Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

sabato 26 agosto 2017

La Corea del Nord è un Paese ricchissimo. Ma i nordcoreani sono poverissimi. Per colpa di Kim

repubblica.it
Luciana Grosso



Sorpresa, la Corea del Nord non è solo armata fino ai denti, ma è anche ricca. Ricchissima.
Una ricchezza che va a dispetto delle immagini che dal quel posto lontano e fuori dal mondo arrivano e che la raccontano come un Paese estremamente povero, la cui popolazione è mortificata di continuo da privazioni di ogni tipo. Immagini e privazioni che sono e restano vere, ma che nulla hanno a che fare con la reale ricchezza del Paese. Sì perché, anche se si tende a dimenticarlo, la Corea del Nord è tra le regioni più ricche di minerali del pianeta.

Nascosti tra le montagne coreane ci sono tonnellate di oro, argento, tungsteno, zinco, vanadio, titanio, alle quali, per ora, nessuno ha accesso. Ricchezze quasi sterminate che non vengono sfruttate come si dovrebbe e rendono veri entrambi i lati della medaglia coreana, dal momento che la Corea del Nord è un paese poverissimo e ricchissimo allo stesso tempo. Nessuno, ad oggi, conosce con precisione l’ammontare del patrimonio minerario coreano. Alcune stime, fatte da istituti mineralogici sud coreani, oscillano tra i risultati più prudenti di 6 mila miliardi di dollari (6 trilioni) in minerali, fino al quelli più ottimistici di 10 mila miliardi.

Secondo l’Economist, se queste previsioni fossero vere, e se, in uno scenario di fantapolitica si arrivasse mai a una riunificazione delle Coree, il Paese nuovo che ne nascerebbe sarebbe una superpotenza, ricca di risorse naturali,  con i plus della tecnologia sudcoreana e dell’arsenale nucleare di Kim Jong Un. Ad oggi però, di unificazione non si parla, e i fatti dicono altro: dicono che la Corea del Nord è tanto ricca quanto inerme di fronte a tutte le sue ricchezze. Questo, per due ragioni. La prima è che il Paese non ha né le capacità, né i mezzi, né l’expertise, né la tecnologia adatta a estrarle, e paga un ritardo tecnologico in buona parte figlio della passione del regime per le armi, che dal 1990 ha fatto si che ogni finanziamento e ogni progetto di ricerca venisse rivolto a rendere la Corea la superpotenza nucleare che oggi è.

La seconda ragione è conseguenza indiretta della prima ed è legata alla corsa agli armamenti: ammesso anche che la Corea fosse in grado di estrarre le sue risorse, comunque non saprebbe a chi venderle, dal momento che dall’epoca del primo lancio missilistico, nel 2006, è oggetto di sanzioni commerciali con i Paesi di quasi tutto il mondo. L’unico reale partner commerciale coreano è la Cina (e sono in misura trascurabile il Canada, la Russia e l’Egitto) che, facendo orecchie da mercante a quel che dicono le Nazioni Unite, continua a trattare con la Corea del Nord assorbe circa il 90% dei traffici nordcoreani e che, più di tutti potrebbe essere interessato ad avere libero accesso alle risorse di Pyongyang, non foss’altro per giustificare i 10 miliardi di dollari spesi, non più tardi del 2015, per costruire una ferrovia vicina al confine con la Corea del Nord e che, oggi, non viene usata come dovrebbe o, meglio, come Pechino vorrebbe.

Charlie Hebdo illustra la strage di Barcellona, polemica sulla nuova copertina

ilmattino.it
di Rachele Grandinetti

L'ex portavoce del governo Hollande ha parlato di mossa pericolosa

Charlie Hebdo colpisce ancora. E lo sa fin troppo bene. Nell’edizione del 23 agosto, la copertina racconta l’attentato terroristico di Barcellona: un furgoncino bianco prosegue, dritto per la sua strada, lasciando per terra i corpi che ha centrato come birilli e ucciso. Ma anche stavolta non è soltanto il disegno a fare alzare qualche sopracciglio ma il titolo: “Islam, religione di pace… eterna”.

