Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

venerdì 3 maggio 2013

Firefox contro FinFisher: “non usateci per installare spyware”

La Stampa

Polemica tra Mozilla e i produttori del programma accusato di aiutare i regimi a spiare i cittadini

claudio leonardi


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Finfisher è un software di sorveglianza prodotto da una società britannica, il gruppo Gamma. Il programma è legale, ma oggetto di numerose critiche e accuse perché, si ritiene, sia usato da regimi totalitari per spiare i cittadini e censurare l’opposizione. Gli ultimi a entrare in rotta di collisione con la Gamma sono i responsabili della Mozilla Foundation, produttrice del browser open source Firefox. L’accusa? Far passare uno dei loro prodotti sotto la copertura del software di navigazione online.

Stando alle accuse, uno dei modi per installare Finfisher sul pc di qualche ignaro utente è spacciarlo per un aggiornamento di Firefox. Sulla base di questo sospetto, Mozilla ha inviato una lettera di diffida, avvertendo Gamma International di non usare il nome del browser per occultare il programma. “Il nostro marchio e altri sono utilizzati da spyware come metodo per evitare il rilevamento e l’eliminazione”, ha detto il Mozilla Chief Privacy Officer, Alex Fowler, in un comunicato. 

Recentemente, anche l’Ong Reporters sans Frontières, impegnata nella difesa di libertà di stampa, ha stilato un elenco di aziende occidentali che, consapevole o no, mettono a disposizione strumenti software per il monitoraggio e la censura degli oppositori. Nell’elenco c’è anche il gruppo Gamma e il suo sistema FinFisher Suite, completo, secondo il rapporto di Rsf, di trojan per infettare i PC, telefoni cellulari, elettronica di consumo e server. Nel corso di una perquisizione di un ufficio di un’agenzia di intelligence egiziana nel 2011, attivisti dei diritti umani trovarono una proposta di contratto con un offerta della Gamma International per la vendita di FinFisher, sebbene l’azienda abbia negato la “conclusione di qualunque accordo”.

Firefox ha deciso di alzare la voce perché “Come progetto open source basato sulla fiducia di centinaia di milioni di persone in tutto il mondo, difendere Mozilla da questo abuso è di vitale importanza per il marchio, la missione e il successo”. Ma queste legittime preoccupazioni si incrociano con un problema più grande, che riguarda la diffusione di strumenti software venduti come strumenti di difesa e di sicurezza , ma che possono tradursi in pericolosi mezzi di controllo sulla vita privata dei cittadini. 

Se mille giardinieri sono pochi Il Comune affida il servizio a ditte esterne

Corriere del Mezzogiorno

«Potatori troppo vecchi», alla manutenzione del verde cittadino ci pensano i privati


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NAPOLI — I potatori del Comune restano a riposo, sugli alberi salgono i loro colleghi delle ditte private. È uno dei paradossi della manutenzione del verde a Napoli. Operazione, quest'ultima, alla quale sono addette circa 950 persone. Seicento sono distribuite nelle varie Municipalità. Trecentocinquanta fanno capo al servizio parchi e giardini di Palazzo San Giacomo e sono in gran parte addetti ai grandi parchi urbani. Un esercito, quello dei giardinieri, lievitato negli anni delle vacche grasse e delle assunzioni a pioggia. Ne fanno appunto parte i potatori, complessivamente una settantina.

LE IMPRESE - Un manipolo che si trova ora con le armi desolatamente spuntate perché da tempo a Napoli sono i privati che potano gli alberi del Comune. Si prenda un anno a caso, il 2009. Ebbene, l'impresa Crisci, si aggiudica per 170.550 euro i pini, i lecci ed i platani dei grandi parchi cittadini. Verde Golfo sas, la medesima alla quale Palazzo San Giacomo ha recentemente delegato la cura degli alberi della villa comunale, conquista nel medesimo anno l'appalto da 83.326 euro relativo agli alberi al di fuori dei parchi. Già all'epoca il caso suscitò un certo clamore. Alle perplessità, replica in questi termini Gennaro Nasti, assessore nella giunta Iervolino: «L'età dei nostri potatori è troppo elevata perché possano lavorare sulle piante di alto fusto. Il più giovane ha 52 anni e almeno 25 di servizio. Dei mezzi, meglio non parlare. Basti dire che c'è un solo carrello elevatore».

QUADRO DESOLANTE - Quattro anni più tardi il quadro è, se possibile, ancora più desolante. Palazzo San Giacomo affida ancora gli alberi alle ditte esterne, in villa comunale ed altrove. I tre automezzi del servizio parchi e giardini, si apprende da una delibera di dicembre 2012, «sono vetusti, fuori uso, ed al momento non riparabili». Inevitabile, a questo punto, che ci si chieda se per le casse comunali non sarebbe più economico acquistare nuovi automezzi, piuttosto che esternalizzare ogni anno per decine e decine di migliaia di euro il servizio di potatura. Tanto più ce lo si domanda alla luce del fatto che comunque sia i mille giardinieri del comune e delle Municipalità vanno pagati e che tra essi non dovrebbe risultare difficile scovare qualcuno non troppo in là con gli anni che, previa adeguata formazione, possa salire su un cestello e potare. Quesiti ai quali risponde l'ingegnere Francesco Iacotucci, dirigente dell'assessorato all'Ambiente del Comune: «Non troviamo nessuna impresa disposta a venderci od a noleggiarci i mezzi. Sanno bene, infatti, che il Comune paga a quattro anni e mezzo dal contratto».

