Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

giovedì 6 febbraio 2014

Bechis: la Boldrini e l'agenzia per l'immagine

Libero


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Una nuova puntata de L'abitacolo, la rubrica del vicedirettore di Libero Franco Bechis.  Oggi, giovedì, 6 febbraio è dedicata al presidente della Camera. Laura Boldrini ha deciso di arruolare una società- la Hagakure srl- per dare la caccia a chi sul web e sui social network deride l'immagine della Camera e della stessa presidente. Segnaleranno e chiederanno la chiusura degli account irriverenti, magari di chi fa fontomontaggi ironici o spinti. Come accadde qualche mese fa per chi aveva realizzato un fotomontaggio osè della deputata di Sel. Un compito da questurina, anzi da servizio d'ordine della Armata Rossa. Pagato con i soldi degli italiani (49 mila euro fino ad agosto), che già consentono alla Boldrini un superufficio stampa con 33 assunti, a cui ora se ne aggiungono altri due...


Coca Cola, da lattine e bottiglie alle capsule come quelle per il caffè

La Stampa

La società ha acquistato per 1,25 miliardi di dollari il 10% di Green Mountain Coffee Roasted, il produttore del caffè in cialde per lanciare un nuovo modo di consumare le bevande gassate


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La Coca Cola ha acquistato per 1,25 miliardi di dollari il 10% di Green Mountain Coffee Roasted, il produttore del caffè in capsule, e ha siglato un accordo di partnership decennale per lanciare un nuovo modo di consumare le bevande gassate. 
L’intesa consentirà di trasformare la Coca Cola, la Diet Cola, la Sprite e la Fanta cioè i suoi principali marchi, in bevande da sorbire non solo in bottiglia e in lattina ma anche in capsula. In pratica sarà possibile produrle direttamente in casa, o in ufficio con una macchina simile ai gasatori lanciati da SodaStream, una società israeliana che vende dispositivi per trasformare in soda l’acqua potabile. 

Green Mountain è la maggiore catena che vende macchine per fare in casa il caffè, il the e il cioccolato in capsule e ha distribuito nel mondo 30 milioni di le macchine da caffè Keuring, acquistate dal 13% delle famiglie americane. Green Mountain ha siglato l’intesa con Coca Cola, ma senza legarsi in esclusiva, per cui potrebbe firmare accordi simili anche con altre ditte produttrici di bevande, inclusa la Pepsi, la quale l’anno scorso ha smentito i rumor di una scalata a SodaSteam. Attualmente Green Mountain ha accordo del tipo di quello siglato con Coca Cola, per produrre caffè con le catene Starbucks e Dunkin Donats.

Stop alle mutilazioni genitali

Corriere della sera

di Nicoletta Pennati - 05 febbraio 2014

Sono più di 140 milioni le bambine e le donne vittime. Oggi, in occasione della Giornata internazionale, viene lanciata da Plan Italia, una petizione al nostro Governo


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Più di 140 milioni di bambine e di donne sono state mutilate ai genitali. Di queste oltre 100 milioni si trovano in 28 Stati africani. In Egitto, Eritrea, Mali, Sierra Leone e nel nord del Sudan il fenomeno tocca quasi la totalità della popolazione femminile (più dell'80 per cento). Ma le vittime di questa menomazione non vivono soltanto nei Paesi in via di Sviluppo, ma anche in Italia. Ne sono vittime, silenziose, decine di migliaia di bambine e donne di immigrati. A loro e a tutte le donne, è dedicata, oggi 6 febbraio la Giornata Internazionale contro l'Infubulazione e le Mutilazioni Genitali Femminili (MGF).

Questa orribile pratica è una violazione dei diritti umani e in particolare viola i diritti delle bambine di essere protette contro la violenza, rispettando la loro dignità, privacy e integrità fisica. Il Parlamento Europeo, nel Giugno 2012, ha condannato le mutilazioni genitali femminili, indicandole come “una violenza che per nessuna circostanza può essere giustificata nel rispetto delle tradizioni culturali di vario genere o di cerimonie di iniziazione”. Sebbene sulla carta, a livello internazionale, vi siano leggi che vietano le mutilazioni, i provvedimenti intrapresi sono rari. Ma se non si interviene, l'orribile pratica continuerà con 30 milioni di giovani a rischio di mutilazione nei prossimi dieci anni.

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Per fermare le mutilazioni genitali femminili Plan Italia ha lanciato l'anno scorso una petizione e quest'anno la ripropone. Obiettivo: fare pressione sul governo italiano perché vengano stabilite sanzioni per chi pratica le mutilazioni genitali, sia fornita assistenza sanitaria gratuita alle bambine e alle donne che soffrono per le complicanze e sensibilizzare sul tema. “Far capire l'importanza di abbandonare queste pratiche è possibile” spiega Tiziana Fattori, Direttore Nazionale di Plan Italia. “Un esempio: in Guinea Bissau dove il 49,8 per cento delle bambine ne è vittima di mutilazioni genitali, Sawandim Sawo (nella foto) che per 18 anni ha praticato le mutilazioni, grazie ai nostri interventi ha preso coscienza e ha smesso di farlo perché non si rendeva conto dei gravi problemi di salute che causava. Nelle comunità dove lavoriamo e dove sono praticate le mutilazioni genitali femminili, stiamo lavorando per far cambiare le norme sociali e nei comportamenti delle comunità stesse. Ma questo non basta. E' necessario raggiungere con la nostra petizione 5000 firme e spronare la classe politica a scendere in campo”.

