Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

sabato 5 ottobre 2013

Vendola inaugura l'anno scolastico in un campo rom

Libero

Il governatore pugliese ai giovani studenti: "Il destino dell'uomo è mischiarsi"


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Nichi Vendola inaugura l'anno scolastico dei pugliesi e sceglie uno scenario decisamente particolare: un campo rom. Chissà, magari avrà chiesto consiglio all'amica e compagna Laura Boldrini che di Sel è "militante" e che di politicamente corretto è maestra. Fatto sta che, venerdì 4 ottobre, il presidente della Puglia si è messo in macchina ed ha raggiunto il campo rom di Bari-Japigia per inaugurare l'annata 2013/14 delle scuole pugliesi.

Fratelli - Ha chiamato lì tutti gli studenti e ha dato il via al valzer delle dichiarazioni inneggianti alla gioia e alla fratellanza. "Essere qui è importante - ha detto il presidente - molti pensano che bisogna dare la caccia al rom, tenere lontani i loro bambini, invece tutti abbiamo il dovere di combattere per la fratellanza e l'accoglienza". Ed allora Nichi ha sciorinato tutti gli obiettivi che la sua giunta ha centrato (per i rom) e si è detto "orgoglioso" dell'insolita iniziativa. Certo, aver tolto alcuni bambini innocenti dalla strade, portandoli sui banchi di scuola è traguardo importante, ma mostrare le medagliette è tutt'altro e se lo si fa in un campo rom il gioco è troppo facilmente svelato.

Mescolare - Il capo di Sel, poi, dopo aver accolto i giovani studenti pugliesi nel campo, ha provato a spiegare loro come funziona davvero il mondo: "Oggi ci mescoliamo: il destino dell’umanità è mescolarsi, abbattere i muri, i muri visibili e pesanti, ma soprattutto quelli invisibili, quelli che ci portiamo nelle nostre teste”. L'avranno capito, i bambini? Saranno tornati a casa e avranno incominciato a mescolare i loro pensieri, a cercare di capire cosa significasse, ma poi - probabilmente - avranno pensato ad uno scherzo beffardo delle maestre. I bambini sanno, molto più degli adulti, convivere e superare le barriere, ma sanno anche riconoscere chi prova a cavalcare onde popolari per farsi bello davanti alla tivvù. E allora sarà sorto anche a loro un sano ed innocente dubbio: non sarà mai che Nichi ha scelto il campo rom perché nessuna scuola pugliese era all'altezza? Speriamo di no, ma spesso ci si azzecca.

Niente sconto famiglia al museo per la coppia gay con bambino

Corriere della sera

L'episodio è stato raccontato dai due omosessuali su Tripadvisor: «Non eravamo pronti a ricevere quello schiaffo in faccia»


Il commento lasciato su Tripadvisor

Niente sconto famiglia al Museo Guarnacci di Volterra per una coppia gay con bambino. A raccontarlo sono i protagonisti della vicenda, due omosessuali di Chicago che hanno scelto di sfogarsi su Tripadvisor. Offesi e impreparati «a ricevere quello schiaffo in faccia». Il titolo del commento è «un'istituzione omofoba», e poi segue il loro racconto.

«Entrando nel museo - racconta la coppia - abbiamo letto i prezzi e gli sconti. Abituati all'idea di famiglia che vige a Chicago, essendo due adulti con un bambino, abbiamo chiesto un «biglietto famiglia». Ma la donna che stava dietro al banco della biglietteria si è arrabbiata con noi e ci ha urlato in italiano che una famiglia è formata da un padre e una madre, non da due uomini. Dopo di che lei ha girato la testa e si è interrotta la comunicazione».

Secondo il regolamento del museo, lo sconto spetta a due adulti con bambino. Nessuna conferma e nessuna smentita da parte dell'amministrazione comunale di Volterra, che gestisce il Museo Guarnacci in cui si è verificato l'episodio. «Il post che gira in rete - dicono dal Comune - non è firmato e come foto riporta quella di un cagnolino, per cui risulta molto difficile verificarne l'autenticità. Certo nei prossimi giorni faremo tutte le verifiche del caso per capire se e cosa è accaduto.

Sicuramente il regolamento del museo prevede la riduzione del biglietto famiglia per «due adulti e tre giovani tra i 6 e i 18 anni» dunque non è in alcun modo discriminante». Al Comune di Volterra non è pervenuta alcuna denuncia. «L'accoglienza e l'ospitalità - ha affermato il sindaco Marco Buselli - sono da secoli tratti distintivi della nostra comunità. Il nostro regolamento non entra nel merito di questioni di genere, ma parla genericamente di bambini accompagnati da adulti, per cui non esiste la possibilità che qualcuno possa essere discriminato. Pertanto l'episodio, di cui peraltro non ci è pervenuta segnalazione ufficiale, qualora si sia verificato è esclusivamente da ricondurre ad un'interpretazione non richiesta da parte di un operatore».

