Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

domenica 17 settembre 2017

Fu veramente una Divina. Poi incontrò il mostro Onassis"

ilgiornale.it
Paolo Scotti

La "sorellina" della cantante rivela: "Sua madre non la sentì mai cantare. Ed ebbe davvero un figlio dall'armatore greco"



Quanti possono raccontare com'è fatto un mito? Quarant'anni dopo la fine solitaria del più celebre soprano del Novecento - il 16 settembre del 77, nella casa parigina di avenue Georges Mandel pochi hanno ancora il privilegio di poter dire chi fu davvero Maria Callas. Fra questi l'amica e confidente d'una vita, ignota al grande pubblico ma intima della Divina al punto d'essere de lei chiamata sorellina."Me la presentarono una sera del 1952 al Biffi Scala, il ristorante del dopo teatro milanese ricorda Giovanna Lomazzi, oggi vicepresidente dell'ASLICO, l'associazione per le nuove voci liriche -. Io avevo vent'anni, lei trentadue. Legammo subito. E le sono rimasta accanto più di vent'anni".

Cosa ha significato essere la sorellina di Maria Callas?
"Il privilegio di seguirla ovunque. Alle prove e alle recite alla Scala; in tournée da New York a Londra, da Parigi a Berlino. D'estate prendevamo il sole a Ischia; anni dopo in crociera, sul Christina di Onassis. Nei pomeriggi milanesi con la mia macchina andavamo assieme dalla sarta, dal parrucchiere, per l'aperitivo in Galleria e per lo shopping (fans permettendo). Alla domenica in Duomo, dove lei pregava la Madonna, cui era devotissima. Poi in casa, a via Buonarroti, a provarci i vestiti - lei mi regalava i suoi, firmati Biki - o a lucidare l'argenteria... cose così. Finché alle 19 l'accompagnavo alla Scala. Allora tutto cambiava. Più ci avvicinavamo, più lei si trasformava. Basta futilità, allora. Varcata quella soglia lei diventava la Callas".

Dunque chi era veramente la Callas?
"Una donna complessa. In scena artista geniale, infallibile. Nella vita insicura, fragile, priva di senso pratico. Una volta lasciò al cameriere di un ristorante una mancia che equivaleva al conto. Sei pazza?, le dissi. E lei: Dovevo farlo: io sono la Callas. E poi affamata d'amore. Le mancò perfino quello della madre. Che incredibile ma vero - non andò mai, mai, neppure una volta, a sentirla cantare. Una sera a Londra Maria mi mostrò una cicatrice su una gamba. Me l'ha fatta mia madre si confidò - Tirandomi contro una sedia".

Solo Lei può svelare il mistero: come fece a dimagrire cinquanta chili in meno di un anno?
"Semplice: non mangiava. Filetto ai ferri e verdura scondita. Stop. Non l'ho mai vista una volta addentare una forchettata di pasta, una fetta di torta. Mai. Un digiuno feroce. Che la trasformò in una nuova Audrey Hepburn. Ma le indebolì la muscolatura del diaframma, contribuendo ad accelerarne il declino vocale".

Meneghini fu davvero un marito-padre per lei, nonché agente esoso fino a inimicarle tutto l'ambiente?
"Esoso? E chi non avrebbe preteso cachet astronomici per la Callas? Ricordo quando firmò il primo contratto da un milione di lire, negli anni Cinquanta: brindammo al Piccolo Bar di via Manzoni. Il guaio è che, oltre che marito, le faceva da agente; e mentre lei diventava una star planetaria lui rimaneva un melomane di provincia. Ricordo bene quando lei gli disse: Titta, se non riesci a seguirmi, cerchiamoci un professionista.... Ma bisogna ammettere che lui le dette una casa, la stabilità, la tranquillità economica".

La verità sui suoi capricci con i colleghi? Sullo scandalosa Norma interrotta davanti al presidente Gronchi?
"Quella sera Maria stava male davvero: garantisco io! Mi chiamò a New York, dov'ero: Ho un abbassamento di voce, è un miracolo che possa parlare. Cantò lo stesso. E fu il patatrac. Giorni dopo m'indicò uno scatolone di lettere di fans. Rispondi tu. Beh: erano centinaia, tutte in sua difesa. Solo due la criticavano. Capricciosa? Con la Simionato, Di Stefano, Corelli, Rossi-Lemeni, ebbe amicizie solide. Bisticciò con Del Monaco. Ma Del Monaco era umorale: difficile pensare a un'amicizia serena, con uno come lui".

