Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

martedì 31 gennaio 2012

Addio, splendido Splinder

Corriere della sera


Quando i grandi iniziano a giocare… beh, purtroppo spesso accade che i più piccoli sono costretti a lasciare il campo. E così dopo (poco) più di dieci anni di onoratissima carriera chiude oggi un pezzo del Web italiano, la piattaforma per blog Splinder, sviluppata nel 2001 dalla Tipic Inc, acquisita poi nel 2006 dal gruppo Dada. Dopo l’annuncio del 21 novembre che ha lasciato sbigottita la Rete italiana, arriva oggi l’ultimo giorno. Decine di migliaia di blog, parole digitali scritte negli anni, non avranno più un server. Chi aveva ancora un account attivo su Splinder, che già da giugno non accettava più nuove iscrizioni, ha per lo più già provveduto a migrare la propria creatura in altri lidi. WordPress principalmente, oppure Blogspot, Blogger, anche Tumblr o altri. I grandi, appunto.




Per dare un’idea delle dimensioni della biblioteca digitale che scompare si torna indietro nel 2008, quando gli amministratori snocciolavano i ricchi dati di Splinder: oltre 400 mila blog ospitati per un totale di 600 mila iscritti (dati non ufficiali dell’anno scorso parlavano quindi di 500 mila blog e 745.000 utenti). Una bella fettona appunto degli italiani che pubblicavano in Rete pensieri e notizie. Varie sono state le offerte, forse anche per affetto al marchio, per rilevare il servizio, ma Dada non ha voluto saperne. E adesso inizia il conto alla rovescia per l’addio definitivo. Chi ancora deve provvedere a migrare i propri contenuti deve sbrigarsi: sulla home page campeggia ancora l’avviso in rosso (vedi sopra). Google, sempre attento agli umori e amori della Rete, ha messo a punto un tool per fare l’import su Blogger del proprio diario online ospitato su Splinder. Ma i sistemi – e le guide online – per farlo su altre piattaforme si sono moltiplicate nelle ultime settimane. Perché, come detto, quello che scompare oggi è pezzo di Rete storico e che ha generato grandi numeri. E i grandi numeri fanno gola a tutti.





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Tracciabilità, se il protestato diventa clandestino

Quotidiano.net


Russi e cinesi? Refrattari alle carte di credito

Chi ha la fedina bancaria macchiata di fatto non ha più accesso al sistema bancario e da oggi ha la certezza di finire ai margini del sistema. Federcontribuenti: "Conto corrente di base per tutti". E nel frattempo "moratoria delle sanzioni"



Roma, 31 gennaio 2012


Fino ad oggi si sono mimetizzati o arrangiati, coprendosi dietro la temporanea mancanza di sanzioni in caso di violazioni delle nuove norme sulla tracciabilità, che dal 6 dicembre 2011 vieta i trasferimenti in contante delle somme superiori a mille euro, ma da domani, 1° febbraio 2012, come se la caveranno le centinaia di migliaia di cittadini italiani che in banca non possono di fatto mettere piede perché protestati per vicende individuali o delle società che rappresentavano?

MONTI IN DIFETTO - La questione era stata sollevata, non più tardi di otto giorni fa, dall'avvocato Roberto Vassalle (partenza video a 7'17'') in un documentato contributo a in 1/2 Ora, trasmissione domenicale di Lucia Annunziata. Ma il premier Mario Monti - preso in contropiede dall'urticante contestazione - si era ben guardato dal rispondere.  

Anche perché avrebbe dovuto ammettere una distrazione non da poco: quella di aver dimenticato, nella fretta della manovra, tutti i reietti e gli appestati dell'economia reale. Nella stagione della tracciabilità assoluta, in cui l'Iban si fa codice genetico e quasi soppianta il codice fiscale nella rilevabilità telematica del cittadino, chi tutelerà i connazionali dalla fedina bancaria macchiata?



