Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

sabato 12 gennaio 2013

Punito il vigile dal «cuore tenero»: si era rifiutato di eseguire uno sfratto di abusivi

Corriere della sera

Doveva allontanare da un alloggio Aler una madre con tre figli piccoli. Il sindacato difende il collega


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MILANO - Si rifiuta di sgomberare da un alloggio Aler una madre con tre figli piccoli e viene punito. Un caso, oramai. Dato che il vigile dal «cuore tenero» ha scatenato l'ennesima polemica tra il sindacato e il comandante Tullio Mastrangelo. «Colpevole», attacca il sindacato, di avere adottato un provvedimento disciplinare contro chi «non ha voluto mettere in mezzo alla strada una donna con tre bambini». Episodio che si aggiunge a quello scomodo dei tre «ghisa» che hanno criticato su Facebook la gestione della sicurezza nella notte di Capodanno, e che all'interno del corpo porta addirittura a parlare di sciopero.

LA POLEMICA - L'ultima tegola per Mastrangelo è il «rimprovero scritto» al commissario aggiunto Gianpiero G., perché non ha proceduto penalmente nei confronti di una occupante abusiva di un alloggio Aler in via Lope de Vega: una donna con tre figli piccoli, di uno, quattro e cinque anni. «Dopo aver insistito - si legge nella memoria difensiva del vigile - nel convincere la donna ad abbandonare l'appartamento in quanto abusiva, si rifiutava di uscire. Poiché mi trovavo di fronte a tre bambini piccoli, ho ritenuto inopportuno effettuare lo sgombero con la forza per evitare di far male e di traumatizzare psicologicamente i bambini che, per definizione sono "fascia debole"».

L'EPISODIO - L'episodio è accaduto il 6 novembre scorso e, puntuale, il 7 gennaio è arrivato l'esito del procedimento disciplinare con relative motivazioni. «L'occupazione abusiva - spiega il comandante Tullio Mastrangelo - era in flagranza di reato e non è la prima volta che vengono occupati alloggi da donne con bambini. Non solo: il fatto più grave è che chi avrebbe dovuto procedere si è rivolto ad un ispettore Aler dicendo "vai a dire all'assessore alla Casa di venire lei a buttarli fuori". Un comportamento ritenuto negligente, oltre ad essere stato causa di disservizio perché si è reso necessario l'intervento di un altro ufficiale. Tra l'altro, il provvedimento da me adottato è stato solo amministrativo, ma poteva essere molto più pesante».

I SINDACATI - La questione è ora all'attenzione del sindacato. «La presenza dei minori - spiega Giovanni Aurea, delegato Rsu - la mancanza di competenza da parte dell'agente municipale, in quanto l'operazione sarebbe diventata di ordine pubblico e l'assenza degli assistenti sociali, nonostante i protocolli la prevedessero, giocano a favore del collega. Quindi abbiamo avviato le procedure di ricorso presso il Tribunale del Lavoro, per impugnare il provvedimento ritenuto illegittimo. L'episodio rappresenta l'ennesimo comportamento punitivo e di mancanza di tutela di un appartenente al Corpo, ed è solo l'ultimo di una lunga serie che sta colpendo i vigili negli ultimi mesi».

OCCUPANTI ABUSIVI - Dall'ufficio di gabinetto del comando di piazza Beccaria, il comunicato ufficiale: «Il 6 novembre 2012, durante la mattinata, era stato inviato un equipaggio della polizia locale con a bordo un ufficiale (Commissario Aggiunto), in via Felice Lope de Vega al 15, per intervenire su una occupazione abusiva, in flagranza di reato, di un appartamento comunale, su richiesta dell'Aler. L'appartamento era occupato da cinque persone (due maggiorenni e tre minorenni). Trattandosi di flagranza di reato, l'ufficiale avrebbe dovuto identificare, denunciare e allontanare le persone che avevano occupato abusivamente l'appartamento. Insieme ai servizi sociali avrebbe dovuto altresì attivarsi per offrire un ricovero alle persone da allontanare, come prevede la normativa. L'ufficiale, invece, si limitava a identificare gli occupanti e, prima di allontanarsi, affermava: "Che venga l'Assessore a buttarli fuori". Immediatamente dopo veniva inviato un secondo equipaggio, il quale, senza alcun problema, convinceva gli occupanti abusivi a liberare l'appartamento».


Michele Focarete
12 gennaio 2013 | 13:42

Ecco chi ha depositato la lista clone di Grillo «Il mio simbolo registrato dal 2007»

Corriere della sera

Andrea Massimiliano Foti reagisce e si definisce un ex grillino mostrando la foto con in leader del M5S

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Esce allo scoperto il giovane che ha depositato il simbolo clone del Movimento 5 Stelle che ha fatto infuriare Beppe Grillo si chiama Andrea Massimiliano Foti e dà una ricostruzione diversa della vicenda del logo taroccato. Il giovane, 36 anni, originario di Catania, ma da anni residente in provincia di Bergamo, afferma infatti che non si tratta di un simbolo clonato, ma creato e registrato nel 2007. Ma c'è di più: Foti sostiene addirittura di essere un ex grillino. «In rete è stato detto di tutto contro di me - afferma Foti- ma Beppe sa bene chi sono e questo tentativo di gettare discredito sulla mia attività politica, iniziata con i meetup nel 2005, è vergognoso». E ancora non ci sta ad essere additato addirittura come un mafioso: «Solo perchè sono nato a Catania, sarei un mafioso? Questa associazione con la mafia è offensiva per tutti i siciliani».

