Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

venerdì 16 marzo 2012

Scoop a casa della Boccassini

di -

Nei verbali secretati di Gioacchino Genchi spuntano il nome del procuratore aggiunto a Milano e i suoi rapporti personali con i giornalisti


Rapporti ravvicinati di un certo tipo tra giornalisti e magistrati. Rapporti pericolosi che s’intersecano con fughe di notizie pilotate, scoop «criminali» e scambi di atti giudiziari, coperti dal segreto e non.



Ilda Boccassini

Dal verbale bomba di del superconsulente Gioacchino Genchi, segretato al Copasir, spuntano i nomi di Ilda Boccassini, del procuratore antimafia Piero Grasso, del suo vice Cisterna, dei pm calabresi Mollace e Macri, dell’ex capo degli ispettori Miller, di tante altre toghe controllate via tabulati. Rivelazioni devastanti quelle dell’esperto informatico Gioacchino Genchi che il 17 aprile sarà alla sbarra a Roma insieme all’ex pm Luigi De Magistris per rispondere dell’accusa di aver prelevato e utilizzato senza apposita autorizzazione i tabulati telefonici di Prodi, Mastella, Pittelli, Minniti, Pisanu, Gentile, Gozi e pure di Rutelli che quel 30 maggio 2009 guida l’audizione di Genchi in quanto presidente del comitato di controllo sui servizi segreti.


L’anticipazione del sito Dagospia delle indiscrezioni raccolte dal settimanale Tempi invitano a spulciare nelle 150 pagine di audizione custodite in cassaforte. Nell’affrontare l’imbarazzante capitolo del perché si arrivò a controllare il traffico telefonico dell’ex capo dei Servizi segreti militari, Nicolò Pollari, Genchi si contrappone spesso ai presenti. Giura di non aver mai saputo che quell’utenza corrispondesse al numero uno dell’intelligence nonostante un preciso indizio uscisse, per tempo, dall’agenda elettronica del generale della guardia di finanza, Walter Cretella, perquisito da De Magistris. Gli domandano: «Quando lei ha visionato, come esperto della procura, la rubrica del generale Cretella e ha letto “Gen. Pollari” non le è venuto il dubbio che si trattasse del generale Pollari del Sismi?».



Risposta lapidaria: «No». Seguita da altra singolare puntualizzazione: «Ho saputo che il tabulato era il suo solo quando l’hanno scritto i giornali». E nel mentre la discussione prosegue, da un lato, sul perché ci si concentrò tanto sul numero uno di Forte Braschi che nulla c’entrava con Why Not («non ho avuto niente contro Pollari e anzi, sulla base di altre risultanze processuali, ho maturato un sentimento di profonda ammirazione nei suoi confronti anche per le vicende di cui è oggetto») e dall’altro si dibatte di una sua vecchia intervista a Repubblica dove affermava che tutto sommato i tabulati di Pollari erano repliche dei tabulati già acquisiti dalla procura di Milano (il pm Spataro all’epoca lo smentì), Genchi tira in ballo cronisti amici che gli avrebbero passato carte sottobanco: «Mi sono procurato tramite alcuni amici giornalisti di avere i provvedimenti di Milano dai quali risultava il numero di Pollari nell’indagine Abu Omar. Volevo difendermi dagli attacchi...».



Lì per lì Genchi non fa i nomi. Ma quando passa a parlare di oscure trame fra indagini di ’ndrangheta, fughe di notizie pilotate e scandalo Telecom, cita Lionello Mancini del Sole 24 ore, amico di Gianni Barbacetto del Fatto. Nell’anticipazione di Dagospia su Tempi si azzarda: «Chi fossero questi “amici giornalisti” non c’è scritto nella relazione del Copasir. Lo si può sospettare solo quando Genchi, nel vortice di un’audizione deragliata al caso Telecom-Tavaroli, riferirà ai commissari di una - a suo dire - misteriosa triangolazione telefonica riguardante un aspetto di quella storia». Nel verbale, riprendendo retroscena collegati a Mancini, il consulente afferma: «Posso anche dirvi chi è stato. Gianni Barbacetto (perché io ho molti amici giornalisti) che ho conosciuto a Palermo molti anni fa, il quale mi disse di essere amico di Ilda Boccassini, con cui sarebbero andati a casa sua».


Barbacetto, contattato dal Giornale, cade dalle nuvole: «Così come si legge dal verbale non è chiaro quel che vuole dire Genchi. Io non ho mai preso documenti dalla Boccassini da girare a Genchi al quale, al massimo, posso aver detto di aver conosciuto Lionello Mancini (che a un certo punto si mise a scrivere contro Genchi «e Gioacchino era molto preoccupato») a una festa a casa della Boccassini, dove andai con mia moglie, ma anni e anni prima rispetto ai fatti di cui si parla e in un periodo in cui Ilda era ancora socievole coi giornalisti.


