Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

domenica 25 novembre 2012

Quei 6 mila italiani in fuga a Lugano: boom di nuove residenze degli ultimi due anni

Corriere della sera

«È per le tasse». Fenomeno recente: due anni fa lo stesso genere di richiesta era appena sopra quota 700


MILANO - Esiste anche un'emigrazione di lusso: segue percorsi brevi, non va alla ricerca di un futuro nuovo ma si muove in difesa del passato. E preso dimensioni consistenti di recente. L'immigrazione di lusso è quella dei 6.000 italiani che dall'inizio del 2011 a oggi hanno scelto di spostare la loro residenza a Lugano e dintorni, comunque in Canton Ticino. Uno spostamento che mai in passato era stato tanto vistoso e che sembra originato in primo luogo dalla necessità di mettere al sicuro una ricchezza e un benessere che paiono vulnerabili al di qua del confine.

A LUGANO - Il dato dei 6.000 italiani che hanno voluto diventare svizzeri - almeno per il domicilio - è confermato dagli uffici del Consolato italiano di Lugano: seppur non alla virgola, tanti sono gli abitanti del Belpaese che negli ultimi due anni hanno chiesto l'iscrizione all'Aire, il registro degli italiani residenti all'estero. Avendo bussato alla sede diplomatica di Lugano, è facile immaginare che la stragrande maggioranza di questi migranti abbiano stabilito la loro residenza proprio nella cittadina ticinese o negli immediati dintorni. Per capire le dimensioni del fenomeno basta soffermarsi su alcune coordinate: nel 2010 gli italiani che avevano traslocato a nord di Chiasso erano stati poco più di 700, la popolazione di Lugano non raggiunge quota 60 mila abitanti e quella dell'intero Canton Ticino è di 330 mila.

IN SVIZZERA - La Svizzera è tradizionale approdo di italiani famosi e benestanti (la cantante Mina è l'esempio che tutti conoscono), ma da qualche tempo prendere la residenza in riva al Ceresio è diventato più facile: nel 2009 la Confederazione Elvetica ha infatti aderito al trattato di Schengen sulla libera circolazione delle persone e questo ha abbassato indubbiamente numerosi ponti levatoi. Chi vuole trasferire qui la sua residenza deve solo presentare un contratto di affitto o il certificato di possesso di una casa ed essere in grado di dimostrare, in caso di controlli del fisco, che i suoi interessi sono effettivamente basati in Svizzera.

LE CASE - Ma proprio questi ultimi fattori determinano una sorta di selezione naturale: il Ticino è scenario di un boom immobiliare senza precedenti e un appartamento in centro a Lugano passa di mano anche a 25 mila franchi al metro quadrato. Nonostante ciò nel 2011 le case comprate a Lugano sono state 4072 contro le 2806 dell'anno precedente. Al tirar delle somme i migranti italiani possono essere solo persone in grado di permettersi un tenore di vita elevato ma attirati da una fiscalità di favore (di poco superiore al 20%) e da una qualità della vita con pochi paragoni nell'intera Europa. Pur mantenendo il loro domicilio a un'ora di macchina da Milano e dai suoi principali aeroporti.

LE TASSE - E se si trattasse in gran parte di residenze fittizie, solo per sfuggire all'Erario italiano? Il rischio c'è e i controlli da parte dell'Agenzia delle Entrate si fanno sempre più stringenti. Ma i costi del cambio di patria dovrebbero in teoria scoraggiare una mossa di pura facciata.

Claudio Del Frate
25 novembre 2012 | 12:11

Ultimo orrore dei comunisti cinesi sfrattano i morti per far soldi

Libero

In nome degli affari le autorità smantellano i cimiteri per dare terreni ad aziende e palazzinari. Già rimosse 400mila salme, gettate nelle fosse comuni


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"Il nuovo comunismo, quello cinese fondato sul capitale che, si badi bene, non è il libro di Marx ma il denaro sonante derivante dallo sfruttamento dei lavoratori contro cui appunto il filosofo tedesco aveva scritto il suddetto libro; il nuovo comunismo, dicevamo, non mangia più i bambini. Ora, per far spazio ai mastodontici disegni industriali e più genericamente economici di Pechino, si accontenta dei poveri resti di qualche milione di cadaveri di tutte le età dell’area centro orientale del Paese. A Zhoukou, nella provincia dell’Henan, le autorità hanno infatti dato il via a una spaventosa campagna di demolizione dei cimiteri e rimozione delle relative salme", racconta Carlo Nicolato su Libero di domenica 25 novembre. Già, i comunisti cinesi sfrattano i morti pur di fare più affari. E questo è soltanto l'ultimo orrore di regime. Le autorità di Zhoukou, nella provincia dell'Heman, smantellano i cimiteri per dare terreni ad aziende e palazzinari. Sono già state rimosse 400mila salme, che sono state gettate nelle fosse comuni.

Anna, la postina che venne da Roma per morire

Il Mattino

di Rosaria Capacchione


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La memoria è capace di fare brutti scherzi. Cancella ricordi spiacevoli, traumi infantili, immagini e volti che risvegliano dolori acuti e insopportabili. Qualche volta, anche un delitto: nonostante non ci appartenga, nonostante sia documentato dal repertorio fotografico della polizia scientifica e dagli interrogatori preliminari di parenti e sporadici testimoni. Le foto, appunto. Erano conservate in un fascicolo intitolato a Favilli Annamaria, classe 1946. Una cartellina (rossa? grigia?) contrassegnata da una grande croce disegnata con la biro. Una raffigurava una A112 bianca ferma alla metà di un viottolo sterrato, nelle campagne tra Cesa e Gricignano d’Aversa. Un’altra, la testa insanguinata di una donna. Irriconoscibile. Chissà dov’è finito, quel fascicolo.

