Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

domenica 9 settembre 2012

In carcere 22 anni, per un errore L'ex ergastolano esce e si sposa

Corriere della sera

Il 13 febbraio l’assoluzione piena per non aver commesso il fatto. E ora comincia una nuova vita con Michela


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CERTALDO — Una vita ad aspettare giustizia per un delitto non commesso. Poi, il 13 febbraio l’assoluzione piena per non aver commesso il fatto, dopo 22 anni di ergastolo. E ieri nella chiesa di Certaldo, davanti ad un paese in festa, Giuseppe Gulotta, da uomo libero, si è sposato con Michela Aronica. Ad assistere alla cerimonia, anche il figlio William, 23 anni: «Con mio padre — ha detto — ci iniziamo a conoscere ora». «È il giorno più bello della mia vita — ha detto Gulotta, che è ancora in attesa di risarcimento dallo Stato — dopo quello della mia completa assoluzione. Mi hanno tolto la vita e poi me l’hanno restituita: segno che c’è ancora una giustizia che funziona».

L'ergastolano innocente si sposa

Emozionatissima la sposa, Michela Aronica: «Finalmente siamo insieme e felici» ha detto prima di entrare in chiesa, per la cerimonia celebrata dal Proposto di Certaldo, don Pierfrancesco Amati. Incredibile la vicenda giudiziaria di cui Gulotta è rimasto vittima: il 22 gennaio del 1976 nella caserma dei carabinieri di Alcamo vengono uccisi due carabinieri appena diciottenni, Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta. Gulotta viene condannato sulla base della testimonianza di Giuseppe Vesco, che accusa lui e due amici di Gulotta, poi fuggiti in Sudamerica.  Ma il brigadiere che raccoglie la deposizione di Vesco, ammetterà solo molti anni dopo la condanna di Gulotta, di aver usato maniere forti ed eccessivamente persuasive nell’interrogatorio di Vesco, che poi cercherà di ritrattare. Resterà però inascoltato, fino a quando nel 1977 viene trovato impiccato in carcere. Gulotta esce dal tunnel dell’ingiusta condanna solo 22 anni dopo quel delitto non commesso. A chi gli chiede notizia del risarcimento dello Stato, Gulotta risponde: «Ci pensano gli avvocati, io non ho ancora ricevuto nulla. Ma non ho mai perso la speranza e ora posso ricominciare a vivere».

Daniele Magrini
09 settembre 2012

Licenziato, riassunto, rilicenziato Art.18, l'odissea di un giornalista

Il Giorno

L'uomo, Antonio Voceri, 44 anni, aveva ottenuto il reintegro in base alla vecchia versione della norma dello Statuto dei Lavoratori. Una volta modificato dalla riforma Fornero, è stato nuovamente allontanato dal lavoro


Milano, 9 settembre 2012

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Licenziato illegittimamente, riassunto e nuovamente licenziato. E' l'odissea vissuta da un giornalista, a causa della nuova disposizione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, che consente i licenziamenti economici individuali e che in caso di una loro illegittimità prevede solo un risarcimento monetario. E' accaduto ad Antonio Voceri, 44 anni, dipendente di Tecnomovie, società che fornisce i contenuti a Sisal Tv per il quale sono state applicate le procedure della legge 28/6/2012, appunto l'art.18 modificato.

E' forse il primo caso di applicazione del nuovo art.18 nella categoria. Voceri, 44 anni, sposato e con due figli era stato licenziato e poi ripreso a lavoro ancor prima della causa per violazione del vecchio articolo 18. Infine è stato licenziato nuovamente. Assistito dall'Associazione lombarda dei giornalisti (Alg), ha impugnato il provvedimento ritenendolo nullo (in questo caso il dipendente viene reintegrato) perche' - come scritto nella procedura di conciliazione obbligatoria davanti alla Direzione territoriale del lavoro - e' ''una ritorsione relativa al precedente licenziamento illegittimo ed e' anche discriminatorio''. ''Oltretutto - vi si legge - vi sarebbe anche la possibilita' di un diverso collocamento in azienda''.

L'azienda invece ''contesta quanto dichiarato dal lavoratore, dichiarando che tale licenziamento non e' discriminatorio, non e' ritorsivo e non e' illegittimo'' e che ''soprattutto il lavoratore non e' ricollocabile''. L'azienda ha offerto sei mensilita' per evitare la causa. Proposta declinata da Voceri. ''Il sindacato dei giornalisti ha da subito messo in guardia sulla pericolosita' del nuovo art.18 - ha commentato il presidente dell'Alg, Giovanni Negri -. Sono convinto che il giudice di fronte alla palese nullita' del licenziamento provvedera' al reintegro''.

Santorini, il vulcano che distrusse Atlantide sta sollevando l'isola di 14 cm

Il Mattino


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ROMA - Un gigantesco pallone di magma, grande 15 volte lo stadio olimpico di Londra, si sta gonfiando sotto il vulcano greco di Santorini tanto che la superficie dell'isola si è sollevata di 8-14 centimetri in un anno, dal gennaio 2011 ad aprile 2012. Il fenomeno, secondo gli esperti dell'università britannica di Oxford che lo descrivono sulla rivista Nature Geoscience, non è l'annuncio di una nuova eruzione, ma probabilmente un evento transitorio. La spedizione, che ha usato rilievi sul campo basati su rilevatori Gps e immagini radar satellitari, ha scoperto che in un anno la camera magmatica del vulcano si è riempita di 10-20 milioni di metri cubi di magma.


