Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

sabato 1 dicembre 2012

Le prime proteste della storia del Qatar al vertice Onu del clima

Corriere della sera

Permesse tra le 7 alle 8 del mattino. Con slogan, cartelli e abiti «morigerati»
dalla nostra invita ELISABETTA ROSASPINA



DOHA – Poche centinaia, ma consapevoli di essere dei pionieri. I giovani arabi che si sono radunati sabato mattina tra le 7 e le 8 sulla Corniche, il lungomare di Doha, erano stati avvertiti: le autorità non avrebbero tollerato intemperanze, slogan politici o tanto meno riferimenti alla famiglia reale. Così la prima manifestazione nella storia moderna dell’Emirato del Qatar si è svolta su un chilometro e trecento metri d’asfalto, con uno slogan strettamente ecologico: «Un solo ambiente, un solo popolo, una sola Terra».

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TONI MORIGERATI - Toni morigerati, cartelli morigerati, abiti morigerati. Protestare, per una volta, era concesso, ma nel rispetto dei costumi del Paese. Il che non è bastato a cancellare la sorpresa dagli occhi dei pochi cittadini, svegli all’alba di un giorno di festa, al passaggio del piccolo corteo che incitava i potenti del pianeta ad «abbassare il riscaldamento» e a contenere le emissioni di gas nell’atmosfera. L’umore era tutto sommato allegro; i giovani attivisti di Doha Oasis, una organizzazione non governativa locale, erano un po’ delusi dalla scarsa affluenza di manifestanti, ma non meravigliati e nonostante tutto ottimisti: «È arrivato il momento di dimostrare che ci siamo anche noi, che il mondo arabo non è preoccupato soltanto dai suoi giacimenti di petrolio e gas naturale», sostiene Aisha.

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CARTELLI IN INGLESE - I cartelli, in inglese perché fossero ben comprensibili in tutto il mondo, rafforzavano il concetto: «Arabi. È giunto il momento di prendere il comando» esortava, per esempio, uno striscione di IndyAct che, con un’altra giovane organizzazione araba, Aycm (Arab Youth Climate Movement) aveva cercato di smuovere nei giorni scorsi con cartelli e flash mob, l’atmosfera ovattata e ancora interlocutoria della Conferenza sul cambiamento climatico dell’Onu, al Qatar National Convention Center, a una quindicina di chilometri dal lungomare della capitale. «Quel che conta è poter dimostrare al mondo arabo che anche qui è possibile difendere i propri diritti e premere sui governi perché agiscano in difesa dell’ambiente», considera Ali Fakhry, portavoce di IndyAct, «e questa non è una manifestazione di protesta, ma per la pace».

KYOTO - L’obiettivo era quanto meno di premere sui delegati dei 193 Paesi (più l’Unione Europea) riuniti a Doha da lunedì scorso per raggiungere un accordo sulla seconda fase del Protocollo di Kyoto, in scadenza tra meno di un mese, dopo il quale non esisterà più nessuna intesa legalmente vincolante a livello internazionale per ridurre le emissioni di gas serra. Gli Stati Uniti e la Cina, che non hanno mai firmato il Protocollo, sono men che meno interessati a un suo prolungamento. E Paesi firmatari, come il Canada o la Nuova Zelanda, mirano a sfilarsi da una seconda fase. Sulla cui durata ancora non c’è una risoluzione comune tra i Paesi, come l’Italia, intenzionata a continuare il percorso, assieme all’Unione Europea.

TRATTATIVE - Le trattative non sembrano aver fatto grandi passi avanti nella prima settimana di lavori della Cop18: «È un problema di governance internazionale», commenta Maria Grazia Midulla, responsabile Clima ed energia del Wwf Italia, uscendo dall’ennesima riunione. «Il mondo è cambiato, ma le istituzioni sono quelle della seconda guerra mondiale. Sono gli egoismi nazionali a bloccare tutto. Gli Stati Uniti non accettano limitazioni alla loro sovranità nazionale, mentre tutti i Paesi dovrebbero affrontare il problema, che è globale, ricordandosi che, sulla partita dei cambiamenti climatici, non ci sono vincitori. Alla fine, perderemo tutti».

1 dicembre 2012 | 15:50

Sallusti, Saviano e Celentano, stanno zitti. Dov'è ora la libertà di stampa?

Libero

Nel 2005 e nel 2009 il molleggiato e lo scrittore chiedevano libertà di espressione e diritti per i giornalisti.Di sinistra. Contro il Cav. Dopo l'arresto di Sallusti restano in silenzio

Nessuna difesa dei giornalisti e della stampa se c'è di mezzo Sallusti. Ma quando c'era il Cav Saviano e Celentano difendevano tutti i giornalisti. Di sinistra.



