Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

mercoledì 9 dicembre 2015

Foto scomparse dall’iPhone, pensionato vince una causa contro Apple

La Stampa
dario marchetti

Aveva portato il telefono all’Apple Store per una riparazione, ma lo staff aveva ripulito la memoria del dispositivo. Dopo un anno di battaglie legali, Cupertino dovrà pagare un risarcimento di quasi duemila euro



Se in questa storia la parte di Davide tocca a Deric White, un pensionato di Pimlico, zona centrale di Londra, quella di Golia è senza dubbio di Apple. Perché dopo un anno di battaglie legali, questo settantenne è riuscito a vincere una battaglia legale contro il colosso di Cupertino, senza nemmeno bisogno di un avvocato.

Tutto è iniziato a dicembre 2014 quando White, appena uscito da una lunga battaglia contro un cancro all’esofago, aveva portato il suo iPhone all’Apple Store di Regent Street per farlo riparare. Peccato che nel processo, lo staff del Genius Bar avesse resettato completamente la memoria del telefono senza prima avvisare il cliente, cancellando foto e video della sua luna di miele alle Seychelles, di un safari in Africa e dei medici che lo avevano sostenuto nei suoi 10 mesi di lotta al tumore.

Contro ogni consiglio, White ha poi intrapreso una lunga azione legale contro Apple, che per dodici lunghi mesi ha rinunciato a qualsiasi forma di risarcimento volontario, probabilmente per evitare la creazione di un pericoloso precedente. Pochi giorni fa però, il tribunale di Londra ha dato ragione al pensionato, bacchettando Apple per “negligenza degli impiegati nel trattamento del dispositivo” e costringendo il colosso a pagare un risarcimento da quasi duemila euro. Una cifra irrisoria che non metterà certo in difficoltà l’azienda di Tim Cook, ma che ha trasformato White nel Davide più hi-tech degli ultimi secoli.

I sei trucchi per il caffè perfetto

Corriere della sera

Da degustare

Non è vero che piace solo a Napoli. Il caffè, anzi, è sempre più diffuso in tutto il mondo. E ormai lo si beve non solo per stare svegli ma anche per degustarlo con calma e piacere, come qualsiasi altra bevanda. Come fare però per preparare un buon caffè a casa con la moka? Ecco alcuni trucchi



Il barattolo

Dove è meglio conservare il caffè? C’è chi dice nella dispensa insieme allo zucchero e chi nel frigorifero. Quest’ultima, dicono gli esperti, è la scelta migliore, in modo da preservare al meglio la polvere. L’importante è assicurarsi che il barattolo sia ben chiuso e, se possibile, tirarlo fuori almeno cinque minuti prima di preparare la caffettiera


L’acqua

Quanta acqua nel serbatoio? Il livello non deve superare la valvola: questo è il giusto rapporto acqua/caffè. L’acqua, inoltre, deve essere fredda e, se quella del rubinetto ha un sapore che non piace, meglio utilizzare quella minerale



Il caffè

Dopo aver versato il caffè nella moka, non pressate con il cucchiaino: è sufficiente riempire il filtro fino all’orlo. La caffettiera, poi, va avvitata con cura e messa sul fornello a fuoco basso



Il camino

Prestate attenzione al momento in cui il primo rigagnolo di caffè comincia a uscire dal camino. A questo punto la fiamma deve essere abbassata al minimo. E appena prima che la moka sia piena spegnete o, ancora meglio, spostatela dal fornello caldo: in questo modo l’ultima parte di caffè non uscirà bruciacchiato, finendo per guastare il sapore dell’intera caffettiera



La tazzina

Prima di versare il caffè nelle tazzine, è bene mescolarlo con un cucchiaino. In questo modo la parte più diluita uscita per ultima si mescolerà a quella più intensa uscita per prima



La moka

Ormai è risaputo. La caffettiera non deve essere lavata con il detersivo. Vero. Lo è altrettanto, però, che la si debba in qualche modo pulire. Dopo ogni utilizzo, è bene sciacquarla e farla asciugare con cura. Periodicamente, invece, è necessaria una pulizia più accurata: il filtro deve essere ripulito con uno spazzolino o uno spillo in modo da liberare i fori dai rimasugli di caffè mentre la caffettiera deve essere passata delicatamente con una spugnetta priva di detersivo

Sud borbonico terra di tutte le mafie

Corriere del Mezzogiorno

di Marco Demarco

Nel nuovo studio di Isaia Sales sul Mezzogiorno la spiegazione del triste primato

Un dipinto che ritrae Garibaldi in Sicilia
Un dipinto che ritrae Garibaldi in Sicilia


