Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

sabato 23 febbraio 2013

L'ipocrita Casaleggio: il guru dei No Tav viaggia in Frecciarossa

Paolo Bracalini - Sab, 23/02/2013 - 08:32

Il santone dei grillini da Milano a Roma in business class. Ma nel programma del movimento c'è lo stop all'alta velocità

Seduto sulla poltrona numero 7 della carrozza Business, sul Frecciarossa AV (Alta velocità) di Trenitalia, un signore boccoluto con l'aria da maestro Sufi è intento a leggere.


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Sfoglia un giornale, mentre il treno sfreccia a 300 km/h sulla Tav che buca gli Appennini e solca le valli per portare i passeggeri business class da Milano a Roma in 2 ore e 50, veloce come un aereo. Forse il passeggero Roberto Casaleggio, cofondatore insieme a Grillo del M5S, ripassa, in attesa dell'ultimo megacomizio elettorale a Roma in Piazza San Giovanni, quel punto nel programma Cinque Stelle dove è scritto chiaro e tondo – insieme alla «decrescita felice», meno ore di lavoro, meno frenesia, meno chilometri orari, più felicità - l'impegno preso dai futuri parlamentari grillini: «Blocco immediato della Tav in Val di Susa», e al posto dei treni ad alta velocità «sviluppo delle tratte ferroviarie legate al pendolarismo», cioè i treni a bassa velocità, quelli che Casaleggio sul Frecciarossa sta superando con 200km/h di scarto.

O forse, per prepararsi al raduno più importante, nella Roma dei palazzi da «aprire come scatolette di tonno», ripassa il libro di Beppe Grillo, Alta voracità, dove si raccontano la verità sulle «grandi opere» che si stanno «mangiando il Paese», «dalla Tav in Val di Susa fino al ponte sullo stretto di Messina, passando per le spiagge devastate della Sardegna e l'incubo della Salerno-Reggio Calabria, si trivella in mare per un petrolio che non c'è, ci si toglie l'aria con gli inceneritori, si bucano le montagne per treni che non passeranno».

Riflessioni peraltro già svolte da Grillo sul blog, fin dal 2005 (perché sul no Tav si è costruito buona parte del successo del movimento di Grillo-Casaleggio): «La Tav è una montagna di merda» (blog, 29 febbraio 2012), «è un'opera inutile, anche un imbecille, se informato, lo capirebbe. Un Paese con le pezze al culo che ci spreme come limoni butta nel cesso 22 miliardi per un buco inutile. A cosa serve? A far viaggiare a 160 chilometri all'ora una mozzarella!». Insieme alla mozzarella, viaggia anche Casaleggio. Concetti ribaditi da lui stesso nel suo Siamo in guerra, altro saggio di politica 2.0 scritto insieme al leader Cinque Stelle.

Certo, e che diamine, mica poteva scendere da Milano a Roma a cavallo, o a dorso di mulo, per essere coerente col programma slow Cinque stelle. Ma che diamine, proprio sulla esecrata Tav, proprio a due giorni dal voto, proprio lui che è un esperto di comunicazione, e ci casca così dandosi in pasto alla stampa di regime? E quando dovrà andare a Parigi, per spiegare il miracolo del successo del M5S ai giornalisti di Le Monde e France 1-2-3, cosa prenderà, la Torino-Lione che passa in Val Di Susa, da dove provengono molti attivisti No Tav in Val di Susa candidati M5S? Come guru della comunicazione, dopo una mossa da pivello come questa, forse va rivalutato. Scendere a Roma con un intercity, o con un'auto elettrica, o almeno un'ibrida, o col camper dello Tsunami Tour, no? Meglio che sulla Tav, sono gaffe (veniali, certo) che nemmeno Oscar Giannino avrebbe rischiato in chiusura di campagna elettorale.

E pensare che Gianroberto Casaleggio, per quanto parco di interviste, da quel poco che ha dichiarato va senz'altro annoverato tra i No Tav. A Vanity Fair spiegò in che modo, in un futuro per lui già visibile, la politica sopravviverà all'estinzione dei partiti: «La politica verrà fatta dai cittadini stessi: potranno decidere tutto, dalle strisce pedonali sotto casa alle misure contenute nella Finanziaria, e si organizzeranno ancora di più in movimenti, come i No dal Molin, i No Ponte, i No Tav». La cosa strana, per un guru, è che sul treno sì Tav Milano-Roma, Casaleggio si è lasciato andare a considerazioni interessanti e ben udibili, insieme al suo assistente o collaboratore o amico, non sappiamo, seduto davanti a lui.

Peccato che, a mezzo metro, ascoltasse tutto una professionista trentenne. Che ci racconta quanto segue e che riportiamo testualmente: «L'ho sentito parlare di soldi. E ad un certo punto si è fatto i conti di quanti euro avrebbero fatto con 8 milioni di voti. Si lamentava che, fatti i calcoli, ogni voto valeva solo 5 centesimi. Non ce l'ho fatta e gli ho detto: “Che tristezza”. Pensava che io non sapessi chi fosse. È rimasto in silenzio. Poi, prima di scendere dal treno, ho preso 5 centesimi. E glieli ho dati. Dicendogli che erano i 5 centesimi del mio voto che non avrebbero avuto. Mi ha detto grazie!».
Gira voce che anche Grillo sia venuto a Roma con la Tav. Ma il comico non si vede, e comunque è arrivato prima di Casaleggio, ancora più veloce di lui. Che sia arrivato a bordo di un F-35?