Pierpaolo Corradini04 ottobre 2013

Due anni senza Steve Jobs

La Stampa

bruno ruffilli

La sua invenzione più grande non è stato l'iPod, l'iPhone o l'iPad, ma Apple stessa, col suo mix unico di arte e tecnologia



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“Domani (oggi per chi legge, ndr.) cade il secondo anniversario della scomparsa di Steve. Spero che ognuno rifletta su quanto abbia significato per noi e per il mondo. Steve era un uomo straordinario e ha fatto del mondo un posto migliore. Penso spesso a lui e trovo una forza enorme nel ricordo della sua amicizia, della sua visione e della sua leadership.

Ha lasciato dietro di sé un’azienda che solo lui avrebbe potuto costruire e il suo spirito sarà per sempre alla base di Apple. Continueremo ad onorare la sua memoria dedicandoci al lavoro che lui amava tanto. Non c’è un tributo migliore per il suo ricordo. So che sarebbe stato orgoglioso di tutti voi”. Questo è il testo della mail che Tim Cook ha inviato ieri a tutti i dipendenti Apple per ricordare Steve Jobs, scomparso il 5 ottobre di due anni fa dopo una lunga lotta con la malattia. 

Negli ultimi tempi Jobs si era nascosto al mondo: l’ultima sua apparizione pubblica fu il 7 giugno 2011, al consiglio comunale di Cupertino, per presentare il progetto della nuova sede di Apple, una struttura circolare così grande che sarà visibile anche dai satelliti. Il giorno prima c’era stata quella la WorldWide Developers’ Conference, con quella foto rubata dove alla fine della presentazione china il capo esausto sulla spalla della moglie Laurene. Dopo più nulla, fino alle decine di migliaia di candele, ai bigliettini davanti agli Apple Store, al milione di messaggi sul web, agli innumerevoli titoli di giornali e servizi televisivi.

In realtà, come svela Walter Isaacson nella biografia autorizzata del fondatore di Apple, gli ultimi mesi di Jobs furono un lungo susseguirsi di incontri e un periodo di intenso lavoro: si staccò sempre più dalla incombenze quotidiane per immaginare il futuro dopo di lui. Tralasciò lo sviluppo dell'iPhone 4S e dedicò le sue forze al 5 (ma pare stesse pensando anche all'iPhone 6); studiò le dinamiche commerciali delle tv via cavo e si concentrò sull'Apple Tv di cui si parla ormai da anni. E vide molte persone, quasi tutti grandi nomi della Silicon Valley che chiedevano di salutarlo, consci che sarebbe stata l'ultima volta. Bill Gates ha raccontato in lacrime il suo addio a Jobs, altri hanno rivelato particolari più o meno intimi delle loro conversazioni, qualcuno ha preferito consegnare i suoi ricordi al silenzio. 

Ma di Steve Jobs non si può non parlare: con le parole, con il film appena uscito interpretato da Ashton Kucher (arriverà fra poco in Italia, ma le critiche non sono entusiasmanti); con la prossima pellicola che sarà prodotta da Sony Pictures. Perché il guru di Cupertino ha toccato le vite di tutti quelli che oggi usano un computer, uno smartphone, un tablet. Di chi ascolta o produce musica, realizza filmati, impagina giornali e riviste, scrive racconti e vende libri elettronici. Degli appassionati di videogame e degli studenti di ogni età, dei disabili e degli sportivi.

Con Jobs la tecnologia diventa parte della vita quotidiana: è capace di discutere di prestazioni e architetture dei processori, si districa nei meandri delle sigle dei software e dei protocolli, ma soprattutto sa vedere oltre. Ma delle sue invenzioni esalta sempre il lato umano, come la facilità di ascoltare la musica sull’iPod, di creare un video sul Mac, di accedere a internet ovunque con l'iPhone, di leggere tutti i libri del mondo sull’iPad. Aver trasformato un lettore di Mp3 in un simbolo di passione per la musica è stato un colpo di genio: non importa sapere cos’è un file, dove lo si trova, come si copia, basta collegare l’iPod al computer e funziona tutto automaticamente.

E si entra a far parte di un’elite, in cui tutti sono uguali ma tutti sono diversi da chi quelle cuffiette bianche non le ha. Arte e tecnologia, come avrebbe riassunto nel suo ultimo keynote. In questi due anni è sembrato talvolta che ad Apple mancasse la scintilla di Jobs, che l’azienda fosse più lenta nell’innovare e meno aggressiva nel contrastare la crescita dei concorrenti, per non parlare delle altalene in Borsa che hanno portato le azioni a valori record ma anche a perdite rilevanti. Eppure la Mela è ancora uno dei marchi più amati al mondo, anzi il più amato; è facile imitarne i prodotti, mettendoli magari in vendita a prezzi più bassi, è molto difficile inventarsi la cultura e la passione da cui nascono. Perché ha ragione Cook quando dice che lo spirito di Steve Jobs è ancora alla base di Apple: è stata questa  la sua più grande invenzione, non l'iPod, l'iPhone o l'iPad. 