Fabrizio Geremicca03 maggio 2013

Derrick nelle SS, la Zdf blocca la serie tv “Ha mentito sul suo passato”

La Stampa

In Germania si riapre la polemica sull’omertà che ancora circonda il periodo nazista: dopo il caso Grass, è la volta dell’attore Horst Tappert
 
francesca sforza


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Aveva militato nelle Waffen-SS dispiegate sul fronte russo almeno dal 1943, quando aveva circa vent’anni. Horst Tappert, meglio noto come l’Ispettore Derrick, morto nel 2008, non aveva mai fatto parola di quegli anni durante la sua luminosa carriera di star televisiva internazionale. Come Gunter Grass, e come migliaia di altri tedeschi meno noti, aveva chiuso quell’informazione in un angolo remoto della propria coscienza, forte del fatto che gli archivi, in Germania, tendevano a rimanere sigillati.

«Se avessimo saputo di quella militanza non lo avremmo mai nominato Commissario Onorario della Polizia bavarese», dichiara oggi il ministro dell’Interno del Land, chiedendosi se esista una procedura per privarlo del titolo in modo postumo. L’emittente televisiva Zdf, produttrice di 280 episodi della serie tradotta in oltre 120 lingue, si dice «scioccata e sorpresa», e come misura punitiva, sempre postuma, decide di non trasmettere più neanche una puntata: «Non renderemo onore a uno che ha mentito sul proprio passato». Bloccate le repliche anche nel canale televisivo olandese “Max”: «E’ una questione di rispetto per le vittime della guerra», ha commentato il direttore del broadcasting Jan Slagter. 

A scovare la notizia - diffusa il 25 aprile scorso dalla Faz - è stato il sociologo Jörg Becker durante le ricerche per la stesura di un libro dedicato a Elisabeth Noelle-Neumann, la studiosa pioniera della scienza delle comunicazioni. Insospettito da una serie di incongruenze, Becker ha fatto richiesta all’agenzia tedesca per le notifiche dei caduti della Wehrmacht (Wast) e ha trovato che Tappert, il 22 marzo 1943, operava in Russia come Granatiere nel 1° Reggimento delle Panzer SS. Nei suoi libri di memorie, Derrick aveva detto di essere stato medico e poi di essere stato preso prigioniero alla fine della guerra. «Non è chiaro se la sua appartenenza alle SS sia stata volontaria - osserva oggi lo storico Jan Erik Schulte - né sappiamo se siano state fatte pressioni su di lui».

Sono passati molti anni, ma ciò non toglie che si possano ricordare alcune semplici verità: la Germania di quegli anni era un paese a maggioranza nazista, in cui si può discutere sulle sfumature di un’appartenenza al regime ( convinta, riluttante, collaborazionista, lacerata, devota), ma non sul fatto che la stragrande maggioranza vi appartenesse. Gli altri emigrarono o morirono. A guerra finita, pochi hanno sentito il dovere morale di raccontare. Perché la società era irrigidita sotto il peso della sconfitta, della “rieducation” americana e dell’ignominia per essere precipitata in una barbarie senza nome. Per questo gli archivi delle procure sono rimasti a lungo sottochiave e per questo, persino oggi, si attingono informazioni se si richiedono, ma non c’è un’autorità preposta a renderle pubbliche. Colpevolmente, viene da dire. 

Il ritorno di Lenin in Piazza Rossa

La Stampa

Il mausoleo del padre della Rivoluzione riapre i battenti il 15 maggio. Per molti è il simbolo della maledizione russa, per altri il segno di una profanazione, ma nessuno ha il coraggio di spostarlo

anna zafesova


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E’ stato sull’orlo dello sfratto più volte, ma a quanto pare il suo mausoleo in piazza Rossa è solido più che mai: dopo sei mesi di chiusura per lavori il sepolcro di Lenin riaprirà i battenti il 15 maggio. E’ vero che il mausoleo non vede più da anni le chilometriche code che si snodavano per la piazza in attesa di scendere nella cripta dove il corpo imbalsamato del padre della rivoluzione riposava in una teca di vetro, apparentemente intonso dopo decenni dalla morte. Solo pochi nostalgici compagni coreani e cubani in delegazione a Mosca, e i turisti, vanno ancora a vederlo. Ma ogni dibattito sull’opportunità di rimuovere finalmente la sua tomba dalla piazza Rossa si infrange contro una certezza granitica come il mausoleo opera di Shusev: Lenin resta dov’era stato piazzato alla morte, nel 1924.