Fanno i comunisti coi soldi dei milanesi

Chiara Campo - Sab, 23/02/2013 - 08:01

Il partito dell'ex ministro Diliberto non paga la sede. E il debito è già arrivato a 70mila euro

I «compagni» ci hanno organizzato feste e comizi elettorali fino a qualche giorno fa. Location centralissima e suggestiva: via De Amicis 17, a due passi dalle Colonne di San Lorenzo e da corso Genova.


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É un palazzo storico, adiacente all'anfiteatro romano, nel cortile sono conservati i reperti antichi rinvenuti durante gli scavi archeologici. Ospita circoli culturali, ambientalisti, è anche i quartier generale degli ex socialisti e degli «ideologi arancioni» che si riuniscono alla fondazione Aldo Aniasi. E al civico 17, appunto, c'è una bella sede del Partito dei Comunisti italiani, che oggi partecipa con tanti suoi aderenti alla Rivoluzione civile di Ingroia. Bene. Succede che mesi fa il capogruppo milanese della Lega Alessandro Morelli riceva l'avviso di sfratto per la sezione «Darsena» del Carroccio, con sede fissa da almeno 15 anni all'ex casello daziario di piazza XXIV Maggio. Il contratto è scaduto e il Comune vuole avviare un piano di valorizzazione.

Sono i giorni in cui la sinistra difende a spada tratta l'occupazione delle palazzine Aler da parte del collettivo Lambretta, e la giunta Pisapia non si affretta a chiedere lo sgombero di Macao dall'ex macello dell'Ortomercato (parentesi, sono ancora lì). Il leghista Morelli si impunta e avverte Lucia Castellano, ancora assessore alla Casa e Demanio prima di dimettersi a fine gennaio per candidarsi come capolista di Umberto Ambrosoli presidente: «Non ce ne andiamo». E intanto invia un'interrogazione agli uffici del Demanio per conoscere la situazione degli altri partiti che hanno sede in immobili di proprietà del Comune. É il 24 ottobre, la risposta su carta intestata rivela che «il partito dei Comunisti Italiani con sede in via De Amicis 17 è moroso e ha maturato un debito con il Comune pari a 70.369,76 euro».

Ieri Morelli ha richiesto un aggiornamento della situazione, e gli uffici dell'ex assessore Castellano confermano che «l'aggiornamento al 31 dicembre» è tale e quale, che si facciano chiamare compagni duri e puri o «rivoluzionari», i comunisti non pagano. Settantamila euro di morosità. «Si chiude un occhio, purchè il conto sia degli “amici”, mentre chi paga regolarmente viene epurato perché unica opposizione a Pisapia - attacca il capogruppo leghista -. Ora capiamo il merito della candidata numero uno di Ambrosoli, Lucia Castellano, che ha scelto di cacciare la Lega dalla sua sede storica di piazza XXIV Maggio chiudendo colpevolmente gli occhi su una grave morosità del partito dei Comunisti Italiani in via De Amicis, che non ci è dato sapere se sia stata ripianata nell'ultimo mese e mezzo».

D'altronde «via De Amicis 17, sede del Museo dell'Arena, tra un'associazione arancione e l'altra, è un intero stabile appaltato alla sinistra. Dopo i favori fatti all'Arci, alle associazioni degli assessori e persino a Dario Fo, siamo di fronte all'ennesimo utilizzo di spazi pubblici per gli amici degli amici». Dalla sede di piazza XXIV Maggio invece ieri notte hanno fatto sparire lo striscione «Prima il Nord», slogan della Lega alle regionali. Un militante avrebbe visto alcuni appartenenti al circolo Arci «Lato B» che ha sede accanto alla sezione lumbard. Alle proteste, «in quattro gli hanno risposto che lo striscione non poteva campeggiare sulla nostra sede» riferisce Morelli.

Messico, i narcos mettono in campo il cannone sparadroga

Corriere della sera

Gli agenti della dogana Usa hanno trovato un marchingegno usato per sparare gli stupefacenti oltreconfine

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WASHINGTON - Come mi ha detto una volta un agente della Dogana statunitense in Arizona: «Per i narcos è una sfida continua. Vogliono dimostrare di essere più furbi di tutti». Ed ecco perché inventano i metodi originali e strani per far passare la droga oltre il muro che divide gli Stati Uniti dal Messico. Giovedì la polizia municipale di Mexicali, al confine con la California, ha scoperto un "cannone" in grado di sparare proiettili alla marijuana (da 2 chilogrammi) ad una distanza di circa 400 metri.

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I PRECEDENTI - Lo strano apparato era composto da un grosso tubo e un compressore collegato al motore di un camioncino. Un metodo veloce e mobile creato dai narcos che agiscono nella Baja California. Il mezzo è stato sequestrato mentre i contrabbandieri sono riusciti a fuggire. Il ritrovamento del "pezzo" segue un episodio del quale abbiamo parlato in dicembre su Corriere.it: a Yuma i doganieri hanno trovato in un campo vicino alla frontiera diversi 33 "proiettili" alla marijuana sparati dal versante messicano. Un carico da circa 45 mila dollari che avrebbe dovuto essere recuperato dai complici in attesa nel territorio Usa.

