Evoluzione a Sinistra

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martedì 22 ottobre 2013

Manovra: ecco chi paga il conto più salato

Corriere della sera


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Fabio Fazio

Corriere della sera


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• Savona 30 novembre 1964. Conduttore tv. «Mi piacerebbe fare un colpo di testa, andare in televisione e dire una cosa pazzesca. Poi sparire per sempre».

• Ultime Risultati sempre più importanti – in termini di critica e di pubblico – per il suo Che tempo che fa su Raitre. Anche se viene accusato di invitare troppi esponenti del centrosinistra.

• Ha disertato la consegna degli Oscar tv, «un gesto coraggioso (la sua miglior intervista dell’anno, verrebbe da dire) per esprimere una distanza da queste piccole sagre paesane, da queste sfarinate celebrazioni (e Fazio è stato anche il più premiato di tutti perché il pubblico da casa ha votato la sua trasmissione come la migliore dell’anno)» (Aldo Grasso).

• Luttazzi lo ha accusato di essere andato da Craxi per farsi raccomandare (si trattava, pare, di evitare il servizio militare). Fazio lo ha accusato di essere invidioso, poi l’ha buttata a ridere («l’ho chiesto a Reagan e a Gorbaciov, poi è caduto il Muro di Berlino ed è finita lì»), ma in definitiva non ha risposto.

• Non votò alle primarie del Pd dell’ottobre 2007 (annuncio con un articolo pubblicato dalla Stampa): «È che sono confuso; anzi, grazie al Partito democratico ho scoperto di essere confuso da un bel pezzo». Nell’aprile del 2008 è stato criticato dal quotidiano Avvenire e da Francesco Cossiga per aver espresso (sempre sulla Stampa) la sua idea di laicità nel Pd (accusa di sostenere una «deregulation» in campo etico togliendo «la libertà di coscienza» ai parlamentari).

• Nel maggio 2008 ha dovuto leggere davanti alle telecamere un comunicato di scuse del direttore generale della Rai Claudio Cappon. Marco Travaglio, venuto a presentare il suo ultimo libro nella puntata precedente, aveva infatti pesantemente attaccato il presidente del Senato Renato Schifani dichiarando: «Schifani ha avuto rapporti con persone poi condannate per mafia» senza che Fazio sentisse il bisogno di attenuare quella dichiarazione. Alle scuse di Cappon, Fazio aggiunse le proprie: «Rispettare la doppia libertà, quella di chi c’è e quella di chi non c’è, è sempre stato e rimarrà l’obiettivo di questa trasmissione. L’offesa non mi appartiene».

• Nel 2008, grazie al nuovo accordo triennale con la Rai, si è assicurato un compenso di 2 milioni di euro all’anno (il 30 per cento in più rispetto all’accordo triennale precedente, scaduto il 30 giugno 2008, con cui aveva ottenuto in tutto 4,69 milioni di euro).

• Mondadori ha raccolto nel volume Che Litti. Che Fazio i duetti più divertenti tra lui e Luciana Littizzetto (2007).

• A novembre 2010 conduce Vieni via con me, con lo scrittore Roberto Saviano, che diventa un vero caso televisivo. Circa dieci i milioni di spettatori che seguono il programma, che diventa il più visto di tutta la storia di Raitre. Per Vieni via con me vince nel 2011 il prestigioso Premiolino.

• A maggio 2012, conduce ancora una volta con Saviano, ma su La7, il programma Quello che (non) ho.

• Vita Figlio di statali. Laurea in Lettere (110) con una tesi su Elementi letterari nei testi dei cantautori italiani. «Mia madre ancora adesso si vergogna un po’ che io faccia televisione. Dovevo fare l’avvocato. M’iscrissi a Legge, anche se volevo fare Lettere. A scuola (liceo classico Gabriello Chiabrera - ndr) ero piuttosto bravo, studiavo, non pensavo affatto a diventare presentatore. Sapevo solo questo: che a Savona non sarei rimasto. Avevo una vita normale, non mi mancava niente, sveglia la mattina, scuola, pranzo, riposino fino alle quattro, studio fino alle sette, Happy days, cena, ripasso, sonno. D’estate le vacanze, tutti i giorni gli amici, dormire in camera col fratello più piccolo di sei anni, un fratello che io comandavo, rimproveravo, d’altra parte mio fratello era alto, atletico, forte, mentre io… all’ultimo anno mi esonerarono da ginnastica... Insomma, ero certo che me ne sarei andato, a Savona cosa potevo ottenere? La stessa vita che già conoscevo, al massimo con qualcosa in più. Ma non pensavo alla televisione, per niente. Più che altro lavoravo alle radio di Savona, sa come sono le radio locali, si fa di tutto, si apre la porta a chi suona e poi si va in voce a fare le imitazioni o a mettere musica.

