Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

domenica 1 ottobre 2017

Sei contro lo Ius Soli? Sei fascista, razzista, e rischi pure l’ “autismo”. Leggere per credere

ilgiornale.it



La realtà non esiste più. Ormai, al suo posto, vi è un pesto di narrazione, cortocircuitismo e nonsense. Sarebbe come a dire che chi è contro lo Ius Soli è un triangolo bislacco da mare.

Ma come caspita scrive bene Massimo Recalcati. Il Repubblichin…pardon, Repubblicano, – con le parole e le definizioni non ci si capisce più nulla ormai, alla faccia di Nanni Moretti -, nel senso di intellettual-militante di Repubblica, il giornale del futuro, nell’edizione di ieri del quotidiano ci delizia di barocco e buon senso, in una soluzione narrativa che intercorre tra San Francesco d’Assisi e Filippo, l’addetto stampa colto di un Centro Sociale.

Gorgheggia, Recalcati, noto psicoanalista, laureatosi sul filo del confronto tra Sartre e Freud, e saggista. Nonché autore a Repubblica. Si cimenta nel cemento: “La paura dello straniero incentiva l’edificazione di una versione dell’identità fobica, refrattaria allo scambio, iper-difensiva. I confini diventano muraglie, cessano di essere porosi, acquistano la consistenza del cemento armato”, scrive in un pezzo che tratta temi ormai all’ordine del giorno: lo Ius Soli ti preoccupa? In quanto partita Iva, iperprecario, in una damnatio di uomini piccoli e assenti che non ti rispondono alla mail, ti obbligano alla stasi, e ti pagano dopo 3 mesi dalla fattura, un po’ ti rode del fatto che il Governo in trenta minuti abbia predisposto un piano per alloggiare e ospitare 75mila migranti?

Invalido all’80% vieni sfrattato da casa? Ti chiedi che fine facciano gli italiani, e non per colpa degli stranieri che arrivano, ma dei Governi che negli ultimi anni si succedono? Ecco, se ti fai tutte queste domande sei (non necessariamente nell’ordine): un imbecille, un pagliaccio, un incivile, un razzista, un fascista, un nazista, un processato a Norimberga con le SS, un pazzo, un cazzo, un razzo, socio di Satana, e da oggi, rischi anche l’autismo, di rimbalzo eh!, sfiorato, sfiorito, cervellotico, mentale, sociale, culturale, ma lo rischi:

La resistenza antropologica e psicologica, oltre che politica ed elettoralistica, allo Ius soli rende manifesta una tendenza sempre presente nella realtà umana: difendere il proprio status narcisistico, sociale e identitario dal rischio perturbante della contaminazione. È quella inclinazione autistica della vita umana che aveva condotto Freud a paragonare la sua condizione primordiale di esistenza a un guscio chiuso su se stesso e ostile per principio al mondo esterno, colpevole di essere “straniero e apportatore di stimoli”.

Il pezzo è di Massimo Recalcati, l’avevamo già detto, ma è evidente la manifestazione del miglior L.F. Céline: “chi è contro allo Ius Soli, ha il pène piccolo e soffre di Alzheimer”.

Di questo infelice volo pindarico s’è reso conto anche Giulio Meotti, firma del Foglio, che così commenta su Facebook: “Siete contrari allo ius soli? Il piccolo caporale del condizionamento psicologico, Massimo Recalcati, su Repubblica spiega che soffrite di “inclinazione autistica della vita umana”. Siete avvertiti. Razzisti e pure autistici” Insomma il solito Paese reale contro quello delle parole, quello del mentalismo, contro quello della deficienza al mercato del paese. Parole in cui, morettianamente, quelli come Recalcati sono maestri. Parole che rappresentano un continuo distacco dalla realtà, esplicato in una culturalizzazione e relativa relativizzazione, di ogni processo morale individuale e collettivo, che ha nutrito, seppur giustamente a differenza ideale, l’Occidente finora.

Di ogni riferimento che coniughi la propria intimità civile, con un’accettabile e condivisa razionalità; che si incanala in uno scivolo logorroico, che è esercizio di stile del regime, ormai ridotto a vocabolario della correttezza, il quale, dell’aggressione verbale, fa introduzione necessaria. Assodato che chi è contro lo Ius Soli, contro i volteggi deliranti di certe posizioni antinazionali, come quella legge che potrebbe farti valere 100 frustate sotto la statua di Giordano Bruno in Campo de’Fiori, se hai comprato un accendino con la faccia di Mussolini. E tante altre (poco) simpatiche iniziative governative, impolverate come la cristalliera a casa di nonna con la foto di nonno soldato e la bomboniera della Cresima di Giulia.

Rassicuriamo Recalcati col Vangelo – ve lo ricordate il Vangelo? Bei tempi…” -: “[…] bussate, e vi sarà aperto”, Matteo 7,7-14. E fin qui, che Papa Bergoglio voglia o meno, è indirizzata la giusta dose di lucida fraternità. Certo riferimento nel caos. Contrariamente, non vi è scritto: bussate, e se siamo sotto la doccia e non vi sentiamo, sfondate ogni porta ed entrate.

LA REALTÀ NON ESISTE
Quell’uomo ne ha uccisi venti, in un solo pomeriggio, gridando forte il nome del suo Dio.

Dichiarazione di guerra. Egli voleva ammazzare con un preciso scopo, in un preciso modo. Li ha uccisi tutti. Tranne tre. Il caso lascia sempre dei sopravvissuti, perché aiutino a capire subito e a ricordare nel tempo. Essi hanno disperatamente cercato di dire al mondo che quell’uomo ha usato la scimitarra contro di loro, per tagliarli a pezzi. Quell’uomo gliel’ha detto chiaro: vi ammazzo in nome della mia terra, del mio Dio, della mia Fede, infedeli. Siete il mio contro, siete il mio cancro. Io sono contro di voi. Io sono.

