Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

venerdì 18 ottobre 2013

Grecia: trovata una bimba bionda in un campo nomadi, appello internazionale per identificarla

Corriere della sera

Durante una perquisizione notata una piccola di 4 anni: il test del Dna esclude la parentela con i presunti «genitori»

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Le autorità greche mercoledì hanno trovato una bimba, di circa quattro anni, in un campo nomadi vicino a Farsala, nel centro del Paese. Insospettiti dall'aspetto della bambina, bionda e con gli occhi chiari, con lineamenti o dell'Europa dell'Est o scandinavi, hanno ordinato il testo del Dna sulla piccola e sui presunti genitori. L'esito negativo ha spinto Atene a lanciare, venerdì, un appello internazionale per scoprire chi sia realmente la piccola, e perché vivesse con la coppia.

6 PARTI IN DIECI MESI - I due finti genitori , un 39enne e una donna 40enne che, secondo i documenti, avrebbe partorito sei bambini in meno di dieci mesi, sono stati arrestati e accusati di rapimento di minori. L'operazione era scattata per cercare armi e droga, che sono stati sequestrati, ma gli agenti hanno subito notato la piccola e ordinato gli esami, ha spiegato il capo della Polizia regionale Panayiotis Tzavaras. Una prima richiesta d'assistenza è stata inoltrata all'Interpol.

14 «FIGLI» - Tra le scuse accampate dai due nomadi arrestati, le autorità hanno evidenziato che la coppia sosteneva di aver trovato la bambina avvolta in un lenzuolo, che il padre della piccola era straniero, o che degli estranie l'avevano dato loro in affido. I due hanno anche sostenuto di avere 14 figli: di questi, tre minori erano nel campo. Su di loro non sono ancora stati effettuati i test del Dna.

«TROVERANNO ANCHE ALTRI BIMBI» - La biondina è stata affidata a un'associazione caritativa, «The Smile of the Child» («Il sorriso del bambino»). Il responsabile, dell'associazione, Costas Giannopoulos, in un'intervista tv ha commentato: «Siamo choccati da quanto sia facile registrare bambini come propri figli. C'è da investigare più a fondo, in quel campo c'erano altri bambini. Credo che la polizia rivelerà che non è toccato solo a questa bambina».

18 ottobre 2013

I migranti morti a Lampedusa seppelliti ad Agrigento senza funerale

Corriere della sera

Al posto del nome un numero. E niente esequie di Stato come promesso

AGRIGENTO – E’ finita così, senza neppure una lapide. Senza fiori né liturgie. Senza funerale. Le vittime del naufragio del 3 ottobre sono state seppellite così, come se niente fosse. Ottantacinque corpi dimorano qui, nell’assolata periferia di Agrigento, al cimitero di Piano Gatta. Avevano promesso funerali di Stato. E invece nulla. Neppure una cerimonia, nessun rappresentante del Governo. Tumulati nell’indifferenza istituzionale dopo giorni di lacrime. Stesso discorso per gli altri 200 corpi, sepolti in vari cimiteri siciliani.

Erano partiti con una speranza, sono finiti in una bara. Dopo mesi di cammino, l’ultima frontiera di questi immigrati è il camposanto. Lontano dalla patria, lontano dai sogni. Eterna dimora, sistemata in fretta e furia dagli instancabili operai del cimitero. Cinque cappelle che ospitano circa quindici corpi ciascuna. Al posto della lapide il cemento. Al posto del nome un numero. Quei numeri che abbiamo visto scorrere nelle cronache dei giorni scorsi. Soltanto il sindaco e il vicario dell’Arcidiocesi di Agrigento hanno avuto la delicatezza di venire a trovare le salme. Hanno portato cinque corone di fiori, ma ci sono soltanto quelle per 85 tombe. Le cappelle in cemento riservate agli immigrati sono in fila, una dietro l’altra, monumenti ignoti del nuovo olocausto. Dentro ognuna di esse ci sono le vittime numerate. Dietro a ogni numero una bara. Ogni cappella ha otto corpi sottoterra e otto ai lati.


Il responsabile del cimitero, Salvatore D’Anna, ha ancora negli occhi le immagini dei sei camion che domenica scorsa hanno trasportato le bare. Lavora da anni nel camposanto ma tante bare tutte insieme non le aveva mai viste. «Adesso non dobbiamo dimenticare» dice sconsolato. «Da Roma non ci è arrivata nessuna notizia in merito ai funerali, ma dobbiamo fare qualcosa». Incredulo anche il sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini: «Se avessimo saputo che non si sarebbero mai celebrati gli annunciati funerali di Stato per le vittime del naufragio di Lampedusa, prima di fare partire le salme dall’isola avremmo celebrato noi un funerale. Una cerimonia funebre per dare l’ultimo saluto alle povere vittime. Un funerale di paese, come quelli che facciamo a Lampedusa. E’ ingiusto seppellire i profughi senza un funerale...»

