Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

venerdì 1 novembre 2013

Pinocchio, in vendita la villa che ispirò Collodi

Corriere della sera

La famiglia Gerini, proprietaria dell'abitazione che ispirò il celebre racconto, la vuole vendere per 10 milioni e mezzo di euro


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Il «campo dei miracoli» dove l'ingenuo Pinocchio perse i suoi zecchini d'oro, una volta «dentata» che ricorda la bocca del pesce cane che inghiottì il burattino di Collodi e un rudere che rappresentava la casa della fata dai capelli turchini. Tutto questo, e molto di più, da oggi è in vendita per 10 milioni e mezzo di euro. Ad annunciarli il sito Idealista.it, dove la villa di Colonnata della famiglia Gerini, che si trova a Sesto Fiorentino, appare tra gli immobili da vendere.

Si tratta di una dimora storica di 3.000 metri quadri, con circa 30 vani e grandi spazi, come un salone da 170 metri quadri e gli ambienti del seminterrato. Oltre ai due livelli principali, ci sono le torri, le grandi cantine a volta e una cappella di discrete dimensioni. All'esterno, il parco dove, nel 1870, un giardiniere trovò delle monete d'oro che poi si moltiplicarono nella leggenda popolare. Da 20 diventarono 50 e infine 1.000 e per questo il parco venne ribattezzato come «campo dei miracoli». Ma all'esterno ci sono anche un laghetto con un isolotto caratterizzato dalla grotta con la volta «dentata» e, sopra questa, il rudere della fata.

Nella villa si trovano affreschi settecenteschi di Giovan Francesco Bazzuoli, oltre ad alcune opere di Annibale Gatti, pittore fiorentino dell'ottocento. La grotta che si trova nel salone, invece, venne realizzata dallo stuccatore e scultore Carlo Marcellini, forse assieme all'architetto Antonio Ferri. Gli esterni e probabilmente l'attuale sistemazione dell'atrio e della scalinata che porta al piano superiore sono opera dell'architetto Giuseppe Poggi, che già aveva lavorato per i Gerini nel grande palazzo di via Ricasoli a Firenze.
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31 ottobre 2013

Gb, 180 “divorzi all’italiana” ora rischiano l’annullamento

La Stampa

Le coppie di nostri connazionali stabilivano una residenza in Inghilterra per ottenere un procedimento più veloce e meno costoso. L’avvocato della Corona ha chiesto che i divorzi vengano annullati


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“Divorzio all’inglese”, titola il Times, più rapido e meno costoso per gli italiani, a patto che si rispettino le regole. Il quotidiano segnala infatti il caso di 180 divorzi di cittadini italiani che hanno scelto l’Inghilterra per ottenere la fine del loro matrimonio, ma che adesso rischiano l’annullamento. La loro posizione è al vaglio della magistratura britannica con il sospetto che le coppie abbiano agito in modo fraudolento fornendo una falsa residenza in Inghilterra, proprio per usufruire del sistema britannico più “comodo”, riferisce il Times. L’avvocato Simon Murray, che rappresenta la Corona in materia di divorzi, ha chiesto al massimo giudice in diritto di famiglia, Sir James Muby, che i divorzi vengano annullati perché si basano su una violazione delle normative, si legge.

La vicenda è venuta alla luce dopo che i funzionari di Sua Maestà hanno notato come in 179 dei casi di divorzio una delle due parti forniva lo stesso indirizzo, che si è scoperto essere una casella posta nel Berkshire, Inghilterra centrale. La cosa ha insospettito le autorità facendo annusare una frode e imponendo ulteriori verifiche.Pur riguardando cittadini italiani, il caso resta di totale competenza della giustizia britannica, le autorità italiane nel Paese «non entrano nel merito», ha spiegato il Console generale a Londra Massimiliano Mazzanti. Quello che possono fare è fornire collaborazione alle autorità del Paese ospitante, in fase di verifica per rintracciare le persone interessate.

In attesa che il giudice si esprima quindi, il caso pone comunque quesiti interessanti. Intanto se sia verosimile che tante coppie italiane scelgano di terminare la loro unione in Inghilterra. E la risposta è sì, per questo basta considerare il tempo - e conseguenti costi - che si risparmia. «Se non ci sono particolari condizioni, contestazioni o minori coinvolti e se la richiesta viene presentata con l’accordo del coniuge, ebbene, in tal caso in Inghilterra si può divorziare anche in sei mesi», ha spiegato all’ANSA Rocco Franco, avvocato dello studio Pini Franco LLP di Londra. «Intanto qui la separazione è considerata un dato di fatto», e non un passaggio per cui è necessario il riconoscimento di un tribunale. Cosa che fa già risparmiare anni.

Una condizione che può quindi far gola a molti italiani che vogliano velocizzare i tempi, tanto più che esiste il quadro giuridico, basato su un regolamento comunitario, che permette di divorziare in un altro Paese europeo, rispettandone naturalmente le leggi e avendone i requisiti. «Tra questi, in Inghilterra, è richiesta la residenza stabile per il ricorrente per almeno sei mesi», come requisito minimo spiega Franco. Che in alcuni casi può arrivare fino ad un anno.