La linea editoriale del settimanale francese è più che nota: satirica e quanto di più lontano dal politically correct. È più che nota anche la reazione che certe immagini e didascalie suscitano, ammantate di paura. Eppure la redazione di Charlie Hebdo non fa una piega nelle sue scelte e continua a colpire l’Islam con messaggi per niente subliminali: non lo fece neppure dopo quel 7 gennaio del 2015 quando fu bersaglio di un attacco jihadista in cui persero la vita 12 persone.

Dai social si sono sollevate accuse di razzismo e islamofobia. Ma le voci non provengono soltanto dal popolo della rete. Rmc e Bfmtv hanno riportato l’intervista a Stéphane Le Foll, ex ministro socialista ed ex portavoce del governo dell'ex presidente francese François Hollande, che non ha nascosto il disappunto per l’illustrazione di Juin, autore della cover: «Gli amalgami sono molto pericolosi. Dire che l'Islam è una religione di pace lasciando intendere, di fatto, che è una religione di morte, risulta estremamente pericoloso».  Mercoledì 23 Agosto 2017, 15:18 - Ultimo aggiornamento: 23-08-2017 20:52

Guerra di statue, tocca a Colombo: «Un genocida»

ilgiornale.it
Matteo Basile - Gio, 24/08/2017 - 10:02

Nel mirino i monumenti all'esploratore italiano in diverse città: «Assassinò gli Indios»



Chi pensava che la saga tragicomica della rimozione delle statue da rimuovere volgesse al termine dovrà ricredersi.

Anzi, in questa pazza estate a stelle e strisce compare una nuova illustre vittima, peraltro a noi molto cara: Cristoforo Colombo. Già, proprio il grande navigatore genovese a cui si deve la scoperta del continente americano rischia di essere malamente ripudiato. L'esploratore, simbolo per gli italo-americani, è infatti considerato una figura controversa per il trattamento riservato ai nativi americani al momento dello sbarco nel nuovo continente ed è diventato l'obiettivo di manifestazioni e petizioni contro «i simboli d'odio e di divisione razziale» che vanno avanti da due anni e che si sono intensificate nelle ore successive ai tragici scontri di Charlottesville, dove tre persone hanno perso la vita durante una manifestazione di militanti anti afro-americani.

Anche se il dibattito su Colombo va avanti da secoli, le proteste sono improvvisamente esplose negli ultimi giorni. A Baltimora, in Maryland, una statua di Colombo eretta nel 1792 è stata distrutta a martellate. A Detroit, in Michigan, i manifestanti contro il suprematismo bianco hanno avvolto il monumento del 1910 all'esploratore in un drappo nero che, con un pugno del «black power», chiedeva apertamente: «Reclamiamo la nostra storia». A Houston, in Texas, una statua donata alla città dalla comunità italoamericana nel 1992, nell'anniversario dei 500 anni della scoperta, è stata imbrattata di vernice rossa. A Oberlin, in Ohio, il consiglio comunale ha addirittura approvato una risoluzione che abolisce il Columbus Day, sostituendolo con l'Indigenous People Day, la festa delle popolazioni indigene.

Non solo. Statue di Colombo sono sotto accusa anche a Boston (Massachussetts), Columbus (Ohio) e a San Jose (California), dove già nel 2001 un uomo provò a distruggere con un martello il monumento in municipio.Tira una brutta aria per il navigatore made in Italy anche a New York, dove il destino della statua alta 23 metri che domina Columbus Circle è in mano a una commissione istituita dal sindaco Bill de Blasio, peraltro di evidenti origini italiane. Tutta colpa di una dichiarazione della presidentessa del consiglio comunale Melissa Mark-Viverito, che l'ha inserita nella lista dei simboli da valutare.

«Nei Caraibi in particolare a Portorico, da dove vengo si sta discutendo del fatto che non dovrebbero esistere monumenti a Cristoforo Colombo, considerando cosa significa per la popolazione nativa: l'oppressione e tutto quello che ha portato con sé», ha detto. In soccorso alla statua, si è precipitata la comunità italo-americana della Grande Mela ma il dibattito è tutt'altro che chiuso. Povero Colombo, più facile convincere i reali spagnoli a farsi dare le Caravelle che il popolo a farsi amare.

