Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

giovedì 13 febbraio 2014

I parlamentari spendono ogni anno 7 milioni in carta

Corriere della sera

La voce più grande è la spesa per la stampa degli atti parlamentari. Ogni anno mettere a disposizione dei deputati copie cartacee di leggi, decreti ed emendamenti ci costa oltre 5 milioni di euro


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Ottantottomila seicento euro: tanto ha speso nel 2013 la Camera dei Deputati per acquistare giornali e riviste per il collegio dei questori. Si tratta di un esercito di lettori, si potrebbe pensare. In realtà no, il collegio è composto da tre persone: Stefano Dambruoso di Scelta Civica, Paolo Fontanelli del Partito Democratico e Gregorio Fontana di Forza Italia. Sono 29.500 euro a testa ogni anno, ovvero 82 euro al giorno, solo in quotidiani e periodici. La cifra, nero su bianco, i tre questori l’avranno vista di sicuro dato che sono proprio loro a elaborare il bilancio della Camera e a controllare che alla fine non ci siano spese folli. Non stupisce quindi che non abbiano notato nemmeno quanto spende la Camera ogni anno per le letture dei loro colleghi parlamentari. A carico dei contribuenti ci sono infatti anche i quotidiani e le riviste che finiscono tutti i giorni sulle scrivanie degli altri deputati: in totale 165 mila euro. Forse la produttività del Parlamento è così scarsa perché gli onorevoli passano tutta la giornata a leggere giornali?


Questa spesa tuttavia è poca cosa rispetto a quanto la Camera spende ogni anno per la carta. Sommando tutte le voci di bilancio la cifra nel 2013 arriva a 6 milioni di euro; dentro ci sono 388 mila euro per i vari tipi di carta e per materiali di cancelleria, e 30mila euro solo per consulenze su come stampare o rilegare i documenti. La voce più grande però è la spesa per la stampa degli atti parlamentari. Ogni anno mettere a disposizione dei deputati copie cartacee di leggi, decreti ed emendamenti ci costa oltre 5 milioni di euro. Eppure, per facilitare l’uso di documenti in formato digitale e ridurre le copie cartacee, il parlamento ha messo a disposizione di senatori e deputati un fondo per l’acquisto di tablet, computer e altre attrezzature informatiche: 2.500 euro a legislatura per ogni deputato, 4.000 euro per i senatori, in totale 2,7 milioni di euro. I parlamentari però non devono ancora avere grande dimestichezza tecnologica. Per Stefano Fassina del Partito Democratico, non si può lavorare senza carta e penna. “Non sono sicuro che siano completamente sostituibili perché a volte è necessario scrivere sui documenti. Io quando studio un provvedimento di legge prendo appunti, scrivo, metto in mezzo gli emendamenti. Non è proprio la stessa cosa”. In effetti, scrivere un appunto o un emendamento su un tablet è cosa diversa…bisognerebbe saperlo usare.

Se Montecitorio spende, qualcuno ovviamente incassa. La stampa degli atti parlamentari è affidata dalla Camera dei Deputati agli Stabilimenti Tipografici Carlo Colombo. Nel 2013 la Tipografia Colombo per questo servizio ha ricevuto 5 milioni 139 mila euro a cui si sono sommati altri 2 milioni 700 mila euro per il servizio di digitalizzazione degli stessi documenti. In totale la tipografia Colombo riceve ogni anno dalla Camera 7 milioni 800 mila euro. Ma come è stata scelta la società? “Abbiamo fatto una domanda scritta per capire come è stato assegnato l’appalto – ha detto Riccardo Fraccaro del Movimento 5 Stelle. Non ci hanno ancora risposto. Le posso dire che finora a queste domande relative ad altri ambiti ci hanno sempre detto che la gara è stata assegnata direttamente. Diciamo che al 90 per cento l’appalto è stato dato ad assegnazione diretta”. La Camera invece ci informa che la Tipografia Colombo per questo appalto ha vinto una gara europea.

I rapporti tra la Tipografia Colombo e la Camera dei Deputati non si limitano alla stampa dei documenti. Tra gli immobili presi in affitto dalla Camera c’è l’edificio di via Uffici del Vicario dal numero 9 al numero 15 e un ufficio in via Campo Marzio al numero 69. Il primo è di proprietà della Cosarl Srl, il secondo della Immobiliare Centro Storico Srl. Entrambe le società appartengono alla famiglia Colombo che così ogni anno riceve dalla Camera altri 1,2 milioni di euro. Un legame che dura da più di vent’anni. Sul primo contratto di locazione risalente al 1987 viene puntualizzato: “la Cosarl ha ottenuto dal Comune di Roma l’autorizzazione per lavori di consolidamento, modifiche interne e manutenzione straordinaria” dell’edificio in via Uffici del Vicario. Chi ha pagato la mega ristrutturazione? Il gruppo Colombo proprietario dell’edificio? Ovviamente no, l’affittuario: la Camera dei Deputati.

