Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

mercoledì 30 aprile 2014

Due settimane di spesa a 80 euro? Picierno sotto accusa: a me bastano

Corriere della sera

di Monica Guerzoni
 La polemica sul web dopo la stima della capolista del Pd per il Sud Italia alle Europee sul bonus del governo

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«Non me ne importa niente delle ironie e delle strumentalizzazioni, me le becco e vado avanti. Convinta e orgogliosa».

Convinta che in Italia, con 80 euro, una massaia possa fare la spesa per due settimane, onorevole Pina Picierno? «Esatto».

Magari per sfamare una famiglia... «Eh no, io questo non l'ho mai detto. Mi dispiace che i grillini abbiano giocato a confondere, diffondendo cose false. Io non ho mai detto che, con 80 euro, si fa la spesa per una famiglia intera».

Ha affermato però, in una intervista video a «Fanpage», che si fa la spesa per quindici giorni. «Io sto da sola e ci faccio la spesa per due settimane, ma ognuno ci fa quello che vuole. Un padre può portarci i figli al cinema qualche volta in più, una single può comprarci un paio di scarpe... Un sacco di persone mi stanno mandando i loro scontrini, per dire che ho ragione».

Ci va mai al supermercato, lei?
«Ne sono uscita adesso, quartiere Pigneto di Roma, ho speso giusto 80.02 euro e mi sono fatta il video. Tre litri di latte a lunga conservazione, 99 centesimi l'uno... Le mando lo scontrino?».

Sul web c'è chi si indigna e chi fa di conto: cosa si mangia a casa Picierno con 1,90 euro a pasto? Gallette di riso?
«Io amo moltissimo mangiare, bene e tanto. E da donna casertana cucino meravigliosamente. Alla grandissima, come sanno i miei amici».

Stasera cosa c'è in tavola? «Pasta al ragù, con il macinato di vitello sceltissimo. Ma basta con questa discussione surreale, sennò diventa una storia pazzesca. Io non voglio insegnare a nessuno a fare la spesa, voglio dire che 80 euro sono una cifra molto importante per tutti gli italiani che vivono con i piedi per terra, come me».

Gli italiani come lei? Sulla Rete è polemica, le chiedono di abbassarsi lo stipendio da deputato, visto che è tanto brava a risparmiare.
«Lo stipendio ce lo siamo già abbassato ed è quello di tutti i parlamentari. Io sono stata molto fortunata, ma vengo da una famiglia dove mi è stato insegnato a fare i conti e a far la spesa. Mio padre guadagnava mille euro, io sono stata una precaria e mio fratello è disoccupato».

Cosa vuole dire?
«Che siamo gente che vive sul pianeta Terra, non come i miliardari spocchiosi alla Grillo, che pasteggiano a ostriche e champagne e considerano una elemosina 80 euro al mese».

Sui social network ironizzano, dicono che a mangiare la pizza due volte con quella cifra ci va da sola... «E dove la mangiano la pizza, questi? Hai voglia a polemizzare, gli agitatori di professione e i conservatori vecchi e nuovi fanno il tifo perché nulla cambi. Io rispondo con un sorriso sereno, perché sono cresciuta in un paesino di provincia, San Marco a Teano, e so come vivono gli italiani».

Ottanta euro al mese li faranno stare meglio? «Dopo vent'anni di scudi fiscali e di tasse, che hanno colpito sempre i soliti, è una cifra molto importante per dieci milioni di lavoratori che guadagnano meno di 1.500 euro. La più grande operazione di redistribuzione mai fatta in questo Paese».

Come risponde quando le canticchiano «Se potessi avere mille lire al mese»? «Che sono orgogliosa di quello che stiamo facendo, noi il Paese lo stiamo cambiando veramente».

Su Twitter la vogliono ministro dell'Economia... «Ne abbiamo uno più bravo di me»

Floris legge lo scontrino
30 aprile 2014 | 07:42

Regole, limiti e furbate Ecco i segreti del Tutor

Valerio Boni - Mer, 30/04/2014 - 07:38

Un programmatore spiega i meccanismi del sistema di controllo della velocità e svela l'unica soluzione (legale) per farla franca 

Tutti gli automobilisti lo conoscono, quasi tutti lo temono ma pochi, quasi nessuno, sa come funzioni in realtà. È il SICVe, Sistema Informativo Controllo Velocità, meglio consciuto con il nome di Tutor.

