Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

domenica 7 ottobre 2012

Israele, drone (misterioso) nello spazio aereo L'aviazione lo abbatte

Corriere della sera

Proprio oggi Hamas aveva condotto delle esercitazioni. Ipotesi Libano, secondo le fonti di sicurezza israeliane


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L'allarme è scattato questa mattina alle 10.00 in Israele: un velivolo sconosciuto senza pilota ha violato lo spazio aereo dopo essersi avvicinato dal Mediterraneo, vicino alla costa di Gaza. Subito dopo due F16 dell'aviazione israeliana - secondo la ricostruzione del media - hanno intercettato il drone e lo hanno affiancato, accompagnandolo in volo fino ad una zona isolata a sud del Monte Hebron dove è stato abbattuto. Secondo il portavoce dell'esercito Yoav Mordechai, truppe dell'esercito sono quindi affluite in quella regione per localizzare i resti del drone e cercare di identificare il Paese di provenienza. Un punto, questo, che al momento ancora non è stato chiarito. Il portavoce ha anche spiegato che il velivolo - rimasto nello spazio aereo israeliano per meno di trenta minuti - non aveva a bordo esplosivi e non proveniva da Gaza, come era invece stato ipotizzato da alcuni siti. Non ha invece voluto precisare come il drone sia stato abbattuto, limitandosi a dire che la località nel nord del deserto del Neghev è stata scelta per «ragioni operative e di sicurezza».

L'ESERCITAZIONE - Proprio oggi nella Striscia il ministero dell'Interno del governo di Hamas aveva annunciato di aver condotto una esercitazione sul campo di tutte le forze di sicurezza, spiegando che si era trattato di una «normale esercitazione, in linea con gli sforzi di mantenere sicurezza e stabilità nella Striscia. Sulla possibile provenienza del drone, la Radio militare israeliana ha avanzato l'ipotesi del Libano: il velivolo potrebbe aver fatto un lungo giro prima di arrivare nello spazio aereo dello stato ebraico dalla parte della costa vicino Gaza. Nell'agosto del 2006 - ha ricordato il sito di Ynet - dopo la fine della Seconda guerra del Libano, l'aviazione israeliana intercettò due droni Ababil degli Hezbollah. Uno dei due velivoli senza pilota fu abbattuto sul mare nello spazio aereo libanese, mentre il secondo fu colpito a nord della città israeliana di Haifa. Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ringraziato l'esercito israeliano per il successo ottenuto nell'intercettare il drone: «Continueremo - ha detto - a difendere i nostri confini sul mare, in terra e in cielo per difendere i cittadini di Israele». Anche il ministro della Difesa Ehud Barak si è congratulato con i militari: «Giudichiamo con grande serietà questo tentativo di entrare nel nostro spazio aereo e - ha detto esamineremo più tardi una nostra risposta».



Redazione Online7 ottobre 2012 | 19:04

L'afa arriva in vetta: sempre più veloce l'addio dei ghiacciai

Corriere della sera

Nel 2050 le Alpi lombarde perderanno la copertura glaciale

In questi tempi di riscaldamento globale, a leggere i rapporti dei glaciologi sembra di scorrere dei bollettini di guerra: estinzioni in massa dei ghiacciai, riduzioni areali e volumetriche, ritiro delle fronti, crolli. Anche i ghiacciai lombardi, che, dislocati nelle province di Sondrio, Brescia e Bergamo, sono ben 203, non si sottraggono a questa tendenza, che sta rapidamente modificando il paesaggio delle nostre montagne, rendendole irriconoscibili rispetto a un tempo. Allarmanti i dati contenuti nel rapporto del Servizio glaciologico lombardo, appena uscito da Hoepli con il titolo I ghiacciai della Lombardia. Evoluzione e attualità.

 Il ritiro dei ghiacciai lombardi Il ritiro dei ghiacciai lombardi Il ritiro dei ghiacciai lombardi Il ritiro dei ghiacciai lombardi Il ritiro dei ghiacciai lombardi

PERDITA - Già tra il 1991 e il 2007 i ghiacciai lombardi avevano perduto il 24% della loro superficie e dei 119 km quadrati iniziali ne erano rimasti solo 90. Il caso più clamoroso era stato quello del ghiacciaio dei Forni, la seconda colata italiana dopo l'Adamello. Celebrato dall'abate Stoppani nel Bel Paese, questo glorioso ghiacciaio dell'Ortles-Cevedale nei suoi settori inferiori aveva registrato una perdita, che oggi si aggira intorno ai sessanta metri di spessore. La tendenza alla deglaciazione si è fatta ancora più grave negli ultimi quattro-cinque anni, con una perdita volumetrica complessiva pari a oltre 700 milioni di metri cubi di ghiaccio. «In soli cinque anni», spiega Luca Bonardi dell'Università degli studi di Milano, «abbiamo perduto quasi un quinto dei volumi glaciali della regione: una massa d'acqua superiore a quella del lago Trasimeno».