FOTO CON GRILLO - Foti ha rilasciato un'intervista pubblicata dal sito Lasiciliaweb.it di Catania che pubblica anche una sua foto assieme a Grillo. «Al Viminale - spiega - abbiamo depositato anche lo statuto e l'atto costitutivo del nostro movimento che ho fondato, insieme ad altri amici, nel 2007, con atti registrati all'Agenzia delle entrate». Il giovane racconta ancora che nel 2005 iniziò a partecipare alle Riunioni meetup e la partecipazione alle elezioni, già allora, mi sembrava uno sbocco naturale ma Beppe non voleva sentirne parlare. Nel 2007 insieme ad altri amici dei meetup, decidemmo di dar vita al Movimento 5 stelle con tanto di statuto, atto costitutivo, programma, e simbolo molto simile a quello successivamente adottato da Grillo».

Redazione Online12 gennaio 2013 | 15:06

Il paziente

La Stampa

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yoani sanchez


Il paziente


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Accendo la televisione e vedo una donna mentre partorisce danti alla telecamera in un ospedale delle zone interne del paese; la voce di un’annunciatrice espone i dati relativi alle nascite del 2012. Mi domando se a quella madre avranno chiesto il consenso per filmarla durante il parto. La risposta più probabile è no. Dieci minuti dopo ricevo la visita di un amico che mi fa leggere un articolo in cui l’avvocato di Alan Gross protesta perché il governo cubano ha reso pubblica la cartella clinica del suo cliente.

L’argomento mi fa ricordare quando una telecamera nascosta in un ospedale filmò la madre di Orlando Zapata Tamayo mentre conversava con un medico, inconsapevole di essere registrata. Il filmato fu trasmesso nell’orario di massimo ascolto perché milioni di telespettatori lo vedessero, senza avere l’autorizzazione – chiaro – della addolorata signora che aveva appena perso suo figlio. 

La saga non finisce qui. Nel settembre scorso, la direttrice di un policlinico spiegava i sintomi sofferti da una dissidente che aveva avuto un malore durante un digiuno. Sono stati elencati tutti i dettagli senza la minima vergogna, nonostante si stesse violando la privacy di un paziente e al tempo stesso anche il giuramento di Ippocrate nel punto in cui dice: “manterrò il silenzio su tutto ciò che nell’esercizio della mia professione, o fuori dalla stessa, avrò modo di sentire o vedere riguardo la vita degli uomini”. Sono già tre anni che ho deciso di non entrare più in un ambulatorio medico, dopo aver visto obbligare un’intimorita dottoressa a dichiarare di avermi curato davanti alle telecamere ufficiali.

Ho deciso – a mio rischio e pericolo – di occuparmi della mia salute e di salvaguardare così la mia intimità. Ancora oggi, ogni volta che penso a una visita medica è come se mi vedessi in un palcoscenico con luci, telecamere e un folto pubblico che guarda le mie interiora, le mie viscere. 
Adesso, gli stessi mezzi ufficiali di comunicazione che hanno utilizzato l’intrusione negli archivi medici come strumento ideologico, difendono il segreto sullo stato di salute di Hugo Chávez.

Alla televisione, dove abbiamo visto tanti attacchi alla privacy dei pazienti, in questi giorni definiscono morbosi coloro che esigono informazioni sul presidente venezuelano. Dimenticano che proprio loro hanno abituato gli spettatori a scuriosare nelle cartelle cliniche come se fosse una cosa eticamente accettabile. E tutte quelle piccole persone ferite nella loro riservatezza dalla stampa nazionale, non meritano rispetto? E tutti quei sanitari che hanno violato i più sacri principi della professione? Adesso saranno puniti, visto che l’indiscrezione medica non è più politicamente corretta? 

Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Tor di Valle, addio alle «mandrakate» Chiude l'ippodromo

Corriere della sera

Dal 30 gennaio in 50 senza lavoro. Proietti: «Notizia che mi rattrista». Lì sorgerà il nuovo stadio della Roma



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ROMA - «Se io quando perdo mi sento un po' in colpa per cui mi scatta questo complesso di colpa e.... che colpa ne ho?». Così parlava Mandrake - quello del «whisky maschio senza raschio» - dopo aver puntato sull'ennesimo brocco. Lui era Gigi Proietti e il film Febbre da Cavallo di Steno, un cult che dal 1976 arriva fino ad oggi passando anche per un remake. Peccato, però, che il successo di quella pellicola non basti ora a salvare dalla chiusura l'ippodromo di Tor di Valle, uno degli impianti di trotto più grandi d'Europa. Il 30 gennaio, infatti, sarà l'ultimo giorno di corse. E poi stop. Tutti a casa. Cavalli e lavoratori (in tutto ne saranno licenziati 50).

«Questa notizia mi rattrista - dice al telefono Proietti -. Sono legato sentimentalmente a quell'ippodromo che mi ha regalato due bei film e uno dei miei personaggi preferiti. Mandrake era un appassionato di scommesse, io no. Lui viveva di espedienti, era un esperto di truffette. Oggi, invece, si fanno le cose in grande...». E i simboli della città chiudono battenti. «Qui piano piano salutiamo tutto - aggiunge amaramente il mattatore di cinema e tv -. Sapevo che l'ippica fosse in crisi, non solo in Italia ma a livello europeo. Anche perché la gestione di questi cavalli è molto costosa». Eppure, nei conti, c'è qualcosa che non torna: «Quello che mi appare assurdo è che la soluzione sia sempre e solo chiudere. E che a pagare siano sempre i lavoratori. È proprio impossibile rilanciare una struttura come questa?».

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Se lo chiedono anche i dipendenti. Ieri durante un incontro con i sindacati, la società che gestisce l'impianto ha fissato la chiusura dell'ippodromo al 30 gennaio. «Un tradimento per i circa 50 lavoratori che in questi anni hanno garantito regolarmente l'attività pur ricevendo lo stipendio continuamente in ritardo», spiegano Fabrizio Micarelli, segretario regionale Slc-Cgil di Roma e del Lazio, e Massimiliano Montesi, responsabile territoriale Roma Ovest dello stesso sindacato.