Forse nell’archivio del vecchio commissariato di polizia di Aversa, che poi cambiò sede con il suo carico di carte, documenti, foto segnaletiche. Forse al macero, perché troppo datato e inutilizzato. A margine, sulla cartellina, c’era un altro nome: Fiorentino Francesco, classe 1949, da Gricignano. Forse era lui l’obiettivo degli assassini, due, che avevano incrociato la A112 sulla provinciale e l’avevano costretta a imboccare il viottolo. Il verbale del sopralluogo parlava, per la verità, di tre vetture: quella della vittima, quella dei killer - una Fiat Uno - e quella utilizzata per la fuga, una Lancia Prisma rubata nel piazzale di un vicino distributore di benzina.

Il nome di Annamaria Favilli era annotato, sotto la voce ”camorra”, nell’elenco dei morti ammazzati in provincia di Caserta. Elenco a uso interno, della redazione del Mattino. È un nome di donna, una delle pochissime donne uccise dai clan in guerra permanente. Di lei non sappiamo se aveva figli, un lavoro, amici e parenti che l’abbiamo pianta a lungo cercando inutilmente la verità. È il primo nome che compare dopo la scomparsa di Antonio Bardellino, il capo di Nuova Famiglia, di cui si erano perse le tracce tre settimane prima, tra Santo Domingo e Rio de Janeiro. Alcune voci, molto locali, misero l’omicidio di Annamaria Favilla in relazione con la scomparsa di Bardellino. Si disse, ma chissà se era vero, che la donna era (era stata) una delle postine del capocamorra.

E che si era spostata da Roma (dove viveva con Fiorentino) all’agro aversano per recapitare un messaggio in maniera sicura. La verità è che non si è mai capito perché sia stata uccisa con un colpo secco alla tempia, quasi un’esecuzione, e sia stato invece risparmiato il suo compagno. Che dopo l’agguato fu arrestato con l’accusa di favoreggiamento: molto aveva visto ma pochissimo aveva raccontato alla polizia. Si era limitato, Fiorentino, a mettere a verbale ciò che era evidente. Quel giorno, il 17 giugno del 1988 - un venerdì - poco dopo mezzogiorno aveva incrociato la Fiat Uno a bordo della quale c’erano due persone, una delle quali indossava una tuta rossa.

I killer lo avevano costretto a deviare verso la stradina interpoderale, a imboccare il viottolo che s’inoltrava in piena campagna. Avevano aperto il fuoco con una pistola calibro 9, la donna era morta sul colpo. Erano scappati abbandonando l’auto e lasciando a bordo una parrucca, una barba finta, nove proiettili calibro 9 lungo, due taniche di benzina: l’armamentario dell’assassino che deve distruggere ogni traccia e sfigurare con il fuoco, per ritardarne l’identificazione, la sua vittima. Molti anni dopo, dodici per la precisione, Antimo Ranucci - camorrista di Sant’Antimo e aspirante pentito - ricordò il nome di Annamaria Favilli. Confessò di averla uccisa senza però spiegare il movente.
Quando era venuto il momento di farlo, qualche interrogatorio più tardi, preferì ritrattare e rinunciare alla collaborazione. Quel giorno fu come se Annamaria fosse stata uccisa un’altra volta.


Domenica 25 Novembre 2012 - 12:55

Larry Hagman e il colpo alla J.R. a Ceausescu Estorse al dittatore una borsa piena di soldi

Corriere della sera

Negli anni 80 il protagonista di «Dallas» pretese del denaro in cambio del permesso di esporre un suo ritratto su un edificio

MILANO - È stato un vero «colpaccio», degno dello spietato J.R. Ewing, protagonista della serie Dallas: Larry Hagman, l'attore americano morto venerdì che per più di dieci anni ha interpretato il petroliere, ha rivelato tempo fa al Sunday Times (a patto però che la notizia fosse diffusa dopo la sua morte) di aver estorto al dittatore romeno Nicolae Ceausescu «una borsa piena di soldi» in cambio del permesso di esporre un suo ritratto gigante su un edificio, sfruttando il suo personaggio per la propaganda del regime comunista.

 Addio a Larry Hagman, cattivo di Dallas Addio a Larry Hagman, cattivo di Dallas Addio a Larry Hagman, cattivo di Dallas Addio a Larry Hagman, cattivo di Dallas Addio a Larry Hagman, cattivo di Dallas

IL MALLOPPO - Negli anni Ottanta Hagman era all'apice della fama e Dallas era seguitissimo in Romania. L'attore era in visita a Bucarest accompagnato dalla moglie Maj Axelsson: funzionari del regime chiesero ad Hagman il permesso di poter usare la gigantografia: l'attore, in pieno stile J.R., rispose che non aveva nulla in contrario a patto che una «borsa zeppa di valuta pregiata venisse lasciata nei bagni per signore di un ufficio governativo». A recuperare il malloppo ci avrebbe pensato suo moglie il giorno successivo.

SPESO - Detto, fatto. Una busta di carta marrone piena di dollari fece la sua comparsa e la coppia - ha rivelato Hagman al domenicale britannico - spese «tutti quei soldi in un attimo, come facevamo sempre in quegli anni».