Tre soli sopravvissuti, ad urlare pazzamente ai giornali, agli amici, agli scettici, che quell’assassino aveva un nome, un cognome, un motivo. Che era tutto chiaro, evidente. Ma il mondo intorno a quei poveri tre non capirà. Non accetterà, in una lunga notte di menzogna. Quello non era un assassino, ma altro. Una fantasia, una paura, un’esasperazione, la rappresentazione di una nostra ossessione. Una scudo per i razzisti. Fare finta di niente, reprimere la rabbia, negare in nome di altri scopi superiori, magari di Stato, che richiedono di farsi meno paranoie, di essere sempre meno uomini e più spettatori.

Confondere i significati, i limiti della realtà. Bisogna fare di più. Portare verso la derealizzazione, in psichiatria, ovvero ad un «appannamento del senso della realtà» (N. Ghezzani) che passi per la pressione di chi gestisce il potere politico, della comunicazione, dell’economia, verso gli uomini, generando nuovi modelli comuni e distorcendo i significati che conducono ad una “diversa” visione delle cose. Un atto di perversione chirurgico che vada a smontare l’uomo partendo da esso, che lo metta in discussione fin dall’intimità cognitiva e culturale: non facendolo più fidare di se stesso, della propria percezione del reale, relativizzando la semantica, i significati, ogni cosa, persino ciò che gli occhi vedono.

Per la norma un uomo che lima se stesso fino ad assomigliare ad un essere neutro, come il caso di. Vinny Ohh, un ragazzo statunitense di 22 anni che ha speso oltre 50mila euro per trasformarsi in un alieno senza sesso, è un pazzo; per l’istituzione ideologica odierna è un uomo che sta esprimendo, invece, la propria libertà sessuale in consapevolezza. Per capire quando inizia la rovina, bisogna rendersi conto di quel preciso momento in cui si smette di dare il giusto nome alle cose, di chiamarle col loro nome, specie quando è la legge non scritta dell’imposizione a chiedere di farlo, prima ancora di quella ufficiale che nel frattempo si sta organizzando.

E così, quando si dissoceranno i significati originali, dai nomi, si smetterà di chiamare madre, una madre, Dio, l’Altissimo, gli uomini, uomini, il dolore, dolore, la guerra, guerra, un terrorista, terrorista, allora l’atto di autoannullamento sarà cominciato, così come il perverso conto alla rovescia che porta allo smontaggio graduale degli uomini stessi, che passa per un’invasione civile, politica ed intima, soprattutto, laddove risiede, in ognuno, ciò che permette di reagire alla rovina del mondo; che contiene gli anticorpi alla distruzione.

Quando a uno stupidino non si potrà più dire stronzo (G.Funari), perché facendolo si finirà in galera, allora forse si avrà idea di quanto la libertà che si credeva raggiunta è in realtà la ghigliottina che ci taglierà la testa, e che noi abbiamo contribuito a costruire non andandoci a riprendere il tempo e lo spazio come cittadini, come persone, continuando a seguire le volontà di chi ci vuole massa molle, di chi ci ha detto che voteremo alle Elezioni, ma non ora che serve. Di chi ha annullato la Bellezza nel profitto. Innaturali, prodotti del politicamente corretto, stiamo perdendo la battaglia semantica, la quale, per sua natura, non è un esercizio di stile dei migliori a scuola, ma lo svilimento infame dei significati, e quindi dei concetti, che porta ad una pericolosissima relatività da applicare a qualsiasi cosa si muova. Ridicola. Quanto ci si può sentire fuori luogo nel dire “avvocatA” o “presidentA”?

Boldrinianamente parlando…

La grande mistificazione. Un’esasperante immigrazione? Una pacifica occasione di crescita e di tolleranza. Un contratto a tempo “determinatissimo”? La giusta occasione per fare esperienza. Il terrorismo islamico? Fratelli che sbagliano, ammesso che siano musulmani. Una crisi economica infinita? Solo un’occasione per dimostrare di non essere bamboccioni. Una giustizia inesistente? La magistratura sa cos’è meglio. Un mercato del lavoro che ci rende solo numeri e mezzi di produzione?

Il progresso deve avanzare. Non sarà la pigrizia dei lavoratori a fermarlo, la dignità è in quello che riesci a consumare e a produrre. Il sesso nelle mutande? Un pène o una vagina non possono definire chi sei. Salvare gli immigrati dalle acque e dimenticare le giovani coppie nazionali? Serve qualcuno che ripopoli questa terra senza figli. I confini, la cittadinanza? Questione di burocrazia; per favore, cercate di uscire il prima possibile dal Risorgimento che avete in testa. E la lista potrebbe continuare per molto.

Prima ancora che ingegneri, architetti, studenti, operai, lettori, eruditi, gelatai, provate a dire “non è giusto!”. A provare schifo, e poi, a farvi dare retta, studiando per una vita, combattendo al limite dell’emarginazione economica e sociale. Provate a non impazzire nell’illogicità, nella solitudine di voi stessi, etichettati come vecchi arnesi, provate a non impazzire nell’ira. Un italiano e un olandese per il mondo del domani, non dovranno più essere diversi.

Andranno limate le differenze, le sfumature, il raccolto di secoli di coltivazione umana, di sangue degli eroi che ha fecondato i campi, di danze e spade diverse. Di un modo diverso di chiamare Dio, di navigare il mare, di colorare le stoffe e creare la giustizia. Di vivere la violenza, il sesso, il pudore.

