Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

venerdì 29 settembre 2017

Fuoco di Sant’Antonio: esiste un vaccino, ma non lo sa quasi nessuno

lastampa.it
stefano massarelli

La varicella contratta in età pediatrica non chiude sempre i conti con l’organismo. Anche dopo la guarigione, il virus Varicella-Zoster tende ad annidarsi nei gangli sensitivi del midollo spinale e del tronco encefalico, con la possibilità di tornare a colpire nel corso della terza età, in conseguenza di un abbassamento della difese immunitarie. 

Si manifesta così l’Herpes Zoster, meglio noto come Fuoco di Sant’Antonio, che colpisce ogni anno circa 1,7 milioni di anziani in Europa, con circa 157 mila nuovi casi registrati ogni anno in Italia soprattutto oltre i 50 anni di età. Le primissime manifestazioni di questo disturbo sono caratterizzate da sintomi di affaticamento, mal di testa, bruciori, ma soprattutto da un eritema del tutto simile a quello della varicella, con bolle piene di liquido che dopo alcuni giorni di trasformano in croste, che possono interessare diverse parti del corpo, dal collo, al torace fino alla schiena. 

«Queste prime fase acuta può durare fino a un massimo di quattro settimane e si accompagna a un dolore particolarmente violento e persistente, che molte donne definiscono superiore a quello del parto», spiega Sandro Giuffrida, Direttore della Unità di Igiene e Sanità Pubblica della Asl di Reggio Calabria.

Dolore neuropatico nell’area della lesione
Dopo questa fase iniziale, il disturbo può cessare del tutto o portare a complicanze anche debilitanti, prima fra tutte la nevralgia post-erpetica, caratterizzata da un dolore nevralgico persistente che si manifesta nella stessa area colpita dalle lesioni cutanee. 

«La nevralgia post-erpetica si manifesta in circa il 20-30% dei soggetti colpiti da Herpes Zoster – prosegue Sandro Giuffrida – e in questo caso il dolore è estremamente persistente e può durare anche mesi o anni, assumendo caratteristiche diverse, ad esempio può manifestarsi in forma di bruciore, di un dolore intenso e martellante o di ipersensibilità al tatto». 

A seconda di dove colpisce, inoltre, l’infezione da Herpes Zoster può anche portare a conseguenze a livello del nervo ottico, dell’udito o del sistema cardiovascolare: studi scientifici hanno dimostrato un aumento del rischio di ictus e attacchi cardiaci nel periodo seguente l’infezione, con un rischio di ictus triplicato quando l’infezione tende a interessare la branca oftalmica del nervo trigemino.

Antidolorifici spesso inutili
Una volta comparsa l’infezione, i farmaci antivirali sono l’unica arma in grado di ridurre la durata della malattia, mentre i farmaci antidolorifici sono in grado di attenuare il dolore solo in circa il 50% dei casi. La strategia migliore consiste invece nella prevenzione, anche se nel nostro Paese è ancora bassa la percezione di dover intervenire prima che il virus si risvegli.

«Su questa patologia c’è un gap comunicativo rilevante: la percezione del rischio di ammalarsi di Zoster è elevata solo nelle persone che hanno conosciuto la malattia per averla contratta personalmente o per averla sperimentata attraverso un familiare o un amico. Chi non ha percezione del rischio, in genere, non sa nemmeno che esiste un vaccino che può prevenire la malattia» sottolinea Giuffrida. 

Prevenzione con il vaccino
La vaccinazione contro l’Herpes Zoster è infatti disponibile da diversi anni ed è prevista nel nuovo Piano Nazionale di Prevenzione Vaccinale inserito nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), pertanto è oggi disponibile gratuitamente in Italia per i soggetti che hanno compiuto i 65 anni di età o per i soggetti di età inferiore considerati a rischio. Il vaccino si fa per via sottocutanea o intramuscolare e ha il vantaggio di essere somministrato in un’unica dose, con l’effetto di rafforzare l’immunità naturale contro il virus e controllarne la riattivazione.

«La sua efficacia nel prevenire la comparsa di Herpes Zoster si attesta attorno al 70% e tende a diminuire con l’avanzare dell’età, tuttavia rimane elevata nel prevenire la principale complicanza dell’Herpes Zoster, la nevralgia post-erpetica» afferma Giuffrida. Una strategia preventiva efficace che dovrebbe essere conosciuta specialmente da chi soffre o ha sofferto di disturbi cronici o di tumori maligni: in quest’ultimo caso il rischio che l’Herpes Zoster si risvegli è infatti otto volte superiore rispetto alla media. 

Baci sì, ma in dialetto: la svolta "local" della Perugina

repubblica.it

Le famose frasi sui biglietti dei cioccolatini tradotte nei vari idiomi, dal napoletano al romanesco, dal pugliese al veneto.

Baci sì, ma in dialetto: la svolta "local" della Perugina
I baci parlano il dialetto. Nulla di più spontaneo della lingue del proprio paese per esprimere emozioni. Così adesso le famose frasi più o meno romantiche dei Baci Perugina si rifanno ai modi di dire regionali. Dal siciliano al genovese, dal romano al piemontese: sono 9 i dialetti scelti da nord a sud da Baci Perugina per lanciare la prima edizione di "Parla come... Baci", una serie speciale per rendere omaggio all'Italia e alle sue differenti culture.

