Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

lunedì 10 dicembre 2012

Dal 2013 addio al «mangiacassette»

Corriere della sera

La Sony smetterà la produzione degli ultimi modelli di registratori che usano i vecchi nastri magnetici

MILANO - Nascono, vivono e muoiono. Anche gli apparecchi tecnologici hanno un ciclo vitale. Quello dei registratori a cassette della Sony sono giunti alla fine. Ed essendo la multinazionale giapponese l'ultima a produrli (e la notizia potrebbe essere che li produceva ancora!), possiamo dire che con il 2013 sarà ufficialmente finita l'epoca dei «mangianastri». O «mangiacassette», che dir si voglia.


MODELLI - In verità, Sony aveva annunciato già due anni fa di cessare definitivamente la produzione del Walkman. A quanto pare, invece, il colosso giapponese fabbricava e commercializzava ancora tre modelli di registratori portatili, ultimi resti di un'era che fu. Ora, con uno scarno comunicato, Sony mette la parola fine - una volta per tutte - al riproduttore portatile a cassetta. Entro gennaio 2013 verrà infatti interrotta la produzione dei modelli ancora in commercio: TCM-410, TCM 400 e TCM-450. Gli altri colossi, quali Pioneer o Panasonic, hanno già rinunciato da tempo al mercato dei registratori a cassette, rimpiazzati nel corso degli anni dai (più funzionali) dispositivi digitali.

CASSETTINA - I registratori a cassette sono entrati nella vita di molti di noi (soprattutto in quella di reporter e studenti universitari) e la notizia della loro imminente scomparsa - ovviamente - ha subito fatto il giro dei blog e dei siti tecnologici. Tuttavia, pare che Sony voglia proseguire ancora per qualche mese la produzione degli stereo portatili (Boombox) con lettore cd e registratore a cassetta. Ma con la morte definitiva dell'hardware, il «mangianastri» appunto, ben presto diverrà quasi impossibile ascoltare le vecchie cassettine finite da qualche parte dentro uno scatolone in soffitta, quell’oggetto rettangolare di plastica con due rotelle e un nastro che ha appena spento 50 candeline, ma diventato un oggetto quasi sconosciuto agli occhi della nuova generazione.


Elmar Burchia10 dicembre 2012 | 15:40

Vietati mini shorts e super scollature Vestirsi con abiti succinti è reato

Libero

Per la Cassazione è "contrario alla pubblica decenza". Condannata una donna


Cattura
Vestiti troppo succinti, tanto da lasciare scoperte seno, glutei o parti intime: chi li indossa, in un luogo aperto al pubblico, rischia una condanna per atti contrari alla pubblica decenza. La terza sezione penale della Cassazione ha per questo confermato la condanna al pagamento di un’ammenda di 600 euro inflitta dal giudice di pace di Bologna a una donna straniera, sorpresa da un poliziotto su una via cittadina "abbigliata in modo da fare vedere le parti intime del corpo, in particolare il seno e il fondo schiena, ed era in mutande, che lasciavano scoperti i glutei".

La sentenza -  "La tipicità del reato in contestazione consiste nel porre in essere atti contrari alla pubblica decenza", si legge nella sentenza n.47868 depositata oggi, ossia "quegli atti che, in se stessi o a causa delle circostanze, rivestono un significato contrario alla pubblica decenza, assunti in luogo pubblico o aperto o esposto al pubblico". Ai fini della sussistenza del reato, spiegano gli ermellini, "non rileva che detti atti siano percepiti da terzi essendo sufficiente la mera possibilità della percezione di essi, in quanto l’articolo 726 cp tutela i criteri di convivenza e decoro che, se non osservati e rispettati, provocano disgusto e disapprovazione".

Superato, dunque, "il limite di punibilità", contrariamente a quanto affermato dalla difesa, è giusta, secondo la Corte, la pena comminata, "vista la gravità della condotta, l'insensibilità della prevenuta all’offesa arrecata alla collettività, comprovante il completo disinteresse" della donna "alle interferenze negative che il suo comportamento avrebbe potuto determinare al comune vivere civile", tenuto anche conto dei "precedenti penali" dell’imputata.

Google Apps non è più gratis (sotto i 10 utenti)

La Stampa
valerio mariani


Cattura
Cinquanta dollari all’anno si possono anche spendere, o no? Fino a oggi la suite di Google Apps per i gruppi di lavoro fino a 10 persone era disponibile gratuitamente ma, come spiegato in un post nel blog ufficiale di Google , i tempi delle vacche grasse sono finiti. Ovviamente la casa di Mountain View non ne fa una pura questione di soldi ma, piuttosto, punta l’accento sui desiderata dei professionisti che hanno usato il servizio. Il messaggio è, così: miglioriamo la qualità di Google Apps ma, a questo punto, dobbiamo renderlo a pagamento per tutti.

