Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

martedì 25 settembre 2012

I prezzi di iPhone5: si arriva a 959 euro!

Corriere della sera




Sono online i prezzi a listino forniti da Tim per l’iPhone5, in arrivo in Italia da venerdì prossimo. Si parte da 729 euro per il modello da 16 Gb – come era stato anticipato da diversi siti – per passare a 839 per quello da 32Gb fino ad arrivare alla cifra forse record per uno smartphone di 959 euro per il modello di punta con 64 Gb a bordo. Come spiega iPhoneItalia, essendo i prezzi senza contratto – e considerando che il listino Tim è sempre stato identico a quello Apple – in Italia l’iPhone 5 costerà 50 euro in più rispetto a Francia e Germania. Se la notizia sarà confermata, online rimbalzano già le tabelle di confronto per chi fosse interessato a comprare il gioiellino all’estero (qui sotto quella di HdBlog di qualche giorno fa: infatti il prezzo del 64 Giga non corrisponde. Sempre da HdBlog è stata presa l’immagine amara-spiritosa che apre il post).



Sempre su iPhoneItalia è quindi possibile trovare una foto che rende conto dei prezzi dello smartphone di Apple attraverso le offerte in abbonamento di 3Italia.



Infine, per chiudere il giro degli operatori, su Tom’s Hardware è stata pubblicata una tabella che riassume molto bene l’offerta di Vodafone per l’Italia. Sotto un’immagine presa dal sito sull’abbonamento chiamato Relax per il 16 Gb

Via libera del Senato: presto lo stop automatico alle "cartelle pazze"

Chiara Sarra - Mar, 25/09/2012 - 18:59

La Commissione finanze ha messo a punto il testo del ddl: se l'ente non risponde entro 220 giorni, la cartella sarà automaticamente annullata. Resta il nodo delle cosiddette ganasce fiscali


Presto le "cartelle pazze", quelle con importi a diverse cifre, risultato di errori da parte del Fisco, potranno finalmente far meno paura ai malcapitati che le ricevono.



La commissione Finanze del Senato ha infatti messo a punto il testo di un ddl (in realtà presentato tre anni fa) che permette il loro annullamento.

Il meccanismo è semplice: il contribuente che dovesse ricevere una cartella esattoriale prescritta o errata potrà, entro 90 giorni dalla notifica, presentare una dichiarazione all'ente creditore, che avrà ulteriori 60 giorni per dare una risposta. Trascorsi "inutilimente" 220 giorni dalla dichiarazione iniziale, la multa sarà automaticamente annullata. E per i cittadini che provano a fare i furbi sono previste sanzioni onerose e responsabilità penale per aver dichiarato il falso. La norma ha il sostanziale via libera del governo, ma resta da sciogliere il nodo sull'attenuazione delle cosiddette ganasce fiscali sotto i 2mila euro.

Grillo attacca la stampa. E Favia lo sfida: "Io non lascio"

Luca Romano - Mar, 25/09/2012 - 16:06

Il leader del M5S attacca la stampa e parlando dei giornalisti dice: "Vorremmo conoscerli più da vicino: i loro nomi, il loro curriculum, i loro pensieri. Vorremmo sapere qual è il loro stipendio, vogliamo intervistarli..."

Non gli è piaciuto come la stampa ha parlato dell’evento di domenica scorsa a Parma.





E così Beppe Grillo si è scagliato, ancora una volta, contro i giornali e il mondo dell'informazione italiana tout court. Mondo che preferisce snobbare, preferendo per le sue interviste tv straniere.
Ma detto questo, lo sfogo e l'attacco del guru genovese sono subito comparsi sul blog del leader del MoVimento 5 stelle. Che si èesibito in una categorizzazione sciasciana dei giornalisti.

"Con un’informazione libera l’Italia cambierebbe in 24 ore. I giornalisti italiani si suddividono in tre categorie: gli indipendenti (pochi, eroici e spesso emarginati), gli schiavi (tantissimi, sfruttati epagati 5/10/20 euro a pezzo) e i Grandi Trombettieri del Sistema, nominati in posizioni di comando dai partiti e dalle lobby (direttori di testata, caporedattori, grandi firme, intellettuali per meriti sul campo)", scrive l'ex comico, polemizzando sulla copertura mediatica dell’evento di Parma.

"A Parma tecnici ed esperti hanno discusso per ore di inceneritori, dei danni alla salute, della loro assoluta inutilità, di rifiuti zero, dei tre miliardi di debiti di Iren, società quotata in Borsa e posseduta in maggioranza dai Comuni targati pdmenoelle. Nulla di tutto questo è stato riportato. La piazza vuota, semi vuota, quasi piena è stato l’unico argomento di interesse (in piazza della Pace erano presenti 3.000 persone e decine di migliaia erano collegate in streaming). 