Insomma, si può fare, rispettando le regole però. Ed è questo che viene contestato alle 179 coppie che, avendo dichiarato tutte lo stesso indirizzo di residenza e che si sospetta anche essere falso, sono finite nel mirino delle autorità. E se poi i divorzi verranno annullati davvero come sembrerebbe? Nell’ipotesi in cui qualcuno tra coloro che ha ottenuto questo `divorzio inglese´ si fosse poi risposato, con l’annullamento rischia forse di diventare bigamo. Cosa illegale, anche in Italia.

Facebook, nuove frontiere dell'analisi dati Studiato il movimento dei nostri cursori

La Stampa

luca castelli

Zuckerberg a caccia di informazioni sempre più sofisticate per migliorare il posizionamento della pubblicità. Una strategia che paga: nell’ultimo trimestre 2 miliardi di fatturato


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Facebook sta sperimentando un software che studia il movimento dei cursori degli utenti sullo schermo, in modo da sapere quanta attenzione viene effettivamente rivolta alle diverse aree del social network. La novità – che aggiunge un ulteriore capitolo alla rampante storia dei Big Data e del controllo tecnologico delle abitudini umane – è stata rivelata da Steven Rosenbush su Wall Street Journal

A margine di una conferenza a New York, Rosenbush ha incontrato Ken Rudin, responsabile della divisione “analytics” del social network, che ha condiviso alcune delle iniziative in cantiere nei laboratori di Facebook. I test andranno avanti per qualche mese, con un doppio obiettivo: le informazioni raccolte potranno permettere di migliorare le performance del servizio e – soprattutto – rendere più efficaci le inserzioni pubblicitarie, linfa vitale del social network. Studiando il movimento del mouse, Facebook potrà capire dove conviene posizionare gli annunci, in modo che sia più probabile che ricevano il nostro sguardo. E i nostri clic.

Gli esperimenti riguardano la raccolta di dati comportamentali: quelli legati alla nostra attività diretta sul social network. Informazioni che, come spiega Rosenbush, sono solo una parte di quelle catturate e analizzate da Facebook: nei suoi server l’azienda conserva anche molte informazioni di carattere anagrafico, cioè relative alla vita, alle abitudini e ai gusti degli utenti al di fuori del social network. 
La ragione di questa raccolta, sempre più imponente, è semplice: secondo Rudin, lo studio dei Big

Data è direttamente responsabile della solida crescita registrata negli ultimi mesi dal social network, in particolare nel settore mobile. Mercoledì l’azienda ha comunicato i risultati del trimestre luglio-settembre 2013: i ricavi complessivi hanno varcato la soglia dei 2,02 miliardi di dollari, superando le aspettative degli analisti. E’ cresciuto anche ciò che Facebook guadagna in media da ogni utente: 1,72 dollari contro 1,60 del precedente trimestre e 1,29 di un anno fa. Meno di due dollari per utente ogni trimestre possono sembrare briciole, ma solo se non si considera il numero totale degli iscritti a Facebook: 1,19 miliardi (anche loro in crescita: circa 30 milioni in più rispetto al periodo aprile-giugno). 

La voce che tuttavia ha più sorpreso l’ambiente è quella relativa al settore mobile: in quel mercato – praticamente inesistente due anni fa e spesso considerato più difficile e con minori margini di guadagno rispetto a quello Web – Facebook ha registrato un vero e proprio boom, al punto che ormai da smartphone e affini proviene il 49% del suo fatturato pubblicitario. Ed è proprio lì, spiega Ken Rudin, che sono intervenuti i Big Data.

Sugli smartphone, visto l’esiguo spazio sullo schermo, Facebook è stata “costretta” a inserire le pubblicità all’interno del flusso di notizie degli utenti. Prima di farlo, però, ha condotto numerosi esperimenti sui tradizionali account Web (dove invece gli annunci erano originariamente riservati alla parte destra dello schermo), per verificarne le reazioni. “L’analisi dei dati ha avuto un impatto decisivo nello sviluppo degli annunci per smartphone”, ha detto Rudin. “Non sono così sicuro che avremmo avuto il coraggio di inserire gli annunci nei feed degli utenti, senza averli prima provati”. 

Inevitabili dunque l’esigenza e lo sviluppo di test sempre più sofisticati, come quelli sui movimenti dei cursori degli utenti. Una necessità condivisa da tutti i big del settore high tech, spingendo l’asticella verso altezze sempre più ardite (e invasive per l’utente). In estate si è saputo che dal 2011 Google detiene il brevetto di una tecnologia “pay per gaze”: annunci pubblicitari pagati in base al reale movimento della pupilla dei consumatori verso un’inserzione (movimento catturato da sensori all’interno di device portatili simili agli occhiali Google Glass). 

Twitter@cabal

Quel sogno di comprare un grattacielo a New York

Corriere della sera

La sede faraonica della Magliana, le 600 stanze vuote in un albergo di Malpensa pagate per un anno

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La chiamavano in gergo «biglietteria speciale». Perché davvero speciali erano i biglietti che emetteva. Intanto il costo: zero. E poi i destinatari: tutti Very important person. E tutti rigorosamente in prima classe. Politici, giornalisti, manager.... Ma anche amici e parenti. Perché a un certo punto il privilegio prese a scendere democraticamente i gradini della scala sociale. Quando nel 2004 Giancarlo Cimoli arrivò all’Alitalia per il suo certo non indimenticabile passaggio al timone della compagnia di bandiera scoprì che la «biglietteria speciale» aveva staccato in sette anni almeno quattromila di quegli specialissimi biglietti. Quattromila.