Per gli utenti individuali non cambia niente: basta avere un account Gmail e i servizi di Google Drive sono garantiti, se proprio si vuole si paga l’upgrade per lo spazio a disposizione. Google Apps for Business, invece, sarà uno solo, non esisterà più distinzione tra la versione del servizio per gruppi fino a 10 persone, finora gratuita, appunto, e quella per team più numerosi. Si dovrà pagare 50 dollari a utente per usufruire della versione premium di Google Apps che prevede un supporto telefonico 24x7, non è specificato se anche in italiano, una cassetta postale da 25 GB e la garanzia dell’aggiornamento.

Secondo il Wall Street Journal , Google Apps ha contribuito per circa un miliardo di dollari alle entrate del gigante di Mountain View e secondo l’azienda sono più di 40 milioni le persone che usano entrambe le versioni del servizio, anche se non è dato sapere quanti usufruissero del servizio gratuito per gruppi fino a 10 persone. È probabile che, a conti fatti, trasformare un servizio gratuito in uno a pagamento non risulti particolarmente “doloroso”.

Prima del 2011 i servizi erano a pagamento per gruppi a partire da 50 persone: nell’arco di un anno Google ha ridefinito completamente le regole a rischio di passare per impopolare. Se, da una parte, “deludere” gli utilizzatori trasformando un servizio gratuito in uno a pagamento, può far storcere il naso, dall’altra è comprensibile che per un servizio così importante, che richiede ingenti risorse di archiviazione e networking, si richieda una spesa. Gli utenti “viziati” lo capiranno?

Attenti alle mappe Apple, sono pericolose»

Corriere della sera

La polizia di Mildura, Australia, ha invitato a non usare iPhone e iPad per i viaggi: il rischio è di perdersi nel deserto

MILANO - La polizia di Mildura, un piccolo comune australiano di 30mila abitanti nella regione di Victoria, ha emesso un avviso a tutti coloro che si mettono in viaggio per raggiungere la località: non usate iPhone o iPad di ultima generazione (quelli con sistema operativo iOS6) per trovare la strada, rischiate la vita. Se infatti la maggior parte dei numerosi errori nella nuova cartografia digitale di Cupertino comporta solo un po' di confusione e qualche ritardo, sbagliare strada nel sud dell'Australia può avere conseguenze ben più gravi.

Cattura
70 KM NEL DESERTO - L'errore della mappe per iOS6 è grossolano, Mildura viene infatti collocata a 70 km di distanza in direzione sud-ovest dalla sua reale posizione (che è correttamente segnalata da Google Maps o Nokia Here ad esempio). Il problema principale però è che le coordinate errate collocano il piccolo centro nel bel mezzo di un parco nazionale, il Murray Sunset National Park, dove le temperature – soprattutto in questo periodo dell'anno, e cioè nell'estate australe – superano regolarmente i 40 gradi centigradi, dove trovare acqua è molto difficile e dove la copertura della rete mobile molto scarsa.

46 GRADI - Sono almeno quattro i casi in cui le autorità locali sono dovute intervenire per soccorrere automobilisti persi nel mezzo del parco. Nell'ultimo caso la tragedia è stata evitata per poco. Un uomo è rimasto bloccato per 24 ore a una temperatura che ha raggiunto i 46 gradi prima di essere salvato. Le indicazioni errate fornite dalle mappe di Apple inoltre conducono su strade sterrate molto sabbiose, dove è più alto il rischio di inconvenienti. Le autorità locali stanno lavorando insieme ai responsabili della Mela morsicata per risolvere il problema ed eliminare il pericoloso bug.

APPLE SI STA PERDENDO - Da quando, con il rilascio del nuovo sistema operativo, Apple ha deciso di fare a meno della cartografia digitale di Google, sono iniziati i problemi che hanno già portato al licenziamento di alcuni dirigenti del progetto: prima Scott Forstall, responsabile dello sviluppo di iOS6, più recentemente Richard Williamson, cui era stato affidata la responsabilità della correzione degli errori cartografici al momento del benservito a Forstall. I primi interventi fatti sul software infatti non hanno dato i risultati sperati e di stranezze se ne trovano ancora molte sulle mappe di Cupertino.