Parlare d’altro per non parlar di niente", ha tuonato Grillo, aggiungendo che "il conflitto di interessi tra informazione e potere economico e politico è diventato insopportabile" e che "l'Italia è un’Isola dei Famosi, un reality show di sessanta milioni di persone che ascoltano favole, racconti fantastici in dosi così massicce e da così lungo tempo da aver trasformato il Paese in un gigantesco Truman Show in cui la verità è menzogna e la menzogna è verità".

Infine, il proprietario del logo del Movimento 5 Stelle ha concluso con una ironica (?) provocazione: "Intervistiamo i giornalisti che si presentano agli incontri pubblici e alla manifestazioni e pubblichiamo i video su Youtube. Lo faranno volentieri per salvaguardare il diritto all’informazione".
Intanto, il tema della democrazia interna, esploso con il fuorionda del consigliere regionale dell'Emilia-Romagna Giovanni Favia, continua a tenere banco. E proprio Favia, intervistato da Radio 24, è tornato sull'argomento.

"Il tema non è Favia che pone dei problemi di democrazia, ma è che ci sono moltissime persone nel movimento che hanno voglia di capire come saranno queste dinamiche", ha dichiarato il consigliere, aggiungendo come "purtroppo si è alzato un muro da parte di Beppe Grillo e dello staff e non posso farci nulla, io continuo il mio lavoro in Regione con lo stesso impegno di prima".

Poi, Favia lancia una vera e propria sfida a Grillo: "Sotto un profilo politico, che io abbia o meno la fiducia di Beppe, non cambia in alcun modo il fatto che io possa portare avanti la bandiera del M5S e soprattutto la mia battaglia al servizio dei cittadini in Regione. Beppe Grillo è padrone del logo, ma non è padrone del movimento. Il movimento l’abbiamo creato mattone su mattone sul territorio, io sono stato eletto da una lista civica. 

Nonostante Beppe Grillo mi indicò come candidato presidente, io feci comunque le primarie nella nostra regione. Sono stato scelto e votato dai cittadini e quindi rispetto il mio impegno con loro".Al di là dei dissidi con Grillo, secondo Favia, la questione sono i tanti nel M5S che chiedono strumenti di democrazia interna a livello nazionale e che non vanno delusi perché "se noi sbagliamo le elezioni per il Parlamento, non ci sarà una seconda chiamata. Come abbiamo aumentato i voti velocemente, così li possiamo perdere".

Il «momento Palin» di Romney: «Perché non si possono aprire gli oblò negli aerei?»

Corriere della sera

Le dichiarazioni mentre commenta l'atterraggio d'emergenza della moglie Ann. Ironie da giornali e social network

C’era una volta Sarah Palin, la ex governatrice dell’Alaska. Nel 2008 la stella nascente della politica Usa avrebbe potuto sedersi sulla poltrona di vice-presidente degli Stati Uniti se John McCain avesse superato Barack Obama, ma soprattutto se la hockey mom non fosse incappata nelle oramai famose (e innumerevoli) gaffe. La stessa sorte sembra toccare ora a Mitt Romney. L’ultima cantonata del 65enne mormone? A una cena di beneficenza si è lamentato perchè non è possibile aprire i finestrini degli aerei. «Un grave problema in caso di incidenti», ha detto. E la rete ride.

LE DICHIARAZIONI - Come mai Mitt Romney ha detto una cosa simile, ignorando apparentemente i terribili rischi della conseguente depressurizzazione del velivolo in caso di apertura dell’oblò? Il repubblicano stava parlando ai sui a Beverly Hills della moglie Ann, costretta venerdì scorso a un atterraggio d'emergenza a Denver, in Colorado. Il velivolo sul quale viaggiava, un jet usato per la campagna del marito, aveva infatti avuto un'avaria, con infiltrazione di fumo in cabina. «Non credo si sia resa conto di quanto ci siamo preoccupati», ha raccontato Romney dal podio accanto alla consorte. Aggiungendo: «Quando c'è un incendio su un aereo, non si sa dove scappare, e non si può far entrare aria perchè i finestrini non si possono aprire. Non so perchè lo facciano (i costruttori degli aerei, ndr). E' un vero problema. E’ molto pericoloso».

IL WEB NON PERDONA - Come riferisce il Los Angeles Times non è chiaro se qualcuno dei presenti gli abbia spiegato le conseguenze dell'apertura degli oblò: il gelo (la temperatura all’esterno scende anche di 40 gradi) e i bassi livelli di ossigeno in alta quota ucciderebbero i passeggeri, mentre la differenza di pressione fra l'esterno e l'interno rischierebbe di spezzare l'aereo. I commenti sarcastici si sprecano. «E’ incredibile, dovrebbe sapere queste cose. Dopotutto ha trascorso molte ore in volo», scrive Patrick Smith dal suo blog Ask the pilot. Non perdona Twitter. Accanto all’hashtag #RomneyPlaneFeatures gli utenti presentano al multimilionario Romney nuove e strabilianti idee come far costruire il suo «Air Force One ideale». Premesso, ovviamente, che vinca le elezioni di novembre.