Passaggi vitali frutto delle necessità, delle priorità, dei bisogni, come anche della concretizzazione del pensiero che, man, mano, andava affinandosi. Non si è casualmente italiani o olandesi. Tasselli di un mosaico che uniti formano il grande disegno dell’identità. E così, i singoli reclamano, il gruppo amplifica, i gruppi formano la comunità – quella “comunanza” latina che indica più persone che vivono in comune, entro certe leggi e per un fine determinato -, la comunità forma la Nazione che è l’anima complessiva di un popolo, che si muove a partire da sangue e radici comuni.

Le nazioni cavalcano la storia. Ma le nazioni vengono dai singoli, dalla semplicità dei singoli, senza i quali non esiste Nazione, comunità, aggregazione. Ebbene quando si smetterà di dare il giusto nome alle cose, alle figure, agli attori di questo tempo, agli accadimenti, e non sarà per devianza del momento, ma consuetudine capace di inquinare la realtà, creando uno stato di fantascientifica disgrazia per tutti, confondendo la missione, il bene e il male, l’amico e il nemico, gli uomini dai replicanti, allora si sarà vicini alla disfatta.

E la fine inizia sempre dagli uomini. E gli uomini, oggi, sono surgelati affinché possano essere gustati con calma, come una splendida Orata ad un pranzo di gala. In attesa del voto, della rivoluzione, delle riforme, di qualcosa che cambi, di qualcuno che se ne accorga, di un po’ di giustizia in tribunale, di capire a che ora e come difendersi dal ladro che entra in casa, del posto di lavoro, della provincia che diventa universo, di pagare le tasse che aumentano, di uscire dalla povertà, di capire quando ci si potrà vendicare di chi tratta male i propri connazionali, di un nuovo Smartphone che tra le tante funzioni innovative, telefona anche. Rimasti fermi, gli uomini, come li avevano freddati, come in una grande Pompei. Comprati, corrotti, accontentati, addomesticati.

Chi con le braccia alzate, in segno di resa, chi seduto sul divano con le gambe accavallate a seguire in tv il grande sbarco, chi mentre stava battendo con le dita sulla tastiera di un pc, per cantarla alla Signoria. Ibernati, congelati. Cristallizzati fino al prossimo utilizzo. Alla chiamata successiva. Che sia un referendum o un’elezione politica, che sia uno sciocco pianto di commiserazione di massa. Sia quando sia, ovvero nel momento in cui il potere lo chiama a sé, come l’anello di Frodo nel lungo viaggio per distruggere il male, senza, però, cadere nelle sue trame. Storditi, gli uomini si sono fatti surgelare dalla politica che gioca sulle paure, sulle sottili minacce, dal buonismo di Stato, dal denaro, dalla tecnologia, dalle luci al neon colorate, il migliore dei possibili ma che in realtà assomiglia sempre più ad un bar di provincia.

Esso non deve reagire, non deve scandalizzarsi, non deve proteggersi; deve accettare e fidarsi, aprioristicamente. Chiude lentamente l’antico artigianato degli uomini, per fare spazio ad un enorme centro commerciale. Nel futuro non ci sarà spazio per i “legami di dignità”: quelli che uniscono l’uomo alla terra, ai ricordi, che lo portano a dedicarsi la vita e il tempo; che connettono gli individui ai loro padri, al significato della loro storia, nella più istintiva ricerca di una casa, di una storia, di un volto, di un motivo. Servirà un uomo standard, performante. Un uomo comune che avrà allontanato da sé la capacità di generare coscienza.

Abbiamo colto la disgrazia di essere tutti uguali, svuotati, tolleranti, buonissimi. Ma come scongelarci tutti? Ritornando al sole, a noi stessi, ancor prima che alle urne, alle accademie, nelle strade. Ponendoci come frazione del tutto. In operazioni che dobbiamo compiere noi singoli, nella lunghezza delle nostre giornate, prima di incontrarci ancora in una nuova idea di Stato, in una nuova dottrina politica e filosofica. Viaggiando verso la sovra-umanità, uomini e sovrani.

(Emanuele Ricucci, Torniamo uomini, I capitolo, 2017, ed. Il Giornale)

Ora Travaglio ammette: "Merkel culona? Una fake news"

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Yoda

La falsa intercettazione sulla Merkel sparata dal "fatto" contribuì alla caduta del cavaliere. Ora la rettifica (senza scuse)



Forse aveva ragione Crozza, il nostro è davvero il Paese delle meraviglie, dove non esistono inibizioni e il senso del pudore è un perfetto sconosciuto. Ogni limite viene puntualmente superato il giorno dopo. È il caso della presunta battuta di Silvio Berlusconi su «quella culona della Merkel», che il Fatto attribuì nel settembre del 2011 al Cav, sostenendo che fosse contenuta in una non meglio precisata intercettazione.

Una battuta che, come al solito, finì senza che nessuno ne verificasse la fondatezza, nel frullatore dei media e in un baleno fece il giro del mondo. I meccanismi dell'informazione sono noti. La sparata era troppo ghiotta: un premier che si riferisce a una collega in quel modo, non è roba da tutti i giorni. La compassata Bbc, addirittura, ne chiese conto in un'intervista allo stesso Berlusconi. E magari anche a ragione, visti i danni provocati da quella colorita espressione: passò qualche mese, infatti, e la Merkel restituì il favore al vertice di Cannes, con quel sorrisetto ironico in compagnia di Sarkozy, sulle disgrazie del Cavaliere.