Capiamoci: l’Alitalia non è affondata per un pugno, anche se bello grosso, di biglietti di favore. Ma per capire come una compagnia per cui nel 1987 il presidente dell’Iri Romano Prodi poteva senza suscitare ilarità immaginare una fusione alla pari con British Airways sia ridotta oggi a malato terminale senza più nemmeno «l’unica clinica disposta ad accoglierlo», per ricordare la frase con cui Tommaso Padoa-Schioppa spiegò l’accordo con Air France poi saltato, e dal quale fuggono perfino coloro che avevano giurato di salvarla, si deve partire da qua. Da come la politica, alleata di gestioni talvolta scandalose e sindacati indifferenti alle angosce del conto economico, anno dopo anno prima contribuì a spolparla. Poi a usarla come randello elettorale.

Negli anni in cui l’Iri aveva seicentomila dipendenti e controllava il 70 per cento della capitalizzazione di borsa non era un andazzo tanto raro. Basterebbe ricordare come il progetto di comprare un grattacielo a New York dove piazzare lussuose sedi delle holding di Stato sfumò soltanto per i contrasti fra i vari boiardi. Chi sarebbe finito al primo piano? E a chi, invece, sarebbe toccato l’attico con vista sull’Empire, il Chrysler e le Torri gemelle? Ma quanto a grandeur, l’Alitalia non la fregava nessuno. Chiamato a officiare la sepoltura della vecchia compagnia di bandiera che aveva passato il marchio a Roberto Colaninno e ai «capitani coraggiosi che lo affiancavano», il commissario Augusto Fantozzi ebbe un ufficio nella gigantesca sede della Magliana, a venti chilometri da Fiumicino, che sarebbe stata troppo grande anche per la General Motors. L’avevano pagata 250 miliardi di lire (quando i miliardi erano miliardi) dopo aver venduto per 90 il palazzo dell’Eur.

Una rimessa secca di 160 miliardi, con in più i costi faraonici di un complesso faraonico. Ma quella era solo una tessera del mosaico. Da lì Fantozzi scoprì che c’erano 60 (sessanta) sedi all’estero. Rimaste aperte per anni, nonostante gli scali coperti dalla compagnia italiana si fossero negli anni miseramente ridotti a una quindicina. Non parliamo di quella londinese di Heathrow, arrivata a stipendiare trecento persone. Ma per esempio di un ufficio in Libia. O in Senegal. O delle due sedi indiane, Mumbai e Delhi. Oppure degli uffici di Hong Kong, dove non arrivavano più da tempo nemmeno i cargo con il tricolore stampato sulla coda ma c’erano ancora 15 dipendenti e un conto da 1200 dollari da pagare ogni giorno all’hotel Hyatt. Del resto, davanti ai conti degli alberghi l’Alitalia non ha mai fatto una piega.

Come quando pagò per un anno intero seicento stanze negli hotel intorno a Malpensa destinate agli equipaggi che avrebbero dovuto fare base nello scalo varesino. Rimaste ovviamente vuote. E pagò con leggerezza. La stessa leggerezza con cui volava sugli ostacoli il cavallo montato dall’esperto fantino Giuseppe Bonomi: il manager più amato da Umberto Bossi, che quando era presidente dell’Alitalia gareggiava nei concorsi ippici sponsorizzati dalla compagnia di bandiera.Non l’unica sponsorizzazione, sia chiaro. Il logo dell’Alitalia era stampato sui pettorali dei concorrenti delle marce podistiche di Ostia, campeggiava negli stadi di pallavolo del varesotto, sul giornalino dell’Eur di Roma... Anche quando la crisi era ormai diventata nera, nerissima. Era allora, anzi, che i geni della comunicazione aziendale riuscivano a dare il meglio di sé.

Fu pochi mesi prima del tracollo che venne sventata per miracolo la sponsorizzazione di una mostra di abiti di sposa a Tokyo. Mentre nulla riuscì ad arrestare l’inevitabile doppio restiling della costosissima rivista di bordo Ulisse 2000, famosa per le illustri collaborazioni (non gratuite, immaginiamo) di alcune delle firme giornalistiche più note. Il primo assegnato a una società dell’ex collaboratrice dell’ex gran maestro della massoneria Armando Corona, compensata per il disturbo con 10 mila euro al mese. Il secondo affidato a una ditta di cui era proprietario per metà l’attore Pino Insegno, che partecipò anche uno spettacolo alla Sala Umberto di Roma con tanto di attori e attrici vestiti da piloti e hostess per festeggiare i sessant’anni dell’Alitalia. Ideona poi replicata a New York, stavolta senza Insegno, per i cinquant’anni del primo volo da Roma.