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Dove sono i difensori dei giornalisti? L'arresto di Alessandro Sallusti è grave. Non rappresenterà forse la fine della libertà di stampa in Italia, ma di sicuro ha segnato un passaggio oscuro nella storia del giornalismo italiano. Sallusti fondamentalmente è stato lasciato solo. Solo davanti alla legge. Solo dalla poltica. Solo da molti colleghi. C'è chi gli ha mostrato solidarietà in ritardo, c'è chi come Vittorio Feltri ha cercato di convincerlo a non forzare la mano. C'è invece chi se ne è fregato.

A girare la faccia dall'altra parte sono stati in tanti. Fra questi ci sono pure quelli che chiedevano da sempre libertà per i giornalisti e invocavano un paese più civile per poter esprimere la propria opinione. Quel paese si chiama Italia e quei difensori della libertà per i giornalisti si chiamano Roberto Saviano e Adriano Celentano. I due andavano in tv e sui giornali per parlare di libertà di stampa, per chiederla ad alta voce. Ma lo facevano solo sotto i governi guidati da Berlusconi. Nel 2005 "il molleggiato" durante una delle puntate di Rockpolitik diceva:

"Tutto è cominciato il 18 aprile del 2002 ( in onda le immagini di Silvio Berlusconi in Bulgaria che parla di uso criminoso della tv. Poi, la classifica della Freedom of the Press 2005), la libertà di stampa, Italia al 77esimo posto, fra Bulgaria e Mongolia". Poi nella stessa puntata dà il microfono a Michele Santoro che comincia un monologo su un giornalismo che in Italia non è più libero di dire la sua. Fra il 2006 e il 2008 con il governo Prodi nessuno si lamenta per un paese in cui non ci sarebbe libertà di espressione.

Saviano è scomparso - Appena il Cav torna a palazzo Chigi, ecco che subito l'Italia secondo l'intelighenzia di sinistra ripiomba nell'oscurantismo. Questa volta, è il 2009, a farsi portavoce del presunto problema è Roberto Saviano. Su Repubblica del 2 ottobre 2009 scrive un pezzo dal titolo: "Cosa vuol dire libertà di stamapa". Nell'articolo Saviano scrive: "Oggi, in Italia avere libertà di stampa siginifica poter vere la libertà di poter fare il proprio lavoro senza essere attaccati sul piano personale, senza un clima di minaccia. Oggi, chiunque decida di prendere una posizione sa che potrà avere contro non un'opinione opposta, ma una campagna che mira al discredito totale di chi la esprime.

Qualsiasi voce critica sa di potersi aspettare ritorsioni. Libertà di stampa significa libertà di non avere la vita distrutta, di non dover dare le dimissioni, di non veder da un giorno all'altro troncato un percorso professionale per un atto di parola. Per un giornalista, fare delle domande o formulare delle opinioni non è altro che la sua funzione e il suo diritto. Facciamo in modo che in Italia quel sogno non sia sporcato". Oggi che Alessandro Sallusti è stato arrestato per un articolo su un quotidiano, che rischia di andare in carcere per il reato di diffamazione una domanda bisogna porsela per capire chi è coerente sempre e chi no. Dove sono finiti Roberto Saviano e Adriano Celentano? Silezio, solo silenzio.-

Crackberry», il controllo ossessivo dello smartphone è una vera dipendenza

Corriere della sera

Maneggiare il telefonino per vedere se arrivano sms è una patologia e rischia di rovinare le relazioni

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Vengono scherzosamente definiti «crackberry», storpiando il nome del celebre dispositivo della Rim, perché quell’ossessiva necessità di controllare lo smartphone per vedere se ci sono nuovi messaggi fa quasi sorridere, se non fosse che tale comportamento è però indice di una dipendenza paragonabile allo shopping compulsivo o ad altri pessimi comportamenti. Insomma, è una patologia e quindi, come tale, va curata, per evitare conseguenze ben più nefaste sulla propria vita di un crampo alle dita causato dal furioso messaggiare, con ripercussioni negative anche sulla coppia. Che inevitabilmente scoppia, come avvertono gli scienziati della Hankamer School of Business alla Bayolor University del Texas, che, basandosi sull’analisi comportamentale di 191 studenti di economia di due università, hanno analizzato lo stretto legame fra materialismo e dipendenza da telefono cellulare, scoprendo così che non solo i giovani passano almeno sette ore al giorno interagendo coi dispositivi mobili, ma anche che la percentuale di utilizzo degli stessi fra gli studenti sfiora quasi il 90%.