Quando, nel dicembre scorso, il mausoleo era stato stato coperto dai tendoni, qualcuno aveva temuto/sperato che con il pretesto dei lavori per rinsaldare le fondamenta dell’edificio – parte del patrimonio dell’Unesco – lo si sarebbe chiuso. Ma tra pochi giorni Lenin tornerà a ricevere i visitatori, abbottonato nel suo vestito scuro, indifferente alle voci che lo vorrebbero ormai pupazzo di cera che ha sostituito la vera mummia, che non avrebbe resistito all’imbalsamatura “eterna”. I portavoce del mausoleo rassicurano: il corpo non ha subito nessun particolare lavoro di restauro (ogni tanto la mummia viene spogliata e immersa in un bagno rigenerante) ed è in buone condizioni. Quanto all’opportunità di esporre un cadavere eccellente nella piazza principale del Paese, il dibattito a vent’anni dal collasso del comunismo è fermo allo stesso punto. Boris Eltsin voleva toglierlo, a un certo punto si era vociferato anche di un referendum, poi si è fatto ricorso al meccanismo più semplice di tagliare i fondi ai laboratori del mausoleo, sopravvissuti però grazie alle collette dei comunisti e alle imbalsamazioni private dei nuovi ricchi. 

Qualche anno fa si era ritornati sull’argomento, al Cremlino questo inquietante simbolo sotto le sue mura non piaceva più. Ma Lenin è rimasto e, dopo qualche imbarazzo, anche i leader della Russia nuova hanno cominciato a salire sulla tribuna del mausoleo a guardare le parate militari, come i loro predecessori del Pcus (salvo coprire pudicamente la scritta “Lenin” con qualche decorazione). Per alcuni è il simbolo della maledizione russa, un morto vivente da ridurre in polvere, per altri una fonte di legittimità storica, per molti, a prescindere dalle ideologie, una profanazione della morte nell’esporre un cadavere manipolato da decenni come un santo profano circondato da curiosità morbosa. Ma intanto resta al suo posto, protetto forse anche da una paura scaramantica, come quella che si prova in un castello antico anche se non si crede ai fantasmi.

Byod” tra le aziende? E’ boom a livello globale, secondo Gartner

La Stampa
carlo lavalle


La tendenza ad utilizzare il computer o dispositivo mobile personale sul posto di lavoro, detta BYOD (bring your own device), è diventata talmente diffusa che da opzione volontaria, autorizzata dalle aziende, si sta trasformando in una scelta obbligata, indirizzata dai datori di lavoro. E’ quanto sostiene Gartner sulla base di una indagine condotta a livello globale sui Responsabili IT secondo cui entro il 2017 il 38% delle imprese prevede di interrompere la fornitura di device aziendali ai dipendenti introducendo programmi BYOD.


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Per David Willis, vice presidente dell’area ricerche di Gartner “questa strategia rappresenta uno degli aspetti di cambiamento più radicale all’interno delle aziende come non si verificava da decenni. I vantaggi del BYOD comportano la creazione di nuove opportunità per la forza lavoro che opera in mobilità, aumentando la soddisfazione dei dipendenti e riducendo i costi o evitando altre spese”.

Per Gartner più in generale il fenomeno “bring your own device” significa un fattore di impulso per l’innovazione e il business aziendale che garantisce un incremento del numero di utenti di applicazioni mobili tra i lavoratori, offrendo inoltre più possibilità rispetto ai tradizionali sistemi di comunicazione come le email. Esempi in questo senso possono essere il registro delle presenze, la tabella delle attività, l’elenco degli ingressi e delle uscite e le applicazioni di gestione del personale che favoriscono la collaborazione tra uffici delle risorse umane e dipendenti consentendo loro direttamente l’inserimento e aggiornamento dei dati personali o di altre richieste concernenti la vita interna aziendale.

L’adozione del BYOD, che implica principalmente l’uso di smartphone e tablet e in minor misura di quello di pc privati, anche contemplando possibili contributi economici da parte dell’impresa, è un orientamento che si riscontra in società e governi ma riguarda prevalentemente le imprese di medie e grandi dimensioni (da 2.500 a 5.000 dipendenti). Tuttavia, si presenta anche nella realtà delle piccole imprese che possono senza grandi investimenti assumere caratteristiche più mobili. Nel mondo le sue caratteristiche variano notevolmente. Negli Stati Uniti le probabilità che un’azienda assuma una strategia BYOD sono doppie rispetto all’Europa che ha il tasso di introduzione più basso a livello globale. Diversamente in India, Cina e Brasile i dipendenti hanno più chance di ottenere il permesso di utilizzare il proprio dispositivo, in genere un cellulare.

Per il successo di una gestione BYOD avere un sistema di sussidio si rivela fondamentale. Allo stato attuale, un parziale rimborso dei costi è previsto per circa la metà dei programmi aziendali mentre la restituzione totale è assai rara. Secondo Gartner l’effetto combinato della diffusione di massa del BYOD e della riduzione delle tariffe mobili porterà alla graduale diminuzione dei contributi aziendali con la contemporanea espansione della quantità di lavoratori che utilizzano il device personale senza alcun sostegno economico. In ogni caso, l’azienda avrebbe una convenienza soltanto sussidiando l’uso e non l’acquisto di un dispositivo mobile.

“Che succede - argomenta l’analista David Willis - se comprate uno smartphone ad un dipendente che dopo un mese si licenzia? E’ meglio fare scelte più semplici : il dipendente acquista il device e l’azienda contribuisce a coprire i costi d’utilizzo”.  La ricerca di Gartner fa emergere anche una forte preoccupazione dei manager IT interpellati sui temi della sicurezza connessa al BYOD. I più temono la perdita di dati aziendali, soprattutto sulle piattaforme mobili, e il maggior rischio collegato ai dispositivi che sono predisposti per la condivisione su cloud. Malgrado ciò Gartner evidenzia il rafforzamento degli strumenti e dei processi aziendali per affrontare i problemi posti dal BYOD sul versante della security. 

