livelli fra Roma e Brasilia potrebbe non bastare per riportarlo in patria e fargli scontare la condanna all’ergastolo per i quattro omicidi commessi negli anni di piombo.

Uno spiraglio per sbloccare il caso Battisti
lastampa.it
michele valensise

Una vita in fuga. Italia, Francia, Messico, Brasile, ora il tentativo di scappare in Bolivia, m a non c’è nulla di romantico nella storia di sangue di Cesare Battisti, pluriomicida condannato con sentenza definitiva da tribunali italiani, francesi ed europei per l’assassinio nel 1979 dell’agente Andrea Campagna, del macellaio Lino Sabbadin, del maresciallo Antonio Santoro e del gioielliere Pierluigi Torreggiani.

Vittime innocenti di una violenza insensata, su cui Battisti non ha mai espresso rammarico o pentimento. Mercoledì la polizia brasiliana lo ha arrestato al confine con la Bolivia perché aveva in tasca più soldi del consentito. Dieci anni fa la stessa polizia, in collaborazione con l’Interpol, lo aveva catturato a Rio de Janeiro in base a un mandato d’arresto internazionale.

Ora è naturale che in Italia siano in molti a chiedere a voce alta che la giustizia segua il suo corso e che Battisti rientri finalmente nel nostro Paese per scontare la pena inflittagli per quei delitti. Bene ha fatto l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi a ribadire, subito dopo l’arresto, che «non c’è alcun asilo possibile per Battisti» e a ricordare i suoi passi con il presidente Temer. E in effetti c’è più di uno spiraglio per cercare di correggere il grave, doloroso errore compiuto da Lula l’ultimo giorno del suo mandato nel rifiutare di eseguire l’estradizione già decisa dal Supremo Tribunale Federale.

Quella decisione giudiziaria, che nel 2009 aveva posto fine alla vicenda accogliendo la richiesta italiana, era stata frutto di un’azione diplomatica capillare e discreta, svolta presso le autorità brasiliane su impulso della Farnesina con un partecipe monitoraggio personale del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. La Corte suprema brasiliana era composta da undici membri, sette dei quali nominati da Lula. Attraverso una paziente opera di presentazione delle ragioni giuridiche, ed etiche, a sostegno dell’estradizione, la richiesta italiana fu accolta da un consesso pregiudizialmente diffidente, ma poi imparziale nella formulazione del giudizio.

Anche per questo, il diniego di Lula dell’estradizione, oltre che irrituale e incomprensibile, fu lesivo della collaborazione tra Italia e Brasile. I rapporti bilaterali ne risentirono, anche se l’ex presidente brasiliano riconobbe poi (privatamente) il suo errore, commesso soprattutto sulla spinta di un campione della sinistra arcaica e presuntuosa, il ministro della Giustizia di allora, Tarso Genro.

L’attuale quadro politico in Brasile è diverso. Argomenti fondati possono essere fatti valere per rivedere la decisione politica e applicare senz’altro la sentenza a favore dell’estradizione emessa dal Supremo Tribunale Federale. L’Italia lo sta già facendo. Del resto la Corte ha da ultimo respinto un ricorso preventivo dei difensori di Battisti seguito alle rivelazioni di un rinnovato interesse dell’Italia alla sua consegna.

Per avere successo e ottenere così giustizia, come dobbiamo alla memoria delle vittime inermi di quegli anni bui e per solidarietà con le loro famiglie, è comunque opportuno continuare a procedere con discrezione e misura, nel rispetto delle istituzioni e delle procedure brasiliane. Il Brasile ha un’innata cordialità, specie nei confronti dell’Italia, ma anche le sue regole e le sue sensibilità. E’ un passaggio delicato e l’esito non è scontato: non dobbiamo pregiudicarlo con atti o dichiarazioni che in quel Paese possano essere percepiti come condizionamenti o interferenze, anche se per noi sono solo una richiesta dovuta di giustizia per troppo tempo negata.