Tv: è morto Larry Hagman, addio al JR di Dallas (24/11/2012)

Addio a Larry Hagman, cattivo di Dallas (24/11/2012)

Redazione Online25 novembre 2012 | 14:41





Il volto sorridente della tv efferata

La pubblicità di Dallas definiva J.R. «l'uomo che amate odiare». Vocazione tardiva alla malvagità
di ALDO GRASSO


Se dovessimo tracciare una fisionomia che incarni l'essenza crudele e malvagia della Tv; o meglio, se dovessimo dare un volto a tutti i discorsi che si sono consumati sulla cattiveria, sulla perfidia, sulla efferatezza della Tv; ebbene, quel volto non potrebbe essere che quello di Larry Hagman, morto a 81 anni per un tumore. La fortuna di Hagman coincide con Dallas, la serie tv lanciata nel 1978 dalla Cbs. Interpretava J.R (Geiar nella vulgata italiana), l'erede al trono petrolifero di Southfork Ranch, in quel di Dallas, Texas.

«Se J.R. Ewing non avesse scelto una vita di assoluta cattiveria - era stato il commento di Time - e se questa parte non gli fosse andata a pennello, pochi spettatori si sarebbero preoccupati della vita di J.R.. Se l'erede più furbo della Ewing Oil non fosse stato circondato da un nugolo di parenti, tutti occupati a realizzare i loro desideri di soldi e di potere, in un complotto delirante nella sua complessità, anche J.R. sarebbe stato visto come un cattivo dei cartoons, come gli altri "cattivi" sempliciotti dell'ora di massimo ascolto».

I protagonisti di Dallas (Ap)I protagonisti di Dallas (Ap)

SCOPPIO RITARDATO - La sua vocazione alla cattiveria è stata, per così dire, tardiva. In gioventù Hagman aveva interpretato un numero considerevole di parti da attore brillante, tanto che Paul Mazusrky lo ha utilizzato nel film «Harry e Tonto». La sua è stata una fortuna a scoppio ritardato: pochi si erano accorti di lui prima che indossasse i panni di Geiar, in troppi badavano a lui - una volta divenuto famoso - per misurarne la distanza da Geiar. Il destino artistico aveva voluto che Larry Hagman fosse solo Geiar, «The man you love to hate», come recitava la pubblicità di «Dallas»: l'uomo che amiamo odiare.

In quel ranch popolato di cattivi, dove ogni personaggio recitava la sua piccola «odissea del rancore»; in quel mondo degli affari dove ogni protagonista emergeva solo a colpi di tradimenti, odi, malvagità, Geiar era semplicemente il più cattivo di tutti. Non uno dei tanti «bad guy» che ci ha regalato la storia del cinema (come John Carradine in «Ombre rosse»), ma la malvagità in persona in uno scenario di corruzione, donne, sfrenatezze, alcool (sorte irriverente per uno che dovrà poi curarsi per cirrosi epatica).

FININVEST - Così cattivo che tutti lo amavano. Quando il 21 novembre 1980 si dovette finalmente dipanare il tormentone dell'estate «Who shot J.R.?» (chi ha sparato a J.R.?, slogan utilizzato persino in campagna presidenziale), più di 80 milioni di americani rimasero incollati al televisore per celebrare la presunta morte di Geiar. Che continuò invece a vivere, a recitare il suo ruolo di innamorato della cattiveria. C'è anche un destino tutto italiano nelle vicende di Geiar. La Fininvest, nei primi anni Ottanta, ha praticamente posto le basi del suo impero sulla fortuna di «Dallas», sapientemente strappato alla Rai. Ebbene, nella mitologia popolare, forzando i tratti somatici, per molto tempo Geiar e Silvio Berlusconi sono stati la stessa persona.

24 novembre 2012 | 15:09

Pagato 500mila euro il computer «di legno» costruito da Jobs nel 1976

Il Mattino


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ROMA - Un «Apple 1», il primo computer creato dal genio della casa di Cupertino, Steve Jobs, scomparso poco più di un anno fa, è stato battuto all'asta per quasi 500mila euro in Germania. Secondo un portavoce della casa d'aste di Colonia, Uwe Rechner, la vendita di ieri rappresenta un nuovo record per i computer di questo tipo. Ancora non è stato svelato il nome dell'acquirente. L'«Apple 1» fu assemblato per la prima volta da Jobs e Steve Wozniak nel 1976, nel garage dei suoi genitori. Ne vennero prodotti 200 esemplari, di cui solo 6 sono ancora esistenti e funzionanti. Il prezzo di listino era di 666 dollari e 66 centesimi.


Domenica 25 Novembre 2012 - 11:37    Ultimo aggiornamento: 11:39

Nel fuorionda del rottamatore in radio spuntano le tre pensioni di Bersani

Paolo Bracalini - Dom, 25/11/2012 - 08:17

Pier Luigi avrà un supervitalizio di 10mila euro lordi come deputato, consigliere regionale e funzionario

Roma «Ber-sa-ni» sillaba Renzi ripreso fuorionda dalla webcam di Radio105. «Bersani?» gli chiede il conduttore leg­gendo il labiale del sindaco.


