Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

giovedì 31 ottobre 2013

Giulia Innocenzi k.o. all’esame da giornalista Ironie e sfottò. E lei: «Mi fanno pena, poracci»

Corriere della sera

La cronista di «Servizio pubblico» non passa la prova scritta. Il web s’infiamma con le prese in giro. Ma c’è molta solidarietà

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Quel che scrive su Facebook è questo. «Ci sono persone che si alimentano solo dei misfatti degli altri. Ragionano così: a me va di m..., a te deve andare peggio. Queste persone mi fanno pena, perché sono povere. E anche con tutto l’oro del mondo non si arricchirebbero di certo. Rimarranno sempre dei poracci». Lo sfogo è quello di Giulia Innocenzi, 29 anni, riminese, giornalista di «Servizio Pubblico» e volto noto della trasmissione anche per le polemiche in diretta con direttori come Augusto Minzolini e Maurizio Belpietro. Il 15 ottobre Innocenzi non ha passato lo scritto dell’esame di Stato per l’iscrizione all’albo de i giornalisti professionisti. Prova severissima che una certa ansia la mette, figurarsi, anche alle firme eccellenti tra le quali si conteggiano, anche in tempi recenti, bocciature non pronosticabili.

LIBERO IN «TACKLE» E appunto: il kappaò di Innocenzi è stata giudicata una notizia dalquotidiano «Libero» che ne ha dato conto con una certa perfidia. «Davvero incredibile, per una ragazza che più volte aveva impartito lezioni a destra e manca». E ancora. «Ora la fidanzata di Pif, ex Iena e applauditissimo alla Leopolda durante la recente convention renziana, dovrà ripartire da capo. D’altronde, diventare professionista non è una passeggiata. Anche se ti chiami Giulia Innocenzi e frequenti “una vera scuola di giornalismo” - così ha definito la sua esperienza di lavoro la stessa Innocenzi, ndr - come quella di Santoro».

POLEMICHE SUI SOCIAL NETWORK - Apriti cielo. Su Facebook e Twitter, ironie e sfottò, ma anche difese a spada tratta, si sono moltiplicate in un istante. Invidie e gelosie professionali, rivalse. Eccone qualcosa tra i commenti più clementi: «Giulia Innocenzi go home! Dio esiste» (steph@docst). E poi altri: «Come godo», «boriosetta», «saccente». Non mancano le polemiche sul senso dell’esame di Stato. «Una sanatoria» scrive Emiliano Liuzzi, direttore dell’edizione online del Fatto Quotidiano. Michele Ruschioni, direttore di «Noiroma», sorta di Dagospia dell’Urbe, attacca tranchant la collega sul suo profilo facebook:

«Ora non è che st’esame sia indicativo di quanto uno sappia fare il mestiere. Però dal momento che è istituito tocca superarlo. Non ci vuole uno scienziato per rimediare un 36. Bisogna solo saper scrivere». Mattia Feltri, inviato della Stampa, twitta a difesa.«La bocciatura all’esame di giornalismo di @giuliainnocenzi dimostra la ridicola inutilità dell’esame medesimo ». Così anche dall’Espresso. Ecco Riccardo Bocca - «Dopo tante batoste, l’Ordine dei giornalisti recupera credibilità grazie a Giulia Innocenzi. Un gesto generoso, farsi bocciare all’esame» -e Alessandro Gilioli: «Penosi e biliosi gli attacchi a Giulia Innocenzi per l’esame non passato eh. Ripigliamoci dai. Che poi conosco colleghi “professionisti” che te li raccomando».

L’ENDORSEMENT DI IACOPINO - A difesa della Innocenzi c’è anche il presidente dell’Ordine dei Giornalisti Enzo Iacopino. L’endorsement arrabbiato compare sulla bacheca della 115° sessione d’esame, quella sotto tiro e che ha visto una mezza falcidie: oltre il 44 per cento rispediti a casa. L’appello - in gran parte raccolto - è proprio per i candidati, invitati a «mostrare dignità». «Sapete, per averla vissuta, che prova è l’esame. Il giudizio, positivo o negativo, è falsato dalla tensione e non fotografa certamente le vostre reali capacità.

Invece perfino l’esame viene usato per delle volgarità. Mi riferisco alla campagna contro Giulia Innocenzi. Mi piacerebbe un sussulto di dignità da parte vostra - è l’esortazione -: un documento non di solidarietà (non conosco praticamente Giulia, ma credo abbia spalle larghe e forti) ma di denuncia di un modo di fare informazione che passa sopra la vita e i sentimenti delle persone». I «mi piace» sono stati moltissimi. Ma qualche intervento ha spostato il tiro: «Ricordatevi dei precari, e dello sfruttamento che c’è in tante redazioni».