Conti pubblici? In Germania gli ex comunisti li fanno meglio

La Stampa

tonia mastrobuoni

I Comuni della ex Ddr sono i più virtuosi: sette delle nove città maggiori dell’ex area comunista hanno azzerato i debiti tra il 2010 e il 2012. A ovest, invece, i debiti sono cresciuti in 42 delle 63 grandi città.


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Chi coltiva la vulgata sulla Germania est spendacciona e parassitaria, dovrà ricredersi. I Comuni della ex Ddr sono i più virtuosi: sette delle nove città maggiori dell’ex area comunista hanno azzerato i debiti, tra il 2010 e il 2012. Oltretutto, a fronte di introiti da tasse mediamente minori, rispetto alle “sorelle” occidentali. A ovest, invece, i debiti sono cresciuti in 42 delle 63 grandi città. 

Dresda, ad esempio, si è inflitta l’austerità vendendosi un intero quartiere - 48mila appartamenti - per un miliardo di euro. Altri Comuni hanno tagliato le spese, tuttavia il problema resta la scarsa capacità di autofinanziarsi attraverso le imposte. Il gap rispetto alla parte occidentale viene compensato con i meccanismi di solidarietà e perequazione tipici del sistema federale tedesco, ma il problema resta la maggiore debolezza fiscale della ex Germania comunista, dovuta al fatto che il quartier generale di gran parte dell’industria è, ancora, in occidente.

Chi produce smartphone e tablet deve pagare i diritti agli autori»

Corriere della sera


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MILANO - «La definizione è importante. Questa situazione è complicata perché ci sono troppi equivoci. Di sicuro non si tratta di una tassa sugli smartphone. E poi cosa vuol dire copia privata? Non l’ho capito. Qui si parla di compenso dell’autore». Gino Paoli, cantautore, 79 anni, è il presidente della Siae, la Società italiana degli autori ed editori, ed è determinato a mettere ordine sull’argomento, fronteggiando «la propaganda delle multinazionali».

Riassumendo la questione, c’è in ballo la rideterminazione dei compensi per copia privata da parte del ministero dei Beni culturali - prevista come aggiornamento del Decreto del 30 dicembre 2009 - che i produttori di smartphone, tablet, e computer dovranno versare alla Siae, che a sua volta girerà agli autori. «Si tratta di un compenso - spiega Paoli - in cambio della possibilità di effettuare una copia personale di registrazioni, tutelate dal diritto d’autore. Questo compenso, però, non deve essere a carico di chi acquista lo smartphone ma del produttore, che riceve un beneficio dal poter contenere sul proprio supporto un prodotto autorale come una canzone o un film. È previsto anche in Francia e Germania».

L’«equo compenso» è già presente e verrà aggiornato. Oggi paghiamo 0,90 euro per gli smartphone, niente per i tablet e 1,90 euro per i computer. In base a una tabella provvisoria (il ministero ha parlato della necessità di un supplemento di indagine), il compenso salirebbe a 5,20 euro per smartphone e tablet, 6 per i computer, più Iva. «Si tratta di fissare la tariffa - prosegue Paoli -. In Italia il prelievo è pari allo 0,12% contro il 5,12% della Germania. Eppure smartphone e tablet da noi costano in certi casi anche di più. La battaglia di Confindustria Digitale punta a proteggere le multinazionali, che spesso non pagano nemmeno tutte le tasse in Italia e che di certo non producono qui. Mentre la Siae rappresenta un milione e mezzo di lavoratori, che paga le tasse in questo Paese. Dobbiamo ricordarci che l’industria culturale vale il 5% del nostro Pil. Quello che chiediamo non è una tassa. Quando prendiamo un taxi paghiamo la corsa e lo consideriamo il compenso per il servizio ricevuto, non una tassa».

Per Paoli è importante che si capisca l’«importanza della Siae»: «Sono stanco di sentirla definire un carrozzone. Sto cercando di cambiarla, ora è un palazzo di vetro. È un’istituzione importante, un presidio di libertà per gli autori». E su chi fa i conti dei possibili nuovi introiti per la Siae - tra i 160 e i 200 milioni in base alle stime di vendita per il 2014 di smart, tablet, pc e tv con presa Usb - Paoli taglia corto: «Il problema è mal posto. Noi stiamo rivedendo la tariffa. Il resto sono solo ipotesi. Potrebbero vendere di più, come di meno. Ma il punto è il diritto d’autore».