Guido Olimpio
@guidoolimpio23 febbraio 2013 | 8:57

L’ottantenne a processo per i crimini a fine Anni Sessanta imbarazza la Cina

La Stampa

L’omicidio durante la Rivoluzione. Culturale censurato dal governo

ilaria maria sala
hong kong


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Un uomo di ottant’anni, di nome Qiu, sta venendo processato, in Cina, per un omicidio che avrebbe commesso nel 1967 ai danni di un medico dal nome di Hong, nel pieno fervore della Rivoluzione Culturale lanciata da Mao Zedong, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa ufficiale China News Agency. L’uomo, che vive a Ruian, nel Zhejiang, avrebbe prima strangolato il dottore per poi staccargli le gambe con un’accetta e seppellirne il cadavere, dal momento che “credeva fosse una spia”, e che i suoi compagni di milizia gli avevano comandato di farlo.

Difficile avere ulteriori informazioni al riguardo, dal momento che la notizia ha suscitato molta attenzione su Internet, talmente tanta che i censori del web cinese hanno deciso di cancellarla prontamente, e non è più accessibile sul sito della China News Agency. Il periodo della Rivoluzione Culturale, che dal 1966 al 1976 portò a numerosi episodi di guerriglia urbana e persecuzioni politiche provocando milioni di morti, è uno dei tanti periodi della storia contemporanea cinese dei quali non è consentito dibattere liberamente.

Per quanto non vi sia lo stesso livello di censura totale che si vede, per esempio, per i fatti di Tian’anmen del 1989, chiedere che vengano consentite discussioni franche su quell’epoca sanguinosa continua ad essere pericoloso, e limitato. Stupisce dunque che la corte itinerante (laddove il numero di tribunali è insufficiente, la Cina ha approntato alcuni tribunali “itineranti”, che viaggiano in giro per il Paese per aprire processi dove necessario) presentatasi a casa del signor Qiu, abbia voluto rinvangare un caso legato a quei tempi che di solito il potere preferisce dimenticare. Non siamo a conoscenza del verdetto. 

La svolta di Raúl Castro: “Mi sento vecchio, vado in pensione”

La Stampa

Cuba, l’annuncio all’indomani del cambio di governo

paolo manzo
san paolo


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Si sente vecchio e ha il diritto di andare in pensione. Così Raúl Castro ha sorpreso la stampa internazionale in occasione della visita all’Avana del premier russo Dmitry Medvedev. «Ho quasi 82 anni - ha dichiarato il fratello di Fidel che di anni ne ha invece 86 - ho diritto di andare in pensione». Anche se non ha specificato quando. Dinanzi, poi, allo stupore dei giornalisti ha chiesto «perché siete così increduli?», rimandandoli al suo discorso di domani da lui stesso preannunciato come «interessante».

Già, perché questi per Cuba sono giorni importanti. Domani infatti l’Assemblea Nazionale dovrà rieleggere il presidente e il Consiglio dei ministri. Dopo una vita trascorsa a fare il ministro della Difesa Raúl ha sostituito dal 2006 il fratello e líder máximo Fidel a causa della sua malattia. Prima provvisoriamente, poi nel 2008 con nomina ufficiale a presidente del Consiglio di Stato. Finora Raúl aveva sempre sostenuto l’idea di una soglia limite per la durata dei mandati di governo, anche se nulla è mai stato legiferato in proposito. Nel suo caso poi, essendo il suo primo mandato durato cinque anni, tutto lasciava pensare ad un rinnovo per altri cinque, fino al 2018, quando forse Cuba avrebbe scelto un altro presidente. 

Le ultime esternazioni, invece, fatte in modo informale in un mausoleo dedicato ai caduti dell’ex Unione Sovietica, aprono adesso nuovi scenari finora impensabili. E forse non è un caso che siano arrivate in concomitanza con un’altra notizia che segna una svolta importante. E cioè che la Russia cancellerà il debito di Cuba, ereditato dalle strette relazioni bilaterali tra Mosca e l’Avana ai tempi dell’Urss. Si tratta di circa 27 miliardi di euro, cifra che in parte sarà cancellata, in parte verrà inclusa in un piano di ristrutturazione spalmato su 10 anni. L’Avana, dal canto suo, si impegna ad acquistare con un contratto di leasing tecnologia aeronautica russa per 495 milioni di euro.

Domenica insomma le carte in tavola per il governo cubano potrebbero cambiare e si potrebbe assistere ad uno svecchiamento della leadership del regime. Basti pensare che i posti di primo e secondo vicepresidente sono stati finora occupati da due fedelissimi ottuagenari che hanno combattuto nella rivoluzione del 1959. Del resto quello di ringiovanire le fila del potere a Cuba è da tempo un chiodo fisso di Raúl. Nel 2010 proprio nel discorso di fine anno aveva dichiarato «il tempo che ci resta è breve, il compito enorme.

Abbiamo l’obbligo di portare il Paese sulla giusta rotta». In ballo c’è il futuro dell’isola, a partire dalla sua economia. Nonostante i tentativi di riforme intrapresi dal 2006 la crisi è infatti fortissima per l’isola caraibica su cui pesa l’embargo degli Stati Uniti. Una crisi che ha costretto il potere centrale ad aprirsi suo malgrado al privato perché, come sottolineano anche alcuni ricercatori del Centro studi sull’economia cubana dell’Università dell’Avana, «le autorità hanno bisogno di risultati positivi in fretta per preservare il consenso sociale». 