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Il dispositivo di controllo della velocità più efficace e più inattaccabile dai ricorsi, inaugurato nel 2005 e ormai attivo su oltre 3.000 della nostra rete stradale. Che da quasi due anni ha un «fratello» in versione extraurbana, tarato sulla velocità di 90 km/h, per scoraggiare la pratica del piede pesante sui tratti con il maggiore tasso di incidentalità dalla Romea all'Aurelia. L'efficacia di questo sistema deriva proprio dal mistero che lo avvolge, dato spuntano di tanto in tanto i vademencum per aggirarne il potere, ma le sanzioni amministrative continuano a piovere al ritmo di quasi mezzo milione ogni anno. Ma ora non ha più segreti, perché siamo riusciti a parlare con chi ha lavorato allo sviluppo, al collaudo, alla messa a regime del Tutor. E ancora oggi ne cura la programmazione quotidiana che, chiaramente, vuole mantenere l'anonimato.

Sistema democratico

Il Tutor è il sistema ideato da Autostrade per l'Italia e gestito dalla Polizia Stradale che ha come primo obiettivo quello di ridurre gli incidenti stradali colpendo i professionisti dell'eccesso di velocità. Chi lo conosce bene, infatti, ci tiene a sottolineare che si tratti del dispositivo più democratico in assoluto tra quelli in uso, poiché non punisce chi supera occasionalmente il limite imposto, ma solo chi persevera.

Due modalità

Costituito da una rete di portali, collegati a rilevatori di movimento che possono essere di tipo radar oppure annegati nell'asfalto e a telecamere, è predisposto per funzionare in due modalità. Quella classica in stile autovelox, che legge la velocità istantanea, e una seconda che rileva l'andatura media su un tratto compreso tra due portali la cui misurazione è rilevata con strumenti di estrema precisone e per difetto, scegliendo le traiettorie più brevi nelle curve.

Come funziona

Il rilevamento è attivo tra due portali. Il primo fotografa tutti i veicoli in transito, indipendentemente dalla velocità e tiene i dati in memoria. Questo aspetto è fondamentale, perché è inutile e soprattutto pericoloso rallentare o addirittura frenare in prossimità di un varco. All'uscita, le auto sono nuovamente fotografate e il computer confronta i tempi di passaggio di ogni targa in transito. Se il tempo impiegato è superiore a quello calcolato per ottenere una media di 130 km/h, i dati sono cancellati. Se invece la differenza è più bassa, anche solo di un secondo, il sistema trasferisce i dati al server per l'emissione della sanzione. Che però non è inviata immediatamente, ma deve essere prima valutata da un agente.

Le regole del «gioco»

La velocità di entrata non è calcolata, quindi non vale la regola di posizionare un cartello indicatore un km prima dell'ingresso, poiché si ha tutto il tempo per trovare l'andatura corretta. Ci sono poi altri elementi che caratterizzano il Tutor. Innanzitutto sui tratti controllati non possono essere usati altri mezzi di rilevamento di velocità. Inoltre un portale non può svolgere le funzioni simultanee di uscita.

Quando è in funzione

Questo è un dilemma, perché non è detto che i pannelli di segnalazione che avvisano della presenza del Tutor segnalino l'effettivo funzionamento. Può essere attivato con i pannelli spenti o viceversa, e in ogni caso non si sa quali siano le entrate o le uscite. Solo due persone ogni giorno, vale a dire chi effettua la programmazione, possono sapere quando, dove e come i portali sono attivati.

Falsi miti

Tutti i sistemi che su Internet sono dati come infallibili per aggirare il rischio di essere pizzicati sono tutti infondati. Non vale lo stratagemma di viaggiare a cavallo della linea che divide due corsie, perché sia i radar sia i sensori elettromagnetici nell'asfalto sono in grado di leggere il transito anche di una moto che viaggia esattamente al centro della riga. Tantomeno si passa inosservati se si viaggia sulla corsia di emergenza. E non vale nemmeno la tattica di passare a velocità elevatissima.

L'elusione legale

Il solo sistema valido per farla franca è transitare solo dal portale di ingresso, senza uscire. Non è impossibile, può capitare nei tratti in cui c'è un casello di uscita prima della «porta» successiva. In alternativa non resta che viaggiare ad andatura il più possibile costante, con l'aiuto di Gps, di un cruise control o di un limitatore di velocità, mantenendosi intorno ai 137 km/h. Con la tolleranza si è al sicuro. Ma attenzione, in alcuni tratti, in particolare sull'Appennino, il limite è più basso, non bisogna dimenticarlo.

Processo Dolce&Gabbana: condannati a un anno e sei mesi

Libero

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Domenico Dolce e Stefano Gabbana sono stati condannati a un anno e sei mesi dai giudici della Corte d'appello di Milano. Dopo il processo di oggi iniziato alle ore 12.30, la sentenza è arrivata nel pomeriggio, con i due stilisti giudicati colpevoli per la presunta evasione fiscale di circa 200 milioni di euro. Brutte notizie dunque per i due imprenditori che erano arrivati a chiudere i negozi di via della Spiga e Corso Venezia a Milano per protesta contro il processo che li aveva colpiti. Ironia della sorte: Vogue Brazil aveva da poco twittato una foto di Gabbana in vacanza in Brasile (nella foto in homepage) intento a salutare tutti dietro un cartellone da delfino...