RISCHIO CLANDESTINITA' - Tuona Federconribuenti: "Almeno un milione di soggetti si trovano in queste condizioni". Per cui, guai ad indurli "alla clandestinità" o a impedirne il rientro "nel tessuto lavoratuivo e fiscale". "Il governo - chiede il presidente di Federcontribuenti, Carmelo Finocchiaro - deve garantire a questi cittadini l'apertura di conti semplici o carte prepagate con iban risolvendo un serio problema nato da un obbligo legislativo". Altrimenti "milioni di imprese, imprenditori e altrettanti cittadini non potranno adeguarsi alle norme sulla tracciabilità dei movimenti bancari perché privi di conti correnti, carte di credito o addirittura privi delle carte prepagate con iban avendo avuto nel passato problemi di protesti o di iscrizione nell'elenco dei cattivi pagatori».

INTERVENTI D'URGENZA - Nessuna norma vieta l'apertura di conti correnti a soggetti segnalati dalla Centrale allarmi bancari, ma nella vita reale gli istituti preferiscono cautelarsi e sono inflessibili nel fare muro. Autodifesa, secondo le banche. Inaccettabile tagliafuori, secondo i discriminati. Perché la nuova legge sulla tracciabilità ha sparigliato i giochi. E senza le 27 cifre dell'Iban centinaia di migliaia di cittadini rischiano di finire nelle spire dell'illegalità. Con conseguenze persino paradossali nell'Europa etero-diretta dalla Bce. Che fare, allora? Nell'attesa di interventi governativi, Federcontribuenti ha pronte due proposte: "una moratoria per i soggetti coinvolti" e "la non punibilità sui movimenti effettuati senza il rispetto delle nuove norme di legge".

RISCHI LIMITATI - La palla torna quindi in mano al governo e all'Abi (l'associazione delle banche italiane) cui spetterà il compito di convincere le associate a una specie di 'amnistia' creditizia che garantisca "l'apertura di conti correnti semplificati o carte prepagate con Iban". Provvedimenti che secondo Federcontribuenti "non creeranno alcun problema, ma anzi porteranno altre ingenti somme al sistema".

di GIOVANNI ROSSI

Celentano Ora fa marcia indietro e a sinistra: cachet di Sanremo ai comunisti di Emergency

Libero

Il direttore artistico del Festival Mazzi tenta di spegnere le polemiche: "I 350mila euro di Adriano in beneficenza"





Il furbo Celentano, annusata l'aria che tira, ha deciso di fare retromarcia. Il suo esagerato compenso, che aveva fatto gridare allo scandalo anche i pensionati italiani e a chi il canone lo paga ogni anno, verrà devoluto interamente ad Emergency e a sette famiglie bisognose. A scacciare ombre maligne dalla Rai è stato il direttore artistico del Festival di Sanremo, Gianmarco Mazzi, che ha affermato "Si è scatenata intorno al suo compenso una polemica dal tono rabbioso e un pò ipocrita. Mi viene il dubbio ci sia paura che Celentano parli oltre cantare". Mazzi ha cercato di buttare acqua sul fuoco delle polemiche circa il compenso elargito al Molleggiato. "Se Celentano farà una sola serata, il suo compenso sarà di 350 mila euro, se due di 700 mila euro, se tre, quattro o tutte e cinque di 750 mila euro".

Beneficenza - Celentano, una settimana fa, ha iniziato a contattare sette sindaci di tutte le aree politiche per avere informazioni su nomi di famiglie in assolutà povertà. Tra i destinatari delle chiamate ci sono il sindaco di Milano Pisapia, quello di Verona Tosi, quello di Roma Alemanno, quello di Napoli De Magistris, quello di Firenze Renzi e quelli di Bari e Cagliari. Mazzi ha voluto assicurare che "Celentano si farà anche carico del pagamento delle imposte dovute allo stato quando la somma devoluta in beneficenza è molto alta".
31/01/2012




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Un hacker saudita in possesso di tutte le email di Bashar Assad

La Stampa


Il presidente siriano Bashar Assad
federico guerrini


Un hacker saudita sarebbe riuscito a forzare l'account di posta elettronica del presidente siriano Bashar Assad, e a sottrarre quattro gigabyte di messaggi e allegati vari. Lo scrive il giornale Al Madina, ripreso poi dall'agenzia di stampa tedesca Dpa e dalla tv satellitare Al Arabya.