Baci sì, ma in dialetto: la svolta "local" della Perugina
Dal napoletano "Ògne scarrafóne è bèll'a màmma sóia" al milanese "I inamoraa guarden minga a spend", selezionati 100 tra detti e proverbi di 9 diversi dialetti italiani: pugliese, genovese, milanese, romano, veneto, siciliano, piemontese, napoletano e perugino. Ogni cartiglio contiene un proverbio in dialetto con la traduzione in italiano, mentre l'incarto del cioccolatino riporta la parola "bacio" nei dialetti scelti.dialetti scelti. Baci sì, ma in dialetto: la svolta "local" della Perugina
"I proverbi dialettali sono massime autorali che rispecchiano l’appartenenza a una cultura e a un luogo specifici ma il cui significato è universalmente riconosciuto poiché si rifà ai grandi temi che accomunano tutti: l’amore, l’amicizia, la famiglia, il lavoro e così via", dicono dall'azienda. Baci sì, ma in dialetto: la svolta "local" della Perugina
Così, ogni cioccolatino racchiude un proverbio diverso in dialetto (con la traduzione in italiano). Su ogni singolo incarto del cioccolatino invece vi è incisa la traduzione di “bacio” nei dialetti scelti, dal Basìn milanese al Vasu siciliano, dal Baxo genovese al Bagio umbro passando per il Bàso veneto. La saggezza popolare ha tramandato di generazione in generazione detti che ancora oggi risuonano attuali e veritieri e che spesso sono utilizzati, sia da grandi che da giovani, come intercalari che ravvivano un discorso e che addirittura lo rendono più concreto e persuasivo per la forma imperativa e quasi sacrale nella quale sono espressi. Baci sì, ma in dialetto: la svolta "local" della Perugina
Il marketing non si muove a caso: come conferma uno studio promosso proprio da Baci Perugina, tra i millennials la curiosità di scoprire i dialetti è molto forte, sia per desiderio di creare un legame forte con la propria famiglia, che per volontà di conoscere la storia di determinati termini ed espressioni o possibilità di arricchire il proprio parlato con espressioni colloquiali. Sono queste alcune delle ragioni per le quali 6 giovani su 10 utilizzano il dialetto e sono incuriositi dalla possibilità di impararlo. Baci sì, ma in dialetto: la svolta "local" della Perugina
Così i celebri cioccolatini degli innamorati si pongono sulla linea di intuizioni felici che ne caratterizza la storia. Era il 1922 quando la giovane e intraprendente Luisa Spagnoli crea dei dolcetti di nocciole, granella di nocciole e cioccolato fondente. La sua ricetta in città comincia ad avere un discreto successo, nonostante i bon bon si chiamino praticamente il contrario di come li conosciamo oggi: "cazzotti". Baci sì, ma in dialetto: la svolta "local" della Perugina

Due anni dopo due persone contribuiscono potentemente a cambiare il destino del cioccolatino: uno è Giovanni Buitoni, titolare di una bottega. Racconterà lui stesso: “Come avrebbe potuto un cliente entrare in negozio e chiedere, magari a una graziosa venditrice, vorrei un cazzotto?”.  Tolse il cartello e lo sostituì con uno scritto da lui: “Baci Perugina". L'altro è l’art director di casa Perugina, il futurista Federico Seneca, che costruisce un nuovo look al prodotto: l’incarto color argento, le scritte blu, il bigliettino con la frase d’amore, la confezione con i due innamorati che si baciano (il dipinto di Hayez “Il Bacio” la sua ispirazione). Baci sì, ma in dialetto: la svolta "local" della Perugina
Nel 1927 le richieste da varie città si moltiplicano e molte operaie (come raccontano le foto d'epoca) sono all'opera per produrre e incartare i nuovi Baci. Con grande intuizione il claim della pubblicità diventa: "In soli 5 anni la Perugina ha distribuito cento milioni di Baci® e continua a tutt’oggi con foga giovanile". Già nel 1939 il successo si materializza con una prestigiosa apertura all'estero: è quella sulla Fifth Avenue a New York dove apre il primo store Perugina. E oggi ecco aforismi e proverbi abbracciare le diverse tradizioni locali.

Anche Bill Gates saluta Windows Phone e passa ad Android

lastampa.it
luca scarcella

Neppure il cofondatore di Microsoft crede più nei “suoi” telefoni: abbandonarli per un iPhone sarebbe stato azzardato, perciò ha scelto uno smartphone con il robottino di Google



Anche Bill Gates dice addio a Windows Phone, dichiarando, in un’intervista a Fox News, di utilizzare uno smartphone Android con «molte applicazioni Microsoft». L’uomo più ricco del mondo, e cofondatore dell’azienda di Redmond, è probabilmente, o almeno simbolicamente, l’ultimo utente Windows Phone, che oggi è arrivato a percentuali di mercato irrisorie, in una continua e inesorabile caduta da qualche anno a questa parte

Microsoft ha quindi abbandonato il Windows Phone, staccando la spina a ogni aggiornamento futuro per milioni di smartphone ancora in circolazione, visto che il prossimo Windows 10 Fall Creators Update previsto per PC non include alcuna novità per gli smartphone. Questo non significa che i telefoni smetteranno di funzionare, ma che progressivamente le applicazioni sviluppate da terzi, come Facebook, Twitter o WhatsApp, non verranno più aggiornate e, successivamente, cesseranno di funzionare. 