Ma era un gioco, quando ho cominciato avevo solo sedici anni. Radio Vecchia Savona, Radio Golfo Ligure. No, sa cosa pensavo piuttosto? Che avrei fatto il giornalista. Per i Mondiali dell’82 la Nazionale venne ad allenarsi ad Alassio. Con quest’idea di voler fare il giornalista andai con un amico mio che si chiama Paolo Foti a cercare di ottenere un accredito. Otteniamo questo accredito, che però vale solo per la mattina. Senonché, mettono la conferenza stampa al pomeriggio. Disperazione! Sa che facemmo? Entrammo dentro la mattina e quando vennero chiusi i cancelli e fatti uscire i giornalisti, ci nascondemmo in una siepe e restammo dentro. Così per tre o quattro ore, come Tom Sawyer e Huck Finn, acquattati tra i cespugli. E non perdemmo la conferenza stampa. Poi arrivò la Rai… Nell’82, per fronteggiare l’ascesa di Berlusconi, organizzò un concorso alla ricerca di nuovi talenti. Beh, ci andai. Non avevo nessuna speranza, ma volevo vedere gli studi. Mamma mi mise il maglione a rombi girocollo e mi stirò i calzoni alla perfezione. Papà mi accompagnò con la 124 azzurra. Il provino si svolgeva nella sede Rai di Genova, corso Europa.

Entriamo e in anticamera c’è un sacco di gente disinvolta, abbronzata, ragazzi e ragazze sicuri di sé, forse addirittura mezzi professionisti, parlavano ad alta voce, insomma antipatici, mi facevano sentire un bambino di dodici anni... Mentre io di anni ne avevo diciassette… Quando arriva il mio turno, mi siedo davanti a una scrivania e dall’altra parte c’erano Bruno Voglino e Guido Sacerdote. Voglino era molto materno, da allora lo chiamo mamma. Mi chiesero cosa sapevo fare. Io tirai fuori le voci, cioè le imitazioni. Imitavo gente a cui gli altri non pensavano, cioè Pertini, Paolo Rossi, Gilberto Govi. Voglino diceva “bravo, bravo”, Sacerdote invece scuoteva il capo e faceva: “Ma se non gli somiglia per niente!”. Lo faceva apposta. In realtà li avevo colpiti, soprattutto perché i personaggi imitati erano strani. In ogni caso, non ci pensai più perché avevo ottenuto quello che volevo, vedere la Rai. Tre mesi dopo mi fecero rifare un provino a Roma – a questo punto gli abbronzati della prima volta erano spariti – e alla fine mi mandarono un telegramma: “La informiamo che la Rai si riserva di utilizzarla per le sue prossime produzioni televisive”. Sulle prime ero al settimo cielo. Poi, guardando meglio, pensai: perché “si riserva”? Se avessero voluto prendermi davvero, avrebbero scritto: “La Rai la utilizzerà”.

Dunque, mi hanno bocciato e me lo dicono in questo modo cortese. Presi il telefono e chiamai Voglino, per sapere che interpretazione bisognava dare a quel messaggio. Voglino si mise a ridere, tutto allegro mi disse: “Ma va là, ti abbiamo preso e ti chiameremo, sai quanti eravate all’inizio? Ottomila. E sai quanti siete adesso? Dieci”. Tra questi dieci c’erano Chiambretti, Iacchetti, Cecchi Paone, Faletti, Tedeschi, Poggi. Mi chiamarono in autunno per fare l’ospite in Pronto Raffaella. La mamma mi vestì così: abito grigio cangiante, capelli lunghi, cravatta di pelle blu. Il Secolo XIX, nella sua pagina di Savona, fece il titolo: “Un savonese in tv!” Poi cominciò la cosiddetta gavetta, che a me però pare quasi di non aver fatto. Il programma della Goggi, la radio... Mi chiamò pure Berlusconi. Mi offrì 150 milioni per andare a fare Risatissima e Drive in. In Rai prendevo 80 mila lire a puntata, ma dissi di no. Pensai: qui sto come in una famiglia e poi, dopo il Drive in, che cosa mi faranno fare? Diciamo che la indovinai. Però, quando arrivò Guglielmi venni praticamente licenziato. Avevo il contratto d’esclusiva, il che significa che, anche quando non lavori, ti mandano a casa regolarmente un assegno. A un certo punto questo assegno non arrivò più.

Andai a chiedere, e alla fine mi ritrovai davanti a Guglielmi, direttore di Raitre. Il quale, molto brutalmente, disse queste testuali parole: “Fazio, la rete non ha più intenzione di utilizzarla”. Non rientravo nelle sue strategie, non corrispondevo alla tv che voleva fare. Non gliel’ho mai perdonata, lo considero con Freccero il più grande uomo di televisione in circolazione, ma non riesco a perdonargliela. È vero che è lui che poi m’ha recuperato e m’ha fatto fare Quelli che il calcio e in questo c’è naturalmente della grandezza, perché ha saputo ricredersi. Io ero finito su Odeon tv a fare una trasmissione di intrattenimento sportivo che possiamo considerare un precursore di Quelli che il calcio (si chiamava Forza Italia - ndr). L’inventore del programma però è Marino Bartoletti che mi vide su Odeon e mi chiamò. Io m’ero fatto le ossa al talk-show alle feste di Cuore con Davide Riondino e Michele Serra».

• Tra i numerosi programmi televisivi realizzati in seguito Diritto di replica (1991, con Sandro Paternostro), Anima mia (1997, con Claudio Baglioni), Quelli che il calcio (dal 1993 su Raitre, con Marino Bartoletti), vera invenzione televisiva capace dopo poche puntate di mettere in difficoltà (in termini di share) sia Domenica In di Raiuno che Buona Domenica di Canale 5 e del tutto diversa con quella che poi fece Simona Ventura.