Israele, la prima mostra su Erode fa scattare la protesta dei palestinesi

La Stampa

Dalla tomba ai reperti archeologici, Gerusalemme celebra il tiranno. Ma è scontro sulla provenienza

francesca paci


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Tutto è politico a Gerusalemme, il quartiere dove vivere, la scelta del ristorante in cui cenare, un museo da visitare. Non fa eccezione l’evento artistico del 2013, quella che dagli organizzatori dell’Israel Museum viene definita la prima esposizione mondiale dedicata a Erode il Grande, il feroce tiranno biblico regnato due millenni fa in Terra Santa e rimasto in sella per 37 anni.

La mostra, comprendente la ricostruzione della tomba di Erode (scoperta sei anni fa dopo quasi mezzo secolo di ricerche insieme a 30 tonnellate di artefatti), diversi sarcofaghi e un totale di circa 250 reperti archeologici, ha però sollevato le proteste dei palestinesi che rivendicano la provenienza “palestinese” delle opere esposte (gli ultimi proficui scavi sono stati fatti a Herodium, in Cisgiordania, area C, quella sotto il controllo israeliano).

L’Israel Museum replica che furono gli accordi di Oslo ad assegnare a Israele il controllo temporaneo dei siti archelogici in Cisgiordania giura che il materiale tornerà a casa tra nove mesi, a esposizione conclusa. Ma il tempo, tra le colline che ambiscono all’eternità, è relativo. La mostra, argomenta al Guardian il responsabile delle antichità dell’autorità nazionale palestinese Hamdan Taha, “è un tentativo israeliano di usare l’archeologia per giusticare le proprie pretese territoriali”. Taha sostiene di non essere stato consultato nè all’epoca degli scavi di Herodium nè oggi mentre, insiste, quella zona, così come Gerico, “è parte integrale del patrimonio culturale palestinese”. 

Così, mentre gli studiosi accorrono a vedere l’eredità architettonica e culturale del sanguinario sovrano morto a 70 anni dopo una vita costellata da atrocità leggendarie tra cui l’assassinio di almeno una delle sue mogli, tre dei suoi figli, di innumerevoli rabbini e di oppositori politici (incerta è invece la sua responsabilità sulla strage degli innocenti che molti storici attribuiscono al figlio), sui padiglioni illuminati ad arte si allunga l’ombra dell’infinito conflitto israelo-palestinese.

Il direttore dell’Israel Museum James Snyder afferma di non aver ricevuto alcuna protesta formale da parte dell’Autorità Nazionale Palestinese ma precisa che Israele ha una specie custodia su quei reperti: “Abbiamo questo materiale in prestito e lo restituiremo alla fine dell’esposizione. Ogni nostra mossa è stata autorizzata: se avessimo lasciato quanto trovato scavando nello stato in cui era, non ci sarebbe stato modo d’interpretarlo. Non c’interessa la politica, stiamo cercando di fare del nostro meglio per preservare un patrimonio culturale”. La mostra è aperta e chiuderà a novembre 2013, le polemiche no.

Se il cardinale twitta, incorre nella “scomunica”

La Stampa

vatican

Norme e divieti del Conclave. Storia e attualità di una eleazione che non si è svolta solo a Roma ma anche in altre città italiane ed europee

Luca Rolandi
Roma


CatturaSi avvicina la data ufficiale della “vacatio sedis”, che inizierà il prossimo 28 febbraio alle 20, e aumenta la curiosità nel conoscere la data d’inizio del Conclave. Il “Motu Proprio” darà indicazioni e i cardinali decideranno l’inizio delle votazioni per l’elezione del nuovo Papa.

Se si pensa al Conclave si pensa subito alla Cappella Sistina, il capolavoro di Michelangelo. Ma in realtà la Cappella Sistina è stata scelta espressamente e «esclusivamente» come sede del conclave solo nel 1996 dalla Costituzione apostolica `Universi dominici gregis´ di Giovanni Paolo II. Ad oggi solo ventiquattro Papi sono stati eletti nella Sistina e complessivamente 51 in Vaticano.

Se è facile ricordare Avignone o Viterbo tra le sedi di elezioni pontificie, fuori dall'ordinario, nell'elenco dei luoghi di conclave figurano anche città come Pisa, Terracina, Velletri, Venezia e fuori dall'Italia, oltre alle francesi Avignone e Lione, anche la tedesca Costanza. A Roma quattro Papi sono usciti anche dal Quirinale.

Nel saggio di Ambrogio Piazzoni, vice prefetto della Biblioteca Apostolica Vaticana, sulla “Storia delle elezioni pontificie”. La maggior parte delle elezioni pontificie si è tenuta a Roma. Ma non tutte. “Di molte, specie le più antiche, non si hanno informazioni precise che consentano di individuare anche un luogo preciso nella città. Non è azzardato ritenere che delle circa 150 elezioni senza esplicita testimonianza del luogo, la maggior parte si sia in ogni caso tenuta a Roma”.

L'elenco dei luoghi di elezione dei Papi esplicitamente testimoniati dalle fonti: in Vaticano 51 volte. Nella Cappella Sistina 24 volte; nella Cappella Paolina 10 volte; le altre volte in cappelle o ambienti del Palazzo Apostolico. A Roma (fuori dal Vaticano), 34 volte: al Quirinale, nella Cappella Paolina, 4 volte; a San Giovanni in Laterano 3 volte; a Santa Maria sopra Minerva 2 volte; al Septizonium 2 volte; sono accertate elezioni anche in questi altri luoghi di Roma: Santa Cecilia, Santa Maria Maggiore, San Martino, San Pietro in Vincoli, San Clemente, Santa Maria in Pallara, San Gregorio al Celio, San Cesario. Infine tra le altre sedi di elezioni pontificie fuori dalla capitale: ci sono: Perugia 5 volte; Viterbo 5 volte; Avignone 5 volte; Napoli 2 volte; una volta a Siena, Terracina, Velletri, Verona, Ferrara, Pisa, Costanza, Anagni, Arezzo, Lione, Venezia.