GEOTESSILI NON BASTANO - A fronte di decrementi tanto clamorosi, è evidente che risulta impossibile correre ai ripari utilizzando i teli geotessili, sperimentati negli ultimi anni su alcuni ghiacciai. Al riscaldamento globale si aggiunge il fatto che la Lombardia è penalizzata dalla quota relativamente bassa delle sue cime, che toccano i 4 mila metri solo con la spalla del Bernina.

BILANCI - Intanto si compilano i primi bilanci sull'estate appena conclusa. «I dati», continua Bonardi, «indicano una conferma della tendenza in atto. La perdita annuale si attesterà probabilmente tra i 150 e i 200 centimetri di ghiaccio, un valore medio che considera anche l'andamento alle quote più elevate. In pratica, oltre 150 milioni di metri cubi di ghiaccio si sono "liquefatti" in soli due mesi». Il più illustre fra i caduti sul campo lombardo è il ghiacciaio del Pizzo Varuna, nel gruppo del Bernina. «Erano ottanta ettari di ghiaccio nel 1990», ricorda Riccardo Scotti dell'Università di Milano Bicocca, «ridottisi a una decina nel 2007. La torrida estate 2012 ha inferto il colpo di grazia e oggi il ghiacciaio non c'è più. Una perdita significativa per il paesaggio montano della regione».

FUTURO - Queste tendenze sono purtroppo destinate ad aggravarsi nel futuro. Secondo uno studio condotto da Lara La Barbera del Servizio glaciologico lombardo, anche senza immaginare un ulteriore aumento delle temperature estive, peraltro ritenuto probabile negli scenari di previsione climatica dei prossimi decenni, questo andamento porterebbe alla scomparsa pressoché totale del glacialismo regionale entro il 2050-2060.

Franco Brevini
7 ottobre 2012 | 17:54

Sicilia, candidato per due presidenti Dalla sera alla mattina cambia casacca

Corriere della sera

La storia di Antonio Paladino: non ha fatto in tempo a stampare i manifesti e già aveva cambiato partito


I manifesti di Antonio PaladinoI manifesti di Antonio Paladino

Se ne potrebbe fare un giochino da settimana enigmistica. Della serie: «Trova le differenze». Perché il faccione è lo stesso, la giacca e la camicia azzurra pure, ma la «ragione sociale» è cambiata nel giro di una notte. Le elezioni in Sicilia sono ormai un festival di alleanze che si scompongono e ricompongono rapidamente. E allora può succedere che un candidato cambi casacca dalla sera alla mattina ma restando sui manifesti elettorali con due magliette diverse.

FOTO E SLOGAN - Antonio Paladino, 49 anni, commercialista che opera a Catania, per qualche giorno è stato candidato nella lista di Grande Sud che sostiene il candidato governatore Gianfranco Miccichè. Ma qualche giorno dopo era già arruolato nell’Udc e di conseguenza era schierato a sostegno di un diverso candidato governatore , l'esponente del Pd Rosario Crocetta. E probabilmente visto che bisognava fare in fretta non si è preso neppure la briga di cambiare nè la foto dei manifesti, nè lo slogan «sosteniamo sviluppo e lavoro». Poco importa se a distanza di qualche giorno l'impegno di Paladino è stato messo a servizio di un candidato governatore e del suo avversario.

LE DIFFERENZE - Dicevamo le differenze tra il prima e il dopo. Quella più evidente è chiaramente il cambio di casacca. Ma a ben vedere Antonio Paladino non si è accontentato solo di schierare il suo faccione per due presidenti diversi. Nel secondo manifesto ci tiene a non mettere in mezzo la sua laurea, levando il titolo di dottore. Vuoi mettere che qualcuno non avesse colto una buona ragione per votarlo.

Alfio Sciacca
7 ottobre 2012 | 17:00

Studiavo i rapanelli mio figlio gli hedge fund

La Stampa

Storia di una carriera scolastica non troppo esemplare “Ma oggi si è persa l’attitudine a desiderare”

Giacomo Poretti


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Le elementari, praticamente, è come se non le avessi fatte, perchè il maestro Agnello dormiva; poi si svegliava e picchiava chi tirava gli areoplanini di carta. Se ne sono accorti alcuni genitori, perché, in terza elementare, qualche bambino conosceva e scriveva l’alfabeto solo fino alla «g» di giostra. Voi direte: però alle medie è andato tutto bene!? Credo di sì, non so se possa comportare qualche cosa di negativo il frequentare una scuola media ad avviamento agrario. Era l’ultimo anno della scuola media ad avviamento agrario Ferrazzi & Cova, poi, diplomata la leva del ’56, avrebbe chiuso i battenti. Portava il nome del proprietario terriero più ricco del paese. Era stata fondata qualche decennio prima, perchè gli adolescenti del paese si sarebbero fermati alla licenza media, e poi avrebbero lavorato nei suoi campi.