• Nel 1999 e nel 2000 condusse il Festival di Sanremo, facendosi affiancare da Renato Dulbecco e Laetitia Casta il primo anno, e da Luciano Pavarotti, Teo Teocoli e Ines Sastre il secondo.

• Nel 2001 lasciò Quelli che il calcio per andare a Tmc a fare un programma che poi, col cambio di proprietà della rete (passata da Cecchi Gori a Telecom), non si realizzò (si consolò con una liquidazione, in lire, plurimiliardaria).

• Da ultimo grande successo con Che tempo che fa (dal 2003 su Raitre). Paolo Martini: «Nessuno può negare che per numeri e per influenza, Che tempo che fa sta diventando, una settimana dopo l’altra, il vero potenziale Porta a Porta della tv postmoderna di sinistra, l’antisalotto e pure l’antisalotto e mezzo». Cedono alle sue lusinghe, sia pure talvolta per presentare il loro ultimo libro o disco, anche personaggi molto lontani dalla tv come Alberto Arbasino, Maurizio Pollini, Gillo Dorfles ecc. Nel novembre 2007 Nicoletta Mantovani raccontò a lui della sua malattia e del suo rapporto con Luciano Pavarotti. Record d’ascolti per la puntata monografica dedicata ad Adriano Celentano (dicembre 2006): oltre sei milioni di telespettatori e il 24,81% di share (Celentano ci andò anche se nel 2001 aveva definito Fazio «un ipocrita dai modi gentilini e perbenini esperto in lavaggi del cervello»). Ha convinto a fare l’ospite anche Eco (è venuto a presentare il suo libro sulla bruttezza). Altri colpi: Biagi che annuncia il suo ritorno in tv, Montezemolo che smentisce di voler scendere in politica, Saviano che racconta com’è costretto a vivere sotto scorta, Sofri che parla del Sessantotto e del carcere.

• Nel 2006 vinse il premio “È giornalismo”.

• Vive a Celle Ligure (Savona), in una casa che Teo Teocoli ha giudicato «abbastanza sfigata».

• Sposato dal 1994 con Gioia Selis, dal 4 novembre 2004 padre di Michele e dal 2009 di Caterina.

• Critica «Epigono della televisione abbastanza intelligente» (Pietrangelo Buttafuoco).

• «In tutti i programmi a cui ha preso parte, ha confermato di avere la rarissima capacità di trasformare in meglio persone e cose a contatto con lui» (Aldo Grasso).

• «Chissà dov’è il segreto di Fabio Fazio, si chiedono i più sospettosi. Forse nel binomio di nome e cognome, direbbero gli enigmisti alla Bartezzaghi: cambio di consonante, cinque lettere, un presagio di abilità combinatoria fin dal battesimo» (Edmondo Berselli).

• «Ormai per imporre un libro bisogna passare da Fazio» (Sandro Curzi).

• «A quelli che non sopportano Fabio Fazio: provate a dire perché. Barbetta odiosa. Cravattina taccagna. Sorrisetto eterno. Balbuzie studiata. Una volta aveva perfino la frangia. Ingenuo per finta. Savonese avaro e cortese. Non basta, non regge, non spiega il portentoso successo» (Il Foglio).

• «Fabio Fazio non piace a nessuno. Non ai dalemiani, che lo trovano tutto figurine dei calciatori e sigle dei cartoni e insomma entelechia del veltronismo. Non a tutto-il-resto-della-sinistra, che sa bene che Fabietto è un insospettabile dalemiano. Non a destra, e figuriamoci: lì non piace mai nessuno che abbia più successo dei conduttori di destra e, siccome anche il monoscopio ha più successo dei conduttori con cui la destra fa goffi tentativi di riempimento dei palinsesti...» (Guia Soncini).

Enrico Vaime ha detto che, quanto ad ansia, lo batte solo Maurizio Costanzo. «Sul Messaggero smise di scrivere perché non riusciva a dir male dei programmi che non gli piacevano. E al contrario, se i giornali lo attaccano, se qualcuno lo critica, sta male: dissero (falsamente) che la sua villa di Celle era abusiva e gli venne la pitiriasi. Perfino la battutina di uno spettatore al cinema, che, seduto nella fila di dietro, rispose all’amico che gli diceva “Vedi? C’è Fazio!” con un sonoro “E chi se ne frega”, lo fece star male, prese subito a cantare la litania che la moglie Gioia deve conoscer bene, quella secondo cui bisogna sparire, bisogna nascondersi, bisogna fuggire da questo mondo brutto e televisivo» (Giorgio Dell’Arti).

• Frasi «Buonista io? Ma se detesto la beneficenza».

• «Le domande scomode sono un mito, che bisogno c’è di essere cattivi? Intanto non a caso parlo di “ospiti” e non di intervistati: nel talk show le persone sono appunto ospiti, io le tratto in modo gentile, non perché sia la strada più comoda, ma per educazione. Poi naturalmente ascolto le loro risposte – non come il giornalista potente che si ascolta la domanda e non la risposta – e se qualcosa non mi convince ribatto. Ma sempre con leggerezza: non voglio fare un interrogatorio ma una conversazione brillante».