DIPENDENZA - «I telefonini fanno ormai parte della cultura consumistica – spiega il dottor James Roberts, a capo della ricerca, sul Journal of Behavioral Addictions – ma non rappresentano più solo uno strumento di essa, bensì uno status symbol. Di conseguenza, non vengono più usati esclusivamente per motivi pratici ma, come del resto conferma l’analisi sugli studenti, in ogni momento della giornata, persino durante le lezioni, e visto che le funzioni sono sempre in continua evoluzione, l’uso smodato diventa ancora più probabile. Ecco perché in molti casi l’utilizzo ossessivo del cellulare può scatenare una dipendenza simile a quelle da shopping compulsivo o da abuso di carte di credito, o fenomeni di autentico smarrimento quando si resta senza dispositivo e questi comportamenti vanno a discapito delle relazioni personali, perché chi ci sta attorno può trovarli estremamente fastidiosi».

LA PAURA DI RIMANERE DISCONNESSI - E dal 2008 la paura di rimanere «disconnessi» dal mondo o comunque senza la possibilità di usare il telefonino – che non a caso è la fobia più spaventosa per il 66% di britannici in un recente studio della SecurEnvoy - ha anche il nome scientifico di «Nomophobia», con tanto di sito specializzato dove sono illustrati i sintomi della patologia e vengono forniti consigli su come superarla. «Di primo acchito e in maniera un po’ superficiale, qualcuno potrebbe provare a liquidare l’uso aberrante che talvolta viene fatto del telefonino come una sciocchezza giovanile o una moda passeggera – conclude Roberts – ma un numero sempre maggiore di studi scientifici sta invece confermando l’esistenza di una vera e propria dipendenza da cellulare, con caratteristiche simili alle dipendenze di tipo comportamentale».


Simona Marchetti
1 dicembre 2012 | 13:19

Sallusti sfida i giudici: notte in redazione

Libero


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"Ci siamo, sono degli incoscienti". La Digos arriva nel suo ufficio di via Negri poco dopo mezzogiorno. Lui legge la notifica dell'arresto a 14 mesi per diffamazione, la firma, prende il cappotto blu dall'attaccapanni e va  a casa tra gli applausi dei suoi colleghi, ma annuncia: "Io torno qui a lavorare.  Questo Giornale è stato abituato ad essere ferito, Montanelli era stato gambizzato". 

Andrà agli arresti domiciliari nell'abitazione della sua compagna Daniela Santanchè ma i suoi legali hanno già presentato un'istanza per chiedere che sia   annullato il provvedimento e sia deciso che Sallusti vada in carcere. Il direttore, pochi minuti prima dell'arresto aveva  proposto uno ''scambio'' alle forze dell'ordine che devono eseguire l'ordine di carcerazione. Su Twitter ha postato: ''Voi non violate la sede de Il Giornale, io mi consegno a San Vittore e poi fate quel che volete". L'arresto è stato documentato dalle telecamere di Tgcom 24 : "La mia prossima riunione la farò da evaso" ha poi aggiunto Sallusti: "I miei lettori - ha aggiunto - hanno capito cosa è successo e spero siano orgogliosi del giornale. Non ho comunque preparato il titolo per domani".

Ha passato la notte al Giornale Alessandro Sallusti. D'altronde l'aveva detto in conferenza stampa che rifiutava la sentenza del Tribunale di Sorveglianza di Milano, che non sarebbe andato ai domiciliari e che se voleva il procuratore capo di Milano Edmondo Bruti Liberati poteva mandargli i carabinieri in redazione per portarlo in carcere. "Notte al giornale, se vogliono mi arrestano qui. Grazie a tutti", ha twittato il direttoredopo mezzanotte,  alla fine di una giornata in cui ha atteso l’arresto per l’esecuzione dell’ordine di carcerazione nei suoi confronti dopo che ha rifiutato gli arresti domiciliari. IIl direttore ha deciso di non mollare la redazione, di non andare ai domiciliari "per non essere considerato "un priveligato" ma  rischia anche una condanna per evasione.

Lui ha aspettato tutta la notte che la Digos andassero a prendere, ma la notte è passata tra pizza, birra la solidarietà degli amici e dei lettori e la rabbia per una vicenda "vergognosa". "Una mascalzonata, una grande porcata", come ha detto Sallusti.  Lui è determinato. Non andrà a casa, resterà in redazione. Intervistato da Tgcom a metà mattina ha detto: "So che la Digos sta per arrivare, ma sono curioso di vedere il primo arresto di un giornalista dentro la redazione. La sede di un giornale non rappresenta solo le libertà dei lettori di quel giornale, ma di tutti i giornali.

Mai avrei creduto, quarant'anni fa, quando ho cominciato a fare questo mestiere, di essere io la causa per cui viene violata questa libertà. Mi chiedo come sia possibile che un magistrato dia l'ordine di violare la sede di un giornale. Evidentemente sentono tutta la vergogna, l'imbarazzo di entrare in una redazione ad arrestare un direttore. Credo che anche loro ci stiano riflettendo. Cade uno dei baluardi simbolici".