  • Equo compenso, possibili aumenti fino al 500% Torelli
  • Le cifre - 5,20 euro per uno smartphone, 40 per un decoder


  • 06 febbraio 2014

    Chiude l’ex stabilimento Invernizzi E Susanna tutta panna impazza su eBay

    Corriere della sera

    A dicembre l’azienda ha vuotato i magazzini del vecchio materiale, pupazzi compresi regalati ai dipendenti


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    Sembrava un grazioso regalo natalizio, era un infausto segnale premonitore della chiusura dell’azienda: l’ex Invernizzi di Caravaggio, del gruppo Lactalis(leggi, già proclamati gli scioperi).
    A Natale i dirigenti dello stabilimento si erano premurati di regalare a tutti i dipendenti un esemplare della bambolina Susanna, ultima edizione anni 90. «Ci hanno detto che volevano svuotare i magazzini - racconta Augusta, 32 anni al servizio del «formaggino di massa» nello stabilimento di Caravaggio - l’abbiamo preso come un gesto carino. Adesso, considerata la situazione, siamo turbati». Oggi la biondina tutta panna fa gola agli appassionati del modernariato e del vintage e qualcuno, tra i dipendenti della Lactalis, alla luce della chiusura annunciata nei giorni scorsi dall’azienda, medita di compiere il gesto «sacrilego»: rivenderla su eBay.

    Dopo i voli sulle spiagge della Versilia e della riviera romagnola, quando gli elicotteri degli Invernizzi lanciavano sui bagnanti migliaia di mucche Carolina e bambole Susanna già gonfiate, ora la bimba del formaggino Milione impazza sui siti di aste on-line. Il prezziario è vario: dalla versione gonfiabile che viene battuta attorno ai 150 euro a quella «mignon», altezza 10 centimetri, a 35 euro. Si trova anche la mitica Palla pallina di gomma pesante, 4 centimetri di diametro per 35 euro. E ancora gli adesivi di Susanna, l’album figurine, i gonfiabili pubblicitari e addirittura i punti raccolta per vincere la bambola: 10 euro cadauno.

    La più ricercata è però la mucca Carolina, il modello da gonfiare parte da 200 euro. Sono tutte idee nate dai fratelli Remo e Romeo Invernizzi, entrambi ormai scomparsi, che per pubblicizzare i prodotti con il nome di famiglia, invece di affidarsi a un guru della pubblicità, scelgono di far da se creando una loro agenzia pubblicitaria. Nascono quei personaggi riuscitissimi che domineranno a lungo i caroselli e i giochi di milioni di bambini fino agli anni Novanta: la mucca Carolina, il toro Annibale, la bambola Susanna «tutta panna», i gattini Geo e Gea, Camillo il coccodrillo. Ora proprio lo stabilimento che per primo li vide prender forma, il più rappresentativo della storia dell’azienda Invernizzi, chiude. Come direbbe Susanna, «Pitupitum-pa!”» .

    05 febbraio 2014

    La denuncia dell’Onu: «Le politiche del Vaticano hanno permesso abusi su bambini»

    Corriere della sera

    Il Palazzo di Vetro accusa la Santa Sede e la invita ad aprire indagini sui casi di pedofilia all’interno del clero

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    ROMA - Pesante atto d’accusa della commissione Onu per i diritti dei minori nei confronti del Vaticano a proposito dei preti pedofili. In un durissimo rapporto di sedici pagine , l’organismo delle Nazioni Unite denuncia le politiche della Santa Sede che hanno permesso a religiosi di abusare sessualmente di decine di migliaia di bambini e ragazzi. E chiede “l’immediata rimozione” dei responsabili di quegli atti, che dovrebbero essere “consegnati” alle autorità civili, oltre all’apertura degli archivi sui pedofili e sugli uomini di chiesa che hanno coperto i loro crimini. Affinché non ci fossero dubbi, il presidente del Comitato Onu per i diritti dei bimbi Kristen Sandberg , precisava poi che il Vaticano ha violato la convenzione per i diritti dei minori.


    L'Onu accusa il Vaticano di aver protetto i pedofili (05/02/2014)
    Pedofilia, 400 sacerdoti spretati in due anni da Ratzinger (18/01/2014)

    LA REPLICA DEL VATICANO - Dopo oltre due ore, e con una risposta che sembrava rivelare anche un certo imbarazzo, arrivava la risposta del Vaticano. La Santa Sede, in una nota, faceva sapere che sottoporrà a «minuziosi studi e esami» nel rispetto della Convenzione, le accuse ricevute dall’Onu, ma che vede in «alcuni punti» delle Osservazioni ricevute oggi un «tentativo di interferire nell’insegnamento della Chiesa cattolica sulla dignità della persona umana e nell’esercizio della libertà religiosa». Il Vaticano poi, sempre nella nota, spiegava che: «La Santa Sede reitera il suo impegno a difesa e protezione dei diritti del fanciullo, in linea con i principi promossi dalla Convenzione sui diritti del fanciullo e secondo i valori morali e religiosi offerti dalla dottrina cattolica».