Ebbene, in un Paese come il nostro, in cui ci manca poco che le intercettazioni siano pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale, questa qui non è mai venuta fuori. Ha mantenuto i contorni di una leggenda di Palazzo. Non per nulla negli anni si è fatta avanti l'ipotesi, sempre più fondata, che fosse stata solo una grossa bufala, orchestrata sapientemente da chi voleva la caduta del governo Berlusconi nel 2011. A difenderla nella giungla della disinformazione, era rimasto solo l'ultimo giapponese Marco Travaglio. Addirittura, quando al congresso del Ppe del 2015, Berlusconi e la Merkel, dopo un lungo periodo di gelo, erano tornati a parlarsi, l'attuale direttore del Fatto, tentò ancora una strenua difesa, tirando in ballo l'ex cancelliere Gerhard Schröder, che si sarebbe congratulato con il Cavaliere per quella battuta caduta dal cielo e mai pronunciata.

Solo l'altro ieri, l'ultimo giapponese è venuto fuori dalla giungla con le mani alzate, e si è arreso. Alla sua maniera. Senza chiedere scusa. Nel solito chilometrico fondo di prima pagina, infatti, tornando a ironizzare sul nuovo rapporto di buon vicinato tra la Merkel e il Cav, Travaglio, in un inciso contenuto in una parentesi, buttato lì, in maniera distratta, ha ammesso: «Le intercettazioni poi non uscirono (o non c'erano, o furono stralciate per irrilevanza penale)...». Delle due ipotesi, naturalmente, vale solo la prima, visto che il direttore del Fatto, da esperto del settore, conosce benissimo la storia di un Paese in cui le intercettazioni che non c'entrano un tubo con le indagini, sono le prime a essere pubblicate.

E che questa sia la sua opinione lo si arguisce dalla frase successiva, in cui restituisce quell'espressione allo sterminato archivio delle vulgate di Palazzo: « Chi lo conosceva giurava che il Gran Simpaticone la chiamava così». Ma se questo è il metro con cui si giudica la fondatezza di una battuta, allora si può tranquillamente scrivere che Travaglio ha dato del «cornuto» a Santoro, magari solo perché qualcuno immagina che sia una voce ricorrente nella redazione del Fatto. Ma, a parte le solite amenità, visto che non è mia abitudine infierire sull'ultimo giapponese, forse sarebbe il caso, di fermarsi un attimo.

Una battuta pubblicata su un giornale non fa male a nessuno. Resta nell'ambito del possibile, del probabile. Cosa diversa, invece, è dargli quell'aureola di prova inconfutabile, che in un Paese malato come il nostro, si porta dietro un verbale di polizia giudiziaria. Non per nulla le intercettazioni telefoniche sono diventate il totem che ha scandito il tramonto della prima repubblica e l'intera storia della seconda. Hanno mandato gente in galera, rovinato carriere, fatto cadere governi. Solo che nel volgere di pochi mesi, prima abbiamo scoperto nel caso Consip, che possono essere taroccate da qualche pubblico ufficiale, animato da smanie di protagonismo, o dal desiderio di vestire i panni del giustiziere.

E ora lo stesso gran sacerdote, il custode del totem, ci svela il mistero arcano dell'intercettazione mai esistita. E lo ammette con lo stesso distacco con cui un serial killer parla dei suoi delitti. Se a questo bilancio, non certo lusinghiero, aggiungiamo il fatto che una delle intercettazioni che forse valeva più la pena di conoscere, cioè quella che riguardava l'ex capo dello Stato, Giorgio Napolitano, è stata distrutta su categorica richiesta dell'interessato, c'è da porsi qualche domanda sul meccanismo infernale che si è messo in piedi su uno strumento di indagine, indubbiamente efficace, se usato in maniera corretta. Un meccanismo che si rivela arbitrario se le intercettazioni vengono artefatte, inventate o, usate, a seconda, di chi è l'ascoltato. In questo caso più che uno strumento di giustizia, l'intercettazione diventa un strumento a uso delle peggiori lotte di potere.

Un uso deviato per cui nessuno paga dazio. Anche perché, se si milita in quella parte dello schieramento, che ne difende l'uso smodato, si gode di una certa comprensione. Ne sa qualcosa l'avvocato Fabio Viglione, che per ottenere il rinvio a giudizio dell'ultimo giapponese, si è dovuto rivolgere tre volte alla Cassazione. Tre Gip, infatti, gli hanno risposto picche, malgrado la vicenda fosse alquanto chiara: una giornalista del Tg1, Grazia Graziadei, aveva riportato che nel 2009 i bersagli intercettati dalle diverse procure erano stati 132mila per un costo di 170 milioni;
Travaglio, anche lui sorpreso dall'entità dei numeri, l'aveva accusata «di avere spacciato cifre a casaccio» e «truffaldine» per dati ufficiali del ministero di Giustizia. In realtà erano proprio quelli i dati del ministero.

Dopo sei anni l'ultimo Gip, a cui è tornata la richiesta della Cassazione, quasi per sfinimento, ha detto di «sì» al processo. E, comunque, anche il rinvio a giudizio, non andrà da nessuna parte. Basta chiederlo all'avvocato Fabrizio Siggia che, in un processo per diffamazione, si è sentito rispondere da Travaglio: «L'articolo è all'evidenza satirico». Scoprendo che, in fin dei conti, il «gran simpaticone» scrive per Il Fatto, più o meno, come per il Vernacoliere.