Le mafie sono nate tutte a Sud, tutte all’inizio dell’Ottocento, e tutte sotto il regime borbonico. Lo sostiene Isaia Sales nel suo ultimo libro (Storia dell’Italia mafiosa , Rubbettino editore) e già questo potrebbe bastare per togliere il sonno ai nostalgici di Franceschiello. Ma nel libro non c’è solo questo. Si dice anche, e si documenta, che se ciò è avvenuto nel Regno delle due Sicilie e non altrove, non è per una congiunzione astrale o per uno scherzo della Storia, ma semplicemente perché qui, e solo qui, c’erano tutte le condizioni politiche

economiche e istituzionali perché ciò accadesse: il regime autoritario che spingeva le classi dirigenti dissidenti a organizzarsi in sette segrete e quelle popolari ad imitarle in peggio; la tendenza dei Borbone di legittimare i fuorilegge arruolandoli nelle loro «polizie» e per le loro guerre; il sistema carcerario che favoriva, per affollamento e assoluta mancanza di garanzie, la formazione «professionale» di violenti pronti, una volta tornati in libertà, per il mercato criminale.

L’atto d’accusa è dunque diretto all’intero sistema vigente nel Regno, agli interessi materiali che qui si manifestavano e alle rendite che esso proteggeva. È qui la causa, dice Sales. Altro che origine razzista o antropologica del fenomeno mafioso! Una tesi molto forte, come si vede, mai sostenuta neanche dal più convinto assertore della rivoluzione risorgimentale: e Sales non è certo tra questi. Il suo ragionamento infatti continua. E se lo Stato borbonico ha generato le mafie, dice, lo Stato unitario le ha «nazionalizzate». Due analisi, dunque, meritevoli entrambe di una uguale considerazione.

Si ha l’impressione, invece, che con la paradossale complicità dello stesso autore, la prima venga del tutto sacrificata alla seconda. Sales, ad esempio, sostiene che la vera legittimazione delle mafie, il loro «farsi stato», avviene solo dopo l’Unità, quando c’è da raccogliere consenso elettorale e la politica si apre alla contaminazione criminale. In realtà non è proprio così. Lo stesso Sales ricorda infatti non solo gli sforzi di Silvio Spaventa «per cacciare via dalla Guardia nazionale i camorristi» e la bonifica anche sociale che era nelle intenzioni dell’operazione Risanamento, ma soprattutto che la prima legittimazione mafiosa

non avvenne affatto ad opera di Liborio Romano per conto di Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele, quando la criminalità organizzata fu cooptata nell’opera di consolidamento del nuovo Stato, bensì prima. Prima di quella di Liborio a Romano, ci fu quella praticata con il cosiddetto metodo Maniscalco, famoso capo di polizia in Sicilia tra il 1849 e il 1860. E prima ancora ci fu quella del Cardinale Ruffo, che non si fece scrupolo di aprire le braccia al banditismo per muovere contro la Repubblica napoletana del 1799.

Un vizio radicato, a dirla tutta. Eppure, come si diceva, Sales tiene di più alla seconda parte del suo ragionamento, lì dove sostiene che la mafia non è affatto una parentesi della nostra storia nazionale, ma ne è invece un elemento costitutivo e poi costante. Il dato evidente di una mafia attualmente radicata anche al Nord e a Roma non è altro, a ben vedere, che la conferma dell’assunto; del fatto, cioè, che non erano e non potevano essere ragioni esclusivamente geografiche quelle che la determinavano.

Ciò che preme giustamente a Sales è respingere, come si è detto, non solo le ricostruzioni razziste, ma anche quelle culturaliste: la mafia come conseguenza di una specialissima cultura meridionale, per intenderci. E tuttavia anche qui non tutto fila liscio. Ciò che ora si condanna, il ricorso al contesto come spiegazione di tutto, è stato infatti in passato esaltato per ragioni diametralmente opposte, per sottolineare cioè l’eccezionalità della condizione meridionale.

Il ragionamento era il seguente: poiché al Sud c’è la mafia, e la mafia è generata dal degrado sociale e ambientale, lo Stato deve finanziare la rimozione della causa per sperare di debellare l’effetto. E giù, di conseguenza, la continua richiesta di finanziamenti mai ritenuti sufficienti. Rivendicazionismo e assistenzialismo hanno, purtroppo, anche questa comune origine strumentalmente «antimafiosa». E nessuno, nel tempo, è sfuggito alla trappola: né la destra né la sinistra.

A questo proposito, con malizia si potrebbe allora obiettare che la svolta operata da Sales arriva in ogni caso tardi, quando i rubinetti della spesa pubblica sono ormai a secco; e che molti sprechi e molti errori strategici nel Mezzogiorno si sarebbero potuto evitati se solo le analisi fossero state aggiornate in tempo, per privilegiare magari, e senza pregiudizi ideologici, gli aspetti repressivi della vicenda criminale. Ma ricordare questi oggi servirebbe a poco. L’importante, invece, è aver riaperto la riflessione sulla storia e sull’attualità. E Sales lo fa come sempre molto bene: con punti di vista forti e chiari.