Ere geologiche precedenti a questa». E Genchi? «L’ho conosciuto a Palermo, ma più recentemente per scrivere delle note inchieste che seguiva con De Magistris. Ma di Pollari non avevo né carte né numeri. Al massimo posso avergli girato qualche atto giudiziario vecchio, pubblico, in possesso di qualsiasi cronista».




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In Pakistan contro la cybercensura: Bahrein e Bielorussia tra i "cattivi"

La Stampa


Nella giornata contro la censura di Internet promossa da Reporters Sans Frontières, denunce e nuovi ingressi nella lista dei nemici della Rete
CLAUDIO LEONARDI


In concomitanza con la «Giornata internazionale contro la censura di Internet», sono stati aggiunti nuovi nomi alla lista dei Paesi nemici della Rete e nuove denunce si sono alzate contro possibili forme di repressione della libertà d'espressione online in Pakistan.

L'Hrcp, la Commissione dei diritti umani del Pakistan (Human Rights Commission of Pakistan), in particolare, ha espresso profonda preoccupazione per il tentativo da parte del Ministero dell'Information Technology di limitare la creatività e la libera circolazione di idee su Internet, attraverso un vasto sistema di filtraggio che potrebbe bloccare fino a 50 milioni di Url 'indesiderabili' a livello nazionale.

Il National Ict Fund Rd del Ministero dell'Information Technology ha infatti emesso a febbraio una sorta di bando rivolto a università, istituti di ricerca, aziende e organizzazioni perché presentassero, entro il 16 marzo, un progetto per la creazione di un sistema di controllo e filtraggio del web. L'appello sosteneva che l'accesso a Internet in Pakistan è per la maggior parte libero e senza filtri, così che Internet Service Provider (Isp) e fornitori di dorsale del Paese necessitavano di un sistema ad alte prestazioni per bloccare milioni di Url con contenuti sgraditi, come notificato dalla Pakistan Telecommunication Authority (Pta).

Il Pakistan, insomma, rischia il triste privilegio di finire nella lista di “nemici di Internet”, accuratamente compilata e aggiornata dall'associazione internazionale a difesa della liberta di stampa e di parola Reporters sans frontières. Proprio in questi giorni, si è aggiunto alla lista il Bahrein, da oltre un anno scosso da forme di ribellioni simili a quelle che hanno attraversato Libia, Algeria, Tunisia ed Egitto. Il Paese è colpito da dure forme di repressione: blogger arrestati e attivisti dei diritti umani perseguitati. All'inizio di quest'anno, il corrispondente del New York Times, Nick Kristof, e altri giornalisti che cercavano di coprire il primo anniversario delle proteste contro la monarchia sunnita, sono stati tenuti fuori dal Paese con la scusa di un eccesso di richieste.

Sono ormai 12 i governi marchiati come nemici di Internet. Oltre al Bahrein, ha fatto il suo ingresso anche la Bielorussia, aggiungendosi a Iran, Corea del Nord, Birmania, Cina, Cuba, Arabia Saudita, Siria, Turkmenistan, Uzbekistan e Vietnam.

Nella relazione annuale all'Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2011, il relatore speciale dell'Onu sulla promozione e la tutela del diritto alla libertà di opinione e di espressione, Frank La Rue, ha sottolineato che le restrizioni al flusso di informazioni su Internet dovrebbero avvenire ”in poche circostanze del tutto eccezionali e limitate, previste dal diritto internazionale per la tutela di altri diritti umani".

Come ha ricordato anche il presidente pakistano della Federazione Internazionale per i Diritti Umani (Fidh), Souhayr Belhassen, "Il diritto internazionale impone una soglia alta sul tipo di espressioni che potrebbero essere legittimamente limitate, come ad esempio l'incitamento all'odio razziale o la pornografia infantile, ma le restrizioni in Pakistan su espressioni che sono semplicemente critiche verso il governo o sgradevoli per le norme sociali prevalenti non sono compatibili con queste categorie".

Nel 2011, le autorità pakistane chiesero agli operatori di telefonia mobile di censurare gli SMS, fornendo un elenco di 1.600 vocaboli interdetti, tra cui "Gesù Cristo", "lingua", "fata", "omicidio" e "piede d'atleta." L'agenzia fece marcia indietro dopo una reazione violenta da parte dei fornitori di telecomunicazioni e dei media pakistani.