La scoperta sta aiutando i ricercatori a comprendere meglio il funzionamento interno di questo vulcano, protagonista di una catastrofica eruzione 3.600 anni fa che ha seppellito l'isola di Santorini sotto metri di pomice. L'evento eruttivo più catastrofico della storia dell'umanità. Ad esse è legato il mito della distruzione del contiente perduto, Atlantide. I ricercatori si sono concentrati su questo vulcano dopo che nel gennaio 2011, nell'arcipelago di cui fa parte l'isola di Santorini, è stato avvertito uno sciame di piccoli terremoti, alcuni dei quali così deboli che sono stati rilevati solo dai sismometri ma «si tratta - spiegano gli esperti - del primo segno di attività del vulcano rilevata in 25 anni».

«Durante le mie visite sul campo a Santorini nel 2011 - osserva Michelle Parks, una delle autrici - è emerso che molti degli abitanti erano a conoscenza di un cambiamento nel comportamento del vulcano. Le guide turistiche, per esempio, mi aggiornavano sui cambiamenti nella quantità di gas, avvertibile dal forte, odore rilasciata dalla cima, o delle variazioni del colore dell'acqua in alcune delle baie intorno alle isole. Gli abitanti del posto che lavorano nei ristoranti sull'isola di Thera, invece, sono venuti a conoscenza dell'attività sismica dal tintinnio dei bicchieri nei loro bar».

La sfida dello studio, secondo il ricercatore David Pyle dell'università di Oxford, è «capire come le informazioni sul modo in cui il vulcano si sta comportando in questo momento si coniugano con le conoscenze del vulcano basate sugli studi di eruzioni antiche». Ci sono davvero pochi vulcani, rileva l'esperto «di cui abbiamo informazioni dettagliate sulla loro storia passata».

Domenica 09 Settembre 2012 - 15:36    Ultimo aggiornamento: 18:54

Se governa il Prof i morti non contano

Vittorio Feltri - Dom, 09/09/2012 - 15:26

I progressisti non disturbano il premier. E così un barcone di disperati affonda nel silenzio: creava indignazione solo col Cav

Mentre siamo tutti presi dalla superiore esigenza di lodare Mario Monti e Mario Draghi,ai quali si at­tribuisce il merito di aver salvato l’Italia, l’Europa e l’euro dalla catastrofe, i nostri guai nazionali in realtà si aggravano.

                                                                                                                          

 Per rendersene conto è sufficiente dare un’oc­chiata agli indicatori più significativi; a parte lo spread, che va su e giù oggi co­me sempre per effetto di muta­menti umorali, non ce n’è uno positivo: consumi, disoccupa­zione, debito, Pil, eccetera foto­grafano un cimitero. Nonostante ciò, durante la messa cantata officiata dallo Studio Ambrosetti, perfino gli imprenditori, e gli economisti invitati al rituale consesso di Cernobbio, hanno applaudito al governo tecnico, auspicando che il premier venga riconferma­to nella prossima legislatura.

L’81 per cento dei convegnisti interpellati si è dichiarato entu­siasta all’idea della continuità, benché l’interessato,cioè il boc­coniano, continui a ripetere di non volere rimanere a Palazzo Chigi. Che punti più in alto? Ormai anche i professori han­no imparato a comportarsi co­me i peggiori professionisti del­la politica: mentono come respi­rano. E viene subito in mente Corrado Passera, ministro di quasi tutto, che alcuni mesi or­sono annunciò di avere recupe­rato una novantina di miliardi da investire nella fatidica cresci­ta, di cui, però, finora, non si è vi­sto lo straccio di un centesimo, tant’è che l’unica cosa cresciuta sul serio dalle nostre parti è il prezzo del carburante.

I titoli dei giornaloni che si danno arie da indipendenti pur non essendolo (i loro padroni sono banche o finanzieri che, dopo avere creato i noti proble­mi, si propongono come solu­zione dei medesimi) ieri erano o parevano scritti dalla stessa manina. Corriere della Sera : «Monti: evitato il tracollo. Sì del­la Casa Bianca a Draghi. Anti spread, piano del governo. Con­ti blindati per essere in regola in caso di aiuti della Bce». La Re­pubblica : «Cresce il partito del Monti bis. Prodi: se necessario deve restare». Ce ne sarebbero molti altri dello stesso tenore servile, ma lasciamo perdere.

Quelli che abbiamo riportato so­no sufficienti a capire il vento che tira: i potenti si mobilitano per prolungare la permanenza ai vertici dei loro amici. Gli affa­ri sono affari. Davanti ai quali tutto il resto passa in secondo piano. La sinistra (e non solo la sini­stra) si adegua alla volontà dei si­gnori: pur di non uscire dal gio­co, si adatta a ricoprire ruoli marginali. Dei diritti umani non le importa più un accidenti. Idem degli ultimi, dei disereda­ti, degli immigrati. I progressisti non parlano più di integrazio­ne, di civiltà dell’accoglienza. Qualche emozione ha suscitato in loro la vicenda dell’Ilva di Ta­ranto, ma si è trattato probabil­mente di un riflesso condiziona­to, pavloviano.