Sui voli della Virgin Galactic anche tre “astronauti” italiani

Il Messaggero
di Enzo Vitale

Tre misteriosi imprenditori saliranno a bordo come "astronauti". L'ultimo test della navetta spaziale rompe il muro del suono


Villa al mare, probabilmente anche casa a Cortina e qualche viaggetto in giro per il mondo due o tre volte l’anno. Cosa chiedere di più dalla vita? Un volo spaziale. Anche se sono ancora avvolti nel più fitto mistero, l’unica cosa certa dei tre facoltosi italiani che hanno prenotato il volo da 200 mila dollari sulla navetta della Virgin Galactic, è la seguente: sono tre imprenditori di grido.
Dopo che l’ultimo test sulla Space ship two è andato a gonfie vele, per i tre misteriosi personaggi del Bel Paese l’ora dell’imbarco si avvicina.

Cattura«Un altro fondamentale tassello è stato aggiunto al nostro progetto - conferma da New York Seth Snider, referente in Italia della società di Branson e responsabile di Your Private Italy, l’agenzia che si occupa di viaggi, matrimoni e dimore di lusso - Ora il sogno di volare oltre l’atmosfera si avvicina sempre di più». Dunque sir Richard Branson pigia il piede sull’acceleratore. Dopo il successo di due giorni fa, quando il nuovo razzo ha portato la navetta ausiliaria alla velocità del suono per ben 16 secondi, lo staff è al... settimo cielo.

«Fino a poco tempo fa scienziati, tecnici e progettisti si erano dati una data per l’inaugurazione del primo volo: il 2014, ma ora la filosofia è cambiata - continua Snider - non possiamo correre prima di aver imparato a camminare. Lo scopo principale, oltre a portare i turisti in orbita, è la sicurezza del volo e dei suoi futuri passeggeri». Per ora questo sogno resta prerogativa di pochi. La Virgin Galactic comunica il numero dei primi passeggeri senza misteri. Sono circa 550, e si presume ricchi, ricchissimi localizzati in tutti i luoghi del globo. «Provengono dai cinque continenti, meno che dall’Antartide - scherza Snider - e tre di questi futuri turisti spaziali sono italiani. Tre imprenditori, di più non posso dire».

Eravate più fiduciosi visto che pensavate di far partire la prima navetta entro il 2014... «Non è un segreto che la Virgin Galactic aveva predisposto date che poi non sono state rispettate, ma stiamo affrontando un’avventura mai realizzata prima - commenta ancora Snider - una nuova frontiera di viaggi spaziali pensata da una compagnia privata. Non posso dare una data, ma posso garantire che gli sforzi sono tutti concentrati nel settore sicurezza, e questo i passeggeri prenotati lo sapevano».

Ci sono state già defezioni?
«L’unica che mi risulta è quella di un passeggero che ha rinunciato solo per motivi di salute, tutti gli altri continuano con noi nella fantastica avventura. Ci credono e siamo a stretto, strettissimo contatto con loro».

Come funziona la prenotazione?
«Ci sono due possibilità: un deposito iniziale o il pagamento dell’intero importo dei 200 mila dollari. Naturalmente chi opta per la seconda possibilità si imbarca prima».

Non mi dica che c’è anche una possibilità di recesso...
«Certo che c’è, in qualsiasi momento il passeggero può rinunciare al contratto. Non potrà più farlo al momento che gli verrà indicata la data di partenza, data che noi riteniamo di comunicare sei mesi prima circa».

E da dove si parte?
«Spaceport America, nel New Mexico, primo spazioporto al mondo destinato ad essere il trampolino di lancio per i voli spaziali commerciali. Un progetto da 209 milioni di dollari ancora in fase di completamento ma già fruibile per le prove della navetta Space Ship Two».

Avete idea di estendere i luoghi di partenza?
«E’ presto per dirlo, ma l’idea finale è quella di rendere fruibile l’esperienza a più persone possibili».
Alla Virgin c’è gran fermento perchè il prossimo test ha ambizioni maggiori e “vola” ancora più in alto. I progettisti della navetta vogliono estendere il tempo di accensione del motore a razzo a 70 secondi e raggiungere un altezza di 100 chilometri, arrivando al confine tra atmosfera e spazio, compiendo così un volo suborbitale.

Insomma un pò di pazienza. Per adesso posti a sedere solo per una manciata di Paperoni e Rockerduck sparsi nel pianeta. Ma non bisogna disperare: come per auto, telefonini, voli aerei, all’inizio prerogativa di pochi, anche per i turisti dello spazio si annunciano tempi meno grami: la Virgin è lungimirante, sir Richard Branson è deciso: punta anche ai voli low cost!


Giovedì 02 Maggio 2013 - 18:08
Ultimo aggiornamento: Venerdì 03 Maggio - 13:37

Fastidi da ufficio: il vicino di scrivania che scrive email invece di parlare

Corriere della sera

«Si fa prima». Ma non tutti apprezzano. Il manager: «Può generare sfiducia»

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MILANO - Son già dolori tra due cuori e una capanna. Figurarsi cento cuori e un capannone. La deriva delle relazioni tra colleghi è rappresentata dalle email: vi sembra normale chiedere una cosa al vostro dirimpettaio per posta elettronica anziché parlargli? Troppa fatica inclinare la testa, muovere leggermente il busto a destra o a sinistra, sbucare al di là del monitor e domandare a voce alta quello di cui avete bisogno? E se l'argomento è riservato, costa troppo alzarsi e percorrere due-metri-due fino alla scrivania del vostro interlocutore?