Elmar Burchia
25 settembre 2012 | 16:09

Mujica, il taglio nel naso e le buche dell'Avana

La Stampa

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YOANI SANCHEZ


Fu una lastra del tetto che volava nel vento a provocare un taglio nel naso del presidente uruguayano José Mujica. Un pezzo di metallo che si staccò, proprio quando aiutava un vicino a rinforzare la copertura del tetto della sua casa. L'aneddoto ha fatto il giro dei media e delle reti sociali come esempio della semplicità di un uomo di governo già noto per il suo austero modo di vivere. Si trovava lì, come un contadino qualsiasi, per fare in modo che l'uragano non si portasse via le tegole di un'abitazione vicina alla fattoria dove vive, a Montevideo. Senza dubbio, un aneddoto carico di insegnamenti che molti altri governanti del mondo dovrebbero imitare.

La storia di Pepe Mujica mi ha fatto riflettere sulla separazione che esiste a Cuba tra il modo di vivere dei dirigenti e il popolo. Il contrasto è così marcato, così abissale, che determina buona parte degli errori che i primi commettono al momento di prendere decisioni. Il problema non è che abitano case migliori, risiedono in stupendi quartieri residenziali e che guidano auto più moderne. No. La grande differenza sta nella mancanza quasi totale di pratica che hanno le autorità in relazione ai problemi che affliggono il nostro quotidiano. Non sanno cosa voglia dire attende per oltre un'ora a una fermata dell'autobus, non conoscono lo sconforto di un'interruzione elettrica nel bel mezzo della notte, il fastidio di camminare per strade prive di illuminazione pubblica o piene di buche.

Non hanno la più pallida idea dell'odore di sudore rancido che pervade gli interni dei camion dove viaggiano decine di persone da un paesino all'altro, né del baccano prodotto dai carri a cavalli che rappresentano per molti l'unico mezzo di trasporto. Non hanno mai passato una notte nella stazione La Coubre, in lista d'attesa per ottenere un biglietto del treno, né hanno dovuto pagare l'equivalente del salario mensile a un custode che rivende i tickets per salire sopra un vagone scassato. Quando mai un comandante o un generale di questo paese è entrato in un negozio che smercia prodotti in pesos convertibili per vedere se il macinato di carne si vendeva a un prezzo più economico ed è dovuto uscire perchè il denaro non bastava per nessuna merce esposta sugli scaffali?

Da quanto tempo un ministro non apre un frigorifero e si rende conto che l'acqua avanza ma manca il cibo? Il presidente del parlamento avrà dormito qualche volta sul materasso rattoppato in continuazione dalla nonna? Avrà rammendato gli indumenti intimi per continuare a usarli? Avrà usato l'aceto da cucina per lavarsi i capelli come se fosse uno shampo? I figli di questi gerarchi sanno qualcosa di quelle umide prime ore del mattino che devi passare ad accendere il fornello a kerosene per preparare il cafè per la prima colazione? Hanno visto da vicino la faccia del funzionario che dice “no” – quasi con gusto - quando gli si chiede l'esito di una pratica? Qualcuno di loro avrà dovuto vendere pacchettini di arachidi per sopravvivere come fanno tanti vecchietti in pensione per tutto il paese?

Non possono governarci perchè non ci conoscono. Non sono capaci di trovare soluzioni perchè non hanno mai sofferto le nostre stesse difficoltà. Non ci rappresentano perchè ormai da troppo tempo si sono persi in un mondo di privilegi, comodità e lusso. Non hanno la più pallida idea di che cosa voglia dire, al giorno d'oggi, essere un cubano.

Traduzione di Gordiano Lupi - www.infol.it/lupi

Polverini si dimette e si sfoga: «Consiglieri personaggi da operetta»

Il Messaggero

Svolta nella crisi dopo le inchieste sulle spese d'oro del Pdl. La governatrice: «Indegni, li mando a casa io». Voto anticipato entro sei mesi. Casini: «Ora partiti più trasparenti»

di Alberto Gentili


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ROMA - Per un solo istante brilla un luccicone negli occhi di Renata Polverini. Brilla quando abbraccia Francesco Storace, prima d’infilare a passo di carica la porta d’uscita. «Ora sono una donna felice, libera. Domani? Intanto non mi suonerà la sveglia», quasigrida dribblando i cronisti. E lasciando sui taccuini una minaccia: «Ora potrò dire ciò che ho taciuto per senso dello Stato. Sono pulita, continuerò a fare politica a testa alta». Nuovo ringhio: «Gli altri, tutti gli altri, li mando a casa io. Non sono degni di sedere in Consiglio. Ma ora lasciatemi andare a cena. Ci andrò con le mie carte di credito, come ho sempre fatto in questi due anni e mezzo». E via, protetta dalla scorta.
 
