Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

domenica 4 ottobre 2015

Roma, Marino e la cena «sospetta» pagata con la carta del Comune

Corriere della sera

di Ernesto Menicucci

Il ristorante smentisce gli scontrini del sindaco: «Il giorno di Santo Stefano era qui con la famiglia»



La storia delle sue ricevute, per Ignazio Marino, rischia di diventare ancora più pericolosa del Panda gate (le multe non pagate e il «pasticcio» che ne è seguito), delle legnate di Matteo Renzi e di papa Bergoglio. Perché l’operazione trasparenza, fatta dal sindaco solo dopo la richiesta di accesso agli atti di M5S e l’intervento dei carabinieri, può trasformarsi in un nuovo boomerang. Intanto per le vaghe giustificazioni delle cene di rappresentanza: appuntamenti con non meglio precisati «parlamentari, giornalisti, comunicatori, medici».

Ma poi c’è un dettaglio che può mettere seriamente nei guai il sindaco, che usa una carta di credito a lui intestata ma «appoggiata» sui conti del Campidoglio. Il 26 dicembre del 2013 Marino va a cena all’«Antico Girarrosto Toscano» di via Campania, a Roma. Ristorante a due passi da via Veneto ma anche, fatalità vuole, a pochi metri dalla casa della madre di Marino, dove il sindaco va spesso. Il sindaco dichiara «sotto la sua responsabilità» che era lì per «una cena con alcuni rappresentanti della stampa per illustrare iniziative dell’amministrazione a carattere sociale per il periodo natalizio».

Al ristorante - dove conoscono bene Marino, la madre e gli altri parenti - però, ricordano un’altra cosa: «Era una cena familiare, ed erano in cinque o sei». Sei, per l’esattezza. Conto da 283 euro, scontato a 260: due bottiglie di vino (70 euro), sei secondi di carne (163 euro), acqua, contorni, dessert, caffé. Sicuri sulla data? «Assolutamente, era Santo Stefano. E Marino era con la famiglia».

Tanto che la Lista Marchini è già pronta «a portare tutto alla Corte dei Conti». E le altre ricevute?

Il sindaco pare prediligere due locali: «Sapore di Mare» e «Archimede», ristoranti in centro, meta di vip, tutti e due a pochi metri da casa di Marino. Lì il sindaco cena con deputati e senatori, ordina champagne e vini pregiati, mangia pesce e cibi prelibati. Al «Sapore di Mare», il 26 ottobre 2013, va «con alcuni esponenti della Comunità di Sant’Egidio» che si occupa dei poveri, e l’ordinazione è di «8 spaghetti all’aragosta». Conto da 263 euro, ribassato a 150. Ma da Sant’Egidio arriva una smentita: «Qui nessuno ha mai cenato con il sindaco».

Altro locale: il «Manfredi», roof garden sopra al Colosseo. Marino ci porta il magnate uzbeko Usmanov (conto da 3.500 euro) ma anche «chirurghi di fama internazionale che devono andare in udienza dal Papa»: 1.270 euro in dodici. Finita? Non ancora. Tra gli alberghi c’è la ricevuta del Ritz Carlton di Filadelfia, intestata a «Ignazio Marino della Thomas Jefferson University», dove Marino non insegna più da anni. Ultimo particolare: il sindaco dice di aver speso 44 mila euro, 1.700 al mese. Però, come spese di rappresentanza, ci sono altri 128 mila euro spesi nel 2014 .

Prelato polacco si dichiara gay. Il Vaticano: "Dovrà lasciare incarichi". Lui: "Omofobia paranoica"

La Repubblica

Alla vigilia del Sinodo, monsignor Krzysztof Charamsa sfida "l'attuale dottrina" dicendo di avere un compagno e chiedendo "una famiglia anche per l'amore omosessuale". Padre Lombardi: "Gesto non responsabile, indebita pressione mediatica"

Prelato polacco si dichiara gay. Il Vaticano: "Dovrà lasciare incarichi". Lui: "Omofobia paranoica"

CITTA' DEL VATICANO - Papa Francesco fatica ancora a scuotersi di dosso l'accusa rimbalzata dall'America di aver sposato con un abbraccio l'integralismo cattolico anti-lgbt, che un sacerdote polacco con alti incarichi in Vaticano dichiara di essere gay, di avere un compagno. Che anche l'omosessualità è amore e merita una famiglia. Ed ecco una trama in grado di far apparire gli intrighi di Dan Brown dilettantesche fantasie, avvolgere nelle sue spire, con perfetto tempismo, l'attesa del Sinodo sulla famiglia a due giorni dall'inizio dei lavori in Vaticano. Non c'è antimateria che tenga. E' su questo terreno che la Chiesa si gioca la sua credibilità nella partita col futuro.

Il prelato Krzysztof Olaf Charamsa, 43 anni, segretario aggiunto della Commissione teologica internazionale vaticana e ufficiale della Congregazione per la dottrina della fede, dovrà "lasciare ogni incarico" presso la Santa Sede, annuncia padre Federico Lombardi, per le dichiarazioni rese all'edizione polacca del Newsweek e al Corriere della sera.

Sulle cui pagine Charamsa ha rivendicato che "l'amore omosessuale è un amore familiare, che ha bisogno di una famiglia", che "una coppia di lesbiche o di omosessuali deve poter dire alla Chiesa: noi ci amiamo secondo la nostra natura e questo bene del nostro amore lo offriamo agli altri". "Gli altri aspetti della sua situazione - precisa il portavoce vaticano - sono di competenza del suo Ordinario diocesano". Ovvero, del vescovo di Pelplin, essendo Charamsa sacerdote della diocesi polacca, ordinato il 28 giugno del 1997.