Il Daily Mail ha appena pubblicato i risultati di una ricerca dell' Institute of Leadership & Management su 2.165 manager inglesi. I comportamenti più irritanti? Arrivare in ritardo alle riunioni, spedire email al proprio vicino di banco, usare un gergo troppo da addetti ai lavori (come « thinking outside the box », pensare fuori dalla scatola, versione lunga di « think different », cioè trova idee alternative), passare la giornata a spettegolare, presentarsi con l'influenza anziché starsene a casa.

Inutile liquidare l'indagine con sufficienza. Ci riguarda eccome. Perché anche noi ogni giorno facciamo le battaglie sull'aria condizionata; ci innervosiamo per l'odore del take away indiano del collega; e vorremmo stritolare il ritardatario cronico che pensa di cavarsela con un sorriso Durban's mentre noi non abbiamo fatto colazione per arrivare in tempo.

Le email, però, sono ormai il simbolo della decadenza dei rapporti interpersonali sul posto di lavoro, dove peraltro passiamo la maggior parte del nostro tempo da svegli (a casa perlopiù dormiamo, neonati permettendo). Quelle inutili andrebbero punite per legge. «Da un lato fanno scattare un meccanismo di sfiducia: perché scrivere e non parlare direttamente? Per lasciare una "prova" di ciò che si è detto?», si chiede Mario Perego, direttore delle risorse umane nel Gruppo Heineken. «È vero che abbiamo poco tempo e la posta elettronica ci concede di non doverlo negoziare con l'interlocutore. Ma mi viene in mente un esperimento fatto dai nostri colleghi in Africa: un intero giorno senza posta elettronica. Alla fine i resoconti sono stati esilaranti: alcuni raccontavano di aver perso qualche etto a furia di alzarsi dalla sedia».

Simona Arghittu, responsabile risorse umane in Nielsen Italia, è ancora più esplicita: «Spesso sono troppo lunghe e poco chiare. E poi non è necessario mettere così tanti utenti in copia, non tutti sono direttamente coinvolti in una comunicazione e a loro, appunto, si fa perdere tempo». Sul fattore tempo, poi, Arghittu colpisce e affonda: «Diciamo che è una caratteristica molto italiana arrivare tardi e tirare un incontro troppo per le lunghe, magari perché non ci si è documentati prima». E, sempre sulle riunioni, possono non piacere i colleghi che si mettono inutilmente in mostra. «Ciò che più mi dà fastidio è l'"esibizionismo verbale" di chi interviene più per farsi notare che per dare un effettivo contributo», dice Bruno Burigana, direttore del personale Snam.
Ci sono aneddoti irripetibili, per i quali ci viene incontro l'anonimato. Per esempio, quell'agenzia di pubblicità milanese i cui dipendenti ricevettero questa email: «Siete pregati di verificare di avere tirato l'acqua prima di uscire dal bagno». O quella selezionatrice del personale che a un colloquio si truccò tranquillamente davanti al candidato. «Continui pure...», lo esortava. C'è chi si toglie le scarpe con fare disinvolto e chi ha una formidabile idiosincrasia per la saponetta o il deodorante, con conseguenze pestilenziali.
«A me mandano in bestia quelli che mentre un altro sta parlando si mettono a smanettare con smartphone e affini. La trovo una mancanza di rispetto: alla fine tutto si riduce a questo, qualunque sia il comportamento messo in atto senza rispettare le esigenze degli altri», interviene Giovanna Brambilla, amministratore delegato di Value Search (cacciatori di teste).
Da Wind hanno messo al bando perfino la sigaretta elettronica. «Con asmatici e allergici nella stanza, il vapore acqueo o gli aromi possono creare problemi», racconta Nicola Faini, responsabile della sicurezza nella compagnia telefonica. La policy aziendale vieta anche di mangiare in ufficio: «Ci siamo accorti che poteva dare fastidio».

Tutto il mondo è paese? Macché. Pier Luigi Celli, studioso di fenomenologia aziendale e direttore generale dell'università Luiss Guido Carli di Roma, non assolve nessuno: «Il tratto distintivo degli italiani è la mancanza di rispetto. Lo facciamo senza rendercene nemmeno conto perché siamo di un individualismo notevole».


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Elvira Serra
@elvira_serra3 maggio 2013 | 11:31

Bimbi costretti alle vacanze in Italia” Svezia, è polemica sullo spot offensivo

La Stampa

Goteborg, sui cartelloni pubblicitari volti di bambini in lacrime. Nel mirino anche Spagna e Grecia. Le reazioni: “Un atto di inciviltà”


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Un parco di divertimenti di Goteborg, in Svezia, ha lanciato una campagna pubblicitaria con la quale in un sol colpo si offendono tre paesi mediterranei: Italia, Spagna e Grecia. Tre paesi che agli occhi degli europei rappresentano l’incarnazione delle difficoltà economiche e della crisi sociale. Tre cartelloni pubblicitari con i volti di altrettanti bambini in lacrime con la scritta: «Quest’estate alcuni bambini saranno costretti ad andare in Italia (o Maiorca o Creta)».