Dica la verità: davanti alla Callas Lei osò mai lodare la Tebaldi?
"Veramente di solito si parlava d'altro... Poi la loro rivalità fu gonfiata dalla stampa. Tuttavia c'era; e giovò a entrambe. Una volta eravamo in macchina, alla radio davano l'Aida con la Tebaldi. Maria volle fermarsi per ascoltarla meglio. Forse non le stava un granché simpatica; ma aveva molto, molto rispetto, per lei".

Quand'è che la leggenda di Maria cominciò a appannarsi?
"Quando conobbe Onassis. Incontro fatale. Perse la testa, e tutto cambiò. Abbagliata da quella vita vuota smarrì la volontà di sacrificarsi, non studiò più, non fece più un vocalizzo. Una volta arrivammo a Kansas City per un concerto: beh, lei neppure sapeva cosa doveva cantare. Aveva la mente e il cuore altrove".

Ma che tipo era Onassis?
"Una persona totalmente volgare. Uno che aveva fatto un mucchio di soldi - meglio non sapere come - e che di musica non sapeva nulla. Una volta in tv fecero un Falstaff: Maria cercò di spiegarglielo. Lui niente: se ne infischiava. Per la famosa Norma a Epidauro, in Grecia, ero seduta accanto a lui. Beh: quando Maria entrò in scena lui neppure la riconobbe. La scambiò per il mezzosoprano, un donnone grasso, il doppio di lei".

E come potè Maria a perdere la testa per un uomo simile?
"Mistero. Quel mostro era quanto di meno attraente si possa immaginare. Piccolo, peloso: un'orribile scimmia. Credo fosse il suo potere, ad attrarla. Non i soldi quelli li aveva anche lei - ma l'idea che lui potesse mettere il mondo ai suoi piedi. In realtà lui non l'amò mai. Se Maria avesse avuto accanto l'uomo giusto questi avrebbe potuto sostenerla nella sua caduta. Invece ebbe Onassis. E lui finì per precipitarla".

È vero che ebbero anche un figlio, di cui nessuno ha saputo nulla per decenni?
"Purtroppo è vero. Me lo confessò la figlia del medico che l'assistette in una clinica milanese, e che ne rimase sconvolto. Maria tenne il segreto con tutti, anche con me, perché Onassis voleva farla abortire. Io nemmeno mi accorsi che era incinta: arrivò solo al sesto, settimo mese, il bambino nacque prematuro e sopravvisse poche ore. Lo battezzarono col nome di Omero. Triste, molto triste. Forse è solo una leggenda, invece, la voce secondo cui per diciassette anni, ogni volta che era a Milano di lunedì - quando cioè il cimitero di Bresso era chiuso - grazie a un custode Maria andasse di nascosto a pregare sulla tomba".

E dopo innumerevoli trionfi come visse Maria il prematuro e drammatico declino?
"Non era più lei. Nella Norma del 1965, a Parigi, aveva un tale terrore di dover emettere dei suoni che recitò perfino male. Ricordo una Lucia a Dallas: i suoi costumi non erano arrivati, e io e Zeffirelli fummo costretti a cucire in fretta delle perle su quello di una corista. Franco era imbestialito. Lei niente. Sempre perfezionista fino alla maniacalità, ora era diventata apatica. Non le importava più di nulla. Mancò gli acuti alla scena della follia. Dietro le quinte mi strinse una mano fino a farmi male: La mia carriera finisce qui".

Infine la morte. E quel biglietto con i versi della Gioconda: Suicidio. In questi momenti tu sol mi resti.
"Molto prima della sua fine mi sorpresi a pensare: Maria non invecchierà. Per vivere bisogna avere un motivo. E lei non ne aveva più. A soli 53 anni, dopo avere tutto la voce, la bellezza, la gloria, un figlio - aveva perso tutto. Suicidio? No. La verità è più semplice. Ad uccidere Maria Callas è stato il dolore".

Il fotografo vince la causa legale con gli animalisti: è suo il copyright sul “selfie del macaco”

lastampa.it


Foto di David Slater

È finita la lunga battaglia legale di un fotografo naturalista britannico sul copyright dell’ormai celebre “selfie del macaco”: David Slater ha vinto la sua causa, durata due anni, contro l’associazione per la protezione degli animali Peta ottenendo così i diritti dell’immagine - scattata dalla stessa scimmia in una giungla indonesiana nel 2011 - che ritrae il grosso macaco sorridente. Un tribunale di San Francisco aveva stabilito che il copyright non poteva essere applicato a una scimmia, ma Peta aveva sostenuto che il macaco - chiamato Naruto - aveva il diritto di trarre beneficio da quell’immagine.