All'intervento di padre Lombardi, il sacerdote polacco replica incontrando la stampa in un ristorante di Roma, avendo accanto Eduard, il suo compagno di origini catalane. "Chiedo perdono per tutti gli anni in cui ho sofferto in silenzio davanti alla paranoia, all'omofobia, all'odio e al rifiuto degli omosessuali che ho vissuto in seno alla Congregazione per la dottrina della fede. Che è il cuore dell'omofobia nella Chiesa. Non possiamo più odiare le minoranze sessuali, perché così odiamo una parte dell'umanità".

Monsignor Charamsa: ''Chiedo perdono agli omossesuali per i ritardi della Chiesa''

Sulla prossima rimozione dai suoi incarichi in Vaticano, Charamsa si rimette alla "volontà di Dio" e taglia corto: "Cercherò lavoro". E annuncia, "pronto per la stampa, in italiano e in polacco, un libro in cui metto la mia esperienza a nudo". Intanto, già attivo sui social network, da Twitter a Linkedin, Charamsa dallo scorso agosto ha inaugurato un suo blog, dove si presenta al pubblico della rete con una foto in t-shirt gialla e con un saluto in diverse lingue. Il sacerdote ringrazia il "fantastico papa Francesco, ci ha fatto riscoprire la bellezza del dialogo, non dialogavamo. Ora il Sinodo sulla famiglia sia davvero di tutte le famiglie e nessuna sia esclusa". E chiede al Pontefice di modificare il catechismo, aggiungendo che informerà personalmente il Pontefice: "Devo ancora consegnargli la lettera".

Alla domanda se ci siano "tantissimi" gay in Vaticano, Krysztof Charamsa dapprime annuisce, poi spiega: "In ogni società di soli uomini ci sono più gay che nel mondo come tale". E dedica "il mio coming out" proprio a quei "tantissimi sacerdoti omosessuali che non hanno la forza di uscire dall'armadio. Ma vorrei che fossero felici perché sono ottimi sacerdoti. Liberi dall'omofobia interiore, sono ottimi ministri di Dio per gli uomini di questo mondo". La dedica abbraccia anche "la mia famiglia, mia madre, mio fratello, mia sorella, che amo semplicemente con il cuore di un gay che gli vorrebbe avvicinare il cielo. Vorrei che mi accettassero, lo fanno già. Vorrei che non soffrissero per l'omofobia del nostro ambiente polacco. Vorrei che non dovessero pagare l'orribile prezzo che per una mentalità collettiva probabilmente dovranno affrontare".

Nelle interviste che hanno fatto irrompere il caso, Charamsa ha spiegato che le sue posizioni non appartengono "all'attuale dottrina, ma sono presenti nella ricerca teologica". Di qui, un coming out che mira a "scuotere un po' la coscienza di questa mia Chiesa" proprio nel momento in cui tutta l'attenzione è rivolta al Sinodo sulla famiglia i cui lavori partiranno lunedì. Dichiarazioni fermamente condannate da padre Lombardi. "Nonostante il rispetto che meritano le vicende e le situazioni personali e le riflessioni su di esse, la scelta di operare una manifestazione così clamorosa alla vigilia della apertura del Sinodo - sottolinea il capo della Sala Stampa vaticana - appare molto grave e non responsabile, poiché mira a sottoporre l'assemblea sinodale a un'indebita pressione mediatica".

Una reazione dura, che Charamsa aveva previsto. "So che dovrò rinunciare al mio ministero - dice nell'intervista -. La Chiesa mi vedrà come uno che non ha saputo compiere il proprio dovere (riferimento alla castità, ndr), uno che si è perso e per di più non con una donna ma con un uomo. Ma io - tiene a far sapere Charamsa - non faccio questo per vivere con il mio compagno, lo faccio per me, per la mia comunità, per la Chiesa. E' una decisione molto più profonda, che nasce dalle mie riflessioni su ciò che guida la Chiesa".

L'ex sacerdote: "Anch'io ero stanco di mentire. Hanno cercato di curarmi, poi sono stato messo alla porta"

La Repubblica
di PAOLO GRISERI

ORMAI è un "ex". Racconta con distacco. O almeno ci prova. Poi però aggiunge una riflessione che non ti aspetti: "Eh sì, forse è stato lui a licenziarmi. O qualcuno del suo ufficio". Parla di Monsignor Krzystof Charamasa, il gay del Sant'Uffizio che ha fatto coming out provocando l'ira del Vaticano. Don Mario Bonfante, 44 anni, non è più un prete cattolico dall'ottobre di tre anni fa. Quando parla del "licenziamento" si riferisce alla decisione della Curia romana di aprire un processo canonico contestandogli un atteggiamento verso la sessualità non consono alla dottrina.

Don Bonfante, come le hanno detto che la sua omosessualità non era gradita?
"Mi ha convocato il vescovo. Ero viceparroco in Sardegna, a Guspini. Ha cominciato a fare allusioni, giri di parole. L'ho interrotto. Gli ho detto: "Eccellenza mi volete allontare per la mia omosessualità?". Mi ha risposto che sì, non era opportuna. Ho replicato che il suo predecessore, il vescovo che mi aveva ordinato sacerdote, era perfettamente a conoscenza del fatto che sono un omosessuale. Non è servito. Nonostante le proteste dei parrocchiani sono stato allontanato. Voleva mandarmi in terapia".