Apple svela il volto di “Siri”
La Stampa

L’assistente virtuale dell’iPhone è Susan Bennett, una cittadina americana di Sandy Springs, un sobborgo nei pressi di Atlanta

francesco semprini
new york


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Nei due anni passati si è accomodata con discrezione da perfetto galateo nelle tasche di milioni di americani. All’occorrenza ha dispensato suggerimenti su ristoranti, previsioni del tempo, indicazioni stradali e shopping. E’ stata, ed è tuttora in realtà, un’accompagnatrice perfetta, poco ingombrante e puntuale, e con un nome vagamente esotico, ovvero «Siri».

Il soggetto in questione è l’assistente virtuale dell’iPhone, nata il 4 ottobre 2011 con l’uscita sul mercato del «4S», uno dei modelli del telefono di casa Apple. Ed oggi che la voce «made in Cupertino» compie due anni, fa conoscere al mondo anche il proprio volto. Eh si perché Siri non è una sapiente riproduzione da laboratorio delle corde vocali umane, ma è una donna in carne ed ossa. Il suo nome è Susan Bennett, una cittadina americana di Sandy Springs, un sobborgo nei pressi di Atlanta, in Georgia, che dopo essere divenuta la irrinunciabile compagna di milioni di americani, ha deciso di venire allo scoperto. La «Casa della mela» non conferma, del resto le aziende che utilizzano sistemi vocali hanno tutto l’interesse a mantenere una certa riservatezza sulle identità. Lei però assicura di essere «Siri in persona» e di aver deciso di venire allo scoperto spinta dall’insistenza di figli e marito. 

Gli esperti del settore sembrano darle ragione, e il confronto audio rafforza questa convinzione. Bennett preferisce non svelare la sua età, e del resto insistere non sarebbe galante, ma spiega di lavorare come doppiatrice dal 1970, e di aver riflettuto parecchio prima di decidere di uscire allo scoperto. Il «cammino vocale» (è il caso di dire) che l’ha portata a diventare Siri inizia nel 2005, quando la società di software ScanSoft, cercava una voce per un nuovo progetto. Si rivolse ad una azienda di doppiatori per tecnologie vocali automatizzate di Atlanta, la GM Voice, e scelse Bannett. Quale impiego avrebbe avuto la sua voce è rimasto per diverso tempo un’incognita, da qui la grande sorpresa nello scoprire di essere l’assistente virtuale del gioiello di casa Apple. Anche perché, ed è questa forse la vera notizia, fino a quando lo ha scoperto, Susan non aveva mai posseduto un iPhone. 

Rc auto, addio al tagliando di carta arriva il chip anti-truffa

Il Messaggero

Saranno possibili controlli anche con Tutor, Autovelox e Ztl. Il passaggio entro ottobre 2015, a due anni dall'entrata in vigore, prevista per il prossimo 18 ottobre, del decreto ministeriale


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ROMA - Il tagliando cartaceo Rc Auto ha i giorni contati.Entro ottobre 2015 infatti, cioè a due anni dall'entrata in vigore, prevista per il prossimo 18 ottobre, del decreto del ministro per lo Sviluppo economico di concerto con il ministro dei Trasporti pubblicato ieri in Gazzetta Ufficiale, verrà completata la 'dematerializzazione' dell'attuale contrassegno, che verrà sostituito con un sistema elettronico dotato di microchip.

L'obiettivo, precisa il ministero dello Sviluppo economico, «è quello di ridurre le frodi, contrastando la contraffazione dei contrassegni cartacei e l'evasione dell'obbligo assicurativo, tramite la sostituzione dei contrassegni attuali con controlli incrociati telematici tra le banche dati delle targhe dei veicoli e quelle delle polizze assicurative». I nuovi sistemi elettronici o telematici che sostituiranno l'attuale contrassegno cartaceo saranno collegati a una banca dati istituita presso la direzione generale per la Motorizzazione del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti che «sarà alimentata in tempo reale», all'atto cioè del rilascio del certificato o della cessazione, precisa il regolamento emanato dal ministero dello Sviluppo economico, «dalle imprese di assicurazione, direttamente o, ferma restando la loro responsabilità», tramite loro intermediari. Tale trasferimento di dati avverrà attraverso «collegamento web ed idonee interfacce messe a disposizione del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti».

«Le informazioni relative alla copertura assicurativa - precisa il regolamento - sono rese disponibili mediante l'accesso telematico gratuito alla banca dati da parte di chiunque ne abbia interesse». I dati raccolti potranno quindi essere utilizzati per controlli incrociati telematici tra le banche dati delle targhe dei veicoli e quelle delle polizze assicurative, utilizzando anche i dispositivi o mezzi tecnici in dotazione alla Polizia Stradale per il rilevamento a distanza delle violazioni del Codice della strada. Come già avviene in altri Paesi, il controllo della validità dei contrassegni assicurativi potrà dunque avvenire, oltre che con sistemi 'volantì in uso alle Forze dell'ordine, anche con i dispositivi del Tutor autostradale, dell'Autovelox e attraverso i varchi elettronici delle ZTL. Avviando così automaticamente la procedura di sanzionamento, come già avviene per le infrazioni sui limiti di velocità o gli accessi alle ZTL.