Foto di David Slater

Il ricorso dell’associazione animalista «per conto della scimmia» è stato respinto da parte del giudice ma Slater ha accettato di donare ad associazioni di beneficenza «che si dedicano alla protezione del welfare o dell’habitat di Naruto» il 25% delle entrate future legate alla vendita dell’immagine.
Slater ha sempre sostenuto di essersi notevolmente impegnato per arrivare ad ottenere lo scatto e che quindi aveva il diritto sul copyright.

La ministra Fedeli e il telefonino misterioso

lastampa.it
antonella boralevi



Con tutto il rispetto per le Istituzioni e per la Ministra, da mamma e da scrutatrice del costume, mi accade di guardare, leggere, ascoltare i “piani” della Ministra Fedeli, annunciati ormai al ritmo di quasi uno alla settimana, con una certa inquietudine. La Ministra esordì inserendo nel suo curriculum come “ laurea” un diploma da lei ottenuto. Spiegò, mi pare, che sì a suoi tempi si chiamava “ diploma” , ma adesso corrisponde a quella che si chiama “ laurea”. Insomma, si era “ laureata” con valore retroattivo. Cito questa curiosa approssimazione perché mi pare, magari sbaglio, sottesa ad altre iniziative dalla Ministra promosse.

La più recente riguarda l’utilizzo del cellulare in classe. Da questo venerdì, ha detto Fedeli , «una commissione ministeriale s’insedierà per costruire le linee guida dell’utilizzo dello smartphone in aula. Entro breve tempo avrò le risposte e le passerò con una circolare agli istituti». Ignoro le esperienze personali della Ministra con gli adolescenti. Ma sono certa che le sarà accaduto, come a tanti genitori, di verificare sul campo la relazione simbiotica che molti adolescenti intrattengono con il loro cellulare. È quasi impossibile, Signora Ministra, stabilire un contatto audio/video live con un adolescente senza accettare che non stacchi gli occhi dal display.

È vero: i nostri figli sono multitasking. Ci ascoltano anche se la loro attenzione è concentrata sul display. Ma cosa è la Scuola, Signora Ministra? Infinite cose, dirà Lei. E ha perfettamente ragione. Tra tutte, da mamma e da studentessa e da ex ricercatrice universitaria, io proverei a dire che la Scuola è anche concentrazione. Educazione al pensiero . Formazione al pensiero critico. È uno spazio/tempo in cui la Mente riconosce sé stessa. Prova. Sbaglia. Individua l’errore. Lo corregge. Riprova. La Scuola forma o dovrebbe formare una Mente capace di guardare sè stessa e il mondo.
Magari sbaglio.La Commissione di certo è competentissima.

Lei anche. Ma mi domando come i nostri figli possano fare l’emozionante incontro con le straordinarie capacità della loro mente, mentre chattano e videogiocano e navigano su youtube ( pur magnificamente controllati e assistiti secondo circolare) col telefonino in classe.

Boldrini, venga a vedere come fa vivere i suoi amati immigrati

ilgiornale.it



Laura Boldrini dice da Myrta Merlino a “L’aria che tira” che “odia l’odio”.

Qualche giorno fa Gino Strada ha dato dello “sbirro” a Minniti. E la prima cosa che ha detto la nuova Miss Italia Alice Rachele Arlanch è che “vorrebbe salvare gli ultimi”. Meno male che non ha aggiunto che vorrebbe anche la pace nel mondo.

E’ il desolante quadretto di un buonismo stucchevole al quale ci hanno abituato i nostri politici.Gli altri due non so, ma almeno la Boldrini andrebbe invitata a Milano, dove ieri la polizia ha fatto un blitz davanti alla stazione Centrale controllando sessanta immigrati. Il problema è anche alla più piccola stazione Garibaldi che nessuno si fila mai. Chi si trova malauguratamente a passare di lì la mattina presto o la sera tardi si trova davanti a uno spettacolo indecoroso: un dormitorio.