Satya Nadella, amministratore delegato Microsoft, ha smesso di dire «mobile first, cloud first» nelle sue presentazioni, concentrandosi sulla integrazione dei propri servizi con Android e iOS.Bill Gates, parlando del suo nuovo telefono a Fox News, sottolinea che non ha optato per un iPhone, bensì un Android «pieno di software Microsoft», aggiunge. Nonostante questo, ha anche specificato che «i nuovi prodotti Apple sono straordinari».

Secondo gli ultimi dati forniti da Net Market Share, Windows Phone rappresenta una percentuale bassissima dello 0,81% nel mercato della telefonia mobile. In confronto, Android si conferma leader con il 64,76%, mentre iOS si attesta a circa il 32,93%.

@LuS_inc

Il concorso truccato per magistrati. Un avvocato svela la truffa del 1992

lastampa.it
selma chiosso

Il Csm ammette: il suo scritto non è mai stato esaminato

Era vestita di bianco, Francesca Morvillo. è il 23 maggio 1992 e all’hotel Ergife di Roma è il giorno dell’abbinamento delle buste del concorso in magistratura per uditore giudiziario: mercoledì 20, diritto penale; giovedì 21, diritto amministrativo; venerdì 22, diritto privato con riferimento al diritto romano. Lei alle 16 saluta, deve prendere l’aereo per Palermo. Rimarrà uccisa insieme a suo marito, Giovanni Falcone. È il primo colpo di scena del concorso durante le stragi di mafia. Concorso tanto particolare da finire ora in un libro scritto dal professore Cosimo Lorè e pubblicato da Giuffrè.

Il dietro le quinte lo si deve 25 anni dopo alla caparbietà di Pierpaolo Berardi, avvocato astigiano. L’allora giovane legale è uno dei candidati. Quando legge il titolo del tema di penale si frega le mani soddisfatto: quel caso da sviluppare sulla responsabilità penale nel trattamento medico lo ha appena affrontato in tribunale; la prova di amministrativo fila liscia; quella di diritto privato e romano è stata oggetto di un seminario seguito poco prima. Un anno dopo, quando escono i risultati degli scritti, non riesce a credere ai suoi occhi: bocciato. 

Ed è lì che inizia la sua battaglia; da un lato Tar e Consiglio di Stato che gli danno ragione, dall’altra il ministero e il Csm che oppongono resistenza. L’avvocato chiede di potere vedere i suoi scritti e il verbale. «Mi dissero al telefono che il verbale non c’era» racconta oggi. Quando, dopo un ennesimo vittorioso ricorso al Tar, ha prove e verbali ecco cosa scopre: «I mie temi e quelli di altri non vennero assolutamente corretti. Ho calcolato i tempi: tre prove giuridiche complesse per ogni candidato e grafie diverse possono essere corrette ed esaminate riportando voti e verbale per ciascuno in 3 minuti? Evidentemente no». 

Va avanti e la legge gli consente di chiedere anche le prove degli altri candidati promossi. E lì scopre altre perle: temi riconoscibili perché scritti su una sola facciata, altri in stampatello; alcuni pieni di errori giuridici, altri idonei ma senza voto. Un candidato svolge il tema con una traccia diversa da quella indicata; uno scrive con una calligrafia doppia; un altro (si potevano solo consultare i codici) è degno di Pico della Mirandola: pagine e pagine copiate da manuali di Diritto. Tra i temi casuali che Berardi chiede di visionare c’è anche quello di Francesco Filocamo, attuale magistrato al tribunale di Civitavecchia ed estratto a sorte come presidente del tribunale dei ministri. Il ministero con estremo imbarazzo risponde a Berardi: le sue prove non sono in archivio. Un giallo. 

Partono i ricorsi. A Perugia Berardi viene sentito da un pm con presente come uditrice una magistrata che aveva vinto quel concorso. Quando Tar e Csm ordinano di ricorreggere i suoi temi anziché nominare una nuova commissione è la stessa che lo aveva bocciato a farlo. Nel 2008 il Csm dopo aver sempre affermato che era tutto regolare riconosce all’unanimità che gli elaborati dell’avvocato Berardi non furono mai esaminati dalla Commissione. Conseguenze? Nessuna. 

La verità in banca

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mattia feltri

Dopo la commissione d’inchiesta sulla mafia, sugli infortuni sul lavoro e le morti bianche, sulle intimidazioni agli amministratori locali, sulla contraffazione e la pirateria, sul sequestro Moro, sui rifiuti, sul sistema di accoglienza dei migranti, sull’uranio impoverito, sulla morte del militare Scieri, sulla Moby Prince, sulla digitalizzazione e innovazione della pubblica amministrazione (l’unica in rima), sulla sicurezza e il degrado di città e periferie, sulla ricostruzione dell’Aquila e sul femminicidio, i parlamentari hanno deciso di esercitare le loro prerogative di segugi anche sulle banche.

Siamo a quindici commissioni d’inchiesta, in questa legislatura. Nella prima, che va dal 1948 al 1953, ce ne furono soltanto due, una sulla disoccupazione, l’altra sulla miseria. Poi i parlamentari ci hanno preso gusto a mettere il naso nelle grandi questioni e nei grandi misteri, e con questa commissione d’inchiesta siamo a ottantasei (media di 1,2 all’anno). 