I nuovi database utilizzati per costruire le mappe dell'iPhone 5 sono forniti da diversi operatori, tra cui TomTom, i cui servizi sui navigatori per auto però non commettono l'errore di Mildura. Apple dovrà correre ai ripari e farlo in fretta, gli avversari – che già sono ben più avanti quanto ad affidabilità delle proprie mappe – non restano a guardare e Google ha annunciato la settimana scorsa nuovi servizi e ha mandato in giro per il mondo fotocamere posizionate sulle biciclette per estendere Google Street View anche a quelle aree non raggiungibili in auto. Insomma il rischio per Apple è quello che corrono anche gli utenti: perdersi inseguendo le mappe.

Gabriele De Palma1
0 dicembre 2012 | 16:24

Iacp Messina, indagati per assenteismo 81 dipendenti su 96. Quattro gli arresti

Corriere del Mezzogiorno

Indagini effettuate per un mese dalla guardia di finanza che si è servita anche di telecamere nascoste


MESSINA - Quattro dipendenti dell'Istituto autonomo case popolari di Messina sono stati arrestati dalla guardia di finanza nell'ambito di un'inchiesta contro l'assenteismo coordinata dal procuratore aggiunto Sebastiano Ardita e dal sostituto Antonio Carchietti. Per loro il Gip ha disposto i domiciliari per oltre 50 ore di assenze ingiustificate in un mese. Per altri 54 loro colleghi è stato emesso un provvedimento di obbligo di firma: dovranno presentarsi in caserma prima di andare al lavoro e all'uscita.

OPERAZIONE «BADGE SICURO» - Complessivamente nell'operazione «badge sicuro» sono indagati 81 dei 96 dipendenti dell'Iacp di Messina. Le indagini sono state effettuate per un mese dalla guardia di finanza che si è servita anche di telecamere nascoste agli ingressi dell'istituto. Maggiori particolari sull'operazione saranno resi noti alle 12 durante una conferenza stampa che si terrà nella sede del comando provinciale della guardia di finanza con il procuratore aggiunto di Messina, Sebastiano Ardita, e il sostituto Antonio Carchietti.






Redazione online10 dicembre 2012

Da Mantova l'invenzione della nebbia antifurto

Corriere della sera

All'ingresso di un estraneo, un getto «spara» una fitta foschia che per 40 minuti rende invisibile ogni cosa


1
MANTOVA - Chi l'avrebbe mai detto che la nebbia della Val Padana, fenomeno insieme affascinante e destabilizzante, fosse anche utile? Perché se avvolge strade, segnali stradali, pedoni e automobili è un pericolo da non sottovalutare, ma se la immaginiamo scendere inesorabile sui mobili e gli oggetti della nostra casa, è una «protezione» a prova di ladro. Questa teoria, insieme ad un po' di sano campanilismo meteorologico, è alla base di «Al Blinden», invenzione dal nome nordico ma in realtà del tutto made in Italy. Si tratta di un sistema antifurto che, non appena rileva presenze estranee nell'ambiente, dà vita ad una nebbia fitta che per 40 minuti avvolge ogni cosa, eliminando la visibilità degli spazi e rendendo pressoché inutile l'irruzione di ladri e malintenzionati.


2
La «nebbia antifurto» nasce dove l'ambiente crea quella naturale, nel Mantovano. Più precisamente alla Fuel Tekno Impianti, azienda di Castiglione delle Stiviere che opera nel settore di sicurezza, automazione e controllo, progettando sistemi di videosorveglianza e antirapina, ma anche soluzioni di sicurezza per impianti di carburante. «Quello che non puoi vedere, non lo puoi rubare: questo è il nostro motto», spiega l'amministratore dell'azienda Mario Gatto. «E con una soluzione di questo tipo, totalmente atossica e del tutto efficace, coniughiamo ecologia e sicurezza. E' perfetto non solo per i privati, ma anche per chi ha una gioielleria o una profumeria, dove i colpi messi a segno di solito durano pochissimi minuti. Basta un dispositivo per un ambiente di 100 metri quadrati».

3
La nebbia, collegata ad un sistema d'allarme, si crea in meno di 60 secondi. Se abbinata ad una luce stroboscopica o ad una sirena dal suono acuto crea un effetto di stordimento e disorientamento che mette in fuga i ladri all'istante. Fuel Tekno Impianti è un'azienda che guarda lontano rispettando gli obiettivi energetici di Europa 2020, e ora apre un nuovo punto vendita in via Marconi 16 a Castiglione delle Stiviere - anche là dove altri esercizi commerciali hanno chiuso i battenti, schiacciati dalla crisi - intercettando il mercato di Brescia, Mantova e Verona. E non solo, perché anche Confcommercio Modena è particolarmente interessata alla nebbia antifurto.