Venerdì 04 Ottobre 2013 - 20:16    Ultimo aggiornamento: 20:30

Dalla Bossi-Fini allo ius soli: tutte le balle di Boldrini&Kyenge smascherate dalla strage del mare

Libero


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La morte di 127 migranti a largo di Lampedusa, per qualcuno è diventato uno slogan buono da usare in politica. A scendere in "mare" sono la presidente della Camera Laura Boldrini e il ministro dell'Integrazione Cècile Kyenge. Il naufragio e la morte dei migranti è stato da usbito il "caso di scuola" su cui rinfocolare le proposte per lo ius soli e attaccare la legge Bossi-Fini. La Kyenge subito dopo la tragedia ha affermato: "Quanto accaduto mi spinge ad accelerare slle norme sull'immigrazione l'integrazione. Lo ius soli deve entrare in agenda di governo come anche nuove norme che possano risolvere l'insostenibile situazione dei Cpt italiani. Su quel barcone potevo esserci anch'io".

Non proprio. Il ministro dell'Integrazione è arrivato in Italia con tanto di passaporto:

"Io sono arrivata trent'anni fa all'aeroporto di Fiumicino, con una borsa di studio e con un visto per studio. Che è sfumata poco dopo il mio arrivo. Non sono entrata in clandestinità e quando sono arrivata ho vissuto un momento di difficoltà perché non c'era una rete", racconta in un'intervista all'Unità. Quindi il rischio che lei potesse trovarsi barcone non c'è mai stato. Ma le sue politiche per l'immigrazione potrebbero aggravare il bilancio dei morti in mare. Ecco perchè: lo ius soli sarebbe una enorme calamita che potrebbe attirare migliaia di migranti. Cittadinanza di diritto per nascita sul suolo italiano significa di fatto migliaia di barconi con partorienti che fanno la spola tra Lampedusa e il nord Africa.

La Boldrini non conosce la legge? - L'altra paladina delle nuove norme per l'immigrazione con relativa abolizione della Bossi-Fini è come detto la presidente della Camera Laura Boldrini. Lei, sin dal primo giorno di legislatura ha fatto il tifo per l'abolizione della norma. Lo ha fatto in maniera decisa: "La Bossi-Fini va abolita al più presto, perchè condanna anche chi salva la vita ai naufraghi". Ieri la presidente, subito dopo la tragedia, sentiva il vento in poppa. Così dopo la bastonata dell'Unione Europea che con un rapporto ben dettagliato ha bocciato di fatto la nostra politica sull'immigrazione definendola "poco incisiva e senza misure che possano dissuadere gli sbarchi su una calamita come l'Italia", è arrivata una nota dell'Onu, (la stessa Onu per cui la Borldrini ha lavorato per anni presso l'Alto Commissariato per i rifugiati).

Elogio di Boldrini e Kyenge - Un elogio "express" proprio per Boldrini e Kynege nel giorno in cui si consumava la più grande tragedia in mare degli ultimi anni: "Accogliamo con favore gli sforzi delle autorita' italiane per affrontare la questione in linea con le norme internazionali sui diritti umani e il rispetto della dignita' di ogni essere umano ed in particolare la giornata di lutto dichiarata dal Governo ed il minuto di silenzio che si terra' in tutte le scuola italiane. E' significativo. Segna un grande e apprezzato cambiamento nell'atteggiamento delle autorita' italiane'', ha affermato l'Alto Commissario Rupert Colville. Insomma una sorta di scialuppa per la Boldrini e soprattutto per la Kyenge che dopo mesi di proclami nei fatto hanno fatto ben poco per cambiare le norme sull'immigrazione.

Laura va al cinema - Il chiodo fisso resta sempre quello: "cambiare la Bossi-Fini". Una legge che va detto, non punisce chi aiuta un naufrago migrante in mare. Ma la Boldrini sembra ignorarlo. Sarà una fan di Emanuele Crialese, il regista romano, che su questa "balla" sulla legge Bossi-Fini ha pure fatto un fil: Terra ferma in cui un pescatore siciliano tiene in casa una donna incinta, dopo averla recuperata in mare per paura che la polizia la ptesse rimpatriare. Basta andare davvero in commissariato e la donna avrebbe avuto un permesso di soggiorno per almeno sei mesi. Una gaffe cinematografica che la Boldrini porta pure nei suoi "comizi".

Crimi offende il Cavaliere su Facebook La Rete: «Sei berlusconiano a tua insaputa»

Corriere della sera

Il senatore ha rischiato di far slittare il lavori della Giunta. La replica:«Ha scritto prima dell’inizio della seduta»

Crimi ne ha combinata un’altra delle sue. E su Twitter viene massacrato di insulti e attacchi per aver rischiato di causare un ritardo nei lavori della giunta delle Elezioni di palazzo Madama, in quel momento riunita in camera di consiglio per decidere sulla decadenza da senatore di Silvio Berlusconi. Il motivo degli attacchi? Un post pubblicato su Facebook a lavori in corso (nella fase di udienza pubblica) dal senatore Cinque Stelle, che violando il silenzio imposto ai membri della Giunta, ha offerto un buon pretesto al Pdl per chiedere di fermare il dibattito in corso. Istanza che però non è stata accolta.