13 febbraio 2014

Il 90 per cento delle app bancarie sono vulnerabili

Corriere della sera

L’allarme di una ricerca. Molte sono facilmente attaccabili

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Quanto sono sicure le app bancarie, cioè quelle con cui si gestiscono i propri conti da smartphone e tablet? Poco, stando a una ricerca condotta da Ariel Sanchez di IOActive. Dalla sua analisi, infatti, salta fuori che, su un campione di 40 app per iOS, scelte tra quelle delle 60 principali banche del mondo, ben il 90% mostra delle vulnerabilità. Cioè dei difetti di programmazione, o negligenze da parte dei rispettivi sviluppatori, che potrebbero essere sfruttati dai criminali informatici per danneggiare l’utente. Alcune delle app prese in esame, tra l’altro, denotano difetti piuttosto gravi: circa il 40%, per dire, è vulnerabile a un attacco Man in the Middle. In pratica, un criminale potrebbe collegarsi alla medesima rete WiFi dell’utente, mentre usa la sua bella app, e sgraffignargli i suoi dati bancari.

FILTRI ANTI SPAM - Poco probabile? Si pensi quante volte ci colleghiamo, in aeroporto, alla prima rete libera che troviamo. Metà delle app esaminate, poi, mostrano una certa vulnerabilità agli attacchi di tipo XSS (Cross Site Scripting). Un parolone minaccioso, per indicare quegli attacchi malevoli dove basta visitare un sito, col proprio smartphone, per regalare a un criminale tante nostre informazioni personali, o passargli il controllo di alcuni comandi. Per esempio, inviare, a nostra insaputa, SMS ed e-mail dal nostro stesso smartphone. Non è certo una buona notizia, per quanti utilizzano app collegate al proprio conto corrente, tanto che lo stesso Sanchez, a conclusione della sua analisi, elargisce qualche consiglio agli sviluppatori che lavorano su questi software. Del resto, nemmeno il computer sembra una piattaforma molto sicura, quando si tratta di conti online. Anzi: in questo caso, confezionare qualche trappola ruba-dati è ancora più semplice.

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Così ci sono più criminali che ci provano e, prima o poi, qualche pesce cade nella rete. Una delle minacce più pericolose è il phishing, che consiste nel confezionare una pagina identica a un servizio online di fiducia (per esempio un modulo di pagamento con carta di credito), e poi “pubblicizzarla” a milioni di caselle di posta elettronica. Vuoi per mancanza di filtri anti-spam e software di sicurezza, vuoi per disattenzione, sono parecchi gli utenti che arrivano alla pagina, la credono autentica, e inseriscono i loro dati. Peccato che, a questo punto, i dati finiscano all’indirizzo e-mail del criminale. Figuriamoci se sono quelli di una carta di credito. È un esempio spiccio di una tecnica molto diffusa, per altro presente anche su smartphone e tablet, ma dove è più semplice accorgersi della fregatura (perché molte pagine web “tarocche” non sono studiate tenendo conto dei dispositivi mobili). Kaspersky Lab ha stimato che, tra il 2012 e il 2013, il numero di utenti colpiti da attacchi phishing è passato da 19,9 a 37,3 milioni, con un incremento dell’87%.

SPAM - Il crescente successo di questo tipo di attacco è legato alla sua evoluzione: un tempo, le finte pagine venivano diffuse tramite e-mail di spam, mentre ora la tendenza è di mandare link alle pagine sfruttando sistemi di messaggistica, come Skype. Qualunque sia il mezzo, qualunque sia la tecnica, per fortuna, ci sono alcune regole che, se seguite scrupolosamente, permettono di prevenire o limitare i danni, e far dormire sonni tranquilli al nostro conto online.