Valeria Dalcore10 dicembre 2012 | 15:00

Le luci che illuminano l'Italia rischiano di spegnersi

Libero
Di Gianluigi Paragone

In una foto della Nasa il Belpaese sembrava un lunapark, ma la crisi rischia di chiuderlo


Cattura
L’altro giorno il satellite della Nasa ha divulgato una fotografia del pianeta illuminato di notte. E se n’è parlato in tv. Debbo ammettere che l’Italia faceva la sua gran figura, una specie di luna park globale. Siccome eravamo a tavola, è cominciata una discussione quasi tutta incentrata su quanto siamo spreconi, su quanta energia inutile consumiamo eccetera eccetera.

Ovviamente, mentre pontificavamo sulle grandi sfide future, i bimbi avevano lasciato le luci della cameretta, del bagno e del corridoio accese (no, forse quella del bagno era colpa mia), la tv idem era accesa e due prese della corrente caricavano rispettivamente cellulare e tablet. Per non dire degli elettrodomestici in posizione stand by.

Per mia grande fortuna mi sono sempre tenuto alla larga da ruoli di gran moralizzatore (tenendo stereo sempre accesso non potrei), limitandomi a qualche imprecazione quando arriva la bolletta da pagare, quindi dalla discussione sono uscito indenne.  Tuttavia quella foto mi aveva colpito. Quell’immagine dell’Italia potentemente illuminata mi era rimasta nella testa. Mi piaceva osservarla con cura. Sicché, completata la carica, ho acceso il tablet e sono andato a cercare quelle foto, tentando di non fermarmi alla prima lettura facilona (troppe luci, spegniamole). Quell’Italia notturna illuminata a giorno è la radiografia del Pil italiano.

È la filigrana delle analisi del Censis e dell’Istat messe assieme. Qual è l’Italia illuminata? È il blocco del nord, è la dorsale adriatica, è il sistema Roma ed è Napoli capitale del Mezzogiorno. Roma e Napoli sembrano (e in parte lo sono) storia a sé, rappresentano due «città Stato» incapaci di creare una rete diffusa forse perché storicamente attrezzate ad accentrare su se stesse ogni risorsa. Più interessante è invece il blocco del nord e dell’Adriatico. Qui, appare chiara la continuità territoriale, economica e sociale. Nelle luci notturne ci sono i lampioni delle città che s’allungano senza discontinuità e si replicano da ovest a est, ci sono le luci delle abitazioni e degli uffici, soprattutto ci sono gli interruttori dei capannoni che resistono alla crisi.

Ecco, la crisi. Il blocco illuminato non sembra certificare una crisi di sistema, malgrado sia evidente: il capannone continua a brillare di notte indipendentemente se dentro vi lavorino due, venti o duecento operai. O che lì dentro sia rimasto solo il capo della baracca. Nella crisi si continua a lavorare. E lo si fa come s’è sempre fatto negli ultimi sessant’anni e cioè costruendo quel sistema di piccolissime e piccole imprese collegate da una rete di servizi. L’Italia dei distretti produttivi. L’Italia delle partite iva. L’Italia del piccolo èbello e funzionale. L’Italia che si è messa progressivamente in rete fino a quando, maglia dopo maglia, ha creato un blocco forte, potente sul mercato interno ed estero: il blocco del nord e il blocco adriatico.

Non è la propaganda politica a certificarlo, è quel flash luminoso che dal nord abbaglia l’Europa e oltre come se rivendicasse il suo orgoglio, la sua voglia di aggredire i mercati della globalizzazione. Il nord e la dorsale adriatica sono esempi di sistema, di province che compongono una rete. Roma e Napoli (luminose anch’esse) sono un bagliore potente ma isolato, come appunto fossero città stato.
Quelle foto scattate dal satellite della Nasa purtroppo non ci dicono nulla circa le proiezioni e le stime sulla durata di questo sistema. Noi, con questo sistema, eravamo uno dei Paesi più forti al mondo quanto a produzione industriale. Davamo lezioni in giro per il mondo, nonostante i mali italiani (corruzione, inefficienza dello Stato, criminalità organizzata, evasione eccetera eccetera).