    «CAMBIARE IL DIRITTO CANONICO» - Il rapporto Onu è stato redatto dopo un’indagine condotta il mese scorso con audizioni pubbliche di alti esponenti della Santa Sede. Al punto 14 Il Comitato raccomanda alla Santa Sede una completa revisione del suo assetto normativo, in particolare il Codice di diritto Canonico in modo di assicurare una completa aderenza alla Convenzione Onu per la protezione dei bambini. Perché come il Comitato scrive a pagina 10, «gli abusi sessuali dei bambini non sono “delitti contro la morale”, ma crimini». E raccomanda ancora un meccanismo che ad un alto livello abbia il mandato e la capacità di coordinare le normative a favore dei diritti dei bambini attraverso tutti i consigli pontifici , e le conferenze episcopali e le istituzioni religiose che sono sotto l’autorità della Santa Sede.

    CARDINALE O’MALLEY - Il Rapporto chiede anche che a questo scopo siano previsti bugdet adeguati. Il Documento poi fa riferimento alla Commissione di indagine decisa da Papa Francesco lo scorso dicembre al termine del cosidetto G8 dei cardinali , annunciata dal cardinale Sean O’Malley , e sollecita il fatto che i risultati dell’indagine diventino pubblici. Chiede anche che la Santa Sede conduca delle indagini sul personale religioso che lavora nelle lavanderie di Magdalene in Irlanda e che i risultati vengano resi noti alle autorità civili. Nel documento la Santa sede viene invitata a rivedere le proprie politiche per assicurare il rispetto dei diritti dei bambini e la loro possibilità di accedere alle cure mediche. Il comitato ha emesso il documento dopo che, come detto, a gennaio aveva interrogato esponenti del Vaticano per un giorno intero sull’implementazione della Convenzione Onu dei diritti del bambino, il principale trattato delle nazioni unite per la tutela dei minori . Nel rapporto, il comitato critica aspramente il Vaticano anche per il suo atteggiamento verso l’omosessualità, la contraccezione e l’aborto. Il Comitato dell’Onu è formato da esperti indipendenti .

    05 febbraio 2014

    Maria Antonietta Calabrò

    Google-Ue verso un accordo: Big G mostrerà i risultati anche di tre servizi concorrenti

    Corriere della sera


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    Google sta avanzando nuove concessioni di «vasta portata» all’antitrust Ue che si avviano a convincere la Commissione per la chiusura dell’indagine per abuso di posizione dominante nelle ricerche su Internet. Lo ha riferito il commissario Ue alla Concorrenza, Joaquin Almunia, che si è detto «fortemente convinto» che le nuove proposte siano sufficienti a risolvere i problemi con i concorrenti, segnando una tappa decisiva nel procedimento aperto tre anni fa. «Si tratta di un importante passo avanti», ha spiegato Almunia ai giornalisti a Bruxelles. Con la nuova proposta Google garantisce che ogni volta che promuove i propri servizi di ricerca specializzati sulla sua pagina web (ad esempio per prodotti, alberghi, ristoranti, ecc), vengano visualizzati anche i servizi di tre concorrenti, selezionati attraverso un metodo obiettivo, in modo che siano chiaramente visibili e paragonabili dagli utenti.

    «Senza impedire a Google di migliorare i propri servizi – ha spiegato la Commissione Ue – la società fornirà agli utenti una reale possibilità di scelta con concorrenti analoghi, dando agli utenti il potere di selezionare l’alternativa migliore». Google ha una quota di mercato nella ricerca web di circa il 90% in Europa, rispetto al 70% circa negli Stati Uniti. Le proposte del colosso di Mountain View saranno inviate per una consultazione ai 18 concorrenti che avevano presentato un esposto a Bruxelles, prima che la Commissione europea prenda una decisione definitiva, nei prossimi mesi, per la chiusura di un’indagine iniziata alla fine del 2010. Una volta che sarà raggiunto un accordo, le concessioni saranno giuridicamente vincolanti per Google per cinque anni in tutta l’Unione europea. Il consigliere generale del gruppo, Kent Walker, ha dichiarato che «saranno apportate modifiche significative nel modo in cui Google opera in Europa, abbiamo lavorato con la Commissione Ue per affrontare le questioni sollevate e lavorare per guardare al futuro». Una eventuale condanna per abuso di posizione dominante costerebbe alla società una multa pari al 10% del suo fatturato annuale, ossia circa 5 miliardi di euro.

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    La conformità di Google ai termini dell’eventuale accordo verrà controllata da un fiduciario scelto da Bruxelles, che lavorerà in modo indipendente rispetto alla Commissione. «Le concessioni – ha evidenziato Almunia – sono di vasta portata e hanno il chiaro potenziale di ripristinare condizioni di parità con i concorrenti. Nessuna autorità antitrust al mondo ha ottenuto simili concessioni». La Federal Trade Commission statunitense ha indagato Google l’anno scorso per abuso di posizione dominante, arrivando tuttavia alla conclusione che non ci fossero le condizione per aprire una procedura di infrazione. I concorrenti di Mountain View non sembrano altrettanto impressionati dalle concessioni offerte da Google. La lobby che li raccoglie, Icomp, chiede a Bruxelles più tempo per valutare le novità attraverso un test di mercato. «Senza una recensione di terzi, Almunia rischia di farsi gettare fumo negli occhi da Google», viene affermato dal gruppo di concorrenti. Il commissario Ue ha sottolineato che una ulteriore e differente indagine antitrust sul sistema operativo di Google, Android, è ancora in corso.