L’Austria contro gli italiani: “Siete la mafia dei funghi”

lastampa.it
walter rauhe

L’accusa: razziate i nostri boschi senza rispettare le regole


È consentito raccogliere due chili di funghi a persona. Chi ne raccoglie più di 5 paga 180 euro di multa

A lanciare l’allarme è stato il quotidiano austriaco “Tiroler Tageszeitung” che in prima pagina scrive addirittura della “Mafia dei funghi”. L’articolo affronta la piaga del crescente numero di raccoglitori di funghi che saccheggiano in modo industriale i boschi del Tirolo nord-orientale infischiandosene dei limiti massimi di raccolta prescritti dalle normative forestali e lasciando una scia di devastazione nelle zone naturali protette. Mafia, perché i protagonisti sono in massima parte italiani. Nel caso specifico descritto dal “Tiroler Tageszeitung” si tratta di gruppi organizzati di raccoglitori di funghi professionisti provenienti dall’Italia muniti non solo d’innocui cestelli di vimini, ma di grandi recipienti, essiccatori e macchine per il confezionamento sottovuoto degli alimenti.

Nel mirino di queste bande di fungaioli professionisti figurano soprattutto porcini e gallinacci che, una volta raccolti, vengono direttamente essiccati e confezionati in piccole porzioni pronte alla vendita. Questo avviene in piccoli laboratori abusivi allestiti dalle bande di raccoglitori all’interno di appartamenti e case vacanze appositamente affittate sul posto. Le zone maggiormente colpite da questo fenomeno sono quelle del Wipptal, sul versante austriaco dell’Alta Valle Isarco tra il valico del Brennero e la città di Innsbruck e il distretto di Lienz nella regione del Tirolo orientale.

«Le regole vigenti in materia prescrivono un limite massimo di raccolta di due chili di funghi al giorno per persona», spiega la responsabile della Guardia forestale del Tirolo settentrionale Gabi Pfurtscheller. Vietato è inoltre anche l’utilizzo di attrezzi meccanici come rastrelli o rampini che danneggiano in modo spesso irreparabile lo strato di humus del sottobosco. I gruppi di raccoglitori di funghi provenienti dall’Italia non sembrano però dar molto peso alle normative locali. »L’anno scorso abbiamo fermato un automobilista italiano con a bordo ben 26 chili di porcini», si ricorda Gabi Pfurtscheller. I contravventori scovati con quantità leggermente superiori ai due chili consentiti rischiano una multa di 35 euro.

Un’ammenda che poi può salire fino a 180 euro se il bottino sequestrato oltrepassa i cinque chili a persona. Quando i metodi di raccolta risultano illegali e sistematici i fermati rischiano anche una denuncia e un procedimento penale che prevede sanzioni fino a 25 mila euro. Grazie ai prezzi elevati per i porcini in Italia i guadagni per i raccoglitori illegali restano notevoli. Una confezione da 20 grammi di quelli secchi può costare dai 5 ai 9 euro garantendo alle bande organizzate introiti di 200-250 euro al chilo. La probabilità di venir scovati inoltre sono piuttosto ridotte. «Quest’anno non siamo riusciti finora a cogliere sul fatto nemmeno un fungaiolo», ammette rassegnata Gabi Pfurtscheller. La “mafia dei funghi” agisce in modo molto professionale. I gruppi agiscono alle prime luci dell’alba, in zone sempre diverse e spariscono dopo poche ore.

La Guardia forestale austriaca dovrebbe forse imparare dai suoi colleghi in Lettonia. Qui le autorità hanno da poco chiesto l’aiuto ai soldati dell’esercito che ora pattugliano le foreste a nord della capitale di Riga per respingere i tanti raccoglitori di funghi che si addentravano all’interno di una zona militare dove si svolgono regolarmente le esercitazioni dei reparti della Nato stazionati nella regione. 

Il si e il no

lastampa.it
don angelo busetto

Commento al Vangelo di domenica 1 ottobre 2017



Non basta una bella esperienza passata, occorre che il sì venga ripetuto nelle nuove circostanze della vita

1 ottobre 2017 Domenica XXVI anno A
Vangelo secondo Matteo 21,28-32

In quel tempo, Gesù disse ai capi dei sacerdoti e agli anziani del popolo: «Che ve ne pare? Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: “Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna”. Ed egli rispose: “Non ne ho voglia”. Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: “Sì, signore”. Ma non vi andò. Chi dei due ha compiuto la volontà del padre?». Risposero: «Il primo». E Gesù disse loro: «In verità io vi dico: i pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli».

IL SÌ E IL NO
Quante volte ci è capitato? L’abbiamo sperimentato sulla nostra pelle e nel rapporto con i figli: l’amarezza di un no si è trasformata nella gioia del si, mentre il sì appena pronunciato non è fiorito in una azione positiva. Quando il si diventa no, è incoerenza. Quando il no diventa sì, è fortezza.

Tuttavia Gesù non si perde in giochi psicologici. Egli ha davanti agli occhi alcune persone che hanno cambiato vita, uscendo da una condizione di lontananza e di male per seguire lui: il no è diventato sì. Ha davanti anche persone giuste, ma incapaci di muovere un passo nella via lungo la quale Dio continua a incontrarle. Hanno perduto l’occasione della vita: dapprima per non aver riconosciuto Giovanni Battista, ora per non accogliere Gesù. Che cosa ne ricaviamo?

Non basta una bella esperienza passata, non basta il generoso sì giovanile. Occorre che il sì venga ripetuto nelle nuove circostanze della vita, come pianta che fiorisce ad ogni primavera. 

La fabbrica delle diffide: così in Germania gli avvocati guadagnano con la pirateria digitale

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andrea nepori

Alcuni studi legali tedeschi sono specializzati nelle richieste di risarcimento inviate a chi scarica file protetti da copyright, come serie TV, film e musica. Un’industria fiorente e in continua crescita che riempie le tasche dei professionisti e delle major



«I tedeschi temono Dio, ma nient’altro al mondo», diceva Otto Von Bismarck. Oggi il Cancelliere di Ferro avrebbe forse incluso, oltre all’altissimo, le major musicali e cinematografiche. O meglio: gli studi legali incaricati di far valere i loro diritti nei confronti di chi scarica e condivide online canzoni, film o serie tv protette da copyright. Interi uffici di avvocati si sono specializzati nell’inviare quotidianamente migliaia di lettere di risarcimento a chiunque abiti sul suolo teutonico e si sia macchiato di crimini contro il diritto d’autore.