Mosca celebra la spia che tradì la Corona per aiutare il Cremlino

lastampa.it
giuseppe agliastro

Una mostra ricorda il doppiogiochista Philby, uno dei Cinque di Cambridge


Kim Philby spedì a Mosca quasi mille documenti top secret, tra cui informazioni sui nazisti durante la seconda guerra mondiale

A quasi trent’anni dalla morte, Kim Philby continua a essere un asso nella manica per il Cremlino. La spia britannica doppiogiochista che passò all’Urss preziose informazioni top secret viene celebrata in questi giorni a Mosca in una mostra che ha il chiaro obiettivo di mettere in buona luce la Russia e la sua storia nella versione edulcorata promossa dalle autorità. Ma anche di esaltare il Kgb, di cui Putin è stato per anni un ufficiale, e di conseguenza gli attuali servizi segreti russi che ne sono gli eredi.

Non per niente a organizzare l’esposizione è la Società russa di storia diretta da Sergey Naryshkin, il capo dei servizi di intelligence russi all’estero (Svr). Vecchie foto, medaglie, oggetti personali e soprattutto una serie di documenti che Philby girò abilmente al Kgb sfruttando il suo ruolo nell’MI6: è questo ciò che offre ai visitatori la mostra sul più celebre tra i membri del «Cinque di Cambridge», un gruppo di personaggi dell’alta società britannica che furono per anni spie del Kgb senza che nessuno sospettasse minimamente di loro.

La storia di Kim Philby è tanto avvincente quanto complessa e probabilmente non ha avuto un lieto fine. Lo 007 cominciò a lavorare per i servizi segreti sovietici nel 1934, praticamente mentre Stalin faceva strage di dissidenti veri e presunti macchiandosi del sangue di milioni di innocenti. Philby probabilmente sapeva poco di ciò che avveniva in Unione Sovietica in quegli anni, ma aveva abbracciato il sogno di un mondo dominato dal socialismo dopo essersi innamorato a Vienna di una giovane comunista austriaca.

Un ideale che in Philby sopravvisse alla storia d’amore. La spia divenne un agente dei servizi di Sua Maestà nel 1940 e poco prima della fine della Seconda guerra mondiale fu addirittura nominato responsabile della «sezione sovietica». Peccato (per Londra) che continuasse a passare all’Urss i segreti più delicati e riservati. Spedì a Mosca quasi mille documenti top secret, compreso il rapporto di un ambasciatore nipponico che nel 1944 riferiva di un fallito attentato a Hitler di cui gli aveva raccontato Mussolini. Ma anche informazioni preziose sulle truppe naziste.

Philby fu per l’Unione Sovietica la talpa perfetta e lavorò persino a Washington, ufficialmente come diplomatico. Rimase fedele al Cremlino per tutta la vita, nonostante il patto Ribbentrop-Molotov tra la Germania nazista e l’Urss e le invasioni sovietiche di Ungheria (1956) e Cecoslovacchia (1968). Nel 1963 seguì altri «colleghi» del «Cambridge spy ring» e si rifugiò a Mosca. «Possiamo noi tutti vivere per vedere la bandiera rossa sventolare su Buckingham Palace e sulla Casa Bianca», scriveva nel 1977 per il 100º anniversario della nascita del sanguinario Feliz Dzerzhinsky, il fondatore della polizia segreta sovietica.

Tra i documenti esposti c’è una copia di un rapporto dell’intelligence del 1949 proveniente da Londra - e forse la fonte era proprio Philby - in cui si informa Stalin di un piano anglo-americano per addestrare degli albanesi anticomunisti a Malta e a Corfù e farli sbarcare in Albania per dar vita a un movimento partigiano contro il regime di Enver Hoxha. Quando gli uomini addestrati dagli agenti britannici e statunitensi arrivarono, Tirana era già pronta. I filo-occidentali furono giustiziati subito dopo lo sbarco o dopo essere stati interrogati e torturati. Anche molti dei loro familiari furono arrestati o uccisi. I morti furono centinaia.

Philby visse gli ultimi 25 anni della sua vita a Mosca istruendo le giovani reclute del Kgb a spiare gli occidentali. Ma anche - raccontava la vedova Rufina Pukhova alcuni anni fa - con disillusione per il comunismo e alzando troppo il gomito.