8 dicembre 2015 | 12:04

Prova dna, i resti del cadavere trovato in Florida non sono di Ylenia Carrisi

Franco Grilli - Mer, 09/12/2015 - 10:40

L’esame del dna ha escluso che la donna trovata morta in Florida il 15 settembre 1994 sia Ylenia, scomparsa nel nulla a New Orleans il 1° gennaio 1994



Ancora una volta la sorte di Ylenia Carrisi resta avvolta nel mistero.

I resti del cadavere trovato vicino a una stazione di servizio della Florida non appartengono alla figlia di Albano e Romina Power: lo ha stabilito l'esame del dna. A spiegarlo è l’agente speciale Dennis Haley, nella puntata di stasera del programma "Chi l’ha visto?" su Rai3. Il poliziotto svela che l’esame del dna ha escluso che la donna trovata morta in Florida il 15 settembre 1994 sia Ylenia, scomparsa nel nulla nel 1994.

Erano stati gli spettatori di una tv americana a indicare possibili legami con il caso di Ylenia Carrisi, dopo la confessione di un serial killer e l’appello televisivo dello stesso Haley per identificare la vittima. Le tracce della figlia dei due cantanti si erano perse a New Orleans l’1 gennaio del 1994. Dopo alcuni anni la ragazza era stata dichiarata formalmente morta. Negli anni si sono alternate diverse indiscrezioni sul conto di Ylenia.

L'ultima, in ordine di tempo, era quella di un serial killer, che avrebbe confessato di aver ucciso proprio una giovane con lo zaino in spalla, che facendo l’autostop voleva raggiungere il Nevada o la California. Le ricostruzioni del viso della giovane avevano subito fatto pensare a Ylenia. Si era parlato di un’analisi del dna, cui tutta la famiglia si sarebbe sottoposta, ipotesi che poi Romina Power aveva negato, pregando tutti di non parlare di sua figlia.

Giubileo. Bruno Forte: «Il laicismo ideologico porta integralismo e violenza»

Il Mattino
di Donatella Trotta

«I tempi sono maturi, per l'Europa, per fare un serio esame di coscienza sul suo ruolo in un mondo in fiamme». Usa simbologie molto concrete monsignor Bruno Forte per connotare l'evento storico che si apre in un momento di grandi tensioni nello scenario geopolitico mondiale: «Il laicismo come ideologia fomenta l’integralismo e la violenza», dice lanciando un monito: «Bisogna ritrovare il coraggio dell’identità non contro, ma a favore dell’incontro con l’altro».

Il dialogo può avvenire quando esistono identità chiare a fronteggiarsi: non trova invece che l'Europa presenti un'identità divisa e conflittuale, nelle cui faglie più facilmente può insinuarsi il nemico invisibile del terrorismo?
«Il problema è serio. Storicamente, l'Europa nasce dalla confluenza di tre anime: quella del suo sostrato greco-latino, quella ebraico-cristiana che è stata il suo fermento e quella germanica, che pure ha portato contributi significativi di storia e di cultura. Elemento comune è l'idea di persona, con la sua dignità unica e irripetibile. L'unità dell'Europa si è costruita sul principio persona, e sul principio solidarietà entrambi vincolanti per una convivenza civile basata sull'etica della responsabilità declinata sia in senso laico che religioso.

Anche i grandi movimenti rivoluzionari del XVIII e XIX secolo avevano come obiettivo un progresso che doveva riguardare il comune destino dell'umanità. Oggi non è così: l'immagine è quella di un'Europa disgregata che ha negato questo sistema di valori, divenendo un'entità non solidale, ripiegata su interessi particolaristici, privati, individualistici: terreno fertile per nazionalismi ed estremismi di ogni segno. E in nome di una libertà e di un progresso opposti ai principi dei suoi Padri fondatori, l'Europa sta paradossalmente smentendo le sue radici profonde. Quanto al terrorismo, mi sembra generato da una complessità di ragioni».

Quanto questa negazione ha a che fare con quelle radici cristiane rimosse dal Preambolo della Costituzione europea, e non solo, a favore di un relativismo etico denunciato a suo tempo da Benedetto XVI e sul quale oggi, in Italia, sta tornando a interrogarsi anche il pensiero laico?
«A me sembra che il conflitto non sia tra pensiero laico e pensiero religioso, che come tali possono incontrarsi e dialogare perché il problema, come sottolineava Bobbio e come ha mostrato il cardinale Martini con la cattedra dei non credenti, è essere "pensanti"; il nodo, semmai, sta nell'avvento di un certo laicismo diventato ideologia. La laicità è un valore, che tutela l'autonomia del mondano e la dignità della persona; il laicismo invece è pregiudizio, disconoscimento dell'altro, rifiuto di ogni riferimento alla trascendenza.

Ecco perché occorre un serio esame di coscienza, da parte di tutti: per una consapevolezza critica dei rischi di una mentalità laicista che può far aumentare integralismi e violenze, di qualunque segno, usando persino la religione come arma, pro o contro. Mentre una sana laicità può aiutare tutti ad essere più umani, a prescindere dalle proprie fedi religiose».