Tutte le panchine in cemento destinate ai viaggiatori sono occupate da immigrati senzatetto che, evidentemente, non hanno un posto migliore dove andare a dormire. E’ questo lo spettacolo che offre all’Italia la politica di accoglienza della Boldrini e del sindaco Giuseppe Sala? Porte aperte, per poi farli vivere come disperati in condizioni disumane. In queste foto ecco come si presentava la stazione agli occhi dei passanti, qualche mattina fa. E’ questa l’accoglienza alla quale pensavano Sala e la Boldrini? Attendiamo risposte.

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Ius soli

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jena@lastampa.it

Orfini vuole mettere la fiducia così magari cade il governo e Renzi resuscita. Da D’Alema ha preso la furbizia ma non l’intelligenza.

“Roncalli patrono dell’Esercito”. La polemica: è il “Papa buono” della pace, non delle armi

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domenico agasso jr

La cerimonia oggi. Pax Christi: «Provvedimento irrispettoso, assurdo, anticonciliare»


GIOVANNI XXIII MENTRE SCRIVE SEDUTO ALLA SCRIVANIA NEI GIARDINI DI CASTEL GANDOLFO NEL 1961

Il Presidente della Cei Bassetti assicura che si informerà, perché non ne sapeva nulla. «È una questione su cui non voglio entrare perché purtroppo ne sono stato informato questa mattina. Voglio informarmi molto bene dalla Segreteria di Stato, dalla Congregazione. Quindi non lascio dichiarazioni su questo punto». Il Cardinale Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve lo dichiara, interpellato a Bologna a margine di un’iniziativa al Seminario arcivescovile, sulle polemiche sollevate dalla scelta di san Giovanni XXIII, papa Roncalli, come patrono dell’Esercito italiano :

«È il Pontefice della pace, non delle armi», si sostiene da più parti nel mondo ecclesiastico e cattolico. Una cerimonia ufficiale oggi sancisce san Giovanni XXIII patrono dell’Esercito italiano: l’ordinario militare per l’Italia, monsignor Santo Marcianò, consegna al capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale Danilo Errico, presso la sede dell’Esercito a Roma, la Bolla - promossa dalla Congregazione per il Culto divino - in cui viene indicato il nuovo patronato per Papa Roncalli.

Bolla che porta monsignor Giovanni Ricchiuti, vescovo di Altamura-Gravina-Acquaviva delle Fonti (Bari) e presidente di Pax Christi-Italia, a definirsi «indignato, arrabbiato». Per questo «provvedimento ho usato tre aggettivi: irrispettoso, assurdo, anticonciliare. Lo so che sono pesanti, ma non si può definire in altro modo l’idea di proclamare san Giovanni XXIII patrono dell’Esercito. Un fatto indegno, questa proclamazione, della memoria profetica di quel Pontefice». 
Il Presidente di Pax Christi evidenzia l’«assurdità» del coinvolgimento di Papa Roncalli come patrono dell’Esercito solo per il fatto di essere stato da giovane Cappellano nella sanità militare, all’epoca della «Grande guerra».

Il Documento che attribuisce al Vescovo di Roma chiamato «il Papa buono», il «Papa della pace», l’autore dell’enciclica «Pacem in terris», il titolo di patrono dell’Esercito, ha già suscitato polemiche nei giorni scorsi, anche per la gestione della decisione e della comunicazione, come afferma Ricchiuti: «Non si fa - sostiene in un colloquio con l’Ansa - i vescovi italiani non sono stati consultati, non abbiamo saputo nulla, si è proceduto con una sorta di sotterfugio, ma che stile è? Non lo ammetto, non lo accetto». Le parole di Bassetti sembrano una conferma che qualcosa nell’iter comunicativo non ha funzionato, e Ricchiuti intende consultarlo.

Quello che più «ci rammarica» appunto è «che questa decisione è stata assunta senza che se ne sapesse nulla. Ho contattato molti vescovi e tutti mi hanno detto la stessa cosa, hanno condiviso con me la contrarietà. Non è bello questo modo di fare. Siamo dispiaciuti, amareggiati». Ieri anche una figura del cattolicesimo attivo in politica come Pierluigi Castagnetti ha espresso la sua contrarietà: « Si vuole associare all’esercito un patrono che sia segno di contraddizione con la sua funzione istituzionale o si vuole “contenere” lo spessore profetico di un Papa la cui memoria nella coscienza di tutti è vissuta come il simbolo della bontà e della pace?». Poi lancia un dubbio: «Ma Papa Francesco ne è informato?».