La governatrice sbarca al residence Ripetta poco prima delle otto di sera, pantaloni bianchi e maglietta in tinta con l’immancabile décolleté. La grinta verace è quella di sempre: «Se siete pazienti parlo in conferenza stampa, se no facevamo una manifestazione...», sibila ai cronisti. Al suo fianco Luciano Ciocchetti, Udc, vicepresidente della Regione. In sala assessori e consiglieri di Città nuove, la sua lista, precipitati da Latina e dintorni. Quando Renata s’affaccia, scatta un applauso. Fino a quel momento facce scure e discorsi bisbigliati, come a un funerale. Polverini si mette in posa dietro al tavolo, sorriso ostentato e prolungato a uso e consumo delle telecamere. Poi attacca, parole scandite e sguardo fisso verso gli obiettivi. Non è più tempo di sorridere.
 
L’incipit suona come quello di Massimo Troisi: «Scusate il ritardo. Scusate se vi ho fatto aspettare. Ma l’ho voluto dire prima al presidente Napolitano e al premier Monti». Cosa? S’interroga impaziente la platea. E Polverini: «La mia decisione irrevocabile di dimettermi».
 
E’ il momento di imbracciare l’artiglieria. La governatrice usa il cannone senza risparmiarsi: «Non potevo mai immaginare che in Consiglio, pieno di personaggi da operetta, si facesse un uso sconsiderato di fondi pubblici. La mia giunta è pulita, ha operato bene. Ma il Consiglio regionale è indegno. E allora li mando a casa io». E giù bordate anche contro l’opposizione: «La festa era finita da lunedì, ma ho atteso oggi per smascherare la loro falsità. Potevano presentare questa mattina le dimissioni al segretario generale, ma non l’hanno fatto. Sono dei vili, dei codardi, hanno approvato i tagli pensando di poter fare inciuci. Mi è stato detto che è la prima volta dal 1970 che un governatore se ne va senza avere colpe».
 
Non una pausa. Neppure per prendere fiato. C’è da parlare del futuro, c’è da professare l’estraneità al Lazio-gate: «Continuerò a fare politica, continuerò a testa alta. Con questi malfattori non ho nulla a che fare. Questa storia nasce da una faida interna al Pdl, frequentato da personaggi ameni che si aggirano per l’Europa». Chiara l’allusione al «nemico» Antonio Tajani.

Lo sponsor del presidente del Consiglio regionale, Mario Abbruzzese: «Sono inorridita per ciò che è accaduto, prendetevela con lui. Ben venga questo dibattito su chi aveva bisogno di un Suv e chi mangiava ostriche. Ma non le mangiava solo il Pdl... Io non ci sto, vadano a casa e non si azzardino a parlare di me». Prima pausa. Sguardo ancora più duro: «Spero che la Procura lavori bene, i colpevoli devono pagare».
 
Scatta lo sfogone. L’ex pasionaria del sindacato nero scivola sul piano personale: «Io dico basta. Basta per le persone che lavorano con me, non lo meritano. Non lo merita la mia famiglia che è stata infangata. Ma ora mi sento bene, mi sento finalmente una persona libera. Da due anni e mezzo mi sentivo in gabbia, però già respiro meglio. Spero di dormire questa notte, non ci riesco da giorni. Il sonno non mi è mancato perché avevo la coscienza sporca, ma perché ero in gabbia». Nota civettuola: «Tra le cose positive di questi giorni c’è che ho mangiato poco e quindi mi dicono che ho una linea straordinaria».
 
E’ il momento dei ringraziamenti. All’Udc: «Il loro comportamento è stato ineccepibile, Ciocchetti, Cesa, Casini mi sono stati a fianco fino all’ultimo». A Francesco Storace: «Ha sofferto più di me». Scatta l’applauso. Prima piano, poi ritmato. Storace abbraccia Polverini. Sgorga il luccicone. Arriva l’addio infilando l’uscita: «Nulla mi avrebbe convinta a restare, la situazione era troppo compromessa. Ma ora dirò tutto, ho visto cose allucinanti. Adesso sono libera, sono una donna felice». Non sembra.


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Regione Lazio, ecco la spartizioni tra tutti i gruppi



Renata Polverini si dimette, rabbia e sorrisi alla conferenza stampa



a Roma spuntano i manifesti della Polverini: «Ora facciamo pulizia»



Martedì 25 Settembre 2012 - 10:10
Ultimo aggiornamento: 12:39

Georgia, quando la tortura finisce in televisione

Corriere della sera
di Riccardo Noury


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E così anche la Georgia ha la sua piccola “Abu Ghraib”. Niente a che vedere, si spera (anche se le autorità giudiziarie del paese sono state sollecitate ad approfondire), con la dimensione e la sistematicità del sistema di tortura praticato dalle forze statunitensi in Iraq ed emerso nel 2004; ma qualcosa di simile per quanto riguarda lo scandalo prodotto dalla diffusione di riprese filmate di pestaggi e stupri di detenuti (di cui qui mostriamo solo una parte). La scorsa settimana, Maestro Tv e Canale 9 hanno mostrato a un pubblico attonito le immagini delle torture praticate un mese fa nella prigione n. 8 della capitale della Georgia, Tbilisi. Si vedono prigionieri picchiati da una quindicina di guardie carcerarie mentre altri sono in attesa del loro turno in una stanza adiacente. In un’altra sequenza, due prigionieri vengono sodomizzati con un bastone e un manico di scopa e la violenza continua nonostante urlino di farla cessare.