L'intera vicenda - Le indagini sui due stilisti e altri cinque amministratori del celebre marchio D&G erano iniziate nel lontano 2007, quando da una verifica fiscale erano stati contestati alcuni dati relativi al biennio 2004-2005. Era il 15 ottobre 2010 quando la procura di Milano decide di chiudere le indagini su Dolce e Gabbana, accusati di "truffa aggravata ai danni dello Stato e di dichiarazione infedele dei redditi". Inizialmente, era stata contestata una presunta evasione del valore di 1 miliardo di euro (ovvero 420 milioni a testa per gli stilisti più altri 200 milioni dell'intera società). Secondo quanto riportato dal pm Laura Pedio, i proprietari del colosso della moda avrebbero creato una società in Lussemburgo, la Gado, per aggirare la tassa italiana all'estero e proprio per questo il pm di Milano avrebbe deciso di rinviare a giudizio i due. Nell'aprile del 2011 il gup di Milano, Simone Luerti, conferma l'assoluzione per i sette imputati "perché il fatto non sussiste e la creazione della Gado fu compiuta alla luce del sole". Ma nel novembre del 2011 il caso viene riaperto dalla Suprema Corte che vede l'elusione fiscale "un caso di rilevanza penale". E' così che nel gennaio del 2012 gli stilisti vengono condannati a pagare 343 milioni di euro di multa al fisco. La condanna viene confermata anche in appello dalla commissione tributaria di Milano, a distanza di un anno esatto.

La difesa: "Siamo allibiti" - Nel giugno del 2012 cambia il gup di Milano, così Giuseppe Gennari decide di restituire gli atti alla procura, puntando direttamente al processo, senza passare per l'udienza preliminare e il 3 dicembre 2012 la Cassazione punta il dito contro D&G: "I ricorsi degli imputati sono inammissibili". Un anno fa, nonostante la richiesta di assoluzione avanzata dal sostituto procuratore generale Gaetano Santamaria Amato, Dolce e Gabbana vengono condannati a un anno e otto mesi, anche se in piedi è rimasta solo l'accusa per i 200 milioni di euro. I legali degli stilisti continuato a chiedere l'assoluzione: "Hanno pagato fino all'ultimo centesimo tutte le tasse dovute", aveva precisato la difesa. "Sono senza parole, veramente allibito. E' una sentenza inspiegabile", queste le parole di Massimo Dinoia, legale D&G all'uscita dal processo. "Faremo ricorso, del resta già la Procura generale aveva capito che non c'era motivi di riprendere in mano il caso", ha concluso l'avvocato, ricordando le parole del pg Santamaria Amato.



Dolce e Gabbana condannati per evasione fiscale, il Pg in appello chiede l'assoluzione

Libero
25 marzo 201



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Dopo la gogna del fisco, per Dolce e Gabbano arrivano buone notizie. Il sostituto pg di Milano, Gaetano Santamaria, ha chiesto l'assoluzione per gli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana, condannati in primo grado a un anno e 8 mesi per una presunta evasione fiscale. La richiesta è arrivata 'a sorpresa' nel processo d'appello. Una richiesta che molto probabilmente è destinata a ribaltare il verdetto nel processo di appello.

Chiesta l'assoluzione - Nel corso della sua requisitoria il sostituto Pg di Milano, Gaetano Santamaria, prima di chiedere l'assoluzione per gli stilisti Domenico Dolce e Stefano Gabbana e per altre quattro persone accusate di evasione fiscale, ha in sostanza difeso l'operato dei due fondatori della multinazionale della moda D&G, parlando di una "impresa moderna".

"Hanno pagato le tasse" - Secondo il sostituto Pg, i due stilisti hanno "pagato le tasse" e la creazione di una società in Lussemburgo è stata "un'operazione lecita". "Sapete - ha aggiunto il Pg - cosa significa per un'azienda avere la Guardia di Finanza in sede? Per Dolce e Gabbana l'invasione della Gdf è stata anche un colpo alla credibilità del marchio".



Evasione fiscale, Dolce e Gabbana condannati a 1 anno e otto mesi

Libero

La pronuncia del giudice monocratico di Milano: l'accusa è quella di omessa dichiarazione dei redditi. Assolti da dichiarazione infedele

19 giugno 2013


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Il Fisco s'accanisce contro il più celebre duo della moda italiana. Il giudice monocratico di Milano, Antonella Brambilla, ha condannato a un anno e 8 mesi di reclusione - ma la pena è sospesa - Domenico Dolce e Stefano Gabbana. L'accusa è quella di omessa dichiaraizone dei redditi. I due stilisti sono invece stati assolti dal reato di dichiarazione infedele dei redditi perché il fatto non sussiste. Il giudice ha anche pronunciato cinque condonne per pene sotto i due anni e una assoluzione. 