• Politica «Stimo moltissimo Veltroni, non capisco la storia del buonismo, cosa sarebbe il buonismo?, il contrario del cattivismo? E come si potrebbe essere cattivisti? Del resto, non ho mai fatto la collezione delle figure Panini e non capisco questa mania di voler mettere a tutti i costi uno contro l’altro D’Alema e Veltroni. Veltroni rappresenta la sinistra che abbiamo sempre sognato e mentre lo affermo dichiaro anche che D’Alema è uno statista clamoroso, importantissimo, bravissimo».

• «Il centrosinistra capisce la tv meno del centrodestra. Ne diffida, la considera un genere minore».

• Tifo Sampdoria.

Giorgio Dell’Arti
Catalogo dei viventi 2015 (in preparazione)
scheda aggiornata al 4 febbraio 2013

Stefano Cucchi, il Pertini risarcirà i familiari

Corriere della sera

Accordo raggiunto sulla somma. In cambio i congiunti del geometra non saranno più parti civili contro i medici al processo d’appello

 

Il corpo di Stefano Cucchi (Ansa)
Il corpo di Stefano Cucchi (Ansa)

ROMA - Accordo raggiunto: l’ospedale Sandro Pertini di Roma, dove Stefano Cucchi morì quattro anni fa durante il suo ricovero a una settimana dal suo arresto per droga, corrisponderà un risarcimento danni alla famiglia del geometra romano.

TOP SECRET LA CIFRA - L’intesa è stata formalizzata dall’avvocato Fabio Anselmo per conto deli congiunti di Cucchi e dai legali della struttura capitolina. Grande riserbo sulle cifre in ballo, anche perché devono essere ancora definiti alcuni dettagli. Mercoledì o al massimo giovedì saranno apposte le ultime firme.

I POLIZIOTTI - Il risarcimento del danno influirà sul processo d’appello. Non ci sarà più la parte civile nei confronti dei medici (gli unici condannati, cinque su sei per omicidio colposo), mentre la famiglia Cucchi (padre, madre, sorella e nipoti) ricorrerà contro quella parte della sentenza di primo grado che ha assolto gli agenti della polizia penitenziaria.

UN TAPPETO DI FOTO -Proprio nel giorno in cui cade il quarto anniversario della morte del giovane, a Pescara è partita l’iniziativa #iosonocucchi che realizzerà un tappeto grande cento metri quadrati, raffigurante il volto di Stefano. Il progetto- curato dal graphic designer Luca Di Francescantonio e dalla community di Igersabruzzo.it- sarà esposto in piazza della Rinascita, a Pescara, dall’8 al 10 novembre, in occasione del Festival delle Letterature. Per l’occasione, il 9 novembre, arriverà nel capoluogo adriatico anche la sorella del giovane, Ilaria Cucchi. Per vedere la propria immagine nel tappeto è possibile pubblicare su Facebook, Twitter o Instagram, entro il 27 ottobre, un primo piano del proprio volto bendato, imbavagliato o con le orecchie tappate, e aggiungere il tag #iosonocucchi.

Ilaria Cucchi: «Caso ridotto a storia di malasanità» (03/09/2013)
22 ottobre 2013

Il giudice Esposito in tournée per "bonificare la politica"

Libero

Per il magistrato che condannò Berlusconi si apre una carriera da star: un convegno dopo l'altro. E se non lo invitano, li organizza lui stesso...


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Dopo aver condannato il Cavaliere, il giudice Antonio Esposito è la star dei convegni sulla legalità. Il presidente della seconda sezione penale della Cassazione gira in lungo e in largo l’Italia a dispensare sermoni su come «bonificare la politica». Il prossimo 26 ottobre Esposito parteciperà a Chiavari all’Hotel Monterosa al convegno «bonificare la politica, bonificare il territorio, bonificare l’ambiente» promosso dalla onlus Vas, l’associazione Verdi Ambiente e Società, fondata da Mario Capanna.

Nella locandina dell’evento, Esposito appare in cima alla lista degli ospiti. Parteciperà al dibattito come presidente onorario dell’Associazione Caponnetto, ma i temi sul tavolo toccano pure la politica. L’associazione Vas presenta il convegno così: «C’è una nuova sinergia tra Vas Onlus e Associazione Caponnetto,  perché ambiente e legalità, tutela dei diritti e contrasto alle mafie sono tasselli inscindibili e basilari di una reale azione per le bonifiche ambientali e politiche dei nostri territori e delle nostre regioni, sempre più in preda a malapolitica, ecomafie, diritti civici negati».

A far compagnia a Esposito ci saranno pure altre toghe come Federico Cafiero De Raho, procuratore capo della Repubblica e della Dda di Reggio Calabria, e il sostituto procuratore della Repubblica di Genova.  Ma non mancheranno i giornalisti. A dirigere l’incontro ci sarà una penna  di Repubblica, Marco Preve.  Nessun giornalista de Il Mattino, con cui Esposito è entrato in rotta di collisione proprio sul caso Berlusconi.  Ma quella di Chiavari non è la prima tappa dell’«Esposito-tour». Lo scorso 12 ottobre il giudice ha già partecipato a un altro convegno a Formia dal titolo:

«Bonificare la politica, bonificare il territorio - piazza pulita di politici e colletti bianchi collusi coi clan, poi subito il risanamento delle aree avvelenate». La «bonifica della politica» è un cavallo di battaglia della toga che ha confermato la condanna del Cavaliere. A Formia, Esposito ha partecipato a un dibattito pubblico patrocinato dal Comune ed organizzato dall’Associazione per la lotta contro le illegalità e le mafie Antonino Caponnetto in collaborazione con l’associazione Vas e il giornale La Voce delle Voci», recita la locandina.