Sulla prima pagina della Repub­blica , ieri, non c’era traccia del peschereccio affondato a Lam­pedusa: 80 migranti dispersi (si­nonimo di morti) e 56 salvati per miracolo. Notizia liquidata co­me un tamponamento sull’auto­strada. Sono lontani i tempi dei respingimenti che suscitavano scalpore e raccapriccio perché il ministro dell’Interno, Rober­to Maroni, che li aveva legalizza­ti, non era un tecnico ma un le­ghista, quindi un alleato di Sil­vio Berlusconi. Allora rispedire i poveracci al porto da cui erano salpati veniva appunto conside­rato uno scandalo, un reato di omesso soccorso. Polemiche in­fuocate, dibattiti televisivi, ac­cuse di razzismo al governo.

Ora che gli immigrati, invece di essere respinti, si lasciano anne­gare in massa, chissenefrega: neanche un titolino a una colon­na in prima pagina sul quotidia­no di Ezio Mauro che insegna agli italiani a stare al mondo; nemmeno un’interrogazione parlamentare, zitti perfino i pre­ti che reputavano il centrode­stra un flagello e Maroni l’amba­sciatore del demonio a Roma. S’è voltato pagina. Siamo entra­ti in un’altra epoca, quella dei professori, che qualsiasi cosa facciano la fanno per il nostro bene. I disperati crepano in ma­re? Sia fatta la volontà degli dei, tutti compari di Eugenio Scalfa­ri e progenie.

Duecento anni di colazioni da Tiffany

La Stampa

Il 15 febbraio del 1812 nasceva in Connecticut il co-fondatore della più famosa società di gioiellieri al mondo: una storia di art noveau, preziosi, Truman Capote e Audrey Hepburn



 

LORENZO CAIROLI

Il 15 febbraio del 1812 nasceva a Killingly, Connecticut, Charles Lewis Tiffany co-fondatore della più famosa società di gioiellieri al mondo la Tiffany&Co. Tutto cominciò quando Tiffany si trasferì a New York. La città era in espansione, nuovi uffici aprivano ogni giorno, carte, inchiostri e matite sembravano non bastare mai. Se qui si aprisse un deposito di cancelleria, pensa il giovane Tiffany, si farebbero dollari a palate. L’idea piace al suo amico John Young, i due si mettono in società e nel 1837 apre la Tiffany&Co.Charles ha visto giusto, gli affari vanno a gonfie vele, si comincia a vendere all’ingrosso, poi si apre al pubblico infine si arricchisce l’offerta con la novità degli articoli regalo : argenti, bigiotteria, gioielli.

E’ la svolta. Nel 1848 Tiffany chiude con carte e inchiostri e i gioielli comincia a farseli da se. E poco dopo apre una filiale a Parigi. La favola della maison Tiffany è cominciata. Il figlio di Charles, Louis Comfort, ha il pallino per gli affari come il padre ma è anche un formidabile artista. Dipinge, crea elementi di arredo, disegna linee di gioielli. A New York è allievo di George Inness e Samuel Coleman.
A Parigi va a bottega da Léon Bailly. Ma sono le fabbricazioni del vetro a sedurlo.

E nel vetro, Louis, darà vita a una rivoluzione copernicana. La moda di allora privilegiava il vetro trasparente, lui impone quella del vetro opalescente che realizza con un processo di sua invenzione. Nel 1893 introduce una nuova tecnica, chiamata Favrile, con cui ottiene, per soffiatura a mano, vasi e coppe. L’art noveau gli ispirerà splendide vetrate a mosaico. Nel 1900 gli verrà conferita la Legion d’Onore e oggi, le sue creazioni sono esposte nei più prestigiosi musei del mondo, a cominciare dal Metropolitan di New York.

Eppure se adesso tutti noi sussultiamo alla parola Tiffany il merito non è dei gioielli favolosi che la Tiffany continua a creare e nemmeno per l’art nouveau al vetro di Louis o per le geniali intuizioni di suo padre. Chi consegna Tiffany alla leggenda sarà uno scrittore, Truman Capote, un essere – come lo definì il suo amico Goffredo Parise – grottesco ma bellissimo, una strana apparizione di fata-uomo. Quando Truman inizia a scrivere ‘Colazione da Tiffany’ è già famoso; il suo romanzo d’esordio Altre voci, altre stanze è stato un clamoroso caso letterario che il giovane Capote ha saputo gestire con straordinaria scaltrezza.

E’ il beniamino della jet-society, è amico e confidente della Monroe, ospite di Marella e Gianni Agnelli sul loro panfilo, adorato da Gloria Vanderbilt e dagli armatori greci. I suoi fotografi sono Beaton e Cartier-Bresson, e quando decide di andare in Russia ci va coi coniugi Gershwin e con la compagnia di ‘Porgy and Bess’ e quando lo tenta il Giappone si aggrega alla troupe di ‘Sayonara’ restando per mesi alle costole di Marlon Brando al quale estorcerà l’intervista più intima e piccante della sua carriera. Quando ‘Colazione da Tiffany’ esce nelle librerie, Capote è in Grecia. Al suo ritorno troverà l’America ai suoi piedi. Persino il suo acerrimo nemico Norman Mailer gli rende omaggio. " E’ acido come una vecchia zitella – scrive Mailer – ma a modo suo è un ragazzino con le palle, ed è lo scrittore più perfetto della mia generazione, scrive le frasi migliori parola per parola, ritmo su ritmo.