Sallusti :vengano a prenderemi in redazione, guarda il video su LiberoTv

Sicilia, la giunta più pazza del mondo

La Stampa

Il presidente Crocetta tra artisti in tournée, scienziati residenti in Svizzera, defezioni e polemiche

laura anello
PALERMO 


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L’uno governerà il turismo siciliano da Ginevra, nelle pause tra le settantuno emergenze planetarie sulle quali ha dichiarato di lavorare. L’altro guiderà i beni culturali dell’Isola tra un tappa e l’altra del suo tour che partirà il 19 gennaio da Bergamo. Sono Antonino Zichichi e Franco Battiato, le punte di diamante della giunta messa su dal neo-presidente della Regione Rosario Crocetta, una mistura di telegenia e provocazione che è già riuscita a far scuotere la testa ai consiglieri di lungo corso. «Una corte dei miracoli», sussurra qualcuno nelle stanze di Palazzo d’Orléans, dove l’ex sindaco di Gela è approdato con la furbizia irridente di chi con la politica sa giocare e con il gusto tutto suo di épater le bourgeois, di scandalizzare i borghesi.

«Né io né Zichichi siamo assessori politici. Siamo creativi», diceva ieri Battiato. «Che lui e Zichichi non abbiano abbastanza tempo non è vero. Il tempo è relativo, conta la qualità», ha detto il presidente con il sorriso di chi un po’ ci è e un po’ ci fa. Un sorriso tirato, a dire il vero, a giudicare dalle montagne russe che ha dovuto affrontare per comporre quella che qualcuno chiama la giunta più pazza del mondo. Con una studentessa universitaria fuori corso di 29 anni, Neli Scilabra, piazzata al timone dell’istruzione e della formazione, la galassia dei corsi che servono solo a procurare stipendi agli enti. Con un’altra bella outsider trentacinquenne, Linda Vancheri, nominata alla guida dell’industria. E ancora con la bionda Ester Bonafede – ex soprintendente dell’Orchestra sinfonica siciliana – assessore alla Famiglia e al Lavoro.

«Queste donne sono strepitose – ha commentato ieri Battiato – sono abbagliato dalla loro competenza». Mentre a Crocetta ha ritagliato un ruolo mitico: «Sembra Sansone». Cioè forte, coraggioso, testardo. Certo abbastanza per avere affrontato, finora, un percorso a ostacoli. Tre, per la precisione. Prima le dimissioni di Francesca Basilico D’Amelio, «pescata» nell’entourage del ministro Profumo e designata per qualche ora alle Finanze. Poi scappata, formalmente perché impossibilitata a gestire l’incarico da Roma ma - secondo i ben informati - atterrita dall’abisso delle casse regionali. E fuori uno.

Poi il caso di Patrizia Valenti, nominata alle Autonomie locali e silurata perché rinviata a giudizio anni fa per omissione di atti d’ufficio, per non avere cioè reintegrato un dipendente del Consorzio autostrade che aveva ottenuto ragione dal Tar. Un’inezia, utilizzata come clava dai tanti nemici che si è già procurato il governatore per avere rimosso alcuni dirigenti di peso e per avere scontentato buona parte del Pd che, insieme con l’Udc, lo ha portato al governo. E fuori due.

Infine, il caso più spinoso, proprio quello di Zichichi. Perché il figlio dello scienziato, Lorenzo, è titolare della società «Il Cigno-Galileo Galilei» attiva nel settore editoriale e artistico. E protagonista di una serie di contenziosi con quell’assessorato ai Beni culturali che il padre è stato indicato a guidare. Oltre che partner in alcuni bandi di gara di un’altra impresa, la Novamusa, il cui responsabile è stato arrestato pochi giorni fa con l’accusa di avere sottratto alla Regione 19 milioni di euro delle vendite dei biglietti. Ma Zichichi ha fatto un passo indietro: «Rinuncio a tutto quel che riguarda la Sicilia». E Crocetta ha dato la benedizione. Omosessuale sì, ma cattolicissimo.

Dakota, la nuova frontiera d'America Nel "fracking" c'è un posto per tutti

Il Messaggero
di Anna Guaita

Migliaia di disoccupati migrano per lavorare nel nuovo sistema di estrazione del petrolio inviso agli ambientalisti


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NEW YORK – Non viaggiano su carri, non seguono piste battute, non combattono contro gli indiani. Eppure si sentono pionieri. Sono le migliaia di disoccupati che emigrano verso le pianure del Dakota, verso quella che è stata definita la “Nuova Frontiera”. Sono ex impiegati, ex operai, ex insegnanti. Fra di loro c’è ogni mestiere, e storie comuni di disoccupazione oramai cronica.