E tutto questo proprio quando l'area dell'ippodromo di Tor di Valle diventata particolarmente allettante visto che proprio lì sorgerà il nuovo stadio di calcio della Roma. «Un affare per la proprietà che vende i terreni e per i costruttori, mentre i lavoratori vengono esclusi totalmente». Al centro delle accuse il sindaco Alemanno che «si è affrettato ad annunciare in pompa magna costruzione del nuovo stadio che nascerà dalle ceneri dell'ippodromo, ma non si è affatto preoccupato delle ricadute occupazionali, dei lavoratori e delle loro famiglie».


Carlotta De Leo
12 gennaio 2013 | 11:05

Caos liste, clonati i simboli di Monti e Grillo

Il Mesasggero
di Claudia Terracina

Per depositare i simboli c'è tempo fino a domani. Copiato anche quello di Ingroia. Finora ne sono stati presentati 100. Molti saranno eliminati


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ROMA - Di certo c’è che la ressa per presentare i simboli elettorali dovrebbe essere evitata. E che i controlli andrebbero raffinati, visto che chiunque può presentare un logo quasi identico a quello di una forza politica. Ieri mattina, dopo una lunghissima notte al gelo, davanti al ministero dell’Interno si è svolto un vero psicodramma. Molte le liste clonate. Scatenato soprattutto Beppe Grillo, che, dopo essersi esibito in una serie di invettive contro il sistema, scopre che, accanto a quello del Movimento 5Stelle, è stato depositato un simbolo civetta, con la scritta del movimento.E, a quel punto, la sua ira diventa incontenibile.

IRA GRILLINA Il comico è deciso a tutelare il marchio «5Stelle» e si affida a un pool di avvocati. Ma, intanto, approfitta della situazione per un ennesimo attacco al sistema politico e alle istituzioni.«Questa sarebbe democrazia? - attacca- Se non entriamo apriremo il Parlamento come una scatoletta di tonno. Ma non finisce qui. Scopriremo da dove viene questa sorpresa e chi c’è dietro». Il sospetto, è chiaro, è che ci sia stato un complotto che ha organizzato la trappola per impedire ai grillini di presentarsi alle elezioni. Ma Grillo è pronto alla battaglia. «Se non fanno nulla per questa storia del simbolo, dobbiamo combattere con gli avvocati. Ma se non entriamo e c'è un governo che ha il 25 per cento dei voti degli italiani, dura 6 mesi e poi lo andiamo a prendere».

E nel pomeriggio, in una conferenza stampa, rincara le sue accuse. «Se pensano di eliminarci con questo espediente si sbagliano. Questa non è una democrazia di uno Stato moderno, ma solo burocrazia. È democrazia - grida - che un ragazzo di Catania di circa 30 anni, non so il nome, abbia, scavalcando le transenne e nella ressa, depositato per primo un simbolo senza firme, senza niente, e vedere che, alla fine, ci sono due simboli simili? Pensare di fregare il simbolo è un giochetto della burocrazia e non c'entra niente con la democrazia».

CASI SOSPETTI
Colpite anche le liste per la Camera e per il Senato della Rivoluzione civile del giudice Antonio Ingroia. E poiché i ”falsari” sono arrivati prima potrebbe capitare che gli arancioni siano invitati a cambiare il loro logo.Si è visto anche il leghista Roberto Calderoli che ha voluto presentare di persona il simbolo del Carroccio dei barbari sognanti con la scritta Maroni presidente. Un’affermazione che ha suscitato molta curiosità. Calderoli, comunque, ha annunciato per domenica un chiarimento sul candidato premier della Lega.

PIOGGIA DI SIMBOLI Cento i contrassegni dei partiti presentati alle sei e mezzo di ieri pomeriggio.Ma possono aumentare, visto che per la consegna dei simboli elettorali c’è tempo fino a domenica prossima alle 4 del pomeriggio. I ricorsi contro le liste civetta verranno esaminati, a partire dal 14 gennaio,dall’ufficio elettorale del ministero dell’Interno, che verificherà la conformità dei loghi presentati.E l'ultima parola sugli eventuali ricorsi spetta all'Ucn, l'Ufficio centrale nazionale presso la Cassazione, composto da magistrati.



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Liste civette, i simboli clonati



Sabato 12 Gennaio 2013 - 08:56
Ultimo aggiornamento: 11:32

Quando nell’arena televisiva irrompe la disabilità

Corriere della sera
di Franco Bomprezzi


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Ero lì ieri sera, mandato da voi InVisibili, e invitato da Gianluigi Paragone, originale e sveglio ideatore e conduttore di un talk show politico del tutto diverso dai consueti contenitori: “L’ultima parola” su Raidue, che va in onda, come detto da uno strepitoso Paolo Hendel nei panni di Carcarlo Pravettoni “o a tarda sera o di prima mattina”. Insomma attorno alla mezzanotte, con buona parte del programma che si svolge nell’ora dei lupi mannari. Ieri sera buon risultato con un milione di telespettatori e l’11,5% di share. Niente di paragonabile con il boom di Berlusconi da Santoro, ovviamente.

Peccato perché si tratta forse dell’unico format nel quale il pubblico, non casualmente organizzato, ha la possibilità di dire la sua, con domande veloci e scomode, sui temi dell’attualità economica e sociale, mettendo in difficoltà i politici di turno. Ieri sera primo turno in par condicio, quindi regole più strette, e personaggi di primo calibro: Pierferdinando Casini, Giulio Tremonti e Antonio Di Pietro.