Non cambierei nemmeno due parole di Colazione, chè diventerà un piccolo classico". Aveva ragione. Nel nome della protagonista, Holly Golightly, che in origine avrebbe voluto chiamare Connie Gustafson (?) c’è tutto il Capote-pensiero : una donna che della vita fa una festa (holiday) attraverso la quale cammina (go) spensieratamente (lightly). Con la pubblicazione del libro ebbe luogo quello che Truman chiamò il Gran Premio Lotteria Holly Golightly: metà delle donne che conosceva, e anche qualcuna che non conosceva, affermò di essere il modello di quel personaggio stravagante. Carol Marcus, Oona Chaplin, Phoebe Pierce, Gloria Vanderbilt, Doris Lily. Una certa Bonnie Golightly citò Capote per violazione della privacy e diffamazione da risarcire con almeno ottocentomila dollari. La causa si arenò presto, e poi questa Golightly era grassa, seducente come un cactus messicano e quasi in menopausa.

" Perbacco – chiosò Capote – è come se Joan Crawford dicesse di essere Lolita!". Il titolo del libro veniva dai taccuini di Capote, da un aneddoto sentito e archiviato molti anni prima. Durante la seconda guerra mondiale un uomo di mezza età ha una relazione con un marine. Vorrebbe regalargli qualcosa di speciale per dimostrargli la propria gratitudine, ma è domenica, tutti i negozi sono chiusi, può solo offrirgli una colazione. " Dove ti piacerebbe andare ?

Scegli il posto più lussuoso e più caro della città " . Il marine, che non è di New York, ha sentito parlare di un unico posto di lusso e costoso, e risponde: " Facciamo colazione da Tiffany". Nel 1961, dopo il romanzo è la volta del film. Diventerà un film di culto nonostante a girarlo siano quasi tutte seconde scelte. Per Holly, Capote voleva la sua amica Marylin Monroe. Nessuno poteva vincere meglio di lei le paturnie, salendo su un taxi e andando da Tiffany, perché in mezzo a quel piacevole odore di argento e portafogli di coccodrillo non può succedere niente di male.

La scelta della produzione cadde invece su Audrey Hepburn che chiese uno dei suoi registi di fiducia : Cukor o Wyler. Le diedero invece l’emergente Blake Edwards che portò in dote il compositore Mancini e lo sceneggiatore Axelrod. Quest’ultimo aveva esperienza da vendere e un talento speciale per la commedia , aveva scritto con Wylder ‘Quando la moglie è in vacanza’ e aveva all’attivo film come ‘Fermata d’autobus’ . Si inventò un finale diverso dal libro, tre o quattro personaggi, come quello del signor Yunioshi o di Liz, l’amante che mantiene Paul, lo consegnò a Edwards che girò un film in stato di grazia e a Mancini che lo musicò in maniera indimenticabile, regalando alla storia del cinema il leit-motiv di Moon River.

Hubert de Givenchy vestì Audrey Golightly, la Tiffany aprì di domenica, per la prima volta nella sua storia, per permettere le riprese del film, e con la frase di Holly: ‘Se io trovassi un posto a questo mondo che mi facesse sentire come da Tiffany… comprerei i mobili e darei al gatto un nome‘ Tiffany si garantì la più clamorosa tra le pubblicità possibili. Scrive ancora Parise : " Nel ’51 Capote beveva solo latte bollito dell’Harris Bar, nel ’61 già erano iniziate altre bevande molto più micidiali di qualunque bevanda, oggi una sua fotografia mi è impossibile guardarla. Ma restano sempre intatte le sue voices, le sue rooms, le sue costruzioni stilistiche del colore della rosa o una sola parola – Tiffany – a ricordare non il gioielliere ma lui.

Il bicchiere della staffa da un milione di dollari

Corriere della sera


Il bar del ristorante Husk

Quanto può costare il bicchiere della staffa? Più di un milione di dollari. A pagare potrebbe essere il datore di lavoro di un sommelier. Succede negli Stati Uniti, a Charleston, nella Carolina del Sud, al ristorante Husk, classificato dalla rivista Bon Appetit come il migliore degli Stati Uniti nel 2011 e compreso nella lista dei 101 migliori posti per mangiare nel mondo secondo Newsweek del mese scorso. Il bicchiere della staffa è quel rito che si ripete in molti luoghi di lavoro di tutto il mondo. Alla fine della giornata i colleghi si concedono un bicchiere di vino o una birra prima di andare a letto.

Così è successo per Adamo Burnell, 32 anni, sommelier all’Husk. Guidando con la sua Audi verso casa ha urtato una Mustang, che è finita contro un muro incendiandosi. Il guidatore, Quentin Miller, 32 anni, è morto. Il tasso alcolemico del sommelier era di 0,24, tre volte il limite di legge della Carolina del Sud (l’Italia è molto più tollerante, il limite legale è 0,5). La famiglia della vittima ha fatto causa al ristorante, accusandolo di permettere ai dipendenti di bere in servizio. Il presidente della società che gestisce il ristorante ha giurato che “dal 1991 ha severamente vietato di bere ai dipendenti nel posto di lavoro, 24 ore su 24, sette giorni alla settimana.