Ma nel Dakota del nord, e pian pianino anche nei confinanti Montana e Dakota del sud , sta avvenendo un miracolo economico che offre loro lavoro in abbondanza e stipendi di livello come non se ne vedevano da anni. E’ un miracolo che spaventa molto gli ambientalisti, tanto che l’EPA, l’Ente federale per la protezione dell’Ambiente, ha lanciato una indagine per accertare quali siano i veri pericoli e se si possano prevenire con apposite regole. Ma nel frattempo, questi Stati delle Grandi Pianure, una volta fiorenti Stati agricoli, sono diventati l’Arabia Saudita d’America.

Pozzi di petrolio e di gas sfruttano con il sistema del “fracking” riserve che dovrebbero garantire agli Stati Uniti l’indipendenza energetica entro il 2020. Finora usare questi particolari giacimenti – si chiamano scisti, e sono rocce sedimentarie ricche di piccole bolle di petrolio o di gas – era troppo costoso. Ma le nuove tecnologie, che permettono di perforare ad angolo retto, ne hanno reso possibile il recupero. E’ però una tecnologia molto discussa, difatti i depositi si “liberano” iniettando sottoterra acqua e prodotti chimici ad altissima pressione. Il termine “fracking” viene dalla definizione hydraulic fracturing, cioè frantumazione idraulica. Facile intuire che non si tratta di una carezza, ma di gigantesche martellate sotto la crosta terrestre.

Altrettanto facile capire perché la tecnica sia sotto indagine da parte dell’Epa per i rischi di inquinamento delle falde acquifere e sia vista con diffidenza da Paesi (come il nostro) dove i terremoti sono un rischio continuo e reale. Ma nelle vaste e semideserte pianure del Mid-West, le popolazioni guardano con meno timore a questa procedura, rassicurate anche dal fatto che il confinante Canada la usa già da tre decenni. Difatti l’immenso giacimento che si estende nei due Dakota e nel Montana continua a nord negli Stati canadesi Manitoba, Alberta e Saskatchewan.

Ma al di là del dibattito sui rischi e le precauzioni da prendere con il fracking, non c’è dubbio che la procedura abbia creato una nuova economia, e che la promessa di lavori e stipendi concorrenziali abbia causato un'emigrazione interna. Non è la prima volta che questo Paese conosce fenomeni simili: grandi come sono, con una tradizione di mobilità legata alla loro stessa nascita, gli Stati Uniti hanno visto tante volte ondate di emigrazione interna, dall’est verso l’ovest, ma anche dal sud verso il nord e talvota anche il contrario. Basta ricordare la Febbre dell’Oro alla metà dell’Ottocento, che portò un’emigrazione di massa verso la California del nord, o la scoperta del petrolio in Alaska nel 1960-70. Adesso vediamo migliaia di uomini arrivare nelle Grandi Pianure sia dalla costa est che ovest, da nord e dal sud.

C’è un tam tam che li mette in contatto, e che è fiorito soprattutto su YouTube, con video amatoriali girati dai nuovi pionieri che danno consigli a chi sta per mettersi in auto verso il giacimento di Bakken. Molti partono per questa nuova frontiera per starci giusto il tempo per rimettere in piedi l’economia della famiglia. I più fortunati ottengono lavoro con le grandi società petrolifere, che li sistemano nei cosidetti man-camps, piccoli villaggi sorti appositamente, di casette prefabbricate, con affitto e vitto compreso nello stipendio. Altri, pur di risparmiare il massimo nel minor tempo possibile, vivono in roulotte o dormono in automobile e si lavano negli spogliatoi delle ditte. Lavorano ai pozzi, o guidano i camion, fanno i meccanici, i saldatori, gli operatori di macchinari pesanti. Lavorano anche 16 ore al giorno, e spesso devono imparare nuovi mestieri. Dice Anthony: «Sono venuto senza sapere nulla, ho imparato il mestiere di saldatore». E Brad: «Non avevo i soldi per andare all’università. Passerò qui due anni e poi andrò a studiare computers». E Ivan: «La crisi mi aveva spazzato via i risparmi che dovevano servirmi dopo la pensione. Sono venuto qui per ricostruirmi quel gruzzoletto di risparmi».

Gli inverni sono gelidi, con temperature molto al di sotto dello zero, nevicate epiche, vento che ti taglia in due. Anche a Tioga o a Williston, le due cittadine vicine al giacimento, non c’è grande vita. E tuttavia l’improvvisa ricchezza portata dai pozzi si tocca con mano anche qui: non ci saranno ristoranti eleganti, ma i fast food hanno visto i loro affari andare alle stelle, e difatti non ce n’è uno che non abbia in vetrina il cartello “we hire”, “assumiamo”. E la paga è 15 dollari l’ora, il doppio del minimo salariare, spesso con una gratifica speciale di assunzione di 400 dollari, e premi per chi accetti di lavorare di notte.