31 ottobre 2013

La strega di Halloween è il doodle di Google Ma non in Italia

Quotidiano.net

Con doodle animato, con la strega dal naso lungo che crea pozioni magiche, Google celebra la festa che si celebra nella notte tra il 31 ottobre e l’1 novembre con l’ormai famoso “dolcetto o scherzetto”. Il gioco Halloween Witch è apparso a molti utenti in Europa e negli Stati Uniti, ma non in Italia

Roma, 31 ottobre 2013


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Halloween Witch, la strega di Halloween. E’ il gioco che Google ha ideato per celebrare la festa pagana che si celebra nella notte tra il 31 ottobre e l’1 novembre (in concomitanza con Ognissanti) e l’ormai famoso “dolcetto o scherzetto”. Un doodle animato, con la strega dal naso lungo che crea pozioni magiche, che è apparso a molti utenti in Europa e negli Stati Uniti, ma non in Italia. Il gioco consiste nel creare una pozione magica con ossa, teschi, veleno in boccetta e mele seguendo il libro degli incantesimi che la strega ha con sé. Aggiungendo due degli ingredienti appaiono diversi simboli di Halloween: la zucca, i fantasmi, le mummie o altri a seconda della combinazione.

L'antisemitismo di Vauro in tribunale non esiste. Ma ci perseguita da sempre

Fiamma Nirenstein - Gio, 31/10/2013 - 08:40

Naso a becco e stella di Davide: nella vignetta usata la simbologia dei razzisti. I giudici lo assolvono, io lo citerò alla Corte per i diritti umani

Quando guardo la vignetta di Vauro con la mia caricatura, che di nuovo un tribunale italiano ha assolto accusando invece contro ogni logica Peppino Caldarola che ne ha denunciato il significato, penso: bravo Vauro, ha saputo compendiare tutto il significato dell'antisemitismo contemporaneo in una sola immagine.

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Ambiguo, polivalente, saldamente ancorato nella tradizione antisemita classica, io col naso a becco, un mostro, un essere deumanizzato, con la stella di Davide cucita come esigevano i nazisti con gli ebrei, e moderno, consapevole del fatto che basta trovare una qualche ragione popolare per odiare gli ebrei e appicicarglielo, come quel distintivo del Pdl accanto al fascio littorio appiccicato a me. Proprio a me? Sono Fiamma? Con la mia storia di femminismo? Diritti umani? Iranianiani perseguitati? Tanti libri? Tanta storia? No, sono l'ebrea di Vauro.

L'antisemitismo all'Onu, forse non è un fatto molto noto, non si enuncia mai in quanto tale dopo la Shoah: nel '64 la parola «antisemitismo» non venne ammessa come riferimento nella «convenzione internazionale sull'eliminazione di tutte le forme di discriminazione razziale», perchè, si disse, era un problema di intolleranza religiosa. Fra le intolleranze religiose, non fu ammessa perchè era un problema razziale. Non ci sono effetti o conseguenze nelle risoluzioni dell'Onu per gli antisemiti, perchè non esistono. Anche Vauro non è antisemita: non esistono.

Ovunque l'odio è seminato da vignette come quelle di Vauro, una delle tante aggressioni antisemite che ho ricevuto nella vita. Ma io posso parlare, scrivere e viaggiare, una scorta della polizia italiana mi ha protetto per tanti anni da minacce insistenti e reiterate, ma stavolta bisogna che dica a Vauro: basta con l'incitamento. Io la citerò alla Corte europea dei diritti umani, e cercherò giustizia perché come dice Shylock, mangiamo lo stesso cibo, siamo feriti dalle stesse armi e se si punge un ebreo, forse che non sanguina? Io sanguino, quel naso è mio, quello spregio al corpo femminile nella sua vignetta è al mio proprio corpo di donna, la stella di Davide è sul mio petto, quelle ferite per evocare Frankestein di fatto incosciamente lei le ha disegnate su un corpo ossuto come quelli dei morti ad Auschwitz, come quelli dei miei nonni.

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Io so cos'è l'antisemitsmo: ho scritto parecchio sull'argomento, fra cui un libro intitolato L'antisemita progressista. Non ce n'è uno che ammetta di esserlo. È dal 2008, quando Vauro stampò la vignetta sul Manifesto, che mi porto quella stella di David, la sua, e non va bene. Invece lo schiaffo è stato reiterato dalla sentenza in appello.

L'antisemitismo oggi è inconsapevole, e anche giustificato, Vauro di certo mi ha messo quel fascio addosso perchè decide lui se un ebreo possa scegliere di candidarsi con il Pdl. Altri decisero a suo tempo, se poteva avere un negozio, o una cameriera cristiana, o se poteva andare a scuola con gli altri studenti, o lavorare in Banca, come mio nonno che ne fu cacciato.

Anche la bambina che alle elementari mi chiese se avevo la coda non sapeva affatto di essere antisemita, lo chiedeva per curiosità. Non lo sanno quelli che mi hanno accusato di essere la capa della lobby sionista in Italia e alla Camera finché ci sono rimasta, e persino tutti quelli che mi hanno minacciato di morte. I più recenti che mi hanno preso di mira citano la mostrificazione che fa di me Vauro. Basta giuocare la battaglia sul campo contiguo, quello in cui non si parla di niente, e l'antisemitismo è un giuoco ideologico. Eppure i morti ci sono.