Il tutto, giusto poche settimane prima che saltasse la vendita ad Air France, che Silvio Berlusconi rivincesse le elezioni e che i suoi «capitani coraggiosi» scendessero in campo per «salvare» la compagnia di bandiera. Di lì a poco, la società di Insegno per il restiling di Ulisse 2000 si sarebbe trovata nella lista dei creditori della vecchia Alitalia, con 77 mila euro. Fianco a fianco con Peccati di Capri, la pasticceria napoletana che forniva i cioccolatini di benvenuto offerti ai passeggeri dell’Alitalia: 3.852 euro. Fossero almeno serviti ad addolcire la pillola...

01 novembre 2013

Fuori gli eurocrati dai nostri bagni” L’ultima crociata inglese contro l’Ue

La Stampa

claudio gallo
corrispondente da londra


Londra si scaglia contro le nuove norme per regolare gli scarichi d’acqua dello sciacquone: non più di cinque litri per la tazza e uno per l’urinale. Il Times: «Non ci sarà più nelle case inglesi un posto abbastanza privato in cui l’Europa non possa mettere il naso»


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Parliamo di cose alte, come dicono quelli che vogliono darsi un tono. Parliamo di cessi. Ma no, attenuiamo un po’ la volgarità cercando di essere più precisi. Parliamo di sciacquoni. L’ultima guerra tra l’eroica isola britannica, paladina delle libertà individuali (specialmente quando sono irrilevanti), e la sordida Europa che vuole ridurre il mondo a un regolamento di condominio, è infatti sulla vaschetta che sta gentilmente sopra la tazza a protezione dell’igiene e dell’olfatto.

Certo, sembra un argomento non fondamentale per le sorti dell’universo ma il (un tempo, forse) autorevole Times mette la notizia in prima pagina, cominciando col dire che non ci sarà più nelle case inglesi un posto abbastanza privato che l’Europa non ci possa mettere il naso. Dopo tre anni di lavoro e una spesa di decine di migliaia di euro, infatti, i laboriosi eurocrati hanno messo a punto uno standard europeo per la vaschetta, con lo scopo di risparmiare acqua potabile. Finalmente, è nato il tanto atteso euro-sciacquone, euro-flush per gli inglesi.

Secondo la bozza di proposta, dovrà erogare cinque litri per la tazza e un litro per l’urinale, con la possibilità di una sciacquata intermedia da tre litri. Queste caratteristiche fanno infuriare i britannici, che saranno anche sprezzatori del continentale bidet, ma solitamente utilizzano sciacquoni da sei litri o anche più nelle “old properties”. Usano cioè alla bisogna, come fa notare con apparente orgoglio il Times, “più acqua che in qualsiasi altro paese europeo”. La ricerca per individuare lo sciacquone assoluto è costata quasi 90 mila euro. La proposta aggiungerà peso al progetto dell’Eco-label che Bruxelles presenterà la prossima settimana.

Il tutto accade, fanno notare gli euroscettici britannici (sull’isola dei sei litri una grande tribù), dopo che il presidente della commissione europea Manuel Barroso aveva promesso di dare un taglio alle raccomandazioni burocratiche. E poi sottolineano, rapporto sull’euro-flush alla mano, che se gli inglesi sprecano più acqua, i continentali sprecano più carta. La classifica degli smanettoni della vaschetta vede in testa la Gran Bretagna con 1,125 milioni di metri cubi di acqua tirati nel 2010, seguiti dall’Italia (1074) e dalla Germania (1021).

Un bel problema per l’Unione piagata da crisi e disoccupazione, che sarebbe irresponsabile eliminare con un colpo di sciacquone.

Bambine che partoriscono bambine

Corriere della sera

di Barbara Romagnoli


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Ogni giorno, 20.000 ragazze sotto i 18 anni partoriscono nei Paesi in via di sviluppo. Nove nascite su 10 avvengono all’interno di un matrimonio o di un’unione stabile, nonostante si tratti di minorenni. Le giovani sotto i 15 anni che diventano madri sono 2 milioni del totale annuo di 7,3 milioni di mamme adolescenti; se non si interviene seriamente, il numero di nascite da ragazze sotto i 15 anni potrebbe salire a 3 milioni l’anno nel 2030.

È quanto emerge dal Rapporto 2013 sullo Stato della popolazione nel mondo, presentato oggi a Roma, in contemporanea mondiale, e realizzato dall’Unfpa, Fondo delle Nazioni Unite per la popolazione in collaborazione con Aidos [Associazione donne per lo sviluppo] che cura l’edizione italiana. Il focus dell’edizione di quest’anno è l’impatto che le gravidanze precoci (e i matrimoni spesso forzati per le minorenni) hanno sulla salute, sull’istruzione, sulla produttività, ma soprattutto sulla vita delle giovani donne.

A sfogliare pagine di dati e grafici, quello che colpisce di più sono le testimonianze raccolte dall’Unfpa, ne riportiamo alcune.