13 febbraio 2014





Le email della «finta» Apple e i furti di dati
Corriere della sera
Ogni giorno 200mila mail tentano di rubare password e dati carta di credito. Fenomeno in aumento, ma difendersi è facile

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PHISHING IN AUMENTO - Nella vita reale, comprar casa in un quartiere molto chic di solito equivale ad abitare in una zona sicura e ben servita. Nel mondo informatico, invece, sembra sia vero il contrario: se compri lo smartphone o il tablet più “in” del momento, ti ritrovi circondato da malintenzionati che vogliono i tuoi dati. E i tuoi soldi. L’assedio è virtuale, certo, ma non va sottovalutato. Una ricerca di Kaspersky Lab, azienda specializzata in sicurezza informatica, ha riscontrato dall’anno scorso una vera e propria impennata dei tentativi di furto di dati nei confronti degli utenti Apple tramite il sistema più “semplice” di adescamento: il phishing. In pratica, i criminali informatici creano un sito uguale a quello di Apple, lo mettono online e poi inviano milioni di email chiedendo agli utenti di verificare le loro credenziali di accesso. Chi casca nella trappola e inserisce username e password nel sito finto finisce per consegnare i propri dati direttamente a un pirata informatico.

Che poi li userà come meglio crede. Ma c’è anche chi non si limita a id e pw e dopo la procedura di login chiede agli utenti di inserire pure i dati della carta di credito, la data di nascita e l’indirizzo, così da averli a disposizione per fare acquisti online non autorizzati. Questo tipo di truffa non è nuovo, ma mentre nel 2011 si contavano circa un migliaio di email truffaldine al giorno che prendevano di mira gli utenti Apple, adesso siamo arrivati a oltre 200.000, con i criminali che sincronizzano i loro attacchi con le iniziative di marketing del colosso americano. Basti pensare che il 6 dicembre 2012, subito dopo l’inaugurazione degli store iTunes in India, Turchia, Russia, Sud Africa e altri paesi, sono stati rilevati più di 900.000 tentativi di phishing in un solo giorno.
Come riconoscere una email di phishing (12/07/2013)
ERRORI DI ORTOGRAFIA E LINGUE «STRANE» - Le email di phishing non si possono riconoscere dall’indirizzo di chi le manda: il mittente è sempre un indirizzo verosimile tipo “service@apple.com”, “CustomerService@apple.com” e simili. Di conseguenza, la nostra prima difesa è quella “linguistica”. Apple ci scriverà sempre e solo in italiano, ma i pirati sparano nel mucchio: se arrivano messaggi “da Apple” in inglese o altri idiomi, possiamo esser sicuri che si tratti di tentativi di truffa. Se invece il messaggio è in italiano, ma ci sono degli errori di ortografia o di grammatica, è altrettanto certo che non provengano dalla fonte ufficiale ma da qualche criminale informatico che sta improvvisando. Infine, quello che proprio non si può camuffare è l’indirizzo del sito sul quale il messaggio di phishing ci vuol mandare.

L'INDIRIZZO - Quando si clicca sul link presente nel messaggio, si apre il browser e qui tutti i nodi vengono al pettine. Mentre nelle mail si può “camuffare” l’indirizzo di chi le manda, nella barra dell’indirizzo del sito internet che stiamo visitando appaiono per forza le vere coordinate. Anche qui i pirati cercheranno di confondere le idee all’utente, facendo apparire la scritta “apple.com” da qualche parte, ma basta ricordarsi che “www.apple.com/” deve essere all’inizio dell’indirizzo. Se è così, siamo arrivati sul sito originale di Apple (attenzione che non si tratti di Apple scritto male, tipo www.aple.com o www.applle.com e simili), altrimenti stiamo navigando su un sito che con Cupertino non ha nulla a che fare.

OCCHIO A IPAD E IPHONE - Serve particolare attenzione quando si naviga su tablet e smartphone di Apple, perché i pirati sono molto furbi e adesso creano i finti siti della Mela con una immagine in alto che rappresenta la barra degli indirizzi del browser con sopra scritto www.apple.com. Dal momento che Safari nasconde automaticamente la “vera” barra degli indirizzi, questo potrebbe confondere qualcuno e farlo cascare nella trappola. Ricordiamoci, quindi, di tenere sempre gli occhi ben aperti quando un sito ci chiede i nostri dati. Anche se ci sembra il più affidabile del mondo.

12 luglio 2013 | 17:14

Sanremo , tre Festival in rosso: la Rai ha perso 20 milioni di euro

Corriere della sera

La Corte dei conti accusa Viale Mazzini: «Serve più rigore». Contestate le edizioni di Clerici e Morandi

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Il Festival di Sanremo costa troppo. È l’analisi della Corte dei conti, che è andata a controllare i bilanci e ha constatato che tra il 2010 e il 2012 il «rosso» accumulato dalla Rai è stato di oltre venti milioni di euro. Il riferimento è alle edizioni condotte da Antonella Clerici e Gianni Morandi (che fece anche il bis): un saldo negativo di 7,8 milioni per il 2010, 7,5 per il 2011 e 4,8 per il 2012. Lo squilibrio costi-ricavi è in miglioramento, ammette la magistratura contabile, che però sottolinea la necessità di un’adeguata «razionalizzazione dei costi».