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«Sì Samue­le, il cantante! Vorrei ma non posso...». Non è il cantante, ma il segretario Pd Pier Luigi ( nel tondo ), il Bersani che ne ha tre di vitalizi, «mentre io non ne ho neanche uno» dice Renzi che ha sfida­to la nomenklatura anche sul cumulo delle pensioni. Il segretario del Pd è nel­la condizione di molti politici di profes­sione. Avendo lavorato nel partito co­me funzionario, ed essendo stato poi eletto in varie cariche, Bersani si ritro­verà, quando non sarà più parlamenta­re, a cumulare tre pensioni. Innanzitut­to quella da deputato.

Avendo fatto tre legislature alla Camera, l’assegno del segretario Pd si aggirerà attorno ai 5mi­la euro lordi al mese. E si aggiungerà al vitalizio da ex consigliere regiona­le in Emilia-Romagna. Bersa­ni ci è entrato trentenne, e ci è rimasto per anni, fino a diventarne il governatore (sempre da consigliere), nel 1993. Il calcolo com­plessivo della sua pensio­ne da ex cons­igliere lo han­no fatto quelli del M5S in Re­gione: 4 .423,55 euro lordi al me­se.

I due vitalizi si cumulano, la legge non lo vieta. Anzi, permette che si ag­giunga un altro assegno vitalizio, matu­rato dal lavoro extrapolitico. Bersani, ad esempio, ha fatto l’insegnante per un breve tempo dopo la laurea con lode in Filosofia, e successivamente è stato funzionario del Pci-Ds. Da questa attività lavora­tiva e dai relativi versa­menti Inps il segretario (come qualunque altro di­pendente del partito) ha ma­turato un terzo vitalizio, che si cumulerà ai due guadagnati con le legi­slature passate. Su quanto possa am­montare questa terza pensione è ar­duo fare ipotesi, e in generale sul fronte contributivo ci sono stati parecchi pro­blemi in casa Ds, come ci conferma il te­soriere Ugo Sposetti.

Per pochi mesi Bersani non ha matu­rato una quarta pensione, quella da parlamentare europeo. Anche gli eletti a Strasburgo (quelli fino al 2009, prima che cambiasse il sistema) dopo alme­no due anni e mezzo di legislatura han­no diritto al vitalizio. Bersani è stato eletto europarlamentare nel giugno 2004 (con 342.296 preferenze), ma ha poi lasciato nell’aprile 2006, eletto alla Camera e nominato ministro del gover­no Prodi. Meno di due anni, non abba­stanza. Tra i candidati alle primarie Bersani non è l’unico «cumulator» di vitalizi. Renzi ne ha fatto un’arma elettorale: «Chi ha più vitalizi, a partire da Bersani e Vendola, potrebbe rinunciare alme­no al cumulo? Anche solo per rispetto di chi vive con la pensione minima». A Ballarò Renzi e Tabacci si sono scontra­ti anche su questo. 

Tabacci è stato con­sigliere regionale in Lombardia, depu­tato, e poi consulente libero professio­nista (consigliere d’amministrazione Eni, Snam, Efibanca, presidente del­l’Autocisa A15 Parma- La Spezia). Ven­dola è stato deputato, consigliere regio­nale in Puglia, e funzionario nel Pci per quasi vent’anni. Anche Laura Puppa­to, altro candidato alle primarie, avrà un vitalizio, come consigliere regiona­le in Veneto. L’unico al momento a non averne uno è Renzi, che è solo sindaco ed ex presidente della Provincia, cari­che che non lo prevedono. Ma essere ul­timi in questa classifica può finire con l’essere un vantaggio.

Tavolazzi: "Grillo gestirà i fondi parlamentari"

Nico Di Giuseppe - Dom, 25/11/2012 - 11:04

Decide tutto Grillo. E Casaleggio. Almeno a sentire la nuova accusa mossa dal primo degli epurati dal MoVimento 5 Stelle.
 

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Valentino Tavolazzi fa un nuovo affondo sulle regole del M5S. In particolare sulla gestione dei fondi parlamentari che il movimento dell'ex comico genovese riceverà.

"I candidati alle politiche stanno ricevendo in questi giorni una lettera di Casaleggio che li invita a sottoscrivere un impegno formale, riguardante l’uso del denaro che i gruppi M5S alla Camera ed al Senato avranno a disposizione per la comunicazione istituzionale", denuncia Tavolazzi.

Che poi spiega: "L’impegno predisposto dai legali di Casaleggio prevede che sia Grillo a decidere regole e composizione di un fantomatico comitato che dovrà sovraintendere all’uso di quei fondi e decidere a quale struttura di comunicazione destinarli. I candidati devono firmare ora, per tutta la legislatura, che delegheranno in toto la destinazione del tesoretto pubblico e che approveranno ad hoc lo statuto del gruppo".

Tavolazzi ha postato sul suo profilo Facebook la lettera che gira tra i grillini. La riportiamo integralmente:

"ACCETTA IL SEGUENTE TESTO PER ABILITARE LA TUA CANDIDATURA Caro candidata/o, ad integrazione del documento da te approvato: “Codice di comportamento eletti MoVimento 5 Stelle in Parlamento”, ti riporto questo testo ufficiale predisposto da uno studio legale che è necessario sottoscrivere. Beppe Grillo Costituzione di “gruppi di comunicazione” per i parlamentari del M5S di Camera e Senato Il Regolamento della Camera dei Deputati e del Senato prevede che a ciascun gruppo parlamentare vengano assegnati dall’Ufficio di Presidenza contributi da destinarsi agli scopi istituzionali riferiti all’attività parlamentare, nonché alle “funzioni di studio, editoria e comunicazione ad essa ricollegabili”. 