Anche lì non poteva mancare una penna anti-Cav, questa volta di marca «travaglina»: si tratta di Nello Trocchia, giornalista del Fatto Quotidiano.  Durante il dibattito Esposito ha parlato di infiltrazioni mafiose nel tessuto politico, ma ha dovuto dire la sua. Non dal punto di vista giudiziario, ma dal punto di vista politico.  Esposito tra una chiacchiera e l’altra (questa volta in italiano della Crusca, non in napoletano come nel caso della famosa telefonata al Mattino che anticipava le motivazioni della condanna del Cav), si è lasciato andare nel ruolo di moralizzatore:

«La classe politica non vuole rendersi conto della gravità della situazione. Ci sono rapporti tra la criminalità organizzata e il mondo politico». E fin qui nulla di nuovo. Ma Esposito va oltre e si chiede: «Cosa si può fare?». Ed ecco che arriva il consiglio: «La prima cosa da fare è garantire la libertà di informazione e stigmatizzare tutti quei comportamenti  che implichino una responsabilità politica e morale. Indipendentemente dall’accertamento di illeciti penali. Così si bonifica la politica».
Ormai Esposito è lanciatissimo nella sua carriera da «vip da convegno» e allora, se non lo invitano, i dibattiti li organizza lui stesso con l’Associazione Caponnetto.

Il giudice infatti  lo scorso 20 settembre ha promosso a Sorrento un convegno per parlare sempre di legalità e rifiuti. Dopo la sentenza della Cassazione che ha inchiodato il Cav, Esposito è uno stakanovista dei convegni. Dispensa perle di saggezza e pillole di legalità. Il Cav lo ha condannato, e ora può godersi la fama girando lo Stivale. Parlando in italiano.


I giornali dei giudici
Esposito smentito, ma per Repubblica e il Fatto è stato "manipolato": ascolta la telefonata che lo sputtana

Esposito smentito, ma per Repubblica e il Fatto è stato "manipolato": ascolta la telefonata che lo sputtana


Condanna mediaset
Cassazione strafalciona: la sentenza di Esposito contro il Cav è piena di errori (di grammatica)

Cassazione strafalciona: la sentenza di Esposito contro il Cav è piena di errori (di grammatica)


di Ignazio Stagno

Sala delle Asse, il disegno di Leonardo riappare sotto strati e strati di intonaco

Corriere della sera

Il grandioso restauro sta facendo riaffiorare altri disegni oltre al Monocromo, la radice incastrata nella roccia


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La sala al primo piano del torrione nord-est del Castello Sforzesco, è nota come Sala delle Asse, dalle assi di legno che si ritiene un tempo rivestissero le pareti. Si trattava di un ambiente importante, in cui ospiti ed ambasciatori erano accolti dagli Sforza. Per questo motivo, Leonardo Da Vinci, chiamato a Milano da Ludovico Sforza detto il Moro, realizzò nel 1498 la decorazione pittorica della sala, impegnandosi a finirla entro pochi mesi. Sala delle Asse – Angolo Sud Leonardo (probabilmente con il concorso di aiuti) ideò e dipinse sulla volta della sala un finto pergolato costituito da una serie di rami e da corde dorate e annodate che si intrecciano. Quasi nessuno poté ammirarla, anzi, forse non fu mai completata: il Ducato di Milano venne conquistato dai francesi, iniziò un periodo di decadenza per il Castello che fu trasformato in caserma e la Sala delle Asse fu adibita a stalla. Sopra la pittura di Leonardo fu steso un intonaco di calce bianca, rimosso solo alla fine dell’Ottocento. Ma ora, con il restauro presentato martedì mattina, inaspettatamente alcuni tratti originali del maestro da Vinci sono riapparsi sotto stati e strati di intonaco.


SETTE STRATI - «Mediamente sono state individuate sette stratificazioni di scialbatura, ma, in qualche parte, sono presenti un numero assai più cospicuo di strati, fino a tredici»: così scrive nella sua relazione l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze, che si occupa del restauro. Alla mano di Leonardo si deve – per comune ammissione – la pittura murale detta «Monocromo» (realizzata da Leonardo in carboncino e, quindi, in un solo colore), che rappresenta una grossa radice, incastrata nella roccia, alla base di uno dei molti alberi frondosi che ornano la Sala delle Asse: un gigantesco, sorprendente trompe l’oeil. Di questo intonaco, afferma l’Opd, sono recuperabili ampie aree e anche le analisi sulla volta, finalizzate a ricostruire l’impianto compositivo originale, danno «risultati assai interessanti», lasciando sperare nel recupero di consistenti parti di decorazione originale, «importanti resti di disegno preparatorio su tutte le pareti». Insomma, ci sono «buone probabilità» - ha spiegato il sovrintendente dell’Opificio Marco Ciatti - che la mano di Leonardo sia sulle pareti, nascosta da diversi strati di pittura sovrapposta nei secoli.