Le lettere colpiscono senza preavviso e fanno leva sulla paura di ulteriori sanzioni. Possono arrivare a casa fino a tre mesi dopo il fatto compiuto - cioè il rilevamento di una condivisione illegale - e sono tutte uguali: lo studio legale si presenta, invita a »leggere con calma» il contenuto della missiva e poi procede a spiegare il misfatto. Alla fine arriva sempre il conto. Tre puntate di una serie, ad esempio, possono costare fino a 1600 euro. La somma deve essere versata sul conto degli avvocati e comprende anche le spese legali, calcolate a norma di legge.

Il problema non è tanto il download di un contenuto illegale, quanto l’upload, cioè la condivisione attiva dal proprio computer verso quello di altri utenti. È quanto avviene ad esempio con i torrent: durante il download del contenuto, il file coperto da copyright viene automaticamente condiviso con altri utenti. Da questo punto di vista lo streaming è più sicuro, a meno che non lo si effettui con programmi come Popcorn Time, che sembrano semplici player video ma in realtà sono client bittorrent sotto mentite spoglie.

La lucrosa procedura è così diffusa che i media tedeschi hanno coniato il nome “Abmahnung Industrie”, Industria degli ammonimenti (o delle diffide), perché tecnicamente le lettere non sono tanto delle multe, quanto richieste formali di cessazione delle attività illegali con annesso risarcimento danni. L’Abmahnung Industrie è un settore fiorente, che non mostra segni di flessione. La pratica tuttavia non è nuova ed è il frutto di un inasprimento dei controlli che i proprietari dei copyright hanno avviato più di dieci anni fa, nel 2006. I tedeschi, si sa, sono ottimi ingegneri, e così il passaggio all’automazione dell’invio di richieste di risarcimento è stato breve.

«Noi rappresentiamo in totale più di 70.000 persone», spiega a La Stampa l’avvocato Christian Solmecke, socio dello studio legale Wilde Beuger Solmecke di Colonia, specializzato nella difesa di chi riceve questo tipo di diffida. “Solo quest’anno abbiamo contattato più di 7000 persone. Dalla fine dell’anno scorso abbiamo riscontrato un aumento netto delle lettere inviate. Purtroppo non abbiamo numeri precisi a livello globale, ma siamo nell’ordine delle decine di migliaia di casi che fruttano, in media, dagli 800 ai 1000 euro”.

Ma come fanno gli avvocati delle major a sapere chi e quando ha scaricato l’ultima puntata di Game of Thrones o la versione pirata di Atomica Bionda? Semplice, glielo dicono i registri dei provider di accesso a Internet, che per legge sono tenuti a condividere i dati di accesso alla rete con i proprietari dei diritti d’autore e i loro rappresentanti legali. Gli avvocati danno in pasto questi elenchi a sistemi computerizzati, grazie ai quali possono inviare centinaia di missive ogni giorno.

Il modo in cui gli avvocati ottengono le informazioni non si configura come illecito, perché non ottengono i dati per via diretta, spiegano ancora dallo studio Wilde Beuger Solmecke. Neppure le azioni dei loro clienti, cioè le major, violano la legge perché spesso tutto avviene tramite agenzie autorizzate, specializzate in operazioni anti-pirateria. «Per di più l’acquisizione di questi dati si può intendere come raccolta di prove atte a salvaguardare il proprietario dei diritti da azioni criminali».
Via libera alle multe che non sono multe, insomma. E al colpevole non resta che accettare la punizione, per quanto iniqua, magari provando a contenere il danno.

«È importante non pagare subito e soprattutto non firmare mai la lettera di diffida che spesso viene acclusa alla richiesta di risarcimento. Bisogna inviarne una modificata da un esperto legale, con termini meno restrittivi», dice ancora Solmecke. «C’è poi sempre la possibilità di un errore procedurale grazie al quale riusciamo a far ritirare la richiesta di risarcimento, ma può valutarlo solo un esperto, caso per caso». E che succede infine se ad aver scaricato contenuti protetti è un italiano o un altro cittadino europeo, che non ha cittadinanza tedesca e magari è di passaggio in Germania?

«Chi riceve il richiamo è sempre il titolare del contratto telefonico, ma in teoria sì, anche un italiano non residente potrebbe essere chiamato a rispondere», conclude l’avvocato Solmecke. «In pratica però in questi casi i proprietari dei diritti non ottengono nulla. Un italiano o un cittadino europeo non si può portare facilmente in tribunale, mentre il proprietario della connessione, se è un’altra persona, non può essere considerato responsabile».

Le stelle del Pd

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mattia feltri

Il Parlamento, che su impulso del Pd tre giorni fa ha approvato il codice Antimafia, su impulso del Pd si appresta a rivedere il codice Antimafia. Pare si siano accorti di un problema: il codice prevede il sequestro preventivo dei beni (aziende, case, auto) agli indagati per corruzione. Non ai condannati, agli indagati. Accidenti che disdetta, su questa legge ci hanno lavorato quattro anni, e gli è cascato l’occhio proprio il giorno dopo averla chiusa. Sono cose che succedono: con quello che c’è da fare uno mica può stare lì ad ascoltare costituzionalisti, giuristi, magistrati, avvocati, che dicevano tutti la stessa cosa - La presunzione di innocenza! La Costituzione! - e per di più tutti assieme. Un caos. 