In treno con il chip sottopelle: la scelta di 3 mila svedesi

corriere.it

di Stefano Montefiori, nostro corrispondente da Parig

Si sono fatti impiantare un circuito fra indice e pollice che contiene biglietti digitali. Come sostiene Elon Musk la vita da cyborg è già iniziata



La compagnia ferroviaria di Stato svedese «SJ» ha cominciato ad accettare biglietti caricati su microchip impiantati nella mano dei viaggiatori. Bisogna essere iscritti al programma di fedeltà, e avere già il microchip. In Svezia sono circa già 3.000 le persone dotate del microchip (che usa la tecnologia NFC Near Field Communication, quella delle carte di credito) e passate quindi allo stadio di cyborg, cioè organismi cibernetici composti da corpo naturale e uno o più elementi artificiali. Niente di così diverso, in teoria, dai pazienti cardiaci che da decenni vivono con un pacemaker o un defibrillatore impiantato nel torace e collegato al cuore.

Quelle però sono tecnologie avanzate e costose destinate a salvare la vita del malato, mentre nel caso svedese si tratta di un piccolo congegno grande quanto un chicco di riso, del costo di circa 150 euro, che serve per rendere più facili alcune operazioni della vita quotidiana. Dopo gli orologi connessi che monitorano il sonno e il battito cardiaco o il riconoscimento facciale usato per fare acquisti o il check-in agli aereoporti (lo usa la Finnair), i microchip simili a quelli usati da anni sugli animali vengono impiantati nell’uomo per aprire e chiudere le porte degli uffici senza bisogno di digitare un codice, accendere e spegnere le luci, pagare il caffé alla macchinetta e adesso, appunto, mostrare il biglietto al controllore delle ferrovie di Stato svedesi.
Le funzioni del microchip
I passeggeri possono comprare il biglietto sul web o sull’applicazione «SJ», e una volta connessi con il loro numero di programma fedeltà il titolo di trasporto viene caricato sul microchip. Il controllore avvicina il lettore alla mano del passeggero e appaiono tutti i dati del biglietto. «Qualcuno ha sollevato dubbi sulla privacy — dice un portavoce della compagnia — ed è una questione che prendiamo molto sul serio. Ma se davvero la paura è di essere tracciati, allora sono più preoccupanti smartphone e carte di credito».
L’azienda svedese
I circa 3.000 microchip già in uso in Svezia hanno cominciato a essere impiantati tra il pollice e l’indice della mano all’inizio del 2015 dalla start-up Epicenter, a Stoccolma, che propone ai dipendenti di usarli per entrare nell’azienda, fare funzionare le stampanti o comprare una bottiglietta d’acqua ai distributori automatici. «Impiantare qualcosa di elettronico nel corpo è stato un passo importante anche per me — dice Patrick Mesterton, capo di Epicenter —, ma poi diventa naturale e molto comodo». Altre aziende hanno seguito, in Svezia, Belgio e negli Stati Uniti.

In Australia centinaia di persone hanno già fatto ricorso al servizio «Chip My Life» fondato da Shanti Korporaal. Ma è la prima volta che il microchip viene usato in un’azienda rivolta al grande pubblico come le ferrovie svedesi. La tendenza di incorporare la tecnologia nell’uomo fa immaginare a Elon Musk (Tesla, Space X, Neuralink) un futuro prossimo in cui i nostri cervelli saranno collegati a Internet: «Le persone non capiscono che già adesso sono dei cyborg. Se ti dimentichi il cellulare ti senti come se ti mancasse un braccio. Ci stiamo già fondendo con i telefonini e la tecnologia».
4 ottobre 2017 (modifica il 5 ottobre 2017 | 07:24)

Esselunga, un bond da 900 milioni per finanziare il riassetto in famiglia

corriere.it
di Daniela Polizzi

La Esselunga della famiglia Caprotti collocherà un’emissione obbligazionaria la prossima settimana. Marina, vice presidente del gruppo dei supermercati, presenterà con Mediobanca, Intesa, Unicredit e Citi il progetto agli investitori a Milano, Londra e New York. In pratica, sarà la prova generale prima del debutto in Borsa. Servirà a rifinanziare una parte degli 1,5 miliardi di debito contratto per il riassetto tra gli eredi