Morti due volte: i migranti sepolti come numeri e senza funerale (17/10/2013)

Sotto il cielo funereo di Piano Gatta, c’è un pezzo di Eritrea, un pezzo di Somalia, un pezzo di Siria. Sono quasi tutti giovani i cadaveri che giacciono in queste bare infossate nelle pareti grigie. Un bambino, una madre incinta e una coppia di sposi. Le loro salme si sono aggiunte a quelle di altri undici immigrati vittime dei naufragi. Una triste abitudine per il cimitero di Piano Gatta, un liet motiv che si trascina ormai da anni. L’atmosfera immobile di Piano Gatta è distante dai clamori mediatici di Lampedusa: vedove e anziani in lento pellegrinaggio dai parenti defunti, ma quasi nessuno che porta un saluto alle vittime del mare. Soltanto un paio di familiari eritrei arrivati poche ore fa, poi l’oblio, raramente interrotto da una preghiera di quei siciliani che non vogliono dimenticare. Sono loro gli ultimi custodi delle anime migranti, gli unici a lasciare un ricordo su queste bare senza nome.

17 ottobre 2013






Dal Nilo i barconi per Lampedusa. Gli scafisti? Ex detenuti in Italia

Corriere della sera

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RASHID (Delta del Nilo) - Lasciano le sponde insanguinate del Medio Oriente proprio dove il grande fiume diventa mare. Sono quasi tutti siriani in questo periodo. Profughi allo sbaraglio. Ci sono disperati senza più niente da perdere, guerriglieri terrorizzati dopo le torture subite, ma anche medici braccati per aver curato le vittime del regime, professionisti, negozianti cui hanno bruciato casa e bottega, uomini d’affari che hanno venduto sottocosto ciò che potevano e cercano salvezza con la famiglia. Partono di notte, portando con sé al massimo sei o sette chili di bagaglio, tanti assolutamente nulla: sfidano il buio tra le onde su barchette colorate di verde e azzurro che sembrano giocattoli abbandonati sulla spiaggia.

Più al largo, quando già l’acqua marrone di fango e inquinamento si è mischiata con il blu scuro del Mediterraneo, trovano i barconi «madri» lunghi anche 30 metri dei pescatori che hanno promesso di trasportarli in Italia: la porta verso la salvezza, la fuga dalla guerra, dal dolore, dal caos. Quelle stesse scialuppe verranno attaccate al traino e serviranno per lo sbarco finale. Ma prima ancora devono trattare con i mediatori, gli sciacalli, i signorotti della malavita locale.

I pescatori arrivano per ultimi e li nascondono alle retate della polizia per settimane tra le casupole immerse nei palmeti. Finché giunge il momento e vengono condotti su auto scassate tra i viottoli adducenti alle spiagge che punteggiano di bianco i due rami maggiori della foce, tra Alessandria, Rashid e Damietta. Curioso che proprio tra i porticcioli primitivi di Rashid si trovi il luogo del ritrovamento 214 anni fa della Stele di Rosetta, sino ad oggi considerata la pietra miliare per la decifrazione dell’epoca dei faraoni e però un memento delle rapine compiute dagli europei.


«Sulle nostre barche non stanno tanto male. Possono mangiare e dormicchiare. Però il viaggio è lungo, dall’Egitto verso la Calabria o la Puglia dura tra i sette e dieci giorni, a seconda delle condizioni meteo. Ovvio che si possono incontrare burrasche, venti forti, e allora la situazione peggiora specie per i bambini e per chi soffre il mal di mare», racconta Mustafa, che nell’italiano non troppo stentato appreso durante i due anni e otto mesi trascorsi nel carcere di Ragusa non nasconde di essere uno scafista. Ne parla assieme ad Abbas, «compare» di prigionia, visto che è stato chiuso nelle celle di Enna per due anni e mezzo. «I Carabinieri mi hanno preso a Rossano, in Calabria, il 23 novembre 2011. E sono rimasto in una cella con sette compagni sino al 30 luglio 2013. Tutti i giorni la stessa pasta scotta. Nelle carceri italiane ci sono oggi almeno 200 scafisti», stima.

E tuttavia non nasconde che lo rifarebbe subito se avesse un buon ingaggio. Lui e il suo «compare» sembrano essersi ripresi in fretta. Mustafa ha compiuto tre viaggi verso le coste italiane quest’estate. «Ogni volta con a bordo tra i 100 e 150 profughi. E sono tutti giunti a destinazione. Nessun affondamento. In caso di problemi i capitani possono chiamare i soccorsi con il satellitare Thuraya. I pochi morti sono stati a causa delle condizioni di salute individuali. Li abbiamo gettati a mare. Cosa potevamo fare senza cella frigorifera?», spiega. Comunque un buon affare. Ogni viaggiatore paga tra i 3.000 e i 4.500 dollari. Ma loro di soldi non vogliono parlare, come non forniscono le generalità. La polizia egiziana li ricerca, ha sparato di recente contro le barche causando vittime tra i profughi.