Nessuno dei 29 della classe del ’56 avrebbe voluto lavorare nei campi, ma le 14 ore di agraria alla settimana erano vissute con gioia e stupita curiosità. Quando si andava nell’orto a vangare e a preparare il terreno per la semina ci sembrava l’unico lavoro sensato e giocoso che si potesse fare, altro che la geometria, gli avverbi o l’apparato scheletrico dei rettili! Se devo darmi un giudizio direi che la sintassi, le equazioni di 1°, 2° e anche di 3° grado, e la storia medioevale, non sono il mio forte, però ho imparato quando maturano i rapanelli, quando si raccoglie il melograno e come si fa una spargera. C’erano tutti i segni per capire che avrei dovuto fermarmi lì con la scuola, ed invece no, ho voluto insistere e ho frequentato le scuole serali: istituto professionale per elettromeccanici.

Non voglio impietosirvi, ma, dopo sette ore e mezzo di lavoro in fabbrica, sedersi alle 18.30 su un banco di scuola e prestare attenzione ad un professore che ti parla di differenza di potenziale, intensità di corrente, genitivo sassone o il senso del «perturbarbante» nella letteratura gotica del ’700 non è propriamente agevole. Se poi ci mettete che erano gli Anni 70, potete facilmente immaginare che le materie preferite da quasi tutti erano intervallo e sciopero possibilmente con occupazione. Come posso parlarvi io di scuola? La mia scuola sembra collocata in un romanzo dell’Ottocento, eppure era l’altro ieri.

La mia era la scuola dei grembiuli neri con il fiocco colorato, del patronato scolastico che portava le matite e i quaderni ai bambini poveri: anche a casa nostra ne avevamo bisogno, ma mia mamma mi diceva: «Mi raccomando, non prenderli, non dargli soddisfazione a quelli lì....». Era la scuola in cui il maestro aveva sempre ragione, tranne quello che si addormentava. Posso parlarvi solo come genitore. Un genitore che conserva ancora il rammarico di non aver mai conseguito la maturità, che custodisce vergognosamente l’invidia verso un qualsiasi laureato, che mantiene ancora inalterato il fastidio verso un giovane che alla domanda «che classe fai?», risponde «quarta ginnasio»... devo pensare cinque minuti e poi dire «terza liceo...», «no prima liceo...!».

E, allora, dì prima liceo, perché devi dire «quarta ginnasio» con quella vocina lì? Te lo dico io, il perché: perché te la tiri, ecco perchè... Lo so, è l’invidia. Per non parlare dei laureati: come mi fanno girare le balle i laureati, voi non potete immaginarlo... però che bello che deve essere avere una laurea! «Sono laureata in Filologia romanza»: ma che c... hai studiato? Ma cosa sarà mai! Mi piaceva anche quella della filologia romanza, ma ho evitato accuratamente di fidanzarmi con lei: avrei potuto tirarle il collo dall’invidia; molto meglio aver sposato un’incantevole psicoterapeuta! Ho passato anni a desiderare di avere una laurea in filologia, in letteratura, in filosofia, in matematica comparata, no in matematica no, perchè non ero forte nelle tabelline...

Deve esserci qualche cosa nel mio destino, perchè poi l’incontro più significativo per quanto riguarda il lavoro è avvenuto con due praticamente analfabeti: ad uno in particolare, Aldo, alle scuole medie è stato scritto sul libretto di valutazioni «Attitudini: nessuna». Trattenete l’indignazione. Io e Giovanni, che lo conosciamo bene, possiamo dire che le insegnanti avevano ragione. Nel senso che non era tagliato per la matematica, la fisica, il passato remoto, il congiuntivo e il condizionale, ma aveva talento ed anche tanto. Il problema è scoprirlo... Mio figlio, ora, ha iniziato la prima elementare e ha già cinque insegnanti, io ne ho avuti quattro in tutta la vita. Il lunedì ha inglese, il martedì immagine e disegno, il mercoledì attività motorie, il giovedì musica; adesso stanno pensando per il venerdì di introdurre analisi dei prodotti finanziari, hedge fund e futures.

Un pomeriggio ha il corso di nuoto, un altro scuola di calcio e forse lo iscriveremo a deltaplano spericolato, ma solo perchè lo fa il suo amico migliore. Io andavo all’oratorio e, quando non c’era l’oratorio, ci si annoiava, importanza della noia... Io e mia moglie ringraziamo il Signore per averci fatto incontrare questa esperienza... Già tremo all’idea di fare i compiti con lui. Come fa un insegnante a educare un bambino, cosa deve escogitare per dirgli che è meglio essere onesto piuttosto che delinquere? Più che le materie sono importanti le persone, ma il concetto di meritocrazia si è perso.