IL RESTAURO - Per il momento, le prove di scopritura fin qui realizzate sono state svolte principalmente con mezzi meccanici (bisturi e martelline), ma la particolare tenacia e aderenza che caratterizza gli strati di pittura sovrapposti, soprattutto quelli più interni, richiederà l’utilizzo di altre metodologie, quali ablatori ad ultrasuoni, strumentazioni laser e prodotti chimici. Fin dall’inizio il progetto del restauro della Sala delle Asse è stato sostenuto da a2a, cui si è aggiunto poi il contributo di Arcus, Società per lo sviluppo dell’arte, della cultura e dello spettacolo .

VERO NOME - L’archivista incaricato delle ricerche, Carlo Catturini, ha anche scoperto il vero nome della sala nell’epoca di Ludovico il Moro, che non era «Sala delle Asse», come definita da Beltrami, bensì «Camera dei Moroni»: un evidente riferimento a Ludovico Sforza, che era detto il Moro non solo per l’incarnato scuro, ma anche per il lavoro di valorizzazione della produzione della seta, che si basava su estensive colture del gelso (in latino, appunto, morus).

IL SITO - È stato predisposto un comune progetto di comunicazione multimediale con HOC-LAB del Politecnico. Il sito web appositamente creato per permettere al pubblico di seguire il restauro (www.saladelleassecastello.it) ha un triplice scopo: fornire informazioni sulla Sala e il suo restauro; offrire informazioni approfondite agli addetti ai lavori; consentire a tutti di «seguire» il restauro. Anche perché d’ora innanzi, proprio a causa dei lavori, il Monocromo di Leonardo e gran parte della Sala non saranno più visibili al pubblico: dovremo aspettare l’Expo, il 1° maggio 2015 .

22 ottobre 2013

A Venezia la messa recitata in cinese

La Stampa

Riproposto il metodo settecentesco dei gesuiti: brani di musica sacra veneziana coniugati con le originali e antiche trascrizioni orientali

anna martellato
venezia


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A Venezia il Vangelo sarà come non l’avete mai ascoltato: “alla Confucio”, con il rituale della liturgia cattolica cristiana - la messa – declinata alla cinese. Proprio così: brani di musica sacra veneziana coniugati con le originali e antiche trascrizioni cinesi, a dialogare tra loro. Non è peccato: era questo il modo, forse l’unico, per i missionari gesuiti del ‘700 di entrare in contatto con un mondo totalmente diverso da nostro, e coniugare (opportunamente e con grande rispetto) il Vangelo con la realtà che li ospitava, comportandosi da veri e propri mediatori culturali. Ed era questo anche il primo impatto che generazioni di cinesi hanno avuto con la cultura occidentale. Nel mezzo, a fare da ponte tra le due realtà, c’era appunto la musica.

E c’è anche oggi: per la prima volta dopo due secoli, Venezia ripropone l’antico metodo dei gesuiti con Dominus Vobiscus: una rappresentazione sulla falsa riga predicata nel lontano Oriente due secoli fa. La ’prima assoluta’ andrà in scena giovedì alle 20 nella Basilica di San Marco, nell’ambito del Convegno del Patriarcato di Venezia “Le chiese tra culto e cultura” (24 e 25 ottobre), dedicato all’incontro di culture e religioni nella Chiesa contemporanea. La ‘prima’ è stata rispolverata dopo oltre duecento anni: partiture, testi, musica. Già, perché è proprio la musica che ha fatto sì che i gesuiti entrassero con discrezione nel cuore del popolo cinese: le celebrazioni liturgiche nelle chiese vedevano infatti un dialogo musicale tra vari brani della liturgia cristiana, liberamente scelti dalle comunità gesuite sparse in luoghi diversi della Cina, e preghiere di risposta musicate “alla cinese”, e trascritte nel 1780 su partitura da Padre Joseph-Marie Amiot per farle conoscere in Europa.

La rappresentazione è stata realizzata dall’Università Ca’ Foscari Venezia e diretta dalla professoressa Elisabetta Brusa, regista teatrale. Non solo studiosi del settore, ma anche studenti dell’ateneo veneziano, impegnati nelle attività teatrali dell’Università e degli studenti cinesi del Consorzio dei Conservatori del Veneto.“Sarà l’occasione per ripercorrere una straordinaria vicenda di profondo e intelligente dialogo culturale e religioso, dal quale emerge una modalità della capacità di “incontro” che i gesuiti possedevano in quanto si rivelarono in questo caso mediatori capaci di far dialogare tradizioni così diverse. – commenta Elisabetta Brusa – La manifestazione esprime la nostra volontà di recuperare quel dialogo tra noi, la nostra storia musicale e il mondo della Cina. La collaborazione con il Patriarcato di Venezia, inoltre, è ovviamente l’inestimabile valore aggiunto di questa iniziativa”.