«Avevo 16 anni e non avevo mai perso un giorno di scuola. Studiare mi piaceva così tanto. Preferivo di gran lunga passare il tempo sui libri che guardare la tv! Sognavo di andare al college, trovare un buon lavoro e portare via i miei genitori dalla squallida baracca in cui abitavamo. Poi, un giorno, mi hanno detto che dovevo lasciare tutto: i miei genitori mi avevano scambiato con la fidanzata promessa a mio fratello maggiore. Ho supplicato mia madre, ma mio padre aveva già deciso.
La mia sola speranza era che mio marito mi permettesse di finire gli studi. Invece, quando sono rimasta incinta non avevo ancora compiuto 17 anni. Da allora non ho quasi mai avuto il permesso di mettere il naso fuori di casa. Tutti escono per fare spese o per andare al cinema o alle funzioni del quartiere, ma io no. A volte, quando sono sola in casa, mi metto a rileggere i vecchi libri di scuola, abbraccio la mia bambina e piango. È una bimba adorabile, ma sono arrabbiati con me perché non ho fatto un maschio.

Piano piano però le cose stanno cambiando. Mi auguro che, quando mia figlia sarà grande, le usanze come l’atta-satta e i matrimoni infantili saranno spariti del tutto. Spero che riesca a completare la sua istruzione e a sposarsi solo quando sarà lei a deciderlo».
Komal, 18 anni, India


«Sono stata consegnata a mio marito quand’ero piccola. Ero talmente piccola che non ricordo nemmeno quando è accaduto. È stato lui a crescermi».
Kanas, 18 anni, Etiopia


«… Facevo il primo anno delle superiori, quando è successo. Una sera sono andata a prendere l’acqua… Lui mi ha preso… mi ha violentato. Ero terrorizzata, ma avevo solo 15 anni: non mi è neanche venuto in mente che avrei potuto restare incinta. L’ho capito dopo».
Léocadie, 16 anni, Burundi


«La verità è che la gente ti giudica, gli esseri umani sono fatti così. Sentire che anche dopo tutti i tuoi sforzi e i risultati che hai ottenuto… dopo tutto quello che hai passato per superare quegli ostacoli, per diventare una persona migliore… la gente sa essere davvero spietata, perché alla fine quello che si ricordano è sempre: “ah, sì, quella ha avuto un figlio quando aveva 15 anni».
Tonette, 31 anni, incinta a 15, Giamaica


Ovunque, sono più esposte alle gravidanze precoci le giovani povere, poco istruite e provenienti da zone rurali, quelle appartenenti a minoranze etniche, gruppi emarginati o che hanno un accesso limitato o nullo alla salute sessuale e riproduttiva. Circa 70.000 adolescenti nei Paesi in via di sviluppo muoiono ogni anno per cause collegate alla gravidanza e al parto.

Siamo nel 2013? Sì, eppure si muore ancora di parto in troppi luoghi del mondo.
Non solo, il problema delle maternità a rischio fra adolescenti non riguarda solo i Paesi in via di sviluppo. Anche in Occidente ci sono cifre rilevanti. L’entità complessiva è minore ma i fattori determinanti sono analoghi: scarsa educazione sessuale, poca consapevolezza del proprio corpo, culture maschiliste che non mettono le più giovani in condizioni di scegliere sul loro corpo e sulla loro vita, anche quando hanno maggiori opportunità economiche e casi numerosi di violenze e abusi sessuali.

Delle 680.000 nascite da madri adolescenti nei Paesi sviluppati, la metà sono negli Stati Uniti dove, secondo i Centers for Disease Control and Prevention (Centri per il controllo e la prevenzione delle malattie), nel 2011 si sono registrate 329.772 nascite da madri di età compresa tra i 15 e i 19 anni. In Italia non abbiamo dati specifici sul fenomeno di madri adolescenti, ma abbiamo quelli sulle interruzioni di gravidanza secondo cui il 4% riguarda giovani minorenni.

«Non è un dato del tutto irrilevante se consideriamo l’altissimo tasso di medici obiettori di coscienza che nelle strutture pubbliche non fanno le interruzioni di gravidanza – spiega Daniela Colombo, presidente Aidos – molte adolescenti fanno da sole, si procurano pillole varie e sono aumentati gli aborti clandestini. Il problema nel nostro paese è più serio di quanto si creda, perché non c’è educazione sessuale nelle scuole, le giovani generazioni non frequentano i consultori perché spesso non sanno della loro esistenza, non usano i contraccettivi e stanno aumentando i casi di infezioni trasmesse per via sessuale, come la clamidia per gli uomini che incide sulla fertilità».

Come sottolineato dal rapporto Unfpa, le gravidanze precoci riflettono maggiormente l’impotenza, la povertà e la pressione subita da partner, famiglie e comunità, ma sono anche causa e conseguenza della violazioni dei diritti umani fondamentali delle donne e dello squilibrio generale nel rapporto fra i sessi. Per questo, qualunque azione si voglia intraprendere per arrestare il fenomeno, è necessario farlo in un’ottica di cambiamento delle relazioni di genere.