Noi tre non abbiamo studiato. Di Aldo hanno detto «attitudini nessuna», mentre Giovanni ha dato un solo esame di inglese. Queste disavventure scolastiche non hanno impedito a me e ai miei compagni di svolgere nella vita, lavori ed incarichi anche di una certa rilevanza. Mi aspetto che la scuola faccia emergere i talenti degli alunni. Ma sono anche i genitori che vengono educati e, quindi, crescono. Peccato che il Paese ha perso l’attitudine a desiderare.

Questo racconto è parte del discorso che ieri Giacomo ha tenuto al convegno per i 40 anni di fondazione della scuola «La zolla» di Milano

Riso, il declino di re Carnaroli: i prezzi del made in Italy in calo del 50%

La Stampa

Agguerriti concorrenti di India e Cina trattano con l'Ue per esportazioni a dazio zero



gianfranco quaglia



Si è arreso anche Sua Maestà «Carnaroli», il re della risicoltura Made in Italy. Era l'ultimo alfiere a reggere il vessillo dei prezzi «politicamente corretti», almeno per il settore produttivo, segnato da una forte crisi. Invece le quotazioni della varietà più apprezzata dai consumatori e ricercata dai ristoratori per la preparazione del classico risotto italico, sono crollate: da 670 euro tonnellata, con punte di 800, sino agli attuali 300-330 euro. Un tonfo del 50-60 per cento, in tutte le principali Borse risi (da Vercelli a Novara, Mortara, Pavia, Milano). E' come se nel settore vinicolo un Barolo, un Montalcino o un Sassicaia venissero relegati nella fascia di vini da tavola. Perché il Carnaroli, come i grandi vini, in alcuni casi viene addirittura stagionato e diventa «Gran riserva».

Il crollo del prezzo di questa varietà d'eccezione rappresenta la spia rossa di una tendenza che investe e trascina tutto il settore. Ne è convinto il presidente dell'Ente Nazionale Risi,Paolo Carrà: «Le quotazioni della campagna ancora in corso sono tutt'altro che soddisfacenti. Le altre varietà da mercato interno non si discostano dai 300 euro-tonnellata. Occorre invertire il sistema della contrattazioni e del mercato». Prezzi giudicati sotto la soglia di remunerazione aziendale, dopo i vertiginosi aumenti dei costi di produzione, in testa il rincaro del gasolio, tanto che i risicoltori italiani stanno temporeggiando nella raccolta, proprio per evitare un surplus di spesa nella fase di essiccazione del prodotto.

Ma, di questo passo, non è escluso che molte aziende abbandoneranno la coltivazione risicola. I primi effetti si sono già visti quest'anno: la superficie si è ristretta, scendendo da 246 a 235 mila ettari. Insomma, potrebbe essere in gioco il futuro del riso Made in Italy, anche perché all'orizzonte si affacciano nubi minacciose e nuovi concorrenti: incerti i contributi della futura Pac, il Far East bussa alle porte dell'Unione europea. Il presidente Ente Risi: «I competitor più agguerriti sono l'India, secondo produttore al mondo dopo la Cina, e il Vietnam. Entrambi i Governi hanno avviato trattative di accordi bilaterali con l'Ue per esportare riso a dazio zero. Non solo: nel 2012 l'Italia ha perso mercati importanti come la Siria, la Turchia e altri Paesi del bacino del Mediterraneo.

Tutti mercati conquistati dagli Stati Uniti». Giovanni Daghetta, presidente del Comitato consultivo per il riso della Commissione europea: «In Europa sono diminuite le importazioni di riso grezzo, circa 869 mila tonnellate con un -8%, ma contemporaneamente sono arrivate 150 mila tonnellate di piccole confezioni di riso finite sugli scaffali dei supermercati». Tutto cereale orientale, in parte Basmati dal Pakistan, destinato alle comunità etniche.

La grande sfida del Made in Italy è rappresentata dall'export: il 56% dell'intera produzione italiana (circa 1,6 milioni di tonnellate) è venduto nell'area comunitaria, l'11% va a Paesi Terzi e solo il 33% finisce sul mercato domestico. Rispetto all'Italia e all'Europa nel resto del mondo la produzione è stimata in aumento: 465,1 milioni di tonnellate, 1,4 milioni in più del 2011. Secondo i dati resi noti da Rice Outlook, anche l'Egitto produrrà 700 mila tonnellate in più, in rialzo anche gli Stati Uniti di 375 mila tonnellate. Una valagna di riso che premerà alle frontiere europee e il nostro riso dovrà sgomitare giocando la carta della qualità.

Rumpelstiltskin

La Stampa

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YOANI SANCHEZ


Il sudore di quelle tre donne che mi hanno fatto entrare nell’auto della polizia me lo sento ancora appiccicato alla pelle e pervade le mie narici. Grandi, corpulente, implacabili, mi hanno portato in quella stanza senza finestre dove un ventilatore malandato faceva fresco soltanto nella loro direzione. Una mi guardava con particolare sarcasmo. Forse il mio volto le ricordava qualcuno del passato: una rivale scolastica, una madre dispotica, un’amante perduta. Non lo so. Quel che ricordo è che, nella sera del 4 ottobre, il suo sguardo avrebbe voluto annientarmi. È stata lei a frugare sotto la mia gonna con maggior piacere, mentre altre due donne in divisa mi afferravano per procedere alla mia “ispezione”.