La famiglia Caprotti prepara un’emissione obbligazionaria del valore di circa 900 milioni, ma potrebbe arrivare fino a un miliardo per la sua Esselunga: dipenderà dall’appetito degli investitori istituzionali, cioè fondi, banche, assicurazioni sui mercati internazionali. È il primo bond di questa taglia per un gruppo italiano dei supermercati e certamente uno dei più grandi mai collocati da un concorrente europeo.
Da Milano a New York
Esselunga collocherà la prossima settimana il bond sul mercato già la prossima settimana dopo un road show che partirà lunedì tra Milano, Parigi, Londra e New York. È rivolto agli investitori istituzionali, anche se non si esclude una tranche riservata al retail. Le banche coordinatrici dell’offerta sono Citi, Mediobanca, Intesa Sanpaolo e Unicredit. Obiettivo, sostituire una larga fetta degli 1,5 miliardi di prestito contratto a luglio dalla società di cui è vice presidente Marina Caprotti per finanziare il riassetto tra gli eredi del fondatore Bernardo Caprotti. Esselunga andrà in Borsa, in base alla scelta fatta dagli eredi. E il collocamento del bond rappresenta una sorta di prova generale tra la famiglia Caprotti, Esselunga, il management e il mercato.

L’eredità di Caprotti, non solo Esselunga
L’eredità di Caprotti, non solo Esselunga
Il finanziamento
A fine luglio Esselunga aveva ottenuto da Citi un finanziamento da 1,5 miliardi sindacato con Mediobanca, Unicredit, Intesa e poi ampliato a Banco Bpm e Bnp Paribas. Sullo sfondo c’è appunto la riorganizzazione del gruppo innescata dal riassetto tra gli eredi di Bernardo Caprotti. Un’intesa che ha posto fine a lunghi anni di dissidi familiari, ed è stata raggiunta a giugno e che ha fatto scattare la successione. Il filo rosso della soluzione in famiglia era partita dalla Villata partecipazioni, la cassaforte immobiliare che contiene larga parte dei muri dei 154 store Esselunga.

Il primo passo prevedeva che il gruppo acquistasse per contanti il 45% di Villata dai fratelli Violetta e Giuseppe Caprotti, figli del primo matrimonio del patron lombardo, grazie a un finanziamento di circa 1,5 miliardi messo a disposizione di Esselunga da parte di Citi, l’advisor impegnato a dipanare la matassa degli assetti. Hanno venduto una quota del 22,5% a Esselunga anche Giuliana e Marina. Il risultato?

Esselunga avrà in presa diretta una partecipazione pari ai due terzi (67,5%) dell’immobiliare Villata e l’altro 32,5% resterà a Giuliana e Marina. Esselunga sarà così un gruppo integrato anche sul fronte immobiliare e riceverà i flussi costanti che provengono dagli affitti degli store. Il secondo passo prevedeva che Esselunga si fondesse con la cassaforte Superit, presieduta dal giurista Piergaetano Marchetti, che ora la controlla al 100%.

Dopo il riassetto la società ha mantenuto un profilo patrimoniale solido, visto che il debito è attorno a due volte il margine operativo lordo del gruppo, pari a 661 milioni nel bilancio del 2016 e previsto in crescita quest’anno. La firma apposta a giugno ha concluso una lunga stagione di tensioni tra i due rami familiari perché il riassetto farà scattare il completamento della successione del gruppo.

I fratelli Violetta e Giuseppe si iscriveranno al libro soci di Esselunga. A loro Bernardo Caprotti aveva assegnato il 30%, l’eredità legittima. Come soci di minoranza, non saranno nel board, dovrebbero ricevere informative periodiche e poi uscire con la quotazione. L’assetto proprietario sarà coerente con le scelte di Marina e Giuliana di non vendere. L’Ipo farebbe parte di un piano di medio periodo e dovrebbe realizzarsi entro un biennio.
Bernardo Caprotti, il signor Esselunga Bernardo Caprotti, il signor Esselunga 

Cavallette a colazione con l’Università del gusto

lastampa.it
erica asselle

Dal 2018 si potranno mangiare insetti anche in Italia. Ricerca di Pollenzo sulla disponibilità ad assaggiarli


Classifica. Su una scala da 1 a 10, il cracker con farina di grilli raggiunge un gradimento di 7 punti; per la focaccia con i grilli tritati più grossolanamente, gradimento sopra il 6, mentre i grilli essiccati non raggiungono la sufficienza

Scorpioni, bachi da seta, locuste, cimici, tarme della farina, api, grilli. Quanti italiani sono disposti ad assaggiarli? Quanti apprezzerebbero un menù che includa pasta al peperoncino con cimici d’acqua, frittelle di larve o cavallette ricoperte di cioccolato? Una ricerca dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo (Cuneo) prova a rispondere a queste domande in vista delle nuove normative europee che, dal 2018, favoriranno la produzione e commercializzazione di alimenti a base di insetti anche in Italia.