Un’attenzione alle spese già in atto, assicura Giancarlo Leone, direttore di Rai1 dal novembre del 2012. Nel 2013 (Fazio) e nel 2014 (ancora Fazio, il via martedì) sono stati fatti passi avanti. L’anno scorso il Festival ha raggiunto il pareggio di bilancio. Quest’anno forse ancora meglio: «I costi del Festival sono stati già coperti da alcune settimane grazie a pubblicità e sponsor - spiega Leone -. A oggi il Festival è a costo zero, forse a fine rassegna potremo dire che ha prodotto anche degli utili. Come l’anno scorso il costo totale, comprensivo dei 7 milioni della convenzione con il Comune di Sanremo, è di 18 milioni».

Nella Relazione sul risultato del controllo sulla gestione della tv pubblica nel biennio 2011-2012, il monito della Corte dei conti non è rivolto esclusivamente a Sanremo. La Rai viene invitata ad adottare «un rigoroso piano di razionalizzazione e contenimento dei costi», compresi quelli di produzione, che impongono una «sostanziale riduzione», «in particolare per quelli riconducibili al Festival di Sanremo, alle fiction e alla programmazione finanziata con fondi diversi da quelli derivanti dal canone».

La Rai risponde con una nota ufficiale alle osservazioni dell’organo di controllo delle spese pubbliche: «Il piano industriale 2013-2015, approvato dal Consiglio di amministrazione, sta andando proprio nella direzione auspicata dalla Corte dei conti, che nel suo documento fa riferimento alle gestioni amministrative del 2011 e del 2012. Nel 2013 sono stati conseguiti importanti risultati in termini di maggiori efficienze e di internalizzazione delle attività che troveranno evidenza nel bilancio 2013 in corso di formazione».

I costi di Sanremo, soprattutto gli ingaggi a conduttori e ospiti, sono finiti spesso in mezzo a polemiche politiche: dal milione di euro a Bonolis (2009), anche se poi a farne le spese fu la povera Clerici («solo» 500 mila nel 2010). Nel 2011 - il conduttore era Gianni Morandi - le spese erano aumentate del 2,8% rispetto al 2010: a pesare maggiormente erano stati i costi per le «risorse artistico autorali» (+10,3%), specie per «coconduttori/cast fisso» (+743 mila euro) e «conduzione/direzione artistica» (+331 mila di euro), aumenti solo parzialmente compensati dalla riduzione delle spese per gli «ospiti» (-590 mila euro). Nel 2012 si parlò, mai ufficialmente, di un cachet da 800 mila euro per Morandi, mentre 700 mila andarono a Celentano, tutti devoluti in beneficenza.

Leone difende le gestioni del passato: «Il Festival rientra tra i programmi per cui è previsto il finanziamento dal canone. Quindi è improprio parlare di saldo negativo. Sanremo poi è un fiore all’occhiello, dà visibilità all’azienda, illumina e accende una rete: era considerato il costo fisiologico per un importante avvenimento televisivo che è nell’immaginario collettivo e serve da volano anche per promuovere altri programmi Rai». Però il vento è cambiato: «In tempo di crisi, l’attenzione ai costi è doverosa, per questo abbiamo apportato una manovra correttiva importante».



3 gennaio 1954: la Rai inizia le trasmissioni tv (03/01/2014)
Rai tv compie 60 anni: le immagini storiche (03/01/2014)
13 febbraio 2014

Il naso «vecchio» è proprietà privata

Corriere della sera

Paziente risarcito dal chirurgo estetico che ha pubblicato la sua foto prima dell’intervento: seimila euro di danni


Questione di naso. Il suo naso: quello che grazie a un riuscito intervento di chirurgia plastica nel 1991 credeva di aver per sempre mondato da un insopportabile inestetismo. Solo che nel 2010, per caso capitando sul sito Internet del chirurgo con studio in via Monte Napoleone, lo rivede: proprio lui, il suo (ex) naso, bellamente esposto, in una galleria di nasi nati sfortunati, per mostrare agli internauti aspiranti pazienti quali meraviglie plastiche potesse operare il medico su lineamenti in cerca di nuova identità psicofisica.