"Prove granitiche" - Il pm, Laura Pedio, nel corso delle repliche al processo ha parlato di una "frode fiscale sofisticata" e di "prove granitiche" contro i due stilisti. Secondo l'accusa, Dolce e Gabbana avrebbero costituito una società in Lussemburgo - la Gado - proprietaria dei marchi del gruppo ma, di fatto, gestita in Italia, al fine di ottenere dei risparmi fiscali commettendo una presunta evasione fiscale da un miliardo di euro. Il pm ha ribadito la richiesta di condanna a 2 mesi e 6 anni. Presente in aula anche Alfonso Dolce, il fratello dello stilista e socio di minoranza, per il quale la Procura ha chiesto la condanna a due anni.

"Cornuti e mazziati" - L'avvocato, Massimo Dinoia, l'avvocato dei due stilisti, nella sua controreplica ha parlato di "paradosso dei paradossi", perché "non è possibile che un cittadino paghi di tasse il doppio di quanto guadagna". Il leagale, insieme al collega Armando Simbari, ha ribadito la richiesta di assoluzione per Dolce e Gabbana "perché il fatto non sussiste". Già nell'arringa della scorsa udienza Dinoia definì "paradossale" il processo e il capo di imputazione, poiché si ipotizza che i due stilisti dalla cessione dei marchi a un prezzo "stracciato" alla società Gado "abbiano incassato 360 milioni sui quali" avrebbero dovuto "pagare 548.832.368 euro di tasse". Il difensore ha aggiunto che per questa accusa "siamo cornuti e mazziati", poiché avendo versato "solo 162 milioni, e cioè il 45%, per i pm Dolce e Gabbana avrebbero voluto evadere le tasse. Ma è normale che le tasse superino di gran lunga il reddito - domanda, retorico, l'avvocato -? Non ci sono parole, è paradossale".

Quando Giorgio Napolitano era negazionista e celebrava la Rivoluzione d'Ottobre

Libero


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Si chiamano «negazionisti» quanti negano l’esistenza stessa della strategia di sterminio, che ha accompagnato l’incubo ideologico del XX secolo. Fra loro ci sono storici, dirigenti politici e invasati vari. Come vedremo, ci sono negazionisti assai altolocati, speranzosi che le amnesie collettive cancellino le loro (vergognose) negazioni. (...)

Su Libero di mercoledì 30 aprile, Davide Giacalone tratteggia un ritratto inedito di Giorgio Napolitano. Silvio Berlusconi accusa i tedeschi, ma il presidente un tempo era negazionista sui gulag e Solgenitsyn. Quarant'anni fa l'esponente del Pci celebrava su L'Unità l'immensa portata liberatrice della Rivoluzione d'ottobre.

I tedeschi bravi a indignarsi ma non a pagare per i crimini

Stefano Zurlo - Mer, 30/04/2014 - 07:51

Nel nostro Paese i processi sono iniziati solo negli anni Novanta. La Germania ha accettato la responsabilità morale ma non gli indennizzi

I tedeschi non hanno mai pagato. I tedeschi devono pagare. Sono passati quasi settant'anni dalla fine della guerra, ma il tema dei risarcimenti alle vittime dei massacri compiuti in Italia e contro i militari italiani è più attuale che mai.


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E diventa ancora più incandescente nei giorni in cui Berlusconi va all'attacco e afferma che «per i tedeschi i lager non sono mai esistiti». A Berlino è tutto un coro sdegnato di reazioni furibonde e così le polemiche elettorali, alla vigilia delle Europee, rischiano di far dimenticare quel contenzioso ancora aperto che riguarda migliaia di persone. Può apparire paradossale che a distanza di tanto tempo le stragi - da Marzabotto alle Ardeatine e da Cefalonia a Sant'Anna di Stazzema - siano ancora materia di cronaca giudiziaria, ma va detto che purtroppo per molti anni la giustizia italiana è rimasta inerte. Solo dopo la scoperta nel 1994 a Palazzo Cesi del cosiddetto Armadio della vergogna, le procure militari si sono messe al lavoro e negli ultimi dieci-quindici anni sono arrivati i verdetti, i più ormai definitivi. Sentenze che però restano lettera morta perché le autorità di Berlino non hanno finora mosso un dito per farle eseguire.

Certo, diventa difficile, quasi impossibile e probabilmente anche insensato, arrestare pensionati di novanta e passa anni, strapparli alla loro tarda vecchiaia e spedirli in cella per il resto dei loro giorni. Ma sul tappeto ci sono anche le provvisionali e in qualche caso i risarcimenti stabiliti in sede civile. «In teoria - spiega l'avvocato Claudio Defilippi, uno dei massimi esperti in Italia - a pagare dovrebbero essere i singoli imputati, ma è ovvio che così i familiari delle vittime non prenderanno mai un centesimo. È la Germania che deve assumersi la responsabilità di quel che è accaduto». Altrimenti le sentenze restano un elenco vuoto, un po' come le grida manzoniane.