Naturalmente non sarà solo la Cappella Sistina, sede schermata, silenziosa e lontana dalle voci del mondo, all’interno della quale i cardinali esprimeranno la loro preferenza, il luogo dove i porporati vivranno i giorni del Conclave. Dai tavoli austeri per gli scrutini nella Cappella Sistina alle camere extra-accessoriate del pensionato ecclesiastico di Santa Marta, dove per i 117 0 116  cardinali presenti saranno allestite  stanze grandi e piccole distribuite attraverso un sorteggio per non privilegiare nessuno.

I cardinali riposeranno in camere extra-accessoriate, con possibilità di collegamento web, telefono e tv all'interno del residence a cinque piani, voluto costruito negli anni Novanta voluto da Giovanni Paolo II e che per la seconda volta ospita i cardinali per un Conclave. Luoghi di lusso rispetto ai dormitori di fortuna allestiti per le precedenti elezioni papali. A Santa Marta ci sono armadi a muro, scrivanie, inginocchiatoi, poltroncine, letti a una piazza e mezza, aria condizionata e bagno in camera.
Le comodità hi-tech però dureranno poco, perché dal momento degli scrutini la tecnologia sarà bandita. Tutti i giorni i cardinali saranno trasportati per circa 700 metri in un pullman da Santa Marta fino alla Cappella Sistina.

E sono previste, prima dell'inizio del Conclave, delle bonifiche per evitare la presenza di oggetti che possano aggirare la clausura e permettere qualsiasi tipo di collegamento con l'esterno. Se i cardinali dovessero `twittare´ dall'interno del Conclave notizie segrete «incorrerebbero in gravi sanzioni», fino alla scomunica. In ogni caso i cardinali non potranno entrare in Conclave con il telefono cellulare, che «verrebbe confiscato». È quanto ha detto stamane, con un po' di ironia, monsignor Juan Ignacio Arrieta, segretario del Pontificio consiglio per i testi legislativi, in un briefing sul conclave in Vaticano.    Arrieta ha spiegato ancora che le sanzioni sono molto pesanti e sono previste dalla Costituzione apostolica “Universi dominici gregis”, il testo che regola l'elezione del Pontefice. «Ci sono più scomuniche latae sententiae previste in questo documento che in tutto il codice di diritto canonico», ha detto il canonista.

A spiare le vite degli altri erano 110mila Dossier ridimensiona lo spettro Stasi

La Stampa

La polizia segreta della Germania Est non era così grande e gli ufficiali erano più controllati dei cittadini

alessandro alviani
berlino


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La Stasi, l’onnipresente polizia segreta e agenzia di spionaggio dell’ex Germania dell’Est, non era in realtà così grande come si è portati a pensare oggi: i suoi collaboratori non ufficiali, uno dei perni dell’apparato di sorveglianza e repressione guidato dal famigerato Erich Mielke, erano infatti molti di meno di quelli indicati nelle statistiche ufficiali. 

Parola di Ilko-Sascha Kowalczuk, ricercatore presso l’autorità tedesca che gestisce gli archivi della Stasi. Kowalczuk ha dedicato al tema uno studio di oltre 400 pagine che viene citato dal sito dello Spiegel e mette in dubbio molte delle convinzioni sull’elefantiaco sistema di spionaggio e controllo nella DDR. 

A partire dal reale numero dei collaboratori non ufficiali, gli IM (Inoffizieller Mitarbeiter), persone che fornivano in segreto informazioni agli uomini di Mielke, senza però lavorare ufficialmente per la Stasi. Kowalczuk ritiene esagerata la cifra di 189.000 IM nel 1989 indicata nelle statistiche dell’autorità per la quale lui stesso lavora. Nel 1988 gli IM erano molti di meno: 110.000. Come si spiega l’eccezionale aumento nel giro di 12 mesi? Anzitutto con degli errori di calcolo, è convinto l’esperto: i conteggi effettuati dopo la riunificazione non tengono conto del fatto che molti collaboratori non ufficiali erano catalogati contemporaneamente sotto varie categorie, il che significa che sono stati di fatto calcolati due volte.

Oltre 13.000 IM del dipartimento per lo spionaggio estero, poi, sono finiti nelle statistiche in modo alquanto insolito: dopo il 1990 sono stati semplicemente presi i dati relativi ad appena due sezioni locali della Stasi e, a partire da quelli, è stata calcolata una stima approssimativa per l’intero dipartimento per l’estero. Alla somma ufficiale andrebbero poi sottratti altri 10.000 IM: Mielke si era lamentato del fatto che molti non spifferavano nulla ai suoi ufficiali, motivo per cui nel 1987 quasi 10.000 IM vennero di fatto archiviati. Risultato: al posto dei 189.000 IM indicati fino ad oggi «è realistico un altro numero: 109.000 collaboratori non ufficiali, un dato che proviene da un elenco che Mielke si fece preparare nella primavera del 1989», ha detto Kowalczuk a Superillu, un settimanale molto diffuso nei Länder orientali tedeschi. 