In ogni caso, Ricchiuti spiega che esiste ancora un margine perché si possa tornare indietro rispetto alla decisione: «La consegna della Bolla non segna un passo irreversibile, manca ancora l’ufficialità liturgica, che dev’essere proclamata in un rito. In attesa di quel giorno speriamo che si alzino anche altre voci affinché non si faccia questo passo». Peraltro l’Ansa scrive di avere appreso «da qualificate fonti vaticane» che non di «bolla pontificia» si tratta, com’era stato annunciato, ma di un decreto emanato dal Culto divino; e che la Segreteria di Stato non risulta informata dell’atto.

Ecco

lastampa.it
jena@lastampa.it

Gli immigrati non votano: ecco perché i partiti non approvano lo ius soli.

Noi e gli smartphone, l’orgoglio nerd e la caccia infinita all’ultima novità

lastampa.it
emanuele capone


Il nuovo OnePlus 5

Ricordo ancora i miei 25 anni, i primi stipendi da redattore a Milano: era l’inizio dei Duemila, l’epoca dei Nokia, degli Ericsson e dei Panasonic che andavano nella direzione opposta a quella verso cui si va adesso: sempre più piccoli e leggeri, con tasti quasi impossibili da premere.Più o meno ogni 6 mesi, in pausa pranzo andavo nel centro commerciale vicino alla redazione e compravo l’ultimo modello, tornavo alla scrivania e quello che allora era il mio caporedattore sapeva che “ecco, oggi non si lavora”. Perché c’era da configurare il nuovo telefonino (la parola smartphone ancora non si usava), da spostare i contatti da una rubrica all’altra, da ascoltare tutte le suonerie e scegliere quella “giusta”.

Questa passione per la novità tecnologica mi ha insomma sempre accompagnato, anche quando i telefoni erano ancora solo telefoni, figurarsi adesso con schermi in quad hd, audio stereo, impermeabilità, sensori di impronte digitali e così via. Non mi ha mai abbandonato, e una ragione vera e propria non c’è: mi piace essere aggiornato, stare al passo con i tempi, provare le cose, ero un nerd prima che essere un nerd fosse cool. È una voglia di cambiamento talmente forte che nell’ansia di provare qualcosa di diverso nel 2016 ho abbandonato il mondo iPhone dopo oltre 6 anni e sono passato ad Android. Certo, nel frattempo sono anche cresciuto e maturato (invecchiato, sarebbe) e dunque quel “ogni 6 mesi” è diventato ogni 1-2 anni. Ma la curiosità non muore mai. È solo più diluita nel tempo.

Un tram che non si chiama desiderio

lastampa.it

Dei controllori e degli stranieri regolari che pagano il biglietto ma non basta



Aggiungo uno sviluppo in fieri alla storia che segue: a onor del vero, dopo aver condiviso quanto accaduto via social, sono stata contatta dall’Atac, che mi ha spiegato come effettivamente sia obbligatorio portarsi dietro lo scontrino dell’acquisto della tessera ma ha aggiunto anche quanto scorretto, arbitrario e censurabile sia stato il comportamento del controllore nei confronti della protagonista della storia. Non so cosa ne verrà fuori ma trovo giusto inserire questo tassello.
Racconto questa piccola brutta storia romana perché mi piacerebbe che la leggesse qualcuno dell’ATAC e mi piacerebbe che me la spiegasse.

Siamo sul tram numero 3, è venerdì 8 settembre alle ore 14. La tata di mia figlia, filippina regolare in Italia da quasi dieci anni, sta andando a prendere la bambina a scuola. Ha la tessera Intera Rete, i documenti, il permesso di soggiorno (io le dico sempre che non ha bisogno di portarsi sempre tutto dietro ma, ahimé, ha ragione lei). Sale il controllore, le chiede il biglietto, lei mostra la tessera (METREBUS, ossia la tessera nominale con la sua foto sopra...) ma lui scuote la testa. Pretende che esibisca lo scontrino con cui provare che quella tessera è sua altrimenti, avverte, scatterà la multa. Intanto, nell’attesa, la fa scendere dal tram alla fermata San Lorenzo e trattiene la tessera. Lei - per quanto assurdo sia - ha una foto dello scontrino su WhatsApp (!), il controllore la guarda, verifica che il numero sia lo stesso, le rende la tessera ma non la fa risalire sul tram.