Sedriano, ecco come la ‘ndrangheta si era infiltrata in Comune

Corriere della sera

Consegnato l’estratto dell’atto di scioglimento del consiglio. L’ex sindaco Celeste: «Tutte congetture»


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Incarichi negli uffici tecnici affidati senza selezioni pubbliche, bensì a persone di fiducia, «vicine a ambienti controindicati». Appalti pilotati e agevolazioni ingiustificate nei confronti di società collegate a famiglie mafiose. Un diffuso ricorso ad alcuni strumenti, come le perizie suppletive e le varianti in corso d’opera «in assenza dei presupposti di legge». Per questi e altri motivi, che dimostrano un’infiltrazione della criminalità organizzata «presente e manifesta», il presidente della Repubblica ha sciolto il consiglio comunale di Sedriano. A spiegarlo è un estratto dell’atto di scioglimento, consegnato in questi giorni agli ex amministratori, che contiene un riassunto della relazione del ministro dell’Interno Angelino Alfano e della commissione prefettizia di accesso agli atti, che si era insediata in Comune il 3 aprile scorso. L’intero provvedimento è composto da oltre 300 pagine, ma non è stato ancora reso noto. Ora l’ente è affidato a una commissione straordinaria che lo guiderà per 18 mesi.

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VOTI IN CAMBIO DI FAVORI - «L’inchiesta giudiziaria ha fatto emergere l’esistenza di un’intesa tra alcuni amministratori pubblici, tra cui il sindaco Alfredo Celeste, ed esponenti delle consorterie malavitose, finalizzate ad assicurare ai primi l’appoggio elettorale , in cambio di benefici non solo economici, scrive il ministro Alfano, indicando i protagonisti di questo «intreccio politico-affaristico». A Sedriano agivano Eugenio Costantino, «elemento di spicco della ‘ndrangheta», e il medico Marco Scalambra, «elemento di collegamento tra esponenti della criminalità organizzata, politici e amministratori, interessato ad avere appalti e capace di condizionare fortemente le scelte dell’amministrazione». Per garantire favori a loro e altri imprenditori, spiega la relazione, l’amministrazione guidata da Celeste riorganizzò l’area tecnica del Comune, suddividendola in due settori per poi affidarne uno «alla responsabilità di soggetti individuati senza preventiva proceduta selettiva, ovvero vicini ad ambienti controindicati» e creando così un «generale contesto di illegalità» che non garantiva più l’imparzialità dell’ente.

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INFILTRAZIONE MAFIOSA – Ma non è stato il tentativo di corruzione del sindaco da parte di Costantino e Scalambra a far chiedere lo scioglimento del Comune. Questa, secondo gli investigatori, «può definirsi come un’infiltrazione potenziale». La criminalità organizzata è invece «già presente e manifesta» negli appalti del Comune dati a un’impresa sedrianese che si occupa di gestione e cura del verde. Impresa il cui titolare (non coinvolto nell’inchiesta) «è imparentato con una potente e storica famiglia ‘ndranghetista di Bareggio», e di questo il sindaco era «perfettamente consapevole». Inoltre, i commissari osservano che vi sono «alcuni elementi di continuità tra l’amministrazione eletta nel 2009 e quella eletta nelle consultazioni del 2004». Allora, però, Celeste era all’opposizione e al governo c’era il centrosinistra con Enrico Rigo.

LA REPLICA - Tutte congetture, secondo Alfredo Celeste, che ribadisce l’intenzione di fare ricorso al Tar contro lo scioglimento del Comune. «Se c’era un’infiltrazione allora perché il gip mi ha rimesso in libertà, restituendomi i pieni poteri? E poi come avrei fatto a nominare persone o a fare appalti senza seguire le procedure? Ogni atto è passato dall’ufficio legale e dalla segreteria. Cos’ha da dire, invece, l’ex sindaco, dato che la relazione dice che noi abbiamo portato avanti quello che loro già facevano?». Enrico Rigo (Pd) ribatte che «continuità con l’operato di Celeste non ce n’è mai stata, nel modo più assoluto, soprattutto per quanto riguarda i rapporti con personaggi legati alla ‘ndrangheta che io non ho mai avuto. Quanto alla relazione, attendiamo il testo intero e leggeremo».

30 ottobre 2013

Se al cimitero si naviga online

Corriere della sera

Greco, un cartello all’ingresso del camposanto indica la «Wi-Fi area». Che funziona davvero


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I fiori, un cero e poi smartphone, Ipad e pc. Nella Milano dei 500 hot spot comunali, i punti d’accesso alla rete wi-fi, il più curioso è senza dubbio quello del cimitero di Greco. Metti che, andando a far visita ai propri cari lì sepolti, venga un’irresistibile voglia di controllare le email, consultare la propria pagina Facebook o mandare un sapido tweet, al cimitero di Greco si può (a Musocco e al Monumentale, invece no).

La targa non passa inosservata, è proprio all’ingresso del camposanto di via De Marchi. A cosa serva un punto d’accesso alla Rete in quel luogo, a parte le eventuali necessità di cui sopra, nessuno lo sa. Non certo i custodi del cimitero («È lì da tempo», bofonchiano), forse nemmeno il Comune che sul suo sito online è moderatamente prodigo di informazioni sul luogo (mq, servizi igienici, nessun telefono pubblico, un piccolo parcheggio eccetera), ma nemmeno un accenno all’hot spot cimiteriale. Il bello è che, a differenza di altri punti d’accesso cittadini parecchio tremolanti quanto a connessione, questo funziona davvero. Utile saperlo, soprattutto in vista di sabato, giorno dedicato alla commemorazione dei defunti. A Greco, vera commemorazione 2.0.