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HASHTAG - Morale, la rete, tanto cara al M5S, diventa ben presto il luogo in cui impallinare il senatore grillino Vito Crimi. E gli attacchi arrivano da tutte le parti. Crimi aveva scritto su Facebook riferendosi a Berlusconi:«vista l’età, il progressivo prolasso delle pareti intestinali e l’ormai molto probabile ipertrofia prostatica, il cartello di cui sopra con “Non mollare” non è che intende “Non rilasciare peti e controlla l’incontinenza”», scrive commentando la foto di un manifesto affisso a un muro che difende e incoraggia il leader Pdl. I commenti sui social network, dopo la richiesta del senatore Pdl di sospendere i lavori, fanno nero il senatore M5S: «Crimi...La qualità degli eletti dalla Rete. Ci meritiamo tutto», scrive qualcuno.

«Vito Crimi inficia la correttezza della #giunta pur di fare una battuta su Fb.Non so se ci è o ci fa,so solo che è una calamità #decadenza», gli fa eco qualcun altro. «Penso che la presenza di uno come Vito Crimi in Senato rappresenti il livello più basso che le Istituzioni possano raggiungere», si legge ancora. Gli insulti spesso riservati agli antagonisti del M5S questa volta sono tutti indirizzati al senatore grillino: «Insomma, #Crimi è davvero un attempato #bimbominkia che non ha ancora capito che la #Giunta non è un social... #berlusconianoasuainsaputa»; e ancora: «E ti pareva che il M5S non le provava tutte per salvare Berlusconi? Decadenza rischia sospensione, ringraziare Crimi. #M5SpiùL». «L’idiozia di #Crimi rischia di far saltare la decisione della giunta su decadenza di #Berlusconi. Il #M5S è peggio dell’apparato #PD.Schifo». E ancora «M5S: Vito Crimi fa l’amico del #giaguaro e offre la scusa a #Schifani per ritardare i lavori della giunta». «Crimi - scrive poi amareggiato qualcuno - accendi il cervello e poi usalo !!!!!».




IL COLLEGA DISSIDENTE - Ad attaccare Crimi è stato anche un collega, Lorenzo Battista che su Twitter scrive: «Crimi, facevi meno danni in giunta quando non ci arrivavi perché ti perdevi per strada!». Battista è noto per le sue posizioni non ortodosse rispetto alla linea del gruppo.

LA REPLICA - Da parte sua il collaboratore di Crimi Adriano Nitto ha spiegato di essere lui a scrivere i post. Ma non questo incriminato che, conferma Nitto, è farina del sacco dell’ex capogruppo Cinque Stelle. Con una precisazione: « il post è stato inserito alle 10.04, prima dell’inizio della camera di consiglio». Mentre «i post successivi, già programmati (relativi a Lampedusa ed al resoconto “5 giorni a 5 stelle”) sono stati inseriti dal sottoscritto». Firmato «In fede, Adriano Nitto Collaboratore parlamentare di Vito Crimi». Dichiarazioni cui il presidente della Giunta ha dato credito, avendo poi deciso di non sospendere la seduta. Provvedimento che però non ha salvato Crimi dagli attacchi.

VIDEO : La replica di Crimi: «Attacco ignobile a me e al M5S»
di Nino Luca



POLEMICHE - Il più duro dei quali arriva paradossalmente proprio dal presidente del Senato. « Il presidente Grasso - spiega il suo portavoce Alessio Pasquini - ritiene del tutto inqualificabile e gravemente offensivo quanto scritto dal senatore Vito Crimi nei confronti del senatore Berlusconi durante la fase pubblica della seduta della Giunta. Anche tale comportamento verrà sicuramente valutato dagli organi competenti del Senato». «L’attacco di Crimi a Berlusconi e’ volgare e inaccettabile. Grasso sospenda immediatamente Giunta, e’ importante salvaguardare le istituzioni» aveva tuonato in precedenza Renato Brunetta, capogruppo del Pdl alla Camera. E anche gli altri commenti in casa Pdl erano un po’ tutti dello stesso tenore.


04 ottobre 2013

Ciclismo da incubo: lo scandalo Rcs Sport grava su Lombardia e Giro 2014

Cristiano Gatti - Ven, 04/10/2013 - 18:41

Quella che sarebbe una festa, con la grande classica e la presentazione della corsa rosa, segnata da fosche nubi per i maneggi scoperti dentro la società: già decapitati i vertici

Certo sarebbe magnifico parlare di un grande finale, domenica il Lombardia e lunedì la presentazione del Giro 2014.