    Sono stati necessari tre anni di tesi negoziati per l’accordo tra Google e l’antitrust europeo, che risolve le accuse di abuso di posizione dominante sul mercato da parte del re americano dei motori di ricerca. Ben due volte un’intesa era parsa a portata di mano solo per fallire, davanti alle dure obiezioni di società concorrenti da Microsoft a Expedia a TripAdvisor – e della Commissione europea – insoddisfatte dalle offerte di Google per dare maggior spazio ai servizi delle rivali nei risultati delle ricerche online. Con un ultimatum della Ue a fornire una nuova proposta nel giro di poche settimane, pena un’inchiesta approfondita e una potenziale pesante multa, Google ha alle fine offerto termini considerati accettabili, che la vedranno dare uguale rilievo a servizi e prodotti rivali rispetto ai propri.

    L’indagine era scattata nel novembre 2010 e due anni dopo l’antitrust aveva identificato le pratiche di business dove erano necessarie riforme da parte dell’azienda, che vanta una quota di mercato del 90% delle ricerche sul Vecchio continente: tra queste favoritismi per i suoi servizi, accordi irregolari e esclusivi con inserzionisti e plagio di contenuti rivali. Nel gennaio dell’anno scorso la prima proposta di Google, con la Commissione che da’ ai concorrenti un mese per esaminarla. La successiva bocciatura dell’offerta, che offriva di mostrare i servizi concorrenti in appositi riquadri colorati, vede la Ue chiedere a Google di effettuare maggiori concessioni. Una proposta emendata in ottobre viene tuttavia a sua volta considerata dal commissario europeo alla Concorrenza Joaquin Almunia «inaccettabile». E nel gennaio di quest’anno Almunia ricorre all’ultimatum rivelatosi decisivo, definendolo «l’ultima opportunita”» per Google di raggiungere un accordo.

    (da Lapresse e RadioCor)

    Sanremo, è morto Camillo il cane che viaggiava da solo in bus

    La Stampa

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    L’annuncio è stato dato attraverso la pagina Facebook , aperta a suo nome (Camillo U Defissiu), con tanto di galleria fotografica


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    È morto Camillo, il cane che viaggiava da solo in bus e che a pranzo mangiava in paninoteca. L’annuncio è stato dato attraverso la pagina Facebook , aperta a suo nome (Camillo U Defissiu), con tanto di galleria fotografica (oltre 800 amici). Camillo era un simpatico cane meticcio di 12 anni che aveva una particolarità rispetto ai suoi simili: viaggiava in bus da solo e a mezzogiorno mangiava in paninoteca (sempre da solo). Non si tratta di un copione di un nuovo cartone animato della Disney, ma di una storia vera che ha avuto come scenario Sanremo. 

    Camillo infatti era solito aspettare l’autobus alla fermata di via Roma e poi (naturalmente senza biglietto) partire alla scoperta dei vari quartieri della città dei fiori, da San Martino a Pian di Poma. Era stato avvistato anche mentre scodinzolava tranquillo per le strade di Ospedaletti. Una volta conclusa la gita, riprendeva il bus e tornava a casa dalla sua padrona Lina che ha un negozio di prodotti tipici in via Palazzo. Come se non bastasse negli ultimi tempi Camillo «l’esploratore», aveva preso l’abitudine di andare a gustare uno spuntino, puntualmente a mezzogiorno, in una paninoteca del centro. Sempre tutto da solo. 

    Germania, sono di Carlo Magno le ossa conservate ad Aquisgrana: la conferma dopo 26 anni di ricerce

    Il Messaggero


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    Dopo 26 anni di ricerche e a 1.200 anni esatti dalla sua morte, gli scienziati hanno annunciato che le ossa sepolte nella cattedrale di Aquisgrana sono quelle di Carlo Magno. I resti umani custoditi nella cappella dedicata al grande imperatore, morto nell'814, appartengono a un uomo insolitamente alto per i suoi tempi, 184 centimetri, magro (78 chili circa) e anziano. Carlo Magno è stato re dei Franchi dal 768 all'814, re dei Longobardi (774-814), e incoronato imperatore del Sacro Romano Impero nell'800 da papa Leone III.

    «Sulla base dei risultati degli studi condotti dal 1988 ad oggi, possiamo dire che quasi certamente quelle sono le ossa di Carlo Magno», ha detto Frank Ruehli, professore presso l'Istituto di Anatomia dell'Università di Zurigo, presentando i risultati insieme con Joachim Schleifring, un antropologo che nel 1988 ha classificato il contenuto della sepoltura (94 ossa e frammenti di ossa) per l'Ufficio della Conservazione dei monumenti archeologici.