Tutto ha avuto inizio con il ritrovamento di alcune “Lettere edificanti e curiose” che i gesuiti hanno inviato in Europa dalla Cina circa il metodo utilizzato nel ‘700 da questi per entrare in contatto con un popolo con una cultura totalmente diversa. Affascinati dalla profondità e dall’eleganza della cultura cinese, i missionari, sempre con rispetto, riuscirono a coniugare il Vangelo con la realtà che li ospitava. La musica fu un esempio del loro modo di procedere.Giovedì verranno eseguiti brani tratti dalle Letture, dalle “Lettere edificanti e curiose” dei Gesuiti in Cina; Cantus Anthimi - diretto da

Livio Picotti - con un repertorio di brani tratti dall’Ordinarium di vari maestri di scuola veneziana in dialogo con un insieme di studenti cinesi dei Conservatori del Veneto che eseguiranno alcuni dei canti sacri tratti da Musique sacrée. Ci sarà anche Les notes chinoises mises sur des lignes à notre manière di Padre Joseph- Marie Amiot da Pechino, l’Ensemble Dominus Vobiscum diretto da Francesco Fanna, composto da professionisti e giovani esecutori con il soprano Gemma Bertagnolli e il mezzosoprano Giovanna Dissera Bragadin, con il Coro dell’Academia Ars Canendi diretto da Manuela Meneghello. Un brano di chiusura collettivo ci riporterà in Occidente: il Magnificat di Antonio Vivaldi.

Gardaland verrà quotato alla borsa di Londra

Corriere della sera

Previste anche offerte per i piccoli risparmiatori: un pass valido per tutti i 98 parchi divertimento della società


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Gardaland, il parco divertimenti tra i più famosi e visitati d’Europa, verrà quotato alla borsa di Londra insieme alle altre 97 strutture proprietà della Merlin Entertainments, colosso mondiale del divertimento (secondo solo a Disney) con sede in Inghilterra.


La Merlin, che ha acquistato Gardaland nel 2006 e lo gestisce direttamente insieme ad altre importanti strutture come il Chessington World of Adventures (Regno Unito) o l’Heide Park (Germania) è una società da 5 miliardi di euro, i cui principali azionisti sono la Kirkbi (36%) ed i fondi di private equity Blackstone Group (34%) e Cvc Capital Partners ( 28%). Sono loro che da novembre hanno deciso di mettere sul mercato il 20% delle loro azioni, metà delle quali saranno destinate ai piccoli risparmiatori, ai quali saranno riservati sconti del 30% sul pass annuale valido in tutte le attrazioni del mondo. L’obiettivo è raccogliere liquidità per far fronte ad un debito di 1,2 miliardi di sterline. Corposo ma da mettere in relazione con un fatturato considerevole pari a 2,25 miliardi di sterline.

22 ottobre 2013

Maradona ha ragione: non è un evasore

Libero

Diego non fece ricorso nel '94 contro la presunta frode perché era all'estero: lo avrebbero scagionato. Il Fisco lo sa, ma non rinuncia a sequestri e show


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Diego Armando Maradona non ha evaso al fisco italiano i 39 milioni di euro che continuano a chiedergli. Questo è certo, perché nemmeno il fisco italiano lo sostiene: la contestazione - notificata al calciatore argentino solo 11 anni dopo i fatti - riguarda un eventuale mancato versamento al fisco dal 1985 al 1990 di 13 miliardi di lire, pari a 6,7 milioni di euro. Quella cifra nel 2013 ammonterebbe a 11,4 milioni di euro. 
I 28 milioni di euro in più che vengono pretesi da Equitalia sono la somma di mora, interessi di mora e sanzioni. E questo sarebbe un primo problema di equità per qualsiasi contribuente, anche per Maradona.

Ma anche sui 13 miliardi di lire dell’epoca il fisco ha torto sul piano sostanziale e lo sa benissimo: per pretenderli ne fa esclusivamente una questione di forma. Il gruppo di finanzieri e di «messi» di Equitalia che notifica cartelle, avvisi di mora, e sequestra orecchini e orologi a Maradona ogni volta che questo entra in Italia, sa benissimo di avere torto sul piano sostanziale, anche se la forma consente questo show. Maradona è innocente, ma non si è difeso nei tempi e nei modi consentiti: quando lo ha fatto era troppo tardi, e la giustizia tributaria italiana non gli ha consentito di fare valere le sue ragioni (conosciute e indirettamente riconosciute da altre sentenze) perché era prescritta la possibilità di ricorrere e contestare le richieste del fisco. Quello di Maradona così è uno dei rarissimi casi in cui la prescrizione va a tutto danno dell’imputato.

Il calciatore più famoso del mondo è finito nel mirino del fisco insieme alla società calcistica per cui aveva lavorato in Italia (il Napoli di Corrado Ferlaino), e a due giocatori dell’epoca: Alemao e Careca. Il fisco ha emesso le sue cartelle esattoriali, e la giustizia tributaria ha iniziato il suo processo quando Maradona era già tornato in Argentina, dove avrebbe ancora giocato quattro anni. Conseguenza naturale: le notifiche del fisco sono arrivate a chi era in Italia (Napoli calcio, Alemao e Careca), e naturalmente non a chi era in Argentina, perché né il fisco italiano né altri lo hanno comunicato laggiù. Il fisco si è lavato la coscienza appendendo le sue cartelle all’albo pretorio di Napoli.

Oggi quell’albo è on line e in teoria uno che fosse curioso potrebbe anche guardarlo dall’Argentina (ma perché mai dovrebbe farlo?). Allora no: per conoscere quelle cartelle bisognava andare in comune a Napoli. Non sapendo nulla di quelle cartelle (fra cui per altro c’erano anche alcune multe prese per violazione al codice della strada), Maradona non ha potuto fare ricorso. Né conoscere il tipo di contestazione che veniva fatta. Riassunto in breve. I calciatori allora come oggi erano lavoratori dipendenti delle società per cui giocavano. Maradona, Careca e Alemao erano dipendenti del Napoli.