Esiste una terapia per l'omosessualità?
"La chiamo io terapia. Esiste un convento nel Nord Italia dove vengono mandati a riflettere i sacerdoti che manifestano tendenze sessuali non consone. Un luogo dove ti aiutano a ritrovare la retta via. Mi sono rifiutato di andarci".

Che cosa ha fatto senza parrocchia?
"Sono tornato nella mia Lombardia. Il vescovo di Milano era Dionigi Tettamanzi. Ho ottenuto un accordo tra la diocesi sarda e quella milanese, un accordo che si rinnovava ogni anno, una specie di co. co. pro. Sono stato sacerdote a Milano fino a quando, con l'arrivo di Angelo Scola, è stato deciso di interrompere il contratto. Intanto dal Vaticano hanno scelto di aprire il processo canonico per spretarmi".

Ora basta ignorare l'odio degli imam in Italia

Magdi Cristiano Allam - Dom, 04/10/2015 - 08:22

Nelle moschee e nelle scuole coraniche d'Italia gli imam ortodossi e zelanti praticano il lavaggio di cervello inculcando il rifiuto e l'odio della nostra civiltà nel nome del "vero islam"

L'espulsione lo scorso 28 agosto dell'imam di Schio, l'algerino Sofiane Mezzereg, per aver indottrinato genitori e bambini al rifiuto della musica e a vivere conformemente a quanto ha prescritto Allah e a quanto ha detto e ha fatto Maometto, al punto da indurli a esaltare il terrorismo, non è un caso isolato.


È piuttosto la punta dell'iceberg. La verità è che nelle moschee e nelle scuole coraniche d'Italia gli imam ortodossi e zelanti praticano il lavaggio di cervello inculcando il rifiuto e l'odio della nostra civiltà nel nome del «vero islam».

La verità è che questi imam non sono un corpo estraneo o contrastante con le «comunità islamiche» che li seguono, ma rappresentano una realtà ideologica speculare e diffusa nel nostro Paese. Ma soprattutto è vero che il «nemico» da combattere e sconfiggere non sono né i singoli imam né l'insieme delle «comunità islamiche», ma è l'islam stesso che li ispira e che impone loro di invaderci strumentalizzando le nostre leggi e di sottometterci per imporci la sharia, la legge islamica.

Così come è vero che la strategia di islamizzazione dell'Italia e dell'Europa si sta attuando solo perché siamo noi italiani ed europei a consentirlo e persino a favorirlo, assoggettandoci alla dittatura del relativismo valoriale, perseguendo l'ideologia del multiculturalismo e del meticciato antropologico e culturale, per ingenuità, ignoranza, odio di se stessi, paura, interesse materiale o condivisione dell'islam.

In un'intervista pubblicata ieri dal «Giornale di Vicenza», l'imam Mezzereg sostiene candidamente: «Non ho mai fatto niente di male, ho solo portato avanti la mia missione religiosa», «voglio insegnare ai miei fratelli il vero islam». Nello specifico spiega che «Maometto ha detto che gli strumenti musicali sono un peccato», «invece che fare musica, è meglio se i bambini studiano la matematica, sono le parole del Profeta».

I fatti che hanno portato alla sua espulsione «per motivi di ordine pubblico» risalgono allo scorso gennaio, quando tre bambini di origine maghrebina della scuola elementare Marconi di Schio si tapparono le orecchie con le mani, dicendo che la musica è peccato e spiegando che l'imam aveva proibito loro di ascoltarla. E ai loro compagni dissero convintamente: «Quando siamo grandi torniamo in Italia con le bombe e vi facciamo saltare in aria. Vi ammazziamo tutti».

A fronte di questi gravissimi fatti, registriamo non solo la reazione indignata dell'imam, ma anche il sostegno ricevuto dai gestori e dai fedeli della sua moschea, il Centro islamico «La Guida Retta» di Schio. L'ex presidente, Abderrazzak Frimane, ha detto: «Questa inchiesta è una bomba che ha colpito Schio, una città accogliente, dove predicava un grandissimo imam, Sofiane, un uomo giusto. Qualcuno lo avrà sulla coscienza».

Ancor più significativa è la solidarietà espressa dalle insegnanti della scuola elementare Marconi: «Noi maestre siamo rimaste di stucco. Mezzereg era venuto diverse volte a scuola perché uno dei suoi figli frequentava qui, ma si era sempre comportato in maniera distinta e corretta». Viene sminuita l'importanza del fatto dei bambini che si sono tappate le orecchie perché la musica è peccato, dato che «è durato un giorno». Da rilevare che questa scuola elementare ha ben il 60% di bambini stranieri ed è stata elogiata come modello di integrazione.

Ricordo che quando il 6 settembre 2005 si decise di chiudere la scuola coranica della moschea di viale Jenner a Milano, dove circa 500 bambini da ben 15 anni venivano indottrinati ad esaltare la «guerra santa islamica» nell'inno mattutino, mentre sui testi veniva inculcata loro la cultura dello scontro, della separazione identitaria, della violenza religiosa e del martirio islamico, il prefetto Bruno Ferrante ne ordinò la chiusura non perché illegale, ma banalmente per «inagibilità dei locali». Fu così che si trasferì prima nei locali della moschea di via Quaranta e infine nei locali in via Ventura messi a disposizione dalle Acli.

Le istituzioni non sanzionarono né i predicatori d'odio che praticavano il lavaggio di cervello ai bambini né i genitori che sottraevano i figli al dovere della scuola dell'obbligo. All'opposto assecondarono gli islamici aiutandoli a preservare la loro scuola coranica sotto mentite spoglie. Ecco perché sono preoccupato non tanto per l'arbitrio, l'arroganza e la violenza degli islamici, quanto per l'ignoranza, l'ignavia e la collusione ideologica degli italiani.