Più che cercare qualche oggetto nascosto, quella perquisizione aveva l’obiettivo di lasciarmi con un sensazione di violazione, di vulnerabilità e di stupro. Ogni sei ore cambiavano le mie guardiane. Nel turno di mezzanotte sembravano meno severe ma io mi sono chiusa nel mio mutismo e non ho risposto alle loro domande. Mi sono rifugiata in me stessa. Mi sono detta: “Mi hanno tolto tutto, persino il fermaglio per i capelli, ma - ridicoli inquisitori - non hanno potuto strapparmi il mio mondo interiore”. Per questo ho deciso di rifugiarmi, durante le lunghe ore di una reclusione illegale, nella sola cosa che possedevo: i miei ricordi.

La stanza voleva apparire ordinata e pulita ma ogni cosa aveva la sua dose di sporcizia e decadenza. Il pavimento composto da mattonelle di granito chiaro era ricoperto da molta sporcizia accumulata. Mi sono messa a guardare le figure formate dalle piccole pietre incorporate in ogni piastrella e le macchie di sudicio. Dopo un po’ di tempo che osservavo cominciavano a uscire fuori i volti. I personaggi affioravano dal pavimento grezzo della mia cella del Dipartimento di Istruzione di Bayamo.

Da una parte spuntava la figura alta e magra di Don Chisciotte, mentre in un altro angolo sono riuscita a vedere il profilo semplice del Bobo de Abela (personaggio comico cubano, ndt). Un paio di occhi obliqui, formati da malta e ghiaino, ricordavano in maniera incredibile lo sguardo della protagonista del film Avatar. Io ridevo da sola, mentre le mie sorveglianti cominciavano a credere che il mio rifiuto di ingerire alimenti e acqua mi stesse friggendo letteralmente il cervello. Ho intravisto nel granito irregolare il Gobbo di Notre Dame e la snella figura di Gandalf, munito del suo bastone.

Ma tra tutte quelle forme che uscivano fuori da un pavimento così rozzo ce n’era una - più intensa - che sembrava saltare e ridere davanti ai miei occhi. Forse era l’effetto della sete o della fame, non lo so proprio. Un nano con la barba lunga e lo sguardo cinico sorrideva in maniera maliziosa. Era Rumpelstiltskin, il protagonista di un racconto per bambini dove la regina è obbligata a indovinare il suo nome complicato se non vuole consegnare al dispotico nano quanto possiede di più caro al mondo: suo figlio. Cosa ci faceva quel personaggio in mezzo alla mia reclusione temporanea?

Perché vedevo proprio lui al di sopra di tanti altri riferimenti visivi che ho accumulato durante la mia vita? Ho intuito immediatamente la risposta. “Sei Rumpelstiltskin”, gli ho detto a voce alta e le mie carceriere mi hanno guardato preoccupate. “Sei Rumpelstiltskin - ho ripetuto - e so come ti chiami”. “Sei come le dittature. Una volta che uno inizia a chiamarle con il loro nome, è come se cominciasse ad annientarle”.


Traduzione di Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

Tibet, si immola un altro giovane Le vittime della protesta sono 54

La Stampa

Sangay Gyatso, di 27 anni, avrebbe compiuto il suo gesto di rivolta davanti al monastero di Dokar

Un giovane tibetano si è «autoimmolato» dandosi fuoco, portando il totale dei suicidi di protesta contro la Cina a 54, secondo fonti tibetane. Il giovane, Sangay Gyatso, di 27 anni, avrebbe compiuto il suo gesto di protesta davanti al monastero di Dokar, in una zona a popolazione tibetana della provincia cinese del Gansu. 


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Si tratta della seconda «autoimmolazione» in tre giorni dopo quella dello scrittore Gudrup, che si è dato fuoco il 5 ottobre nella Regione Autonoma del Tibet. La prima «autoimmolazione» è avvenuta nel 2009. Tutte le altre si sono verificate nel 2011 e 2012. Gli autoimmolati, secondo il gruppo Campagna Internazionale per il Tibet, sono in maggioranza monaci e in buona parte provengono dal monastero di Kirti, nella provincia cinese del Sichuan, in una zona che è chiusa da anni agli osservatori esterni.