La costituzione di due “gruppi di comunicazione”, uno per la Camera e uno per il Senato, sarà definita da Beppe Grillo in termini di organizzazione, strumenti e di scelta dei membri, al duplice fine di garantire una gestione professionale e coordinata di detta attività di comunicazione, nonchè di evitare una dispersione delle risorse per ciò disponibili. Ogni gruppo avrà un coordinatore con il compito di relazionarsi con il sito nazionale del M5S e con il blog di Beppe Grillo. 

La concreta destinazione delle risorse del gruppo parlamentare ad una struttura di comunicazione a supporto delle attività di Camera e Senato su designazione di Beppe Grillo deve costituire oggetto di specifica previsione nello Statuto di cui lo stesso gruppo parlamentare dovrà dotarsi per il suo funzionamento. E’ quindi necessaria l’assunzione di un esplicito e specifico impegno in tal senso da parte di ciascun singolo candidato del M5S al Parlamento prima delle votazioni per le liste elettorali con l’adesione formale a questo documento».

L’indipendenza sarà la bancarotta”

La Stampa

Gli industriali della Catalogna terrorizzati dalla secessione da Madrid: siamo già in grave crisi

marco alfieri
inviato a barcellona


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«La Catalogna si gioca il futuro», titola il quotidiano economico Expansion. Dove per futuro s’intende l’assetto istituzionale della regione locomotiva di Spagna, vista la sfida indipendentista lanciata dal governatore uscente Artur Mas, ma anche il rilancio dell’economia ai tempi dello spread. Una semplice elezione regionale, trasformata in metafora dei dilemmi europei: l’austerity che rinfocola vecchie identità, l’ombra lunga del populismo, il tema del debito e la ricentralizzazione dei poteri in capo agli Stati nazionali che scuote le autonomie territoriali più dinamiche.

La campagna elettorale ha condensato il groviglio in un messaggio: la rivolta contro il governo nazionale. «Non siamo vassalli di Madrid» è lo slogan del leader di Convergencia i Unio, la formazione nazional/moderata alla guida della Generalitat. Nessuna menzione ai tagli al welfare, al debito regionale e alla disoccupazione che tocca ormai 800 mila catalani. «Ma soprattutto silenzio sui costi e la sostenibilità economica di un’eventuale secessione», ragionano nelle stanze dell’associazione industriale di Barcellona, preoccupati dall’azzardo di Mas. 

Secondo una simulazione dell’Iee, l’Istituto di studi economici, l’indipendenza costerebbe un crollo del 50% dell’export (oggi 49 miliardi); ci sarebbero 500 mila occupati in meno; 3 miliardi di extracosti commerciali; e una caduta del Pil del 20% nel primo anno. «Numeri da economia di guerra, insostenibili in anni di pessima reputazione sui mercati», dice un importante imprenditore tessile di Badalona. «I titoli catalani sono considerati spazzatura sulle piazze finanziarie: il nostro rating è passato in 4 anni dalla doppia A alla doppia B». 

Non solo. Un nuovo Stato catalano nascerebbe super indebitato. Agli attuali 44 miliardi vanno aggiunti i 5 in pancia ai comuni locali spendaccioni, altri 5 chiesti in estate a Madrid per ripagarsi i bond in scadenza, i costi per la ristrutturazione bancaria (20 miliardi) e la quota parte del debito nazionale spagnolo (100 miliardi): «Si arriverebbe a circa 180 miliardi, il 90% del pil regionale», calcola l’economista della Uam di Madrid, Donato Fernandez Navarrete.

«Una Catalogna indipendente sarebbe più ricca ma più indebitata della Spagna», conferma un report del Financial Times. Anche l’ingresso nell’eurozona sarebbe complicato. La Catalogna dovrebbe rinegoziare tutti i trattati in mezzo alle barricate spagnole. «I soldi comunitari sono stati la nostra fortuna, è rischioso andare alla guerra», confessa Angel Moreno, medio imprenditore che lavora nell’indotto Nissan, presente fuori Barcellona. 

Un conto dunque è la pancia dei piccoli artigiani, commercianti e padroncini vessati dallo Stato centrale e che puntano al divorzio fiscale, un’altra il realismo della borghesia imprenditoriale, spina dorsale del ceto medio locale che vota da sempre CiU. Bastava sentirli in questi giorni: contro il separatismo si è pronunciato Josep Maria Pujol, presidente di Ficosa, una delle aziende leader nella componentistica auto; Isidro Fainè, a capo di CaixaBank; il patron della multinazionale farmaceutica Grifox («Se ci fosse l’indipendenza, me ne andrei dalla mia terra») e, non ultimo, il capo supremo della Ceoe, la Confindustria spagnola, il catalano doc Joan Rosell: «La secessione? Sarebbe una barbarie e una follia…». 

C’è poi un altro nodo che il mondo del business non sottovaluta. E’ vero che la Catalogna macina il 19% del Pil nazionale (il 25% delle esportazioni) e vanta un reddito pro capite di 27.430 euro (superiore a quello italiano), ma oggi «la sfida indipendentista è il primo segnale d’inquietudine degli investitori stranieri, persino davanti al tema del “rescate”, il salvataggio della Spagna», spiega Calixto Rivero su Expansion. «Vogliono sapere se la strategia di Mas è solo calcolo elettorale o punta davvero al separatismo». Dopo l’onda lunga delle Olimpiadi, il mito della regione Mecca di multinazionali si è appannato, la crisi morde.