Il 19 settembre il procuratore generale della Georgia, Murtaz Zodelava, ha comunicato l’avvenuto arresto di 10 persone, tra cui il vicecapo della direzione penitenziaria Gaga Mkurnalidze, il direttore della prigione n. 8 Davit Khutchua e il suo vice. Sull’onda dello scandalo, la ministra per la Giustizia e le carceri, Khatuna Kalmakhelidze, si è dimessa. Le due emittenti televisive hanno dichiarato di aver ricevuto il filmato da Vladimir Bedukadze, ex funzionario della direzione penitenziaria, che dall’estero ha accusato direttamente il ministro dell’Interno Bacho Akhalaia di aver ordinato le torture. Questa circostanza ha inizialmente spinto il governo a sostenere la tesi del complotto straniero e di torture ricostruite su un set cinematografico, allo scopo di danneggiare il paese in vista delle elezioni parlamentari del 1° ottobre.

L’indignazione provocata dalle immagini e dalla goffa difesa del governo hanno spinto migliaia di cittadini in piazza e costretto il presidente Mikhail Saakašvili a promettere una profonda riforma del sistema penitenziario e dure condanne per i responsabili delle torture. Gli attivisti georgiani sostengono che quello che si è visto nelle immagini è solo la punta dell’iceberg. Oltre 20 organizzazioni non governative hanno denunciato l’assenza di indagini, nonostante 700 detenuti di un’altra prigione, la n. 15, avessero firmato una lettera di protesta. A dar loro ragione è arrivata una dichiarazione del Difensore civico della Georgia, Giorgi Tugoshi, che il 19 settembre ha parlato di “varie forme di trattamento improprio, disumano e degradante” praticate sistematicamente nella prigione n. 8.

La dichiarazione cita anche le prigioni n. 2, n. 15 e n. 18, dove sono stati riscontrati casi simili a quelli rivelati nella prigione n. 8, e non solo ultimamente. Che il fenomeno della tortura nelle prigioni della Georgia sia strutturale, lo testimoniavano già nel 2005 un rapporto del Relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura e sugli altri trattamenti o pene crudeli, disumani e degradanti, e l’anno dopo un altro rapporto del Comitato Onu contro la tortura. A quei rapporti, la Georgia replicò nel 2007 presentando un piano d’azione che aveva l’obiettivo di individuare misure concrete per prevenire i maltrattamenti e la tortura. Un piano, a quanto pare, del tutto inattuato.

Ikea censura la foto pro Pussy Riot

Corriere della sra

Il colosso svedese rimuove dal sito russo un'immagine che ritrae 4 ragazzi con un passamontagna seduti su mobili Ikea

La foto pro Pussy Riot che Ikea ha deciso di rimuovere dal suo sito

Quando la foto di quattro ragazzi con indosso dei passamontagna colorati comodamente seduti su un sofà Ikea è comparsa sul sito russo del marchio svedese, all'ufficio centrale devono aver tremato. Quei volti coperti dalla lana colorata mandano infatti un messaggio forte e chiaro. E, cioè, sostengono le Pussy Riot, la band punk di cui tre componenti sono state condannate a due anni di carcere per un concerto anti Putin in una cattedrale di Mosca. Un processo che ha fatto discutere il mondo e che ha dimostrato come il regime di Putin non perdoni chi lo contesta. Così all'Ikea russa ci hanno pensato un po' e poi hanno deciso di rimuovere l'immagine.

MEGLIO NON RISCHIARE - Censura per evitarsi grane? «Noi siamo un'organizzazione commerciale indipendente da qualsiasi visione politica e religiosa», hanno risposto nascondendosi dietro un dito. La foto era stata postata in una sezione dedicata al concorso per scegliere la miglior copertina del prossimo catalogo delle Pussy Riot. A firmarla, un utente di nome Starovoitova, proveniente dalla città degli Urali di Yekaterinburg. Passano poche ore da quando quei ragazzi con il passamontagna seduti sull'Ektorp vanno online, e lo scatto diventa primo in classifica con 1.431 voti. Troppo pericoloso per l'ufficio commerciale - in Russia Ikea ha appena investito 2.5 miliardi di euro - che decide di censurare il tutto.

Forse a influenzare il colosso svedese sono stati i problemi riscontrati anche in altri paesi. Già, perché Ikea non è nuova alla provocazioni. Un esempio è la campagna pubblicitaria a favore delle coppie gay lanciata in Italia. O, ancora, sempre in Russia vennero lanciati dei manifesti per pubblicizzare un letto, con il claim: «Il 10% degli europei è stato concepito nei nostri letti». E ancora, il catalogo Ikea è la pubblicazione più letta nel mondo. Dopo la Bibbia, grazie a Dio». Insomma, in passato il colosso svedese ha dimostrato coraggio lanciando campagne provocatorie, anche andando contro la linea politica dei governi dei paesi in cui opera. Ma questa volta, sulle Pussy Riot, ha scelto la strada della censura. Peccato.