Secondo le informazioni che arrivano dalla diaspora tibetana, Sangay Gyatso, padre di due figli, si è dato fuoco in segno di protesta contro l’occupazione cinese del Tibet. Sangay si è immolato nella regione di Tsoe nella provincia di Amdo, nel Tibet orientale, intorno alle 12 ora locale. Poco prima di darsi fuoco, l’uomo ha gridato slogano contro l’occupazione cinese del Tibet e per il ritorno del Dalai Lama. Nelle foto che sono arrivate ai compagni in esilio e che girano in rete, il corpo del giovane appare completamente bruciato. Il recente meeting dei tibetani in esilio per discutere della crisi in Tibet ha lanciato un forte messaggio di unità del popolo tibetano e ha auspicato un ancora maggiore attivismo dei tibetani in esilio. Durante l’incontro è stata ribadita la piena responsabilità del governo cinese per la perdita di vite umane in Tibet negli ultimi anni in particolare.

La Svizzera neutrale? Ora non più

Gianluca Garbi - Dom, 07/10/2012 - 11:23

Per mantenere fisso il corso del franco, la Banca nazionale compra titoli tedeschi e spinge al rialzo lo spread

A scuola ci hanno insegnato che la Svizzera è un Paese neutrale.


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La neutralità di questo Paese finisce però quando si entra nel campo economico e ci si accorge che questo piccolo Stato è in realtà una vera potenza in grado di incidere sull'economia e sulla politica del mondo. Con un arsenale di armi macroeconomiche che non si limita alla forza del segreto bancario che, neutralizzando le politiche fiscali dei governi degli altri Stati, fornisce appoggio a coloro che non amano pagare il costo sempre più elevato delle imposte loro riservate. Nel recente passato, e anche oggi, la Svizzera ha contribuito a destabilizzare l'euro. La conferma è arrivata dall'agenzia di rating Standard and Poor's, peraltro duramente attaccata per i suoi rilievi sul tema da parte dello Stato elvetico. Pur non simpatizzando con le agenzie di rating che sono state, se non causa, almeno complici della crisi finanziaria mondiale, ritengo che questa volta abbiano colto nel segno.

Alla fine dello scorso anno la Swiss National Bank ha annunciato un «peg» (cambio fisso, ndr) euro/franco svizzero a 1,2 e ha così iniziato ad acquistare euro (per frenare la supervalutazione della propria valuta). Secondo i report di diverse banche d'affari questi euro sono stati per lo più investiti in bund tedeschi. E proprio a partire dal giorno dell' annuncio lo spread Btp-Bund a 10 anni ha raggiunto i livelli più alti: si è trattato quindi di un movimento del differenziale spiegabile da una riduzione del rendimento dei titoli tedeschi più che da un incremento su quelli italiani. Situazione che, inoltre, ha anche portato alle dimissioni del governo Berlusconi.

Credo che se fossero pubblicati i dati delle giacenze medie di titoli di Stato detenuti per ogni Paese dalla Banca Centrale elvetica negli ultimi 12 mesi, emergerebbe che la giacenza di titoli tedeschi e francesi ha raggiunto nel periodo un record storico; record che, guarda a caso, corrisponde al momento in cui l'Italia si è trovata quasi sull'orlo del default. Da dove nasce il sospetto che le Banche Centrali extra-euro abbiano contribuito alla destabilizzazione della nostra moneta?

Intanto possiamo osservare che, nonostante la particolare situazione di crisi dell'area euro degli ultimi 12 mesi, la moneta non si è particolarmente deprezzata. Questa stabilità del tasso di cambio, seppur positiva e che può anche avere origine da altri fattori macroeconomici, rappresenta comunque un'anomalia. Anomalia spiegabile in buona parte dall'attività delle Banche Centrali dei Paesi fuori dell'unione monetaria europea che, per garantire la stabilità dei tassi di cambio, hanno continuato ad acquistare euro investendoli in titoli di Stato liquidi con un rating massimo, ovvero in Bund tedeschi, facendone scendere il rendimento ben al di sotto dell'inflazione.

Non è infatti altrimenti giustificabile un rendimento reale negativo di tali titoli in assenza di crescita anche in Germania. Se poi consideriamo le ingenti somme normalmente movimentate dalle Banche Centrali, l'effetto sull'allargamento degli spread è piuttosto evidente. Quando le stesse Banche Centrali svolgono un'attività simile di protezione del tasso di cambio con valute diverse dall'euro, come ad esempio il dollaro, acquistano il biglietto verde e lo investono in Treasuries senza creare alcun problema per i singoli stati Usa. In Europa però, in assenza di eurobond, i flussi di investimento non vengono ripartiti in modo omogeneo, creando un effetto che premia in modo ingiustificato la Germania.

Sarebbe quindi opportuno, e nell'interesse di tutti, intavolare delle discussioni con le Banche Centrali di alcuni grandi Stati extra europei per trovare soluzioni compatibili con l'euro-sistema suggerendo, per esempio, di concentrare i loro investimenti sui titoli emessi dall'EFSF (fondo di stabilità, ndr). Si manterrebbe così l'obiettivo della stabilità dei tassi di cambio evitando pericolosi divari di rendimento. Anche per la Germania sarebbe meglio rinunciare all'extra risparmio derivante dal fatto che i Bund - in termini reali - hanno rendimenti negativi, essendo ben al di sotto dell'inflazione, accettando di pagare tassi pari all'inflazione, piuttosto che contribuire al salvataggio dell'euro con costi nettamente superiori.