Fine di questa piccola brutta storia. Avrei tanto voluto che la tata di mia figlia chiedesse il nome del controllore e il suo numero di matricola, avrei voluto cercarlo e domandargli se si tratta di una nuova procedura, se da oggi in poi a Roma sia bene portarsi dietro gli scontrini dei biglietti di autobus e metro. Purtroppo però, lei non gliel’ha chiesto, si è imbarazzata di passare per una ladra davanti a tutti i passeggeri del tram, aveva fretta di arrivare a scuola: è scesa, ha esibito i documenti, è rimasta lì alla fermata ad aspettare la corsa successiva. Quando ho l’impressione che il vento stia cambiando (e molto molto in peggio) non penso ai grandi scandali ma a queste piccole brutte storie senza senso. E se invece per caso un senso c’è, allora che qualcuno dell’ATAC me lo spieghi perché io davvero sono senza parole. 

Gatta rifiutata alla nascita trova l'amore materno nell'uomo che l'ha salvata

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noemi penna



Rifiutata alla nascita. Questa piccolissima micina sarebbe stata destinata a morte certa se un uomo gentile non l'avesse trovata in tempo. Era la più piccola di una numerosa cucciolata e mamma gatta ha preferito prendersi cura solo dei cuccioli più grandi e sani, così l'ha respinta.



A trovare la tenera calico emarginata dal gruppo è stato Alan, che ha capito subito di dover far qualcosa per salvarla. «A sua madre non piaceva come gli altri» ha scritto su Imgur, pubblicando le foto di allora e di adesso, 40 giorni dopo il salvataggio.



La piccola era spelacchiata e affamata. Basta guardarla a confronto del piede del suo nuovo umano per capire quanto fosse minuscola. Ma si è ripresa alla grande, aggrappandosi alle cure e all'amore incondizionato di Alan, che l'ha battezzata Lady Sansa, come una delle protagoniste della serie tv Trono di spade, ripudiata da re Joffrey.



Sansa è stata nutrita con il biberon nei primi giorni, ma ben presto ha scoperto tutte le golosità che si potevano nascondere dentro ad una scatoletta. E «sta diventando sempre più avventurosa e giocosa ogni giorno», senza perdere la sua innata dolcezza.

Legionario italiano si toglie la vita mentre è di pattuglia in Valle Roja. Le indagini

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giulio gavino


Breil sur Roja

Un giovane italiano arruolatosi nella Legione Straniera francese si è tolto la vita questa notte mentre era di pattuglia con dei commilitoni in Valle Roja, nell’ambito dell’operazione «Sentinel» mirata a controllare i confini. Il legionario, 20 anni, originario della zona di Treviso, si è puntato alla testa il fucile automatico d’ordinanza e ha fatto fuoco (si tratta di un «Famas»).

Secondo le prime indagini non aveva dato segno di squilibrio psicologico o di particolari problemi di adattamento alla missione che stava svolgendo. Il comando della Legione Straniera ha fatto sapere di aver avviato una serie di accertamenti interni per chiarire i motivi della tragedia. Il giovane italiano, la cui identità rimane coperta dal riserbo che, per contratto, regola l’arruolamento di tutti i legionari, apparteneva al reggimento del genio guastatori di stanza ad Apte-Saint-Christol 

Brasile, massacro di indios in Amazzonia

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romolo tosiani

Almeno dieci membri di una tribù indigena uccisi dai cercatori d’oro


Fernando Peixeiro, Lusa

Almeno dieci membri della tribù indigena dei Flecheiros in Amazzonia, al confine tra Colombia e Perù, sarebbero stati massacrati da un gruppo di cercatori d’oro. I giudici brasiliani dello Stato federale dell’Amazzonia indagano nella vasta riserva indigena della Vale do Javari.

L’inchiesta è partita in seguito alla denuncia del Funai, la Fondazione Nazionale degli Indios brasiliani. Secondo la ricostruzione del New York Times, i membri della tribù stavano raccogliendo uova sulle rive di un fiume nella Vale do Javari quando sono arrivati i cercatori. Più tardi, si sarebbero vantati del massacro in un bar di São Paulo de Olivença, mostrando una pagaia rifinita a mano, rubata come trofeo. Due cercatori d’oro sono stati arrestati, interrogati nella procura federale di Tabatinga, ma dopo la deposizione sono tornati in libertà.

«Si sono vantati di aver tagliato i corpi e aver buttato i pezzi nel fiume», ha detto al New York Times, Leila Silvia Burger Sotto-Maior, coordinatore del Funai per le tribù della regione. La Ong Survival International, impegnata per i diritti degli indigeni, sottolinea in una nota: «I tagli di bilancio al Funai del governo Temer hanno lasciato decine di tribù isolate, gli indigeni sono indifesi contro migliaia di invasori che sono disposti a tutto per rubare la loro terra».