Giù le mani dal mio vecchio brutto naso, insorge l’ex paziente chiedendo e ottenendo dal chirurgo la rimozione della foto da cui si sente a posteriori insolentito. Ma in più, con l’avvocato Alfredo Piscicelli, vuole i danni per violazione della legge sulla privacy. E il Tribunale gli dà ragione, liquidandogli 6.000 euro: in effetti, ragiona la sentenza, il naso è stato pubblicato senza consenso dell’interessato, e non per i «motivi scientifici» addotti dal chirurgo, ma «per un fine, esclusivo o fortemente preminente, di mero lucro», cioè per «promuovere la conoscenza dell’attività del professionista e così incrementarne la clientela».

E l’accorgimento del chirurgo, quello di rendere sfuocata una zona limitata degli occhi sulla foto, «alla prova dei fatti è risultato inidoneo a impedire l’identificabilità».

13 febbraio 2014





Le regole da cambiare

Corriere della sera

di GIUSEPPE REMUZZI

Avvocati e cause contro i medici


I medici hanno sempre curato tutti, anche i nemici di guerra, anche i terroristi ma Chris Hawk un chirurgo - fra l’altro molto bravo - di South Carolina ha proposto che i medici questa volta smettano di curare gli avvocati o quanto meno quegli avvocati senza scrupoli che di loro iniziativa consigliano chi è stato dimesso da un ospedale a fare un’azione legale, chissà che non ci scappi un risarcimento. Cose che succedono Oltreoceano? No, adesso è così anche da noi. «Offriamo assistenza gratuita per ottenere risarcimento da errore medico. Solo dopo pagherai con una percentuale sulla somma ricevuta». «Evita il fai da te, rivolgiti ad un avvocato con massima tempestività». Sono due dei tanti annunci che inondano la Rete e si sentono ripetere fino alla noia in radio e in televisione persino nel corso dei programmi di salute. «Il nostro obiettivo è aiutare tutti quelli che hanno visto ledere i propri diritti».

È davvero così? Niente affatto. Da noi in 20 anni di attività un medico ha 80 probabilità su cento di avere un avviso di garanzia, ma ha anche 80 probabilità su 100 di venire assolto, a dimostrazione che la maggior parte delle cause intentate contro i medici è probabilmente senza fondamento. Quegli spot non tutelano affatto gli ammalati, tutt’altro, li danneggiano. Ormai esami e consulenze vengono richiesti non perché servano ma per paura dell’avvocato; e molti medici preferiscono evitare procedure anche necessarie se comportano qualche rischio. E non basta, i ragazzi cominciano a disertare certe specialità, quelle che ti espongono di più a contenziosi, l’ortopedia per esempio ma anche l’ostetricia e la neurochirurgia (negli Stati Uniti è già così, in Florida per esempio di neurochirurghi disposti ad operare in emergenza ce ne sono ormai solo 4 per 13 ospedali).

Assicurarsi per gli ospedali è sempre più difficile; qualcuno riesce solo con le grandi compagnie straniere ma servono tre milioni di euro all’anno. E poi c’è la franchigia e una serie di altre clausole tutte a vantaggio delle assicurazioni. È arrivato il momento che i medici si organizzino per difendere il loro operato - quando è stato impeccabile, s’intende - e che lo facciano insieme agli ammalati che sono loro le vittime del malcostume denunciato dal presidente dell’Ordine dei Medici di Milano in questi giorni.

Due cose le si potrebbero fare subito: 1) un’azione congiunta di Federazione degli Ordini e Servizio Sanitario che contrasti la pubblicità degli avvocati; facciamolo noi uno spot, fatto bene che spieghi quanto quella degli avvocati sia pubblicità fuorviante e serva solo a chi li fa e non agli ammalati. 2) una legge che vincoli il Servizio Sanitario ad assicurare tutti i suoi medici. Una legge del genere era già stata discussa in Parlamento qualche anno fa; poi si è fermata perché non andava bene agli assicuratori. Se il Servizio Sanitario assicurasse tutti i suoi medici con una sola polizza si risparmierebbe moltissimo, i dottori avrebbero più tempo per gli ammalati e potrebbero affrontare il loro lavoro con più serenità (avete idea di cosa voglia dire farsi operare da un chirurgo che ha paura che tutto quello che fa durante l’intervento possa essere oggetto di azione legale?).