Non è una vita facile, come non era quella dei pionieri. Ed è una vita solitaria. Non si viene con le famiglie nel Dakota del Nord. Gli uomini che lavorano nei pozzi la sera sono stanchi e malinconici. Dice Diego: «Siamo tutti soli qui. Ma non c’è tempo di accorgercene, quando finiamo di lavorare siamo troppo stanchi». E Nilo: «Non volevo allontanarmi da mia moglie e dal nostro bambino appena nato. Ma non avevamo alternative. Sono spesso triste, ma sono anche orgoglioso. Con questo lavoro assicurerò un futuro al mio bambino».


Sabato 01 Dicembre 2012 - 10:51
Ultimo aggiornamento: 10:55

Conte, Cav, commendatore I mille titoli del ministro più fantozziano che c'è

Libero

Dal caso Marò al voto sulla Palestina all'Onu: l'inquilino della Farnesina è come se non ci fosse


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Più che un ministro, un ministro in conto Terzi.  Da quando ha piazzato abusivamente alla Farnesina la sua anormale quantità di nomi,  cognomi e titoli nobiliari, il responsabile degli esteri al secolo marchese, conte, barone Giulio Maria Terzi signore  di Sant’Agata, cavaliere del Sacro Romano Impero, Commendatore della Repubblica, Grande Ufficiale e cavaliere di Gran Croce al Sacro Militare Ordine Costantiniano (giuro che è proprio così) è riuscito a inventarsi la diplomazia trasparente. Nel senso della pulizia? Macché: nel senso che è come se non ci fosse.

E, in effetti, non c’è proprio. L’unica cosa per cui ha ancora un senso la sua permanenza in carica, infatti, è il costo delle targhette sulle porte del ministero: con tutti quei nomi e quei titoli, immagino che per inciderle avremo pagato una cifra. Comunque ne valeva la pena: resteranno infatti negli archivi come l’unica traccia visibile del passaggio al ministero del marchese, conte, barone, signore etc. Che, per il resto, ha avuto sulla scena internazionale un impatto diplomatico di peso inferiore a quello del fantasma Formaggino.

L’ultima impresa è stata quella dell’Onu sulla Palestina: mentre il ministro Terzi stava sostenendo la posizione dell’astensione italiana, il premier Monti telefonava ad Abu Mazen e Netanyahu per comunicargli che avremmo votato a favore.  Quando Israele ha espresso tutta la sua delusione, il cavaliere del Sacro Romano Impero stava ancora giocando a dadi con Carlomagno: «Che è successo?», si è chiesto. Gliel’hanno provato a spiegare con i disegni, allora lui ha capito, ha tirato su la testa dall’albo araldico, ha chiuso il suo libro preferito: «Piccoli Feudatari crescono», e ha rilasciato una potente dichiarazione: «L’Italia è certa dell’amicizia con Israele».

Il camposanto come una banca I ladri ora depredano le tombe

Gianpaolo Iacobini - Sab, 01/12/2012 - 09:02

Gli oggetti più ricercati dagli sciacalli sono quelli in rame: vale 7 euro al chilo. Nel Padovano rubato un tetto. Ma spariscono anche croci, decorazioni, statue

Tra le piramidi si aggirava Indiana Jones, nei nostri camposanti solo squallidi sciacalli. Nei cimiteri d'Italia ogni giorno spariscono tonnellate di oggetti di rame, ma i ladri non disdegnano statue, portafiori e finanche i fiori.


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E intanto i Comuni piangono lacrime amare per rimediare ai danni. Presi d'assalto come fossero scrigni di tombe leggendarie con tesori da fiaba, i camposanti sono il nuovo Eldorado della criminalità più o meno organizzata. Non passa giorno, infatti, senza che le cronache siano chiamate a occuparsi di razzie notturni ai piedi dei cipressi. Cosa cercano i soliti ignoti? Per lo più rame. Per dire: a Campodarsego, nel Padovano, pur di mettere le mani sull'oro rosso, lo scorso agosto non hanno esitato a smontare il tetto.

E così è un po' dappertutto: negli ultimi giorni, per stare ai fatti più recenti, è successo a Palermo, nella pavese Casorate ed a Ripalta Nuova, nel Cremasco. Sparisce tutto ciò che luccica di rosso, il colore del rame ma pure degli affari: nei borsini commerciali il prezzo è intorno ai 7 euro al chilo, ma al mercato nero viene acquistato più o meno alla metà e rivenduto poi alle fonderie con un sovrapprezzo di un euro. A gestire il giro, soprattutto rumeni.