Fidh e Hrcp hanno chiesto al governo pakistano di sospendere l'istituzione del sistema di filtraggio e di accertarsi che la misura non finirà per istituzionalizzare la censura e la sorveglianza di Internet. La società civile e i gruppi per i diritti umani dovrebbero essere consultati sistematicamente e le loro raccomandazioni debitamente incluse nei termini del progetto di riferimento in modo che la decisione su quali contenuti debbano essere bloccati non sia lasciata ai capricci dei burocrati. Un organo giudiziario indipendente dovrebbe determinare necessità e giustificazioni per bloccare un particolare sito web. Se l'appello sarà accolto, forse il Pakistan non finirà nella lista nera dei nemici di Internet. Una lista da cui si può anche uscire onorevolmente, come dimostrano i recenti casi di Libia e Venezuela, depennati dall'elenco annuale dei cattivi di Rsf




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L'hacker che rubava le vite via webcam

Corriere della sera

Mijangos ha spiato i computer di 230 persone e le ha ricattate



Luis Mijangos all'uscita del tribunale (news.24by7info.net)Luis Mijangos all'uscita del tribunale (news.24by7info.net)

MILANO - Spiava le sue vittime attraverso le webcam, entrava negli hard disk, rubava foto e informazioni. E poi le ricattava. Torna a far discutere l'incredibile vicenda dell'hacker messicano Luis Mijangos, arrestato nel settembre del 2011, con l'accusa di aver spiato più di 230 persone, alcune delle quali minorenni. Il reporter americano David Kushner, esperto di giornalismo tech, ne ha ripercorso la storia sulle pagine di GQ e di Wired, mentre ancora oggi nuove vittime si fanno avanti per denunciare di essere cadute nella rete di Luis.

LA LUCINA LAMPEGGIA - Figlio di un agente di polizia federale di Città del Messico, a 16 anni Mijangos rimane coinvolto in una sparatoria, un proiettile vagante lo colpisce e il ragazzo rimane paralizzato. A quel punto Luis con la famiglia si trasferisce in California, si iscrive ai corsi di informatica e scopre quanto sia facile violare il computer di una persona. All'inizio si limita a truffare i siti di e-commerce. Poi va oltre. Grazie a programmi reperibili facilmente in rete, riesce a trovare un sistema per controllare oltre 600 computer contemporaneamente. E scopre come la webcam diventi un canale per osservare le persone e scoprire tutti i loro segreti. Così inizia ad entrare nei forum e sui social network e lancia le sue esche, "infettando" le vittime con link grazie ai quali entra nei loro pc. La prima è Kiki, una prostituta, trovata su un forum di escort.

Poi è il turno di Gina. Anche ragazzine minorenni finiscono nella sua rete. Luis non riesce più a fermarsi. Le donne vengono ricattate e spaventate in diretta. Alcune si rivolgono alla polizia. Ma immediatamente ricevono messaggi minatori in chat «So cosa stai facendo, se non vuoi che metta in rete le tue foto hard smettila subito». Per le ragazze la vicenda si trasforma in un incubo da film dell'orrore. Intanto la lucina della webcam continua a lampeggiare: Luis vede tutto quello che accade nella casa delle donne, momenti intimi compresi. La voce si diffonde, per 150 dollari questo ragazzo è disposto a violare il computer di chiunque, in qualunque parte del mondo.


"SEXTORTION" - Il 10 marzo del 2010, il giorno del suo 31esimo compleanno Mijangos viene arrestato da una squadra di agenti dell'Fbi. Passano 18 mesi e la sua foto in sedia a rotelle fa il giro del mondo. L'accusa è di estorsione e "sextortion", la condanna sette anni di carcere. Al giornalista che lo ha intervistato nella sua cella spiega: «Lo facevo per frustrazione, quelli si divertivano, facevano progetti, balli di fine anno, feste. Io non ho mai vissuto nulla del genere. E allora pensavo: perché non provi a passare delle giornate di merda come le mie?».


Marta Serafini
Twitter: @martaserafini
15 marzo 2012 | 16:21


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Cameraman uccide il coniglietto senza orecchie

Corriere della sera

Calpestato inavvertitamente durante la presentazione pubblica in tv. Era già diventato la star di uno zoo in Sassonia


MILANO - Il simpatico animaletto avrebbe dovuto diventare presto la nuova star di un piccolo zoo in Sassonia: un coniglietto senza orecchie. Ma poi è arrivato un uomo con delle scarpe grosse.


STELLA MAI NATA -
Siamo a Limbach-Oberfrohna, in Germania. Tre settimane fa, nel parco animali della cittadina tedesca era nato un coniglio domestico molto particolare. Come per altri sui predecessori, diventati nottetempo delle celebrità internazionali, anche il coniglietto era sulla giusta strada per essere amato dal pubblico e dai media di tutto il mondo. L’animaletto, infatti, era venuto alla luce senza orecchie. Tanto è bastato, insomma, per far subito il giro del web ed innescare il solito tam tam sui social network. Senza contare il potenziale giro d'affari che avrebbe potuto generare il coniglietto, fra contratti pubblicitari e gadget. Ma la sua carriera è terminata, purtroppo con un epilogo tragico, ancor prima di cominciare.