31 ottobre 2013

Internet in mobilità, in Italia scarichiamo a 6,3 megabit al secondo (in media)

Corriere della sera

Il risultato dell’indagine MisuraInternetMobile 2013 realizzata dall’Agcom: 6.00o km percorsi da un’auto che ha raccolto i dati

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La velocità media per scaricare dati da Internet in mobilità - smartphone, tablet o chiavette - in Italia è pari a 6,3 Megabit al secondo. Tra gli operatori i migliori si sono rivelati Vodafone (download, quando scarichiamo file) e Tim (upload, quando li carichiamo), anche se i risultati variano molto da città a città. Sono alcuni dei risultati dell’indagine ufficiale MisuraInternetMobile 2013 realizzata dall’Agcom, che ha preso in esame le reti 2G e 3G di Telecom, Vodafone, Wind e H3G di 20 città. I dati sono stati raccolti on the road da un’auto, che ha percorso quasi 6.000 km nell’arco di circa 4 mesi (dal 28 gennaio al 24 maggio 2013) spostandosi lungo tutto il territorio nazionale ed effettuando, in totale, circa 500 mila singoli test. Le città sono state scelte, di norma, con il criterio di essere le più popolose della regione di appartenenza.

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UPLOAD - Tra gli altri risultati, emerge una velocità di caricamento (upload) pari a 1,6 mega. Per visualizzare una pagina di dimensioni di circa 800 Kbyte occorrono in media 3,6 secondi. Tornando alla velocità di download, quella più importante per la maggioranza dei consumatori, si rileva una sostanziale differenza tra quanto promesso dalle pubblicità (velocità di oltre 40 Megabit al secondo) e quanto registrato sul campo. Un dato che non stupisce, visto che si tratta di velocità massime teoriche e non certo di valori effettivi, che dipendono da molti fattori, tra cui la qualità della rete, l’affollamento della cella cui si è collegati e la presenza di elementi di disturbo quali edifici.

MEGLIO VODAFONE E TIM - Guardando ai risultati legati agli operatori, secondo i dati AgCom è Vodafone che assicura la velocità media (su 20 città) più alta in download, con 7,26 Megabit. Seguono 3-H3G (6,66 mega), Telecom (6,45 mega) e Wind (4,69 mega).
Nella velocità di upload, invece, prima svetta Telecom (1,83), seguita a un’incollatura da Vodafone (1,82) e poi più distanziate 3-H3G (1,46) e Wind (1,16). I valori, però, variano sensibilmente da città a città. E riguardano per l’appunto i grossi centri abitati: nelle zone più rurali la situazione può essere molto diverse, come sa bene chi si sposta in aree meno abitate e sconta velocità di rete scadenti quando non addirittura l’assenza di copertura.


Obiettivo delle campagne dell’Agcom, tenuto conto della veloce crescita del mercato legato ai servizi e alle applicazioni su banda larga mobile, è quello di rendere disponibili agli utenti dei dati indicativi delle prestazioni dei quattro operatori mobili con riferimento alla qualità del servizio di trasmissione dati. Oggetto della valutazione le reti 2G e 3G (la tecnologia di rete LTE 4G, ancora in fase di parziale diffusione, non è rientrata in questa tornata di rilevazioni) con gli operatori che hanno predisposto le loro reti secondo le migliori condizioni operative e avvalendosi delle migliori tecnologie possibili dei rispettivi equipaggiamenti di rete, sia come hardware sia come software. Le campagne ufficiali sono state programmate, a partire dal 2013 e per circa 3-4 anni, al ritmo di due all’anno (una per semestre).

30 ottobre 2013

Il centro congressi del G8 è nuovo e già perde pezzi

Corriere della sera

Doveva rilanciare La Maddalena, dopo 4 anni è vuoto

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«Ah, quando s’alza il vento…». Il lamento cantato da Lucio Battisti si leva alla Maddalena a ogni folata di maestrale. Altri tetti scoperchiati, altri pannelli di vetro strappati all’avveniristico «Main Center», altri pezzi di coperture inghiottiti dal mare… Cadono a pezzi, solo quattro anni dopo, le costosissime strutture costruite per il G8 poi spostato all’Aquila. E i soldi dati ieri per finire la bonifica, potete scommetterci, non basteranno.Sono 11 milioni e rotti, i nuovi stanziamenti decisi dal ministero dell’Ambiente e dalla Regione Sardegna per completare il risanamento «dello specchio acqueo antistante l’ex Arsenale militare di La Maddalena».

Il guaio è che per i giudici impegnati nell’inchiesta sulla «bonifica fantasma», i quali poche settimane fa hanno inviato gli avvisi di indagini concluse a 17 indagati eccellenti, dall’ex capo della Protezione civile Guido Bertolaso all’ex responsabile della struttura di missione per il G8 Mauro Della Giovanpaola fino all’ex viceré del Consiglio superiore dei lavori pubblici Angelo Balducci, l’area dettata da fanghi neri impregnati di idrocarburi lasciati dai vecchi insediamenti militari non è di sei ettari ma di dodici: il doppio.