Cammini per i vicoli di Rashid, nelle viuzze presso il porto di Alessandria, o tra le strade larghe della «Sei Ottobre», la cittadina costruita nel deserto nell’ultimo ventennio a una trentina di chilometri dal Cairo dove sono raggruppati i nuovi arrivati dalla Siria, e scopri che le offerte di imbarco verso l’Italia sono all’ordine del giorno. «Il deposto governo dei Fratelli Musulmani aiutava gli immigrati siriani. Ma da luglio la giunta militare del generale Abdel Fattah Al Sisi ha cambiato corso: da ospiti graditi a indesiderati. La nostra esistenza è sempre più precaria. Io partirei subito», dice il 33enne Maher Labadi, che a Damasco aveva un’azienda di biancheria intima con 23 dipendenti, ma dopo essere stato minacciato dalle squadracce di Bashar Assad e aver subito il cannoneggiamento delle sue proprietà, tre mesi fa è approdato al Cairo con la moglie e due bambini di 3 e 5 anni.

Gli hanno offerto di vendere dolci da ambulante. «Pensavo fosse temporaneo, volevo andare a lavorare in Svezia. Ma non vedo vie d’uscita. Gli scafisti chiedono 16.000 dollari per me e famiglia. Ne guadagno 8 al giorno e 6 vanno per l’affitto». Intanto sui siti Internet degli immigrati fioccano le offerte. La via per la Libia, da dove partire per l’Italia è molto più rapido e meno costoso, sta diventando difficoltosa a causa della destabilizzazione interna. I gestori del racket egiziani lo sanno e ne approfittano. Ultimamente è apparsa una nuova offerta: 5.500 dollari per un passaporto falso con un visto per l’Europa. Veloce e poco faticoso. Si prende l’aereo al posto della nave. Peccato che praticamente nessuno abbia i soldi, con il rischio oltretutto di essere fermati ancora prima di decollare.

17 ottobre 2013

La segretaria di Bersani e quelle telefonate a spese della Camera

Franco Grilli - Ven, 18/10/2013 - 11:12

Secondo quanto riportato dal Fatto, Zoia Veronesi aveva a disposizione un cellulare della Camera fornitogli dal questore Pd Albonetti

Oltre alla grande del conto segreto, c'è un'altra storia che riguarda la storica segretaria di Pierluigi Bersani, Zoia Veronesi.


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La racconta il Fatto quotidiano e riguarda un telefonino cellulare di Montecitorio, fornito alla Veronesi dal questore Pd Bonetti. Il problema è che le spese e i conti del cellulare sarebbero stati saldati dalla Camera. Sulla vicenda indaga la procura di Roma. Intanto, sempre sul quotidiano di Padellaro, il questore Bonetti si giustifica così: "Io non ho assegnato il cellulare alla segretaria di Bersani, ma a una dipendente della Regione che lo usava per aiutarci a svolgere meglio il nostro lavoro".

Marotta: perdo i miei libri e Caldoro non mi riceve

Corriere del Mezzogiorno

L'avvocato: «Il 28 ottobre riconsegnerò le chiavi del deposito dove sono custoditi 10 mila volumi»


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NAPOLI — «È una nuova spoliazione terribile per Napoli. Questa città ha storicamente subito perdite immani di libri preziosi, da quelli di Alfonso d'Aragona fino ai rarissimi codici dei Girolamini. Le biblioteche napoletane sono votate alla distruzione e ora, dopo tutte le promesse che mi sono state fatte, quella dell'Istituto studi filosofici inizia a essere smembrata». L'avvocato Gerardo Marotta si aggira desolato nei sotterranei di via Monte di Dio dove sono conservati circa diecimila volumi.

Proprio queste sale piene di scaffali, colme di carte fino all'inverosimile, dal 28 di questo mese gli saranno precluse. L'avvocato dovrà riconsegnarne le chiavi al proprietario a cui l'Istituto non è più in condizione di pagare l'affitto. È il primo atto concreto di un dramma annunciato da tempo. Ma i libri andranno persi? «Se il proprietario ci farà entrare potremo ancora consultarli, ma per quanto tempo? E poi cosa accadrà? Il nostro padrone di casa vuole rientrare in possesso dei locali, ma seppure avessimo dove portare questa immensa mole di volumi, chi si accollerebbe il costo del trasloco?».