L'INCIDENTE - Cos’è accaduto? Dunque, andiamo per ordine. In questi giorni era prevista la presentazione ufficiale alla stampa del coniglietto senza orecchie; sarebbe stato battezzato col nome «Til», da Til Schweiger, il noto attore tedesco che ha già calcato le scene internazionali, protagonista della commedia campione d’incassi in Germania «Keinohrhasen» (Coniglio senza orecchie). Mercoledì scorso, durante le riprese che avrebbero raccontato la storia della nuova stella dello zoo, un cameramen ha calpestato accidentalmente il piccolo animale con un passo falso all’indietro. E lo ha ucciso. «È morto all’instante, non ha sofferto», ha detto il responsabile dello zoo, Uwe Dempewolf.

Che aggiunge: «Siamo tutti sconvolti e non ci possiamo credere». Prima dell’incidente il coniglio senza orecchie si trovava insieme ai suoi cinque fratelli e alla madre in una stalla a parte all’interno del parco animali. Era diventato la mascotte dello zoo. Numerose persone da tutta la Sassonia avevano già fatto richiesta per visitare il coniglio senza orecchie. «Eravamo così contenti di poter presentare il piccolo animale e vederlo crescere qui da noi», ha aggiunto Dempewolf. Che, tuttavia, ci tiene a sottolineare: «Non è stata colpa del cameraman, lui è il più scosso di tutti. È stato solamente un tragico incidente».

SARA' IMBALSAMATO - Perchè il coniglietto fosse nato senza orecchie non è ancora stato del tutto chiarito. Probabilmente si tratta di una malformazione genetica. «Può anche darsi che la madre gli abbia morsicchiato le orecchie», ha spiegato il presidente dell’associazione degli allevatori di conigli di razza della Sassonia, Michael Rockstroh. Ciononostante, si tratta «di un caso assai raro». Appena lo choc sarà superato lo zoo valuterà l’ipotesi di imbalsamare il coniglio. Per la «felicità» di tante persone che in tutta la Germania avrebbero quasi certamente imparato ad amarlo.



Elmar Burchia
15 marzo 2012 | 14:35




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Cadaveri eccellenti? La mostra evento di von Hagens, l'artista «dottor morte»

Corriere del Mezzogiorno

Il Comune sta lavorando per accogliere all'Albergo dei poveri la mostra dell'anatomopatologo tedesco che conserva i morti sostituendo i liquidi col silicone



Una delle opere di Von Hagens
Una delle opere di Von Hagens


NAPOLI - Real Albergo dei Poveri potrebbe ospitare tra aprile e maggio il «dottor Morte». Il Comune di Napoli, infatti, sta lavorando per accogliere nell'edificio di origine borbonica la mostra di Gunter von Hagens, l'anatomopatologo tedesco inventore della plastinazione. Del procedimento, vale a dire, che permette la conservazione dei corpi umani tramite la sostituzione dei liquidi con polimeri di silicone. Procedura che von Hagens utilizza da circa 15 anni e che gli ha permesso di allestire in tutto il mondo numerose mostre, tanto visitate (33 milioni di spettatori in 60 città, giurano i suoi collaboratori) quanto discusse e contestate.

IN ARRIVO 200 ORGANI E 20 CADAVERI - L'evento, che potrebbe essere organizzato nel monumentale edificio di Piazza Carlo III - solo parzialmente restaurato ed oggetto di lavori che procedono molto lentamente, non essendo le imprese pagate da due anni - è un allestimento di 200 organi e 20 cadaveri interi. Corpi ritratti in pose plastiche, raffiguranti sculture dell'epoca antica o combinati in maniera tale da raffigurare scene di vita quotidiana. Body World, questo il titolo voluto dai promotori, ha già fatto tappa a Roma a febbraio, alle Officine Farneto - sedici euro il biglietto d'ingresso - e, secondo il proposito dichiarato in quella occasione alla stampa dall'anatomopatologo, «rappresenta un mezzo per divulgare al grande pubblico la complessità del corpo umano ed i temi della salute». Obiettivi ambiziosi, come si vede. Propositi umanitari che tuttavia non hanno risparmiato all'artista - medico, in tanti anni, critiche, accuse anche feroci, ostracismi. In Francia gli allestimenti delle sue opere sono stati proibiti.