    Cgil, scontro con la Fiom Camusso: «Sanzioni per Landini». La replica: «Gravissimo»

    Il Messaggero


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    Lo scontro nella Cgil sale di tono. Da una parte la segretaria Susanna Camusso, dall'altra il leader della Fiom Maurzio Landini. Secondo quanto ricostruito dal Fatto Quotidiano Camusso avrebbe inviato una lettera chiedendo di sanzionare Landini. Al centro delle polemiche, le critiche del leader dei metalmeccanici per l'accordo firmato con Confindustria sulla rappresentanza.

    La replica «Se la Cgil» fosse davvero pronta a denunciare la Fiom agli organi di garanzia del sindacato sull'accordo sulla rappresentanza «sarebbe un fatto gravissimo». Lo dice il segretario della Fiom, Maurizio Landini, dopo che il Fatto Quotidiano parla di una lettera della segretaria Susanna Camusso al Collegio Statutario della Cgil «per appurare se è coerente o consentito che il segretario generale di una categoria, la Fiom-Cgil, affermi che le decisioni del comitato direttivo non sono per lui e per la sua categoria un vincolo». Intervenendo a «L'Economia Prima di Tutto» su Radio1 Rai, Landini ha affermato: «Non ne so nulla, per quello che mi riguarda abbiamo chiesto» alla Cgil «di ottenere che i lavoratori possano votare e decidere sugli accordi.

    Una richiesta di democrazia minima - spiega il leader Fiom - e se ad una richiesta simile ci fosse una risposta della Cgil di questa natura» attraverso gli organi di garanzia del sindacato «sarebbe un fatto gravissimo». Comunque, ha concluso, «quello che mi interessa è concentrarmi su Electrolux, su Fiat, sui lavoratori in cassa integrazione, su chi è in difficoltà e non ha un lavoro: dobbiamo concentrarci su questi temi, mi concentro su questi temi».

    05 Feb 2014 12:55 - Ultimo aggiornamento: 16:43

    Spiati da un manichino

    La Stampa

    claudio leonardi

    Negozi e alberghi usano il riconoscimento facciale per identificare i clienti: gli Usa studiano regole per salvare la privacy


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    Le tecnologie di riconoscimento facciale sono sinonimo di molte cose: un computer che apre il suo scrigno solamente davanti al nostro volto, un negozio che individua i ladri abituali o i clienti più spendaccioni, ma anche, potenzialmente, qualcuno che ci fotografi in una piazza e, tramite software e social network, scopra chi siamo. Insomma, scenari rassicuranti e da incubo nello stesso tempo. Forse per questo la National Telecommunications and Information Administration (NTIA), ente dipendente dal ministero del commercio statunitense, organizza da febbraio a giugno una serie di consultazioni e audizioni per provare a redarre una guida all’uso corretto di questa tecnologia. Corretto da un punto di vista etico e giuridico, più che tecnico.

    Nei negozi, infatti, c’è già chi sfrutta il riconoscimento facciale. La NEC Corporation, per esempio, sta lavorando sul programma “VIP”, che promette ad alberghi e altre imprese di identificare i clienti importanti. C’è poco da inventare. Il processo è identico a quello messo a disposizione dalla società californiana FaceFirst per identificare i taccheggiatori incalliti. La stessa azienda sta preparando una versione del software che classifichi i compratori più assidui, in base a gusti e disponibilità finanziaria. “Basta caricare su FaceFirst le foto di taccheggiatori noti, di membri della criminalità organizzata, ma anche di persone di interesse e dei vostri migliori clienti” spiega la società sul proprio sito e, “quando una persona nel database entra in uno dei vostri negozi, vi mandiamo una e-mail o un SMS che include la loro immagine e tutte le informazioni”.

    Se pensate che si tratti di scenari lontani e fantascientifici, ricredetevi. Benetton, secondo il Washington Post già sperimenterebbe negli Usa manichini che “spiano” le reazioni del pubblico davanti alle vetrine. Una videocamera inserita nell’occhio trasmette il video a un programma di riconoscimento facciale, che determina sesso, età e razza di chi osserva. Lo scopo: adattare la propria proposta ai gusti locali. La britannica Tesco ha equipaggiato i suoi magazzini con 450 schermi che cambiano il loro messaggio pubblicitario in base a età e sesso dell’osservatore.  Ma il riconoscimento facciale ha contagiato anche il web. Facebook, che oggi compie 10 anni, negli Usa mette a disposizione un servizio che paragona le foto pubblicate dagli utenti con quelle sul database, per permettere di associarle ai volti dei propri iscritti.

    Strumento pericoloso e subito sgradito alla “vecchia” Europa , che ha convinto il social network a sospenderne l’uso dal settembre 2012. Anche Google ha dichiarato l’anno scorso che non avrebbe accettato “in questo momento” applicazioni per Google Glass che sfruttassero il riconoscimento facciale. Sono scenari che interrogano profondamente sui confini del marketing, sui rischi per la privacy, sui vantaggi e gli svantaggi di una società in grado di monitorare i nostri spostamenti, i nostri gusti e, soprattutto, di sapere chi siamo e cosa vogliamo prima ancora che ci siamo presentati. Joseph Rosenkrantz, l’amministratore delegato di FaceFirst, fantastica di esercizi che sfruttino il suo software per riconoscere i clienti e inviare offerte personalizzate ai loro telefoni immediatamente. Ma si aspetta che i rivenditori chiedano il permesso ai propri clienti.