Tagliati i costi delle carte, ma la beffa è dietro l'angolo

Gabriele Bertocchi - Mer, 09/12/2015 - 10:14

Le commisioni sulle transazioni passano allo 0,3% e al 0,2% ma si rischia di pesare sui propietari di carte di credito. Possibili aumenti sui costi fissi e annui



La decisione arriva nel corso del semestre italiano di presidenza Ue. Da oggi entrano in vigore i tetti unici alle commisone interbancarie. Saranno del 0,3%per le transazioni con carta di credito e del 0,2% per quelle con bancomat. Una mossa che, secondo il legislatore europeo, dovrebbe portare benefici ai consumatori

Il ragionamento fatto per compiere questa svolta è quello di far risparmiare i ristoratori, i titolari di pubblici esercizi, dei piccoli supermercati e così via. Infatti la percentuale per i pagamenti con carta e bancomat oscilla tra l'1 e il 2,5% per la prima e tra lo 0,5% e l'1,5 per la seconda. Di conseguenza risparmiano anche i consumatori che, rispetto a prima, sullo scaffale si troveranno un piccolo sconto. L'Eurostat e il parlamento europeo calcolano che nell'intera Unione europea i commercianti risparmieranno 6 miliardi di euro.

Un ragionamento fatto sulla carta, che sulla carta, non fa una grinza. Ma c'è il rischio che i buoni propositi si trasformino in una beffa ai danni di chi, teoricamente, ci doveva beneficiare. Si corre il rischio che gli istituti bancari sgonfiati dalla manovra sulle commissioni pompate scarichino la perdita sui proprietari di carte e bancomat.

Vi starete chiedendo come. Il metodo è molto semplice. È possibile che gli istituti bancari aumentino sia il costo della carta sia i costi fissi che si pagano ogni anno, come avverte l'Abi (associazione della banche italiane). Fatto dimostrato dalle infelici esperienze di Spagna, Stati Uniti e Australia dove sono entrate in vigore norme simili a quelle che stanno per entrare in vigore nel nostro Paese.

Bisogna dire che si verrà a creare una certa concorrenza. Infatti interessati dalla manovra ci sono solo inclusi i cosidetti "sistemi a quattro parti", cioè quelle carte di emanazione bancaria come Visa, Mastercard e PagoBancomat. Mentre ne sono esenti i "sistemi a tre parti" come American Express e Diners, che continueranno ad applicare le loro commissioni. Unvantaggio svantaggio, infatti i proprietari eviterebbero l'aumento dei costi fissi e di quelli annuali ma incapperebbero di vedersi applicati dai commercianti un sovrapprezzo sui propri acquisti. O peggio ancora che le loro carte non vengano accettate.

Se si pensa che la manovra è stata fatta per incentivare l'uso dei pagamenti elettronici ma pare che con queste conseguenze si subisca una contrazione dell'uso di tale funzione. Specialemente nei paesi che registrano un numero di operatori pro capite più basso, poichè i loro cittadini avranno più difficoltà ad assorbire l'aumento del canone e quindi sarano disincentivati all'acquisto con carta. L'Italia, ad esempio, occupa nell'uso di pagamenti con carte e bancomati una posizione di retroguardia, peggio di Francia, Germania e Spagnal.

Parma, tunisino la ammazza in casa. Ma era già stato espulso dall'Italia

Sergio Rame - Mar, 08/12/2015 - 21:22

Il tunisino di 27 anni è ricercato in tutta Italia per aver ammazzato domenica Alessia Della Pia. Ora è ricercato in tutto il Paese. Il 14 settembre il questore di Ferrara aveva firmato un ordine di espulsione. Cosa ci faceva ancora in Italia?

Non doveva essere in Italia Mohamed Jella. Il tunisino di 27 anni è ricercato in tutta Italia per la morte di Alessia Della Pia, la 39enne ritrovata senza vita domenica pomeriggio nell’androne del suo palazzo alla prima periferia di Parma.

"Al nordafricano - riferisce la Gazzetta di Parma - era stato notificato il 14 settembre un ordine di espulsione dal territorio italiano". A firmarlo era stato il questore di Ferrara, dopo che l’uomo aveva finito di scontare una condanna per rapina. Da allora però il giovane, ricercato per omicidio volontario, non solo aveva continuato a vivere in Italia ma era addirittura tornato a Parma, dove condivideva l’appartamento con la compagna brutalmente ammazzata.

Carabinieri e polizia continuano a mantenere il massimo riserbo sulle indagini, ma le ricerche sono serrate sia in provincia di Parma che in tutta Italia. Gli inquirenti intanto stanno ricostruendo le ultime ore della donna uccisa, a partire dalle dichiarazioni rilasciate dal figlio ventenne della vittima. Madre e figlio vivevano solo da un paio di settimane nell’appartamento del quartiere Cinghio Sud dove è avvenuto il delitto. E con loro era andato ad abitare anche Mohamed Jella.