13 febbraio 2014

Gran Bretagna, diecimila tweet razzisti al giorno

Corriere della sera

di Nicola Di Turi


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«Bianco», «negro», «corvo». Neanche i social network, a quanto pare, sono riusciti ad aggiornare il vocabolario dei razzisti. E dal momento che la rete ha offerto loro un’ulteriore vetrina, il fenomeno ha ufficialmente varcato ogni confine. A confermarlo arrivano i risultati dello studio “Anti-Social Media”, pubblicato venerdì scorso da Demos. I ricercatori dell’associazione inglese hanno monitorato Twitter per nove giorni, scoprendo come più di diecimila post tra quelli pubblicati quotidianamente contenessero ingiurie e insulti di stampo razziale.

Il campione era rappresentato soltanto da tweet in lingua inglese e in totale i ricercatori hanno monitorato il contenuto di 127 mila post. Tra questi, 10 mila sono stati rilevati come potenzialmente offensivi, a causa delle espressioni adoperate per colpire gli utenti sull’aspetto etnico, religioso e, appunto, razziale. Tra quelli scartati, invece, figuravano ad esempio semplici citazioni di volatili (corvi) non attinenti all’obiettivo dello studio. E proprio la selezione dei termini sensibili è uno degli aspetti più importanti della ricerca.

La lista dei termini classificati come razzisti è stata messa a punto in crowdsourcing con gli utenti di Wikipedia, che hanno aiutato gli autori Jamie Bartlett e Jeremy Reffin a stilare l’elenco delle parole da monitorare. Dopodiché sono arrivati i risultati della ricerca, con il responso finale: un tweet ogni quindicimila è risultato offensivo dal punto di vista razziale. Oltre cinquecento post al giorno, invece, vengono indirizzati direttamente a qualcuno con l’obiettivo di offendere e notificare la propria avversione, mentre solo l’1% chiama a raccolta altri odiatori per organizzare azioni potenzialmente pericolose.

Al contrario, quasi 90 mila tra i 127 mila tweet monitorati in totale sono stati classificati come non dispregiativi, ma pubblicati solo per descrivere alcune comunità di riferimento. Tra questi, ad esempio, spesso “Paki” non era altro che un troncamento di “pakistani”. Lo scorso dicembre, invece, il ministro ombra del partito laburista Jack Dromey era stato messo sotto accusa per aver apostrofato il postino come “Pikey” (termine usato per descrivere gli immigrati, a volte anche in maniera allusiva rispetto a loro eventuali precedenti con la legge). Dromey si scusò per il suo tweet, spiegando di avere notato soltanto la somiglianza tra il postino e Corporal Pike, un personaggio televisivo.

With Gareth Martin, the Pikey from the Erdington Royal Mail Sorting Office. A great guy! pic.twitter.com/785IYOC9kg
— JackDromeyMP (@JackDromeyMP) 13 Dicembre 2013
«Questi casi dimostrano come spesso quei termini non vengano adoperati per offendere o esprimere odio. Perciò lo studio attesta quanto sia arduo comprendere i contenuti potenzialmente offensivi degli utenti e soprattutto ciò che intendevano davvero», ha sottolineato Jamie Bartlett, direttore del centro di ricerca Demos e autore del report. Così, nonostante il vocabolario degli insulti razzisti pare sia rimasto sempre lo stesso, ci si può consolare con un dato in particolare: la maggioranza degli utenti non vuole offendere. E spesso, se ci riesce, magari non ne è del tutto consapevole.

Twitter @NicolaDiTuri

Troppi bisonti nel parco di Yellowstone Gli indiani: “Lasciateci libertà di caccia”

La Stampa

Polemiche sul destino degli animali: i ranger intendono eliminarli per poi distribuire la carne alle tribù locali, gli ambientalisti insorgono e gli indiani preferirebbero che fossero lasciati liberi, per poi consentire ai cacciatori di ucciderli, come avveniva nella tradizione


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I bisonti del parco di Yellowstone rischiano una carneficina, se si avventureranno verso il vicino Montana in cerca di cibo. I ranger potrebbero essere costretti ad eliminarne fra 300 e 600, per distribuire poi la carne alle tribù indiane locali.
Yellowstone è una specie di paradiso per questi animali simbolo del Far West, perché all’interno del parco naturalmente è vietata la caccia. I bisonti però non sanno di vivere in una riserva, e non conoscono i suoi confini. Si comportano in base alla loro natura, e se hanno fame si spostano dove pensano di trovare più cibo. Così spesso sconfinano, finendo nelle proprietà degli agricoltori e allevatori del vicino Montana. Quando queste migrazioni diventano troppo frequenti e consistenti, rovinando i campi, gli abitanti delle regioni vicine si lamentano e chiedono alle autorità di intervenire.