Conduce a ritmo serrato Paragone, partendo inevitabilmente dalle riflessioni sul botto di ascolti realizzato da Santoro grazie allo show di Berlusconi. Io sono nelle prime file, microfonato dall’inizio, con la promessa che potrò rivolgere sicuramente una domanda, veloce, a Casini e poi, se ci stiamo con i tempi, anche agli altri due. Comincio a preoccuparmi perché non riesco a immaginare in che modo infilare le questioni che ci stanno a cuore in un contesto così generale, come sempre accade quando la si butta in politica elettorale. Ma resto con i nervi saldi e cerco di far girare rapidamente i neuroni.

Hendel ci mette tutti di buon umore con il suo Pravettoni fan sfegatato di Berlusconi, e lancia “La genda Pravettoni”, con tre sole settimane per mese, “tanto alla quarta settimana non ci arriva nessuno”… Applausi convinti, gli unici della serata, perché poi si impone la regola della neutralità, al massimo qualche risatina o mormorio, ma niente battimani. Un po’ surreale per un programma nel quale abitualmente il pubblico composto in larga parte di giovani, è equamente diviso fra destra, centro e sinistra, più un gioco in realtà che una vera scansione ideologica.

Ed ecco il momento: Pierferdinando Casini, vera anima grigia della salita in campo di Mario Monti, si sottopone al fuoco di fila di domande sparate da Paragone, che passa al pubblico, e poi tocca a me. Parto duro e imbronciato, facendo notare che nell’agenda Monti non c’è traccia del tema della disabilità, e poi attacco sull’Inps e sulla vicenda del cumulo di reddito fra coniugi che adesso, sorpresa di fine dicembre, fa saltare la pensione di invalidità, che ammonta a ben 276 euro al mese.

Gli chiedo di intervenire subito, visto che il Governo tecnico “tecnicamente” è ancora in carica e può agire. Mi guarda convinto (tra l’altro mi conosce per una giornata importante trascorsa insieme, nel 2003, quando intervenne alla Conferenza regionale del Veneto sulle politiche per la disabilità), e forse è stupito per la mia precisa determinazione. Mi dà ragione, mi ringrazia per una domanda “centrale”, ma svia subito il discorso, e porta la questione sul tema della “solidarietà”, dei fondi negati “ai malati di Sla”, dei Lea (i livelli essenziali di assistenza): insomma non ce la fa proprio a ragionare sui diritti, sulle emergenze, sulle questioni che avevo posto. Ma almeno risponde, e per un paio di minuti, in un programma Rai di successo, siamo riusciti a essere meno InVisibili. Bene.

Arriva Tremonti, sempre a suo agio con quell’eloquio arrotato che ricorda moltissimo la splendida imitazione di Corrado Guzzanti, e si riparte, con una conversazione in punta di fioretto con Paragone in veste di punzecchiatore, con buon ritmo e capacità di affrontare a tono i temi dell’economia, dell’euro, dello spread, dell’Imu, insomma tutti gli argomenti che sono al centro delle preoccupazioni delle famiglie e delle imprese. C’è spazio anche per me, conquistato al volo con un cenno d’intesa proprio con Gianluigi Paragone. Mi butto sul tema più spinoso, che meriterebbe da solo una puntata: i falsi invalidi, campagna ideata proprio da Tremonti.

Gli chiedo se non si sia pentito di aver messo nei guai migliaia di famiglie con disabili veri, a causa dei controlli ripetuti da parte dell’Inps, pur sapendo che i “falsi invalidi” – che ovviamente sono invisi a tutti – vengono scovati non dall’Inps ma dalle forze di polizia. Approfitto del suo sguardo leggermente assorto per aggiungere un carico: “Perché non si punta a dare lavoro ad almeno qualche decina di migliaia di persone con disabilità? In questo modo si toglierebbero altrettante pensioni, e questi cittadini avrebbero reddito e pagherebbero le tasse, come faccio io…”. Mi guarda e risponde secco: “Sì, è giusto”. Poi passa a elogiare il “5 per mille” (che non c’entra nulla, torniamo sul terreno della solidarietà) proponendo di portarlo al 7 per mille. Non so che cosa replicare. Mi taccio.

Ecco, cari InVisibili, questo è il racconto del vostro inviato a rotelle. Ci ho provato, ringrazio Paragone che ci ha creduto e mi ha dato questa chance di normalità. Ma mi rendo conto che c’è tantissima strada da fare per arrivare ad una comunicazione normale sui diritti e sulle questioni che stanno a cuore alle persone con disabilità e alle loro famiglie. C’è infatti un doppio, quasi invalicabile problema strutturale.

Da un lato nell’agenda della politica, da destra, al centro, a sinistra, questo tema è secondario, e viene vissuto soprattutto in termini di assistenza, di solidarietà, di attenzione doverosa a chi è più sfortunato o debole. Dall’altro anche il mondo del giornalismo politico ed economico non ha quasi alcuna competenza in materia, e non è in grado dunque neppure di abbozzare un decente confronto su questi temi, che infatti escono regolarmente dai talk show serali o mattutini, salvo riapparire in situazioni specifiche e di nicchia. Ma forse senza questo blog sarebbe anche peggio. Meno male che ci siete voi, InVisibili, e corriere.it . Alla prossima.

Anche Napoli nell'area a rischio in caso di eruzione del Vesuvio

Corriere della sera

Aggiornamento del piano nazionale di emergenza: 600 mila persone sarebbero evacuate

ROMA - La premessa è d'obbligo: il vulcano Vesuvio è tranquillo, adesso. Ma specificare è necessario: il vulcano alle pendici di Napoli che seppellì Pompei è attivo, ancora oggi. Attivissimo. Per questo non ha mai smesso di essere un sorvegliato speciale.
Per questo ieri Franco Gabrielli, capo della Protezione civile, ha presentato, insieme all'assessore regionale Edoardo Cosenza, la nuova mappa che allarga la cosidetta «zona rossa», ovvero il numero dei comuni considerati a rischio in caso di eruzione.