Il tunisino è noto alle forze dell’ordine per alcuni precedenti legati al traffico di sostanze stupefacenti e sino a poco tempo fa era anche agli arresti domiciliari proprio per un problema legato alla droga. Anche la donna, in passato, avrebbe avuto problemi di tossicodipendenza. Tanto che alcuni vicini di casa avrebbero accennato ai carabinieri di violenti litigi fra i due. All’interno dello stesso stabile vive, tuttavia, un’altra coppia definita dagli inquilini "difficile". Non è, dunque, escluso che le urla sentite provenissero non dall’appartamento di Alessia Della Pia. Per ora insomma resta inspiegabile il gesto di ieri.

Chiamando il 118 l'uomo avrebbe infatti solo ammesso "un bisticcio" dopo avere comunicato come la donna fosse "svenuta". "Non respira - ha detto - ho provato di tutto ma non si riprende". Al telefono avrebbe parlato di una serie di farmaci assunti dalla donna. Parole che però non coincidono con le condizioni del corpo della vittima, pieno di lividi ed ecchimosi, compresi alcuni colpi alla testa e al volto, e con le unghie spezzate, forse in un ultimo disperato tentativo di proteggersi. Secondo una prima ricostruzione, infatti, Alessia Della Pia sarebbe stata prima brutalmente picchiata, poi, molto probabilmente, immersa agonizzante nella vasca da bagno e infine trasportata, ormai senza vita, al piano terra del palazzo.

Attaccati al Trump

La Stampa
massimo gramellini

Come in un film comico che all’improvviso vira in tragedia, una caricatura di Berlusconi rischia di diventare il prossimo presidente degli Stati Uniti. Non è così sconvolgente che Donald Trump invochi la chiusura di Internet e delle frontiere ai musulmani, quanto che gli americani nauseati dai balbettii di Obama e dalle supercazzole dei potenziali successori salutino con entusiasmo ogni sua frescaccia, issandone la zazzera color centrifugato di carota in vetta ai sondaggi.

Viene il sospetto che Trump reciti questo inesauribile rosario di bestialità per precipitare nella considerazione degli elettori e trovare così una via di uscita a una candidatura di cui percepisce l’inconsistenza, ottenendo invece con suo grande stupore l’effetto opposto. In tempi normali un pretendente alla Casa Bianca che dicesse «se Hillary Clinton non riesce a soddisfare suo marito, cosa ci fa credere che potrebbe soddisfare gli Stati Uniti?» verrebbe scaraventato nel dimenticatoio per eccesso di volgarità. Ma oggi certe frasi atroci risuonano soltanto sincere.

E non importa che, come nel caso di Internet e degli islamici, siano irrealizzabili e rivelino in chi le pronuncia un rifiuto della complessità della vita. Perché è proprio questo approccio adolescenziale che piace in Trump. L’idea che i conflitti epocali si possano mettere in riga con una battuta. Che le regole immutabili della politica siano un imbroglio e una perdita di tempo. E che per il solo fatto di avere guadagnato tanti soldi e avuto tanti amori, un uomo sia legittimato a governare chi ha paura di perdere quei pochi che ha.

Il pene di Napoleone custodito da un collezionista

Anna Gallo - Mar, 08/12/2015 - 13:10

Il membro dell'imperatore è stato conservato da un professore americano: un grave problema endocrinologico limitò la crescita dei suoi organi sessuali



Il professore della Columbia University John F. Lattimer è morto il 17 maggio scorso in un ospizio di Englewood (Gran Bretagna), all'età di 92 anni. L'uomo, oltre ad insegnare era anche un espero balistico, e nel tempo libero si divertiva a collezionare reliquie militari e resti umani.

E si dà il caso che tra le reliquie conservate da John Lattimer ci fosse anche il pene di Napoleone Bonaparte. La leggenda narra che l'organo sessuale dell'imperatore francese sia stato troncato da uno dei suoi nemici, il clerico Vignali, che non aveva mai perdonato al generale alcuni riferimenti sulle sue presunte defaillance sessuali.

La notizia è stata diffusa da un blog dedicato interamente a questioni di sesso, sul sito del quotidiano spagnolo El Mundo. Il giornale svela inoltre alcuni dettagli divertenti e curiosi: "Il pene napoleonico passò di mano in mano, restando però di proprietà della famiglia Vignali per molti anni". Venne poi battuto all'asta nel 1999, e acquistato dal professore Lattimer per 4 mila dollari, circa otto milioni del vecchio conio.

"La misura del pene di Bonaparte - spiegò Lattimer senza fornire ulteriori dettagli - era di quattro centimetri e mezzo in stato di riposo che diventavano 6,1 durante l'erezione". Come Lattimer conoscesse così nel dettaglio le misure di Bonaparte rimane un mistero, ma pare che l'Imperatore - famoso per essere un incallito sciupafemmine - soffrisse sin dalla giovane età di un grave problema endocrinologico che limitò la crescita dei suoi organi genitali.