«Da quando circa 30 anni fa abbiamo aperto il primo centro di salute per le donne in Argentina – conclude Colombo – come Aidos abbiamo sempre, in qualunque nostro consultorio, dedicato tempo e spazio per le più giovani. Andiamo nelle scuole, a parlare nei luoghi di aggregazione giovanile, insistendo sul fatto che sono le relazioni di genere a dover essere trasformate radicalmente».
Con il sostegno di Unfpa, il Nicaragua ha, per esempio, adottato un “approccio gender-

transformative” per prevenire le violenze sessuali e le gravidanze con l’iniziativa Que Tuani No Ser Machista, che ha spinto i ragazzi di età compresa tra i 10 e i 15 anni di 43 comunità locali a riflettere su che cosa significhi essere macho e perché, incoraggiandoli a mettere in discussione gli stereotipi di genere. Fra gli esercizi, anche quello di descrivere i propri sentimenti, pratica certamente inusuale e poco “maschile”. Si calcola che alla prima fase (2009-2010) abbiano partecipato circa 3000 adolescenti e alla seconda (2010-2011) fino a 20mila.
Il Rapporto afferma chiaramente che «gli/le adolescenti plasmeranno il presente e il futuro dell’umanità. A seconda delle opportunità e delle possibilità di scelta in questo periodo della loro vita, potranno entrare nell’età adulta come cittadini e cittadine autonomi e attivi, oppure restare ignorati, inascoltati e soffocati dalla povertà».
Alcuni governi e comunità sono stati in grado di ridurre il fenomeno attraverso azioni rivolte a conseguire altri obiettivi, comunque collegati, come tenere le figlie a scuola il più a lungo possibile, prevenire l’infezione da HIV, porre fine per legge ai matrimoni precoci, costruire capitale umano femminile, lavorare all’empowerment delle ragazze perché prendano decisioni di vita e sostengano i loro diritti umani fondamentali.

Tuttavia, è il monito del Rapporto: «esporre, indagare e denunciare le violazioni dei diritti riproduttivi non darà grandi risultati se gli/le adolescenti non sono in grado di accedervi o non sanno nemmeno che esistono. Sviluppare un sistema di responsabilità che sia efficace e capace di reagire positivamente, e renderlo accessibile a tutti, è quindi di importanza cruciale. Raccogliere e analizzare dati disaggregati per età e per reddito riguardo alle gravidanze in età adolescenziale può garantire che le leggi e le politiche affrontino nel modo più adeguato le necessità e le esigenze inevase di servizi per tutta la popolazione, e in particolare per le adolescenti emarginate. Particolarmente scarsi sono i dati che riguardano le ragazze di 10- 14 anni, eppure queste cifre sono particolarmente importanti perché possono contribuire a comprendere meglio le esigenze specifiche di questo gruppo trascurato, le loro vulnerabilità e le difficoltà che devono superare».

Affinché «l’infanzia non sia mai devastata dalla maternità», è necessario uno sforzo maggiore e unitario, conclude l’Unfpa, per garantire a tutte le donne un passaggio sicuro, sano e felice dall’adolescenza all’età adulta. La salute e la felicità devono essere diritti per tutti; la maternità, vale la pena ricordarlo all’Italia che attacca la 194, deve essere una scelta della singola donna.


Il rapporto completo in arabo, inglese, francese, russo e spagnolo è online su
www.unfpa.org. La versione italiana è disponibile online su www.aidos.it

Ecco i Paesi che mandano al rogo le donne accusate di stregoneria

La Stampa
carla reschia

L’Onu: dal Ghana all’Arabia Saudita cresce il numero degli Stati che tollerano la persecuzione

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Da strega ci si può travestire, soprattutto nella notte delle anime, l’All-Hallows-eve, la vigilia di Ognissanti che rievoca l’antica festa celtica di Samhain, quando i bambini vanno in giro a chiedere Trick or treat, scherzetto o dolcetto; è un gioco. Ma ci sono ancora paesi in cui l’accusa di essere una strega, o uno stregone, non fa sorridere nessuno perché è un reato punibile con la morte. Piper Hoffman, scrittrice e blogger statunitense, li ha contati: sono sette, almeno, gli stati che perseguitano, o tollerano la persecuzione, di chi è accusato di gettare il maleficio e intrallazzare con il maligno. Un fenomeno purtroppo in crescita secondo l’Onu.

Accade in Arabia Saudita, dove dal 2009 la polizia religiosa, il noto Comitato per la promozione della virtù e la prevenzione del vizio, ha istituito un Anti-Witchcraft Unit, con tanto di sito dedicato alle denunce dei cittadini. Accuse da non prendere alla leggera: l’ultimo caso risale solo a pochi giorni fa, quando a Jawf è stata decapitata Amina bint Abdulhalim Nassar, riconosciuta colpevole di stregoneria e di riti magici. 

In India, come in Nepal, non esiste il reato di stregoneria, ma nei villaggi e nelle aree tribali la superstizione è ancora molto forte e le forze dell’ordine faticano a scoprire e reprimere i linciaggi spontanei. Anche perché solo alcuni stati hanno adottato una legislazione specifica per punire chi compie gesti del genere. Così, a giugno, nello stato di Jharkhand, nell’est dell’India, un’anziana di 70 anni e la nuora di 42 sono state linciate da un gruppo di una ventina di donne convinte che avessero ucciso con la magia i loro figli .

L’anno prima la stessa sorte era toccata a un uomo e ai suoi due figli adolescenti sospettati di evocare i fantasmi. Nel villaggio di Madi, nel Sud del Nepal, distretto di Chitwan, è bastato un gesto per decidere la sorte di Dengani Mahato. Quando il locale sciamano l’ha additata come responsabile per la morte di un ragazzo annegato nel fiume, è stata presa a bastonate, cosparsa di kerosene e bruciata viva. Nessuno è intervenuto in suo aiuto e la polizia ha faticato persino a esaminare il corpo, a causa dell’ostilità degli abitanti. Un caso fra tanti secondo gli attivisti per i diritti umani che operano nella regione. 