La soluzione? «Venite invece al Liseberg Amusement Park di Goteborg», vero e proprio paradiso per bambini. La campagna ha suscitato immediate polemiche, e secondo quanto riportano alcuni siti come Riminitoday, l’assessore al Turismo della provincia di Rimini, Fabio Galli, ha scritto al neo ministro del Turismo Massimo Bray per lamentare l’accaduto e segnalare questo piccolo episodio di inciviltà’’. Il turismo svedese è particolarmente attivo in Italia e in particolare sulla riviera romagnola; secondo dati dell’Istat nel 2010 si sono registrati 574.731 arrivi in Italia con un crescita pari al 12% rispetto all’anno precedente. Sono aumentati anche i pernottamenti che hanno superato la soglia dei due milioni (2.193.686) con un incremento pari al 9%.

L’appartamento in Via Coppi batte quello in Piazza Bartali

La Stampa

La strana indagine immobiliare alla vigilia del 90° Giro d’Italia


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Sabato sul lungomare di Napoli prenderà il via la 96° edizione del Giro d’Italia, una competizione che da oltre un secolo percorre le strade italiane e che è entrata nel cuore non solo degli appassionati di ciclismo ma fa parte della cultura nazionale. La passione per questo sport e per i suoi protagonisti è talmente radicata che svariate vie e piazze lungo tutta la penisola sono dedicate ai ciclisti. Casa.it – il portale di annunci leader in Italia – è andato alla ricerca delle case in vendita in queste vie/piazze di alcune città italiane e ha stilato una speciale classifica delle case con il prezzo al metro quadro più alto.

«Un uomo solo è al comando; la sua maglia è biancoceleste; il suo nome è Fausto Coppi»: non poteva che essere Via Fausto Coppi – a Milano in zona San Siro – a primeggiare in questa competizione. La via dedicata al Campionissimo vince infatti per distacco con un prezzo di € 5.800 al mq. In seconda posizione il suo grande rivale Gino Bartali a cui la sua città, Firenze, ha tributato Piazza Gino Bartali – con un prezzo di € 4.300 al mq. A completare questo podio virtuale è Costante Girardengo: via Girardengo a Palermo ha un costo al mq di € 2.800. Ai piedi del podio Learco Guerra, vincitore del Giro nel 1934, sempre a Palermo si trova la via a lui dedicata con un prezzo di € 2.100 al mq. Chiude la nostra classifica Alfredo Binda con Via Alfredo Binda a Jesi e un costo al metro quadro di € 1.950.

Fausto Coppi comanda anche la nostra “Classifica a Punti”, è infatti il corridore più presente fra le località esaminate con 7 vie a lui dedicate; secondi a pari merito Girardengo, Binda, Bartali e Guerra tutti a quota due. Fra le città a farla da padrona è Palermo che ha dedicato ben tre strade a queste leggende del ciclismo: via Fausto Coppi, via Costante Girardengo e via Learco Guerra. Una menzione particolare va a Jesi – in provincia di Ancona – e Pieve Emanuele – in provincia di Milano – che hanno entrambe una via Coppi e una via Binda. 

Daniele Mancini, amministratore Delegato di Casa.it, commenta: «È interessante come la passione per il ciclismo superi il campanilismo: le vie dedicate a Coppi, Bartali e a tutti gli altri fuoriclasse non si limitano ai loro paesi natali ma sono ampiamente distribuite lungo tutto lo Stivale, in differenti aree urbane, dal centro alla periferia».

Operaio senza lavoro si impicca I familiari: "Colpa dello Stato"

Libero

Sui manifesti per il lutto affissi in paese l'accusa dei parenti di Nicola Carrano, il 62enne che da oltre un anno cercava un nuovo impiego


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Rimanere senza lavoro a 62 anni è un dramma. Un dramma per lui e per la sua famiglia. Per questo l'operaio Nicola Carranno dopo che la ditta di calcestruzzi per la quale aveva lavorato diversi hanni era entrata in crisi e poi era fallita, ha deciso di farla finita. Ha cercato un nuovo impiego per oltre un anno, poi alla fine si è arreso: ieri, giovedì 2 maggio, è andato in soffitta nella sua casa a Matinelle di Albanella, in provincia di Salerno, e si è impiccato. Non prima però di aver scritto una lettera nella quale spiegava ai familiari la sua estrema decisione. Una lettera che però non basta a placare il dolore di quanti gli volevano bene.

I manifesti - E così oggi la cittadina salernitana dove si è consumata la tragedia si è svegliata tappezzata dai manifesti mortuari con una dura accusa nei confronti dello Stato che non tutela la dignità dei lavoratori.  "Da parte della famiglia Carrano: tutto questo a causa dello Stato. Grazie", hanno scritto i parenti di Nicola. L'uomo, specializzato nella guida di betoniere, aveva cercato un nuovo lavoro, ma senza risultati. Da qualche tempo faceva piccoli lavori nel settore edile in vari cantieri, ma sempre in maniera saltuaria. Di recente era stato sottoposto a un intervento chirurgico e si era progressivamente chiuso in se stesso. Carrano era spostato e aveva tre figli.