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Sono 24 i comuni coinvolti ora, invece dei precedenti 18 previsti dal piano di emergenza del 2001. E sono entrati nella zona a rischio anche tre comuni di Napoli: San Giovanni a Teduccio, Barra e Ponticelli. Il resto sono i comuni dei Campi Flegrei. In tutto circa 800 mila persone.

Non tutti gli 800 mila abitanti dovrebbero essere evacuati in caso di allarme rosso, in ogni caso. Il prefetto Gabrielli ieri ha spiegato che la zona rossa è a sua volta divisa in due parti: la zona rossa 1, ovvero l'area semplicemente esposta all'invasione di flussi dei materiali derivati dalle eruzioni; la zona rossa 2, ovvero l'area soggetta a elevato pericolo di crollo delle coperture degli edifici per l'accumulo di depostiti di lapilli e ceneri vulcaniche.

Potrebbero essere quindi circa 600 mila in tutto, alla fine, le persone da evacuare in caso di rischio. E il rischio nel piano definito dal dipartimento della Protezione civile ha un colore ben definito, sempre lo stesso: il rosso. Adesso, ripetiamo, si può stare tranquilli: il Vesuvio è al livello di allerta base, ovvero verde. E cioè, sono decenni che nel vulcano non viene registrato alcun fenomeno anomalo rispetto all'ordinaria attività. E prima di arrivare a raggiungere l'allarme rosso c'è tempo per intervenire. Il Vesuvio deve infatti attraversare il livello di attenzione (giallo) e il livello di pre-allarme (arancione). Sono livelli che scandiscono la ripresa dell'attività del vulcano.

1 E non ci sono dubbi sulla valutazione dei passaggi di parametri. Esistono regole internazionali che stabiliscono il passaggio da un livello di allerta all'altro. Si devono verificare la variazioni di alcuni parametri ben definiti: ovviamente la misura della sismicità, prima di tutto. Ma anche la deformazione del suolo e la composizione dei gas nelle fumarole. Sono piani e regole dettagliate e precise. Ma non bastano.

Avverte il prefetto Franco Gabrielli: «C'è un'eccessiva insensibilità e una mancanza di consapevolezza del rischio fra gli abitanti di queste zone». Il capo della Protezione civile ha fatto dei conti con preoccupazione: «Nella zona dei Campi Flegrei la percentuale di gente che non conosce il rischio su cui è letteralmente seduta raggiunge picchi del 70-80 per cento. Il rischio è che questa insensibilità spesso si traduce in un atteggiamento non adeguato nei confronti delle istituzioni che invece hanno il dovere di rendere consapevoli i cittadini».



Alessandra Arachi
12 gennaio 2013 | 7:53

Il mistero della nave dei veleni fatta affondare o “trasformata”

La Stampa

La ’ndrangheta usava la “Cunsky” per trasportare rifiuti tossici
 
guido ruotolo
roma


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Chissà dov’è la «Cunsky», dove è stata affondata, o in quale cantiere navale è stata «trasformata» e oggi in quali mari naviga. E se è stata affondata davvero, come ha raccontato un pentito calabrese, Francesco Fonti, trasportava rifiuti tossici e radioattivi? E se c’entra, cosa ha guadagnato la ’ndrangheta da questa operazione? A far riaprire il caso della «Cunsky» è arrivata, nell’ottobre scorso, alla Procura distrettuale antimafia di Catanzaro, una breve nota della Commissione parlamentare antimafia.

Il presidente Beppe Pisanu ha comunicato l’esito di una rogatoria con la quale le autorità indiane escludevano categoricamente che la «Cunsky» fosse stata demolita nel porto di Alang.
E ieri, il procuratore aggiunto di Catanzaro, Giuseppe Borrelli, ha sentito un ufficiale di polizia giudiziaria che nell’ottobre del 2009 comunicò l’informazione, rivelatasi errata, della demolizione della nave. Per il momento, Catanzaro ha aperto un fascicolo per capire come è stata veicolata la falsa notizia e perché.

Non si procede (ancora) alla riapertura del fascicolo sull’affondamento della «Cunsky», ma gli atti sono preliminari a questa eventualità. Certo è che non è l’unico giallo attorno al traffico di rifiuti tossici e radioattivi gestiti dalla ’ndrangheta. Il 13 dicembre del 1995 moriva all’altezza di Nocera Inferiore, il capitano Natale De Grazia, che da Reggio Calabria doveva raggiungere La Spezia. De Grazia stava lavorando a una indagine esplosiva sui traffici di rifiuti radioattivi e sul loro inabissamento in mare con dei «siluri».

Gaetano Pecorella, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti, tra Natale e Capodanno aveva indetto una conferenza stampa poi saltata. In quell’occasione avrebbe presentato una perizia sulla morte di De Grazia. I cui risultati sono clamorosi. «L’indagine medico legale condotta dalla dottoressa Del Vecchio - si legge nella perizia - si è conclusa con una diagnosi di morte improvvisa. Questo non corrisponde alla verità scientifica». Come è morto, allora, l’ufficiale di polizia giudiziaria? De Grazia era in macchina e stava dormendo. La perizia arrivata alla Commissione parlamentare, ipotizza la «causa tossica»: «Quale essa potrà essere stata, e se c’è stata, non lo si potrà più accertare». E perché? «Per superficialità, inesperienza, insipienza della indagine medico legale?».