A quanto pare, quindi, le misure non sono tutto. Napoleone Bonaparte docet, verrebbe da dire. I blogger-sessuologhi del Mundo chiosano rassicuranti: "Questi dati smentiscono chi crede che il successo amatorio dipenda dalla lunghezza dell'organo. Certamente tra le virtù di Napoleone non c'erano né la statura né la "lunghezza", ma non vi è alcun dubbio che sia stato ugualmente capace di dispensare grandi passioni alle donne che ha amato".

Il prete anti-Salvini: "Niente presepe in chiesa"

Matteo Carnieletto - Mar, 08/12/2015 - 11:38

Don Paolo Farinella si rifiuta di fare il presepe in chiesa pur di non aver nulla da spartire con il leader della Lega



Don Paolo Farinella è un prete di strada. Uno abituato ad andare controcorrente e, molto spesso, anche contro le gerarchie ecclesiastiche. Un prete un po' di sinistra che, l'anno scorso, ha salutato positivamente l'iniziativa di don Prospero Bonzani, che aveva inserito una moschea nel presepe della parrocchia di via Vesuvio.

Come riporta Il Secolo XIX, quest'anno, don Farinella, pur di andar contro Salvini, ha deciso di non fare il presepe: "Io quest’anno il presepe non l’ho fatto. Per protesta. Contro chi sputa sopra una cosa sacra, un simbolo di amore e di unione. Io con Salvini (che dopo le stragi di Parigi ha detto: 'Facciamo il presepe per non arrenderci') non voglio avere niente a che spartire. Perciò, è deciso, nessun presepe nella mia chiesa".

Questa iniziativa, però, non danneggia Salvini. Danneggia solamente i parrocchiani che non possono godere della bellezza delle tradizioni e della dolcezza del presepe e, in definitiva, rappresenta una scelta ideologica. Proprio quello che il prete rinfaccia a Salvini.

Se la lotta all'Isis i giudici la fanno coi corsi al cinema

Fausto Biloslavo - Mar, 08/12/2015 - 19:14

Impreparati se non giustificazionisti. Così le sentenze diventano boomerang

Corsi sulla «tutela giuridica del sentimento per l'animale da compagnia» e le altre bestie oppure «per l'immagine della giustizia nell'arte, nel cinema, nella letteratura» hanno un grande successo fra i magistrati.

Per non parlare di quello sul diritto spagnolo o sull'«organizzazione dell'ufficio, del ruolo dei cosiddetti stagisti e prassi virtuose». Tutti appuntamenti fondamentali della Scuola superiore di magistratura, che deve formare ogni anno le nostre toghe. Peccato che su 112 corsi previsti nel 2016 solo uno sia dedicato al terrorismo, nonostante l'emergenza attentati. L'altra faccia della medaglia è che si susseguono casi di ignoranza del fenomeno jihadista sfociati in scarcerazioni dei sospetti terroristi, no ad arresti sostituiti dal palliativo dell'espulsione ed un velato «giustificazionismo» da parte di alcune magistrati.

«Un unico corso per tutto l'anno di formazione, che non è detto si focalizzi solo sul terrorismo di matrice islamica, potrà attirare appena 60-70 magistrati - spiega a il Giornale, Alfredo Mantovano, giudice della Corte d'appello di Roma ed ex sottosegretario all'Interno. - Il problema serio non è la conoscenza della norma, ma del fenomeno jihadista.

Sostenere in sentenze che Ansar al Islam è un'organizzazione di resistenti o che il Gruppo salafita per la predicazione ed il combattimento algerino non è una formazione terroristica vuol dire non porsi il problema di una conoscenza adeguata». Purtroppo è capitato a Napoli e Milano nel 2004 e 2005 e continua ad accadere oggi. Lo scorso febbraio il gip di Lecce ha lasciato andare cinque sospetti con documenti falsi, filmati di bombardamenti ed attentati sui telefonini. Li considerava «profughi» anche se non avevano presentato alcuna domanda di asilo.

Per aiutare i magistrati a «formarsi» meglio sul fenomeno jihadista la Scuola superiore della magistratura organizza un solo corso per il prossimo anno diviso in 4 sessioni il 25-27 gennaio. Il motivo spiegato nella presentazione è chiaro: «Scandita dagli attentati, la disciplina antiterrorismo costituisce un vero e proprio sottosistema della giustizia penale». Peccato che la prestigiosa Scuola con a capo Valerio Onida, ex presidente della Consulta, preveda poco altro sul tema. Si parlerà brevemente di terrorismo solo nel corso su «Religione-Diritto-Satira». Nonostante al sistema di formazione dei magistrati concorra anche il ministero della Giustizia. In compenso viene ripetuto, per il grande successo dello scorso anno, il corso sull'«immagine della giustizia nell'arte, nel cinema, nella letteratura».