Dell'allarme biblioteca si parla da quando l'Istituto ha dovuto trasferire alcune casse di libri in un deposito di Casoria. Il Comune di Napoli offrì la disponibilità dell'Albergo dei Poveri per conservare i libri. «Ma dopo un sopralluogo constatammo che non c'erano le condizioni. Per custudire i volumi ci vogliono alcuni requisiti: una scaffalatura capiente, la guardiania e la mancanza di umidità. All'Albergo dei Poveri c'erano già infiltrazioni d'acqua. Come si poteva accettare?». L'avvocato continua a sfiorare con delicatezza i volumi, accarezza le copertine, rilegge titoli, ciascuna pubblicazione gli ricorda un pezzo di storia del «suo» Istituto.

Marotta ha voluto «salutare» di persona i libri in pericolo, procedendo a piccoli passi e con fatica, ma con il solito piglio combattivo e giacobino. Prima della discesa, sotto il portone di Palazzo Serra di Cassano è stato festosamente travolto da torme di studenti: ieri si inaugurava una mostra sulle Quattro giornate di Napoli e la partecipazione dei ragazzi alle iniziative dell'Istituto è stata come sempre molto significativa. Quasi miracolosamente Palazzo Serra di Cassano continua a svolgere attività culturali, più o meno a costo zero, con alle spalle debiti pregressi dovuti in gran parte ai mancati pagamenti dei fondi previsti. «Molti studiosi stranieri ormai si pagano tutto da soli, perfino il taxi. Ma a numerosi seminari abbiamo dovuto rinunciare. Per esempio è la prima volta dopo vent'anni che non invitiamo Remo Bodei».

Saliamo al primo piano di un altro edificio di Monte di Dio, anche qui l'avvocato non rinuncia a una ricognizione personale e si inerpica sulla ripida scala a chiocciola. Questi locali sono ancora in mano all'Istituto ma su di un tavolo fa bella mostra di sé un pacco di libri pignorati. «Naturalmente sono i più preziosi, anche del Settecento». Le sale si aprono una nell'altra e mostrano il loro prezioso fardello. In realtà la destinazione finale dei volumi è stata da tempo individuata: si tratta dei locali regionali dell'ex Coni in piazza Santa Maria degli Angeli, dove peraltro sono in corso i lavori. «Ma rischiamo di arrivare tardi, quando i libri non ci saranno più: per quei lavori che sono di consolidamento strutturale occorrono anni, ma non possiamo pagare il fitto di tutti questi depositi fino a che non sarà pronta quella sede.

E dire che il presidente Caldoro non ha mai voluto ricevermi... ho cercato molte volte di ottenere un appuntamento, ma invano. Mi avrebbe fatto piacere parlargli di persona». E il ministero? Bray non è stato borsista dell'Istituto? Non è sensibile alla sua sorte? «So che aspetta una relazione sullo stato delle cose, ma anche lì i tempi sono lunghi». Con il Miur invece l'Istituto ha in corso un contenzioso per l'esclusione da un bando di finanziamento per dodici milioni di euro nel 2002.

Il Tar del Lazio prima e il Consiglio di Stato poi, con sentenza passata in giudicato, hanno riconosciuto le ragioni dell'Istituto e giudicato illegittima l'esclusione. Dunque Marotta dovrà essere ricollocato nella graduatoria del bando e ricevere un risarcimento. Ma anche questi soldi, più di dieci milioni di euro che potrebbero sanare la situazione dell'Istituto, stentano ad arrivare. E a minacciare la sopravvivenza del prestigioso istituto culturale prima di tutto il debito verso l'Agenzia delle Entrate e l'Inps (in gran parte già rilevato dall'Equitalia) che, da solo, ammonta ad oltre cinque milioni di euro.

Poi ci sono appunto i costi delle locazioni dei depositi per il patrimonio librario. «Inoltre l'Istituto è stato privato del tutto dei contributi nel 2010, nel 2011 (con la sola eccezione di un finanziamento pari a poco più del 30 per cento dell'ammontare del contributo per il 2009), nel 2012 e, finora, anche nel 2013, e ciò a differenza di altre istituzioni alle quali il contributo annuale è stato solo ridotto, e in genere in misura non superiore al 30 per cento.

Eppure riusciamo ancora ad attrarre a Napoli grandi studiosi, la politica però non lo capisce più». Infine, uscendo dai locali ingombri, Marotta lancia un messaggio di solidarietà con la libreria Guida di Port'Alba, alle prese con analoghe difficoltà economiche. «Le librerie non dovrebbero mai chiudere, quella di Guida con la sua Saletta Rossa è un luogo storico, dove si è fatta cultura. Sono triste anche per loro».

18 ottobre 2013

La madre della Bonev: "Mia figlia non conosce la differenza tra realtà e finzione"

Sergio Rame - Ven, 18/10/2013 - 09:38

Anche la madre della Bonev non crede ai racconti della figlia. E in una intervista all'emittente Btv: "Mi vergogno per quello che ha fatto"

Michele Santoro ha riportato sotto i riflettori dei media Dragomira Boneva, in arte Michelle Bonev, autrice del film Goodbye Mama, il lungometraggio che ha vinto un premio per cortometraggi all’ultima mostra del Cinema di Venezia.