Abbiamo anche installato telecamere per far rispettare il divieto”. Ma l’avvocato dei Miller ha raccolto testimonianze che dimostrano il contrario. Camerieri e sommelier assaggiano vino durante il servizio e si rilassano con qualche drink al bar dopo l’orario di lavoro. La compagnia assicurativa del ristorante ha proposto il versamento di 1,1 milioni di dollari per chiudere la causa. Non è bastato.

Il processo seguirà quindi il suo corso, ma intanto negli Stati Uniti si è aperto un dibattito accesso, come riporta Usa Today, sulle regole da seguire per i patron dei ristoranti. L’idea prevalente è che d’ora in poi ci sarà una sorta di tolleranza zero: “Dicono che esageriamo a non far bere i dipendenti – argomenta Karalee Nielsen, a capo di sette ristoranti a Charleston – ma se pretendiamo che le banche siano alcol-free, perché si dovrebbe fare una eccezione per i ristoranti?”.

Viene da chiedersi: ma il divieto totale di sorseggiare un bicchiere potrebbe mai avere possibilità di successo in un ristorante italiano?

La Regina annuncia il suo lutto E' morto il cane Monty

La Stampa


LONDRA

Monty, uno dei tre cani di razza corgi della Regina Elisabetta, è morto all'età di 13 anni. Lo ha annunciato oggi Buckingham Palace. Il cagnetto, insieme a Willow e Holly, era apparso nel breve filmato inserito nella cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Londra in cui la regina appariva nei panni di una Bond girl accanto a Daniel Craig. La famiglia reale ha una particolare predilezione per i cani di questa razza da quando il padre della regina Giorgio VI prese il primo nel 1933. Monty era stato il cane di compagnia della regina Madre, morta nel 2002 a 101. Oltre ai due corgi restano a far compagnia a Elisabetta due dorgi Candy e Vulcan, dopo la recente scomparsa di Cider, un altro piccolo esemplare di questo incrocio.

Domenica 09 Settembre 2012 - 14:45    Ultimo aggiornamento: 14:48

Cartolina dal mare arrivata con 31 anni di ritardo: chi l'aspettava ora è in pensione

Corriere della sera

Spedita nell'81 a Marina di Massa è stata recapitata all'Istituto dei ciechi


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MILANO - Non c'è poesia nella lentezza, non almeno in questo viaggio. La cartolina della signora Pasquina spedita dal mare a due colleghe ci ha messo trentuno anni, ad arrivare in città. Fu il 22 luglio del 1981, a Marina di Massa; è stato il 4 settembre, martedì, in via Vivaio. Dalle vacanze al lavoro, dal mare all'Istituto dei ciechi dove Pasquina, scomparsa a sessantaquattro anni il 24 agosto dopo una malattia, ha insegnato il mestiere del centralinista a cinquecento ragazzi non vedenti.

E quant'è ulteriormente anomalo, anormale e stridente il tempo infinito rispetto al tragitto contenuto (250 chilometri appena) e soprattutto rispetto all'animo e al carattere di Pasquina. Originaria della Val Camonica, amata e gentile, donna così pratica, decisa, efficiente. Ed era rispettosa, aggiunge Rodolfo Masto, commissario straordinario dell'Istituto. «Rispettosa verso i ciechi il che, mi creda, davvero, ovunque così come in questo posto non è una cosa ovvia e scontata». Si può ancora parlare di coordinate e di coincidenze ma forse si darebbe eccessiva importanza a quel che rimane un errore, la cartolina impigliata e nascosta in un cassetto di qualche ufficio postale, in un cesto, fra mille altri documenti, sotto una poltrona, e ritrovata, e subito inviata, senza scuse, senza puntualizzazioni, senza spiegazioni, niente.

Coordinate e coincidenze, si diceva comunque: il giorno di consegna a Milano è stato lo stesso giorno d'inizio del corso per centralinisti nel primo anno senza la prof . Infatti l'ottobre di un anno fa Pasquina aveva detto basta, pensione in anticipo, aveva abbandonato la cattedra, «telefonia e tecniche del centralino» la dicitura esatta del corso. Un addio per curarsi. Due figli, quarant'anni di carriera in via Vivaio dei quali una trentina da insegnante, aveva l'abitudine, dal luogo delle ferie, sempre a portata per carità e mai lontano verso mete esotiche, di mandare un brevissimo saluto con una cartolina a Enza e Maria, colleghe e anche amiche, oggi in pensione. Le firme - sua, dei bambini e del marito, che non c'è più da anni - e soltanto un Ricordandovi . La data, 21/7/81, e quel Ricordandovi . Basta. Lungo e avvolgente come un abbraccio.