Se si prende ad esempio il verdetto emesso dal tribunale militare di La Spezia nel 2007 per il massacro di Marzabotto, si scoprirà che nove imputati sono stati condannati all'ergastolo e, soprattutto, a risarcire le parti civili. La lista è chilometrica e comincia con la Regione Emilia-Romagna, che dovrebbe ricevere 30mila euro, la Provincia di Bologna, 40mila euro, il comune di Marzabotto, 35mila euro. Segue poi una lunga lista con nomi e cognomi per i quali i giudici hanno stabilito indennizzi che oscillano da poche migliaia di euro fino a 260mila euro.

Ma, naturalmente, i figli dei martiri di Marzabotto non hanno ricevuto un centesimo. Come quelli di Sant'Anna di Stazzema. «La Germania non risponde - rincara la dose Defilippi - non risponde per i processi chiusi in sede civile, non risponde per quelli conclusi con il riconoscimento delle provvisionali in sede penale, non risponderà, se va avanti così, nemmeno per quelli ancora in corso». In particolare per i due in svolgimento, relativi agli eccidi del Modenese e a quelli nel Padule di Fucecchio». Si tratta di milioni e milioni di euro, anche se i calcoli sono incerti e complicati. «La Germania - aggiunge l'avvocato Gemma Sammicheli che ha seguito numerosi procedimenti - si fa scudo dietro una sentenza della corte dell'Aja che la esonera da ogni responsabilità. In sostanza noi dobbiamo continuare a perseguire i singoli colpevoli, ammesso che siano ancora vivi, sapendo che però i nostri sforzi sono un esercizio accademico, proprio perché la Germania non risponde a nessuna delle nostre richieste».

La soluzione dovrebbe arrivare dalla politica. Ma per ora non si registrano passi in avanti. «La Germania ha riconosciuto una sua responsabilità morale per gli eccidi compiuti in tempo di guerra - afferma Giovanni Fantozzi, autore di numerosi libri sulla Resistenza nel Modenese - ma non vuole assolutamente pagare per le colpe dei singoli perché è passato tanto tempo e si ritiene che indennizzando le vittime di una strage si alzi il coperchio su una realtà incontrollabile. Chissà quante vittime salterebbero fuori. I tedeschi finanziano studi e monumenti, come quello per le 131 vittime di Monchio in Emilia. Ma non vanno oltre». Il problema è che le indagini e i processi qua in Italia sono cominciati di fatto alla metà degli anni Novanta e in molti casi si è appena arrivati alla resa dei conti. Insomma, si procede fra ritardi e imbarazzi. In bilico fra diritto e politica. E Defilippi prepara una sorta di attacco finale: «Stiamo preparando una class action a Strasburgo, alla Corte dei diritti dell'uomo. La Germania deve pagare».

Heartbleed: la minaccia continua su stampanti router e webcam

La Stampa
claudio leonardi

Secondo ricercatori del Michigan, la falla di sicurezza è ancora aperta su migliaia di dispositivi che si connettono a internet. E che spesso sono difficili da aggiornare


a.it
Ricordate Heartbleed , la falla scoperta sul protocollo di sicurezza online (OpenSSL) più usato sul web? Sembra che la sua minaccia non si sia esaurita, nemmeno dopo che quasi tutti i siti esposti sono corsi al riparo, installando il software correttivo necessario. Secondo Nicholas Weaver, esperto di informatica della Università di Berkeley, in California, ci sarebbero ancora migliaia di dispositivi basati su cloud ancora vulnerabili ad Heartbleed, malgrado la patch già disponibile. 
Nel corso delle ultime settimane, Weaver insieme a un team di ricercatori presso l’Università del Michigan ha scandagliato la Rete per verificare a che punto è la bonifica del baco: la maggior parte dei siti risulta aggiornata, ma a destare allarme sono decine di migliaia di dispositivi, tra cui router, server di storage, stampanti, firewall hardware, videocamere e altro ancora, che restano vulnerabili alla minaccia.

Non è la Rete frequentata dagli uomini, insomma, a preoccupare, ma la cosiddetta Internet delle cose, di cui si parla spesso come realtà futura, benché si tratti di qualcosa già ben presente tra noi. Il problema coinvolgerebbe anche alcuni big dell’informatica: dalla nuova generazione di termostati Nest, recentemente acquistata da Google, sebbene l’azienda neghi che il problema possa coinvolgere l’utenza privata, ai router AirPort Extreme e dispositivi di backup Time Capsule di Apple (per i quali è appena uscito un aggiornamento software che risolve il problema), fino ad arrivare a sistemi di controllo industriale Siemens, usati per gestire macchinari pesanti nelle centrali elettriche e impianti di acque reflue.