Un’esagerazione? Beh, forse sì, però almeno adesso conosciamo ogni sfumatura dell’inquinamento del fiume Sarno (commissione del 2003), delle stragi e il terrorismo (1988), del terremoto del Belice (1980) e della giungla retributiva (testuale, 1975). Soprattutto, abbiamo le idee chiarissime sulla mafia (commissione inaugurata nel ’62 e diventata permanente) o su Aldo Moro (la prima è del ’79). E stavolta i presupposti sono aurei: è stato eletto presidente della commissione banche Pier Ferdinando Casini, uno che ci crede così tanto da aver votato contro la sua istituzione.

Ius soli

lastampa.it
jena@lastampa.it

Alfano ha paura di perdere voti. Quali, il suo? 

Il pelo nel cratere

lastampa.it
mattia feltri

Il focoso e simpatico sindaco di Amatrice, Sergio Pirozzi, è andato alla festa di F.lli d’Italia e ha rivelato che, dei 33 milioni di euro destinati in solidarietà via sms ai paesi colpiti del terremoto, lui e i suoi colleghi non hanno visto un quattrino. Soldi andati altrove, e sarebbe bello sapere dove. Hanno pure finanziato una pista ciclabile nelle Marche e la ristrutturazione della scuola in un paese fuori dal cratere del terremoto, ha detto Pirozzi: un modo di tradire la solidarietà e la volontà dei cittadini. Insomma, un bello scandalo a cui alcuni giornali si sono dedicati con intenti bellicosi. 

Poi è saltato fuori che i fondi li ha la Protezione civile, che la pista ciclabile non è stata finanziata, e che la scuola del paese fuori dal cratere è inagibile per le scosse, visto che il terremoto non tiene in gran conto i confini artificiosi dell’uomo (anche Roma, ben lontana dal cratere, ha avuto danni). Ad Amatrice non serviva altro denaro, semmai un po’ di solerzia, ma questa è un’altra storia. Tutto in regola, tanto che il procuratore di Rieti ha aperto un’inchiesta siccome gli toccava aprirla, ma ha definito la faccenda una bolla di sapone.

Nessuna ruberia: la politica eccezionalmente innocente. Invece sono indagati centoventi furboni che hanno trasferito o cercato di trasferire la residenza nelle seconde case di Accumoli e Amatrice, dove chissà quanti loro amici sono morti o in miseria, per intascarsi i sussidi. Per dire che siamo un popolo con un pelo che certa politica se lo sogna.

Vatileaks, arriva la “nota spese” vaticana per il rapimento Orlandi

lastampa.it
andrea tornielli

I quotidiani Repubblica e Corriere della Sera divulgano un documento che appare confezionato come una “patacca”, contenente il rendiconto del quasi mezzo miliardo di lire che la Santa Sede avrebbe speso per gestire la permanenza all’estero di Emanuela. Il portavoce Greg Burke: «Ricostruzione falsa e ridicola»


Il poster affisso sui muri delle strade di Roma dopo la scomparsa di Emanuela Orlandi il 22 giugno 1983

Che il caso di Emanuela Orlandi, la giovanissima figlia di un dipendente vaticano scomparsa misteriosamente nel centro di Roma nel giugno 1983, sia un mistero mai chiarito intessuto di ricatti e depistaggi, è un fatto oggettivo e ben documentato. Che tra le persone a vario titolo coinvolte nella triste e oscura vicenda – trasformatasi in un caso internazionale con l’interesse dei servizi di intelligence di mezzo mondo e presunte connessioni con l’attentato a Papa Wojtyla e la vicenda Ior-Ambrosiano – vi sia chi non ha ancora raccontato tutta la verità, è altrettanto certo. Ora la storia si arricchisce di un nuovo capitolo, un documento destinato ad aumentare confusione e veleni.

Lo hanno pubblicato in contemporanea la Repubblica online (come anticipazione di un nuovo libro del giornalista dell’Espresso Emiliano Fittipaldi) e Il Corriere della Sera cartaceo, con articoli nei quali già si ammette che potrebbe trattarsi di un falso depistante. Si tratta di un documento su carta semplice, senza intestazioni ufficiali, né timbri né firme manoscritte, composto da cinque pagine e datato marzo 1998, intitolato «Resoconto sommario delle spese sostenute dallo Stato Città del Vaticano per le attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi (Roma 14 gennaio 1968)».

A redigerlo – indirizzandolo all’allora Sostituto della Segreteria di Stato Giovanni Battista Re e per conoscenza all’allora “ministro degli Esteri” Jean Luis Tauran - sarebbe stato il cardinale di origini novaresi Lorenzo Antonetti, dal 1995 alla fine del 1998 Presidente dell’APSA (l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica, che funge anche da ente pagatore del Vaticano).

La lettera sarebbe stata accompagnata da 197 pagine di fatture e giustificativi (non più presenti), contiene l’inquietante rendiconto delle spese che il Vaticano avrebbe sostenuto per gestire il rapimento di Emanuela Orlandi e la sua permanenza all’estero, in vari convitti, nonché le spese sborsate per un dichiarato “depistaggio” (sic!), per le indagini private, per non meglio precisate (e milionarie) attività espletate dall’allora Segretario di Stato Agostino Casaroli e dall’allora Vicario di Roma Ugo Poletti.