Ora non bastano neanche le rassicurazioni della presidente dell’Antimafia, Rosi Bindi: «E’ semplice, chi non riesce a dimostrare che le sue ricchezze sono frutto di attività lecite si vedrà privato di quei beni». Che ci vuole?, basta dimostrarlo. Perché aspettare che si dimostri la tua colpevolezza, come prevede la solita noiosa Costituzione, quando puoi dimostrare tu la tua innocenza? Tanto poi si è sempre in tempo a dar la colpa alle procure.

Vabbè, ne approfittiamo per fare i complimenti ai vari Penati, Del Turco, Mastella e gli altri che sono appena stati assolti da accuse di corruzione per avere almeno conservato un tetto sulla testa, visto che il codice ancora non c’era. E per dare una volta ragione ai Cinque stelle: non sono loro che stanno diventando come il Pd, è il Pd che sta diventando come loro.

La triste fine del sinistro "fazismo" televisivo

ilgiornale.it
Paolo Guzzanti

Il crollo della trasmissione di Fabio Fazio, spinta a livelli di altissima spesa inutile, è un dato di fatto



Il crollo della trasmissione di Fabio Fazio, spinta a livelli di altissima spesa inutile, è un dato di fatto.
La colpa non è soltanto di Fazio ma di chi non si è accorto in tempo che la bolla ideologica su cui poggiava l'impianto si era sgonfiata. L'ideologia è nota: quella di una sinistra intollerante ma fintamente giocherellona che esige un pubblico scemo ma furbo che applauda sempre senza sapere perché. Il tentativo di upgrade del «fazismo» si è spompato negli ascolti.

Salvo il geniale Nino Frassica che trae le sue origini surreali e libertarie dall'anti-televisione di Renzo Arbore, il resto è noia piatta in un salotto in cui entrano soltanto quelli della cerchia di chi condivide in partenza pregiudizi scaduti. C'è di buono che il fallimento del «Fazio punto due» fornisce la prova della fine di un'epoca di lussuosa sciatteria secondo cui chi non ne fa parte, o è imbecille o poco di buono. Fazio, che ci ha gradevolmente sorpreso come pianista e musicologo, non ha capito che la sua Italietta passiva e plaudente è stata rimpiazzata da un Paese e da un pubblico che parlano un'altra lingua.

Lustrini costosi e pistolotti politicamente correttissimi dei quali è custode intransigente Massimo Gramellini non bastano più per tenere insieme la maionese. Il «fazismo», che pure ha avuto il suo momento, da avanguardia è diventato retroguardia. Non si è accorto che Paese e pubblico cambiavano, annoiandosi con il tempo che fa e che però è sempre lo stesso.

Peppina sfrattata se ne va tra le lacrime: ​"Oggi per me muore lo Stato"

ilgiornale.it
Claudio Cartaldo

La sua casa crollata per il sisma. Aveva acquistato una casetta per "morire vicino a casa sua". Ma è stata sfrattata



Peppina se ne va tra le lacrime. L'anziana 90ene è stata costretta ad abbandonare la sua casetta in legno a San Martino di Fiastra.

Abusiva. È questa l'accusa dei magistrati, che le hanno negato la possibilità di rimanere nel paese dove ha sempre vissuto. Lei, con gli occhi rossi e pieni di lacrime, ha deciso di arrendersi allo Stato. La legge è legge, è vero. Ma non si poteva fare qualcosa per Peppina?

Giuseppina Fattori, 95 anni, viveva a Fiastra da 70 anni. Una vita di sacrifici e difficoltà abbattuti dal sisma dell'ottobre scorso. La sua casa non è più agibile, ma lei voleva vivere lì. Nella terra in cui è diventata donna, madre, nonna. I figli allora le avevano regalato una piccola casetta, niente di che. Ma pur sempre un rifugio dove passare gli ultimi anni che le rimangono. I giudici però non hanno voluto sentir ragioni: la casetta è abusiva e deve essere abbattuta. La famiglia aveva chiesto le autorizzazioni ma - per non pedere tempo - aveva comunque iniziato i lavori di costruzione.

Due settimane fa è stata emessa un'ordinanza di sfratto. Peppina ha provato ha resistere, ha fatto appello al buon senso: tempo che le autorizzazzioni arriveranno, lei potrebbe non esserci più. Niente da fare. Stamattina la famiglia l'ha caricata in auto per portala via in attesa che il 6 ottobre il Tribunale del Riesame valuti il caso. Lei aveva le lacrime agli occhi, il fazzoletto bianco a fermare quel pianto disperato. "Grazie a chi mi ha voluto bene e anche a chi mi ha fatto del male", ha detto ai cronisti accorsi a immortalare l'assurdo "sfratto". "Di casette così ce ne sono tante. Io non sono una santa ma sono sempre stata una persona onesta".

Un dolore inimmaginabile. "Non ho dormito stanotte, non me ne volevo andare ed ero preoccupata", ha raccontato a Cronache Maceratesi. Duro invece il commento di una delle figlie: "Oggi muore lo Stato per me - ha detto Agata Turchetti - Non sono più fiera di essere italiana. Sui social qualcuno ha scritto che oggi viene ripristinata la legalità. Io penso che oggi muoia l’umanità e anche la legalità. Perché una legge che provoca tanto dolore non può essere buona. I miei ideali muoiono insieme a mia madre che scenderà queste scale tra poco".