Torniamo al mistero della «Cunsky». Sono passati quasi sette anni, era l’aprile del 2006, quando Francesco Fonti raccontò dell’affondamento di tre navi cariche di rifiuti tossici nelle acque della Calabria. E in particolare, di avere, lui stesso chiesto collaborazione alla ’ndrangheta di Cetraro, a Francesco Muto, per poter affondare in quelle acque proprio la «Cunsky». Fonti sostiene che ciò avvenne nel 1993: «La Cunsky venne affondata lì sul posto». Scrivono i pm nella richiesta di archiviazione del marzo del 2011:

«La “Cunsky” dal 3 ottobre del 1991 denominata “Shainaz”, era stata demolita nel 1992 in India, dopo essersi definitivamente arrestata il primo maggio di quell’anno. Nel 1993, pertanto, essa non esisteva». Ma oggi questa certezza granitica viene meno, dopo la comunicazione ufficiale delle autorità indiane che quella nave non è mai stata demolita da loro.
E allora, che fine ha fatto la «Cunsky»? Nel 2009 la Procura di Catanzaro autorizzò la ricerca sottomarina di relitti nel mar Tirreno, al largo delle coste di Cetraro. Le ricerche furono seguite dall’opinione pubblica con particolare attenzione. «A fine ottobre del 2009. Fu ispezionato un relitto che certamente non poteva essere il “Cunsky”». Ma oggi qual è la verità?

Ecco i Viet-blogger: formano su Internet le opinioni pro-governo

Corriere della sera

Hanoi arruola una squadra che partecipa alle discussioni e sostiene le politiche del Partito comunista

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PECHINO - La Cina ha fatto scuola. E, come in passato, il Vietnam si è dimostrato uno studente brillante, tanto da superare il maestro. In questo caso virtuale. Il governo di Hanoi ha infatti lanciato la sua squadra di Viet-Blogger, «volontari» (forse a libro paga) il cui compito è «pattugliare» la giungla di Internet. A caccia non dell’equivalente dei marines americani ma di possibili dissidenti o comunque connazionali disposti a criticare il sistema e il regime. Sono diverse centinaia, in questo primo esperimento che prende esempio dalla più strutturata polizia informatica in azione, nella Repubblica Popolare, ormai da diversi anni.

PROPAGANDA - A rivelarlo, scrive la Bbc, è stato Ho Quang Loi, capo del Dipartimento di propaganda e istruzione di Hanoi. «I nostri "polemisti" hanno il compito di combattere le opinioni sbagliate», ha raccontato. Non è chiaro quanti siano effettivamente questi «polemisti» - che noi forse possiamo chiamare «Viet-Blogger», visto che hanno ormai preso il posto dei più celebri Viet-Cong, i combattenti anti-americani - ma si stima che siano intorno al migliaio. Di certo c’è che il governo vietnamita, attraverso l’organizzazione di Ho Quang Loi, controlla oltre 400 account e 20 microblog.

FACEBOOK - In realtà, l’«ammissione» ufficiale segue le voci che da tempo giravano sulla Rete. Molti utenti di Facebook, infatti, si sono accorti della presenza sul social network di personaggi capaci di inserirsi tempestivamente ogni volta che sul sito iniziava una discussione, anche soltanto lontanamente critica del regime e, soprattutto, del Partito comunista. Per esempio, rivela la stessa Bbc, un blogger è intervenuto, sull’account Facebook della rete britannica in lingua vietnamita, per chiedere «perché mai gli Stati Uniti si sono arrogati il compito di criticare le altre nazioni sulla questione dei diritti umani». Il blogger chiudeva così il suo intervento: «Perché non guardano con più attenzione in casa propria?».

CRITICA - Naturalmente, le critiche si rivolgono per lo più contro chi, in Vietnam, dimostra di non gradire l’attuale stato delle cose, l’egemonia del Partito comunista e le politiche di repressione dei dissidenti. «I cosiddetti attivisti per la democrazia - interviene per esempio un altro Viet-Blogger - e gli "intellettuali" si rendono di giorno in giorno più ridicoli. Ormai è chiaro: hanno mostrato la loro vera faccia di opportunisti politici. Non c’è limite alla loro vergogna».

RISULTATI - Secondo il capo della propaganda, questi Viet-Blogger sono molto più che efficaci. La loro presenza in Rete più volte è servita a bloccare proteste nascenti che sarebbero potute tracimare sulla piazza reale. «Siamo molto soddisfatti», ha precisato Ho Quang Loi. I numeri gli danno ragione: tra il 2011 e il 2012 le manifestazioni anti-regime sono diminuite drasticamente.

Paolo Salom
@PaoloSalom12 gennaio 2013 | 10:02

La patente ora è a rate E per il motorino si paga la scuola guida

Giuseppe Marino - Sab, 12/01/2013 - 08:09

Le licenze diventano 15. La prima a 14 anni per il "cinquantino" E per averla bisogna fare un corso a pagamento e l'esame pratico

Dopo la patente a punti arriva la patente a rate. A 14 anni quella per guidare il «cinquantino», il classico motorino, poi a 16 l'altra per lo scooter 125, a 18 la patente per l'auto, a 20 la moto.


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Il tutto in un dedalo di sigle e limiti: AM, A, A2, BE. Dimmi la lettera e saprò cosa guidi, a patto di aver mandato a memoria la nuova, intricatissima lista di licenze di guida in vigore dal 19 gennaio, secondo il solito mantra, «per adeguarci all'Europa». La riforma che sta per sconvolgerci il portafoglio parte da lontano: dall'aprile 2011, quando fu varato la legge che importava in Italia la normativa europea.

La novità principale è una patente vera e propria per il motorino, la AM: si potrà conseguire a 14 anni, come il patentino attuale, ma bisognerà superare un vero esame di guida, sia teorico che pratico. Ed è qui che i genitori cominceranno già a sentir squillare il solito campanello collegato al portafogli: i corsi scolastici gratuiti finora sufficienti a prendere il patentino scompariranno e, a meno di non voler tentare la lotteria dell'esame da privatista, bisognerà iscrivere l'adolescente a un vero e proprio corso di scuola guida. Uno scherzetto che, tra documenti e lezioni, potrebbe costare un nuovo salasso di qualche centinaio di euro.