Se i numeri fossero confermati si tratterebbe dello sterminio di un quinto di tutta la tribù: il massacro sarebbe la più grande tragedia contro gli indigeni in 24 anni. Nel 1993, i cacciatori d’oro invasero una riserva indigena a Roraima e uccisero 16 indios Yanomami, nel villaggio di Haximu.

Garage: 8 cose da non mettere nel box

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livia fabietti

garage

A prescindere dalla metratura della propria abitazione, gli spazi non bastano mai. Una volta riempita la cabina armadio, lo sgabuzzino, il soppalco e la cantina, si passa al garage che, all’occorrenza, diventa un perfetto magazzino. Bisogna però fare attenzione: non tutto ciò che è in esubero in casa può trovare ospitalità del box.

Come conservare mobili ed elettrodomestici in garage
La domanda da porsi è una: “i miei oggetti sono davvero nel posto giusto”? Prima di lasciare abiti, mobili e beni di altra natura sugli scaffali, chiusi in appositi scatoloni, sarebbe bene valutare se sono realmente al sicuro. Ovvero bisognerebbe controllare la temperatura e l’umidità dello spazio prescelto al fine di considerare se quanto depositato, nel tempo, si potrebbe danneggiare o meno. A fornire una lista di cose che, assolutamente, non andrebbero lasciate in garage è stato il sito della rivista statunitense Good Housekeeping.

I consigli di Good Housekeeping: occhio alla vernice

Spesso, dopo aver ristrutturato casa e colorato le pareti, a finire in garage sono le lattine di vernice. Non è però il posto migliore per conservarle. Necessitano infatti di un ambiente fresco e asciutto.

Mobili in legno a rischio crepe. I mobili in legno sono molto delicati. Non si mantengono intatti se lasciati in un garage freddo e umido. Cosa si rischia? A causa dell’assorbimento dell’umidità, sulla superficie di tavoli etc. si potrebbero formare delle crepe.

No agli alimenti. Il cibo non dovrebbe essere mai conservato nel garage a meno che non si abbia intenzione di attirare topi etc. Questo vale anche per i cibi in scatola. Gli sbalzi climatici non giocano a loro favore.

Libri vs umidità. Al pari del legno, anche i libri soffrono l’umidità. Il rischio è quello di vedere le pagine arricciarsi e fare i conti con la formazione di muffe. Lo stesso vale per riviste, album fotografici e altri documenti di carta.

Elettronica e shock termici. La tecnologia fa passi da gigante ed ecco che a finire in garage sono vecchi dvd, televisori o computer divenuti ormai obsoleti. Bisogna sapere che potrebbero essere danneggiati: gli sbalzi di temperatura agevolano infatti la formazione di condensa e l’umidità, entrando nei circuiti, potrebbe compromettere il loro funzionamento. Sarebbe meglio evitare di sottoporli a shock termici.

Frigorifero e sbalzi di temperatura

Un frigorifero custodito in un garage in cui si verificano costanti sbalzi termici è probabile che utilizzi più energia del dovuto per mantenere il cibo alla giusta temperatura.

Gas propano, un pericolo per la sicurezza

Le bombole di gas propano, generalmente usate per il barbecue, dovrebbero essere collocate in zone ben ventilate. Tenerle in garage è un rischio che mette a repentaglio la propria sicurezza: nel momento in cui si mette in moto l’auto, le conseguenze potrebbero essere pericolose.

Asciugatrice nemica del freddo

Al fine di assicurare un buon rendimento a un accessorio spesso indispensabile per le famiglie, l’asciugatrice, è bene tenere a mente che questo macchinario funziona sfruttando l’aria calda dell’ambiente in cui è collocato. Se questo, soprattutto, in inverno, risulta freddo, l’apparecchio avrà una scarsa riuscita. In teoria la temperatura dell’ambiente dovrebbe aggirarsi intorno ai 15-16°.

Quegli aerei della Russia finiti nelle mani del Pentagono

ilgiornale.it
Lorenzo Vita

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Quando l’Unione Sovietica è crollata, i nuovi Stati indipendenti nati dal suo collasso ereditarono enormi scorte di armamenti e mezzi che l’Armata Rossa aveva abbandonato con lo sfaldamento dell’Urss.