I ricercatori universitari del Michigan hanno redatto una lista di prodotti a rischio, che porta dritta dritta in molte case. Rientrano nell’elenco, infatti, stampanti HP (poche quelle consumer, secondo l’azienda, che starebbe già sviluppando aggiornamenti necessari), sistemi di videoconferenza Polycom, firewall WatchGuard, sistemi VMWare, server di archiviazione Synology. In più, c’è un’aggravante: molti dei dispositivi esposti alla falla, quindi manipolabili da potenziali malintenzionati, possono essere aggiornati solo manualmente, dal proprietario. Una operazione che richiederebbe l’accesso al sistema e la possibilità di installare un nuovo firmware. Inutile dire che, quando fattibile, non è il genere di operazione che un utente medio svolga spontaneamente e con disinvoltura.

La buona notizia è che, secondo Weaver e l’Università del Michigan, molti dispositivi che usano OpenSSL non erano vulnerabili, alcuni perché hanno usato una vecchia versione del software di sicurezza, altri perché la funzionalità OpenSSL problematica non è stata abilitata. “La vulnerabilità funziona solo se i dispositivi accettano messaggi heartbeat”, ha dichiarato al sito americano di Wired Zakir Durumeric, dell’Università del Michigan, “e abbiamo scoperto che molti dispositivi su internet non li accettano”.

Per ora tocca accontentarsi. Poco più di dieci giorni fa, è stato arrestato il primo, giovanissimo, cracker che abbia provato ad approfittare di Heartbleed. Non sarà l’ultimo, probabilmente.

La Kyenge e il fotomontaggio con Wojtyla

Libero


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Dopo le polemiche, la confessione: Cécile Kyenge c'ha preso in giro. Alla fine ha dovuto recarsi negli Archivi Vaticani per recuperare lo scatto originale che la ritrae al cospetto di Papa Giovanni Paolo II, appena santificato. E per placare le polemiche l'ha postato sul suo profilo Facebook con la dovuta specifica: "Ecco la foto originale dell'incontro con Papa Giovanni Paolo II. 23 gennaio 1990. Archivi del Vaticano". Un'ammissione di colpa che di fatto lascia sul campo una verità: la foto apparsa ieri sul suo profilo Facebook è un fotomontaggio. Lei parla di una "scansione" ma basta confrontare le due immagini per rendersi conto che il primo scatto pubblicato è un maldestro fotomontaggio. Volti cancellati, mani che si moltiplicano e vestiti che cambiano colore.

Retromarcia goffa - La Kyenge si è resa conto dell'autogol ed è corsa ai ripari. "Ho rivisto anche io la mia foto con Papa Giovanni Paolo II e ho dubitato persino io di averlo incontrato. Eppure c'ero e ricordo quel momento con profonda emozione" afferma l'ex ministro che confessa: "Quella che ho pubblicato è una scansione della copia che conserva la mia famiglia, passata evidentemente attraverso troppi adattamenti", conclude. Lo scatto ha suscitato diverse proteste sul web. Alcuni utenti l'hanno accusata di voler "conquistare i voti dei cattolici in vista della campagna elettorale per le Europee", dove la Kyenge è candidata per la lista del Partito Democratico. E di certo la retromarcia, goffa, non spegnerà il fuoco delle polemiche.


Paolo Villaggio choc: "Quella africana una cultura inferiore"

Ivan Francese - Mer, 30/04/2014 - 12:27

Il comico commenta la "campagna antirazzista delle banane" scatenata dal gesto di Dani Alves: "Siamo ipocriti, non fingiamo di essere buoni"

Paolo Villaggio, si sa, ama andare controcorrente. Ma questa volta le sue dichiarazioni potrebbero suscitare un putiferio.

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Intervistato da Vittorio Zucconi per Radio Capital, il padre di Fantozzi ha parlato della "campagna antirazzista delle banane", ispirata dal gesto del calciatore del Barcellona Dani Alves. Bersagliato da un lancio di banane durante una partita con il Villareal, Alves ha raccolto il frutto dal terreno di gioco e se lo è mangiato sotto gli occhi delle telecamere: in pochi giorni il siparietto è diventato virale e moltissimi sportivi e uomini politici si sono associati al gesto del calciatore.