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Dal palco di Servizio Pubblico l'attrice è tornata a gettare fango contro Silvio Berlusconi, accusandolo di essersela portata a lettop perché lei voleva "solo produrre una fiction", e Francesca Pascale. Ma cosa c'è dietro alle panzane raccontate ieri sera se non il solito teatrino orchestrato per colpire mediaticamente il Cavaliere?  Persino la madre della giovane bulgara non ha mai fatto mistero sui dubbi nutriti riguardo alla veridicità dei raccontati fatti dalla figlia ai media.

Goodbye mama racconta una storia di abbandono. Una sorta di addio cinematografico alla madre in un ginepraio di bugie e contraddizioni per inguaiare Berlusconi e raccimolare uno scampolo di notorietà e chissà cos'altro. Perché la parte recitata ieri sera da Santoro sa proprio di farsa. D'altra parte la farsa della Bonev non è mai finita. Si era solo interrotta per alcuni mesi. In una intervista rilasciata alla televisione locale Btv nel dicembre del 2010, era stata la stessa signora Yaneva a raccontare la carriera della figlia Dragomira a Varna, l’ex città dedicata a Stalin che si affaccia sul Mar Nero.

"Non c’è soltanto sconforto nelle parole di mamma Yaneva, ripudiata dall’ex ragazzina diligente e studiosa che un giorno partì per l’Italia con 20 dollari bucati e le scarpe rotte", spiegano i giornalisti della Btv. "Ho accettato l’incontro con voi perché soffro e mi sento offesa - racconta la signora Yaneva - Dragomira non fa differenza tra la realtà e la finzione. Leggo che io per lei rappresento il demone. Provo un dolore immenso per questo. Fino dieci anni fa non ero il diavolo. Eravamo molto vicine e vi posso far vedere centinaia di foto con lei in Italia che lo dimostrano. Prima tornava spesso in Bulgaria, io andavo spessissimo da lei in Italia. Tutto andò liscio fino al Capodanno del ’99 quando Dragomira mi invitò con la mia figlia piccola a Miami". E continua: "Eravamo state invitate per festeggiare insieme il Natale. 

Dragomira si prendeva cura della mia figlia piccola, questa era solo la scusa per ottenere il visto americano. Eravamo state invitate per tre settimane, ma alla fine della seconda è successo qualcosa: ci caricarono come due pacchi su un aereo e spedite indietro in Bulgaria". La madre dell'attrice racconta anche del compagno Giuseppe con cui avevano trascorso alcuni giorni a Fort Lauderdale, sulla barca di un ricco americano. "Vorrei credere che Dragomira abbia guadagnato come attrice, ma anche io ho letto nei giornali che con Giuseppe avevano un’agenzia per modelle russe a Milano. Sembra una pazzia, vero? Ma non è una pazzia tutto questo casino che è riuscita a scatenare, coinvolgendo due governi, ministeri interi, ministri…", continua la donna ammettendo di vergognarsi della figlia "per quello che ha fatto".

La Bonev non si sarebbe dimostrata una brava figlia. Alla signora Yaneva non sono andati giù né Goodbye mama né il libro che ha ispirato il film, Alberi senza radici. Perché i soprusi nell’infanzia di Dragomira sono tutti inventati. Non c'è nulla di vero. "Probabilmente mia figlia non sapeva cosa inventarsi per il suo libro - spiega la donna - per questo ha raccontato la bugia che la sua nonna è stata maltrattata e mandata contro la sua volontà in un manicomio orrendo. La verità è che quando si è ammalata mia madre anziana, nessuno mi ha chiesto come stessi e se avessi bisogno di qualcosa". E conclude: "Mi sono presa cura di lei assolutamente da sola, fino a quando non ho cominciato a avere dei problemi di salute anch’io e ho deciso di cercare aiuto".

Bimbi multati ai giardini perché giocano a palla

La Stampa
beppe minello


I vigili urbani: ci hanno costretti a farlo i padroni dei cani



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Ci sono momenti nei quali anche di fronte alla più eclatante castroneria è difficile, se non impossibile, tornare indietro. È accaduto ieri mattina a due vigili urbani in servizio nei giardini Cavour. I due hanno scelto di cedere alla burbanzosa minaccia di venire denunciati da alcuni proprietari di cani sorpresi con le loro bestiole senza museruola e guinzaglio, se non avessero applicato la stessa severità a un gruppo di alunni della vicina «Tommaseo» impegnati nell’altrettanto vietatissimo gioco della palla: «Avete multato noi, ora dovete multare anche loro. Altrimenti chiamiamo i carabinieri». Gli sventurati, evidentemente sprovvisti del manzoniano coraggio, hanno ceduto. 