La fine del Movimento francescano

La Stampa

Ho letto la busta paga di un senatore del M5S

Come sapete (lo scrissi su La Stampa alcuni giorni fa), è in corso un serrato dibattito all'interno del Movimento cinque stelle - nel direttorio  e non solo - su come modificare la regola francescana voluta da Casaleggio sulla restituzione dei soldi guadagnati da parlamentari. Al momento i parlamentari restituiscono (dovrebbero restituire) una quota fissa dell'indennità, e una quota variabile dei rimborsi, a un Fondo utilizzato prevalentemente per il microcredito.

La Stampa ha anticipato in quell'articolo che presto non sarà più così; non sarà più solo così. Mentre fino a oggi i parlamentari dovevano restituire i soldi a questo Fondo terzo, a breve potranno usarli direttamente (che è diversissimo dal restituirli), naturalmente, usarli "politicamente" o, come dice qualcuno di molto emergente nel Movimento, "usarli in maniere politicamente più proficue". Tradotto: significa finanziare feste di partito (pardon, di Movimento), eventi politici, eventualmente meet up e territori. Insomma, esattamente quello che fa un qualunque altro partito.

USARE I SOLDI POLITICAMENTE
Nulla di male, per carità: ma bisognerebbbe dirlo un po' chiaro alla pubblica opinione. Come capite, non è infatti questione di poco conto, o folkloristica: è il tassello decisivo della trasformazione in corso del Movimento cinque stelle da un alieno della politica a un partito che si sta insediando con le logiche dei partiti, e quindi si finanzia, spende soldi per i suoi eventi politici, eventualmente finanzia gruppi e territori. Naturalmente, la possibilità di usare i soldi (e non restituirli) aprirà spazi totalmente legittimati alla più ampia discrezionalità dei parlamentari. Se a qualcuno dei parlamentari verrà obiettata qualche disinvoltura - già oggi conosciamo molte storie di questo tipo - potrà sempre rispondere di aver finanziato il suo meet up. Proprio come un eletto del Pd.

Ogni tanto mi vengono segnalate storie incredibili, utili forse da conoscere perché simboliche, storie che testimoniano come già adesso si sia configurata in alcuni casi l'applicazione della regola dei soldi nel M5S. Grazie alla trasparenza che proprio il M5S ha introdotto, è molto facile, su un sito apposito, consultare le buste paga di tutti i parlamentari. Nella maggior parte dei casi le restituzioni sono aggiornate sul sito solo fino a maggio 2015, in qualche caso si è fermi più indietro. Ma va più che bene lo stesso. Per esempio è gustosissima, mi segnalano fonti interne al Movimento catanese, la situazione di Mario Giarrusso, avvocato, siciliano, noto per il suo temperamente gioviale e certe sue uscite in punta di garantismo (tipo "Renzi sarebbe da impiccare"). Ecco. La sua ultima busta paga pubblicata online dal Movimento è di marzo 2015. Leggiamola. 

11MILA EURO DI ENTRATE NETTE IN UN MESE
Giarrusso ha regolarmente restituito l'indennità eccedente (1657,83 euro netti su 4843 euro netti di indennità). Ma sui rimborsi le cose si fanno un po', come dire, poco francescane.  In effetti in quel mese dichiara di aver ricevuto rimborsi forfettari per 9420,68 euro netti (già una bella cifra, per un "cittadino" comune nell'Italia 2015), di averne spesi 8099,31 e di aver restituto la ben magra cifra di 654,71 euro di questi rimborsi.

Ancora più interessante (il poverello di Assisti però non si divertirebbe, e molto probabilmente neanche quel suo grande appassionato che è Gianroberto Casaleggio) è il dettaglio di queste spese: tolti 3446 euro netti per i collaboratori, ce ne sono 1880 euro di casa, un migliaio di taxi (un po' tantini eh, ma nulla di grave), un altro migliaio per il vitto (anche questo un po' tantino, considerando che il ristorante del Senato offre a dieci euro a pasto un buffet che consente di evitare il rischio della denutrizione), 214 di telefono, e 363 di altre spese e 244 di eventi sul territorio.

Insomma: in totale, in quel mese, tra stipendio e rimborsi sono rimasti nelle tasche del senatore del Movimento cinque stelle 11461,31 euro netti. Forse ricordo male, ma le cifre di cui parlava Grillo mi pare fossero lievemente più basse (nello Tsunami tour diceva che 2500 euro netti al mese andavano benissimo, per come era messa l'Italia, poi s'è un po' ammorbidito; e molti parlamentari hanno fatto il resto). Sia chiaro: Giarrusso non fa nulla fuori dalle leggi, nulla che non gli spetti: se fosse di un partito qualunque. Nel Movimento, diciamo che spende un po' tanto per le premesse francescane. 
Vedrete, la regole dei soldi al microcredito verrà cambiata.

Viaggio nella città del fumo dove nascevano le "bionde"

Stefano Giani - Sab, 03/10/2015 - 10:49

Oltre tre secoli di Manifattura tabacchi da via Moscova a Fulvio Testi Le sigarette hanno lasciato il posto a un museo e a una scuola di cinema

Il giorno che ci ha rimesso piede, la Pina ha pianto. L'ultima volta era uscita da lì più di tre lustri prima. E non ci era mai più voluta tornare. Evitava perfino il quartiere. Neanche fosse la peste. O la tana del demonio.