Villaggio però sceglie di cantare fuori dal coro e al microfono di Zucconi rilascia dichiarazioni che definire anticonformiste sarebbe poco: "Quale rivoluzione anti razzista. Noi fingiamo di essere buoni. Quella africana è una cultura inferiore - attacca il comico e scrittore - La nostra cultura non ha ancora accettato una cultura inferiore come quella che viene dall'Africa. Non è il colore della pelle, è la differenza culturale. Indubbiamente non è confrontabile con la grande cultura europea".
"Noi buonisti, noi europei, noi sacerdoti, noi santi... tutti abbiamo sempre finto di essere più buoni di quello che in realtà siamo - insiste l'attore - Alcuni anni fa ho fatto un film in America diretto da Nanni Loy, 'Sistemo l'America e torno' contro il razzismo. Alla fine delle riprese l'attore nero con cui avevo girato mi ha detto: la cosa che mi fa più male è sentirmi dare la mano con finta amicizia. I rapporti con la gente di colore oggi, tranne forse con Obama, sono ancora improntati a una leggera ipocrisia."

Tangenti di Stato, la mia azienda colpita con metodi da aguzzini

Libero


Caro direttore Belpietro,

dopo aver letto suo articolo di domenica scorsa mi munisco di coraggio e le racconto quanto è successo a me e alla mia azienda durante una verifica fiscale fatta nel corso dell’anno 2010.
Le premetto che la mia azienda esiste da quasi un secolo e in tanti decenni non ha mai presentato un bilancio in perdita. Poi, negli ultimi anni, crescendo per nostra fortuna, i numeri sono diventati più importanti e i nostri bilanci hanno sempre riportato utili a sei zeri con conseguente pagamento all’erario di milioni di euro in tasse.

La mia azienda è classificata con «tripla A» dalle banche e dalle agenzie di rating, un bell’orgoglio per la mia famiglia, per i miei dipendenti e per il territtorio (almeno così dovrebbe essere).
E mi lasci aggiungere che non abbiamo mai attinto alla cassa integrazione e ci siamo sempre autofinanziati da soli nei nostri investimenti e nei nostri piani di crescita.
Abbiamo creato oggi un azienda che continua ad assumere, che esporta in tutto il mondo e che è un fiore all’occhiello per il nostro territorio, e per il nostro paese.


593x443ALL’IMPROVVISO
Capita un controllo delle fiamme gialle, d’improvviso, una mattina nell’aprile del 2010. Premetto: erano passati circa sei anni da un altro controllo avuto in precedenza, senza particolari problemi nè contestazioni. Questa volta il piglio dei finanzieri è più aggressivo e arrogante, ci bloccano immediatamente metà degli uffici e pretendono una stanza tutta per loro, con tanto di due impiegate a disposizione otto ore al giorno. Appongono sigilli ai nostri armadi, che contengono tutto quello che serve al nostro lavoro quotidiano e all’amministrazione. Per l’accesso dobbiamo chiedere il permesso e le chiavi a loro. Fin qua, tutto «normale», anche se sembrerebbe l’assalto di una banda di malviventi anziché l’intervento di un organo di controllo.

Man mano che i giorni passano i due marescialli si fanno sempre più arroganti, quasi prepotenti. Minacciano gli impiegati di «collaborare», altrimenti sarebberro stati verificati personalmente anche loro. La verifica sulla nostra impresa durò cinque mesi. Spaziò su una serie di operazioni contrattuali che la mia azienda, così come tutte le altre aziende concorrenti nel nostro settore, usa compiere da sempre. Noi ritenevamo, in buona fede, di procedere nel rispetto delle normi vigenti e della legge.
Purtroppo, a detta loro, stavamo agendo non correttamente in quanto - secondo una chiave di interpretazione dei finanzieri - non avremmo rispettato un cavillo di una certa legge sulla quale non mi voglio dilungare, in quanto materia complicatissima dove anche più studi legale e fiscali contattati hanno dato pareri disicordanti.

CI HANNO SPREMUTI
Individuata questa nostra «falla», i signori della guardia di finanza ci si sono buttati a capofitto e hanno spremuto più che hanno potuto, riprendendoci tutti i contratti per cinque anni, per un ammontare contestato di oltre un milone e mezzo di euro, oltre a una denuncia penale in capo agli amministratori.

Faccio notare che la materia non era assolutamente inerente ad evasione fiscale o simile, ma semplicemente una difficilissima interpretazione legislativa nella quale, purtroppo, siamo incappati.
Abbiamo dovuto aderire all’ammontare ripreso in quanto, attraverso una sorta di «minaccia», ci era stato detto che se ci fossimo opposti la verifica fiscale sarebbe continuata in altri ambiti e sicuramente ci avrebbero contestato altre cose.

Terrorizzati, abbiamo assecondato quelli che non esito a definire aguzzini, accettando la multa (per la denuncia penale invece ci stiamo ancora difendendo) e mettendo in seria difficoltà la nostra capicità di cassa. Solo perché abbiamo gestito la nostra azienda in modo oculato e sano negli anni addietro, siamo riusciti a pagare una multa del genere.