I cadaveri eccellenti di von Hagens: le foto


LA CHIESA TEDESCA LO ACCUSA - La chiesa protestante tedesca lo ha accusato, senza perifrasi, di speculare volgarmente e per fini commerciali sulla morte. C'è stato perfino chi, in verità senza addurre prove concrete, tempo addietro ha sostenuto che alcuni dei corpi impiegati da von Hagens siano stati acquistati in Cina e fossero appartenuti ai giustiziati nella Repubblica Popolare, come è noto prodiga di sentenze capitali, inflitte per una vasta categoria di reati. Insomma, dire che von Hagens sia un personaggio discusso è ancora un eufemismo. Polemiche e denunce, però, non hanno evidentemente scalfito la fiducia dell'amministrazione comunale partenopea negli scopibfilantropici e nel valore artistico delle mostre di cadaveri «plastinati» organizzate dall'anatomopatologo.

L'INCONTRO ORGANIZZATIVO - L'otto marzo, infatti, si è svolto un incontro durante il quale sono stati affrontati in via preliminare alcuni dei problemi legati all'allestimento dell'evento in un'area, quella dell'edificio borbonico, che è tuttora in parte destinata a cantiere. Una riunione operativa alla quale hanno partecipato tra gli altri Fabio Di Gioia, amministratore della società che gestisce l'organizzazione della mostra; un dirigente di Napoli Servizi; il responsabile dell'ufficio progetto per il recupero dell'Albergo dei Poveri; l'architetto Renata Ciannella, dello staff di Luigi De Falco (Urbanistica) e Lucia Russo. Staffista, quest'ultima, dell'assessore allo Sport ed alle Pari Opportunità, Pina Tommasiello, e cugina del sindaco de Magistris.


Proprio la dottoressa Russo, racconta chi sta seguendo da vicino la pianificazione del progetto, è la più entusiasta sostenitrice dell'idea di accogliere a Napoli i cadaveri «plastinati» dell'anatomopatologo tedesco. Il «Corriere del Mezzogiorno» l'ha contattata ieri mattina, per chiederle dettagli. «E' ancora solo una ipotesi - la sua scaramantica risposta - non abbiamo ancora chiuso il lavoro. Risentiamoci tra un paio di giorni. Certo, ci stiamo provando. L'evento dovrebbe svolgersi in primavera». Se tutto andrà come si augurano a Palazzo San Giacomo, l'edificio che Carlo III volle per ospitare i poveri del Regno accoglierà dunque anche i cadaveri e gli organi che von Hagens porta in giro per il mondo.


Fabrizio Geremicca
15 marzo 2012



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Quella carcassa di cavallo tra i rifiuti

Il Mattino


Questa città procede piano piano sempre più verso il declino. Ormai il fatto che il cadavere (perché io con qualcun altro che viene chiamato fanatico ambientalista) di un cavallo sia abbandonato a bordo strada come un frigo o un vecchio apparecchio tv è un problema di "Munnezza".

Perché il cavallo forse non ha diritto di vita e neanche di morte decente. Non ha diritto a una sua dignità neanche da morto. No. È solo un problema che puzza. Il cavallo è un problema. Ma non la "munnezza d ’a gente". Che bella città!


Marco Marmorino - Napoli



Caro Marmorino, la carcassa del cavallo tra i rifiuti di una improvvisata discarica a cielo aperto è una delle immagini più raccapriccianti di Napoli pubblicate dal Mattino negli ultimi anni. Non è solo una spia dell’emergenza strisciante che ogni tanto fa capolino in una città distratta e con la coazione a ripetere i suoi mali, ma testimonia lo sprezzo perfino della pietà.

Che si tratti di un animale nobile come il cavallo o di un uomo, in fin dei conti, fa poca differenza. Quando si arriva a considerarli rifiuti, per quanto speciali, oltre che la nostra sana indignazione dovrebbero scattare mille campanelli d’allarme. E invece nulla. Magari qualcuno si sarà fatta pure una grassa risata.


Tutto questo quando l’approvazione del nuovo decreto rifiuti ci fa riprecipitare nell’incubo dell’emergenza che abbiamo vissuto fino a pochi mesi fa. Il motivo? Semplicissimo: il sindaco non vuole termovalorizzatori nella sua area per non scontentare gli elettori. I paesi del Napoletano rifiutano le discariche perché ammorbano l’aria e la salute. E in compenso si pagano fior di quattrini per portare la monnezza di Napoli all’estero con le navi. Poi sarà difficile dar torto alla Lega che, pur facendo un paradossale danno alle casse dei propri impianti di smaltimento, respinge i rifiuti di Napoli. Ammettiamolo.