Che dopo aver depredato i cavi delle reti elettriche e le linee ferroviarie, sarebbero ora passati ai più tranquilli cimiteri. E che la mala dell'Est abbia messo le mani sul traffico dell'oro rosso lo attestano i ripetuti arresti: le manette sono tornate a tintinnare a fine novembre in Friuli, ai polsi di tre giovani rumeni che avevano ripulito i camposanti di Palmanova e San Stino di Livenza, smerciando in patria la refurtiva. E gli italiani? Solitamente protezionisti in tema di mafia ed affari illeciti, che fanno? Tengono per sé tutto il resto. Ed è tanto. Perché dai cimiteri italici, al calar del sole, sparisce di tutto. Giusto per capire: ieri mattina a Pontecagnano, nel Salernitano, come già a Catanzaro tre mesi addietro, i custodi sono rimasti di stucco quando non hanno ritrovato le porte in alluminio delle cappelle private.

Ad Arquata Scrivia, in provincia di Alessandria, i mariuncoli prima hanno svuotato le bare. Quindi, non sazi, sono arrivati con un camion e si sono portati via un escavatore. Meno pretenziosi i malviventi che a Pordenone ed a Piacenza, a ridosso del 2 novembre, hanno trafugato fiori freschi per rimetterli in commercio allo spuntar dell'alba. E se a Quargnento, nell'Alessandrino, la razzia s'era estesa a portafiori (richiestissimi, purché in rame) e finanche ai tombini in ghisa, a Gubbio per mesi un pensionato ha seminato il terrore tra le vedove: faceva piazza pulita di vasi, crocifissi, statuine, inginocchiatoi e lumini che da bravo commerciante piazzava poi ad ignari compratori. È finito dietro le sbarre. Quelle che meriterebbero anche gli anonimi che ad agosto, a San Giorgio di Nogaro, in Veneto, hanno rastrellato peluches e angioletti in ceramica dalle tombe dei fanciulli morti in tenera età.

Accade nei cimiteri, bene demaniale affidato alla competenza dei Comuni. Che a dire il vero, ad arginare lo strapotere degli arraffatutto ci provano pure, ma con scarsi risultati: i custodi costano, e nessuno può permetterseli. La videosorveglianza, invece, non garantisce il controllo completo di aree in genere ampie ed estese. Così, non resta che pagare: a Nova Milanese in 14 mesi, tra l'ottobre del 2010 ed il febbraio del 2012, hanno dovuto scucire 220.000 euro per rimediare ai furti di rame cimiteriale. Peggio è andata a Milano, che nel corso del 2011 è stata costretta a sganciare 2.600.000 euro per rimettere in sesto il cimitero Maggiore e quello di Lambrate. I cimiteri d'Italia? Ricercati come le piramidi, ma più simili al Colosseo: si entra ed esce a piacimento, portando via quel che si vuole. Tranne la morte, per il momento.

Australia, in vendita solo pacchetti anonimi di sigarette

Corriere della sera

Senza marchi di fabbrica e immagini forti sui danni del fumo. I colossi del tabacco promettono battaglie legali

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L'Australia è diventato il primo Paese al mondo con i pacchetti di sigarette venduti in pacchetti senza pubblicità nè logotipo dell'azienda produttrice: l'obiettivò è quello di togliere ogni tipo di fascino alla sigaretta e così combattere e prevenire il tabagismo. Tutte le sigarette dovranno essere vendute in pacchetti identici, di color verde oliva, con la marca del tabacco scritta con lo stesso carattere tipografico e le immagini di malattie legate al fumo. Le avvertenze sui rischi per la salute dovranno occupare almeno il 75% della parte frontale del pacchetto e il 90 per cento di quella posteriore.

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IL VIA LIBERA - Lo scorso agosto la normativa ha avuto il via libera dell'Alta Corte australiana, che ha respinto il ricorso presentato da quattro colossi del tabacco, British American Tobacco, Philip Morris, Imperial Tobacco e Japan Tobacco. La British American Tobacco ha avvertito che la normativa causerà un'esplosione del mercato nero perché i pacchetti anonimi faciliteranno la contraffazione a beneficio soltanto del crimine organizzato mentre la sua rivale Philip Morris ha promesso una lunga battaglia giuridica. L'esempio dell'Australia ha tuttavia riscosso consensi internazionali, tanto che l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha esortato il resto del mondo a seguirlo.