Il francobollo dal valore di 150 lire che reca impresso il castello di Miramare, Trieste, è accecato dalla luce, spiega il fotografo che esamina la cartolina prendendola dalla scrivania di Masto. Accecato nel senso scolorito, sbiancato. Un indizio, anzi una prova certa dell'età. Odora di libro dimenticato sugli scaffali sotto la polvere, la cartolina, che ha forza e resistenza: si è ben conservata, ha mantenuto la sua linea piana e regolare, piccole orecchiette, semplici tenere sbavature si sono formate a due angoli. Dettagli insignificanti. Cinque le fotografie sulla facciata. Un pescatore con tradizionale abbondante barba bianca e il viso cotto dal sole; la distesa degli ombrelloni, non una accozzaglia ma file ordinate e colori non sgargianti, un secco blu, un tenue giallo; scogli e onde; barche a vela; la battigia. In mezzo alle fotografie, in orizzontale la scritta tutto a carattere maiuscolo Marina di Massa.

La missiva è stata consegnata nel mattino. Il postino ha percorso il cortile d'ingresso dell'Istituto, la custode si è fatta incontro per ritirare. Raccomandate, lettere istituzionali, e una cartolina. Toh. La custode e con lei altri, tanti altri, naturalmente han pensato d'aver sbagliato a leggere. Il 1981? Ma no, dai. Il 1981? Impossibile. Eppure entrambi i timbri sono evidenti, leggibili e non lasciano scampo a differenti spiegazioni. Il commissario straordinario Masto ha percorso gli spaziosi corridoi pieni di storia, di ritratti di benefattori, di grandi milanesi. Il legno che scricchiola, i soffitti alti. In una stanza alcuni impiegati hanno manovrato speciali macchine per l'ingrandimento, che hanno confermato le due date, una in particolare: quella di partenza, il 22 luglio di trentuno anni fa. Adesso, concluso il viaggio, la cartolina rimarrà qui in Istituto, per riposare finalmente in pace.

Andrea Galli
9 settembre 2012 | 12:10

Il pm Ingroia: "Io in politica? Lo dice anche Berlusconi..."

Redazione - Dom, 09/09/2012 - 08:06

Alla festa del Pd, il procuratore aggiunto di Palermo sulla sua candidatura: "È troppo presto per parlare di queste cose"

«Silvio Berlusconi è una persona di spirito che ama fare le battute.



La circostanza che mi abbia consigliato di entrare in politica, come ricostruito dal Fatto quotidiano è vera. È avvenuta al termine di uno scambio di battute al termine del colloquio avuto nei giorni scorsi». Il magistrato antimafia Antonio Ingroia, il procuratore aggiunto di Palermo al centro delle polemiche per la sua indagine sulla presunta trattativa Stato-mafia, ha confermato ieri sera a Padova, a margine di un incontro alla festa regionale del Pd, l'indiscrezione sulla frase rivoltagli dall'ex premier ascoltato qualche giorno fa a Roma dai pm di Palermo che indagano su una presunta estorsione ai suoi danni compiuta dal senatore Marcello Dell'Utri (che invece ha dichiarato di non credere ai complimenti di Berlusconi: «So quello che dico: è impossibile, sono notizie assolutamente infondate, apprezzare Ingroia è inverosimile»).Il pm puntualizza: «Al momento - ha aggiunto - io faccio il pubblico ministero, amo il lavoro che faccio. Come è noto tra qualche mese andrò a ricoprire un incarico delle Nazioni Unite in Guatemala, in linea con il lavoro che ho fatto finora nel contrasto al narcotraffico».

Rispondendo poi a una domanda dei cronisti sulla affinità di vedute con il Pd sulle questioni legate alla lotta alla mafia, Ingroia ha aperto un fronte di vicinanza ideale al partito di Pierluigi Bersani: «Non c'è dubbio - ha spiegato - che sono anni che partecipo a dibattiti a feste del Pd come questa. Con molti del Pd la pensiamo allo stesso modo sul tema della lotta alla mafia. Con altri esponenti di altre parti politiche non posso dire la stessa cosa». Circa l'ipotesi di una sua candidatura alle prossime elezioni politiche il procuratore antimafia non ha chiuso la porta ma non ha escluso un suo futuro impegno: «È troppo presto per parlare di queste cose - ha chiarito Ingroia - intanto io continuo a fare il mio lavoro. Poi si vedrà».

In effetti, il magistrato siciliano ha sempre preferito restare ambiguo su una sua possibile discesa nell'agone politico. «È escluso che possa candidarmi in nome di liste o sigle di partiti», ha detto quando è stato fatto il suo nome per le Regionali siciliane, precisando però: «Non mi pare che allo stato ci siano le condizioni per mie candidature in generale, non ci sono i presupposti per altre cose». Per ora... le condizioni... i presupposti... ma mai un secco «no».