Tanto che i pessimisti sono pronti a giurare che saranno insufficienti non solo i quattrini (ne servono almeno 19, di milioni, secondo i periti della magistratura) ma anche i tre anni fissati per finire il disinquinamento. E tutto si può chiedere ai maddalenini meno che abbiano fiducia negli impegni presi. Troppe volte, in questi anni, sono stati traditi. Alla Maddalena, giurava Silvio Berlusconi nel dicembre di cinque anni fa, «è stata fatta la più grande bonifica ambientale mai fatta in Italia in modo che l’isola diverrà un’attrazione turistica assolutamente all’avanguardia».

E il governo assicurava, sfidando la Ue che avrebbe aperto una procedura d’infrazione su tutte le violazioni delle regole, che i lavori per il G8 sarebbero stati fatti «nel massimo rispetto ambientale». E ancora tre giorni prima del terremoto all’Aquila che avrebbe spinto il Cavaliere a mollare l’arcipelago, Bertolaso affermava: «Abbiamo bonificato una zona inquinata in un parco nazionale, abbiamo portato le barche dove c’erano i sommergibili e ora garantiamo l’occupazione a un migliaio di persone». Sì, ciao… Mai vista un’assunzione.

Costò una tombola, quel «lifting ambientale» per cui la Protezione civile ingaggiò anche Francesco Piermarini, il fratello della moglie di Bertolaso che lo definiva «un grande esperto di bonifiche». Trentuno milioni, pare. Ma con tutti gli annessi e connessi sarebbero stati 72. Senza che le acque fossero ripulite almeno il necessario per rimuovere, se non il divieto di balneazione, almeno quello di navigazione e di ancoraggio. Il colmo, scrisse sull’Espresso Fabrizio Gatti: «Un porto turistico costato complessivamente 377 milioni di euro pubblici nel quale yacht, barche e gommoni non possono attraccare».

E lì c’è la seconda grana. La pretesa della Mita Resort di Emma Marcegaglia che lo Stato rispetti l’accordo fatto poche settimane prima dello spostamento del G8. Quando l’allora presidente di Confindustria vinse in gara solitaria (contestatissima da due altri imprenditori turistici) l’appalto per gestire in cambio di 40 milioni, per trent’anni, le strutture costruite o ristrutturate per il summit internazionale. Un complesso che avrebbe dovuto diventare, dopo lo spot mondiale della parata con Obama, Medvedev, Merkel, Sarkozy e tutti gli altri, il cuore della nautica esclusiva dell’intero Mediterraneo.

Dicono quelli della Mita: ma come, dovevate portare i Grandi del pianeta e (con tutto il rispetto per la tragedia aquilana) così non è stato; dovevate risanare le acque e non l’avete fatto; dovevate togliere lo stradone che passa davanti all’ex ospedale militare trasformato in un hotel di lusso per farci la passeggiata a mare e non l’avete tolto; ci avete fatto spendere 9 milioni di euro di arredamenti e non possiamo affittare una camera o un posto barca… Risultato: una richiesta danni di 149 milioni. Che si aggiungerebbero al mezzo miliardo (la cifra esatta, per ora, pare non saperla nessuno) già buttato per quella costosissima giostra mai fatta girare.

«Ma come: se la Marcegaglia non ha ancora tirato fuori un centesimo dei soldi dovuti!», sbotta l’ex assessore provinciale all’ambiente Pierfranco Zanchetta, duro oppositore delle scelte sventurate fin qui commesse, «Non capisco. Già le avevano fatto lo sconto riducendo da 40 a 31 i milioni di canone e allungandole da 30 a 40 gli anni di gestione! Ha speso soldi per arredamenti o altro? Porti le ricevute ed esiga i rimborsi. Ma chiedere 149 milioni di mancato guadagno senza neppure aver tirato fuori quello che deve lei allo Stato…».

Fatto sta che, in attesa che si chiuda la rissa sulla manutenzione («Tocca allo Stato», «No, alla Regione», «No, alla Marcegaglia») le opere che solo quattro anni fa erano nuove di zecca e pronte ad accogliere il vertice planetario, sono in condizioni catastrofiche. L’area delegati che doveva diventare una struttura culturale e commerciale mostra le ferite dei pezzi di tetto strappati dal vento. Le colonne degli antichi depositi dell’arsenale costosamente restaurate sono già oscenamente arrugginite. L’albergo ricavato dall’ex ospedale con lavori abnormi per 77 milioni di euro (722 mila euro a camera) è assediato dalle erbacce che stanno mangiandosi anche il marciapiede. E ovunque degrado, degrado, degrado.

Quello che più fa salire il sangue al cervello è però l’edificio futuristico del «Main Center» che doveva ospitare le personalità più illustri del mondo e che si protende sull’acqua del bacino. Le spettacolari vetrate sui fianchi erano coperte da una specie di alveare, un grande merletto di vetro e acciaio voluto per dare insieme un po’ d’ombra e insieme trasparenza, stanno giorno dopo giorno sgretolandosi. «Uno schifo», si sfoga l’architetto Stefano Boeri, autore del progetto, «Lo vedo e sto male. Sono pazzi a lasciarlo finire così».