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Certo sarebbe eccitante pensare alla storica classica d'autunno, l'ultima delle cinque corse "monumento", nonchè la più difficile e la più sincera: per l'occasione, i nostri Nibali, Basso e Scarponi cercano un'immediata rivincita del Mondiale di domenica scorsa a Firenze, anche stavolta contro i Da Costa (nuovo iridato), i Rodriguez, i Valverde, i Contador, i Froome, i Gilbert, nella segreta speranza di sciogliere finalmente il tremendo sortilegio che ci impedisce di vincere una grande corsa in linea da cinque anni esatti (l'ultimo colpo d'ala azzurro proprio al Lombardia 2008, con Cunego).

Si parte da Bergamo e si arriva a Lecco, scalando però diverse vette difficili, dal Valcava al Colle Brianza, in una lunga gara di resistenza che alla fine premierà il più tenace. E il giorno dopo, lunedì, tutti a Milano per scoprire il prossimo Giro, del quale comunque si conoscono già i connotati principali, partenza da Dublino, arrivo a Trieste, duello finale sullo Zoncolan. Tanta roba, per chiudere la stagione della bicicletta. Sarebbe bello parlarne con leggerezza. Invece sarà una chiusura in linea con l'inizio, con quegli strascichi da incubo del caso Armstrong.

Stavolta lo scandalo non sa di doping, ma di maneggi e appropriazioni indebite, di conti strani e di denaro sparito. La bomba esplosa dentro Rcs Sport, l'organizzazione del grande ciclismo italiano, è atomica. Già decapitati i vertici (il patron Acquarone, i suoi fedelissimi Catano e Pastore, nonchè la responsabile amministrativa Bertinotti). Un cataclisma dalle conseguenze però ancora indefinite, perchè l'indagine - arrivata anche negli uffici giudiziari - è solo all'inizio.

Le accuse sono pesantissime: dirigenti della società facevano sparire denaro dal gruppo con finti finanziamenti a società sportive locali. Si quantifica una cifra vicina ai quindici milioni di euro. Inevitabilmente, la situazione plumbea graverà sulla presentazione di lunedì. Solitamente il varo del nuovo Giro è un gran galà, stavolta avrà tutto il fascino di una veglia funebre.

Frontex, la polizia di confine pagata per fare il colabrodo

Fausto Biloslavo - Sab, 05/10/2013 - 09:34

Incassano milioni e gli immigrati passano lo stesso. E i miliardi spesi dall'Europa nel Terzo Mondo per evitare gli sbarchi finiti in sprechi e ruberie

L'Unione europea spende miliardi di euro nel Nord Africa e altri Paesi da dove partono i clandestini, ma molti di questi soldi vanno a finire in fumo. In Egitto almeno un miliardo di euro non è servito a raggiungere gli obiettivi prefissi, come la lotta alla corruzione, secondo la Corte europea che controlla le spese di Bruxelles.


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Non solo: Frontex, l'agenzia per il controllo delle frontiere che dovrebbe prevenire gli sbarchi, ha un budget di 82 milioni di euro, ma ben 20 servono per gli stipendi. «Frontex è un'euro truffa. Dovrebbe difendere i confini dell'Europa, ma quello del mare Mediterraneo viene considerato come l'ultima ruota del carro» denuncia senza mezzi termini a il Giornale, Susy De Martini, parlamentare di centro destra a Strasburgo.

I soldi stanziati per lo sviluppo, la transizione alla democrazia e gli aiuti umanitari nei Paesi sull'altra sponda del Mediterraneo, da dove partono i clandestini, sono tanti ma non servono a sconfiggere il fenomeno. Dal 2007 la Ue ha sborsato 5 miliardi di euro per l'Egitto. Peccato che un miliardo sia stato praticamente buttato al vento. «La lotta alla corruzione, obiettivo dello stanziamento, pari all'aumento di un punto dell'Iva, è stata un fallimento» rivela l'europarlamentare. Lo sostiene nero su bianco la Corte europea del Lussemburgo, che controlla l'utilizzo dei fondi, nel suo rapporto pubblicato lo scorso giugno.

Un altro scandalo riguarda il Congo dove Bruxelles ha investito 1,9 miliardi di euro. Oltre la metà dei progetti finanziati non hanno raggiunto i risultati previsti. Si calcola che pure in questo caso sia stato mal speso un miliardo di euro.

Nei Paesi direttamente collegati all'immigrazione illegale come la Libia abbiamo stanziato 100 milioni di euro e per la Tunisia sono stati investiti 540 milioni di euro. In Nigeria, nonostante sia il primo paese africano produttore di petrolio, la Ue ha stanziato 667 milioni di euro. «Oltre ai Paesi che possono contare sull'oro nero vorrei proprio capire come vengono spesi i soldi per la Siria e la Palestina. E se oltre ai profughi siriani vanno a finire ai ribelli filo Al Qaida?» si chiede De Martini, che fa parte della Commissione Esteri e Bilancio del Parlamento europeo.