Cento euro di multa
Risultato: cento euro di multa alla sbalordita maestra Sabbatino della terza D e imbarazzo nella caserma di via Giolitti dove sono acquartierati i due vigili e su su fino al comando di via Bologna dove, è certo, un altrettanto costernato comandante Gregnanini si starà scervellando per uscire dall’imbarazzante cul de sac in cui l’hanno inopinatamente infilato i suoi uomini. Perché una multa è una multa e non c’è buonsenso che valga per cancellarla legittimamente. Oltretutto, gli scatenati, si fa per dire, bambini della terza D - una ventina e tutti tra i 7 e gli 8 anni - neanche utilizzavano uno di quei bei palloni di cuoio che se ti beccano bene di mandano lungo e disteso. Ma una soffice palla-schiuma che già dal nome incute tenerezza. Dunque, verso le 11, i bambini, che s’erano comportati particolarmente bene in aula, sono comparsi nei giardini perché premiati dalla maestra con un’uscita fuori programma: «Una cosa normale - spiega la dirigente Lorenza Patriarca, 50 anni, da 10 alla Tommaseo e da 20 nella scuola - perché quei giardini li consideriamo il nostro cortile da sempre. Ci vanno tutte le classi nell’intervallo, tranne i primini».

Il giardino di tutti
La «Tommaseo», storica Elementare che ospita 450 bambini divisi in venti classi, 15 delle quali a tempo pieno, il cui retro, da cui sono usciti ieri i bambini, è conosciuto ovunque perché è l’esterno del Liceo Caravaggio nella fiction tv «Fuori classe» con Luciana Litizzetto protagonista, è infatti povera di cortili. È vero, nei giardini Cavour, storica testimonianza della Torino sabauda, è vietato tutto: giocare a palla, correre in bici, portare i cani non al guinzaglio e via a vietare. Ma tutti giocano, corrono e abbaiano. E vanno in bici, visto che c’è pure una stazione del bike-sharing. Ieri, i vigili sono arrivati determinati a risolvere il problema-cani, il più molesto, pare. Ma non hanno fatto i conti con i padroni che hanno minacciato di chiamare i carabinieri e di accusarli di omissioni d’atti d’ufficio se avessero ignorato i fuorilegge in brachette corte che correvano e giocavano lì vicino.
«Ma sono bambini... come si fa?».

«Allora multate la maestra: è lei la responsabile». Imbarazzati, i due vigili hanno compilato il verbale e con la Sabbatino sono andati nell’ufficio della dirigente Patriarca. «Erano imbarazzati - racconta -. Non abbiamo contestato la legittimità dell’infrazione perchè il divieto c’è, anche se per scoprirlo siamo dovuti andare a leggerlo, e per la prima volta, su un totem verde che avevamo sempre ignorato. I giardini vent’anni fa erano pieni di tossicodipendenti e spacciatori, poi grazie alle scolaresche, alle mamme e alle famiglie che li hanno riempiti di vita sono diventati belli e sicuri. Mi chiedo però che messaggio passi ai bambini: noi li educhiamo alla legalità, spieghiamo loro che le leggi sono cose giuste, qui invece si trovano di fronte all’assurdità e al non senso. Non c’è stato niente da fare, non potevano più tornare indietro. Ricorreremo».

Manometri starati nei distributori italiani: con pneumatici sgonfi sicurezza a rischio

Il Messaggero
di Giulio Mancini

Indagine dell'Aci su 298 stazioni di servizio. Il difetto ha gravi ripercussioni anche sui consumi. Il alcune stazioni l'errore sfiora i 2 bar. Molti degli incidenti sono causati da questo problema.



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ROMA - Nove manometri su dieci delle stazioni di servizio sono imprecisi e non regolano la giusta pressione degli pneumatici delle auto. Con conseguenze negative sul consumo del carburante oltre che sulla sicurezza della circolazione.E' il dato che emerge dall'indagine condotta dall’Automobile Club d’Italia e da SicurAUTO.it, nata a seguito del protocollo d’intesa pluriennale che vedrà collaborare le due organizzazioni riguardo alla sicurezza stradale e la tutela degli automobilisti. Il 90% dei manometri nelle stazioni di servizio urbane, extraurbane ed autostradali è impreciso o presenta un grande margine di errore ai fini della sicurezza.

Su 298 stazioni di servizio controllate con un tour di 3.051 km, il 39% lascia gli pneumatici pesantemente sgonfi pur indicando una pressione conforme a quella indicata sul libretto di manutenzione dell’auto, mentre il 36% li gonfia più del dovuto. Solo il 10% del campione esaminato è preciso e affidabile. La diffusione maggiore di dispositivi starati, controllati con un manometro certificato e fornito da Wonder S.p.A., si registra al Centro Italia (86,5%) e al Sud (75,8%). In Campania è stato addirittura trovato un manometro con errore di -1,95 bar mentre nel Lazio +1,2 bar. La staratura media in Italia è di 0,3 bar.