Non solo, ma il ricercatore, che precisa di non voler relativizzare i crimini della Stasi e, come scrive lo Spiegel, non è sospetto di voler edulcorare la realtà nella Ddr, critica anche un altro aspetto: la Stasi è stata «demonizzata», è stata creata un’immagine che «non ha nulla in comune con la realtà», mentre non è stata dedicata la stessa attenzione agli iscritti alla SED, cioè il partito comunista. L’apparato di Mielke, spiega Kowalczuk a Superillu, era subordinato sotto ogni punto di vista alla SED: «ogni segretario locale della SED aveva più potere e influenza di un direttore di una sezione locale della Stasi». Quella dell’IM è diventata«un’etichetta», come se le persone «non avessero fatto altro che essere IM»: esse sono state ridotte al male assoluto. Gli IM in realtà «non erano tutti uguali, non tutti erano dei traditori», ha aggiunto a Superillu. 

Non solo, ma in Germania regna un’«immagine distorta» degli ufficiali della Stasi, cioè di coloro che lavoravano ufficialmente per l’apparato di Mielke: le loro responsabilità sono indiscusse, ma anche loro venivano spiati. Di più: nessun altro gruppo di persone è stato sorvegliato in modo «così intenso e sistematico» come gli ufficiali della Stasi, nota Kowalczuk. Tesi che si presta ad accese discussioni in un Paese in cui la Stasi resta un tema di scontro: proprio nelle scorse settimane il capogruppo della Linke al Bundestag, Gregor Gysi, avvocato di alcuni noti dissidenti ai tempi della DDR, è stato accusato di aver avuto contatti con la Stasi. Ora la procura di Amburgo indaga su di lui. Il sospetto è che Gysi abbia fornito una dichiarazione giurata falsa nel 2011, quando aveva negato di aver mai riportato informazioni alla Stasi.

Vendola e la foto con il giudice che l'assolse

Corriere della sera

Secondo il settimanale l'immagine risale alla festa della cugina nel 2006. Il governatore querela



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ROMA - Nella fotografia annunciata dal settimanale Panorama e dal Giornale , e poi messa in rete ieri da Panorama.it , si vede, nell'angolo in basso a destra del fotogramma, giusto un occhio, un sopracciglio, mezzo naso, un ciuffo di capelli sale e pepe. Ma il profilo di quel mezzo volto, a meno che non si tratti di un fotomontaggio confezionato da chi ha consegnato l'immagine ai giornalisti, è quello del governatore della Puglia Nichi Vendola. E lui, il leader di Sel, ha un'espressione seria, pensierosa, in mezzo ad altri commensali che, invece, sembrano molto allegri: tra loro, a due posti di distanza da Vendola, fa capolino il frangettone della dottoressa Susanna De Felice che poi è il giudice dell'udienza

preliminare che lo scorso 31 ottobre ha assolto a Bari il governatore Vendola dall'accusa di abuso d'ufficio per l'inchiesta sui concorsi nella sanità pugliese. Intorno a quella tavolata - imbandita in occasione del compleanno della cugina di Vendola che Panorama colloca nel 2006 - ci sono poi altri magistrati, il pm barese Gianrico Carofiglio che diventerà senatore del Pd nel 2008, un funzionario di polizia e il compagno di Vendola. Ma loro non interessano perché il centro del problema è l'incontro ravvicinato tra un politico e un giudice che, sei anni dopo, dovrà decidere tra l'innocenza e la colpevolezza del medesimo politico.

Nell'edizione cartacea di Panorama (che non ha pubblicato la foto), il giornalista Giacomo Amadori racconta l'incontro, alle spalle della stazione di Bari, con una donna che tira fuori dalla borsa una chiavetta: la foto viene fatta visionare ma, specifica il cronista, non viene consegnata a Panorama . Poi alle 9.18 del 19 febbraio si fa vivo per telefono un uomo che offre la foto in due versioni: «10 mila euro per metà» fotogramma, «20 mila per averla tutta».

E ora Nichi Vendola - che ha sempre detto di non ricordare di avere avuto incontri pregressi con il suo giudice, annuncia azioni legali: « Panorama dovrà rispondere in tribunale e sarà una delle ragioni per cui avrò una vecchiaia ricca e serena». Però sul governatore, nonché principale alleato di Bersani per la conquista di Palazzo Chigi, si abbatte il fuoco si sbarramento di mezzo Pdl che ricorda le richieste dei pm baresi sull'opportunità di astensione da parte della dottoressa Susanna De Felice.

Attacca Maurizio Lupi: «Mentre a Bari si sono affrettati a condannare Fitto a pochi giorni delle elezioni, condizionando in modo palese il voto, Vendola mente in modo spudorato. Oscar Giannino per un peccato di vanagloria si è dimesso da leader del suo partito: Vendola che cosa pensa di fare? Il doppiopesismo dalla giustizia è ormai inaccettabile. Susanna De Felice è il giudice che ha assolto il presidente Vendola e tutti sanno che è amica della sorella del leader di Sel. Mentre Lorenzo Nicastro è uno dei pm che hanno indagato a lungo Raffale Fitto quando era presidente della Puglia, salvo poi diventare assessore della giunta di Vendola».