Quel blocco luminoso ci dice che la nostra forza era ed è nella capacità di fare rete. Per quanto ancora? Quella rete socio-economica faceva paura (nessuno me lo leva dalla testa), per questo andava colpita nei suoi fondamentali. Colpendo i piccoli imprenditori, rompendo il meccanismo dell’ascensore sociale, assottigliando il ceto medio costringendolo al bipolarismo ricco-povero, magari con gradazioni diverse. Il capannone resta acceso a prescindere da quanti lavoratori vi siano all’interno, ma se pure l’ultimo lavoratore esce di scena, il capannone si spegne. E l’anno prossimo non ci sarà più nella radiografia della Nasa.

A chi tocca dunque conservare la luminosità socio-economica dell’Italia? Toccherebbe ai governi, se soltanto fossero o in grado o nelle possibilità di fare politica. Le ricette di austerity sono un gran disastro per tutti, i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Monti ha aggravato la situazione perché il suo fanatismo ideologico lo ha guidato in questi mesi indirizzandolo verso le sole destinazioni a lui care, quelle finanziarie. Non è un caso che i poteri forti in giro per il mondo tifino per il professore. Ma ai poteri forti, della luminosa rete italiana, non frega nulla. Zero di zero. Dovrebbe però fregare a un governo politico, cui non resterà molto tempo per fare una seria rivoluzione se non vuole finire egli stesso bersaglio di una rivoluzione.

Barilla, il re della pasta attacca i politici: sono il peggio dell'Italia

Libero

Il presidente del colosso alimentare a Sueddeutsche Zeitung: "Immaturi, c'è da aver paura"


Cattura
I politici italiani sono "l'espressione peggiore del loro Paese" e "sono più immaturi dei loro connazionali". Guido Barilla, presidente del colosso alimentare, parla in una intervista alla Sueddeutsche Zeitung e definisce "terrificante" il comportamento dei politici italiani, occupati solo dei loro problemi. Il nostro Paese, dice, "si trova in una profonda crisi politica. Gli italiani sono in preda alla paura, sono spaventati e non sanno come comportarsi. Risparmiano ovunque, perfino sulla pasta".

Il post Prof - E il dopo Monti, continua il re della pasta, "fa paura a tutti. Per la prima volta la gente ha visto un governo che l’ha messa di fronte alla situazione reale. A Monti si può rimproverare tutto, ma nessuno può dire che non ha affrontato rapidamente i veri problemi".

L'azienda - Barilla lamenta che "il costo del lavoro è troppo alto, il sistema fiscale è opprimente, i costi dell’energia sono quasi insopportabili per le aziende". Nonostante questo però l'azienda continua a investire. Presto infatti lancerà una catena di ristoranti: "Stiamo lavorando ad un piccolo progetto modello con pochi locali in modo da testare l’idea". 

Vita da preti sui social network: post sulla Bibbia, santini e una webcam

La Stampa

La cronista si finge un sacerdote e partecipa a un mese di contatti su Fb. Luci e ombre della religiosità social

flavia amabile
roma


Non è più solo il tempo delle sacrestie, degli oratori e ancor meno delle serate trascorse a mangiare la minestrina preparata dalla perpetua, con l’ultima preghiera e a letto alle dieci. I preti sono sempre piú social e smart quanto e come i non-preti. Hanno pc e portatili, sono sempre connessi, notte e giorno, e molti non si staccano mai da Facebook. 

Cattura
Li ho osservati per oltre un mese, mescolandomi a loro, fingendomi anch’io prete social insieme a tutti gli altri. Creo un profilo da trentenne, piacente, vivo a Roma ma sono originario del Centro America. Sbarco su Facebook il 28 ottobre ed inizio subito a cercare amici, tutti legati al mondo cattolico. Le prime settimane passano un po’ stancamente, si impiega sempre un po’ di tempo a macinare contatti su Fb se non si vuole essere bannati.

Ma io insisto, prendo di mira tutti i sacerdoti che incontro lungo la mia strada virtuale. In pochissimi mi rifiutano l’amicizia, e non avrebbero motivo di farlo. Dal mio profilo non appare nulla di strano o di preoccupante e mi sono data regole tassative: mi collego per un’ora la sera dopo le undici, scrivo una frase un po’ seriosa e profonda, e lascio il profilo aperto per un po’ mentre faccio altro. Aspetto, anche se non so bene che cosa. Come andare a pesca. In meno di due settimane supero il tetto dei cento contatti. La mia bacheca ormai è molto animata. C’è quello che ogni sera posta versi della Bibbia, quello che fa i sermoni e quello che posta foto della Madonna, serie interminabili, tutte diverse.