Preparare meglio i nostri ragazzi? Di certo è un bene. Ma chissà perché in Italia queste riforme si traducono sempre in maggiori esborsi e pezzi di carta. La parola d'ordine è avere un certificato per tutto, mentre la pratica ha dimostrato che l'unico rimedio veramente efficace nel garantire maggiore sicurezza nelle strade è la capillarità dei controlli. L'autovelox piazzato «a sorpresa» e sporadicamente, per anni ha ingrassato le casse dei Comuni colpendo a casaccio chi si trovava a passare ma senza dimostrarsi un vero freno ai guidatori indisciplinati. Solo il Tutor, che ti dà la certezza di essere beccato, ha fatto calare il numero delle vittime. Invece qui c'è una sola certezza: tocca pagare.

Tutto il resto è in bilico. E non è un modo di dire: i nostri alacri legislatori, pur se imboccati dalle linee guida europee, hanno servito un boccone piuttosto indigesto ai poveri automobilisti già vessati da caro benzina, caro autostrade e caro multe. La normativa moltiplica i documenti che ci metteremo in tasca arrivando a prevedere 15 diversi livelli di patente, contro gli otto attuali: il doppio. Le novità principali riguardano moto e ciclomotori, per le quali sono previste licenze progressive, acquisibili man mano che si cresce in età ed esperienza, come si vede dalla tabella qui a fianco, ma c'è qualche variazione anche per quel che riguarda le altre categorie di veicoli.

In ogni caso si tratta di una giungla di sigle e regolamenti tali da far girare la testa pure a un vigile urbano, figurarsi al qualunque cittadino. Gli operatori del settore sono favorevoli a richiedere ai giovani una maggiore preparazione e c'è un generale plauso alla nuova normativa europea. Ma, neanche a dirlo, noi l'abbiamo copiata all'italiana. La legge è stata approvata nel 2011 prevedendo l'entrata in vigore il 19 gennaio 2013, ma nel frattempo altre novità (e la scoperta di alcuni errori nel testo) hanno reso necessario un decreto correttivo. A sette giorni dall'applicazione non è stato ancora pubblicato in Gazzetta.

Stefano Manzelli, direttore del portale poliziamunicipale.it, con competenza ha fatto le pulci alla norma e denuncia il disagio della polizia locale: «C'è molta confusione, gli operatori rischiano di non sapere quale testo applicare». C'è un risvolto quasi comico che ci farà risparmiare qualche euro: la norma, per una svista, farà entrare in vigore gli importi delle multe precedenti agli ultimi due aumenti, quello di pochi giorni fa e quello del 2011. In pratica, chi va in due in motorino e chi ha la patente scaduta pagherà una multa ridotta al livello del 2010. Una legge con tamponamento incluso.

Non è reato definire «picchiatore fascista» un ex militante Msi

Fabrizio De Feo - Sab, 12/01/2013 - 08:06

La Cassazione assolve un blogger che aveva attaccato un giornalista. Levata di scudi, da Alemanno alla Fnsi

Roma - «Sconcertante». «Preoccupante». «Incomprensibile». «Anacronistica». Sono questi gli aggettivi che si ritrovano nei titoli di agenzia che riportano i commenti alla sentenza della Cassazione che ha assolto - «perché il fatto non costituisce reato» - un blogger che nel suo sito aveva definito «ex picchiatore fascista» Stefano Mensurati, attuale vicedirettore del Giornale Radio Rai.


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Il motivo della sentenza che ha ribaltato primo grado e appello favorevoli al giornalista? Il riconoscimento di una sorta di peccato originale: aver fatto parte in età giovanile del Fronte della Gioventù. Una appartenenza a una «ben precisa posizione politica» che «non corrisponde a quella della maggioranza degli italiani e ai principi costituzionali in cui essi incondizionatamente credono». Insomma, per farla breve, l'equazione è: se hai fatto parte del Fdg, non è reato definirti un picchiatore. Ma da cosa nasce «l'accusa» lanciata dal sito? Da una intervista concessa al Venerdì di Repubblica da parte di Mensurati. «Mi chiesero: botte con i rossi?» ricorda il giornalista. «Risposi: ma scusa mi vedi?

Ti sembro un picchiatore? Tutt'al più se dovevo fare a botte le prendevo più che darle. Insomma non ho certo il fisico del picchiatore, né l'indole, né il temperamento. Ci siamo messi a ridere. Poi è uscita la frase: “Più che darle le ho prese”». Oggi il sentimento predominante è quello dell'amarezza e dello stupore. «Non sono mai stato un picchiatore fascista! Dirlo è una balla colossale oltre che una calunnia. Ma è mai possibile confondere il Fronte con i gruppi violenti? E poi: chi stabilisce qual è il pensiero della maggioranza italiani? E ancora: è un concetto giuridicamente rilevante come la pensa la maggioranza degli italiani? Allora se uno fa parte di una minoranza politica non ha diritto a lavorare o occupare posizioni di rilievo? E una tesi del genere potrebbe mai essere applicata a chi faceva parte della Fgci o di Lotta Continua?».

L'altro elemento che colpisce è la «distrazione» del mondo politico-giornalstico. A Mensurati sono arrivate attestazioni di solidarietà ma soltanto da parte della destra che per una volta è riuscita a superare le proprie lacerazioni. Si sono fatti sentire Gianfranco Fini, Gianni Alemanno, Maurizio Gasparri, Mario Landolfi, Roberta Angelilli (che intende sollevare la questione al Parlamento europeo), Roberto Menia (che giustamente chiede: «Ma lo sanno che Borsellino era del Fuan?») e altri. Uniti nel sottolineare che questa offesa si estende al presidente della Camera, a ministri, parlamentari, economisti, al sindaco di Roma.