Il documento su carta semplice, senza intestazioni ufficiali, né timbri né firme manoscritte, composto da cinque pagine e datato marzo 1998, intitolato «Resoconto sommario delle spese sostenute dallo Stato Città del Vaticano per le attività relative alla cittadina Emanuela Orlandi (Roma 14 gennaio 1968)»

Innanzitutto, viste le date sommarie poste all’inizio delle singole pagine, si afferma che le attività sarebbero iniziate nel gennaio 1983, dunque mesi prima della scomparsa della ragazza: quasi un’ammissione del fatto che il Vaticano era coinvolto nell’organizzazione del rapimento. Si parla di milioni messi a disposizione di Teofilo Benotti per gestire i rapporti con la stampa interessata al caso, di spese per visite ginecologiche, di trasferte che all’allora capo dei Gendarmi vaticani, Camillo Cibin, a Londra, in compagnia del medico personale del Papa Giovanni Paolo II, Renato Buzzonetti: si presume per visitare la Orlandi.

Infine, altro aspetto inquietante, è rappresentato dalle spese finali, datate 1997: «Attività generale e trasferimento presso Stato Città del Vaticano, con relativo disbrigo pratiche finali: L. 21.000.000». Il che lascerebbe supporre che nel 1997 Emanuela sia arrivata Oltretevere e da qui mai più uscita.Da dove proviene questo testo? Dall’archivio di monsignor Lucio Vallejo Balda, il prelato spagnolo nominato segretario della Prefettura per gli Affari economici della Santa Sede e divenuto anche segretario della commissione COSEA che tra il 2013 e il 2014 fece uno screening sui conti e la gestione amministrativa di enti e dicasteri vaticani.

Vallejo Balda, che volle la pr Francesca Immacolata Chaouqui al suo fianco nella commissione, è stato con lei protagonista (e imputato) di Vatileaks 2, il processo vaticano seguito alla pubblicazione in due libri usciti contenenti tutte le carte della commissione. Secondo le fonti consultate da Vatican Insider, Balda conservava quel documento e dopo lo strano furto con scasso subito negli uffici della Prefettura 29 e il 30 marzo 2014, aveva confidato a più persone che tra il materiale trafugato c’era anche un dossier su Emanuela Orlandi. Sempre da quanto risulta a Vatican Insider, il dossier non era però presente nel plico di carte restituite alla Prefettura dopo il furto, e rimesse al loro posto da Vallejo Balda.

Va detto subito, a scanso di equivoci, che se il contenuto del dossier fosse vero, e cioè se i vertici della Santa Sede davvero avessero avuto un ruolo determinante nella gestione del rapimento e dell’occultamento di Emanuela, continuando a nascondere la verità, il Vaticano dovrebbe essere non riformato, ma definitivamente chiuso: non si sta infatti qui parlando di nepotismi, dell’assunzione di parenti, di affari poco chiari, di appalti gonfiati per la ristrutturazione di appartamenti, di deviazioni sessuali (tutte pratiche, sia chiaro, esecrabili, da condannare e da perseguire). Si sta parlando di reati gravissimi tali da richiamare l’epoca dei Borgia.

Se si prende però in esame il documento, i conti che non tornano sono tanti. A cominciare dall’intestazione: il cardinale Antonetti, veterano della diplomazia curiale e già nunzio a Parigi, si sarebbe rivolto all’arcivescovo Re chiamandolo «Sua Riverita Eccellenza…». Ora, in Vaticano anche gli uscieri assunti da una settimana sanno che lo spagnolesco e vetusto codice dei titoli episcopali prevede che a un vescovo ci si rivolga chiamandolo «Sua Eccellenza Reverendissima». Ma i dubbi veri sono di sostanza. Ammettiamo per un istante che la sostanza dei fatti riferiti sia vera.

Per quale motivo nel 1998, con un’inchiesta della magistratura romana ancora in corso, i vertici della Santa Sede coinvolti (in questo caso la Segreteria di Stato) avrebbe chiesto all’APSA un rendiconto completo delle spese dell’operazione, con fatture e pezze d’appoggio senza nomi in codice, aumentando così il numero delle persone informate sui fatti e le possibili fughe di notizie? E ancora, sempre supponendo che la sostanza sia vera, per quale motivo la Segreteria di Stato avrebbe gestito un’operazione del genere usando l’APSA come ente pagatore, e non utilizzando invece i fondi riservati (Fondo Paolo VI) a sua disposizione per le emergenze?

Tutto lascia dunque intendere che il documento sia falso (a meno di non pensare che il cardinale Antonetti lo abbia volutamente fabbricato con errori per farlo passare per falso). Quello che è certo è che si trovava nell’archivio di monsignor Balda e che dunque qualcuno l’aveva confezionato e l’aveva consegnato a lui. Ovviamente un testo del genere viene fabbricato per depistare o per ricattare, mescolando particolari veri o verosimili, con altri che sono inventati.

Il cardinale Giovanni Battista Re, presunto destinatario di quelle carte, ha dichiarato al blog Stanze Vaticane del Tgcom24: «Non ho mai visto quel documento pubblicato da Fittipaldi, non ho mai ricevuto alcuna rendicontazione su eventuali spese effettuate per il caso di Emanuela Orlandi». Mentre il direttore della Sala Stampa vaticana, Greg Burke, ha definito «falsa e ridicola» la ricostruzione pubblicata come anticipazione del libro di Fittipaldi su Repubblica.