Marta Serafini
@martaserafini25 settembre 2012 | 10:34

Venti centesimi di euro: pochi per parcheggiare, ma sufficienti per condannare il posteggiatore

La Stampa

Le minacce, anche velate, di danneggiare l’automobile rappresenta l’elemento centrale: addebitabile l’estorsione al parcheggiatore abusivo. Tutto ciò a prescindere dalla esiguità della somma richiesta all’automobilista. Lo afferma la Cassazione con la sentenza 21942/12.

Il caso

Semplice obolo, lo chiama il parcheggiatore abusivo, sottintendendo che la richiesta di 20 centesimi di euro sia davvero poca cosa, peraltro in cambio di un servizio prezioso, ossia la custodia dell’automobile. Ma, per la giustizia, la definizione è molto diversa: estorsione piena, neanche semplicemente tentata. Soprattutto tenendo presenti le velate minacce espresse nei confronti dell’automobilista. Spazio destinato a parcheggio, senza nessun parchimetro, per fortuna, ma, in Italia, l’abitudine, pessima, è che quello spazio divenga di proprietà di posteggiatori abusivi.

Che a volte si limitano a chiedere qualche moneta agli automobilisti, e altre volte decidono di ricorrere alle minacce, ossia ipotizzano ‘sfregi’ alla vettura, per vedere ‘ricompensata’ la loro ‘vigile’ presenza. Quest’ultima ipotesi, però, permette di addebitare al parcheggiatore abusivo il reato di estorsione. Esemplare la vicenda in esame, con un’automobilista costretto a ‘donare’, più volte, somme tra i 20 e i 30 centesimi di euro, per evitare il danneggiamento alla propria vettura. Per i giudici, però, nessun dubbio è possibile: viene riconosciuto, sia in primo che in secondo grado, il reato di estorsione.

Servizio a pagamento? Valutazione esagerata, quella compiuta dai giudici, secondo il posteggiatore, che presenta ricorso in Cassazione puntando a rendere meno gravi gli episodi messi in evidenza dall’automobilista. E' chiara la linea seguita dal legale che lo rappresenta: il parcheggiatore si è quasi sempre limitato a «dolersi dell’esiguità della somma» ricevuta «senza porre in essere alcuna minaccia», eppoi «la mera richiesta di un obolo non poteva essere considerata una minaccia rilevante» nell’ottica del reato di estorsione, perché era, comunque, stato offerto «un servigio».

Di avviso completamente diverso, però, sono i giudici della Cassazione, i quali mostrano di condividere appieno le valutazioni effettuate in Appello – arrivando quindi alla conferma della pronuncia di secondo grado – e di considerare grave il comportamento tenuto dal parcheggiatore abusivo. Quest’ultimo, difatti, aveva espresso «minacce pressanti» nei confronti dell’automobilista, ipotizzando il danneggiamento della vettura, soprattutto alla luce delle piccole somme che gli erano state donate.

E in un episodio, in particolare, l’automobilista, dopo aver ‘pagato’, era stato costretto a spostare l’automobile e a parcheggiare altrove, perché quest’ultimo aveva ritenuto «non sufficiente» la piccola somma di denaro che gli era stata data. Lapalissiana l’estorsione compiuta, sottolineano i giudici, caratterizzato da «violenza e minaccia», e a prescindere dalla «modestia della somma» richiesta dal parcheggiatore.

Sallusti, salta l'accordo con il giudice

La Stampa

Il direttore del Giornale domani rischia il carcere: "Voleva soldi, la mia libertà non è in vendita"

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«Ho dato disposizione ai miei avvocati di non chiudere l'ipotesi di accordo con il magistrato che mi ha querelato per un articolo neppure scritto da me e che ha ottenuto da un suo collega giudice la condanna nei miei confronti a un anno e due mesi di carcere». Lo scrive oggi in un editoriale il direttore del Giornale Alessandro Sallusti intervenendo sul caso della sentenza che lo vede accusato di diffamazione.
 
«Il signore voleva altri soldi - prosegue il giornalista -, oltre i trentamila euro già ottenuti, in cambio del ritiro della querela e quindi della mia libertà. Io penso, l'ho già scritto, che le libertà fondamentali non si scambino tra privati come fossero figurine ma debbano essere tutelate dallo Stato attraverso i suoi organi legislativi e giudiziari. Anche perché nel caso specifico c'è un'aggravante, e cioè che a essere disposto a trarre beneficio personale dal baratto è un magistrato».
 
Sallusti svela un particolare della vicenda: «In primo grado sono stato condannato a cinquemila euro di multa più diecimila di risarcimento, nonostante l'accusa avesse chiesto per me due anni di carcere. Al momento di stendere le motivazioni della sentenza, il pm si pente: ho sbagliato a non dare a Sallusti anche una pena detentiva, scrive nero su bianco, ma ormai è fatta. Che cosa è intervenuto tra la sentenza e la stesura delle motivazioni? Non è che per caso qualcuno ha privatamente protestato per la mitezza della condanna, che a mio avviso era invece più che equa, non avendo io diffamato nessuno?».