Anche in Papua Nuova Guinea, la pena per le streghe è il rogo malgrado sia in vigore fin dal 1971 il Sorcery Act che ha messo fuorilegge la pratica. L’ultimo caso a giugno, nella città di Mount Hagen: una giovane madre di appena vent’anni, Kepari Leniata, è stata assaltata dalla folla, denudata, maltrattata e quindi spinta a forza sopra un mucchio di rifiuti cui è stato dato fuoco. La polizia, che aveva cercato d’intervenire, è stata respinta. Secondo i suoi assassini era responsabile della morte di un bambino di sei anni che qualche giorno prima era stato ricoverato in ospedale in preda a dolori di stomaco. 

Infine, l’Africa, dove, secondo molti osservatori, casi del genere si moltiplicano di anno in anno. In Tanzania, dove solo nel 2011 secondo il Legal and Human Rights Center, seicento anziane sono state barbaramente uccise perché ritenute streghe. Qui, tuttavia, dove la “fede” nella magia è diffusa e accettata oltre la fede ufficiale cristiana o islamica, non è tanto la reputazione di strega a uccidere quanto il presunto fallimento di un incantesimo.A farne le spese sono gli albini,attivamente cacciati perché ogni parte del loro “strano” corpo è ritnuta ottima per praticare sortilegi. 

In Gambia è il despota locale, Yahya Jammeh, presidente del paese dal 1994 e già noto per aver raccomandato una cura contro l’Aids a base di erbe magiche e banane, a incoraggiare la fede nella magia nera per essere libero di accusare, torturare e uccidere gli oppositori. Ci sono almeno sei casi documentati da Amnesty International di questo genere di pratiche che comprendono l’ingestione di liquidi velenosi e allucinogeni e altre forme di “esorcismo” e che sono condotte con un’adeguata coreografia: i sospetti vengono rapiti dai loro villaggi da gruppi di uomini vestiti con tuniche rosse cosparse di specchietti e conchiglie e accompagnati dal suono di tamburi. 

Anche in Uganda, paese africano spesso additato a esempio per la sua efficace lotta all’Aids, la fede nella stregoneria è più che mai viva e miete vittime sia tra chi la segue sia tra chi la pratica. L’elenco, lungo e sanguinoso, comprende bambini sepolti vivi o smembrati per avere lavoro o denaro, almeno 900 casi accertati secondo i dati di Jubilee Campaign, come pure presunti stregoni decapitati dai clienti insoddisfatti. Nell’impotenza, o con la connivenza dell forze dell’ordine e con un largo consenso sociale

Dell costretta a ritirare modello di laptop Gli utenti: «Puzza di pipì di gatto»

Corriere della sera

Il Latitude 6430U emano uno sgradevole odore. L’azienda costretta a sostituirlo: «Nessuna contaminazione biologica, è l’imballaggio»

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Hai comprato di recente un computer portatile Dell che ha uno strano odore? Consolati, non sei l’unico. Già, perché come fanno notare molti utenti sul sito di Dell, uno degli ultimi modelli Latitude 6430u Ultrabooks odora di pipì di gatto.

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GATTI SCAGIONATI -Come spiegato da The Next Web, sul forum le segnalazioni sono arrivate da tutto il mondo. C’è chi scrive: «Il computer è fantastico. Ha solo un difetto: sembra uscito dalla lettiera di un felino». Poi il responsabile materiale informatico di un’azienda scrive: «Abbiamo acquistato il vostro modello ma ora siamo in grande imbarazzo con i nostri dipendenti». C’è poi chi ha spruzzato liquidi e deodoranti sul laptop, senza riuscire però a mandare via quel fastidioso olezzo. Infine ci sono utenti che hanno anche accusato ingiustamente il proprio micio di aver fatto pipì sul loro portatile. I gatti, si sa, amano accoccolarsi sulla tastiera dei computer.

Ma dall’azienda statunitense rispondono che i felini non c’entrano. Prima hanno consigliato una pulizia del dispositivo con aria compressa, e poi – una volta accertato che il problema persisteva – hanno optato per la sostituzione gratuita dei modelli. La Dell ha confermato inoltre l’ipotesi avanzata da un utente del forum, secondo il quale l’odore di urina felina era da attribuirsi alla particolare composizione chimica dei polimeri plastici utilizzati nell’assemblaggio. Il tutto cercando di tranquillizzare gli utenti inferociti: «Non nuoce alla salute». Già. Ma di sicuro non è piacevole.

31 ottobre 2013

Identità«rubate» in ospedale Il tariffario della privacy in vendita

Corriere della sera

Nomi, cognomi e prognosi: per ogni paziente 9 euro. E poi il consulente proponeva gli indennizzi per gli incidenti


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Dati personalissimi, come lo sono quelli sanitari, rivelati e utilizzati per guadagnarci. Nomi, cognomi, indirizzi e prognosi custoditi in fax e annotazioni che spuntano dalle carte dell’indagine. Ogni nominativo valeva 9 euro, oppure dai 100 ai 150 euro al mese. Un vero e proprio tariffario. Questo è il quadro che emerge dalla maxi inchiesta che vede indagate 49 persone. Sono più filoni di indagine che coinvolgono anche 21 carabinieri. Uno, appunto, è la rivelazione di segreti d’ufficio. Un altro ancora è quella che gli atti definiscono illecita interferenza nella vita privata.