I vecchi comunisti del Pd bloccano il taglio dei vitalizi

ilgiornale.it
Laura Cesaretti - Gio, 24/08/2017 - 08:56

Tra i dem si allarga il fronte pronto ad affossare la legge Zanda: «Il testo va riesaminato». L'ira di M5s e Lega

Si era capito subito che la legge sui vitalizi parlamentari avrebbe avuto vita assai difficile in Senato. Ora viene allo scoperto un variegato fronte contrario, in nome della «dignità del Parlamento», di cui si fa portavoce il battagliero Ugo Sposetti, leader morale della vecchia guardia post-Pci. Mentre lo stesso capogruppo dem Luigi Zanda, assicurando che «di insabbiare il testo non se ne parla proprio», ammette però che qualche ritocco andrà fatto, per non incorrere nel rischio di incostituzionalità.

«Bisognerà esaminarlo a fondo, a partire dai profili di costituzionalità», dice Zanda. Il problema, secondo molti giuristi, è reale: la Consulta è assai sensibile al problema dei cosiddetti «diritti acquisiti», e la legge Richetti va ad incidere sul passato, riconducendo i vitalizi già in essere per gli ex parlamentari al sistema contributivo, che vige dal 2012 per tutti gli eletti. Già, perché i vitalizi - anche se nessuno lo ricorda - sono già stati aboliti, nella scorsa legislatura, e gli attuali parlamentari vanno in pensione come tutti. Ma toccare il passato, dicono i critici, aprirebbe le porte al ritocco dei privilegi pensionistici dei comuni cittadini, andati in quiescenza con regole ben più generose. «Il primo ex parlamentare che fa ricorso lo vince», assicura il bersaniano Casson, «sulla retroattività si introduce un vulnus che varrebbe poi per i lavoratori tutti».

Approvato a fine luglio a Montecitorio dopo un'accelerazione impressa dal Pd renziano (l'autore della proposta è Matteo Richetti) e con solo 17 voti contrari e 348 favorevoli (tutti gli altri si sono astenuti), il provvedimento - per avere speranza di diventare legge - deve essere approvato dal Senato entro fine anno. Ma i numeri a Palazzo Madama sono assai ballerini, il fronte critico è trasversale e va da Forza Italia a Mdp a vari gruppi centristi, ma passa anche per il Pd. Dove in molti non hanno apprezzato la decisione renziana di «inseguire» i grillini sul loro terreno «anticasta». «La politica è servizio, è una cosa degna. E non c'è da correre dietro ai grillini, cosa che per altro non paga neppure elettoralmente», dice il segretario d'aula dem a Palazzo Madama, Francesco Russo. Che però assicura:

«La legge la faremo, ma prima va migliorata per dissipare i dubbi di costituzionalità».«La affosseremo al primo voto in aula», assicura invece da giorni Sposetti. Che ne fa una questione di principio: «Con la legge approvata alla Camera - che è palesemente incostituzionale - è stata lesa la dignità del Parlamento e delle istituzioni. Quello che succederà al momento del voto non lo so, io non vado a cercare i favorevoli e i contrari. Faccio la mia battaglia come ho sempre fatto».

Le parole di Zanda, che apre le porte ad una modifica del testo per aggirare i rischi di incostituzionalità, sono subito state usate da Cinque Stelle e Lega per accusare il Pd di voler fare marcia indietro: «Vergogna, Zanda ha gettato la maschera: vogliono affossare la legge», tuonano i grillini, che non hanno digerito di essere stati scavalcati alla Camera dalla proposta Richetti. «Vergogna, Renzi e Alfano non vogliono tagliare i vitalizi», fa subito eco Salvini. Dal governo replica il ministro Maurizio Martina, vicesegretario del Pd: «È fondamentale procedere, le parole di Zanda sono quelle del Pd: si va avanti».