    La capacità di offrire ad alcuni, surrettiziamente, un trattamento migliore e di collegare i loro volti e nomi con i profili biografici sarà tra i temi trattati da giovedì dagli esperti dalla Ntia a Washington.Gli incontri fanno parte di una iniziativa, introdotta nel 2012 dalla Casa Bianca, per elaborare leggi federali sulla privacy dei consumatori. L’anno scorso, l’agenzia di telecomunicazioni ha tenuto forum analoghi per la raccolta dei dati da parte delle applicazioni su smartphone e tablet. Eppure, il problema sembra più ampio e più complesso di quanto possa contemplare una, sia pure ampia, discussione sulle regole commerciali. Alessandro Acquisti, docente della Carnegie Mellon University di Pittsburgh da noi intervistato due anni fa , dimostrò che era possibile reidentificare soggetti anonimi offline e online con una webcam, un programma non particolarmente sofisticato e i social network.

    “Ci vuole tempo e investimento di risorse e, nel 2012, non è possibile farlo per 300 milioni di cittadini americani, ma la tecnologia di riconoscimento facciale e il cloud stanno crescendo velocemente. Tra 10 anni potrà essere facile identificare chiunque per chiunque in strada”. Siamo nel 2014, e la profezia si avvicina. Nel frattempo è esploso lo scandalo che ha coinvolto la Nsa, sull’uso dei dati raccolti sui più importanti siti del mondo come strumento di spionaggio o controspionaggio. Il punto, in questo caso, è uno solo: non ci sono vere garanzie che le informazioni che consegniamo ai privati, perché le custodiscano, restino ai privati e non finiscano in altre mani, si tratti di agenzie governative o hacker malintenzionati.

    In un mondo in cui si prevede circolino sei miliardi di smartphone entro pochi anni, con annesse fotocamere e videocamere, il rischio di essere riconosciuti da chiunque, in qualunque momento, esplode fra le mani. E qualche regola a garanzia del consumatore forse non basterà. Jessica Rich, direttore dell’ufficio della protezione dei consumatori presso la Federal Trade Commission, sul riconoscimento facciale ha così sintetizzato al New York Times : “Questo è un altro motivo per cui abbiamo bisogno di una legislazione sulla privacy omnibus”. Non qualche regola mirata, dunque, ma un nuovo quadro legale complessivo. E, forse, anche una nuova cultura. 

    Un clic per stoppare la “cartella pazza”

    La Stampa

    g.b.

    Debutta il sistema di Equitalia: la sospensione si può chiedere anche sul Web


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    Un passo avanti verso il Fisco amico. Da oggi è possibile stoppare le «cartelle pazze» di Equitalia con un clic. Come funziona il sistema? Nel caso venga recapitata una richiesta di pagamento non dovuta (dalle multe agli importi già versati) una applicazione sul sito www.gruppoequitalia.it permette di inviare la richiesta di sospensione per via telematica. La richiesta online, spiegano dalla società di riscossione tributi, si aggiunge alle altre modalità di presentazione della domanda già operative: allo sportello, via fax, via e-mail oppure tramite raccomandata con ricevuta di ritorno.

    Quando si può chiedere la sospensione
    Si può richiedere la sospensione della riscossione direttamente a Equitalia in caso di annullamento del debito da parte dell’ente creditore, di un pagamento già effettuato o di una sentenza favorevole.

    La svolta telematica
    «Grazie a Equitalia il fenomeno delle cartelle pazze è ormai relegato al passato – dice Benedetto Mineo, amministratore delegato della società – In questi anni siamo riusciti a perfezionare i nostri sistemi informatici per evitare quelle situazioni “eccezionali” che sostanzialmente si sono verificate prima della nascita di Equitalia, in cui si riscontravano divergenze tra i dati forniti dagli enti creditori e quanto riportato nelle cartelle notificate ai contribuenti. Qualche problema però si può ancora verificare quando l’ente fornisce a Equitalia informazioni errate o parziali, o quando omette di comunicare eventuali cancellazioni del debito. Per evitare disagi abbiamo ampliato i nostri canali di assistenza intervenendo su questi disguidi non imputabili alla nostra attività e oggi è possibile risolvere la situazione anche dal computer di casa, senza dover andare allo sportello».

    La tempistica
    La domanda di sospensione va inviata entro 90 giorni dalla notifica dell’atto per cui si chiede la sospensione. Equitalia sospende ogni attività di riscossione e invia tutta la documentazione all’ente creditore il quale verifica la correttezza della documentazione presentata e comunica l’esito sia al contribuente sia a Equitalia per l’eventuale annullamento della cartella. Se dopo 220 giorni dalla presentazione della domanda l’ente creditore non fornisce riscontri, le somme contestate vengono annullate di diritto.