In base ai calcoli più recenti, la scorsa estate a Yellowstone c’erano circa 4.600 bisonti, che rappresentano quasi il picco raggiunto nel 2005, quando erano arrivati a 5.000 unità. Gli animali sono divisi in due grandi gruppi, uno di 3.200 elementi che vivono nella parte settentrionale del parco, e uno di 1.400 che stanno invece in quella centrale. In base agli accordi con il confinante stato del Montana, però, la popolazione nel parco dovrebbe sempre essere contenuta fra 3.000 e 3.500 bisonti. Al momento il numero è nettamente superiore, e se nelle prossime settimane le migrazioni aumenteranno, i ranger saranno chiamati ad intervenire. Tra 300 e 600 animali verranno uccisi, e la loro carne sarà distribuita tra le tribù indiane locali.

I biologi calcolano che bisognerebbe eliminare 600 bisonti ogni inverno per diversi anni, allo scopo di portare la popolazione sotto controllo, cioè compresa fra 3.000 e 3.500 unità. Una operazione massiccia era già avvenuta nel 2008, quando erano stati uccisi 1.600 animali. Dal 1985 ad oggi, in totale sono stati oppressi circa 7.000 bisonti, per tenere la popolazione sotto controllo.
Il piano per l’eventuale intervento, però, sta già provocando polemiche. Da una parte, infatti, gli ambientalisti si oppongono alla strage, e dall’altra gli indiani preferirebbero che i bisonti fossero lasciati liberi, per poi consentire ai cacciatori di ucciderli, come avveniva nella tradizione.

Quei tremila beduini dimenticati “Fu Sharon a deciderne il destino”

La Stampa

maurizio molinari

David Landau, direttore di “Haaretz”, in una biografia dell’ex premier Ariel Sharon descrive come fu lui a decidere nel 1972 lo spostamento di una tribù beduina per consentire alle manovre di svolgersi. L’Operazione “Oz” costò ai beduini almeno 28 morti


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Nel febbraio del 1972 le forze armate di Israele realizzano quelle che all’epoca sono le più grandi manovre militari di sempre. “Oz”, coraggio, è il nome in codice di un’esercitazione che dura sei giorni, alla presenza delle massime cariche del governo. La simulazione è il combattimento sul lato egiziano del Canale di Suez, in risposta scontri pesanti nel Sinai. Si tratta di uno scenario che anticipa l’anno seguente, quando durante la guerra del Kippur, Israele reagisce al blitz delle armate di Anwar Sadat attraversando a sorpresa il Canale. Ma “Oz” ha un prezzo ed a pagarlo sono circa tremila beduini di Abu Agheila. A raccontare quanto avvenne allora è David Landau, direttore di “Haaretz”, in “Arik”, una biografia dell’ex premier Ariel Sharon che descrive proprio come fu lui, nelle vesti di comandante del fronte Sud, a decidere il brusco spostamento di una tribù beduina per consentire alle manovre di svolgersi.

L’intervento dei soldati per allontanare i beduini causa almeno 28 vittime e il generale David Elazar, capo dello Stato Maggiore, riconosce il torto compiuto, ordinando ai beduini di tornare nelle proprie case senza però prevedere risarcimenti. A documentare per primo l’intera vicenda è il ricercatore americano Yitzhak Bailey, fra i più noti studiosi della vita delle tribù beduine, raccogliendo la testimonianza di uno sceicco della tribù di Tarabin ad El-Arish che lo porta sul luogo dell’espulsione forzata, mostrandogli anche le tombe dove sarebbero sepolte le vittime causate dagli scontri. Bailey, un ufficiale della riserva, fa rapporto al suo comandante militare Shlomo Gazit, senza ottenere alcun risultato e poi va da Mordechai Artzieli, reporter di “Hareetz”, che però sceglie non svelare quanto saputo in ragione del legame personale di amicizia con Sharon.

Tua moglie è dei Fratelli Musulmani? “E’ come avere una bomba nel letto, divorziare è legittimo”

La Stampa

maurizio molinari

L’ultimo messaggio di Mazhar Shahin, l’ascoltatissimo imam della rivoluzione egiziana, che punta a trasformare la militanza nella Fratellanza Musulmana in una causa di disgregazione, lite e separazione familiare.