Se questa strada del dialogo è quindi auspicabile, non sono da escludere scelte anche più drastiche, come il divieto di detenzione di titoli di Stato di singoli Paesi dell'area euro da parte di Banche Centrali extracomunitarie, lasciando loro solo la possibilità di investire in titoli emessi da altri soggetti, sia privati che pubblici (EFSF, KFW, EIB, CDP e via dicendo). La famosa neutralità svizzera, insomma, potrebbe non essere così innocua.

Ecco dove abita l'assessore che non riesce a pagare il mutuo

Libero

Raffaele Cattaneo, l'uomo a cui meno di 8mila euro al mese non bastano, vive in una villa con 14 vina e una piscina. Ma lui non molla, e si difende in un video (ridicolo)
di Michela Ravalico



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Politicopazzomavero#. Raffaele Cattaneo, assessore ai trasporti della Regione Lombardia, ciellino di ferro, uomo di Formigoni, figlio di un operaio delle Ferrovie Nord , rischia di giocarsi la sua carriera politica per un pizzico di orgoglio di troppo. Venerdì ha scritto su Twitter: «Ho letto il decreto sul taglio alle regioni: drastica riduzione dell’indennità entro il 30 novembre. Uno come me cosa deve fare?». «Non rubo e quindi non ho tesori all’estero. Vivo di ciò che fra un mese mi verrà dimezzato e tra mutuo, rette, eccetera non so come fare». Firmato: Raffaele Cattaneo.

Seguito dall’hashtag politicopazzomavero#. Apriti cielo. Anzi, è meglio dire apriti inferno. Uno degli assessori più tranquilli, stimati e attivi della giunta Formigoni rischia di finire alla gogna per una battaglia di principio. Quella in difesa dei politici che lavorano 12 ore al giorno e che meritano quello che guadagnano. Così dice lui, questa è la sua linea difensiva, ora che la frittata è fatta. Ma il dubbio che si stia mangiando le mani per aver fatto la più clamorasa gaffe della sua carriera non ce lo leva nessuno.

Cattaneo si difende in video. Guardatelo su LiberoTV e ridete

Il punto chiave, quello che i lombardi e gli italiani in generale gli perdoneranno a fatica, sono le cifre. «Ecco il mio statino: 6.420 euro al mese netti>, twitta l’onesto Cattaneo e appiccica sul social network la foto della sua busta paga di settembre. «Mediamente come assessore guadagno 8mila euro netti al mese per 12 mensilità», aggiunge (anche se nella scorsa legislatura, lo confessa lui stesso nell’intervista a TgCom24, ne guadagnavo 10mila netti al mese come del resto tutti gli assessori). Se la scure di Monti dimezzera davvero gli stipendi dei governatori, Cattaneo scenderà a 4mila. Netti. Come farà a pagare il mutuo, le bollette e le rette scolastiche dei tre figli, si domanda. Chissà quante volte tutti gli italiani che non hanno l’onere, né l’onore, di fare politica se lo sono domandati.

L’assessore non ce ne voglia, ma ci siamo permessi di spiare la sua situazione ipotecaria tramite una visura catastale. Abbiamo scoperto che di mutuo paga 1300 euro al mese. E’ questa la rata mensile di un mutuo quindicennale siglato con Banca Intesa nel 2002 (mancano solo 5 anni per estinguerlo, forza assessore) sulla casa poco fuori Varese in cui Cattaneo ha il piacere di rifugiarsi tutte le sere dopo le sue 12 ore di lavoro. Più che casa si dovrebbe dire villetta: l’unità immobiliare ha 14 stanze, è circondatata da un bel parco e per quanto si vede dall’immagine tratta da Google earth ha pure una piscina. «La villa di proprietà dell’assessore è inserita in un contesto di condominio di lusso, in cui vivono altre 13 famiglie, e la piscina è una piscina condominiale», precisano dal suo staff.


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Se davvero lo sventurato Cattaneo finirà per guadagnare solo 4mila euro al mese, insomma, non dovrebbe fare fatica a rispettare l’impegno preso con la banca. Ma c’è un altro omissis che lombardi, italiani e lavoratori in genere faranno fatica a perdonare all’assessore, varesino di nascita, ma di fede interista. I suoi emolumenti non si limitano a quelli come assessore ai trasporti. Cattaneo, da almeno 7 anni, è anche consigliere indipendente della società aeroportuale Sea. Un incarico che gli dovrebbe fruttare (anche se l’azienda non può confermare) circa 2mila euro al mese. Inoltre è consigliere del consiglio di sorveglianza di Infrastrutture lombarde.