Resta un dato di fatto: a cinque anni dall’elezione di Papa Francesco dopo un conclave che aveva messo a tema la volontà di chiudere con i miasmi e i veleni curiali emersi nel primo Vatileaks, la stagione delle fughe di documenti e dei depistaggi non sembra affatto conclusa. Anzi, si tratta di attività fiorente come non mai.

L’eterno ritorno di Silvio tra geopolitica e Amazon

lastampa.it
mattia feltri

Dopo l’estate silenziosa, toni mazziniani e ritrovato vigore fisico. A Fiuggi il suo popolo si accalca per vederlo come in un miracolo



Chissà se stavolta basterà il gergo commerciale a lui caro: in tempi in cui di nuovo non c’è nulla, può bastare l’usato sicuro. Ma poi in queste periodiche e infinite palingenesi di Silvio Berlusconi c’è sempre qualche cosa di più, qualcosa di parareligioso, o di suggestivamente mitologico.

Il drago ha divorato sé stesso e si è rigenerato: arriva a Fiuggi, terra ciarrapichiana, solidamente di destra, e di nuovo accorrono tutti. Vengono a toccare con mano, come San Tommaso, parlamentari e alti questuanti, che dopo una legislatura di marginalità e depressione ricominciano a sentire un soffio di vita. Piccoli e medi gerarchi forzitaliani che hanno riadattato la giacca blu e la cravatta celeste, abiti con la piega perfetta per un domani su cui sorgerà di nuovo il sole. E belle donne molto bionde, un’enfasi di labbra, che annunciano il trionfo con un rullo di tacchi sul parquet. E ancora gente qualsiasi, elettori, tifosi, caparbi nel superare le linee rosse e salire fino al Grand Hotel Palazzo della Fonte, accalcarsi agli ingressi, spingere nel delirante tentativo di entrare nella sala stracolma dove Berlusconi è accolto col grido febbrile dei miracolati - Silvio! Silvio!

Ci risiamo. 
Lui è bello ripulito, magro quasi ossuto, riemerso da una lunga estate di saggio silenzio e di risorgimento fisico nelle cliniche altoatesine. Il padrone di casa è il presidente del parlamento europeo, Antonio Tajani, e il raduno è del Partito popolare europeo, e Berlusconi ci si tuffa come in un mare: abbiamo l’Europa nel cuore, dice con un approccio romanticamente mazziniano; io mi sento completamente cittadino europeo, dice, ricordando con ambizione da padre fondatore i giovani che per l’Europa hanno perso la vita.L’Europa non è nemmeno da ricostruire, l’Europa c’è già, dice, e per saperlo basta ricordare il realizzato sogno che avevamo da ragazzi, l’Europa senza frontiere per uomini e merci.

E davvero noialtri meschini dobbiamo trattenerci dal rimuginare sulle conseguenze nell’alleanza con la Lega. Non ci pensa proprio. Si sta squadernando alle cancellerie mondiali. L’Europa nel cuore, e servirebbe ancora più Europa, una difesa comune, una politica economica comune, una politica industriale comune. Lo sentiranno a Berlino e a Parigi: allora, ero davvero così inaffidabile? Avete visto chi è arrivato, dopo di me? Sono arrivati i partiti ribellisti, come li chiama lui, che qui si affacciano con lo sguardo da «meteorina» di Luigi Di Maio, uno che al paese ha da offrire la nullità della sua esistenza.

Giusto una polemicuccia, coi cinque stelle. Niente di impetuoso. Vuole volare altissimo. Ha da delineare gli imponenti flussi migratori planetari, la miseria che spinge milioni di uomini qua da noi, attratti da una recente consapevolezza che esistono luoghi di benessere. Si addentra nella minaccia all’occupazione dei robot e dell’e-commerce (ha scoperto l’online, in una notte insonne gli è venuto in mente che gli serviva uno sgabello, è andato su Amazon e ne ha trovati novantotto: si è così emozionato che ne ha comprati tre). Dettaglia sulle crisi mondiali, l’incubo nucleare che riemerge, rivendica la capacità di rapporti con Putin, Erdogan e Gheddafi, amicizie discusse che però, merito suo, dice, avevano garantito un mondo meno scosso.

Non si perde nelle piccolezze italiane, se non in classici ma brevi passaggi sulle divisioni a sinistra, sui cinque golpe della magistratura, sulla sua eliminazione dal panorama politico per un’evasione di dieci milioni di euro da parte di un gruppo che ha versato quasi sei miliardi in tasse. Non ci si perde perché il suo orizzonte non ha confini, ora. Ne parla perché si augura che la corte europea gli restituisca la dignità e l’agibilità. Rivoglio il mio onore per ripresentarmi da uomo integro, dice. E se non avverrà per tempo, comunque mi batterò per la vittoria del centrodestra, con la passione e l’entusiasmo di sempre - Silvio! Silvio!

Eccolo, l’usato sicuro. Ci auguriamo che il prossimo presidente del Consiglio italiano sia Silvio Berlusconi, dice Antonio Lopez, segretario del Ppe. Non servono primarie, il leader è lui, dice Tajani. Noi siamo il centrodestra, dice Berlusconi, e chi è andato al governo con noi ci è andato perché noi ce lo abbiamo portato. Dunque, rimettetevi in coda. Qualcuno vuole uscire dall’euro? Se lo scordi. Non cita nemmeno la doppia moneta. Concederà alla «signora Meloni» sgravi fiscali per aiutare i giovani a trovare lavoro, e chiusa lì.