Non era stata una pazzia piuttosto mettere quella grata leggera esposta alla furia del maestrale? «Per niente! Non c’è posto dove il maestrale tiri quanto a Marsiglia eppure lì il Mucem, cioè il museo della civilizzazione dell’Europa e del Mediterraneo, coperto con la stessa tecnica, è stupendo e intatto. Alla Maddalena è mancata la minima manutenzione annuale. L’azienda che l’ha costruita, quella copertura, si è offerta di farla, la manutenzione. Non le hanno neanche risposto. Tanto che hanno fatto causa per la figuraccia cui sono, senza colpa, esposti».

Tema: ammesso che ci mettano «solo» altri tre anni per la bonifica vera (totale otto: più di quelli bastati a fare il tunnel sotto la Manica) cosa sarà di tutto quel complesso che fu bellissimo e bellissimo potrebbe tornare a essere ma è abbandonato al vento, alla polvere, agli sterpi? Beffa tra le beffe, la Regione è costretta pure a pagarci sopra quattrocento mila euro l’anno di Imu…

30 ottobre 2013

I pirati colpiscono Adobe: violati 38 milioni di account

La Stampa

Con i codici sorgenti di Photoshop spariscono nomi, numeri cifrati e scadenza delle carte di credito


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Anche Adobe finisce nel mirino dei pirati informatici: come ha confermato la stessa società, sono stati violati 38 milioni di account. Una cifra di molto superiore ai 2,9 milioni di utenti che in un primo momento si pensava fossero stati colpiti. Secondo quanto dichiarato da Adobe, gli hacker hanno rubato anche parti dei codice sorgente di Photoshop, il popolare programma utilizzato per ritoccare le immagini. 

Inoltre, sarebbero stati trafugati nomi, numeri cifrati e date di scadenza di carte di credito e debito. A questo proposito tuttavia, un portavoce dell’azienda ha precisato che tali informazioni sono state rubate «solo» ai 2,9 milioni di utenti identificati inizialmente. Mentre per quanto riguarda gli altri 35,1 milioni di account, il furto riguarda unicamente ID e password di Adobe. 

La società ha anche spiegato di aver adottato diverse misure per proteggere i dati dei clienti: per esempio resettando le password, in modo da prevenire accessi non autorizzati. 

Arriva il “Tripadvisor” degli ospedali In testa le strutture della Lombardia

La Stampa

Per partorire il Sant’Anna di Torino, per l’artroscopia Careggi di Firenze, per l’angioplastica il Policlinico Tor Vergata di Roma o il Centro cardiologico Monzino di Milano: ecco l’eccellenza votata dai pazienti


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Sono gli ospedali del Nord e in particolare della Lombardia, quelli che - in base a una serie di misure di performance e indicatori di qualità - erogano l’assistenza sanitaria migliore: infatti la Regione che vanta più ospedali nei primi posti delle classifiche delle strutture sanitarie migliori in Italia è proprio la Lombardia, classifiche che riguardano molti aspetti determinanti dell’assistenza misurati attraverso indicatori di qualità riconosciuti a livello internazionale come la mortalità a trenta giorni dal ricovero per un infarto cardiaco o per un ictus, oppure in seguito ad un intervento per rimuovere un tumore. 

Nel dettaglio, sono tre lombardi e uno laziale gli ospedali che si aggiudicano, pari merito, il “medagliere” (cioè chi sale più spesso sul podio dei primi tre classificati per 17 principali indicatori di qualità): Spedali Civili di Brescia, l’Ospedale di Magenta (Mi), il Centro Cardiologico Monzino di Milano e l’Azienda ospedaliera S. Andrea di Roma. Sono questi alcuni dei dati che emergono interrogando il portale “Dove e come mi curo”, presentato a Roma in un incontro con la stampa, un progetto di public reporting in sanità unico nel suo genere in Italia, coordinato dal Professor Walter Ricciardi, Direttore del Dipartimento di Sanità Pubblica dell’Università Cattolica - Policlinico A. Gemelli di Roma. 

Frutto di oltre due anni di lavoro, il portale “Dove e come mi curo” mappa ben 1233 strutture sparse per il territorio italiano tra ospedali, case di cura accreditate e presidi ospedalieri e considera complessivamente 50 indicatori chiave per misurarne la performance. «Nelle scorse settimane si è aperta un’accesa discussione sulle modalità di comunicazione dei risultati delle attività ospedaliere al pubblico - afferma il professor Ricciardi - Non va, però, dimenticato che l’obiettivo vero di un sistema corretto di ’public reporting’, così come è già in uso in altri paesi come la Gran Bretagna, non è tanto di stilare classifiche, ma è quello di fornire ai cittadini informazioni rigorose sulla qualità delle cure e allo stesso tempo di facile comprensione da parte di tutti». 

Va ad esempio alla Lombardia la medaglia d’oro sull’appropriatezza del ricorso al taglio cesareo visto che a fare meno cesarei è l’Ospedale Vittorio Emanuele III presso Carate Brianza (4,68 %). Lombardi sono pure gli ospedali presenti sui gradini più bassi del podio per questo indicatore, Ospedale di Circolo A. Manzoni - Lecco (8,06%) e Ospedale di Magenta - Milano (8,12%). Quarto e quinto posto se li aggiudica sempre la Lombardia con Ospedale dei bambini V. Buzzi - Milano (8,15%) e Ospedale città di Sesto S. Giovanni (8,20%). Per questo dato una media nazionale è di 26,27%. 