Redazione Salute Online1 dicembre 2012 | 10:32

Non è la fine del mondo: la profezia dei Maya fa discutere

Il Mattino

C’è sempre un senso di liberazione quando si parla di fine. Non solo se a finire è una cosa che non ci piace. Non solo, per dire, se si tratta di una detenzione o una giornata di duro lavoro. C’è un senso di liberazione anche quando finiscono le cose belle. Subentra spesso dentro di noi un sentimento che ci fa dire: «Ma sai che c’è, meglio così».


Devo dire che quando il mio amico Renato, tre anni di anni fa, mi mise a parte della profezia dei Maya (alla quale credeva fermamente per eccesso di droghe), pensai che quella era la seconda più grossa cazzata che avessi sentito nel corso dell’anno, preceduta solo dall’annuncio di Berlusconi di battere il cancro nel giro di tre anni con il suo governo. «Il ventuno dicembre del 2012 il mondo finisce. Non ci credi perché hai paura di volare» mi dice il mio amico Renato. «Non è che ho paura di volare, è semplicemente che non mi piace la cocaina», dico. Con mia grande sorpresa, nei mesi seguenti, ho notato che molte altre persone, molto più sane di mente del mio amico Renato, cercavano di dare una spiegazione logica alla profezia dei Maya. Alcuni si dicevano possibilisti: «Non si sa, ma non è escluso che si avveri».


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IL FASTIDIO DI MONICELLI
Internet (spesso megafono degli imbecilli) e molti disperati hanno sposato con virulenza la tesi della fine del mondo. Ed essendo umano, e quindi fragile, mi sono trovato a ragionarci anche io. E’ soprattutto nei momenti di sconforto che mi è capitato di pensare: «E vabbò, ma pure se fosse?». Certo la paura della morte (o nei casi più nobili, fastidio) è una cosa che abbiamo quasi tutti. Ma spesso è la paura della nostra morte che non ci va giù. Il fatto di non essere indispensabili, che il mondo può fare a meno di noi. Quando hanno chiesto a Mario Monicelli se aveva paura della morte lui ha risposto: «No. Non ne ho paura. Ma mi dà fastidio. Mi dà fastidio perché so che quando io morirò, tu il giorno dopo esci di casa e ti vai a fare un bicchiere di vino». Cioè muori e la vita continua. E questo un po’ dà fastidio. Ecco, nel caso si avverasse la profezia dei Maya, il fastidio che provava Monicelli per la morte sarebbe annullato. Se muoiono tutti, è meno fastidioso morire.

APPARENTEMENTE Quelli che veramente rimarrebbero fregati sono i giovani e i giovanissimi. C’era tutto un futuro davanti e invece non c’è più. In questo Paese la profezia dei Maya si è avverata senza ricorrere alla fine del mondo. Ho provato a chiedere in giro cosa ne pensava la gente della fine del mondo prevista il ventuno dicembre del 2012 e mi sono reso conto, con grande stupore, che tutti sapevano di cosa parlavo. E quindi, non so come, questa colossale e globale baggianata aveva fatto breccia ovunque, anche nello sperduto bar dove la mattina prendo il cappuccino.

FAVOREVOLI E CONTRARI Molti sono a favore della fine del mondo: «Ma io so’ contento… mejo così, così tutti i sòrdi che se so’ rubati se li danno in faccia…». «Capirai, tanto con l’impazzimento del clima sarebbe successo uguale»; «Vojo popo vede’ la faccia che fanno i cinesi quanno finisce tutto… che erano convinti che mo’ commannavano er monno e invece co’ ‘sta profezia se la pijano in saccoccia!!». Altri contenti per motivi molto personali: «Ma magari Giacomi’, magari. Mi’ moje m’ha lasciato sei mesi fa’ e mo’ me dice d’èsse felice. Magari finisce il mondo, magari…». Alcuni invece delusi per motivi pratici: «Ma come??! Io a marzo finisco de paga’ er mutuo!! Nun se po’ fa’ tra due anni, Giacomi’?!» (come se fossi un emissario dei Maya)

Certo una fine improvvisa ci darebbe una risposta immediata e la verità sulla vita dopo la morte, sull’aldilà. E viene da ipotizzare che la profezia dei Maya potrebbe collimare con una richiesta divina. Esiste difatti un intasamento burocratico nei cieli dove giudicare diventa sempre più difficile (si ricorre alla cassazione della cassazione della cassazione) Con il 2012 si decide di chiuderla qui, con una sorta di maxiprocesso che ci vede un po’ tutti imputati. Si tirano le somme e via. Però poi ripenso alla vita. Alla sua lenta e perpetua vittoria contro di noi. A Parigi imperversava, durante gli anni della contestazione, una scritta sui muri della città: «Dio è morto: firmato Nietzsche». Quella scritta era ovunque. «Dio è morto: firmato Nietzsche». Un giorno, accanto a quella scritta, qualcuno appose un’altra scritta: «Nietzsche è