Uno dei casi più interessanti ha coinvolto la forza aerea della piccola ex repubblica sovietica della Moldova. L’arsenale della nuova repubblica era infatti composto da 34 MiG-29 Fulcrum, otto elicotteri Mi-8 Hip e un paio di aeromobili di trasporto. Una flotta importante, se pensiamo che la popolazione della Moldova è praticamente paragonabile a quella del comune di Roma. La Moldova non poteva permettersi di mantenere la flotta aerea sia per l’inutilità da un punto di vista strategico e la mancanza di un sistema militare adeguato, sia perché in profonda recessione e dunque impossibilitata a far fronte ai costi di manutenzione e addestramento.

In quegli stessi mesi, gli Stati Uniti iniziarono a interessarsi alla possibilità di acquisire questa flotta aerea per differenti ragioni.  La prima, è che il Pentagono temeva che la neonata repubblica dell’Est Europa vendesse i MiG-29 all’Iran, che da tempo cercava di incrementare la propria flotta di Fulcrum. La seconda ragione, è che Washington era preoccupata dal fatto che la Moldova potesse cedere la tecnologia dei dispositivi dell’Armata rossa ai rivali iraniani, soprattutto perché la flotta includeva 14 modelli di MiG-29C configurati per portare armi nucleari.

Fu così che qualche anno dopo, nel 1997, gli Stati Uniti decisero che era il momento di prendere possesso di questi mezzi e acquistarono 21 dei MiG-29, tra cui i famigerati modelli C, in cambio di 40 milioni di dollari di aiuti umanitari alla repubblica moldova nonché di una serie di attrezzature militari e automezzi. Il resto degli aerei, furono venduti dal governo di Chişinău ad Eritrea e Yemen. Grazie a questo acquisto, il Pentagono cercava di ottenere due risultati: assicurarsi che non finissero nelle mani di Teheran, e, in ultima analisi, avere l’opportunità di ispezionare uno dei più sofisticati aerei sovietici mai costruiti.

Fu così che qualche anno dopo, nel 1997, gli Stati Uniti decisero che era il momento di prendere possesso di questi mezzi e acquistarono 21 dei MiG-29, tra cui i famigerati modelli C, in cambio di 40 milioni di dollari di aiuti umanitari alla repubblica moldova nonché di una serie di attrezzature militari e automezzi. Il resto degli aerei, furono venduti dal governo di Chişinău ad Eritrea e Yemen. Grazie a questo acquisto, il Pentagono cercava di ottenere due risultati: assicurarsi che non finissero nelle mani di Teheran, e, in ultima analisi, avere l’opportunità di ispezionare uno dei più sofisticati aerei sovietici mai costruiti.

Nel gennaio del 2017, un aereo russo Su-27P è stato fotografato mentre era coinvolto in un’esercitazione di combattimento aereo con un F-16 nei cieli del Nevada, poco distante dalla nota Area 51, e non troppo distante dal luogo dell’incidente che ha coinvolto il colonnello Schultz. La testimonianza inequivocabile delle foto scattate dalla Valle di Tikaboo da Phil Drake, dimostrò ancora una volta l’impiego di Sukhoi russi nelle esercitazioni forze aeree di Washington, confermando l’assoluta centralità della minaccia russa per tutte le forze armate degli Stati Uniti.

Alcuni osservatori, hanno ritenuto che si trattasse di vecchi velivoli, non di ultima generazione, perché l’immagine non era così nitida. Altri, hanno ritenuto che si trattasse addirittura di modelli fittizi non costruiti sul territorio russo. L’unica certezza, è che da tre anni, le forze aeree Usa, durante le esercitazioni Red Flags, hanno ricominciato a considerare gli aerei Flanker (nome in codice Nato per i Su-27) come aerei nemici. Ennesimo segnale delle crescenti tensioni fra Stati Uniti e Russia.

I silenzi selettivi della Boldrini

ilgiornale.it

«Non faccio mica di professione la commentatrice». In un'intervista tv la presidentessa (si scrive così?) della Camera Laura Boldrini risponde così a chi trova strano che lei, che pontifica sempre sulla condizione delle donne in Italia, abbia taciuto sulla violenza sessuale di Rimini forse perché compiuta da stranieri. Commentare solo ciò che fa comodo è un vecchio artificio della politica da avanspettacolo. Mentre alle volte bisogna parlare ora o tacere per sempre. Magari...