Vergogna Ingroia: pagato (da noi) per non lavorare

Libero

L'eroe della legalità ignora le leggi e pur di non andare ad Aosta si fonda un nuovo partito

di Filippo Facci


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È un magistrato e però non lavora, percepisce uno stipendio pubblico e però intanto scioglie e rifonda partiti,evidentemente pensa di poter fare tutto quello che vuole e però non ci riesce.

Si chiama Antonio Ingroia e, ancora una volta,  rappresenta un caso di cui  sentivamo un drammatico bisogno.Cominciamo dalla fine. L’uomo ha annunciato lo scioglimento di Rivoluzione Civile (per maturarne una «riflessione profonda», si legge in una nota) e però ha subito presentato una nuova formazione politica, Azione civile, «una struttura leggera» che sarà leggera anche perché non ha più soldi: il partitello sinora si era retto grazie a un milione di euro dell’Italia dei Valori (finanziamento pubblico) più 50mila euro per le regionali nel Lazio e altri 90mila per candidati vari. (...)

Come spiega Filippo Facci su Libero di venerdì 3 maggio, Antonio Ingroia, il presunto eroe della legalità, ignora le leggi e le inventa tutte per non andare a lavorare. E c'è anche un'aggravante: l'ex pm prezzemolino usa i soldi nostri per fondare un nuovo partito. Il giudice palermitano continua a non prendere servizio alla procura di Aosta, ma percepisce lo stipendio. E lo adopera per fare politica.

Il commercialista è l’ideatore del reato? A finire sotto chiave sono i suoi beni

La Stampa

E' legittima la confisca dei beni del commercialista ideatore della dichiarazione fraudolenta. Lo afferma la Cassazione con la sentenza 6309/13.


Il caso

CatturaUn commercialista è indagato per aver ideato i reati di evasione fiscale tramite fatture inesistenti di una società sua cliente. Vengono sottoposti a sequestro preventivo i beni del professionista, per un valore pari al profitto dell’evasione. La questione è affrontata dalla Cassazione che ritiene infondato il ricorso del commercialista e chiarisce che il sequestro preventivo finalizzato alla confisca per equivalente ai reati tributari è applicabile non solo per quanto riguarda l’ipotesi del prezzo, ma anche per quella del profitto del reato. In più, la Cassazione afferma l’applicabilità ai reati tributari di entrambi i commi dell’art. 322 ter c.p. (confisca) non costituendo, tale applicazione, una interpretazione estensiva, «per cui non si pone alcun problema di violazione del principio di legalità. D’altronde – precisa ancora la Corte – il rapporto tra il primo e il secondo comma della norma non comporta, nel caso di reati tributari, l’inapplicabilità di entrambi, giacché la differenza tra profitto e prezzo del reato (e quindi la sussistenza dell’uno e/o dell’altro) discende dalla natura del reato stesso» (Cass., n. 35807/2010). Niente da fare dunque per il ricorrente che è condannato anche al pagamento delle spese processuali.

Fonte: www.dirittoegiustizia.it

La dura legge del Corano: a morte chi lascia l'islam

Fausto Biloslavo - Ven, 03/05/2013 - 07:35

Risultati choc da uno studio pubblicato in America, la gran parte di quanti vogliono adottare la Sharia esigono di uccidere gli apostati

 

Il 78% dei musulmani in Afghanistan vuole la pena di morte per chi abbandona l'Islam. Egitto e Pakistan seguono a ruota con il 64%, ma pure in Malesia, Giordania e territori palestinesi la maggioranza auspica il patibolo.


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Iraq e Bangladesh sono di poco sotto il 40% e la Thailandia supera il 20%. Risicate minoranze pretendono la pena capitale per gli apostati anche in Bosnia, Kosovo, Turchia ed Albania.
Non solo: a Rabat il Consiglio degli ulema, la massima rappresentanza religiosa del Paese, ha stabilito che «tutti i marocchini colpevoli di apostasia meritano la morte». Le percentuali per paese, sul patibolo in nome di Allah, sono state pubblicate da un blogger sul Washington Post incrociando i dati di un rapporto di 226 pagine del Pew center, un forum americano specializzato in religioni e vita pubblica. Dal 2008 al 2012 i suoi ricercatori hanno condotto 38mila interviste in 39 Paesi di tre continenti pubblicando il 30 aprile un voluminoso rapporto sul mondo musulmano.

Il primo dato riguarda la sharia, la dura legge del Corano. In Afghanistan il 99% dei musulmani non ha dubbi sull'applicazione delle norme islamiche. Percentuali bulgare anche in Iraq (91%), nei Territori palestinesi (89%), ma pure nell'Africa nera, in Niger (86%) e nell'Estremo Oriente con la Malesia all'86%. In Europa il 20% della popolazione musulmana in Kosovo vuole la sharia, il 15% in Bosnia-Erzegovina e fanalino di coda Albania e Turchia a pari merito con il 12%. Fra gli islamici della Federazione russa quasi la metà, il 42%, auspica l'applicazione della legge implacabile del Corano.

Fra i musulmani che vogliono la sharia i ricercatori hanno chiesto chi è d'accordo con la lapidazione in caso di adulterio, le amputazioni per i ladri e la pena di morte agli apostati. In Europa, dai Balcani al Caucaso, il 36% è favorevole alle terribili punizioni corporali. In Kosovo e Albania un quarto dei musulmani pro sharia vuole lapidare le adultere. Nel Paese delle aquile il 43% è favorevole al taglio delle mani per i ladri. Il dato schizza all'81% nell'Asia meridionale (Pakistan, Afghanistan e Bangladesh).