“Breaking News”, arrivano le notizie su YouTube

lastampa.it
marco tonelli

I video che raccontano fatti e avvenimenti importanti verranno raggruppati nella nuova sezione e potranno essere visti uno dietro l’altro. Il servizio non è ancora stato annunciato in via ufficiale, ma è già disponibile per alcuni utenti negli Stati Uniti


Su YouTube sarà possibile vedere in un’unica sezione le ultime notizie dal mondo. Secondo quanto riporta Android Police , alcuni utenti si sono accorti della comparsa della funzione “breaking news”, sia nella versione desktop che nell’app per dispositivi mobili. Infatti, come riporta lo stesso sito web, a più utenti negli Stati Uniti, sono apparse sette clip riguardanti l’attentato terroristico a Barcellona. 
Insomma, tutti i video che raccontano i fatti e gli avvenimenti più importanti del giorno verranno raggruppati e potranno essere visti uno dietro l’altro. E se non si vuole più visualizzare questa sezione, basta cliccare sulla X, nella versione desktop, o sul bottone “non interessato”, in quella per dispositivi mobili.

«Non è chiaro se apparirà solo quando si verifica un evento di rilevanza globale, o se si tratterà di un servizio permanente e quotidiano», scrive l’autore del post. YouTube non ha rilasciato alcuna comunicazione ufficiale, ma, come fa notare TechRadar : «Sembra si stia diffondendo molto rapidamente e non son pochi gli utenti che si sono accorti della novità». Per quanto riguarda il nostro Paese però, non ci sono ancora notizie in merito. Insomma, quando verrà rilasciata ufficialmente, la funzione “breaking news” sarà un regalo per coloro che utilizzano YouTube per informarsi, senza dover uscire dalla piattaforma.

India, Corte suprema dichiara illegale il divorzio istantaneo islamico

repubblica.it
di RAIMONDO BULTRINI

Messa al bando come incostituzionale la pratica per cui un uomo rompe il legame coniugale pronunciando o scrivendo tre volte la parola "talaq"

BANGKOK - La Corte Suprema indiana ha impiegato molte settimane per emettere una storica sentenza che dichiara illegale la pratica degli uomini islamici ortodossi di divorziare dicendo o scrivendo tre volte "talaq" ("sciogliere un nodo"). E' stato il governo formato da religiosi a maggioranza hindu a chiedere il verdetto, poiché il triplo ripudio vìola il diritto sancito dalla Costituzione secolare dell'India sull'uguaglianza tra uomini e donne. Con poche riserve, i magistrati hanno dato ragione all'esecutivo.

La vittoria legale sostenuta da organizzazioni islamiche moderate come la Bharatiya Mahila Andolan e dalle stesse vittime degli abusi, arriva dopo settimane di audizioni di Imam, Mullah, storici, gente comune e testimoni della scioccante usanza. Per dimostrarne l'illegalità, infatti, la Corte doveva capire quanto il divorzio istantaneo sia essenziale nella dottrina dell'Islam perché, in caso positivo, nessun tribunale civile per norma costituzionale può emettere sentenze quando si tratta materie di spirito. La Corte formata da un cristiano, un hindu, un parsi, un Jain e un musulmano, ha scoperto che Paesi devoti come Pakistan, Egitto e Turchia ritengono illegale l'usanza, e che in realtà la pratica risale a una delle prime quattro dinastie di eredi del profeta, gli Omayyad, sotto il cui regime le donne erano poco più che schiave.

I magistrati sono rimasti anche sorpresi di scoprire i molti e psicologicamente crudeli modi con i quali le donne testimoni avevano ricevuto il benservito in tre parole, soprattutto oggi con la diffusione degli smartphone e Facebook, esposte al mondo della rete dopo l'umiliazione. Ma c'è stata qualche moglie che ha letto la micidiale sequenza addirittura su un foglio di carta igienica, altre sullo specchio del bagno, sulla porta di casa, perché tutti sapessero.

La sentenza della Suprema Corte potrebbe non interropere del tutto tale odiosa forma di separazione, perché i gruppi fondamentalisti sconfitti in tribunale continuano ad avere un seguito tra la popolazione, specialmente quella maschile meno educata. Nella sua difesa del triplo "talaq" inviata alla Corte, un potente Consiglio per l'applicazione delle leggi islamiche chiamato in sigla AIMPLB, ha sostenuto che la legge rispetta i voleri del Corano perché di fatto protegge le donne dalle conseguenze di un loro rifiuto a divorziare.