Cinquant’anni fa avrebbe avuto la collezione di ‘santini’ nel cassetto, pronto a mostrarla. I più duri fanno circolare foto di feti abortiti, i più dinamici diffondono le loro mille attività, una più interessante dell’altra. I più attenti sono talmente connessi con la realtà da scegliere a mezzanotte il Gangnam Style e dirsi soddisfatti di aver avuto finalmente il tempo di postarlo. I più “social” sono talmente “social” da far girare un Facebook alternativo a cui bisogna iscriversi, si riceve una tessera, un nome in codice e si finge tutti di essere delle spie con una missione speciale e buona verso il mondo da compiere.

Può’ essere che ci sia stato qualche errore nella mia ricerca di contatti: andando a cercare fra gli amici dei vari religiosi nuovi nomi da aggiungere al mio elenco mi capita anche un cinquantenne che posta foto di donne nude e una ventenne che a mezzanotte invita tutti sulla sua bacheca per orge virtuali. Saranno pecorelle smarrite ancora da redimere. Un martedì sera all’improvviso si apre la finestra in basso a destra della chat. E’ il 13 novembre, sono le 23,36. “Salve”, scrive un uomo. Controllo il nome e mi viene un brivido. E’ don A., uno che ha un ruolo anche di un certo peso nella curia di una grande città del Nord. Mi ha scoperta, mi dico, e ora mi spella. In effetti inizia con un interrogatorio. Domande a raffica per sapere di dove sono, dove vivo, che cosa faccio.

Quando chiede se sono diocesano ho un attimo di sbandamento, e devo ricorrere a Google per capire che intende ma rispondo e mi sembra anche di non essere andata poi così male quindi parto anch’io all’attacco. Al contrario di me si mostra molto freddo, risponde in tono vago. Dopo mezz’ora di tentativi di capire che cosa voglia da me, mi stufo e lo saluto. A quel punto arriva una domanda diversa, mi chiede se sono io quello della foto sul mio profilo Facebook. Gli rispondo di sì. “Ok”, fa lui. E io: “C’è qualcosa che non va?” “Giusto per sapere con chi parlo”, risponde. “Mi hai contattato tu”, replico io. “Si tranquillo” dice lui. “Ok”, rispondo io, freddo per fargli capire che mi ha infastidito con questo suo sospetto. Improvvisamente si addolcisce: “Notte, caro, - mi saluta – spero di risentirti ”.

Il venerdì successivo di nuovo appare una finestrella. “Buona sera”, scrive ancora un uomo. E’ un seminarista siciliano. Ci raccontiamo un po’ di banalità, finché mi chiede pure lui della foto, quella del profilo. Vuole sapere se appartiene ad un fotomodello. Lo rassicuro, sono proprio io, mi crede anche perché iniziamo a parlare di altro, della mia missione tra le chiese semidistrutte, gli parlo di una bellissima foto di una Madonna devastata dal ciclone a New York, lui mi posta il video della Madonnina distrutta un anno fa durante gli scontri a piazza san Giovanni, e a quel punto mette da parte ogni dubbio. La conversazione assume un tono diverso: mi chiede che cosa farò a Natale. Verrà a Roma per un convegno di seminaristi, vuole che ci vediamo. ‘Ma certo’, rispondo.

E poi si espone ancora di più. ‘Nel frattempo possiamo vederci anche in cam’. La cam è la videocamera che permette di chiacchierare guardandosi. E’ ideale per chi vuole fare giochini strani. E’ mezzanotte e un quarto. Vorrà parlare di teologia? Nel dubbio invento una scusa, ho la cam rotta e lo saluto. La settimana successiva si rifà vivo don A. Due sere di chiacchiere varie poi mi confessa di provare un po’ di malinconia quando è così tardi. Gli piacerebbe vedere degli amici. E mi dice ‘tu poi sei così lontano…” Una frase un po’ esagerata: non mi ha mai visto, a stento sa due o tre notizie su di me, non di più. Dopo alcuni giri di parole scrive “potremmo vederci anche qui su Facebook in cam”.

Ecco di nuovo la parola magica, la cam. Gli assicuro che me ne procurerò una e gli auguro la buonanotte.  E invece no, non mi sono procurata una cam. Ho oscurato l’account e ho pensato che è davvero molto lontano il tempo delle sole sacrestie, e dei soli oratori e delle serate trascorse a mangiare la minestrina preparata dalla perpetua, con l’ultima preghiera e a letto alle dieci.