A Bari, insiste Maurizio Gasparri, «ci sono molte cose da chiarire» per cui «Vendola invece di annunciare querele dia spiegazioni sulle sue frequentazioni con i magistrati. Aveva negato contatti e conoscenze di questo genere ma le immagini lo smentiscono». La mancata astensione della dottoressa De Felice, forse, sarà oggetto dell'attenzione del Csm e dei titolari dell'azione disciplinare anche se, a Palazzo dei Marescialli, l'attività riprenderà dopo le elezioni. Il Pdl tuttavia non molla l'osso. Osserva, caustico, Enrico Costa: «Quando Vendola disse che in caso di condanna avrebbe lasciato la politica, pensammo che lo animasse la granitica certezza di non aver commesso reati. Oggi potremmo pensare che ben altro garantisse la sua serenità». Mentre Jole Santelli è più tranciante: «Vendola si dimetta».

R. R.22 febbraio 2013 | 14:23




In Puglia da un anno, al tavolo non conoscevo quasi nessuno»

Corriere della sera

La difesa di Nichi: «Una piccola barbarie». Ma conferma la realtà dell'immagine: «Era un compleanno del 2006»


BARI - L’ordigno è scoppiato a poche ore dall’apertura delle urne. Da ieri pomeriggio il sito web del settimanale «Panorama» ha messo in rete la foto preannunciata da giorni. Ritrae Nichi Vendola in compagnia (tra altre persone) della giudice Susanna De Felice, ossia il magistrato che lo scorso 31 ottobre, in funzione monocratica, lo ha assolto dall’accusa di concorso in abuso d’ufficio. «Il fatto non sussiste» stabilì la sentenza. La vicenda era relativa alla riapertura di un bando dell’Asl Bari (diretta da Lea Cosentino, anch’ella assolta) per l’individuazione del primario di Chirurgia toracica all’ospedale San Paolo di Bari. Un’assoluzione seguita da una coda velenosa. In una lettera riservata (venuta a conoscenza dei giornali) i pubblici ministeri del processo scrissero al procuratore generale e al procuratore segnalando la presunta amicizia tra la giudice De Felice e Vendola, e la frequentazione di amici in comune. La missiva suscitò molte polemiche ma nessun effetto, visto che non rientrava nelle procedure con cui poter «ricusare» il giudice.

Tanto meno a posteriori. La De Felice, ad ogni modo, fece sapere di aver informato preventivamente il capo del suo ufficio: conosceva la sorella di Vendola e l’aveva incontrata a qualche cena. Si ritenne tuttavia che non vi fossero elementi formali che potessero costringerla all’astensione dal giudizio. La foto suscita molto rumore. Lo scatto risale al 2006, è la festa di compleanno di Paola Memola, cugina del governatore, in un locale sul mare di Savelletri, nel brindisino. Si vede Vendola, il suo compagno Ed Testa, più in là la giudice De Felice sorridente e a capo chino. A sinistra si riconosce seminascosto il senatore pd Gianrico Carofiglio (all’epoca pm), la moglie magistrata Francesca Pirrelli, una giornalista, varie altre persone.

«Siamo di fronte ad una piccola barbarie - commenta il governatore - Si tratta di un compleanno del 2006. Io ero tornato a Bari da un anno. Arrivo e non conosco quasi nessuno a quel tavolo. Non ne conservo neppure la memoria. Confermo di non essere amico della dottoressa De Felice. Panorama risponderà della pubblicazione di questa foto e sarà una delle ragioni per cui avrò una vecchiaia ricca e serena. È l’ennesima costruzione sciacallesca che mi coinvolge. Si continua a discutere di realtà eventuali per commentarle come qualcosa di realmente accaduto. Sparisce il fatto storico (imputazioni che hanno portato ad archiviazione o assoluzione) e si imbastisce un tormentone strumentale: io divento il contraltare delle inchieste che fotografano il degrado corruttivo del centrodestra».

Da quella parte arriva una raffica di critiche. «Vendola - dice il vice coordinatore pdl di Puglia Antonio Distaso - ha sempre negato di conoscere quel giudice, ma oggi si scopre che era una bugia. Vendola ha sempre detto di non essere amico neanche del primario per cui fu riaperto il concorso. Non sarà che spunterà una foto di compleanno? Inoltre, la commistione di alcuni pm e alcuni giudici che indagano e giudicano l’operato delle pubbliche amministrazioni locali con i vertici di sinistra di quelle stesse amministrazioni, a Bari ha raggiunto livelli tali da minare profondamente la fiducia nell’imparzialitá della giustizia». «Vendola spieghi le bugie - dice il senatore D’Ambrosio Lettieri - anziché minacciare querele. Quella foto non può essere liquidata come un fatto di gossip». «Non dimentichiamo - dice Fabrizio Cicchitto - le belle dichiarazioni del leader di Sel, che dichiarandosi innocente, si diceva prontissimo a farsi giudicare, promettendo anche di dimettersi in caso di condanna». «A Bari - commenta Maurizio Gasparri - ci sono molte cose da chiarire».