Soprattutto concederà a Salvini un approccio granitico ai guasti di un’immigrazione così mal governata, e chiusa lì. Riverserà l’intero esercito in strada, ripristinerà il poliziotto di quartiere (se mai c’è stato), ma non propone rastrellamenti, non ne fa una questione di criminalità, semmai di decoro pubblico. Tutto molto ragionevole, tranquilizzante, tutto molto ben studiato, e poi certo non scordiamoci la rivoluzione liberale - sebbene stavolta passerà (passerebbe) anche dalla reintroduzione così poco liberale, così grillesca, così amata dai partiti autoritari novecenteschi, del vincolo di mandato, cioè l’obbligo di dimissioni per il parlamentare che cambia gruppo.

Per il resto non manca nulla, la riduzione delle tasse, la riforma della giustizia con la separazione delle carriere, lo smantellamento dello stato burocratico - Silvio! Silvio! - l’intero catalogo delle promesse ventennali, sui cui, dopo brevi e convincenti istruzioni di incantamento di potenziali elettori (elogiare gli occhi delle signore, le cravatte dei mariti, la vigoria degli anziani), si rafforzano i santi, vecchi sarcasmi. Chiamiamolo piazzista, ma rieccolo. Di nuovo. Ancora lui. Col suo popolo dietro, e chi si accoderà, e se i voti non basteranno per tornare al governo, basteranno per tornare e basta. Eccome se basta. 

Monte Rushmore, una targa per l'italiano Luigi Del Bianco. Fu lui a intagliare i volti dei quattro presidenti

Repubblica.it
di PATRIZIA BALDINO

L'uomo, originario della provincia di Pordenone, è stato ricordato con una cerimonia alla presenza dei familiari. Ha ottenuto l'onorificenza di "capo intagliatore" in ricordo della sua abilità nella scultura

Monte Rushmore, una targa per l'italiano Luigi Del Bianco. Fu lui a intagliare i volti dei quattro presidenti
Luigi Del Bianco

Un italiano che valeva, secondo il suo superiore, "quanto tre uomini che si possono trovare qui in America". E, a quarantotto anni dalla sua morte, l'abilità come costruttore di Luigi Del Bianco viene premiata con una cerimonia all'interno del parco nazionale ai piedi del Monte Rushmore, dove è stato nominato " capo intagliatore" di fronte alla famiglia. La celebre montagna in Dakota del Sud raffigura quattro presidenti degli Stati Uniti d'America che hanno contribuito a migliorare il Paese. Un massiccio di granito scolpito a partire dal 1927 e terminato nel 1941, dove i visitatori possono osservare i visi di George Washington, Thomas Jefferson, Theodore Roosevelt e Abraham Lincoln.

Monte Rushmore, una targa per l'italiano Luigi Del Bianco. Fu lui a intagliare i volti dei quattro presidenti
Immagini di Luigi Del Bianco durante la creazione del Mount Rushmore, dal sito Luigimountrushmore.com, curato dal nipote Lou

Originario di Meduno, in provincia di Pordenone, Friuli, Luigi Del Bianco nacque a La Havre, in Francia. Studiò a Vienna e a Venezia, poi ricevette una lettera da un cugino che abitava nel Vermont. In America c'era lavoro: e così, a soli 17 anni, il giovane si imbarcò. Fu fortunato: dopo alcuni lavoretti e dopo la guerra, il cognato gli procurò un impiego nel cantiere del Monte Rushmore.

Tra i 400 carpentieri, a Del Bianco era stato affidato l'incarico di dar vita alle espressioni dei volti. Un compito sicuramente complicato e molto importante, che l'uomo svolse con una maestria riconosciuta sia dai suoi colleghi che dal responsabile dei lavori Gutzon Borglum che, secondo le testimonianze "non avrebbe affidato a nessun altro questa mansione".  La sua abilità gli permise di "avanzare di grado" rispetto agli altri lavoratori. Del Bianco divenne il portavoce del gruppo ed era proprio lui a parlare direttamente con Borglum per dargli informazioni sulle attività previste, mentre dava vita a una piega delle labbra di Jefferson o allo sguardo di Washington.

Un ruolo che solo ora viene riconosciuto ufficialmente dalle autorità del National Park Service americano, che gestisce il sito: la montagna dei presidenti, fino a l'altro ieri, veniva presentata come un lavoro di gruppo. Anche se l'immagine di Luigi era già ben visibile all'interno del Visitor Center di Monte Rushmore. Fu proprio l'intagliatore a ricordare le difficoltà del suo ruolo, in un'intervista all'Herald Statesman nel 1966: "Potevo vedere solo da dove mi trovavo ciò che stavo facendo, ma l'occhio di Lincoln doveva sembrare giusto da molti chilomentri di distanza. Conosco ogni linea e cresta, ogni piccolo urto e tutti i dettagli della sua testa".

Monte Rushmore, una targa per l'italiano Luigi Del Bianco. Fu lui a intagliare i volti dei quattro presidenti

"Tutte le persone che osservano il monumento mi dicono che c'è umanità in quel granito" è il commento soddisfatto di Lou Del Bianco, nipote di Luigi. Che, assieme al resto della famiglia, da anni ha chiesto che il nonno potesse ottenere un riconoscimento. Quand'era bambino Lou ha ascoltato i racconti dell'intagliatori e, una volta cresciuto, ha fatto ricerche e raccolto testimonianze per dimostrare che probabilmente l'attività del parente doveva essere ricordata.