Parentopoli nel Movimento Cinque Stelle In corsa mogli, fidanzate e sorelle

Libero


Cattura
Parentopoli e paracadutati dell'ultimo momento in politica sono cose che fanno i partiti. Ma anche il Movimento Cinque Stelle che sta raccogliendo voti con una campagna all'insegna della meritocrazia e del consenso dal basso. Passata l'euforia delle "parlamentarie" che ha incoronato il 55% di candidate donne, la base grillina. "Non riesco a capire come possa risultare la prima eletta nella circoscrizione Europa Yvonne De Rosa dato che si è iscritta al MeetUp di Londra solo il 6 novembre 2012 e che prima di questa data era venuta a un solo MeetUp il 19 ottobre per accompagnare il suo ragazzo Roberto Fico", denuncia su Faceebook Gino Camillo. Roberto Fico, guarda caso è un volto noto tra i militanti del Ms5 tanto è vero che è risultato il più votato in Campania.

Ma non è solo quello della De Rosa il caso che fa sentir puzza di parentopoli. Tra i candidati che aspirano a un posto a Palazzo c'è anche Azzurra Cancelleri, sorella del consigliere grillino Giovanni Cancelleri che aveva corso per la carica di governatore in Sicilia e che è riuscito a conquistare uno scranno all'Ars. Ma anche Tatiana Basilio, moglie di Simone Ferrari, che è riuscita ad ottenere una candidatura in Lombardia (battendo il marito che pure correva alle parlamentarie).  In Liguria la capolista è Cristina De Pietro, sorella del consigliere comunale Cinque Stelle Stefano.

La famiglia Buccarella correrà al completo per il Senato: si tratta di Maurizio e Tiziana, fratello e sorella, che hanno conquistato al primo e al quarto posto nella lista M5S a palazzo Madama. Ma guai a ipotizzare una parentopoli tra i fortunati vincitori delle parlamentarie: "Nel movimento non ti candidi. Ti candidano", risponde stizzito Maurizio Bucarella al Corriere della Sera.

Ecco chi sono i capilista di Grillo, disoccupate e casalinghe

Storia, polemiche dei premi Nobel

La Stampa

a cura di marco zatterin
corrispondente da bruxelles


Cattura
È il giorno della consegna dei Nobel. A Oslo l’Unione europea riceve il premio per la Pace. A Stoccolma sono assegnati gli altri riconoscimenti. Non una data casuale, vero?

Il 10 dicembre è il giorno in cui morì, a Sanremo, Alfred Nobel, l’inventore della dinamite. Era il 1896 e aveva 63 anni. Nelle sue ultime volontà, firmate al Club Svedese-Norvegese di Parigi, chiese che fosse istituito un riconoscimento per chi avesse fatto del bene al genere umano. Era un modo, secondo il norvegese, per bilanciare gli effetti nefasti della sua invenzione.

Che formula aveva in mente?
Scrisse che «il mio residuo patrimonio realizzabile dovrà essere utilizzato nel modo seguente: il capitale, dai miei esecutori testamentari impiegato in sicuri investimenti, dovrà costituire un fondo i cui interessi si distribuiranno annualmente in forma di premio a coloro che, durante l’anno precedente, più abbiano contribuito al benessere dell’umanità».

Quando fu aggiudicato il primo premio?
Nel 1901, quando furono consegnati il premio per la pace, la letteratura, la chimica, per la medicina e per la fisica. Dal 1969 si assegna anche il premio per l’Economia. Non esiste invece il premio per la matematica. Sembra che il norvegese ce l’avesse con un matematico svedese rivale in vicende amorose.

Chi sono i vincitori di quest’anno?
Il premio per la Letteratura è andato a Mo Yan, considerato il più importante scrittore cinese contemporaneo; dal suo romanzo più famoso («Sorgo Rosso») è stato tratto un film che ha vinto l’Orso d’oro al Festival di Berlino nel 1988. Riconoscimenti anche agli studi sulle staminali (Medicina: a Gurdon e Yamanaka), sugli orologi atomici (Fisica: Haroche e Windeland), sui recettori delle cellule (Chimica: Kobilka e Lefkowitz). Il premio per l’Economia è andato agli americani Alvin Roth, classe 1951 e professore ad Harvard, e Lloyd Shapley, classe 1923, professore all’Università della California, per le loro analisi sulla configurazione dei mercati. Quello per la Pace è offerto all’Unione europea, un premio alla carriera e una speranza per il futuro del continente in crisi.