Che pagava loro lo stipendio e fungeva da sostituto di imposta: tratteneva cioè l’Irpef dovuta per quei redditi e la versava al fisco. Tutti e tre i giocatori (e molti altri in Italia) oltre al contratto da dipendenti avevano anche una sorta di contratto ulteriore, con cui cedevano alla società calcistica i propri diritti di immagine anche per eventuali sponsorizzazioni e pubblicità. In tutti e tre i casi, come avveniva all’epoca con i calciatori di tutto il mondo e in tutto il mondo, non erano i calciatori ad incassare dal Napoli il corrispettivo di quei diritti, ma delle società estere di intermediazione (tre diverse nel caso di Maradona), che poi avrebbero dovuto dare ai giocatori gli utili di intermediazione. Secondo il fisco italiano quei diritti in realtà erano stipendio extra per Alemao, Maradona e Careca.

Il Napoli quindi avrebbe dovuto versare al fisco trattenute simili a quelle operate sugli stipendi base. Non avendolo fatto il Napoli, avrebbero dovuto versare l’Irpef i singoli giocatori. Squadra di calcio, Alemao e Careca fanno ricorso (Maradona no, perché non ne sa nulla): in primo grado hanno torto. In secondo grado vedono riconosciute pienamente le loro ragioni, con una sentenza che per Careca e Alemao verrà confermata dalla Cassazione. Il Napoli calcio incassa la sentenza favorevole, ma quando la ottiene sta fallendo. Preferisce non allungare i tempi: aderisce a un condono fiscale e sana tutto il passato, pagando in misura ridotta anche l’Irpef che secondo le contestazioni non era stata versata a nome di Alemao, Careca e Maradona. In teoria il caso Maradona avrebbe dovuto considerarsi concluso con quel condono operato dal sostituto di imposta.

Ma il fisco va avanti. Si deve fermare davanti a Careca e Alemao perché la sentenza tributaria di appello che verrà poi confermata prende a schiaffoni quelli che sarebbero diventati Agenzia delle Entrate ed Equitalia. La sentenza tributaria ricorda che in parallelo si era già svolto un processo penale sulla stessa materia, e che il pm aveva proposto e il Gip accolto l’archiviazione per Maradona, Alemao e Careca, escludendo «per tutti e tre i calciatori che i corrispettivi versati agli sponsor fossero in realtà ulteriori retribuzioni destinate ai calciatori». I giudici tributari poi accusano il fisco italiano di avere preso un abbaglio: avevano accusato tutti sulla base di norme che per altro sono entrate nel codice italiano con una legge di fine 1989: quindi al massimo si poteva contestare qualcosa solo per il 1990, non potendo essere retroattive le regole tributarie.

Ma anche per il 1990 la contestazione non era motivata: nessuna prova che quei diritti fossero cosa diversa e si fossero trasformati in stipendi. Assolti e liberati dal fisco italiano dunque sia Alemao che Careca. Maradona no, perché non aveva fatto ricorso. Quando ha provato a farlo dopo la prima notifica del 2001, è stato respinto perché tradivo. Quindi Maradona ha ragione, ma non può avere ragione perché la sua ragione ormai è prescritta. Cose da azzeccagarbugli. Che però giustificano assai poco lo show che il fisco mette in onda ogni volta che Maradona atterra in Italia.

di Franco Bechis

Grecia, caso della bimba bionda trovata tra i romTrasferiti quattro impiegati dell’anagrafe

Corriere della sera

Lo ha deciso il sindaco di Atene per il certificato di nascita sospetto. Continuano la ricerca dei veri parenti della piccola
 
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La responsabile dell’ufficio dell’anagrafe del Comune di Atene, la sua vice e altri due impiegati sono stati trasferiti ad altri incarichi per ordine del sindaco di Atene, Giorgos Kaminis, perché apparentemente coinvolti nel caso della piccola Maria, la bimba di 5 anni bionda e con gli occhi verdi trovata dalla polizia greca mercoledì scorso in un campo rom a Farsala (Grecia centrale) dove, secondo il certificato di nascita rilasciato appunto dal Comune di Atene, era nata.

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LE DICHIARAZIONI DI NASCITA - La decisione, secondo quanto reso noto dallo stesso sindaco, è maturata al termine di una serie di controlli effettuati sui certificati di nascita emessi nel periodo 2008-2013. Si è infatti constatato che le dichiarazioni di nascita di bambini rimaste arretrate sono inspiegabilmente aumentate negli ultimi tre anni. Le dichiarazioni nel 2011 erano 50, ma sono diventate 200 nel 2012 e 400 da gennaio di quest’anno e tutte riguardano una zona della capitale dove vivono molti rom.

INCHIESTA ALLARGATA - Il trasferimento degli impiegati addetti ai certificati di nascita si è reso necessario per garantire l’imparzialità delle indagini, ha detto Kaminis aggiungendo che chiederà l’intervento della polizia in quanto la questione riguarda anche il rilascio delle carte d’identità. Inoltre chiederà all’Unione Centrale dei Comuni della Grecia (Kede) di condurre un’inchiesta in tutti gli uffici di anagrafe del Paese.