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Tre genitori (tutti gay) sono meglio di due

Corriere della sera


Finisce alla Corte d'Appello di Londra il caso di un donatore di sperma che rivendica il diritto di crescere il figlio


MILANO – Un uomo gay che ha regalato il proprio sperma, una madre biologica felicemente innamorata di un’altra donna (tecnicamente definita assistente alla concezione) e un bimbo di due anni: questi sono i protagonisti di un contenzioso legale in Gran Bretagna sugli oneri e onori nelle famiglie alternative e che per il momento ha dato ragione al donatore, con una sentenza storica che sancisce la possibilità per un figlioletto di avere tre genitori egualmente coinvolti nella sua educazione. Non vi può essere un mero contratto legale, né il padre può essere considerato un semplice donatore senza alcun diritto: questo il senso della sentenza della Corte d’Appello di Londra che riconosce il ruolo e i diritti del padre anche in una famiglia con due madri. Sottolineando che, come riporta il Guardian, ciascun protagonista della bizzarra famiglia ha un compito primario e cruciale: papà, mamma biologica e fidanzata della mamma.

ACCODI PRE-CONCEPIMENTO - Quel padre si era incontrato in un ristorante con la madre biologica del bimbetto e con la di lei compagna (tutti e tre professionisti londinesi di alto livello) prima del concepimento e aveva chiarito con la coppia i dettagli dell’accordo: il piccolo sarebbe nato e avrebbe avuto due mamme. Per il resto il maschio donatore non avrebbe potuto rivendicare diritti e avrebbe accettato un ruolo marginale o quasi inesistente (cinque ore di frequentazione ogni due settimane). Ma al cuor non si comanda e quel papà particolare ha iniziato a provare sentimenti del tutto simili a quelli di tutti gli altri padri. E ha incominciato a desiderare un ruolo nell’educazione del figlioletto, a voler trascorrere qualche notte con lui e magari le vacanze. A volergli insegnare ad andare in bici e come ci si soffia il naso, a volergli tenere la manina mentre ha la febbre e a giocare alle costruzioni. Ma i patti pre-concepimento non prevedevano questa vicinanza e la coppia di donne si mette contro, racconta il Telegraph, sentendosi tradita.

LA SENTENZA - E così il papà donatore si rivolge alla giustizia, incontrando nel proprio cammino i giudici di appello Lord Justice Thorpe, Lady Justice Black e Sir John Chadwick, che gli attribuiscono un ruolo nient’affatto secondario nel futuro del bambino. Il quarantenne sa bene che si tratta probabilmente dell’unico figlio che potrà mai avere, essendo anch’egli omosessuale, e i giudici gli danno ragione: l’atipico padre ha molto da offrire al bimbo ed è giusto che quest’ultimo possa godere dell’amore paterno, del tempo con il papà e di tutto quanto l’alternativo padre dell’alternativa famiglia avrà da offrire al proprio bambino.

I LEGALI L’avvocato dell’uomo specifica che la richiesta non è assolutamente un tentativo di rendere marginale il ruolo della compagna della mamma biologica, ma semplicemente si tratta di una volontà di esserci, sempre, nella vita del figlio. Viceversa i legali delle due donne insistono sul patto del ristorante che aveva chiarito fin troppo bene che il nascituro avrebbe avuto una famiglia con due mamme, perché la coppia lesbica, pur nella sua palese atipicità, si dichiara tradizionale e dunque desiderosa che il figlio abbia solo due genitori (poco importa se sono due mamme). Ma i giudici insistono: l’unico elemento da considerare è il bene del piccolo.

OMOSESSUALITA’ E PROLE - I nuclei omosessuali con prole sono una realtà in molti Paesi: in una quota significativa di coppie omosessuali sono presenti uno o più figli, il che comporta la necessità di tutelare i diritti degli omosessuali che scelgono di costruire una famiglia tramite fecondazione artificiale o adozione, ma anche soprattutto il bisogno di proteggere i bimbi di questi nuclei famigliari il cui bene, come spiega dettagliatamente la sentenza, è e rimane la priorità rispetto a qualsiasi altro desiderio o diritto.


Emanuela Di Pasqua
15 marzo 2012 | 12:40



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EuroDisney, è qui l'America che fa ricca la Francia

La Stampa

Grande festa per i 20 anni: un successo da 250 milioni di visitatori, in crescita



15,7 milioni sono stati i visitatori di Disneyland Paris nel 2011: il Louvre ne ha avuti 8,4 milioni, la Tour Eiffel 6,6 milioni


ALBERTO MATTIOLI
corrispondente da parigi


Sarà anche stata «una Chernobyl culturale», come accusò la regista Ariane Mnouchkine, un pezzo di America trapiantato nel Paese che più detesta gli americani, però per la Francia Disneyland Paris è stato un ottimo affare. L’unico parco di divertimenti griffato Disney in Europa, 32 chilometri a est di Parigi, sarà anche «non luogo» (giusto per citare anche l’affascinante saggio dell’antropologo Marc Augé), ma è un non luogo affollatissimo. Topolino iniziò a ricevere visitatori il 12 aprile ‘92: in vent’anni, sono stati in tutto più di 250 milioni, record lo scorso anno con 15,7. Insomma, Disneyland Paris non è solo la meta turistica più visitata di Francia (battuto il museo del Louvre e «doppiata» la Tour Eiffel), ma d’Europa.