Per la Siria stiamo parlando di 265 milioni di euro. Altri 300 vanno ai palestinesi, ma la commissione bilancio ne ha «congelati» una parte per il timore che finiscano nelle tasche dei terroristi. Entro la seconda settimana di ottobre il Parlamento europeo dovrà votare il budget per il 2014. Non solo: l'Europa spende ancora 30 milioni di euro per Cuba e alla Somalia, da dove sono arrivati gran parte dei profughi annegati a Lampedusa, sono andati 70 milioni.

Non molti per risollevare un paese in preda all'anarchia da vent'anni. «Con gli euro buttati al vento potevamo comprare della navi per i migranti evitando i viaggi sui barconi. Non possono morire ad un miglio di Lampedusa... non devono neppure arrivarci» dichiara De Martini. Secondo l'europarlamentare «a bordo delle navi dovrebbero esserci funzionari europei e delle Nazioni Unite per stabilire chi ha diritto all'asilo, chi è un criminale e va rispedito indietro e chi vuole andare in altri paesi, come la Germania. Così li consegnamo a Berlino. Anche questo significa Europa unita».

Il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, ha dichiarato: «Frontex è un sistema di protezione europea inefficace. Gli aerei ed i militari dell'agenzia devono vigilare sul Mediterraneo». Dal quartier generale di Varsavia la portavoce di Frontex, Izabella Cooper, sottolinea che in Italia sono in corso due operazioni per un totale di 6 milioni e mezzo di euro. Ma non basta. La stessa Cooper ammette che il nostro Paese «è quello che si trova sotto la maggiore pressione migratoria. Dall'inizio dell'anno più di 31mila immigrati sono arrivati nella Ue attraverso la rotta del Mediterraneo centrale, che include la Sicilia, le Isole Pelagie, le coste della Puglia e della Calabria e, in misura minore, Malta».

In un'interrogazione a Strasburgo presentata ieri da De Martini si chiede perchè «Frontex non sia stata in grado di prevenire tragedie» come quella di Lampedusa. Dalla Commissione europea si vuole sapere «come si intende ridurre il flusso di migranti illegali verso i confini della Ue». E si chiede di spiegare perchè «i fondi sprecati per finanziare il terrorismo o paesi falliti non sono stati utilizzati per prevenire gli ingressi illegali in Europa».

Muore l’ex leader della Pantere Nere scarcerato martedì dopo 40 anni

La Stampa

Dura meno di 72 ore la libertà per Herman Wallace, l’estremista stroncato da un tumore al fegato


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È durata solo tre giorni la libertà di Herman Wallace, un uomo di 71 anni, ex membro del gruppo delle Pantere Nere, detenuto per 40 in isolamento di un carcere della Louisiana e liberato martedì sera: è morto la notte scorsa, a causa di complicazioni dovute al tumore al fegato che gli era stato diagnosticato alcuni mesi fa. Lo riferisce il Times Picayune di New Orleans, secondo cui Wallace è morto nella sua casa, con attorno parenti e amici.

Alcuni giorni fa, il giudice Brian Jackson aveva stabilito che la sentenza di condanna emessa nei suoi confronti era incostituzionale, perché al suo processo della giuria non faceva parte alcuna donna, e pertanto aveva ordinata la sua liberazione.

La vicenda di Wallace e di altri due detenuti a loro volta membri delle Pantere Nere e come lui condannati al carcere a vita per lo stesso omicidio e rimasti da allora in isolamento, ha nel corso degli anni attirato l’attenzione di diversi gruppi per la difesa dei diritti civili. Il loro caso è divenuto noto come quello dei «tre del carcere Angola», dal nome della prigione in Louisiana dove sono stati detenuti e dove - quando vennero accusati accusati dell’omicidio di una guardia bianca, che hanno sempre negato - stavano scontando una condanna per rapina. 

Lavorare in carcere Quando la pena fa bene al detenuto

La Stampa

michele brambilla

A Padova la Cooperativa Giotto dà un impiego in cella a 120 persone. In tutta Italia sono 800: “Cambiare si può”

INVIATO A PADOVA


Cattura
All’ingresso del corridoio che porta ai laboratori è scritto «Fatti non foste a viver come bruti». «Nessun uomo è fatto per perdersi», mi dice il signore che mi accompagna in questa parte del «Due Palazzi», carcere di massima sicurezza di Padova. Si chiama Nicola Boscoletto e con la sua Cooperativa Giotto fa lavorare, qui dentro, centoventi detenuti. Viver come bruti non è solo il rubare, l’uccidere, il fare tutto quello che porta in galera; è anche stare a marcire in cella tutto il giorno senza uno scopo, una speranza.

Ci sono, sul muro, riproduzioni di dipinti celebri e alcune frasi di sant’Agostino. Una fa capire da quanto lontano arrivino i principi, purtroppo disattesi, che hanno ispirato i nostri padri costituenti: «La condanna deve estirpare il peccato e non annientare il peccatore»; un’altra sembra rivolta a placare certi istinti di oggi e, forse, di sempre: «La pena non deve avere il carattere di una vendetta, né di una incontrollata ed esorbitante scarica emotiva». Ci sono anche foto delle reliquie di sant’Antonio che un paio di anni fa vennero portate qui dentro, e forse tanta roba cristiana in un posto del genere - pieno di assassini mafiosi rapinatori e spacciatori - potrà scandalizzare qualcuno. Ma la prima Chiesa, probabilmente la migliore, non era un club per gente perbene.