«Le ricerche in questo ambito - spiega Luisa Torri, docente di analisi sensoriale - sono nate dal progetto della tesina di Mattia Gianfranco Marino, uno studente del Master of Gastronomy/Food in the world che ha condotto una prima indagine sulla predisposizione al consumo di insetti o alimenti contenenti insetti come ingredienti. La raccolta di dati parte da una serie di questionari on line per sondare, anche, la disponibilità ad assaggiarli».

Degustazioni
Al primo screening è seguita una fase di laboratorio con degustazioni di prodotti a base di grilli. Le risposte ai questionari sono state circa 400, una cinquantina le persone disponibili all’«assaggio». I “taster” sono stati invitati ad sbocconcellare prima un cracker e una focaccia con farina di grilli poi un insetto, intero, tostato. «I primi risultati emersi - spiega la Torri - ci dicono che c’è maggiore predisposizione ad assaggiare alimenti preparati con farine a base di insetti: su una scala da 1 a 10, il cracker con farina di grilli raggiunge un gradimento di circa 7 punti; per la focaccia, con i grilli tritati più grossolanamente, il gradimento è ancora sopra i 6 punti, mentre i grilli essiccati non raggiungono la sufficienza».

«La proiezione in vista del 2018 - aggiunge Mattia Marino - è che il consumatore medio italiano sia pronto a prodotti che contengono insetti nel preparato, ma non agli insetti tout court». Discriminante anche il tipo di insetto: se una discreta percentuale di intervistati è disposta ad assaggiare la pasta preparata con farina di larve, ben pochi sono d’accordo a mangiare scorpioni, neanche nella più appetibile versione lecca-lecca.

Intanto, la raccolta dati prosegue e chi lo desidera può rispondere al questionario on line (mail sensorylab@unisg.it) e candidarsi a partecipare ad altri laboratori di degustazione di insetti nei prossimi mesi. Il questionario propone alcuni tipi di insetti o di preparazioni (anche in foto) chiedendo di associare sensazioni e aggettivi che descrivono «l’idea» di gustare alimenti piuttosto insoliti alle nostre latitudini.

E’ indagata anche l’intenzione di inserire tali cibi nella propria dieta quotidiana. «L’obiettivo - spiega Torri - è raccogliere e analizzare una quantità sufficiente di informazioni per elaborare un articolo scientifico sul tema, nella prospettiva dell’analisi sensoriale». Per i meno coraggiosi, è attivo anche un altro questionario su alimenti dolci o salati .

Giovane russa schiavizzata e costretta al velo islamico da sedicente italiano convertito

lastampa.it

È accaduto nel catanese, l’uomo è stato arrestato



Siciliano, forse anche particolarmente geloso, diceva di essersi convertito all’Islam e così si presentava sempre come originario del Marocco e diceva di chiamarsi Yussuf. In realtà è italiano e si chiama Giuseppe D’Ignoti, 31 anni. La Digos della questura lo ha arrestato su ordinanza di custodia cautelare per riduzione in schiavitù, violenza sessuale continuata, sequestro di persona, maltrattamenti e lesioni personali gravissime - tutti aggravati dalla crudeltà e dai futili motivi - commessi nei confronti della donna con cui aveva convissuto dallo scorso mese di aprile al 20 settembre.

La vittima, di nazionalità russa, era costretta a indossare il velo islamico, a pregare insieme all’uomo e a visionare vari video in cui erano riprese uccisioni commesse da uomini arabi in divisa nera e verde a prigionieri occidentali, uccisi perché ritenuti «infedeli». Allo scopo di farle odiare il popolo italiano, la obbligava a non andare in giro come le donne occidentali perché la conversione all’Islam di una donna con capelli biondi e occhi chiari gli avrebbe fatto acquisire prestigio nei confronti degli altri islamici.