Aprendo anche un sito che ripercorre la sua storia. Ora gli eredi di Luigi Del Bianco possiedono una targa che ricorderà che il nonno ha avuto una parte da protagonista nella storia del monumento americano. "Il Monte Rushmore e i suoi volti resteranno qui finché il vento e la pioggia li porteranno via" disse una volta il progettista Gutzon Borglum. Silenziosi testimoni della bravura di Luigi Del Bianco.

Monte Rushmore, una targa per l'italiano Luigi Del Bianco. Fu lui a intagliare i volti dei quattro presidenti
Il Monte Rushmore

Harlem ricorda “Beyond Vietnam”, lo storico discorso di Martin Luther King

lastampa.it
carole hallac

Alla vigilia della settimana dell’Onu, la storica Riverside Church, in associazione con l’organizzazione non profit Global Citizen, ricorda Dr Martin Luther King Jr, il leader americano dell’uguaglianza razziale e diritti civili, per ispirare persone di diverse generazioni a far sentire la propria voce contro le ingiustizie sociali. Il programma, nella splendida cattedrale gotica a Morningside Heights, ha incluso interventi di personaggi di spicco, come l’attore vincitore di un Premio Oscar Forest Whitaker, il Reverendo Al Sharpton e il nipote di Nelson Mandela, con una serie di performance musicali, inclusa una toccante esibizione del coro della Howard University Gospel Choir nel brano Glory, reso famoso dal film Selma.

Non sono però le parole di “I Have a Dream” della marcia di Washington, al centro della sua commemorazione. Il messaggio, risuonato come un eco nella chiesa, è invece “A time comes when silence is betrayal” – Viene un momento quando il silenzio diventa tradimento - tratto da un discorso meno noto, dato alla stessa chiesa nel 1967, un anno primo del suo assassinio.


Martin Luther King Jr

Intitolato “Beyond Vietnam: A Time to Break Silence”, e interpretato all’evento dall’attore Forest Whitaker, denuncia con rabbia la guerra del Vietnam, collegando la guerra a temi di pregiudizi razziali e povertà. In particolare, Dr King invoca l’ipocrisia americana nel promuovere la non violenza tra giovani afro americani, spezzati dalla società, per poi mandarli nei paesi del Sud Asia per garantirne le libertà e i diritti di cui loro ancora non godevano nel loro paese.


La storica Riverside Church

A cinquant’anni dell’evento, la comunità della Riverside Church rivaluta Beyond Vietnam come una prova di coraggio di Martin Luther King, che, nonostante lo scoraggiamento dei suoi consiglieri, ha seguito la sua coscienza prendendo posizione contro la guerra, dando più valore alla propria umanità che alla fedeltà al paese. La nazione ha sempre preferito accantonare l’evento che svela il lato più combattivo del Reverendo, preferendo ricordarne i toni pacati e il messaggio di speranza che gli sono valsi un Premio Nobel per la Pace a soli trentacinque anni. Il discorso controverso, considerato non patriottico, aveva suscitato forti critiche dalla popolazione, anche quella afro americana, della stampa (il giorno dopo lo denunciarono 168 giornali), e segnando anche una rottura con il Presidente Johnson, che lo aveva da sempre sostenuto.

Il Reverendo Sharpton, che era presente al discorso di King quando aveva dodici anni, ha spiegato come le sue parole siano attuali al giorno d’oggi, citando l’escalation con la Nord Korea, le minacce di terminare Daca, agenzia che protegge gli immigranti illegali, la manifestazione della Alt Right a Charlottesville e la non responsabilità delle forze dell’ordine dopo attacchi contro la comunità afroamericana. Dopo aver citato alcuni dei passaggi più infiammatori del discorso, con una forte denuncia dell’arroganza dell’Occidente, urge il pubblico di prendere esempio dal Dr King e far valere le proprie opinioni: “E’ tempo per le persone di ogni religione, razza, sesso e ideologia di farsi sentire, abbiamo l’umanità a rischio”.

Ndaba Mandela, Fondatore di Africa Rising, che promuove un’immagine positiva del continente africano nel mondo, spiega come “la libertà deve essere guadagnata ad ogni generazione”, un insegnamento di King. Secondo un altro grande leader, suo nonno Nelson Mandela, “per essere liberi non significa spezzare le catene ma vivere una vita che migliora e rispetta la vita di altri”. Per questo conclude, spezzare le catene vuol dire rompere il silenzio sul pregiudizio, la povertà e problemi come l’Aids (la malattia ha ucciso entrambi i genitori di Ndaba).

L’evento, pur essendo in una delle chiese più spettacolari della città, ha incluso persone di ogni fede, includendo discorsi di fratellanza del Rabbino Dan Aim della Congregazione del 92Y di Tribeca, il quale ha parlato dell’importanza di spezzare la bolla tecnologica per dare attenzione ai problemi dell’umanità, e dell’Iman Khalid LatIf, Direttore del Centro Islamico di NYU, che ha chiesto di non rimanere passavi quando si testimoniano incidenti di razzismo e bigotteria.

Per Hugh Evans, il Ceo di Global Citizen, l’evento è il primo di una serie di manifestazioni che dureranno per tutta la settima