L’elenco di chi è già andato via si allunga: Samsung, Pirelli pneumatici, Kraft, Arbora Ausonia (Procter& Gamble), Coca Cola. Nel primo semestre 2012 dalla Catalogna sono stati disinvestiti 419 milioni di euro (+91% sul 2011). E’ una emorragia continua. Sono questi i numeri che preoccupano una borghesia abituata a votare col portafoglio e interessata, soprattutto, ad un nuovo patto fiscale con Madrid. Se si arrivasse come pare al referendum, non è detto che staccherebbero il biglietto verso l’ignoto. 

Proclamata beata suor Indiana Jones, la bresciana che difese gli Indios

Il Messaggero

di Franca Giansoldati


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CITTA' DEL VATICANO - La sua vita potrebbe diventare la trama di un film. Suor Indiana Jones. Quasi sconosciuta in Italia ma eroina leggendaria per gli Indios dell'Ecuador. si tratta della bresciana Maria Troncatti, medico e suora delle salesiane, morta in un incidente aereo a Sucua, nel 1969, mentre viaggiava per poter raggiungere i villaggi più sperduti dove si trovavano gli Indios che lo Stato quasi non riconosceva, non solo si batteva per i loro diritti civili ma era l'unica a garantire assistenza medica. Quando arrivò quella zona del mondo per la prima volta nel 1922, proveniente dalle montagne della Val Camonica, trovò ad attenderla una situazione indescrivibilmente misera e arretrata. Armata di fede e audacia si mise all'opera.

Gli indigeni di Chunchi e del vicariato apostolico di Méndez divennero da quel momento in poi la sua gente, i suoi figli. La chiamavano "Madrecita“. In Amazzonia costruì il primo campo di aviazione, necessario per fare atterrare gli aerei, e persino un ospedale; promosse corsi di infermieristica, si prese cura degli orfani, fondo' una scuola e un collegio dal nulla. Quando gli Indios Shuar il 25 agosto del 1969 appresero della sua morte la piansero per giorni e giorni, per loro era una figura leggendaria, una santa, una eroina nazionale. Questa donna Attraversava la giungla senza paura, viaggiando per giorni e giorni su barconi, ed estenuanti marce attraverso zone impervie. Non si fermava mai. Ieri suor Maria Troncatti è stata proclamata dalla Chiesa beata a Macas, in Equador dove il suo nome e il suo eroismo ancora oggi vengono associati all'Italia.


Domenica 25 Novembre 2012 - 10:00
Ultimo aggiornamento: 10:01

I manichini bionici che spiano la clientela

La Stampa

Arriva dall’Italia il manichino bionico, in grado di “riconoscere i consumatori
federico guerrini


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Quando si dice l’ingegno italiano. Sta facendo il giro del mondo, specie nelle testate che si occupano di tecnologia la notizia, lanciata da Bloomberg, di come alcuni grandi marchi di abbigliamento stiano utilizzando nei loro negozi dei manichini messi a punto dalla società Almax, di Mariano Comense.

Non si tratta di esemplari qualunque, ma di prodotti della linea Eye See, pupazzi dalle fattezze umane dotati di fotocamere con riconoscimento facciale e in grado di raccogliere informazioni sulle persone che passano loro di fronte, in particolare età, razza e genere. Capaci anche, grazie al software sviluppato dall’azienda Kee Square, spin off del Politecnico di Milano, di misurare l’afflusso dei clienti in base alla fascia oraria e di capire da quali oggetti sono maggiormente attratti, sulla base del tempo di stazionamento davanti alla vetrina. 

Costano 4.000 euro ciascuno e, secondo quanto rivelato dal Ceo Max Catanese a Bloomberg, finora Almax ne ha venduta qualche dozzina: i manichini bionici hanno già trovato impiego in cinque catene di abbigliamento, compresa, secondo alcuni, Benetton. La multinazionale veneta ha però smentito, affermando di adoperare sì, manichini di Almax, ma non quelli dotati di fotocamera.

I benefici per i commercianti riguardano la possibilità di personalizzare il servizio sulla scorta dei dati immagazzinati con si sistema Eye See: i casi citati sono quelli di un negozio che, notando che la gran parte della propria clientela pomeridiana era composta da ragazzi, ha introdotto una linea di vestiti pensati apposta per loro; in un altro esercizio, constatato che i clienti che entravano dopo le 16 erano per lo più asiatici, sono stati assunti dei commessi in grado di parlare cinese. 

Non mancano però perplessità sul fronte della privacy: per quanto in molti negozi esista già un servizio di videosorveglianza, i consumatori vengono avvertiti di essere filmati e le telecamere sono solitamente visibili. Senza contare che si suppone che il monitoraggio venga effettuato per motivi di sicurezza, per prevenire furti, non per catalogare la clientela. Finora comunque Almax non sembra aver incontrato resistenze legali; anzi pare volersi spingere ancora più in là: la società comasca starebbe lavorando a un sistema per dotare i manichini, oltre che di vista, anche di udito, per origliare i commenti dei passanti sull’abbigliamento dei pupazzi e targettizzare ulteriormente l’offerta. 