Er Batman e gli eroi mascherati Tutti i superpoteri alla ciociara

Quotidiano.net


Stefano Galletti: "Senza auto blu dovrò guidare io e fare meno telefonate. Certo, potrei usare l'auricolare". Renata Polverini: "Non me reggo in piedi. Me so fatta 'na pannecchiella in macchina" 
di Luca Bolognini

ROMA, 25 settembre 2012


STABILIRE chi sia più coatto tra Fiorito-Er Batman e De Romanis-Ulisse è un po’ come risolvere l’annoso dubbio se sia più forte Superman o Hulk. L’unica certezza è che dal Laziogate è emersa una stirpe di nuovi eroi, dotati di poteri ciociari devastanti.
 
IL CAVALIERE OSCURO Francone Fiorito non ha nulla da invidiare a Bruce Wayne. Come il miliardario di Gotham non ama la luce del sole: «Si alza tardi, verso mezzogiorno. Prende l’auto — ha raccontato un suo vicino di casa — e se ne va. Qualche volta esce ancora più tardi». Fiorito, 180 chili di strapotere, è una vera macchina da guerra. Tra i suoi ‘nemici’ c’è Alemanno: «L’altro giorno — ha affermato spavaldamente Er Batman — me lo volevo mettere nel taschino». Anche lui, come il personaggio creato da Bob Kane e Bill Finger, aiuta sempre e solo i più deboli. «Io non rubavo.

Non ho mai rubato. E se ho sbagliato l’ho fatto in buona fede. Io — ha spiegato davanti alle telecamere — distribuivo risorse». Il suo carisma è l’arma in più. «Nella mia vita — ha raccontato Bruno Galassi, segretario del gruppo Pdl in Regione — non ho mai comandato, ho fatto solo il dipendente. Anche nel gruppo del Pdl. Diciamo che non avevo libero arbitrio. Ero senza lavoro. (Fiorito,ndr) è stata un’ancora di salvezza. Il capo disponeva di me». Ma per Francone una sola Batmobile (il Suv di cui aveva «tremendamente bisogno») non era abbastanza. «Perfino ai night — ha fatto sapere Claudio Celletti, compagno di partito — ci andava con la macchina del Comune di Anagni. Tre, quattro, cinquemila euro a notte». Puro stile Bruce Wayne, insomma. Ma anche il Federale di Anagni ha un punto debole: «Sono allergico alle ostriche», ha spiegato in tv.
 
IL PROFESSOR XAVIER Il leader degli X-Men è dotato di un’intelligenza sopraffina, ma in molti alla regione Lazio potrebbero umiliarlo. Tra loro c’è Stefano Galletto. «La mia vita senza auto blu? E come vuole che cambi? Vorrà dire — ha spiegato in vista dei tagli operati dalla Polverini — che quando sarò in macchina dovrò guidare io e fare meno telefonate». Una vera tragedia, evitata solo dagli iperattivi neuroni del consigliere Pd: «Potrei usare l’auricolare». Eureka! Sembra che la Nasa, impressionata dalla velocità di elaborare nuove strategie in ambienti ostili, sia già sulle sue tracce.

L’UOMO RAGNO
C’è anche chi si arrampica sugli specchi meglio di Peter Parker. Carlo De Romanis, nonostante le foto del toga party organizzato in suo onore circolassero da tempo su Facebook, ha sfruttato alla grande il suo senso di ragno per evitare le accuse: «Ma quali donne semi svestite? Era una festa in costume con gladiatori e vestali per celebrare il Natale di Roma».
 
DEVIL Sono in molti alla Pisana a voler soffiare il costume rosso all’eroe non vedente della Marvel. L’elenco di chi non si è accorto di quello che stava succedendo, almeno secondo le dichiarazioni ufficiali, è sterminato. In pole position per prendere il posto di Devil c’è Mario Brozzi. «Mario Abruzzese (il presidente del consiglio regionale, ndr) pagava, io non chiedevo. E in ogni caso — ha spiegato — non ho mai avuto motivo di ragionare su questa cosa fino a questi giorni. Ricevevo una cifra che ritenevo più che congrua e cercavo di utilizzarla al meglio».

SUPERWOMAN
Renatona Polverini sperava di sostituire Clark Kent, ma lo scandalo che le è esploso tra le mani l’ha messa ko. «Psicofisicamente — giurava spavalda — a me nun m’ammazza nessuno. Nun c’è provà». Come l’Uomo di Acciaio ha dimostrato di saper tornare indietro nel tempo: «Le mie dimissioni erano vere, ma sospese». Nei giorni scorsi, in ogni caso, aveva cominciato a dare i primi segni di cedimento: «Ieri sera, per la prima volta, ho preso delle gocce per dormire, non l’avevo mai fatto, eppure — aveva confessato — ne ho passate tante». Ma il vero colpo di grazia è arrivato dai più piccoli. «Non me reggo in piedi. Me so fatta ‘na pannecchiella in macchina. Sai – aveva raccontato al sindaco Servadio — so’ stata con i bambini emiliani allo Zoomarine». Criptonite allo stato puro: troppo anche per Super Renata. Le dimissioni, evidentemente, erano inevitabili. In pochi però sono preoccupati: i nostri politici, come i supereroi, alla fine tornano sempre.