Si trovano sempre in Lombardia i primi quattro ospedali con i valori più bassi di pazienti con frattura del collo del femore deceduti entro 30 giorni dal ricovero (indice di sicurezza e qualità dell’assistenza fornita): Ospedale CTO - Centro Traumatologico Ortopedico di Milano, l’Ospedale di Magenta (Mi), l’Ospedale Generale Provinciale - Saronno, l’Ospedale di Circolo - Abbiategrasso. 

Al quinto posto un ospedale del Piemonte: l’Azienda Ospedaliero Universitaria San Luigi Gonzaga di Orbassano (To). «Lo scopo oveecomemicuro.it, è quello di far conoscere ai cittadini che realtà eccellenti, nonostante un evidente squilibrio geografico, vi sono in tutto il Paese e che spesso non è necessario intraprendere lunghi e costosi spostamenti per trovare servizi che magari sono molto più vicini di quanto si creda - afferma il professor Walter Ricciardi, coordinatore del comitato scientifico del motore di ricerca -. Speriamo inoltre che la nostra attività sia il primo passo verso un sistema sanitario più trasparente, che sappia comunicare meglio i propri tantissimi punti forti e correggere i propri punti deboli, anche con la collaborazione dei cittadini». 

«I dati sulla qualità dei servizi e la capacità di elaborarli in Italia ci sono forse più che in altri Paesi - conclude il professor Ricciardi -, quello che spesso manca è la capacità e, talvolta, il coraggio, di prendere decisioni difficili e spesso dolorose basate su quei dati, ma che non sono ormai più rinviabili in un Paese che deve fare i conti con risorse sempre più scarse e bisogni sempre più forti e che se non lo fa subito è destinato a esportare, non solo i bei prodotti del Made in Italy, ma anche i cittadini in cerca di cure. E questo è un tipo di export che dovremmo e vorremmo evitare». 

Pakistan, violentata, sepolta viva e abbandonata: tredicenne salva per miracolo

Il Mattino


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LEHORE (PAKISTAN) - Stuprata, sepolta viva e abbandonata. È la storia di una 13enne pakistana che si è salvata grazie alla sua forza di volontà. A Toba Tek Singh, a 200km da Lehore, la bambina è stata avvicinata da due uomini mentre si dirigeva a lezione di Corano. L'hanno portata in un posto isolato, per poi violentarla e abbandonarla sepolta nel fango a bordo strada. Probabilmente i due uomini pensavano che non ce l'avrebbe fatta ma la piccola ha iniziato a scavare ed è riuscita a liberarsi. Avvertito un passante la storia è stata denunciata dal padre Siddique Mughal. La polizia ora sta indagando sul caso per cercare di catturare i responsabili.

 
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mercoledì 30 ottobre 2013 - 16:18   Ultimo aggiornamento: 16:19

New York, giorni contati per le carrozze con cavalli a Central Park

La Stampa

Vittoria degli animalisti, ma gli equini “disoccupati” potrebbero finire al macello


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Giorni contati per una delle icone di New York, le carrozzelle con i cavalli che girano intorno e all’interno di Central Park.
Dopo le proteste degli animalisti, entrambi i candidati alla poltrona di sindaco della Grande Mela, Bill De Blasio e Joe Lhota, hanno affermato all’unisono che dopo l’elezione sosterranno un disegno di legge per eliminarle.

Al loro posto, Lhota e De Blasio hanno suggerito di utilizzare delle macchine elettriche, ma non hanno precisato che fine faranno i cavalli. Invece di essere “salvati” infatti, secondo diversi esperti gli animali potrebbero finire al macello. I cavalli in pensione costano troppo - almeno 200 dollari al mese ciascuno - e non è facile trovare i fondi per prendersi cura di altri 200 animali, quanti sono quelli impiegati a Central Park.

Usa, addio folli inseguimenti in auto la polizia ha il proiettile con il Gps

La Stampa

Si accende attraverso un pulsante e presto sbarcherà anche in Europa


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Niente più folli inseguimenti in automobile: d’ora in poi c’è il proiettile con dispositivo di localizzazione Gps, chiamato Starchase, che permette alla polizia di controllare la posizione di un fuggitivo mentre sta comodamente nascosta in un parcheggio. Lo Starchase è già utilizzato per rendere più sicura la caccia ai delinquenti in fuga in quattro stati degli Usa - Iowa, Florida, Arizona e Colorado - e secondo quanto riferisce la Bbc potrebbe arrivare a breve anche in Europa.

Come nei migliori film polizieschi, il sistema Gps installato nel proiettile si accende attraverso un pulsante nella macchina della polizia: a quel punto gli agenti possono smettere di inseguire il fuggitivo e controllare i suoi spostamenti e la sua velocità da lontano.