Afghanistan lasciato solo, finirà per buttarsi nelle braccia dei cinesi

La Stampa

Parla lo scrittore pakistano Ahmed Rashid: il blitz per Bin Laden ad Abbottabad ha scavato il solco fra Usa e Afpak



Ahmed Rashid, nato a Rawalpindi nel 1948, ha combattuto contro il regime di Ayub Khan negli Anni Sessanta È stato poi corrispondente per vent’anni per il Daily Telegraph. Fra i suoi libri «Talebani», «Caos Asia» e l’appena pubblicato in lingua inglese «Pakistan on the Brink»

ANTONIO PICASSO


Fanatismo religioso, terrorismo, inefficienza della classe dirigente nazionale. Delle sfide che sta affrontando il Pakistan si dovrebbero far carico anche gli Stati Uniti». Ahmed Rashid, giornalista pakistano, è da poco tornato nelle librerie con «Pakistan on the brink» (Pakistan sul baratro). Dopo «Talebani» e «Caos Asia», questo nuovo lavoro riassume le evoluzioni della crisi afghano-pakistana, o dell’Afpak problem come si dice in gergo, dal 2 maggio 2011 a oggi. Vale a dire da quando un commando del Navy Seal, le forze speciali statunitensi, elimina ad Abbottabad Osama bin Laden. L’operazione porta alla crisi più drammatica nel sempre complicato dialogo tra il governo pakistano e la sua controparte statunitense. Per il Pakistan quanto successo ad Abbottabad, tranquilla cittadina di montagna nel Nord del Paese, è un’invasione territoriale da parte di una forza militare straniera.

Dottor Rashid qual è l’aspetto più grave di questa crisi diplomatica tra Pakistan e Usa?
«Il fatto che nessuno dei due governi abbia compiuto il minimo sforzo per ricucire lo strappo. Osama bin Laden è stato ucciso in territorio pakistano perché era lì che si nascondeva. Le Forze armate e l’Intelligence di Islamabad non vogliono ammettere questa evidenza. D’altra parte Washington non si è mai degnata di cercare una collaborazione win/win con il Pakistan per fronteggiare il nemico comune.
 
I taleban?
«I taleban e con essi Al Qaeda e tutte le espressioni di violenza ed estremismo che hanno condotto il Pakistan al quasi fallimento».
 
Lei pensa che il Pakistan sia un Paese fallito? Come la Somalia o, per alcuni aspetti, l’Afghanistan?
«No, non ancora. Siamo di fronte a delle sfide che devono essere colte in maniera virtuosa. L’età media della società nazionale è intorno ai 20 anni. Si tratta di un elemento positivo. Tuttavia l’anno prossimo ci saranno le elezioni per il rinnovo dei 337 seggi dell’Assemblea nazionale. Sono proprio le nuove generazioni ad allargare disarmate le braccia di fronte ai sempre soliti candidati. Dopo l’autoritarismo inutile di Musharraf, l’attuale tandem Zardari-Gilani (rispettivamente presidente e premier, ndr) era ciò di cui aveva meno bisogno il Paese. Siamo nelle mani di un gruppo di tangentisti. Il problema è che non ci sono alternative. E lo stesso sarà tra un anno. Non possiamo ancora dichiarare fallimento, ma stiamo per farlo».
 
A proposito di elezioni, quelle statunitensi sono più prossime e più incisive a livello internazionale, rispetto alle pakistane. Lei cosa prevede e con quali ripercussioni sull’Afpak?
«Sono abbastanza convinto della vittoria di Obama. Trovo però vergognoso che entrambi i candidati abbiamo evitato di fare alcun accenno all’Afpak durante la campagna elettorale».
 
A Kabul come l’hanno presa?
«Con indignazione. Le istituzioni afgane possono essere accusate di tutto. Inefficienza, collusione con il nemico, corruzione. A Kabul chi governa certo non è più in gamba della controparte pakistana. Ma per l’opinione pubblica è un altro discorso. Gli afghani sono in guerra da più di trent’anni. Nel 2001, gli Usa erano arrivati promettendo pace e ricostruzione. Adesso se ne vanno lasciando incompleto il lavoro».
 
Ma nel 2001 alla Casa Bianca c’era Bush.
«L’inefficacia della politica di Obama è inversamente proporzionale all’aggressività del suo predecessore. La Washington democratica non ha saputo prendere per mano Kabul, la quale oggi ha paura di tutto. Talebani, pakistani, forze occidentali viste come un esercito straniero. L’Afghanistan si sente tradito. Non mi stupirei se a exit strategy conclusa da parte di Isaf e Nato, il Paese si buttasse tra le braccia di Cina, India, oppure Iran e Russia. Del resto, sono tutti lì ad aspettare che l’Occidente se ne vada».
 
Lei ritiene che gli inviati speciali scelti dalla Casa Bianca - Richard Holbrooke per l’Afpak e George Mitchell per il Medioriente - siano stati una buona idea?
«Da un punto di vista di individui nominati, si è trattato di una mossa interessante. Soprattutto per Holbrooke. Peccato che sia morto nel 2010, interrompendo così un cammino potenzialmente positivo. Sul fronte istituzionale, credo invece che la Casa Bianca sia andata a pestare i piedi al Dipartimento di Stato, al Pentagono e alla Cia. E l’Afpak ne ha pagato il prezzo».

Tweet, iPad e blog Ora il Vaticano benedice i "miracoli" tecnologici

Paolo Rodari - Dom, 09/09/2012 - 09:51

Dal sito per consultare i documenti d’archivio, alla App della radio della Santa sede, il matrimonio tra il web e la Chiesa non è mai stato così felice


È vero che il Papa teologo scrive i suoi libri (così anche l'ultimo in uscita a breve) a mano con la sua minuta e precisa calligrafia, e che studia portandosi a Castel Gandolfo parte della sua poderosa biblioteca (libri di carta, dunque), ma è anche vero che nelle ultime vacanze-studio sui colli albani, ha portato con se un iPad che gli serve per consultare i giornali.