Fiona Apple annulla il tour per stare vicino al suo cane

La Stampa

zampa


In una lettera la cantante dichiara . “È una scelta di cuore e fa parte delle decisioni che prendiamo e che ci definiscono”


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La foto di una lettera scritta a mano per annullare il suo tour, tanto amore per stare vicino all’amica a quattro zampe che l’ha accompagnata durante gli ultimi anni. Così Fiona Apple comunica perchè ha scelto di annullare il proprio tour per stare vicino a Janet, la sua pit bull che «ora è stanca e malata». 
Attraverso quattro fogli scritti a mano, la cantante comunica le motivazioni della propria decisione: pur essendo cosciente del pericolo che correrà annullando questo tour, non ha dubbi riguardo alla sua decisione.

«Ora non posso andare via ora, voglio avere l’onore di cantare per lei e amarla per l’ultima volta- e poi continua- Forse mi prenderà in giro e sopravviverà per altri anni, e forse perderò amici e ascoltatori per questa mia decisione. Ma è una scelta di cuore, di petto, immediata e fa parte delle decisioni che prendiamo e che ci definiscono. Io non sono quel tipo di donna che mette la sua carriera prima dell’amore e dell’ amicizia. Sono la donna che rimane a casa, e cuoce il pasto per la sua cara e vecchia amica». La cantante conclude la lettera con la richiesta di appoggio riguardo alla sua decisione e l’augurio di rivedersi presto. 


Per leggere la lettera integrale www.facebook/fionaapple.

Quei tre giudici nell'ufficio più costoso del mondo

Corriere della sera

Piazza San Marco: 2,6 milioni annui per affitto e spese alle Procuratorie, ma sono rimasti solo i giudici di pace
Tra stucchi cinquecenteschi illuminati d'oro e d'azzurro, c'è l'ufficio giudiziario più costoso del mondo (se si calcola il rapporto tra numero di occupanti e spese). Ci lavorano tre giudici di pace, si occupano di beghe condominiali e infrazioni stradali contestate. Le loro stanze si affacciano su San Marco, a Venezia, e ogni giorno si riempiono della musica dei Caffè storici. Si trovano nelle Procuratorie vecchie, l'edificio delle 100 finestre, lungo 152 metri, dalla Torre dell'Orologio al Museo Correr, costruito nel dodicesimo secolo e rinato dopo un'incendio nel 1538. Queste tre scrivanie costano prima al Comune, poi allo Stato, tra canone d'affitto e spese, 866 mila euro l'una. In totale 2,6 milioni l'anno.


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Il padrone di casa, le Assicurazioni Generali, incassa il canone da un decennio. Il conto è lievitato, anche se gli uffici sono stati progressivamente liberati. Il pasticciaccio inizia nel 1991, quando il Tribunale di Rialto, con vista sul Canal Grande, viene chiuso per carenza di misure di sicurezza. Il Comune cerca, con urgenza, una sede per evitare la paralisi dei processi e delle indagini. Generali mette a disposizione l'enorme ala marciana. Era stata la base della compagnia dal 1832. Alla fine degli anni Ottanta, sulla scia di un esodo di abitanti e posti di lavoro che sembra non finire mai, anche le Generali si trasferirono in un quartier generale in terraferma, a Mogliano Veneto. Nuovo di zecca, accessibile e molto meno costoso di un edificio storico, tra acqua alta e necessità di continui interventi di restauro.

Il 18 novembre 1991 il Comune si accorda con la compagnia del leone: 1,4 milioni di euro l'anno per 6 anni. La giustizia riparte. Pubblici ministeri e giudici traslocano da Rialto alle stanze di San Marco, nei due splendidi piani poco adatti ai processi. Quando sono di scena imputati o testimoni eccellenti si assiste a inseguimenti dei fotografi tra turisti e piccioni, come capita nei giorni caldi di Tangentopoli a Gianni De Michelis, con la folla che fischia e urla. La distanza dall'imbarcadero costringe poi a far sfilare i detenuti portati dal carcere al palazzo tra vacanzieri e cittadini.

Dopo mesi dal trasferimento, Procura e Tribunale tornano a Rialto: le Fabbriche Nuove del Sansovino sono di nuovo agibili. Ma il gruppo dell'Antimafia rimane nell'edificio. Resta anche la polizia giudiziaria, assieme ai giudici di pace. E il canone intanto non si abbassa. Alla fine del 2003 il Comune chiede una proroga «in attesa della realizzazione della Cittadella della giustizia».

Il sogno è trasferire nella Cittadella, a piazzale Roma, tutte le sedi della magistratura del centro storico. I lavori sembrano interminabili. Se ne parla dagli anni Ottanta. «Il progetto è finanziato e gli appalti assegnati, ma a stralci - spiega con amarezza il sindaco veneziano Giorgio Orsoni, avvocato amministrativista - mancano i fondi statali per l'ultima fase». Nel 2010 il primo «miracolo»: una parte dello scuro e cupo edificio della Cittadella della giustizia è pronta, il team dell'Antimafia ha traslocato con la polizia giudiziaria. Ma il contratto d'affitto per San Marco resta lo stesso del 1991, quello della fuga da Rialto.

Se tutto filerà liscio, il 2013 sarà l'anno in cui Venezia potrà evitare di versare 2,6 milioni l'anno per i tre giudici di pace. «Abbiamo già trovato i nuovi uffici a Riva de Biasio, presto il caso sarà risolto - assicura il sindaco -. Certo, siamo stati vittime di un meccanismo folle: abbiamo dovuto anticipare milioni per far funzionare uffici statali, e l'amministrazione centrale ce li ha restituiti con ritardo di 3-4 anni, solo all'80 per cento. Ma fra qualche settimana tutto questo finirà».