E quando l'Alberto - che di professione, dopo essere stato operaio, faceva suo marito - le proponeva di portarla a spasso là per rispolverare l'album dei ricordi, lei nicchiava. S'ingrugniva. Improvvisamente intristita. Allora lui cambiava programma e lei tornava a sorridere. La Pina aveva un'età, ormai. E, con i capelli bianchi, la nostalgia gioca tiri maldestri.

Alla Manifattura tabacchi ci era entrata ragazzina. Con un pugno di sogni in tasca, alla fine degli anni Cinquanta. Quelli della ricostruzione. E ne era uscita col magone. Un vitalizio in borsa. E la fine di una favola che coincideva con il tramonto di un millennio. Ci era cresciuta, là dentro, la Pina. Si era sposata. Aveva fatto due figli. Ci aveva lavorato, ma questo non l'aveva mai impensierita. Tutt'altro. Era quell'avventura che si chiamava vita. E, in quell'addio, sembrava morire con lei.

Lacrime spuntarono, nell'atrio, davanti a quello schermo. A quelle voci un po' così. Familiari. Rotte dall'emozione di quei tempi andati. La Manifattura ha cambiato nome. E di foglie di tabacco, là dentro, non ne entrano più. Oggi c'è un museo di cinema. Una scuola di recitazione. Insomma, è una piccola Cinecittà alla milanese, che ha voluto rendere omaggio al suo passato. Ha invitato i suoi reduci. Donne che hanno incartato sigarette per decenni. I tabacchini.

E la Pina ha dovuto rimetterci piede. Perché pareva brutto non farlo. Ci era entrata suo malgrado. Con gli occhi rossi. Si è ritrovata una cuffia in testa. E in mano un cellulare di ultima generazione. Una roba strana, diceva lei. Risentire vecchi rumori. Rivedere gli stanzoni dove si cambiava. Dove tirava via la costola senza rompere la foglia. Altrimenti la maestra urlava. Tosanett, fasen andà i man , gridava secca. Fin quando toccò a lei sorvegliare che i tosann facessero il loro lavoro. Ossia, ogni giorno 2400 bionde per una squadra di trenta ragazzine svagate che cantavano tutto il santo giorno. Chiacchieravano. E si davano di gomito se vedevano passare un bellimbusto.

La chiamavano maestrina, quella che oggi sarebbe la caporeparto. Era la carica più alta di una carriera al femminile. Oltre, non si andava. E quel nome sapeva di beffa. Anche se non lo era. Tuttavia aveva un fascino quella fabbrica del fumo. Dove le donne avevano conquistato il diritto alla sigaretta prima del voto. E dove era proibito fumare, tranne in mensa. Ma dove tutti se ne accendevano una e nessuno diceva niente. Perché dovunque ci si girasse c'era una stecca pronta.

Aveva un fascino unico perché precorreva i tempi. A metà del Novecento vantava ciò che nessuna azienda aveva. E, a conti fatti, nemmeno oggi ha. Una mensa. Una sala materna che ora si chiamerebbe nido. Un asilo. La bocciofila. Una chiesa. Perfino la sartoria. C'era spazio per tutto, laggiù in Fulvio Testi al 121. Ai margini della città. E ancora di più ce n'era nella sede precedente dove ai dipendenti venivano affidati perfino appartamenti. Un monolocale per chi era solo. Alloggi più ampi se si aveva a carico pure la famiglia. E si finiva così per abitare nel cuore di Milano a costo zero.

Oggi, di quello stabile tra il 22 e il 28 di via della Moscova, non è rimasto più nulla. L'ha sventrato una delle bombe del '43. E mai più fu ricostruito. Prima che vi entrassero tonnellate di tabacco era un convento. E Ferdinando II lo rispettò. Da oltranzista ultra cattolico, quale egli fu, si guardò bene dal toccare l'ordine, benchè certo non gli mancasse l'autorità. Assolutista ma non spietato, uomo buono e padre esemplare, l'imperatore d'Asburgo pretendeva di imporsi sui protestanti e serviva sua madre Chiesa. Istituì la Regalia del tabacco, non minacciò i Carmelitani scalzi che là si erano trasferiti nel Cinquecento e di lì a qualche settimana morì in pace. Sua. Ma non europea. Era il 1637. E la guerra dei Trent'anni, innescata proprio da lui, infuriava ancora.

A dare un tetto al fumo milanese fu un edificio a pochi metri da lì, proprietà dei conti Casati, che nel canone d'affitto pretesero 18 libbre di quello da fiuto. E venne Giuseppe II, nipotino di Ferdinando per parte di mammà e sovrano illuminato. Ma poco pio. Tanto che soppresse i Carmelitani, ne confiscò i beni e ci mandò i «fumatori», che lì rimasero. In saeculorum saecula . Correva l'anno del Signore 1780. E ne passarono 160 prima che le bombe sfrattassero le bionde.

In Fulvio Testi la Manifattura arrivò nel dopoguerra, ma già nel '27 i locali di via della Moscova avevano dato segnali di inadeguatezza e già allora il Demanio acquistò i terreni dalla Società anonima quartiere industriale Nord Milano. Nel '39 si comprò pure il binario del treno perché più comodamente fossero scaricate le forniture. Poi, dopo la guerra, fu l'ora del trasloco.

E proprio in quegli anni di lenta ripresa che si sarebbe trasformata nel Boom economico, la Pina, all'epoca poco più che una ragazza, iniziò a cercar lavoro. Ma non marito. Per il primo poteva bastare un concorso, il secondo era più complicato. Lei però, vincendo la gara, avrebbe trovato l'uno e l'altro. Ma, quel giorno, non lo sapeva. Perché l'Alberto era un «collega», per così dire. Scaricava le botti di Kentucky. Lavori di fatica. Riservati ai maschietti. Lei invece incartava sigarette. Più manuale. Meno impegnativo. Adatto anche a chi era incinta. E la Pina non aveva smesso neanche col pancione.
Come mai trovasse innaturale staccarsi dal lavoro, le sue coetanee non lo avevano mai capito.