Un reato. In entrambi i filoni vengono coinvolti degli «007». Valdo Parietti, 52 anni, e Paolo Greco, titolare e collaboratore a tempo pieno della Agenzia Parietti - Centro investigativo orobico. Come entrano in scena? Bisogna prima partire da Calogero Emanuele, 53 anni, e Gilberto Donghi, 40 anni, l’uno proprietario e l’altro collaboratore della Consulenza incidenti stradali. La società aiuta chi ha subìto un incidente a prendere il risarcimento dei danni. Fin qui nulla di male. Ma per gli inquirenti la premessa del loro lavoro è un reato. Perché - indicano gli atti - hanno avuto le liste dei potenziali clienti da alcune talpe in alcuni ospedali. In parte il ponte sarebbe stata l’agenzia Parietti, che si occupa di perizie e di investigazioni private. Una telefonata viene ritenuta significativa.

È del 14 maggio del 2010, Donghi parla con Greco e gli chiede: «Quanti sono?». Lui risponde: «Una pagina, sono arrivati adesso quelli recenti». Una pagina di che cosa? Nomi di pazienti, è la risposta che daranno le indagini. C’è un altro punto di contatto e si trova sulle carte che la Guardia di finanza sequestra nel maggio del 2010 a casa di Donghi e negli uffici della Cis. A penna, sullo stesso foglio con la lista dei pazienti, ci sono degli appunti. C’è il nome di Parietti e ci sono dei calcoli. Per esempio, 160 x 9, totale 1.440 euro. Per gli inquirenti quei 9 euro sono il compenso per ciascun nominativo fornito: solo per il periodo tra settembre 2009 e il maggio del 2010 sarebbero 1.156 pazienti, per un totale di 10.404 euro. Si scoprirà che erano del Policlinico San Pietro, ma non si è mai capito come gli elenchi siano usciti da lì. Questi e gli altri sono ben dettagliati.

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Alcuni esempi. Mario Rossi (nome di fantasia), residente a ... in via ..., prognosi 10 giorni distorsione rachide cervicale, data dell’incidente. I nominativi sono evidenziati con diversi colori per distinguere se la persona era stata trovata a casa, oppure se le era stato lasciato il biglietto da visita nella cassetta della posta. I contatti erano soprattutto tra Greco e Donghi, che si incontravano per bersi un caffè. Ma secondo gli inquirenti era una scusa per la consegna delle liste. Ed Emanuele era all’oscuro di tutto? Viene ritenuto inverosimile, visto che è il titolare della Cis. Una volta che si risale a Greco e a Parietti, scattano delle nuove intercettazioni. Emergono così le attività investigative. Anche qui tutto nella norma. Se non fosse che si sarebbero spinte a piazzare registratori nelle case, senza autorizzazione delle forze dell’ordine, e ad accertamenti su conti bancari. La spia, per esempio, è una conversazione telefonica tra un cinquantenne di Curno e Parietti (o almeno il telefono risulta in uso a lui). «È riuscito a sapere qualcosa?», gli chiede il cliente.

«Nella banca che ci aveva detto lei ci sono 15.000 euro». E l’altro: «Però saranno 80.000». «Allora andiamo a vedere», lo rassicura l’investigatore. Non si capisce a chi si riferiscono, quindi non si scopre se le notizie riservatissime sono mai state scovate. L’uomo che chiede aiuto è preoccupato per il padre malato. Ha il sospetto che in casa non venga seguito a dovere. «Potrei mettere un microfono per vedere se maltrattano mio papà? È legale?», chiede. E Parietti: «Sì, sì, lo possiamo mettere noi». Ma il cinquantenne non è convinto e teme problemi: «Devo far prima denuncia ai carabinieri?». Ancora una volta l’investigatore lo rassicura: «Pensiamo a tutto noi». Il costo? Mille euro. Secondo gli indagati, il quadro ricostruito dall’inchiesta non corrisponde alla realtà. Lo dice l’avvocato Christian Manzoni, che assiste Parietti e Greco: «I miei assistiti escludono che sia così come viene loro contestato. Sono due professionisti seri e stimati. Queste sono accuse infondate. Per il momento approfondiremo la documentazione e poi chiariremo».

31 ottobre 2013

Berlino, il raduno dei “bebè di guerra” Oggi c’è chi li aiuta a ritrovare i padri

La Stampa

matteo alviti
berlino

Nati da rapporti di donne tedesche con soldati stranieri, i «Besatzungskinder», figli dell’occupazione sono oltre 200 mila Grazie all’aiuto di un’organizzazione americana cercano di rintracciare i genitori biologici


Cattura
Sono i figli della speranza, della voglia di vivere, o anche della solitudine. Sono nati da uno sguardo, una conoscenza fugace, brevi frequentazioni prima che il destino, sotto forma di una divisa verde, mettesse tra padri e futuri fi