Il 3 dicembre nell'aula Magna Emilio Alessandrini, la Scuola della magistratura ha sponsorizzato un altro corso cruciale di questi tempi: «La tutela giuridica del sentimento per l'animale da compagnia e gli altri animali». Ironia della sorte il giudice Alessandrini è stato assassinato dai terroristi di Prima linea. Nei 112 corsi di formazione c'è di tutto dal «Diritto spagnolo» al corso sulla «Psicologia del giudicare». La «Giustizia al femminile?», che si propone «di verificare gli eventuali ostacoli ad una piena parità nella carriera» fra uomini e donne è un'altra pietra miliare.

Ai vertici della formazione sembrano non rendersi conto delle profonde lacune di molti magistrati, se non ignoranza, rispetto al terrorismo jihadista. O addirittura peggio, come nel caso del giudice di Pisa, Milena Balsamo, riportato da il Foglio. Il 17 novembre si è detta convinta che «quando si commettono eccidi come quelli contro gli algerini, quando si colonializza, e gli ex coloni vengono comunque emarginati, non puoi ipotizzare che quella dell'Islam sia solo una guerra di religione. In fondo che differenza noti tra gli eccidi dei terroristi e quelli dei paesi ex colonizzatori?».

Ideologie, che magari favoriscono gravi errori, come la scarcerazione nel 2008 del predicatore Bassam Ayachi arrestato a Bari e condannato ad otto anni. Poi assolto in Appello e partito per la Siria. Abachi era uno dei cattivi maestri del quartiere della capitale belga di Molenbeek, dove sono nati e cresciuti alcuni dei terroristi di Parigi ancora ricercati. «Il problema principale è nella scarsa conoscenza del fenomeno - osserva Mantovano - ma non escludo che in alcuni casi ci sia una sorta di effetto transfer aggiornato della lotta di classe. Ai proletari di 50 anni fa oggi si sostituiscono i combattenti dell'Islam, che sarebbero i nuovi anti capitalisti».

La politica vigliacca di Ue e governo contro il Califfato

Piero Ostellino - Dom, 06/12/2015 - 18:05

Siamo in guerra, diciamo che c'è la guerra, ma fingiamo che non ci sia e che, soprattutto, non ci riguardi da vicino

Mentre gli altri Paesi si attrezzano per affrontare il terrorismo islamico, non temendo di chiamarlo col suo nome, l'Italia - col suo presidente del Consiglio - dice che ci penserà e si darà da fare solo dopo che gli altri avranno costituito una coalizione possibilmente vincente.

È la solita manfrina che noi facciamo ogni volta che ci troviamo di fronte a imprese che comportano un qualche rischio, e perciò prendiamo tempo, ci pensiamo, divaghiamo, nella speranza che, nel frattempo, le acque si calmino e di cavarcela a buon mercato. Raramente abbiamo finito una guerra dove e con chi l'abbiamo incominciata, abbiamo l'abilità di squagliarci al momento opportuno cogliendo le circostanze opportune e sta succedendo anche questa volta.

Siamo in guerra, diciamo che c'è la guerra, ma fingiamo che non ci sia e che, soprattutto, non ci riguardi da vicino; facciamo parte dell'Occidente democratico-liberale e capitalista al quale l'estremismo islamico ha dichiarato guerra, ma ci comportiamo come non ne facessimo parte e non fossimo anche noi minacciati.

Così, evitiamo di impegnarci e giriamo attorno al problema, sperando che a nessuno venga in mente di cercare di assassinare il Papa durante il Giubileo. Matteo Renzi è un maestro nell'arte di divagare; è un affabulatore che usa una montagna di parole senza dire e, soprattutto, fare nulla. Non sa palesemente che pesci pigliare; parla, parla senza costrutto sperando di cavarsela. Fortunatamente, non siamo l'obiettivo principale - che rimane la Francia - e, per ora, ce la caviamo.

Ma fino a quando ce la caveremo? Abbiamo visto che cos'è successo a Parigi e dovremmo averne tratto una lezione. Nel '39, la Francia si schierò contro Hitler e vinse la guerra, sconfiggendo, con gli inglesi e gli americani, il nazismo. Se fosse dipeso da noi, parleremmo tedesco e saremmo da un pezzo una colonia del Terzo Reich. A spingerci a prendere una decisione, e a schierarci dalla parte giusta, furono le vicende belliche.

Abbiamo perso la guerra e festeggiamo, con retorica, una vittoria che non è la nostra. Il nostro europeismo consiste nell'evitare di aggiungere al sostantivo terrorismo l'attributo islamico, come suggerisce (impone) la cauta, e un po' vile, burocrazia di Bruxelles.Nessuno pretende che si dia sfoggio di particolare temerarietà. Ma un minimo di consapevolezza circa ciò che ci sta accadendo intorno dovremmo almeno manifestarlo e non guasterebbe con i tempi che corrono.

Evitiamo gli allarmismi, predica il capo del governo. Ma, tradotto, significa che preferiamo mettere la testa nella sabbia e chiudere gli occhi. Per carità, nessuno pretende di vivere in una sorta di perenne stato d'assedio, ma almeno un minimo di cautela sarebbe utile. Un conto è evitare inutili allarmismi; un altro sapere, e comportarsi mostrando di sapere in che mondo viviamo. A me pare, francamente, che il nostro esibito disimpegno sia cinico opportunismo - del quale il nostro capo del governo, è maestro - se non una forma, neppure tanto occulta, di vigliaccheria.