La verità è che si era innamorata. In tutti i sensi. Delle mansioni. Del luogo. E di chi vi stava dentro. Insieme si sentivano una squadra unica, di quelle che corrono per vincere. Confezionavano Nazionali e Ms. E quando si ritrovarono queste ultime a chiare lettere su un bolide di Formula 1, sembrò anche a loro di sfrecciare a tutta birra sulle strade della vita. Negli anni Ottanta, l'Osella di Eddie Cheever non era macchina da primi posti, eppure era sempre in griglia. Piena di grinta. Come loro, che l'azienda non l'avrebbero mai lasciata. Ma avevano dovuto. A fine millennio, l'automazione sostituiva gli uomini. E fu l'addio. Ecco perché quel giorno la Pina piangeva.

«Fabbrica fantasma - Viaggio in realtà aumentata dell'ex Manifattura tabacchi» è il film multimediale realizzato dai ragazzi della Civica scuola di cinema, diretta da Laura Zagordi, che ha sede nell'ex stabilimento. Presentato come esperimento a Milano film festival, permette di rivivere una giornata del '55 nella fabbrica, osservando - attraverso un filmato sul telefonino e i rumori da ascoltare in cuffia - quanto vi avveniva quotidianamente. Il progetto verrà replicato.

Più di un miliardo di dispositivi Android a rischio

Corriere della sera

di Vincenzo Scagliarini

Una nuova edizione del bug Stagefright minaccia i dispositivi del robottino verde



Non c’è pace per Android. A minacciare il robottino una nuova edizione del bug Stagefright, una delle più gravi vulnerabilità nella storia del sistema operativo mobile di Google. La falla originale, scoperta a fine luglio (l’abbiamo raccontata qui) permette di prendere il controllo del dispositivo e sottrarre dati attraverso l’invio di un Mms. È tanto più insidiosa perché dà all’attaccante la possibilità di coprire le proprie tracce: sul telefono può esser cancellata perfino al notifica del messaggio infetto. È un attacco fantasma.

Soprattutto, non è legato a un’app o a un particolare modello di telefono: coinvolge un componente nel cuore di tutti i dispositivi Android. Stagefright era stata segnalata a Google nell’aprile scorso e lentamente i produttori stanno correndo ai ripari (è possibile verificare se il proprio dispositivo ne è affetto scaricando l’app Stagefright Detector). Nel frattempo Zimperium zLabs – l’aziendac che ha scoperto il primo bug – ha trovato un nuovo vettore d’attacco, perfino più grave del precedente. A essere coinvolto è sempre il sistema di gestione dei file multimediali (la libreria Stagefright appunto e Libutils), ma questa volta il codice malevolo può essere confezionato dentro video mp4 o file audio mp3, i formati più comuni per i filmati e la musica.
Come funziona Stagefright 2.0
Dal punto di vista dei criminali, la prima vulnerabilità aveva un limite: richiedeva la conoscenza di informazioni dettagliate della vittima, e cioè il numero di telefono al quale mandare l’mms infetto. Questa volta no: la nuova falla, chiamata Stagefright 2.0, è composta da due bug separati e può insediarsi anche dentro un sito accessibile a tutti. Può agire a strascico. L’utente può essere attaccato visitando una pagina web contenente file audio o video impacchettati con codice malevolo.
Non solo: possono essere create app che sfruttano il bug e possono essere infettate reti wi-fi.

Sfruttando i bug, i criminali potranno prendere possesso del dispositivo, sottrarre dati e perfino installare altri malware, e guadagnarsi così una porta d'accesso segreta ai terminali. Se la versione 1.0 del bug riguardava più di 950 milioni di dispositivi, questa volta – secondo i ricercatori di Zimperium – i device interessati supererebbero abbondantemente il miliardo. Perché, non riguardando più solo gli mms, la falla coinvolge anche i tablet senza una schedaSim.
Chi è a rischio
Non sono al riparo neppure i dispositivi aggiornati di recente con la correzione alla prima edizione della vulnerabilità. Né quelli con gli ultimi rilasci dell'attuale versione di Android, Lollipop. E gli antivirus mobile, in questo caso, sono inutili. Google è a conoscenza di Stagefright 2.0 dal 15 agosto e l’ha etichettata come “falla critica”. Sappiamo però che la correzione ai due bug verrà rilasciata da da Mountain View la prossima settimana. È proprio a causa di Stagefright 1.0 che, quest'estate, il robottino ha cambiato politica per gli aggiornamenti, per garantire agli utenti la minor esposizione possibile ai sempre più frequenti bachi nella sicurezza del sistema. Ora le correzioni sono diventate più regolari e cadono circa ogni 30 giorni.