La donna era da tempo residente in Italia in un piccolo paese della Lombardia e, come descritto nella dettagliata denuncia sporta presso la Squadra mobile di Torino, aveva conosciuto il suo aguzzino sul finire del 2016, su un gruppo aperto di WhatsApp. Dopo essersene invaghita, tanto da lasciare il paese in cui viveva, la donna, lo scorso mese di aprile, ha raggiunto a Catania, ma dopo un breve periodo di serenità, la convivenza è diventata un calvario: nel corso dei mesi si sono susseguite gravissime violenze a sfondo sessuale, sevizie fisiche e psicologiche e prevaricazioni.

Molte le minacce di morte, per sé e i per i propri familiari, di cui era fatta oggetto la donna che spesso era costretta a non uscire di casa e a subire aggressioni, nel corso delle quali ha anche riportato lesioni gravissime, tanto da essere costretta a far ricorso alle cure dei sanitari, sempre alla presenza costante dell’uomo il quale la costringeva a fornire versioni false. La vittima, dopo l’ennesima aggressione, è riuscita a fuggire proprio mentre si trovava ricoverata presso un ospedale catanese.

Da lì ha iniziato un lungo viaggio in treno, passando per Paterno’, Napoli per poi giungere a Torino dove, lo scorso 22 settembre, ha sporto una denuncia dettagliata dei fatti subiti al personale della Squadra Mobile della Questura. L’indagine della Digos di Catania guidata dal neo dirigente Marica Scacco ha permesso l’arresto dell’uomo. Giuseppe D’Ignoti era già stato condannato per il reato di violenza sessuale, lesioni e maltrattamenti nei confronti dell’ex moglie e aveva scontato la pena in carcere dal 2010 al 2015. La vittima è stata posta in una località protetta. 

L’Ue ferita dall’evasione miliardaria

lastampa.it
marco zatterin

Copione già visto, quello delle istituzioni europee che si sostituiscono ai governi nazionali inefficienti. È successo durante la crisi dell’euro, quando furono Draghi e la Bce a dare l’impulso decisivo per salvare la moneta unica. Sta capitando ora nella lotta disperata contro l’evasione fiscale, scontro da mille miliardi annui d’imposte svanite a cui le capitali Ue partecipano alimentando dibattiti e la Commissione contribuisce coi fatti, punendo aziende e amministrazioni che risultano refrattarie a versare le tasse dovute.

La strategia con cui Margrethe Vestager, responsabile a Bruxelles per la Concorrenza, ha colpito Amazon e Apple è paradigmatica. Nel primo caso, i servizi della danese hanno deciso di agire perché il colosso delle vendite online ha sfruttato il potenziale della normativa lussemburghese per tenersi in tasca 250 milioni di tributi. Nel secondo, si contesta il comportamento dell’Erario irlandese che non si è fatto rimborsare 13 miliardi di imposte «ingiustamente» eluse da Apple fra il 2003 e il 2014.

In entrambe le circostanze, il vizio non nasce da comportamenti necessariamente irregolari, quanto dal sapiente sfruttamento dei buchi nei sistemi fiscali. Ad Amazon il quadro normativo lussemburghese ha permesso di far confluire nel Granducato i profitti maturati in altri Stati dell’Unione e, dunque, di lucrare sulla minore pressione fiscale, sfilando gettito ai Paesi in cui erano stati effettuati gli acquisti. Pare che abbiano esagerato e per la Commissione, che è garante delle regole che i governi hanno scritto insieme, è«aiuto di Stato». Di qui la penalità, come successo altrove, ad esempio nei Paesi Bassi per Starbucks. E come potrebbe accadere per McDonald’s.

Il problema è nelle regole. Nel modo in cui vengono disegnate e applicate. Ad esempio è da mesi sul tavolo dei ministri Ecofin la proposta coraggiosa di Pierre Moscovici per una comune base imponibile. Non fa progressi. Se ne facesse, potrebbe anche rendere inutile la «web tax» di Macron e Gentiloni, l’imposta sui colossi digitali che, pure, sembra destinata a deragliare. Ce l’ha fatta invece la disciplina dei «tax ruling», gli accordi collettivi fra Stati e multinazionali: son