Nel frattempo i tre giudici di pace e gli otto impiegati potranno continuare ad ascoltare i valzer dei Caffè che, dal '700 ad oggi, hanno accolto da Goethe ad Hemingway. «Il miglior fondale per l'estasi» come ha scritto Josif Brodskij, il poeta di «Fondamenta degli Incurabili».

Luciano Ferraro
25 novembre 2012 | 9:14

Se «gay» è un’infamia pure da morti

Corriere della sera
di Elena Tebano



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Si sono sparse tante parole sulla morte di Andrea, il ragazzino di Roma che portava i pantaloni rosa e si è ucciso perché lo prendevano in giro «come gay». Dopo che la notizia si è diffusa, i compagni di scuola, «accusati di essere i responsabili di questa morte che invece è ancora da capire» (ha detto la loro preside), hanno scritto una lettera per spiegare che non era gay.

«Il suo gusto per il paradosso e il travestimento, che nelle ricostruzioni giornalistiche è stato confuso con una inesistente omosessualità».
«Non era omosessuale, tanto meno dichiarato, innamorato di una ragazza dall’inizio del liceo» «Se fosse stato gay me l’avrebbe detto senza vergogna» (ha detto la madre il giorno dei funerali).
Forse è vero, la tragedia è che nessuno avrà più modo di saperlo. Neppure lui. E 15 anni sono comunque troppo pochi per avere idee definitive sul proprio orientamento sessuale. Di sicuro Andrea aveva il coraggio di sfidare le regole non scritte del gruppo per essere se stesso: mi riesce difficile pensare che un 15enne oggi in Italia possa portare smalto e rossetto senza beccarsi tante reazioni negative (succede nelle puntate in onda in queste settimane anche a un personaggio di Glee, un telefilm cult tra gli adolescenti).

Nel 2007 un altro ragazzo, Matteo, 16 anni, si è tolto la vita a Torino perché lo «accusavano» di essere omosessuale. È stato male per mesi, anche se «sorrideva sempre» (hanno raccontato) e alla fine si è buttato dal quarto piano. Dopo, la reazione è stata la stessa: «Non è vero che era gay, non è vero che era gay». Il Giornale titolò: «Il suicida diventato icona gay. Il pm chiude il caso: una bufala». Io non so se Andrea e Matteo fossero gay. E davvero non importa: se anche lo fossero stati?
Ora però tutti accorrono a dire che Andrea non lo era.

Questa negazione in morte di un’identità possibile mi sembra un’ulteriore forma di violenza. Il corollario che passa sottotraccia è: se fosse stato gay avrebbe avuto un motivo per ammazzarsi. Oppure: non puoi essere gay, neppure se ti uccidi per la disperazione di non poterlo essere. Sembra che «gay» sia un’infamia pure da morti. Per gli adolescenti omosessuali è un messaggio terribile. E di certo non aiuta a prevenire i suicidi. Ripeto, io non so chi fosse Andrea, ma aveva il diritto di essere chiunque e qualunque cosa desiderasse. E vorrei che gli adulti, quelli che hanno titoli e autorità per farsi ascoltare, lo dicessero chiaramente: va bene essere gay

I Pm dell’Inquisizione con licenza di umiliare

Vittorio Sgarbi - Sab, 24/11/2012 - 08:31

La dignità dell’uomo e della don­na, tutelata dalla Costituzione, non può essere mortificata e messa in discussione in un processo

La dignità dell’uomo e della don­na, tutelata dalla Costituzione, non può essere mortificata e messa in discussione in un processo.


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E rivendicarla è legittimo. Così ha fatto, con buon diritto e pie­na ragione, Marianna Ferrera che, nel processo Ruby, ha dichiarato: «Sono una brava ragazza e mi hanno conside­rato una escort. Quindi se mi permet­te, le dico che questo è un processo as­surdo ». La Ferrera lo dice e io, cono­scendola, con altre ragazze che hanno frequentato Silvio Berlusconi (come un’attrice può frequentare il suo pro­duttore) lo confermo.

E ho visto in mol­te occasioni, con assoluta volgarità, trattare ragazze libere come puttane. Una odiosa discriminazione contro la donna, giacché non ho mai visto nes­sun uomo o giovane, invitato a cena ad Arcore, considerato un escort, ovvero un prostituto. Si dirà: questo dipende dai gusti sessuali di Berlusconi, ma è in­dubitabile che egli abbia frequentato, per una ragione o per l’altra,anche uo­mini interessati. Sui quali il giudizio è stato benevolo e non offensivo.

Ebbene, quando la Ferrera rivendi­ca la sua dignità, la Boccassini,come in un Tribunale dell’Inquisizione oppo­ne: «Il teste non può permettersi di di­re queste cose ». Ecco un atteggiamen­to intollerante e arrogante. Allora quello che ha detto la Ferrera lo ripeto io. E attendo che qualcuno si permetta di dire che non posso per­mettermi. Vorrei vedere la reazione della Boccassini se qualcuno confon­desse la sua insindacabile libertà ses­suale, per piacere o per interesse, con le prestazioni di una escort sulla base di una equivoca interpretazione e con l’aggravante di un processo a tesi che interpreta la libertà come prestazione e i regali come pagamento.

Io sono sta­to querelato dalla Boccassini per mol­t