Ma ciò riguarda quasi esclusivamente i terminali Nexus, e cioè i dispositivi a marchio Google: dovrebbero esser messi al sicuro già il 5 ottobre, quando è previsto anche il rilascio di Android Marshmallow (a quanto risulta, la versione 6.0 del robottino non è affetta da Stagefright 2.0). Di recente anche Samsung e Lg hanno assicurato cicli di update più rapidi: in questo caso Big G metterà a disposizione la soluzione al baco il 10 ottobre. Bisognerà poi attendere che i produttori applichino le correzioni e le diffondano sui loro dispositivi (potrebbero esser necessarie 2 o 4 settimane). Per tutti gli altri smartphone e tablet del vasto e frammentato mondo Android i tempi, purtroppo, sono più lunghi. Inoltre, è probabile che i device più vecchi di 18 mesi (di solito la durata del supporto da parte delle aziende) non verranno mai più aggiornati. E rimarranno sempre vulnerabili.
Come mettersi al riparo
Zimperium, che ha sviluppato anche Stagefright Detector, ha comunicato un aggiornamento dell’app, disponibile dal giorno in cui Big G rilascerà la correzione, che così sarà in grado di individuare anche la nuova edizione della falla. Suggeriamo a tutti i possessori di un dispositivo con il sistema operativo del robottino di scaricarla e verificare se il proprio terminale è vulnerabile. La buona notizia è che Symantec, una delle più grandi società specializzate in sicurezza, non ha ancora rilevato software malevoli in grado di sfruttare i nuovi bug. Finché tutti gli smartphone e tablet non verranno messi al sicuro, l’unica opzione valida è la cautela: meglio non visitare i siti di cui non siamo sicuri e non connettersi a reti wi-fi non protette. Infine consigliamo di aggiornare il telefono non appena comparirà la notifica di un aggiornamento del sistema operativo.

@vinscagliarini

AdBlock ma non troppo: ora mostrerà le pubblicità “accettabili”

La Stampa

L’estensione per browser web ha aderito all’Acceptable Ads Program e non filtrerà più tutti i contenuti pubblicitari, ma lascerà passare alcuni banner, video e spot. Il cambio di strategia potrebbe essere una scelta del nuovo proprietario, ancora anonimo

chiara severgnini



AdBlock, l’estensione per Opera, Chrome e Safari che nasconde le pubblicità, ha cambiato politica. Da oggi non bloccherà più tutte le inserzioni ma solo quelle ritenute fastidiose, lasciando visibili quelle «accettabili». La ragione? AdBlock ha aderito all’Acceptable Ads Program , un manifesto cui partecipano diversi siti internet, applicazioni ed estensioni uniti dall’obiettivo di «rendere internet un posto migliore per tutti - liberandolo dalle inserzioni fastidiose». 
I 40 milioni di utenti di AdBlock hanno saputo dell’importante cambiamento nella politica dell’estensione tramite un messaggio da parte del suo sviluppatore, Michael Gundlach: 



Nel testo si precisa che gli utenti potranno scegliere di disabilitare la nuova policy in qualunque momento. Ma perché questo cambiamento di rotta? Gundlach spiega che in precedenza non aveva voluto aderire al manifesto perché a controllare la lista delle pubblicità «accettabili» era AdBlock Plus, un’estensione rivale. Secondo Gundlach, il fatto che a stabilire quali inserzioni siano accettabili e quali no fosse AdBlock Plus non era l’ideale.

Solo pochi mesi fa, alcuni grandi inserzionisti - come Microsoft e Amazon - sono stati accusati di pagare l’estensione perché i loro banner rientrassero nella lista bianca. AdBlock Plus ha sempre sostenuto che a nessun inserzionista era consentito pagare per entrare nella lista delle pubblicità accettabili, ma la scarsa trasparenza nella sua gestione ha indotto Gundlach a non aderire al manifesto. Adesso, però, le regole sono cambiate: le decisioni saranno prese da un «gruppo di esperti imparziali», e anche AdBlock ha deciso di entrare nel programma. 

La vendita di AdBlock
Nel messaggio che annuncia le novità, il creatore di AdBlock rende noto anche che l’estensione è stata venduta a un anonimo acquirente. I dettagli non sono ancora stati resi noti, e questo ha sollevato alcune perplessità: c’è chi si chiede se «l’estensione potrà ancora essere reputata affidabile se il nuovo proprietario è sconosciuto». Quel che è certo è che AdBlock e i suoi simili fanno gola a molti. Ad acquistare l’estensione potrebbe essere stata un’azienda coinvolta nel business della pubblicità, oppure un inserzionista interessato a favorire i propri annunci. 

Come funziona l’Acceptable Ads Program
Le inserzioni «accettabili» devono essere chiaramente riconoscibili come pubblicità: i banner che inducono a cliccare imitando tasti o altre funzioni di un sito non vengono accettati. Le pubblicità, inoltre, non devono essere fastidiose, animate, rumorose o ingannevoli e non devono oscurare i contenuti delle pagine web. La lista delle pubblicità cui viene concesso di raggiungere gli utenti - assicura AdBlock Plus - può essere soggetta a cambiamenti in base alle segnalazioni degli utenti. 

Utenti e pubblicità online
Google ha calcolato che, in media, nel mondo viene visualizzato solo il 54 per cento di tutti gli annunci sul web (ma su YouTube la percentuale sale al 91 per cento). In Italia siamo nella media: visualizziamo il 56 per cento degli annunci sul web e l’89 per cento su YouTube. Le dimensioni del fenomeno sono tali da preoccupare chiunque abbia nelle pubblicità un’importante fonte di guadagno. 
Questi numeri, però, non significano che gli utenti siano contrari alle pubblicità di per sé. Un sondaggio di AdBlock Plus condotto nel 2011 ha rivelato che solo il 25 per cento degli utenti è «assolutamente contrario» alle inserzioni: per tutti gli altri, la pubblicità, purché sia «accettabile», è un giusto prezzo da pagare per sostenere economicamente i propri siti preferiti.