«Lasciatemi in mutande, ma basta con questa antipolitica – ha azzardato ieri durante la trasmissione pomeridiana di Tgcom24 per spiegare le sue ragioni – la mia è una provocazione. Non intendo certo offendere gli italiani che lavorano e guadagnano meno di me, ma i politici vanno pagati e valutati per le responsabilità che hanno e per i risultati che ottengono. Io gestisco investimenti per 20 miliardi di euro e ho la responsabilità diretta di gestione su 2 miliardi di euro. Lavoro dalle 12 alle 15 ore al giorno e ho rinunciato a una carriera di dirigente nel privato per scendere nel pubblico. Non si può fare di tutte le erbe un fascio, c’è tanta politica con la schiena dritta che lavora per il bene della gente».

Tutto giusto e tutto vero. Forse Cattaneo ha solo sbagliato il momento. La pensa così anche Formigoni. «Ha posto un problema che c’è, ma lo ha fatto in modo totalmente sbagliato», ha detto il Celeste. Di poche parole, ma chiare.

Condannata l'eroina antimafia Pd: il tramonto di "Lady legalità"

Libero

Maria Grazia Laganà, parlamentare del Partito Democratico, condannata in primo grado: nei guai per le forniture ospedaliere. In imbarazzo tutto il partito

di Andrea Scaglia



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Condannata, sia pur in primo grado. Per truffa, falso e abuso. Due anni di carcere, pena sospesa. Certo la notizia è clamorosa, e non solo perché trattasi di parlamentare del Partito Democratico, dunque ennesima tegola giudiziaria per Bersani e compagnia. A essere giudicata colpevole dal Tribunale di Locri è stata infatti Maria Grazia Laganà. Vedova oggi 53enne di quel Francesco Fortugno che, all’epoca vicepresidente del Consiglio regionale calabrese in quota Margherita, venne assassinato il 16 ottobre 2005. Giusto l’altro giorno la Cassazione ha confermato in via definitiva gli ergastoli per un mandante - Giuseppe Marianò - e due esecutori. In qualche modo sconfessando la pista politico-mafiosa, e invece confermando la ricostruzione incardinata su una vicenda di rancori e gelosie professional-elettorali ambientata proprio all’ospedale di Locri - dove lavorava lo stesso Marianò e anche la moglie di Fortugno.

Per anni Maria Grazia Laganà ha ripetuto che i veri mandanti andavano cercati più in alto. E dopo l’elezione al Parlamento nel 2006 - sponsorizzata da Walter Veltroni e ripescata dopo i solito complicato gioco di rinunce e recuperi - ha rappresentato un punto di riferimento per quanto riguarda le manifestazioni di sensibilizzazione contro lo strapotere della ‘ndrangheta in Calabria. Per questo la condanna della Laganà fa sensazione: perché ha sempre fatto della legalità un punto fermo del suo impegno politico. Peraltro, lei ha sempre ripetuto - anche nelle dichiarazioni spontanee in aula prima del verdetto - di essere innocente. Si è autosospesa dal partito, «per evitare qualsiasi speculazione politica».

La vicenda che ha portato alla condanna della Laganà risale proprio a quando rivestiva il ruolo di vicedirettore sanitario dell’ospedale di Locri. Un’inchiesta cominciata dopo l’omicidio di Fortugno, in seguito allo scioglimento dell’Asl in questione e dopo la relazione compilata al commissario straordinario subentrato, il prefetto Paola Basitone, poi divenuta vice capo della Polizia. E comunque, le accuse si basano sulle dichiarazioni - che evidentemente la Corte ha ritenuto essere sufficientemente riscontrate - di un’ex dirigente dello stesso ospedale, Albina Micheletti - assolta nel processo.

La quale ha raccontato d’essere stata convocata nell’estate del 2005 dalla Laganà. E questa, alla presenza dello stesso Fortugno, avrebbe caldeggiato l’approvazione di una fornitura per il pronto soccorso da parte della ditta Medinex di Reggio Calabria. Dunque mascherine, divise, set universali per pazienti, supporti per terapia infusionale, borse di ghiaccio e quant’altro. Il commissario in carica in quel periodo, Benito Stanti, riferì poi in tribunale che arrivarono effettivamente in ospedale tre forniture di materiale ospedaliero per un valore di poco inferiore a 800mila euro, e di essersi insospettito perché la fornitura pareva eccessiva - un magazziniere gli confermò che di articoli del genere già  ce n’erano a sufficienza, e comunque la Medinex si riprese parte del materiale, per circa 130mila euro.

In ogni caso, per falso e abuso sono stati condannati a un anno e quattro mesi anche un altro ex dirigente dell’Asl, Maurizio Marchese, e Pasquale Rappoccio,  che della Medinex era il titolare. Rappoccio venne poi arrestato nell’ottobre 2011 dall’Antimafia con l'accusa di intestazione fittizia di beni e connivenze con la cosca Condello, e anche coinvolto nelle inchieste sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in Lombardia.