Catalogna, se torna alle urne è per chiedere l'indipendenza

La Stampa

Dopo la rottura con il premier Rajoy, il governatore Mas è tentato dal voto anticipato

Alessio Schiesari


Cattura
Patto fiscale, elezioni anticipate e referendum indipendentista. Artur Mas, il governatore della Catalogna, fa il gioco delle tre carte per tenere sotto scacco Mariano Rajoy e l’esecutivo a guida popolare di Madrid. Tre carte sul tavolo del negoziato più difficile per il premier spagnolo, quello del patto fiscale che Barcellona vorrebbe stravolgere, ottenendo la riscossione diretta dei tributi. Una richiesta inaccettabile per Rajoy, stretto nella tagliola dell’austerity tedesca e a capo del partito storicamente più centralista di Spagna: il PP. Mas e Rajoy si sono incontrati giovedì scorso per discutere dell’autonomia finanziaria rivendicata dalla Catalogna, ma l’incontro – com’era nelle previsioni – si è risolto senza nessun accordo. Le posizioni sono inconciliabili: Rajoy non può permettersi di allentare i cordoni della borsa proprio ora che sta discutendo con la Troika una seconda tranche di aiuti, questa volta non destinati alle banche, ma alle disastrate finanze dello Stato iberico.

Il governatore Mas è arrivato al palazzo della Moncloa - la sede della presidenza del consiglio - forte della manifestazione indipendentista che, lo scorso 12 settembre, ha portato nelle strade di Barcellona due milioni di catalani, un cittadino su quattro. Più che una manifestazione, una prova di forza che ha dato al “president” catalano la certezza di tenere il coltello dalla parte del manico, e lo ha spinto all’aut aut: o i soldi dei catalani rimangono in Catalogna, o accontenteremo la base e chiederemo l’indipendenza. Non prima però di tornare alle urne, fare il pieno di voti con Convergencia i Uniò (il suo partito) per sedersi al tavolo della trattativa più forte di prima.

Per uscire dall’impasse Rajoy ha provato a giocarsi gli ultimi due jolly rimasti: la monarchia e Confindustria, entrambe avverse alle rivendicazioni catalaniste. Re Juan Carlos una settimana fa ha pubblicato una lettera in cui chiede alla Catalogna un gesto di responsabilità, mettendo da parte le spinte centrifughe che «spaventano, minacciano e fanno litigare», in un momento delicatissimo per le finanze spagnole. «Con questa lettera, il re ha perso molti amici in Catalogna», è stato l'algido commento di Mas al messaggio di Juan Carlos.

Anche Juan Rosell, catalano doc e presidente della Ceoe, l’associazione padronale spagnola, ha tentato di dissuadere il leader di CiU: «La secessione della Catalogna sarebbe una follia. Lo scenario che si sta delineando inquieta tutti gli imprenditori spagnoli, non solo quelli catalani». Anche quest'appello però si è scontrato contro il muro di Mas, che non è arretrato di un centimetro: «Gli imprenditori mi hanno chiesto di tentare il possibile con il patto fiscale, ed è ciò che ho fatto. Noi non siamo diventati matti, vogliamo solo più Catalogna e più Europa». In altre parole, meno Spagna.

La tentazione di forzare la mano e tornare alle urne già quest’anno – il 25 novembre o il 2 dicembre – è forte, ed è quello che verrà discusso tra oggi e giovedì al parlamento catalano. Un eventuale voto anticipato potrebbe essere accompagnato da una dichiarazione di “Stato proprio”, senza però utilizzare espressamente la parola indipendenza. Almeno fino alla chiamata alle urne, dove CiU conta di ottenere una maggioranza bulgara. Per Mas sarebbero le prove generali del referendum secessionista che la base gli chiede con forza, e che il governatore potrebbe utilizzare per mettere Rajoy con le spalle al muro.

L’offensiva di Mas sta mettendo in imbarazzo il partito socialista sia a livello nazionale che regionale. Il suo leader a Madrid, Alfredo Rubalcaba, ha proposto ieri «una riforma costituzionale che guardi a un modello federale». «La Catalogna - ha continuato Rubalcaba - deve rimanere Spagna, ma essere una Catalogna forte». Una soluzione di compromesso per tentare di arrestare la slavina secessionista che scende dai Pirenei e sta travolgendo anche i socialisti catalani, spaccati tra le critiche a Mas e la paura di alienarsi le simpatie degli indipendentisti. Ieri il sindaco socialista di Leida Àngel Ros si è detto favorevole a un referendum sulla secessione che «tuteli il diritto dei catalani a decidere». Esattamente quello che Madrid vuole evitare.