L'incrocio dei dati pubblicati sul blog del Washington Post indica le allarmanti percentuali assolute dei musulmani che vogliono la pena di morte per chi abbandona l'Islam. L'Afghanistan è al primo posto con il 78%, ma colpiscono l'Egitto al 64% e i Territori palestinesi al 59%. Maggioranza assoluta a favore del patibolo anche per Giordania e Malesia. La Thailandia si ferma al 21%. In Paesi come la Tunisia, a forte maggioranza islamica, dove è iniziata la primavera araba non si supera il 16% di fan della forca di Allah ed in Libano ci si abbassa al 13%. Minoranze risicate, fra l'1 ed il 2%, vogliono il patibolo pure in Europa (Bosnia, Kosovo, Turchia ed Albania). Nelle Repubbliche musulmane della Russia si sale al 6%.

Il «moderato» Marocco non è contemplato nello studio, ma ieri è trapelata la «raccomandazione» del Consiglio degli ulema presieduto dal re, Mohammed VI. Secondo il conclave islamico «tutti i marocchini colpevoli di apostasia meritano la morte». Teoricamente la «raccomandazione» del patibolo dovrebbe venir applicata ai sudditi del regno con padre musulmano, che decidano di abbracciare un'altra religione al di fuori dell'Islam. Il Paese è spaccato in due fra i riformisti, colti di sorpresa, e i salafiti che cantano vittoria. Il re non si è ancora pronunciato, ma la «raccomandazione» degli ulema cozza con gli articoli liberali della Costituzione approvata due anni fa su spinta del monarca, che garantisce i diritti universali di pensiero e di culto.

www.faustobiloslavo.eu

Pisapia parla di lavoro? I suoi dipendenti protestano contro di lui

Chiara Campo - Ven, 03/05/2013 - 08:30

Sciopero generale a Palazzo Marino, agitazione in Amsa. Sul piede di guerra anche ambulanti e lavoratori Sea

Il lavoro «è fondamentale» e gli enti «possono avere un ruolo determinante nel creare nuova occupazione». Mentre i sindacati sfilavano nel tradizionale corteo del Primo Maggio fino a Palazzo Marino, il sindaco Giuliano Pisapia inviava una nota chiedendo al governo un «allentamento del Patto di stabilità» per consentire ai Comuni di assumere.


CatturaPeccato che proprio i suoi lavoratori, nelle stesse ore, inviavano a prefettura e commissione di garanzia la lettera per indire lo sciopero generale dei 16mila dipendenti comunali per il 13 maggio. L'intera giornata lavorativa per il personale di nidi e materne, case vacanza, settore Lavoro e Formazione, l'intero turno per la polizia locale, le ultime 4 ore della giornata per tutti gli altri servizi. Il rischio caos è assicurato: sportelli chiusi o fortemente ridotti, meno ghisa sulle strade, bimbi a casa da scuola.

Un assaggio per i milanesi già il 10 maggio: Cisl, Uil, Csa e Usb - che rappresentano insieme il 60% dei lavoratori - si riuniranno in assemblea al Cinema Odeon dalle 8.30 alle 13. Partecipare è un diritto, anche se l'assenza può comportare la chiusura dei servizi. Lo stato di agitazione è partito il 12 aprile con un tavolo in prefettura e da allora, fa presente il segretario del Csa Aldo Tritto, «non è cambiato nulla, nessun messaggio dal sindaco».

Avanti tutta con la protesta. Sotto accusa «i continui processi di riorganizzazione e l'attribuzione di nuove posizioni organizzative in assenza di contrattazione», l'uso «unilaterale del fondo di produttività, con conseguenze negative in busta per tutti i lavoratori», l'«aumento dei carichi di lavoro, anche con ripercussioni negative per la salute e la sicurezza», la ricadute di queste scelte «sui servizi pubblici, che finiscono per essere più scadenti», la «persistente mancanza di corrette relazioni sindacali».

In un anno «le posizioni organizzative sono passare da 440 a 550: erano necessarie?». E non nasconde che «spesso sono andate a iscritti alla Cgil», e il sindacato rosso non aderisce allo sciopero. O si prepara alla rincorsa? Dopo l'agitazione delle altre sigle ha convocato un'assemblea, sempre all'Odeon, ma il 7 maggio. La giunta in imbarazzo aveva provato a rinviare il Consiglio straordinario sul tema del personale convocato grazie a Pdl e Lega lunedì prossimo, ma ieri è stato confermato.

Ogni sigla avrà a disposizione 5 minuti di intervento e due ore i partiti. Tutti contro Pisapia. Dai comunali agli ambulanti, che ieri hanno proclamato lo stato di agitazione contro «le incongruenze» del nuovo regolamento comunale del commercio. L'Apeca (Confocommercio) parla di «burocratiche sanzioni per gli operatori in regola mentre l'abusivismo prolifera senza controlli».

Minacciano scioperi i lavoratori Amsa, che contestano lo «spazzatino» dell'azienda. Sul piede di guerra i lavoratori di Sea Handling, il servizio terra degli aeroporti che rischia il fallimento per la maxi-multa Ue.