Non curano la bimba e la lasciano morire: "Dio non sbaglia mai"

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Aurora Vigne

Dei genitori negli Stati Uniti si sono rifiutati di curare la loro figlia, lasciandola così morire

"Niente cure, Dio non commette errori". Così una coppia del Michigan si è rifiutata di portare la loro figlia in ospedale appellandosi, invece che ai giusti trattamenti medici, a Dio. Peccato che la piccola, una neonata, sia morta dopo poche ore. Era stata la levatrice a consigliare ai due genitori un medico. Ma Rachel Joy Piland, 30 anni, e suo marito di 36, Joshua Barry Piland, non hanno voluto sottoporre alle cure la loro figlia, dopo che i medici le hanno diagnosticato dei problemi con l'ittero.

La bimba, poi, ha iniziato a vomitare sangue e la levatrice ha ripprovato a sollecitare i gentori, notando inoltre che il colorito della piccola stava cambiando. Ma non c'è stato nulla da fare: "Niente cure, succederà ciò che deve succedere", hanno detto i genitori. Come riporta il Daily Mail, la piccola è morta dopo due giorni di agonia. Se fosse stata curata, sarebbe sopravvissuta senza problemi e senza alcuna conseguenza.

Ora i genitori sono finiti in carcere e rischiano fino a 15 anni per omicidio.

Faccia a faccia con uno sciachimista / 1

Il Disinformatico

Il mio profilo su Blogger

L'articolo è stato aggiornato dopo la pubblicazione iniziale. Gli eventi dell'incontro descritti sono reali e sono avvenuti il 28 febbraio 2009 a Barbengo, vicino a Lugano. Questo non è un racconto di fantasia. Ieri pomeriggio ho intervistato un sostenitore della teoria della cospirazione delle "scie chimiche", noto in Rete come Vibravito, per conoscere di prima mano psicologia, idee e comportamenti di un credente in un complotto. Avevo già avuto esperienze dirette con i complottisti dell'11 settembre e con quelli lunari: mi mancava uno sciachimista. La mia curiosità, infatti, era vedere se risultava confermato o meno un modello generale del pensiero cospirazionista che progressivamente si sta delineando.Vorrei dare un resoconto dettagliato, ma la cosa potrebbe richiedere un po' di tempo. Aggiornerò quindi progressivamente questo articolo.

Preliminari

Riassumo l'antefatto per chi non avesse seguito l'intera vicenda che ha portato all'incontro e che si svolge nell'arco degli oltre 700 commenti a questo mio articolo precedente sulle presunte "scie chimiche". Lo sciachimista, Vibravito, mi accusa di essere uno dei "cospiratori infami (o insulsi disinformatori prezzolati)", di avere un "conto numerato in una banca di Lugano" sul quale gli organizzatori delle irrorazioni fatte con le scie chimiche depositerebbero "laute somme di denaro", e altre espressioni colorite.

Visto che mi interessa conoscere di persona uno sciachimista in un contesto privato, ossia al di fuori delle situazioni pubbliche come le conferenze, nelle quali non c'è tempo di sedersi a tu per tu e discutere, lo invito a venire da me a ripetermi in faccia queste ed altre accuse che configurano i reati di diffamazione o ingiuria (articoli 594 e 595 del Codice Penale italiano). Vibravito accetta l'invito e propone luogo, data e ora. Dato che teme che io raduni "compagnia e supporto", la trattativa avviene via mail privata. Io accetto subito luogo, ora e data proposti da Vibravito; non accetto, invece, quando lui chiede di cambiarli due giorni prima dell'incontro. Ho già pianificato il weekend con la mia famiglia, sono venuto incontro alla proposta di Vibravito senza esitazioni, ma c'è un limite a quanto sono disposto a farmi scombussolare il fine settimana mio e dei miei cari.

Concordiamo che per reciproca garanzia l'incontro verrà registrato da entrambi: Vibravito chiede solo audio, niente video.

Il luogo dell'incontro è l'Osteria degli Amici a Barbengo, a poca distanza da casa mia, sabato 28 febbraio alle 17. Gli avventori del locale che dovessero leggere queste pagine possono ora capire chi erano i due individui che discutevano in modo così strano al tavolino all'aperto.Vibravito arriva puntuale alle 17 e inizia la discussione. Posso dare subito atto a Vibravito di aver ripetuto le sue accuse di fronte a me e di averne anche aggiunte altre. Ma questo non è importante, perché non era questo lo scopo fondamentale dell'incontro. Non so quale fosse per Vibravito, ma per me era intervistare uno sciachimista. E in questo senso è stata un'intervista estremamente illuminante.
Il meteorologo morituro

Vibravito fa partire il proprio registratore (usa la sua fotocamera digitale come registratore, puntandola verso la strada, non verso di noi) e io il mio. Ha portato anche un orologio radiocontrollato per certificare l'ora (si vede che per lui è importante). Legge da appunti scritti a mano le parole di accusa nei miei confronti "disinformatore prezzolato" e gli chiedo di chiarire cosa significa. "Prezzolato è che... qualcosa ti danno". Si affretta a dire che questa è una sua "opinione". Gli chiedo se ne ha delle prove. Risponde di no.

Chiaramente Vibravito non ha ben chiaro il concetto che una "opinione" ingiuriosa espressa in pubblico è comunque ingiuria o diffamazione. Io non posso andare in giro a dire "Il signor Rossi è cornuto" o "Il signor Bianchi prende soldi sottobanco" e difendermi dicendo che è una mia "opinione".

Vibravito obietta che lui è stato insultato per primo definendolo (a suo dire) "contaballe", "falsificatore", "maleducato". Gli rispondo che c'è una differenza fondamentale fra l'insulto, che è un'accusa infondata che si rivolge a una persona in assenza di prove, come lui ha appena fatto e confermato, e quello che viene detto di lui: non sono insulti, sono constatazioni, basate sui suoi comportamenti. La sua maleducazione di interrompere continuamente, sia durante la conferenza di Novi Ligure sia durante l'intervista sia durante le conferenze sulla meteorologia alle qual