Una scelta che rispecchia la nuova era che anche il Vaticano sembra aver voluto abbracciare: l'era multimediale strizzando l'occhio in particolare al «mobile».L'ultima notizia viene dalla Radio Vaticana che proprio in queste ore offre la sua prima App per Android. In sostanza, si tratta della possibilità di ascoltare in diretta, su cinque canali, tutti i programmi della Radio in quaranta lingue diverse, dirette video, pagine web, servizi giornalistici, tutto racchiuso in un unico strumento, che permette anche di conoscere e seguire gli appuntamenti quotidiani del Papa. L'App, interamente gratuita, è scaricabile dal market Google Play.

L'applicazione si apre sull'agenda degli appuntamenti pubblici di Benedetto XVI (disponibili, in questa prima versione, in italiano, inglese, francese e spagnolo). E l'offerta prevede, a breve, oltre alla piattaforma Android, una per Iphone/Ipad e un'altra per Windows Phone. Insomma, non poco per un'istituzione ancorata alla dottrina di sempre, la sua bimillenaria tradizione, e sempre in bilico tra la necessità di gettare il cuore oltre l'ostacolo, verso il mondo e le sue sfide, e l'esigenza di non tradire se stessa, la propria particolare identità.
Tutto, a onore del vero, iniziò nel 2009. Allora piovevano critiche sul Vaticano per una presunta superficialità nel monitorare le notizie che circolavano sul Papa sul web. Fu così che il Vaticano si diede da fare e assoldò la Meltwater, società internazionale con sede principale in Norvegia (Oslo), affidandole l'incarico di seguire ogni giorno il web e riferire alla sala stampa vaticana chi e come sulla rete parla delle cose vaticane.

L'obiettivo era chiaro: valutare strategie di comunicazione e prevenire possibili cortocircuiti mediatici come furono il «caso Ratisbona» e il «caso Williamson». Da quel giorno, anche l'ultimo dei blog è stato tenuto sotto controllo dal «grande occhio» vaticano, perché prevenire, pensano oltre il Tevere, è meglio che poi dover correre ai ripari.Da quel momento il fidanzamento della Santa Sede col web fu un crescendo di appuntamenti e sorprese. Una delle ultime riguarda i documenti vaticani del passato. Al posto di chiuderli negli antichi cassetti dell'archivio segreto, un «ministero» della Santa Sede li ha resi accessibili a tutti, e lo ha fatto in tutte le maggiori lingue nel mondo. Dal 16 marzo scorso, infatti, la Congregazione per la dottrina della fede, pur conservando i propri documenti sul sito ufficiale della Santa Sede, per facilitarne la consultazione ha aperto una nuova pagina web.

Dentro vi si trovano «in chiaro» anche i documenti di quello che un tempo era il Sant'Uffizio, l'antico «ministero» vaticano che tanto ha fatto tremare con le sue disposizioni eretici e infedeli. Ma non è solo la Dottrina delle fede ad essersi aperta al Web. Anche la Civiltà Cattolica, la storica e antica rivista dei gesuiti i cui testi sono visionati prima della pubblicazione dalla segreteria di stato vaticana, ha voluto come nuovo direttore Antonio Spadaro, il gesuita amante del web che su Twitter dialoga alla pari con fedeli e lettori. Fu lui, tra l'altro, insieme al cardinal Gianfranco Ravasi (anch'egli twitterista doc) e monsignor Claudio Maria Celli, a chiamare in Vaticano alcuni mesi fa tutti i blogger dell'area religiosa a loro giudizio più influenti. Un miscuglio di razze e cyber intelligenze che spiegarono all'istituzione come cinguettare su Dio, la fede, la vita della Chiesa. Rocco Palmo, ad esempio, giovane blogger che su Whisper in the Loggia anticipa le nomine papali del mondo anglosassone provocando a volte anche insofferenza nelle gerarchie, venne chiamato come relatore: i miracoli del multimediale.

Il prossimo aprile toccherà ancora al cardinal Ravasi dire la sua. Egli, infatti, farà propria la formula dei Ted - Technology, Entertainment and Design - inventata in California trent'anni fa ma divenuta celebre grazie alle nuove tecnologie. Sul web si offrono via video non più di 18 minuti a chiunque per proporre in una maniera possibilmente brillante idee che meritano di essere diffuse. È, infatti, in via di organizzazione il Ted Via della Conciliazione, promosso in collaborazione con il Cortile dei Gentili, lo spazio di confronto tra credenti e non credenti istituito - su suggerimento di Benedetto XVI - dal Pontificio Consiglio per la cultura guidato appunto da Ravasi. L'appuntamento si terrà a Roma il 19 aprile 2013 e avrà per tema «la libertà religiosa oggi». Come è nello spirito di questa iniziativa ad alternarsi sul palco saranno personalità tra loro molto diverse: religiosi e star dello spettacolo, intellettuali e stelle dello sport. Tutti dalla tribuna diranno la loro sul rapporto tra libertà religiosa, diritti umani e sviluppo dei popoli. Tra gli oratori, la cantante di origine cubana Gloria Estefan, l'attivista per i diritti umani egiziana Lamia Aly Mekhemar e il calciatore Didier Drogba.