Per ora l’installazione del rilevatore della traccia costa 5.000 dollari (3.633 euro) per ogni auto della polizia ed ogni proiettile 500 dollari (363 euro). Dave Allen, autore di un report sul futuro della tecnologia nella polizia inglese, ha affermato che «i costi si abbasseranno rapidamente e vedremo questi proiettili utilizzati quotidianamente in un futuro non troppo lontano».

La Boldrini si fa attendere dal premio Nobel Aung San Suu Kyi

Libero

La dissidente birmana Aung San Suu Kyi attende a lungo di ricevere Laura e consulta nervosamente l'orologio. Ma cosa aveva da fare lady Montecitorio?


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Che fretta c’è, è stata una ventina d’anni agli arresti, può aspettare qualche minuto. Forse è questo che ha pensato Laura Boldrini quando ha lasciato il premio Nobel Aung San Suu Kyi ad aspettare per vari minuti nell’anticamera del suo ufficio. Secondo la ricostruzione de L’Espresso la dissidente birmana, alla sua prima strorica visita ufficiale in Italia, ha aspettato nel salottino di Montecitorio per lunghi e interminabili minuti la presidenta dell'(anti)camera “al punto che – dice il settimanale – perfino una figura sobria ed elegante come la leader della Lega nazionale per la democrazia birmana, tra una parola e l’altra alla sua traduttrice, non ha saputo resistere alla tentazione di dare un’occhiatina all’orologio”.

Insomma anche un premio Nobel perde la pazienza. Inizialmente si pensava che la Boldrini fosse impegnata con un altro imprescindibile incontro, magari più urgente ed importante. Papa Francesco, Nelson Mandela, i parenti delle vittime di Lampedusa o magari una delegazione di ex veline pentite, ma quando si sono spalancate le porte la Boldrini è uscita accompagnata solo dai suoi stretti collaboratori. Aung San Suu Kyi non si è lamentata perché in fondo la Boldrini è pur sempre una collega, anche lei è un premio Nobel. Di maleducazione.

Google Plus crea l’archivio fotografico

Corriere della sera

di Nicola Di Turi


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Ricordarsi della foto scattata sulla neve ma, al contempo, non avere idea di come cercarla. A chi non è capitato di provare a rintracciare un’immagine, ricordandosi solo dell’occasione in cui era stata scattata? Difficile riuscire a tenere il controllo sulle centinaia di scatti archiviati nello smartphone. Ma in soccorso degli utenti arriva Google, che ieri ha annunciato la messa a punto di decine di nuove funzioni dedicate a Google Plus, il social network della casa. E tra queste c’è proprio la nuova funzione di riconoscimento delle foto, che consentirà agli iscritti al social network di cercare una foto digitando semplicemente uno degli elementi contenuti al suo interno.


La tecnologia sviluppata da Google, infatti, è basata su un database da circa mille oggetti, ai quali sono stati associati i nomi con cui vengono comunemente menzionati. Per cercare la foto dell’ultimo sole calante dell’estate, così, sarà necessario digitare soltanto “tramonto”, e rintracciare l’immagine nella galleria del profilo personale su Google Plus. Ma tra le novità annunciate da Big G, non c’è solo la funzione di riconoscimento delle foto. Grazie a Composizione Automatica, infatti, si potrà dire addio a software e applicazioni esterne per il ritocco fotografico. Direttamente dall’applicazione mobile di Google Plus, e dal sito su pc, si potrà dare vita ad un film con le foto scattate e caricate sul social network, senza passare dai programmi di video e foto editing.

Come dimostra il video rilasciato da Google, infatti, al momento della condivisione dello scatto su Google Plus, all’utente sarà richiesto di apportare correzioni alle foto, o eventualmente di ricavarne un breve filmato. Ma non solo: grazie alla funzione Gomma si potrà dire addio ai disturbatori dei nostri scatti, ad esempio persone e auto di passaggio giusto un attimo prima del click. Probabilmente scattando la foto direttamente dall’applicazione del social network, Google Plus acquisirà non solo lo scatto singolo, ma una sequenza in grado di eliminare successivamente l’elemento di disturbo, e ripristinare la foto “pulita”. Sfruttando le stesse potenzialità, però, si può decidere anche di realizzare una foto in Movimento (dal titolo dell’apposita funzione), e mettere insieme più sequenze di scatti, pur senza sconfinare nel filmato vero e proprio.

L’ultimo capitolo delle novità targate Google Plus, invece, riguarda gli Hangout, ovvero la funzione di videochiamata o di trasmissione di contenuti in diretta per una cerchia di amici invitati. Nell’ottica di un’integrazione sempre più avanzata tra le classiche funzioni degli smartphone e quelle del social network di casa Google, gli Hangout supporteranno gli sms, consentendo all’utente di spedirne agli amici coinvolti nella videochiamata, senza abbandonare la piattaforma. Certamente, però, la vera svolta annunciata da Google Plus si fonda sul capitolo foto e video, dal momento che secondo i dati ufficiali ogni settimana gli oltre 500 milioni di iscritti nel mondo condividono sul social network 1,5 miliardi di scatti alla settimana. E avere a disposizione la possibilità di ricavarne direttamente un filmato, o di ricercarle con una disarmante semplicità, potrebbe fare davvero la differenza.

TWITTER: @nicoladituri