Piero Ostellinopiero.ostellino@ilgiornale.it

Un ritratto nascosto sotto la Gioconda di Leonardo: la scoperta di uno studioso francese

Corriere della sera

Di Annalisa Grandi

Pascal Cotte ha analizzato il dipinto attraverso una tecnica che utilizza le luci multispettrali. E ha scoperto che sotto il quadro esposto al Louvre ci sarebbe la sagoma di un’altra figura femminile: «È la vera Lisa Gherardini, la Monna Lisa è un’altra donna»



Di teorie e misteri sulla Monna Lisa di Leonardo si è scritto tantissimo. E adesso arriva dallo scienziato francese Pascal Cotte una nuova ipotesi: sotto la Gioconda ci sarebbe la sagoma di un’altra donna, con un pendente a perla e spilli nei capelli. La vera, Lisa Gherardini, sostiene. Una donna diversa da quella che appare nel quadro esposto al Museo del Louvre. Cotte ha analizzato per oltre un decennio il dipinto tramite una tecnica non invasiva, la Layer Amplification Method. Ed ecco cosa ha scoperto

Pascal Cotte (Facebook)
Pascal Cotte (Facebook)
La tecnica
Lo studioso, fondatore della società di ingegneria elettronica Lumiere Technology di Parigi, ha proiettato sul dipinto originale una luce intensa e poi analizzato migliaia di immagini multispettrali, archiviato 3 miliardi di punti dati e individuato 155 elementi nascosti sotto la vernice e non visibili ad occhio nudo. «Abbiamo analizzato esattamente cosa c’è tra i vari strati del dipinto, e siamo in grado di ricostruire tutta la cronologia della creazione del quadro» ha spiegato Cotte . Il primo ritratto nascosto sotto la Gioconda, che Leonardo da Vinci avrebbe iniziato a dipingere nel 1503, era più grande rispetto alla Monna Lisa, più grande la mano e la manica e la manica destra, più grandi verso il basso le dita della mano sinistra.

Di teorie e misteri sulla Monna Lisa di Leonardo si è scritto tantissimo. E adesso arriva dallo scienziato francese Pascal Cotte una nuova ipotesi: sotto la Gioconda ci sarebbe la sagoma di un’altra donna, con un pendente a perla e spilli nei capelli. La vera, Lisa Gherardini, sostiene. Una donna diversa da quella che appare nel quadro esposto al Museo del Louvre. Cotte ha analizzato per oltre un decennio il dipinto tramite una tecnica non invasiva, la Layer Amplification Method. Ed ecco cosa ha scoperto
La tecnica
Lo studioso, fondatore della società di ingegneria elettronica Lumiere Technology di Parigi, ha proiettato sul dipinto originale una luce intensa e poi analizzato migliaia di immagini multispettrali, archiviato 3 miliardi di punti dati e individuato 155 elementi nascosti sotto la vernice e non visibili ad occhio nudo. «Abbiamo analizzato esattamente cosa c’è tra i vari strati del dipinto, e siamo in grado di ricostruire tutta la cronologia della creazione del quadro» ha spiegato Cotte . Il primo ritratto nascosto sotto la Gioconda, che Leonardo da Vinci avrebbe iniziato a dipingere nel 1503, era più grande rispetto alla Monna Lisa, più grande la mano e la manica e la manica destra, più grandi verso il basso le dita della mano sinistra.
Il ritratto
In un secondo ritratto, Cotte ha rilevato cancellature che sarebbero state eseguite con la mano destra, spilloni per l’acconciatura dei capelli, un pendente a perla, elementi decorativi a stella. Decori e accessori che portano a pensare a una donna facoltosa, com’era in effetti Lisa Gherardini, moglie di Francesco del Giocondo. Le mani, la balaustra e il paesaggio sono invece come appariranno nel dipinto definitivo. Nel terzo ritratto secondo lo studioso francese Leonardo avrebbe tolto spilloni e perle, cambiato la cuffia e l’acconciatura dei capelli, modificato i lineamenti di volto e naso. E ancora bocca più piccola, collo e spalle diversi da come appariranno nella Monna Lisa del Louvre, e il vestito a finestrelle con nastri, gamurra (lungo fino ai piedi, attillato, con le maniche separate dalla veste), spalline. Cotte ha rilevato anche la presenza di una croce in ogni pupilla, forse per modificare l’orientamento dello sguardo della Gioconda.
La Monna Lisa
La quarta stesura è quella definitiva, il quadro come lo vediamo al Louvre. E anche in questo caso le varianti sono notevoli: il contorno della testa, mano destra, cuffia e veste coperte da un velo ombroso, cambia anche la prospettiva della figura, il busto non è più frontale ma ruotato di 14