"Se si sviluppa una grave discordanza tra la coppia e il marito non vuole vivere con lei, le obbligazioni legali di un processo di separazione e di spese richiederebbero molto tempo e possono impedire il corso legale. In questi casi (un uomo, ndr), può ricorrere a modi illegali e criminali per ucciderla (la moglie) o bruciarla viva", hanno scritto con crudezza nell'affidavit i componenti dell'AIMPLB.

Ma al di là della logica surreale, il Consiglio delle leggi islamiche cerca in realtà di mantenere il controllo sulla distribuzione della giustizia tra il maggior numero possibile dei 150 milioni di musulmani che vivono in India dopo la Partizione col Pakistan. A legiferare sulla loro versione del Corano vogliono essere gli stessi imam che hanno lasciato intatte le discriminazioni secolari e le cause delle violenze, ben precedenti e spesso successive al "divorzio". Infatti anche se letteralmente "talaq" significa "sciogliere un nodo", nella realtà ne stringe uno attorno al collo della ex moglie, spesso lasciata senza alimenti, o con i figli a carico senza contare le stimmate della rifiutata.

Ma i dettagli umani non erano parte fondamentale dell'esame da parte dei giudici. Secondo il verdetto di tre di loro, si tratta di una pratica anticostituzionale per disparità tout court (la donna deve avviare molte pratiche e passare l'esame degli imam per ottenere il divorzio). Per gli altri due, invece, bisognava dare sei mesi al governo per trovare un'altra norma di compromesso che rispettasse i tradizionalisti e i liberali.

Per ora, in attesa di vedere applicato e fatto rispettare il divieto in ogni casa, conta la nota comune con la quale i cinque giudici hanno abolito secoli di vergogne: "Il triplo talaq - hanno scritto - non è parte integrante della pratica religiosa e viola la morale costituzionale".

Ritrovati fiori nell'ambra di 100 milioni di anni: un regalo lasciato dai dinosauri

repubblica.it
di GIACOMO TALIGNANI

In Myanmar recuperati fiori mai visti primi. Furono i triceratopi a farli cadere nella resina

Ritrovati fiori nell'ambra di 100 milioni di anni: un regalo lasciato dai dinosauri
Credits: Flickr/Oregon State University

DICIAMO grazie ai dinosauri. In Myanmar sono stati scoperti nuovi fiori, mai identificati prima, che nonostante abbiano 100 milioni di anni sembrano  "appena colti dal giardino" dicono i ricercatori. Questi sette nuovi esemplari di fiori sono stati trovati perfettamente conservati all'interno dell'ambra: probabilmente furono i dinosauri che, colpendo i rami di un albero di Araucaria hanno fatto sì che i fiori cadessero nella resina conservandosi per sempre.

Si tratta di fiori minuscoli, grandi tra i 3 e i 5 millimetri, studiati e analizzati con il microscopio dai biologi dell'Università dell'Oregon che hanno pubblicato i risultati della loro ricerca sulla rivista Palaeodiversity. Secondo i ricercatori un Triceratops o un Tyrannosaurus rex spostandosi nella foresta possono aver involontariamente dato vita alla fossilizzazione dei fiori nell'ambra che ha conservato le parti floreali "così bene che sembrano appena stati prelevati dal giardino" spiega incredulo George Poinar Jr., professore emerito presso il College of Science dell'Università di Stato dell'Oregon.

"Gli alberi di Araucaria sono collegabili ai pini di kauri che oggi si trovano in Nuova Zelanda e in Australia, e i pini di kauri producono una resina speciale resistente agli agenti atmosferici" precisa Poinar raccontando il ritrovamento di questi fiori a cinque petali così ben conservati e chiamati Tropidogyne pentaptera. Si pensa infatti che questi esemplari crescessero nella zona della foresta pluviale e provengano dalla famiglia Cunoniaceae e del genere Ceratopetalum che si possono trovare in zone dell'emisfero sud come Australia o in Papua Nuova Guinea dove ancora oggi si trova il Tropidogyne pikei, una pianta simile.