L’indagine ha evidenziato alcune assurdità: in 47 stazioni (16% del campione) i manometri sono rotti o non disponibili, mentre in 10 punti sono addirittura sotto chiave. In 3 aree di servizio bisogna pagare 1 euro per far controllare le gomme e in viale Marconi a Roma il costo sale a 2 euro. L’Automobile Club d’Italia e SicurAUTO.it hanno anche effettuato alcuni test nel Centro di Guida Sicura ACI-SARA di Vallelunga, dimostrando che pneumatici sgonfi di 0,5 bar o sovragonfiati dello stesso valore allungano di 4 metri gli spazi di frenata (test a 70 km/h su utilitaria con gomme 175/65 R15 e asfalto bagnato) ed influenzano negativamente il comportamento della vettura nelle condizioni più critiche, come l’evitamento di un ostacolo improvviso.

Secondo alcuni studi internazionali, 8 automobilisti su 10 viaggiano con gomme sgonfie, sprecando oltre 100 euro l’anno di carburante ed emettendo 144 kg in più di CO2. Circa il 16% dei sinistri in Europa sono imputabili alla pressione non conforme degli pneumatici. Questi dati andrebbero pertanto rivisti tenendo conto di questa indagine, poiché anche il conducente più solerte potrebbe essere tratto in inganno dai manometri presenti nelle stazioni di servizio italiane.


Giovedì 17 Ottobre 2013 - 13:20    Ultimo aggiornamento: 13:40

Scienziato risolve mistero Yeti «È il discendente di antico orso polare»

Corriere della sera

Sykes, ha analizzato il Dna dei peli di due animali sconosciuti, trovati sull’Himalaya. Messner: «Nessuna sorpresa, lo dico da anni»

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Uno scienziato britannico potrebbe aver risolto il mistero dello Yeti, la creatura leggendaria delle nevi: a suo parere si tratterebbe di un discendente di un orso polare vissuto decine di migliaia di anni fa. Bryan Sykes, professore di genetica dell’Università di Oxford, ha analizzato il Dna dei peli di due animali sconosciuti, trovati sull’Himalaya, confrontandolo con un database di genomi animali. Lo scienziato ha scoperto che i campioni hanno la stessa impronta genetica della mandibola di un antico orso polare trovata in Norvegia e risalente ad almeno 40mila anni fa. I test, afferma Sykes, dimostrano che le creature non erano legate ai moderni orsi bruni himalayani, ma che invece discendevano direttamente dall’animale preistorico. «Potrebbe essere una nuova specie, potrebbe essere un ibrido» tra orsi polari e orsi bruni, ha spiegato l’esperto, aggiungendo: «La prossima cosa da fare è andare e trovarne uno».

ABOMINEVOLE UOMO DELLE NEVI - L’anno scorso Sykes fece appello a musei, scienziati e appassionati dello Yeti in tutto il mondo affinché condividessero con lui campioni di peli che si credeva provenissero dalla misteriosa creatura. Uno dei peli analizzati fu prelevato da un presunta mummia dello Yeti trovata nella regione indiana di Ladakh da un alpinista francese 40 anni fa. L’altro era un pelo singolo trovato una decina di anni fa in Bhutan. Il fatto che i due peli sono stati trovati così recentemente e in luoghi così distanti, afferma Sykes, suggerisce che i membri della specie siano ancora vivi. Secondo Tom Gilbert, esperto in antichi genomi del Museo della storia nazionale della Danimarca, non coinvolto nella ricerca, le conclusioni del team dello scienziato britannico sono «una spiegazione ragionevole» degli avvistamenti dello «Abominevole uomo delle nevi» sull’Himalaya.

Professore di Oxford: «Lo Yeti è un orso» (17/10/2013)
LA REPLICA DI MESSNER - La notizia non ha sorpreso l’ex alpinista Reinhold Messner che ha dichiarato:«Lo yeti è un orso? È che novità è? Lo sto dicendo da decenni». Messner ricorda di aver studiato il tema per dieci anni e di aver anche pubblicato un libro. Per il “re degli ottomila” la scoperta scientifica non rappresenta una rivincita. «Sono stato preso in giro per anni da tutti - ha detto -, alpinisti e giornalisti. Dicevano che ero matto e che mi ero fuso il cervello stando troppo in alta montagna. Chi di loro ora mi chiederà scusa? Nessuno, ma questo non importa nulla».