Questo è anche lo spirito dell’Acceptable Ads Manifesto, che sostiene: «Non odiamo le pubblicità, ma nessuno vuole inserzioni intrusive o pop-up che oscurano i contenuti. Quindi abbiamo trovato un buon compromesso: quello delle pubblicità accettabili». 

Apple al lavoro su un anello smart?

La Stampa
dario marchetti

È stato appena pubblicato un brevetto che mostra l’interesse dell’azienda verso un nuovo wearable



Dopo il polso, ora Apple punta alle dita. Anzi, al dito, visto che stando a quanto rivelato da un brevetto appena pubblicato negli Stati Uniti, l’azienda californiana sarebbe al lavoro su un anello intelligente. Il brevetto era stato presentato lo scorso 1 aprile, data che potrebbe non essere casuale visto che proprio in quel giorno, nel 1976, veniva fondata Apple.

Il documento dell’Ufficio patenti e brevetti americano relativo all’anello intelligente


Dotato di microfoni, sensori biometrici, fotocamera e persino di un piccolo display, sulla carta l’iRing (così è stato battezzato dalla Rete, anche se questo nome è stato già registrato dall’italiana IK Multimedia), sembra un Apple Watch miniaturizzato, una sorta di telecomando universale per gestire tutti i dispositivi della famiglia Apple, compresi quelli compatibili con HomeKit e CarPlay. Indossato sull’indice, ad esempio, e sfiorato col pollice della stessa mano, l’iRing potrebbe sostituire la corona digitale del Watch, oppure permettere di sfogliare i film sull’interfaccia della nuova Apple TV.

Ma non finisce qui: oltre che di touchscreen e di motore a vibrazioni come quello dell’Apple Watch, l’ipotetico anello dovrebbe supportare anche Force Touch, i sensori di movimento per comandare i gadget attraverso i gesti. Avrebbe perfino un microfono per avere i comandi vocali di Siri a portata di dito: tra gli utilizzi più fantasiosi descritti nel documento di Apple c’è anche quello per scambiare denaro con una stretta di mano. Come? Basta indossare l’anello, porgere la mano all’altra persona e pronunciare la frase dedicata.


80 anni fa la guerra d’Etiopia Il breve impero di Mussolini

Corriere della sera

di ANTONIO CARIOTI
Il 3 ottobre 1935 l’Italia avvia una guerra coloniale che si conclude vittoriosamente nel maggio 1936. Ma il dominio sull’Etiopia è minato dalla resistenza indigena e crolla sotto i colpi dei britannici nel 1941

3 ottobre 1935, l’Italia attacca l’Etiopia

Da tempo Benito Mussolini ambiva a estendere i possedimenti coloniali del nostro Paese in Africa orientale, che allora comprendevano l’Eritrea e la maggior parte dell’attuale Somalia. Il suo scopo era anche riscattare la sconfitta di Adua del 1896. Nel dicembre 1934 gli incidenti tra forze italiane ed etiopi a Ual Ual, ai confini tra la Somalia e l’impero del Negus Hailè Selassiè, offrono al Duce il pretesto per avviare una decisa campagna propagandistica e diplomatica, accompagnata da un’intensa preparazione militare. Il 3 ottobre 1935 le truppe italiane invadono il territorio dell’Etiopia, all’epoca unico Paese africano indipendente (a parte la Liberia), non colonizzato dagli europei.


Soldati italiani inneggiano al Duce al momento della partenza per l’Africa orientale, il 16 settembre 1935, alla vigilia dell’invasione

La grande mobilitazione

Mussolini sa che sta giocando una partita decisiva per consolidare il suo potere. E mobilita una enorme quantità di truppe per essere sicuro della vittoria. All’inizio delle ostilità le forze italiane ammontano in Eritrea a 110 mila militari nazionali, tra esercito e camicie nere della milizia, più 50 mila ascari, cioè soldati reclutati tra le popolazioni indigene delle colonie. Nella Somalia italiana già nel luglio 1935 ci sono 25 mila soldati nazionali e 30 mila ascari. Cifre destinate a salire nel corso del conflitto, fino a un totale di 330 mila militari italiani e 85 mila ascari al termine della guerra.

L’ultimo saluto di un militare italiano prima dell’imbarco

Le forze di Hailè Selassiè

Al possente corpo di spedizione italiano l’imperatore d’Etiopia, il Negus Hailè Selassiè, contrappone una forza di circa 250 mila uomini, molto inferiori come equipaggiamento, organizzati in armate al comando di capi tradizionali, i cosiddetti ras. Invece di scegliere la tattica della guerriglia, che sarebbe stata più redditizia, gli etiopi cercano di affrontare l’invasione con una battaglia campale, nell’illusione di replicare la vittoria di Adua. Una scelta che si rivelerà fallimentare.


Il Negus Hailè Selassiè (1892-1975), imperatore d’Etiopia

De Bono esita, il Duce è impaziente

L’offensiva italiana si sviluppa su due fronti. Il più importante è quello eritreo a nord, dove il comandante è Emilio De Bono. Secondario, ma non irrilevante, è quello somalo a sud, che vede le forze italiane al comando di Rodolfo Graziani. Dopo un’avanzata iniziale, De Bono procede con grande prudenza, tanto che nel novembre 1935 Mussolini, indispettito, lo sostituisce con Pietro Badoglio.



Una mappa delle operazioni militari nella guerra d’Abissinia (1935-1936). La linea verde è il confine dell’Etiopia nel 1935. La linea rossa è quella del fronte nel febbraio 1936, prima dell’avanzata decisiva. Le frecce rosse rappresentano le offensive italiane (se tratteggiate, sono quelle determinanti del 1936), le frecc