CONCORRENTI FAVORITI
Il paradosso è stato poi che la nostra impresa è stata inibita nel procedere con queste forme contrattuali nei confronti della clientela, in quanto a detta delle fiamme gialle non avevavmo i requisiti per farlo, mentre invece tutte le altre aziende nostre concorrenti hanno continuato tranquilllamente ad operare nel medesimo modo, quindi oltre il danno subiamo anche la beffa.
Tra poco saranno trascorsi cinque anni da quei giorni, e già pensiamo alla prossima verifica fiscale: quando arriverà e come sarà condotta. Roba da non dormirci la notte.

Confrontandomi con altri imprenditori del mio stesso territorio, anche loro «verificati» dalla Gdf, è emerso che oggi - apparentemente - per fare cassa la tendenza da parte dello Stato è quella di concentrare la sua attenzione su aziende sane, liquide ed immediatamente solvibili. Così facendo, il risultato - per loro - è assicurato. Questo è quello che succede. Non me la sento di firmare questa la lettera, nè di dare nominativi. Me ne scuso con Lei, direttore, ma capirà il mio stato d’animo e la mia paura. La prego anche di non riportare in nessun caso la casella di posta elettronica che ho adoperato. Cordialmente,

un imprenditore

Apple aggiorna i MacBook Air

Corriere della sera
bruno ruffilli


Processore più veloce, compatibilità con wi-fi di ultima generazione. Ma la vera novità è il prezzo: con 100 euro in meno rispetto alla versione precedente, è il Mac più economico oggi in commercio

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No, non è il modello da 12 pollici che tutti i siti di rumors danno in arrivo in autunno. Non è nemmeno un miglioramento di quelli che fanno epoca: il processore è appena più veloce e il wi-fi è compatibile col nuovo standard 802.11 ac, e infatti il codice identificativo cambia pochissimo. 

Evoluzione
Ma anche così il MacBook Air annunciato oggi da Apple qualche motivo di interesse ce l’ha: costa 100 euro in meno del modello precedente. Il modello da 11 pollici con disco SSD da 128 GB fino a oggi veniva venduto a 1.029€ mentre adesso ne costa 929. Un record, per i computer Apple recenti: è di fatto il più economico in commercio dopo il Mac Mini, che però ha bisogno di un monitor da acquistare a parte. Anche il modello base da 13 pollici con SSD da 128 GB è sceso a 1.029€ invece di 1.129€. Anche così Apple ha saputo mantenere la sua quota di mercato nel settore dei computer portatili: secondo i dati emersi nell’ultima trimestrale, Cupertino ha venduto 4,1 milioni di Mac (in crescita rispetto ai 3,9 milioni dello stesso trimestre dell’anno scorso). Il Mac ha guadagnato costantemente quote nel settore PC in 31 dei 32 trimestri passati, mentre il resto dell’industria è pesantemente in calo, insidiato da smartphone e tablet. 

Hardware e software
Grazie all’archiviazione flash, il MacBook Air è estremamente reattivo in qualunque attività, dalle presentazioni allo streaming di video e musica da iTunes fino all’organizzazione della libreria fotografica. “Ora che il MacBook Air ha un prezzo base di €929, non c’è più motivo di accontentarsi di un computer inferiore al Mac,” ha dichiarato Philip Schiller, Senior Vice President Worldwide Marketing di Apple. “I Mac non sono mai stati così popolari; oggi abbiamo incrementato le prestazioni e ridotto il prezzo del MacBook Air, così ancora più persone potranno utilizzare il notebook perfetto per tutti i giorni.”

I processori Intel Core i5 e Core i7 di quarta generazione e dai consumi ridotti garantiscono al MacBook Air 13” fino a 12 ore di autonomia della batteria, e fino a 9 ore per il MacBook Air 11”. Il nuovo Air ha un tempo di riproduzione video fino a due ore superiore: il modello da 13” offre infatti fino a 12 ore di riproduzione di film iTunes, mentre quello da 11” assicura fino a 9 ore. In più, le suite iLife e iWork sono di serie su tutti i nuovi Mac. 

Prezzi e disponibilità
MacBook Air è disponibile oggi sull’Apple Online Store, presso gli Apple Store e i rivenditori autorizzati Apple. Il MacBook Air 11” con processore a 1,4GHz con velocità Turbo Boost fino a 2,7GHz, 4GB di memoria è disponibile con 128GB di memoria flash a partire da €929 IVA inclusa e con 256GB di memoria flash a partire da €1.129 IVA inclusa. Il MacBook Air 13” con un processore a 1,4GHz con velocità Turbo Boost fino a 2,7GHz, 4GB di memoria è disponibile con 128GB di memoria flash a partire da €1,029 IVA inclusa e con 256GB di memoria flash a partire da €1.229 IVA inclusa. Le opzioni di personalizzazione includono un processore Intel Core i7 a 1,7GHz con velocità Turbo Boost fino a 3,3GHz, fino a 8GB di memoria e fino a 512GB di memoria flash. 

Quando Hitler si alzava