17 ottobre 2013

Calcutta troppo inquinata? Il governo vieta le biciclette

Quotidiano.net

Per migliorare il traffico è stato deciso di vietare biciclette, risciò senza motore, carretti e pulmini trainati da biciclette in 174 strade. Gli ambientalisti sottolineano l’illogicità della misura, a fronte di un peggioramento dell’inquinamento atmosferico in Asia

Roma, 17 ottobre 2013 


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Biciclette vietate a Calcutta, una delle città più inquinate al mondo, per ridurre il traffico. Questa la decisione adottata di recente dalle autorità locali, in una città che conta 14 milioni di abitanti, e che ha sollevato forti proteste da parte di lavoratori e ambientalisti.

Il primo divieto di girare in bicicletta risale al 2008, quando le autorità cittadine lo imposero in circa una trentina di strade, ricorda il Washington Post. Ma il commissario di polizia ha deciso di recente di rafforzare la misura, vietando biciclette, risciò senza motore, carretti e pulmini trainati da biciclette in 174 strade. Sebbene in alcune strade si possa ancora girare su due ruote dopo le ore di punta, gli ambientalisti hanno denunciato come le nuove restrizioni equivalgano a vietare le biciclette in tutta la città.

Gli stessi ambientalisti hanno sottolineato anche l’illogicità della misura, a fronte di un peggioramento dell’inquinamento atmosferico in Asia. “E’ assolutamente fuori pista, devono fare retromarcia - ha detto al Wp Anumita Roy Chowdhury, direttore per la ricerca del Centro per la scienza e l’ambiente di Nuova Delhi - nella nostra parte di mondo, dobbiamo tenere le persone sulle biciclette e sui mezzi pubblici, non costringerle nelle macchine”.

Il divieto ha anche complicato la vita a quanti dipendono professionalmente dalle due ruote, come i lattai. “La prima volta che mi hanno fermato sono rimasto scioccato - ha raccontato al Wp Mehmood Khan, già multato 15 volte - i poliziotti mi dissero che la mia bicicletta era vietata. Cosa posso fare? Non ho alternative, quindi verrò multato e multato e multato ancora”.

L'Europa unita si dividerà tra Stati padroni e vittime"

Dino Cofrancesco - Gio, 17/10/2013 - 10:10

La profezia del filosofo liberale Raymond Aron sul superamento delle nazioni: "Nessuno  accetterà di chiudere le proprie fabbriche in nome del Vecchio Continente"

 

Un luogo comune duro a morire vede nel liberalismo una filosofia politica coerente, relativamente semplice, fondata su pochi principi fondamentali - riconducibili all'individualismo, al primato della libertà e al ruolo ancillare dei diritti - e caratterizzata da un uso critico della ragione che la immunizza dalle grandi semplificazioni di cui si nutre la sindrome totalitaria.

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In realtà, il mondo e la storia sono molto più complessi di quanto non ritengano i tanti Simplici liberali del nostro tempo. Come ci sono democrazia e democrazia, socialismo e socialismo, fascismo e fascismo, così c'è liberalismo e liberalismo: a voler individuare un comune denominatore per quanti si richiamano ai padri della società aperta, da Locke a Isaiah Berlin, ciò che viene in mente è solo una definizione negativa ovvero la netta e irriducibile contrapposizione a quanti - in nome di Dio, della Natura, della Storia - restringono i diritti di libertà, sacrificando la vita e la felicità degli individui. Su molte questioni cruciali, invece, i liberali restano divisi e persino portati a scomunicarsi a vicenda. Si pensi a quanti, nelle loro analisi della Costituzione e del sistema politico nordamericano, esaltano in Thomas Jefferson l'espressione del vero liberalismo, giudicano i suoi avversari, Alexander Hamilton e James Madison, statalisti e giacobini e fanno del democratico Abraham Lincoln un protonazionalista.

Questa premessa storico-culturale era necessaria per far comprendere l'originalità, e diciamo pure l'inattualità, della raccolta di scritti di Raymond Aron, Il destino delle nazioni. L'avvenire dell'Europa a cura di Giulio De Ligio e con Prefazione di Alessandro Campi, edita da Rubbettino. Come i grandi pensatori dell'Ottocento, da Tocqueville a Marx, Aron si tiene lontano dalle astrazioni, rifuggendo da ogni teoria normativa che fissi il chiodo al quale appendere le regole di una Giustizia dedotta dalla Ragione. Sono i fatti, la storia, la vita reale vissuta dagli uomini in carne ed ossa a mettere in moto la sua intelligenza, a fargli avanzare ipotesi interpretative sempre caute ma spesso lungimiranti, a tenerlo in continuo dialogo con i classici del pensiero politico che sono tali proprio per il continuo cimento con l'esistenza umana nella varietà inesauribile delle sue determinazioni.

Allergico a ogni trionfalismo europeista, diffidente verso quanti sostituiscono all'uomo nero della protesta proletaria - il capitalista - il (presunto) Moloch del