Quel che stiamo andando a visitare è lontano anni luce dal buonismo: chi sbaglia deve andare in carcere e le pene vanno scontate tutte. Ma c’è un punto fermo, l’articolo 27 della Costituzione: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato». Mi dice Boscoletto: «Vede quella grande fotografia appesa al muro? È stata scattata nel 1951 nel carcere di Noto». Sono ritratti alcuni agenti di custodia sotto la scritta «Vigilando redimere», e in mezzo a queste due parole è disegnata una bilancia della giustizia in pareggio. «Solo se oltre a vigilare si lavora per redimere i conti tornano», dice Boscoletto.

Siamo lontani anni luce anche dall’idea dell’assistenzialismo, o di un vecchio concetto di carità. Quello che si fa qua dentro è lavoro vero. Si producono cose che vanno sul mercato e che quindi devono essere fatte bene per essere vendute. I detenuti sono assunti in regola e prendono uno stipendio di 900-950 euro al mese. Vanno però detratte naturalmente le tasse; poi un quinto per spese processuali ed eventuali sanzioni; quindi una quota per il vitto e l’alloggio in carcere perché non è giusto che chi ha sbagliato debba essere a carico della collettività: in Italia un carcerato che non lavora costa allo Stato circa 250 euro al giorno, 113 solo al ministero della Giustizia. E poi il detenuto deve abituarsi a essere responsabile: quando uscirà, si dovrà pagare l’affitto.

Entriamo nel call center. Qui ventotto detenuti prendono le prenotazioni per gli esami in ospedale; rispondono per conto di una società che vende energia elettrica e gas; fanno da consulenti ai cittadini che non sanno come raccapezzarsi con l’Imu. Su una parete è riprodotta la cappella degli Scrovegni «perché il bello concorre al bene». In un altro laboratorio si assemblano dalle 140 alle 200 biciclette al giorno: la sera, prima di tornare in cella, bisogna aspettare che le guardie facciano l’inventario di cacciaviti, lime, seghe, chiavi inglesi: se manca anche solo un pezzo, si sta tutti lì finché non salta fuori. «Ma non è mai successo niente», mi dicono. Ecco il laboratorio dove si confezionano le chiavette elettroniche per la firma digitale, poi quello che serve una nota valigeria veneta. Quindi forse il più famoso: la pasticceria. I panettoni della Giotto sono apprezzati in tutto il mondo, e da tre anni il Papa li compra per fare i regali di Natale.

Andiamo a pranzo. In carcere i detenuti devono mangiare ciascuno nella propria cella, ma quelli che lavorano possono stare insieme in una piccola mensa. Ho di fianco Armand Merkohasa, albanese. Deve scontare ventitré anni, è dentro da sette. Si è appena fatto battezzare e ha preso il nome cristiano di Davide. Tira fuori una lettera che ha scritto e la legge: è un ringraziamento per Boscoletto. «Mi ha cambiato la vita», dice. Di fronte ho un siciliano che ha l’ergastolo ostativo, il più duro. Chiede come possa, uno come lui, avere una speranza. Boscoletto lo invita a vivere il meglio possibile il presente, poi disegna sulla tovaglia di carta un puntino in un piccolo cerchio: «Questo sei tu dentro il carcere». Poi disegna un cerchio molto più grande, che occupa tutta la tovaglietta: «E questo è il mondo fuori. Anche quello è limitato, anche quello ha dei confini. Solo che tu non li vedi. Tutti siamo chiusi in un limite, per il solo fatto di essere uomini. Tutti siamo alla ricerca di un senso».

Come è possibile che queste persone, queste facce che mi sorridono, scherzano, parlano di figli e di genitori, com’è possibile che abbiano ucciso stuprato sequestrato rapinato spacciato? Perché guardandoli cade l’illusione che avevamo, che non fossero uomini come noi? «Non c’è una tendenza inestirpabile a delinquere. Quando dai loro una possibilità, nove volte su dieci prendono la strada giusta», mi dice Boscoletto. «Il detenuto che fa un lavoro vero, e non una semplice occupazione di tempo, riacquista una sua dignità, si sente utile. Anche lo stipendio è importante. Prima chiedeva i soldi a casa, adesso è lui che li manda, e così si risente figlio, padre, marito».

Ci sono dati che fanno capire perché la vera soluzione all’emergenza denunciata da Napolitano sarebbe il lavoro. In Italia la recidiva è, ufficialmente, del 68 per cento: ma è una percentuale calcolata solo sui reati dei quali viene scoperto il colpevole, che sono solo il 21 per cento. Quindi, in realtà, la recidiva per chi esce di galera è attorno al novanta per cento. Per quelli che in carcere hanno avuto un lavoro vero, è invece attorno all’1-2 per cento.

Eppure, su 66 mila detenut