    Niente registrazione
    Il nuovo canale telematico è disponibile sul sito internet www.gruppoequitalia.it, senza la necessità di registrazione e con un percorso guidato. Basta entrare nel box “Sospendere la riscossione” e inserire nell’apposito modulo online i propri dati e quelli dell’atto per cui si presenta la domanda. È indispensabile allegare tutta la documentazione che giustifica la richiesta di sospensione (ad esempio ricevuta di pagamento, copia della sentenza) e copia di un documento di riconoscimento valido. Una volta inviata e confermata l’istanza, si riceve un riepilogo con i dati inseriti.

    In Siria la guerra infinita attorno al castello crociato che ora rischia di scomparire

    La Stampa

    claudio gallo

    Dai mamelucchi ai massacri libanesi, fino alla guerra civile: il mitico “Krak des chevaliers” travolto dal corso della storia


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    Il tempo non passa in fretta come per noi al “Krak des chevaliers” , il più celebre castello crociato in Siria, «la migliore illustrazione possibile a una storia delle crociate», copyright Lawrence d’Arabia: scivola piano, lentamente scartavetra i blocchi vetusti di arenaria. Solo ogni tanto, ma ormai a cadenze ravvicinate, parte un’accelerazione: esplosioni e schegge d’acciaio portano dentro la fortezza, che resistette al Saladino, la velocità moderna nella sua forma più distruttiva. Dai massacri libanesi alla guerra civile siriana, altro che i mamelucchi di Baibars che nel 1271 presero la rocca con un inganno.

    Raccontava Robert Fisk nel suo indimenticabile “Il martirio di una nazione” (il Krak è vicino alla frontiera col Libano) che, durante la guerra civile libanese, il Krak fu occupato dai palestinesi. I fedayin ci avevano piazzato delle batterie ma furono subito bombardate dagli israeliani. Due anni fa, in un articolo che denunciava le devastazioni del meraviglioso patrimonio archeologico siriano, Fisk è tornato a raccontare di battaglie intorno al castello degli Ospitalieri, dove i ribelli (il Krak è vicino alla città insorta di Homs) si erano asserragliati, martellati dai cannoni dell’esercito e dai Mig dell’aviazione. La piccola cappella con le volte a botte era rimasta danneggiata.

    Ieri il suo collega Patrick Cockburn, altro decano del Medio Oriente, firma anche lui del britannico Independent, ha ripreso il racconto come se fosse stato interrotto soltanto il giorno prima: sempre i ribelli asserragliati dentro e in basso sempre l’esercito. Nelle campagne intorno, che si dividono tra villaggi sunniti fedeli ai ribelli e cristiani vicini al governo, le battaglie proseguono intermittenti. I militari contano di prendere il controllo dell’area in un paio di settimane, ma potrebbero essere un po’ troppo ottimisti.

    La guerra civile in Siria sta cancellando molti monumenti irripetibili, ponti fragili e struggenti che ci collegavano a un passato sempre più sfuggente, lasciandoci nel desolato presente a fare un’inventario di che cosa abbiamo perso, che non importa più a nessuno.

    La Cassazione: se lei non vuol fare sesso il marito può andar via di casa con l'amante

    Il Mattino


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    PESCARA - Lui abbandona il tetto coniugale per andare a vivere con un'altra compagna. Il motivo? Lei stava facendo un vero e proprio 'sciopero del sesso'. Ma la Cassazione si schiera dalla parte dell'uomo. Quest'ultima, infatti, ha negato l'addebito della separazione a un marito di Pescara che aveva chiesto la separazione dalla moglie con la quale dal 2000, anno in cui era nato il figlio, non aveva più avuto rapporti sessuali. L'uomo, non sopportando più di andare in bianco con la moglie, se ne è andato di casa armi e bagagli, andando a convivere con una nuova partner.

    Da qui la richiesta della moglie di addebitare la colpa della separazione al marito che aveva abbandonato il tetto coniugale. La Suprema Corte ha bocciato la richiesta della donna, dando il dovuto peso alla «violazione dei doveri coniugali» da parte della moglie. Il no all'addebito della separazione al marito era stato già espresso dalla Corte d'appello dell'Aquila il 21 febbraio 2012 dopo aver ascoltato le dichiarazioni dell'uomo che aveva spiegato di «essere andato via di casa perchè la situazione familiare non era più sopportabile e che dalla nascita del figlio non vi erano stati più rapporti sessuali tra i coniugi».

    Una circostanza, quella dello sciopero del sesso da parte della moglie, che come attesta l'ordinanza 2539 della Sesta sezione civile, era stata confermata anche dalla sorella del marito e mai smentita dalla diretta interessata. In definitiva, piazza Cavour respingendo il ricorso della donna, ha aggiunto che non sono stati introdotti «elementi di prova che possano escludere la preesistenza di una situazione di esaurimento della comunità morale e affettiva fra i coniugi cui attribuire la intollerabilità della prosecuzione della convivenza». Bocciata anche la