Il motivo per cui sono stati ritrovati nell'ex Birmania è dovuto al fatto che all'epoca del supercontinente Gondwana quella zona era parte del subcontinente indiano che si è poi separato. "Quella area della Birmania è stata formata durante le epoche paleozoiche e mesozoiche per subduzione di terreni che si sono separati e si sono poi mossi verso nord dalla deriva continentale" precisa il ricercatore. Infine gli studiosi rilevalo che oltre alla straordinaria "età"i fiori del Tropidogyne pentaptera (dal greco penta "cinque" e pteron "ala") conservano anche un lato poetico: sono infatti molto simili alla pianta de "il cespuglio di Natale" e i cinque petali si trasformano in un colore rosa-rosso a fine anno.

Le tariffe dei cellulari cambiate a nostra insaputa

ilgiornale.it
Angelo Allegri - Mer, 23/08/2017 - 08:19

Tariffe che cambiano una volta al mese e penali pesanti in caso di recesso. Per gli utenti è un salasso. La reazione? Raffica di denunce contro i gestori telefonici: il 500% in più in un anno

L'offerta è buona, le condizioni interessanti. Dopo un'attenta valutazione la decisione è presa e il contratto con il gestore telefonico viene firmato. Tutto ok? A prima vista sì, con una piccola riserva: l'offerta buona oggi rischia di non essere più tale domani.

Perché se c'è una specialità a cui le società telefoniche si sono dedicate ultimamente è quella di cambiare le carte in tavola. C'è chi si è preso la briga di censire le modifiche contrattuali praticate da alcuni tra i principali gestori italiani: «Nell'ultimo anno e mezzo Vodafone ha cambiato 14 volte le condizioni dei piani tariffari, per Tre i cambiamenti sono stati addirittura 16», spiega Emmanuela Bertucci, agguerrita avvocatessa dell'associazione di consumatori Aduc. «Io seguo il settore da almeno una decina d'anni e non avevo mai visto nulla del genere, ormai le regole su cui gli utenti dovrebbero poter fare affidamento cambiano ogni settimana».

Nessuna meraviglia che gli italiani alla fine si arrabbino. Se si guarda all'ultima relazione dell'Autorità per le comunicazioni, presentata nel mese di luglio, si nota che le denunce dei consumatori contro i gestori per la violazioni delle regole su «modifica dei piani tariffari e condizioni contrattuali» sono esplose. Nel 2015 le segnalazioni all'autorità erano state 133, nel corso del 2016 sono diventate 1.218, quasi dieci volte tanto. Il rapporto dell'Autorità segnala che da un anno all'altro sono cambiati i criteri di classificazione degli esposti e su basi più omogenee parla di un numero pari a cinque volte quello del 2015. Ma il discorso non cambia: la cifra rende con immediatezza le dimensioni del problema.

La modifica contrattuale più importante effettuata di recente dai gestori, e anche quella che ha suscitato le polemiche più infuocate, riguarda il periodo di fatturazione, passato dal mese alle quattro settimane. A prima vista una variazione quasi impercettibile ma che però fa sì che le bollette passino da 12 a 13 in un anno, con un aumento medio, sempre su base annua, superiore all'8%. La decisione dei gestori si è scontrata, almeno per quanto riguarda le utenze fisse, con la posizione dell'Agcom.

Per i telefoni di casa l'autorità ha fissato nella «periodicità mensile il periodo minimo necessario per consentire all'utente di avere una corretta e trasparente informazione sui consumi fatturati e un tempo di invarianza nel rinnovo del prezzo offerto dagli operatori». Per quanto riguarda invece la telefonia mobile l'Agcom ha messo un paletto, che è peraltro fissato proprio a 28 giorni, la periodicità scelta dai gestori. Alla fine, come accade sempre in Italia, la questione è finita al Tar, dopo il ricorso degli operatori che chiedono all'Autorità di non immischiarsi nella libertà contrattuale delle parti.