Il Nobel vale la gloria eterna?
 Non sempre scolpisce il nome del vincitore nella storia. Ma l’elenco contiene personaggi dalla fama imperitura, da Marie Curie che lo ha vinto due volte a Barack Obama passando per Gandhi e Maria Teresa di Calcutta, senza dimenticare (a puro titolo di esempio) lo scrittore colombiano Gabriel Garcia Marquez e gli economisti Tobin e Samuelson.

Gli italiani sono frequentemente nella lista degli onori?
Hanno avuto il premio in 20. I primi due nel 1906, lo scrittore Giosuè Carducci e lo scienziato Bartolomeo Camillo Emilio Golgi. Fra gli altri, premiati Guglielmo Marconi, Enrico Fermi, Carlo Rubbia, l’economista Franco Modigliani. L’ultimo è stato il genetista Mario Renato Capecchi.

Ci sono state decisioni controverse?
Numerose. Il filosofo e scrittore francese Jean-Paul Sartre rifiutò il Nobel per la letteratura. Grandi polemiche anche per l’onore a Henry Kissinger, segretario di stato americano, vincitore del titolo per la Pace nel 1973 mentre c’era ancora la guerra nel Vietnam. Analoghe le contestazioni nel 2009 per lo stesso premio assegnato a Obama, mentre gli Usa erano impegnati in due conflitti. Anche quest’ultimo all’Ue ha sollevato contestazioni.

Chi dice che l’Europa non lo merita e perché?
I critici non badano tanto al ruolo che ha avuto il processo di integrazione continentale nel rimarginare le ferite delle due guerre del ventesimo secolo e costruire un’amicizia fra popoli che si erano combattuti per secoli. Guardano alla crisi economica, di cui ritengono che Bruxelles sia in buona parte responsabile. E denunciano la sua sostanziale inesistenza sullo scacchiere internazionale come portatore di un messaggio di pace.

A Oslo era annunciata una manifestazione contro l’Europa. Com’é andata?
È stata molto pacifica, serena. Non affollata. Fiaccolata in centro e canti. La Norvegia ha detto no all’Europa due volte, nel 1972 e nel 1994. È integrata con Bruxelles, partecipa agli accordi Schengen ed ha una accordo di libero scambio. Circa il 60% dei cittadini è però contrario all’adesione, secondo gli ultimi sondaggi.

Come risponde l’Europa?
Il premio sarà ritirato oggi dai tre presidenti, Van Rompuy (Consiglio, cioè gli stati), Barroso (Commissione, cioè l’istituzione), Schulz (il parlamento, cioè i popoli). Ieri hanno ricordato il cammino di pace e di progresso favorito dall’Unione. «Dobbiamo difendere le identità e le culture - ha detto Schulz - mantenendo però la consapevolezza che questo da solo non basta a i creare posti di lavoro di cui abbiamo bisogno». 

L'Unione europea ritira il Nobel, ancora polemiche e accuse

Sergio Rame - Lun, 10/12/2012 - 10:26


Al termine di un anno molto difficile, l’Unione europea riceve oggi a Oslo il premio Nobel per la Pace.
 
Un riconoscimento per il ruolo avuto nella trasformazione di "un continente in guerra in un continente in pace". Un riconoscimento che, già quando le era stato assegnato lo scorso ottobre, aveva fatto infuocare accese polemiche e scatenare violente polemiche.


Cattura
"Un premio senza senso: un riconoscimento per la pace dato a chi fa la guerra. No, il mio consenso non lo avranno mai", ha commentato Perez Esquivel, premio Nobel per la pace nel 1980 per il suo impegno contro la dittatura in Argentina, dopo aver inviato nei giorni scorsi insieme ai colleghi Desmond Tutu e Mairead Maguire una lettera all’Accademia dei Nobel per contestare il premio che oggi sarà consegnato all’Unione europea.

I dubbi mossi da Esquivel in una intervista a Repubblica sono condivisi dal "partito" degli euroscettici che, sin dall'assegnazione del premio, si sono chiesti cosa abbia fatto l'Unione europea - istituzione astratta e presente nella vita degliu europei solo per strangolare l'economia locale e per inventarsi ostacoli burocratici inutili - per meritarsi un Nobel che arriva poco dopo la guerra in Libia, la crisi economica (mal gestita) e gli scontri interni sulla gestione del debito. Mai come quest'anno, infatti, l'Unione europea si è frammentata.

Ad ogni modo, il Nobel verrà formalmente ritirato questa mattina dal presidente dell’Unione europea Herman Van Rompuy, della Commissione europea José Manuel Barroso e del Parlamento europeo, Martin Schultz. "L̵