Francesco Strippoli
22 febbraio 2013

Foto e lettere inedite di De Sica, il ciociaro cosmopolita che voleva essere napoletano

Corriere del Mezzogiorno

La vita e l'arte del grande Vittorio in mostra all'Ara Pacis


Cattura
Possiamo perderci la grande, bellissima mostra dedicata a Vittorio De Sica al Museo dell'Ara Pacis di Roma al Lungotevere in Augusta e voluta dai figli Emi, Manuel e Christian? S'intitola «Tutti De Sica» questo struggente, emozionante viaggio nella vita privata e pubblica di uno dei personaggi più amati del cinema italiano che non dimenticò mai il suo debito d'amore con la Napoli della sua infanzia. Così scriveva De Sica nel '54: «Sono ciociaro, anzi cafone (era nato a Sora nel 1901, ndr). Ma mio padre Umberto De Sica e mia madre Teresa Manfredi, erano napoletani.

E napoletanissima tutta la mia famiglia, l'intero albero genealogico». Venti anni più tardi, poco prima di morire, rievocherà ancora gli anni trascorsi in un'angusta strada della Ferrovia: «Dopo la nascita di mio fratello (Elmo, ndr), mio padre venne trasferito a Napoli. A quell'epoca Napoli era una città superpopolata, ed era difficile trovare una abitazione decente. Ci dovemmo rassegnare a sistemarci in una casa vecchia e cadente, in una strada alquanto equivoca, che si chiamava via dei Martiri d'Otranto. Era una via piuttosto stretta e nell'edificio di fronte a quello dove eravamo andati ad abitare c'era una casa di tolleranza».

Tutti De Sica, le immagini della mostra


De Sica, Sophia Loren e Marcello Mastroianni sul set di Matrimonio all'ItalianaLa bicicletta del film De Sica a via Caracciolo 1961De Sica bambino a Napoli anni 10
Sul set del Diluvio UniversaleVittorio De Sica a Londra anni 50Vittorio De Sica a Napoli nel 1961 Vittorio De Sica a Napoli nel 1961




NAPOLI LABORATORIO D’IMMAGINAZIONE - Un'immagine scattata in uno studio fotografico di Santa Maria Capua Vetere ce lo mostra bambino, serissimo, impacciato, la mano poggiata a una finta roccia. Napoli diventerà presto per Vittorio insostituibile laboratorio dell'immaginazione e nelle sequenze indimenticate de «L'oro di Napoli» c'è moltissimo di quest' accensione iniziale, di questo sguardo incantato che non diventerà mai folklore.

All'Ara Pacis, nelle sale disegnate da Richard Meyer, ritroviamo di De Sica i lavori più celebri, le foto di scena, le locandine teatrali, le immagini private, e, accanto, gli abiti eleganti, i cappelli, i bauli delle tournée teatrali, la squillante divisa di maresciallo, in un angolo perfino la due ruote che inforcava Lamberto Maggiorani in «Ladri di biciclette», il suo film più bello accanto a «Umberto D», esplicito omaggio al padre che fu austero impiegato della Banca d'Italia.

De Sica aveva una voce suadente, sussurrante. La sua canzone più celebre è «Parlami d'amore Mariù», che si spande sotto l'Ara Pacis augustea come evocata da un vecchio grammofono. De Sica era stato giovane attore nella compagnia di Tatiana Pavlova, poi erano venuti i lavori di Pirandello, le commedie sentimentali, le buffonerie di «Za Bum», i successi dai microfoni dell'Eiar accanto al suo grande amico Umberto Melnati (l'altro amico di una vita fu naturalmente Cesare Zavattini).

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SINTESI PERFETTA - Organizzata dalla Fondazione Cineteca di Bologna, la mostra è curata da Gian Luigi Ferretti con Rosaria Gioia e Michela Zegna, mentre il catalogo (fin troppo smilzo, si poteva far di meglio), con le didascalie espositive, è a cura di Gian Luca Farinelli. Resta aperta fino al 28 aprile. Una delle sezioni s'intitola: «Napoletano e cosmopolita», sintesi perfetta per un artista inarrivabile che non dimenticherà mai, anche quando sarà osannato in tutto il mondo per i suoi capolavori cinematografici, il brulichio di quello scuro angolo del corso Garibaldi. Il grande regista aveva un rapporto di complicità con i suoi attori, a cominciare dai bambini, dagli adolescenti.

I CAPOLAVORI - Indimenticabili i giovanissimi protagonisti di «Sciuscià», di «Ladri di biciclette», de «L'oro di Napoli» (la scena di De Sica, nobile squattrinato che gioca a carte con il figlio del portiere, al secolo Piero Bilancione, è ripetuta all'infinito sul muro della mostra), de «I bambini ci guardano». E complicità anche con le sue attrici, Jennifer Jones, Silvana Mangano, soprattutto Sophia Loren, cui insegnò la celebre, sensuale camminata della «pizzaiola» fedifraga de «L'oro di Napoli».

Sophia fu la sua musa. Ed ecco «La Ciociara» (per questo film la Loren nel '62 strappò la statuetta dell'Oscar ad Audrey Hepburn che era in lizza per «Colazione da Tiffany»), «Ieri, oggi, domani», «Matrimonio all'italiana», «I girasoli», «Il viaggio», «I sequestrati di Altona». Ne fu infatuato? Forse. Naturalmente si divertirono anche a recitare insieme. E basti a celebrare la loro affinità elettiva il mambo galeotto di «Pane, amore e…» di Dino Risi che è uno dei punti focali dell'esposizione romana. Gli scrisse Mario Soldati all'indomani dei trionfi di «Ladri di biciclette»: «Carissimo Vittorio, ora ti dirò una cosa sola. Tu ‘albeggi'. Noi (tutti noi registi italiani) ‘tramontiamo'. Telefonami. Soffro. Ciao».

Sergio Lambiase