DIVORZI DOLOROSI

In ballo in caso di modifiche contrattuali c'è soprattutto il rispetto delle regole sul diritto di recesso. E anche qui gli italiani si sono fatti sentire. Le denunce all'Autorità per costi di disattivazione ingiustificati e per ritardi nella lavorazione delle richieste di «divorzio» si sono quadruplicate, passando da 275 a 803. Il principio generale è che la disdetta del contratto da parte dell'utente deve avvenire senza il pagamento di penali. L'unico (e ovvio) diritto del gestore è quello di richiedere il pagamento delle eventuali rate mancanti per gli smartphone o i dispositivi (per esempio tablet) offerti in abbinamento con il contratto. Anche qui però bisogna intendersi: il rimborso deve avvenire nei termini e nei tempi su cui ci si era inizialmente accordati e quindi non è possibile pretendere il rimborso delle rate in un'unica soluzione.

Da questo punto di vista non tutti i gestori sembrano molto attenti. È di pochi giorni fa la condanna di Wind a 500mila euro di multa proprio per questo tipo di comportamenti. La società ha ridotto il periodo di fatturazione a 28 giorni e a coloro che avevano esercitato il diritto di recesso aveva addebitato in un'unica soluzione le rate mancanti. Non solo. Il periodo di rinnovo è stato modificato anche per i contratti a durata minima (24 o 30 mesi) e a chi chiedeva di rescindere il contratto era stato chiesto immediatamente il recupero dell'intero costo del modem concesso in abbinamento.

A dimostrare quanto le fasi del «divorzio» tra utente e operatore siano delicate c'è il fatto che sul tema è intervenuta anche la legge sulla Concorrenza, approvata agli inizi di agosto. Il testo ha cercato di mettere un po' d'ordine e di frenare (per altro con una formulazione che resta molto generica) le pretese delle compagnie. I costi di disattivazione, che spesso si trasformano di fatto in penali a carico dell'utente, dovranno essere commisurati al valore del contratto e legati ai costi realmente sostenuti dalle compagnie per la gestione della pratica (di fatto praticamente nulli).

Modifiche contrattuali e recesso dal contratto sono gli argomenti più frequentemente oggetto di denuncia all'Autorità. In aumento rispetto al 2015 sono anche le proteste sul mancato riscontro ai reclami (i casi sono quasi triplicati, vedi anche la tabella in alto a destra) e il funzionamento dei call center (le lamentele sono più che raddoppiate), mentre sostanzialmente stabili restano gli esposti per gli ostacoli frapposti dai gestori al cambiamento di operatore.

Da notare che le 6mila denunce esaminate dall'Autorità per le Telecomunicazioni (nel complesso sono aumentate di un quarto rispetto all'anno precedente) sono solo la punta dell'iceberg del contenzioso ben più vasto tra clienti e operatori telefonici. La parte del leone la fanno i Corecom, Comitati regionali per le comunicazioni, e le commissioni di conciliazione promosse da gestori e associazioni di consumatori. Sono questi gli organismi incaricati di trovare un accordo tra le parti in caso di controversia. Le procedure di conciliazione nel 2016 hanno fruttato agli utenti oltre 30 milioni di euro tra indennizzi e risarcimenti versati dalle compagnie telefoniche.

Sembra un bella cifra, che però impallidisce se si esaminano i numeri del settore. Agli operatori basta addebitare mensilmente 50 centesimi in più ai propri clienti per portare a casa su base annua anche decine di milioni di incassi aggiuntivi. L'esiguità della cifra fa sì che siano sempre molto pochi i clienti che si prendono la briga di protestare, mentre le Authority, sia l'Antitrust, sia quella delle Comunicazioni, hanno criteri di commisurazione delle sanzioni fissate per legge che non mordono più di tanto i gestori. Risultato: le clausole a danno degli utenti o le variazioni contrattuali penalizzanti diventano in qualche caso una normale politica commerciale, in cui anche le multe vengono messe nel budget di un'operazione programmata a tavolino.