Però i dati più curiosi sono emersi da uno studio commissionato dalla «délégation interministerielle» incaricata del progetto Euro Disney e presieduta dal prefetto dell’Île-de-France, Daniel Canepa. Secondo lo studio, in vent’anni il parco ha prodotto 50 miliardi di euro di valore aggiunto per l’economia francese e i suoi visitatori (il 58% dei quali è straniero) hanno speso in Francia 59 miliardi di euro, il 6,2% del giro d’affari del ricco turismo transalpino. Per la République, che ha sostenuto il progetto, l’investimento ha pagato: all’inizio, lo Stato ci ha speso l’equivalente di 666 milioni di euro, ma i privati ci hanno messo, in tutto, 7 miliardi. Riassume Philippe Gas, Pdg (Président - Directeur général) di Euro Disney: «Ogni volta che il settore pubblico ha investito un euro, quello privato ne ha investiti dieci, quando la media è piuttosto di uno a quattro». E annuncia che, dopo i due parchi già esistenti (accanto alla Disneyland vera e propria c’è il Parc Walt Disney Studios), la decisione se costruirne un terzo sarà presa nel 2020.

E poi, per tornare alle cifre: 5,33 miliardi di euro di entrate fiscali per lo Stato francese, che qui può rivestire i panni, per lui piuttosto insoliti, di zio Paperone, e circa 55 mila posti di lavoro, perché ogni impiego a Disneyland significa che se ne sono creati, più o meno, altri tre nel resto della Francia. Il tutto in una vallata dove l’attività principale consisteva nell’andare a lavorare a Parigi. Insomma, secondo monsieur Canepa, le vecchie polemiche sui finanziamenti statali e quelle ricorrenti contro il «gigante americano», i suoi metodi spicci e la sua colonizzazione culturale sono, almeno per quel che riguarda i conti, infondate.

L’oro luccica meno per gli azionisti della società che gestisce il parco. Com’è noto, all’inizio il complesso ha stentato a ingranare e così ha accumulato un maxidebito di un miliardo e 800 milioni, che si estinguerà solo nel 2024. Gli ultimi dividendi sono stati distribuiti nel 2001, tre anni dopo il fallimento è stato evitato solo grazie a una drastica ristrutturazione del debito tipo Grecia e la capitalizzazione in Borsa resta modesta, meno di 180 milioni. Un dato dice tutto: il 2 gennaio 1992, un’azione EuroDisney valeva 550 euro e 45 centesimi, ieri l’altro quattro euro e mezzo. Topolino è un affare per tutti tranne per chi ci ha messo i soldi.

Anche i sindacati si lamentano. Il parco dà lavoro a 14 mila e 700 persone, fra l’85 e il 90% a tempo indeterminato. Però, denunciano, i salari non hanno seguito lo sviluppo e, dopo vent’anni di lavoro, una commessa, oltre a doversi cammuffare da Biancaneve o da Paperina, guadagna appena 1.300 euro al mese. Paradosso: visto che la zona ex depressa dove sorge il parco, a Marne-la-Vallée, adesso è diventata affollatissima (almeno 29 mila abitanti in più), chi lavora lì fa sempre più fatica a trovarci un alloggio e resta condannato al pendolarismo. Luci e ombre, insomma. Però, ammettiamolo, Chernobyl è stata peggio.




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I segreti dei pancakes

La Stampa

Tipica ricetta nordamericana, i pancakes sono un gustoso preparato conosciuto in tutto il mondo, con varianti tutte estremamente gustose.


Si presentano come una sorta di crepe, tipiche dell'America settentrionale, gustose e nutrienti, ideali per la prima colazione. I pancakes sono una ricetta ormai conosciuta in tutto il mondo, anche da chi non ha molta dimestichezza con il mondo anglosassone.

La tradizione li vuole fatti con burro, farina, latte, zucchero e uova, ma ci sono diverse varianti come quelle che prevedono l'aggiunta di cannella, vaniglia o l'uso dello yogurt al posto del latte. Solitamente sono dolci, accompagnati da sciroppo d'acero, marmellata, miele, frutta o cioccolato liquido, ma non dispiace neanche la versione salata, con burro fuso sulla pancake calda, uova e bacon, oppure con formaggio, prosciutto, cipolle e zenzero come vuole la tradizione dei Paesi Bassi e ancora con gli spinaci come sono diffusi in Polonia.