Ma dal Quirinale in giù tutti hanno chiuso gli occhi. E anche tra i giornalisti è scattata la regola del silenzio. Gli unici che hanno alzato la voce sono stati i consiglieri Fnsi, Paolo Corsini, Massimo Calenda, Marco Ferrazzoli e Pierangelo Maurizio della componente L'Alternativa, decisi nel chiedere una presa di posizione da parte della Federazione della stampa. E a invocare una ribellione contro «una vera e propria discriminazione ideologica e una lesione costituzionale». Una ribellione che difficilmente ci sarà visto che il giorno dopo sulle agenzie di stampa il «caso Mensurati» è già cancellato e archiviato.

Fatture di 7mila euro per le bevande e quelle di una pensionata ghostwriter

Il Mattino


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Una fattura da settemila euro rilasciata da una ditta attiva nel commercio al dettaglio di bevande: è una delle anomalie riscontrate dagli investigatori e che hanno indotto il pm Giancarlo Novelli a indagare il consigliere regionale del Pd Nicola Caputo. Si ipotizza che si tratti di un documento fiscale rilasciato non in cambio di una effettiva fornitura ma al solo scopo di ottenere il rimborso della somma, inserita infatti nel capitolo del fondo comunicazione per l'attività politica dei consiglieri.

Un'altra anomalia è rappresentata da una fattura da 10.800 euro rilasciata nel luglio 2011 a Caputo da una ditta di pulizie, il cui titolare ha disconosciuto la ricevuta precisando però di aver fornito più volte fatture a un tipografo. Gli inquirenti hanno inoltre riscontrato che i pagamenti, anzichè essere fatti alle ditte che fornivano la prestazione come prevede il regolamento, venivano in realtà fatti ai consiglieri. Tra gli elementi alla base delle ipotesi di reato configurate nei confronti del consigliere regionale del Pdl Angelo Polverino figurano anche alcune fatture emesse da una ditta di cartellonistica il cui titolare è stato arrestato in passato per false fatturazioni. Nell'indagine sono confluite anche fatture emesse da una pensionata 75enne che, ascoltata dalla Guardia di finanza, ha dichiarato di avere corretto e rivisto alcuni discorsi scritti dal consigliere.

venerdì 11 gennaio 2013 - 13:01

Gabriel si confessa: “La mia infanzia difficile con un padre nazista”

La Stampa

Il leader Spd si confessa alla Zeit. «E’ stato hitleriano fino all’ultimo, da piccolo mi picchiava e una volta regalò tutti i miei giochi solo perché avevo preso un brutto voto»

alessandro alviani
berlino


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Il padre del leader del partito socialdemocratico tedesco Sigmar Gabriel era un nazista convinto. Lo ha rivelato lo stesso Gabriel in un colloquio col settimanale Die Zeit nel corso del quale, per la prima volta, ha raccontato la sua infanzia difficile vissuta accanto a un padre-padrone che è stato iscritto al partito nazista e che per tutta la vita non ha mai abbandonato l’ideologia hitleriana. Dopo la sua morte, avvenuta nel giugno del 2012 a 91 anni, Sigmar Gabriel ha ritrovato a casa sua scatoloni pieni giornali di estrema destra e di libri revisionisti come “Il mito di Auschwitz” o “Nessuna camera a gas. La leggenda dell’Olocausto” - tutti diligentemente sottolineati con la riga da suo padre.

Del resto, dopo essere andato in pensione, il funzionario comunale Walter Gabriel, arrivato nella Germania occidentale nell’inverno 1945-1946 dopo essere stato espulso dalla regione orientale della Slesia, era stato “un nazista a tempo pieno”, come scrive la Zeit: spediva montagna di lettere o scritti di estrema destra ai suoi conoscenti; due anni fa ha dato un’intervista a un giornale di estrema destra in cui si dipingeva come un padre amabile e malato, lasciato solo da un figlio insensibile. Una montatura. Da bambino mi sono sentito come un prigioniero, ha detto Gabriel alla Zeit: suo padre lo picchiava, lo costringeva a chiamare “Mutti” (mammina) la nuova moglie e gli toglieva dieci pfennig dalla paghetta di cinquanta pfennig se non lo faceva; una volta raccolse tutti i suoi giocattoli e li regalò a un asilo soltanto perché era tornato a casa con un voto insoddisfacente. 

Il leader socialdemocratico scopre a 18 anni che suo padre era stato un nazista – e decide di rompere i contatti con lui. L’anno prima Gabriel aveva iniziato a militare in un’organizzazione giovanile vicina alla Spd; negli anni Ottanta si reca una volta all’anno negli ex campi di concentramento di Auschwitz e Majdanek, aiuta a riparare i tetti, tiene conferenze, guida i visitatori. Solo nel 2005 prova a riavvicinarsi a suo padre, per elaborare insieme il suo passato. Ma Walter Gabriel si oppone. Oggi per lui «non ho più alcun rancore», ha spiegato il numero uno della Spd: «non sono in collera, non sono arrabbiato e non mi sento più neanche ferito».

I genitori di Sigmar Gabriel si sono separati quando lui aveva tre anni. Per sette anni hanno litigato in tribunale per ottenere l’affido, finché non l’ha spuntata la madre. La reazione di Walter Gabriel: rapisce il bambino e lo costringe a chiamare sua madre da una cabina telefonica per dirle che vuole stare col padre. Tornato da lei, Sigmar Gabriel le riserva non pochi grattacapi: ruba, buca le ruote delle macchine, punta la sua fionda contro i lampioni. Finché, diventato adolescente, non si calma. «Fino ad oggi sento una specie di colpa» nei confront