INCOGNITA ROAMING

Ora il prossimo importante test è rappresentato dalla fine del roaming a livello europeo. L'operazione è partita in grande stile quest'estate, all'apparenza con grande soddisfazione di tutti. Soprattutto degli utenti che hanno assaporato l'ebrezza di parlare e «navigare» su Internet all'estero come in Italia. Certo, un paio di gestori (Tim e Vodafone) sono già stati «ammoniti» dall'Autorità perché per alcuni profili tariffari erano sembrati non dare piena attuazione alla norme del cosiddetto «Roam like at home». Ma in termini più generali per essere davvero sicuri che tutto sia andato bene bisogna attendere che arrivino le prime bollette. Perché anche con le nuove regole non tutti i costi sono scomparsi. Spesso per esempio c'è un limite (di solito abbastanza alto) alla quantità di dati scaricabili, oltre il quale può scattare un sovrapprezzo. Vedremo se anche questo diventerà occasione di litigio tra clienti e compagnie.

I partigiani in cattedra: così la Toscana riscrive la tragedia delle foibe

ilgiornale.it
Jacopo Granzotto - Mer, 23/08/2017 - 09:23

Gli studenti andranno in gita sotto la guida dell'Istituto della Resistenza. Ecco le tesi folli

Cosa direbbero a sinistra se un negazionista spiegasse l'Olocausto nelle scuole? Griderebbero alla mistificazione. In effetti la (malsana) idea della Regione Toscana di affidare ai partigiani - anziché alle associazioni degli esuli istriani, fiumani e dalmati - il lugubre racconto delle Foibe, pare una scelta politica di pessimo gusto. Del paziente lavoro di testimonianza degli esuli non resta granché, resistono discriminazioni e steccati ideologici. Al solito. Il progetto regionale prevede fino a venerdì una Summer School per 25 docenti, e a febbraio una gita in loco con gli studenti. Supervisiona l'Istituto storico della Resistenza.

Il capogruppo regionale di Fratelli d'Italia, Giovanni Donzelli chiede alla Regione di rimediare alla gaffe. «Organizzare un evento del genere senza coinvolgere associazioni di riferimento è grottesco, oltre che evidentemente strumentale - sottolinea Donzelli -. Il presidente della Regione, Rossi è rimasto al Pci di Palmiro Togliatti che il 30 aprile 1945 chiese ai triestini di accogliere gli infoibatori titini come liberatori: ancora una volta la sinistra dimostra di non credere nella memoria condivisa e di essere ostaggio degli integralisti dell'antifascismo anche quando l'antifascismo non c'entra.

Non c'è da inquadrare storicamente niente, non c'è giustificazione al dramma delle foibe e dell'esodo. Interpretare in questo modo la mozione presentata da Fratelli d'Italia e approvata all'unanimità dal Consiglio regionale è provocatorio: la Regione ha il dovere di onorare la memoria delle Foibe, fatto storico che ha provocato l'occultamento di migliaia di cadaveri italiani, militari e civili, trucidati dall'esercito e dai partigiani comunisti. Aprire la porta delle istituzioni a ricordi faziosi sul '900 è gravissimo».

Non finisce qui. Nei vari social network si punta il dito sulla persona che cura l'agenda del progetto. La discussa Alessandra Kersevan, una che ha sempre parlato di leggende, imprecisioni, ricostruzioni false e tendenziose e di massacri dell'esercito fascista in Jugoslavia. Ebbene, la Kersevan definisce da par suo le Foibe. «Nelle foibe non sono finite donne e bambini, i profili di coloro che risultano infoibati sono quasi tutti di adulti compromessi col fascismo. I casi di alcune donne infoibate sono legati a fatti particolari, vendette personali, che non possono essere attribuiti al movimento di liberazione».

E ancora: «In città come Trieste il collaborazionismo interessò tante categorie di persone, e molti di quelli che vengono definiti civili erano collaborazionisti, delatori di professione, spioni che denunciavano gli ebrei. L'attenzione a questi fatti è funzionale alla criminalizzazione della resistenza jugoslava che fu la più grande resistenza europea. Di riflesso si criminalizza tutta la resistenza, e si è aperto il varco per criminalizzare anche quella italiana». Il finale è da brivido: «Commemorare i morti nelle foibe significa sostanzialmente commemorare i rastrellatori fascisti e i collaboratori dei nazisti. Per gli altri morti, quelli vittime di rese dei conti o vendette, c'è il 2 di novembre». Difficile aggiungere altro.