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Per gli egiziani Mazhar Shahin è l’”imam della rivoluzione” da quando la moschea che guida, Omar Makram, ha associato nome e militanza con le proteste avvenute nell’adiacente Tahrir Square che hanno portato al rovesciamento di Hosni Mubarak tre anni fa. Da qui l’attenzione per ciò che Shahin dice e fa, soprattutto se si tratta di una sfida aperta ai Fratelli Musulmani che furono proprio i vincitori politici della battaglia contro il presidente-Raiss. “Se vostra moglie appartiene ai Fratelli Musulmani - ha affermato Shahin - il divorzio può essere legittimo perché una simile donna equivale ad avere una bomba dentro al letto”. 
E’ un affondo che entra nella vita delle famiglia egiziane e punta a trasformare la militanza nella Fratellanza Musulmana in una causa di disgregazione, lite e separazione. Il motivo è nella “violenza” che i fondamentalisti islamici esprimono e, più ancora in particolare, la “legittimazione degli attacchi suicidi”.

Il messaggio dell’”imam della rivoluzione” va ben oltre la condanna dei Fratelli Musulmani, messi al bando dal governo militare dopo la deposizione del presidente Mahmud Morsi, perché lascia intendere la volontà di estirpare le loro idee dall’interno dei nuclei famigliari. Non a caso Shahin aggiunge: “C’è però una soluzione, potete chiedere a vostra moglie di rescindere ogni legame con i Fratelli Musulmani e se lei lo farà, il matrimonio sarà salvo”. Come dire, ci si può emancipare da un’ideologia paragonabile ad una “bomba” e il nucleo famigliare è il luogo più adatto per farlo. Certo, l’imam si rivolge solo ai mariti puntando l’indice contro le mogli “sospette” - nel rispetto della legge islamica che consente all’uomo di ripudiare la coniuge e non viceversa - ma il messaggio arriva comunque a tutti: non c’è posto per i Fratelli Musulmani dentro la società egiziana. Proprio come sostiene Abdel-Fattah al-Sissi, il generale leader del governo di transizione che spera di diventare presidente.

Svelato messaggio in codice vichingo di 900 anni fa. Diceva: “Baciami”

La Stampa

Per anni avvolto dal mistero, ma è solo una delle ottanta inscrizioni Il runologo: “Probabilmente usati nell’apprendimento”


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Un codice vichingo del XIII secolo che per anni è stato avvolto dal mistero, è stato decifrato dal runologo K. Jonas Nordby dell’Università di Oslo.Il messaggio segreto che celava, era: `Baciami´. Nordby è studente di dottorato ed è riuscito a decifrare il codice «jotunvillur» iscritto su una tavola di legno. 
Il messaggio `baciami´ è solo una delle ottanta iscrizioni norvegesi presenti nel codice. «È stato come risolvere un puzzle - ha dichiarato Nordby - a poco a poco ho cominciato a riconoscere un modello in quello che apparentemente era un mucchio insignificante di combinazioni di rune».

Secondo lo studioso, le rune in questione non nasconderebbero però profondi segreti, ma sembrano messaggi usati nell’apprendimento oppure con un tono giocoso. «Si tratta probabilmente, nel complesso, di brevi messaggi semplici, di tutti i giorni. Come, appunto, `baciami´». 

E il “mangiapreti” Craxi disse: non fate mancare i soldi ai preti

La Stampa

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Veniva firmato trent’anni fa il nuovo Concordato che inventò l’otto per mille. Acquaviva: il premier pensava che le parrocchie avessero un ruolo positivo


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Trent’anni fa, il 18 febbraio 1984, nella stessa Basilica di San Giovanni in Laterano dove Mussolini l’aveva firmato nel ’29, Craxi siglava con il cardinale Agostino Casaroli il nuovo Concordato. C’erano voluti cinquantacinque anni, per arrivare alla revisione del testo voluto dal Duce e trasferito tale e quale nella Costituzione repubblicana, con quell’articolo 7 votato da De Gasperi e Togliatti, contro la volontà di Nenni, repubblicani e liberali.

Nell’84 le norme concordatarie erano già superate da un pezzo, la religione cattolica da tempo non era più la sola professata in Italia, l’indissolubilità del matrimonio era stata travolta dall’introduzione del divorzio, nel ’70, e dal fallimento del referendum abrogativo, nel ’74, dopo il quale, nuova sconfitta per la Chiesa e per i cattolici, era arrivata anche la disciplina dell’aborto. E al di là di questi problemi evidenti e ormai consolidati, c’era da rivedere tutta la materia finanziaria e fiscale dei rapporti tra Stato italiano e Vaticano, regolata da una serie di privilegi, ma anche dal sostanziale vassallaggio che il Duce aveva imposto al Papa, approfittando dell̵