In Russia si mangiano anche col caviale, mentre in Australia e Nuova Zelanda vengono serviti con la panna oltre che con la marmellata. La versione francese delle tipiche crepe si differenzia dai pancakes americani per essere molto più sottili. L'accompagnamento principale nella tradizione nordamericana è quello dello sciroppo d'acero, la linfa che si estrae dalla pianta dell'acero, prodotto principalmente in Canada di cui ne è anche il simbolo nazionale.

La ricetta golosa per i pancakes allo sciroppo d'acero prevede 25 gr. di burro, 125 gr. di farina, 200 ml. di latte, 2 uova, 15 gr. di zucchero, 6 gr. di lievito in polvere, un pizzico di sale, sciroppo d'acero, zucchero a velo. Si separano i tuorli dagli albumi, si uniscono i tuorli con il latte e il burro fuso e si aggiunge, dopo averli setacciati, farina e lievito. Gli albumi montati a neve si uniscono allo zucchero, Si mette a scaldare a fuoco medio un padellino antiaderente del diametro di 10-12 cm dopo averlo imburrato e si versa al centro un mestolo del preparato; quando il pancake sarà dorato, si può girare dall'altro lato. Una volta cotto e messo nel piatto, via libera al gusto preferito con zucchero a velo e sciroppo d'acero, oppure miele o qualsiasi altro condimento. 

F.G.





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E se mia madre si risposa?

La Stampa


A CURA DI CARLO RIMINI
professore ordinario di diritto privato alluniversitÀ di milano


Mia madre è vedova, mio padre è mancato qualche anno fa. Ha 60 anni e da un anno ha un compagno, un signore divorziato di 65 anni. Adesso vorrebbero sposarsi, ma a me la cosa non piace per nulla.
Mi sembra che sia positivo che sua madre a 60 anni, dopo un grave lutto, abbia voglia di fare progetti e abbia una persona con cui passare la vecchiaia.

Si, ma che bisogno hanno di sposarsi?
E poi mi sembra una complicazione dal punto di vista economico: mia madre è benestante, non vorrei che lui ne approfittasse. Forse per sua madre non è concepibile vivere assieme ad un uomo senza essere sposati. Per quanto riguarda i rapporti patrimoniali, potranno scegliere la separazione dei beni. In questo modo ciascuno resterà titolare esclusivo del suo patrimonio: non solo dei beni di cui era già proprietario prima del matrimonio, ma anche di quelli che acquisterà in futuro.

Questa possibilità mi tranquillizza, ma cosa dice la legge dal punto di vista successorio?
Che cosa succederebbe se mia madre mancasse prima di lui? I coniugi sono eredi reciproci. Se sua madre non farà testamento, il marito avrà diritto, secondo quanto prevede l’art. 581 del codice civile, alla metà del patrimonio se lei è figlia unica. Se invece lei ha fratelli o sorelle, voi figli avrete complessivamente diritto a due terzi del patrimonio e il marito ad un terzo.

Ma questo è inammissibile! Il patrimonio di mia madre proviene in gran parte da quanto le ha lasciato mio padre. Sono figlia unica e sarebbe ingiusto che la metà andasse ad un estraneo e magari ai figli di lui. Mia madre potrà fare testamento a mio favore?
Sì, fare testamento è molto facile. È sufficiente prendere un foglio di carta e scrivere di proprio pugno (e non a macchina o al computer) le proprie volontà, datarlo e sottoscriverlo. Il problema è che sua madre, se contrae un nuovo matrimonio, non può lasciare a lei l’intero patrimonio. Il coniuge infatti ha diritto a ricevere almeno un terzo, secondo quanto prevede l’art. 542 del codice civile (la cosiddetta «legittima»).

Mia madre dice che lui sarebbe pronto a rinunciare ad ogni suo diritto. Potrebbe sin da ora farlo con quelli successori?
Purtroppo no. La legge italiana afferma che sono nulli i patti successori e fra questi rientrano gli accordi con cui una persona rinuncia ai diritti che gli spetterebbero a seguito di una futura successione.

Ma è una legge ingiusta! Se sono entrambi d’accordo a rinunciare reciprocamente alla possibilità di ereditare dall’altro, perché la loro volontà non deve essere rispettata?
Effettivamente il divieto dei patti successori è una norma antica, nata in un contesto sociale molto differente da quello attuale, per ragioni oggi in gran parte superate. In molti Stati il legislatore è intervenuto a disciplinare la materia in modo diverso, più idoneo a rispondere alle esigenze delle nuove famiglie. Il nostro Parlamento invece non ha ancora saputo affrontare la questione. Il diritto successorio italiano lascia quindi molto poco spazio agli accordi con cui le persone legate da vincoli familiari o affettivi programmano il passaggio della ricchezza da un