Nei file ripescati da Osama Salman Al-Ansi, questo il nome dell'intruso, ci sarebbe parecchie materiale imbarazzante per la presidenza; per esempio, le prove dell'appoggio iraniano alla repressione delle rivolte popolari in Siria.

L'hacker avrebbe minacciato di immettere online tutti i messaggi, a mano che Assad non cessi di usare il pugno di ferro con il suo stesso popolo. Per il momento non ci sono conferme ufficiali dell'attacco che, se davvero avesse avuto luogo sarebbe l'ennessimo atto di cyber guerra in Medio Oriente nelle ultime settimane. All'inizio dell'anno, un altro giovane smanettone saudita, nome di battaglia oxOmar aveva pubblicato online decine di migliaia di numeri di carte di credito israeliano, a quanto pare trafugate dai database di un'ottantina fra i siti più popolari fra i navigatori del paese ebraico.

Un altro attacco aveva avuto come oggetto il sito della Borsa di Tel Aviv e quello delle linee aeree El Al. Era seguita la risposta di un gruppo di hacker israeliani, l'Idf-Team, accanitisi sulla Borsa Saudita (Saudi Stock Exchange) e su quella di Abu Dhabi. Una piccola dimostrazione di forza, “solo l'inizio”, secondo il team che aveva minacciato ulteriori azioni se non fossero cessate le incursioni di oxOmar e compagni.

Tuttavia, nessuno di questi attacchi aveva come oggetto un bersaglio così importante e teoricamente inavvicinabile come il presidente di una delle nazioni dell'area mediorientale. E nessuno di essi potrebbe avere ripercussioni diplomatiche paragonabili, se davvero venissero alla luce tutti i carteggi di Assad con i governi stranieri. Al-Ansi afferma di aver hackerato anche alcuni siti governativi siriani, ma al momento tutti sembrano funzionare normalmente.




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Guerra al phishing dai giganti del Web

La Stampa

Allo studio nuove tecnologie per bloccare le email fasulle


NEW YORK

I colossi della rete mettono da parte i rancori e dichiarano insieme guerra al phishing, ovvero le email che ingannano gli utenti convincendoli a fornire informazioni personali sensibili come, per esempio, le coordinate bancarie.

Le società, insieme ad altri partner tra cui Bank of America e PayPal, hanno creato Dmarc.org con l'obiettivo di rendere più sicure le caselle di posta elettronica. Nuove tecnologie identificheranno i mittenti in modo di smascherare le email fasulle. PayPal, come spiega il Wall Street Journal, utilizza già tecniche simili con i servizi di posta elettronica di Google e Yahoo!, bloccando oltre 200.000 email al giorno provenienti da chi finge di essere un'azienda o una banca per rubare dati preziosi agli utenti.

Ma il pericolo phishing non sarà ancora scongiurato definitivamente. "Anche se il sistema di autenticazione bloccherà tutte le email trappola, i truffatori potranno comunque provare a ingannare gli utenti con indirizzi email differenti come, per esempio, paypalpayments.com", spiega Brett McDowell, manager di PayPal e responsabile di Dmarc.org. Se il progetto darà risultati convincenti sarà un passo avanti importante per le società, che potranno comunicare più facilmente con i clienti tramite email. "E' essenziale per banche e grandi aziende avere la massima fiducia dei clienti", ha confermato Michael Osterman, presidente della società di ricerca Osterman Research.




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La rimozione dell'Italia

Corriere della sera

I partiti italiani ce la faranno a uscire dalla condizione di irrilevanza - vorrei dire d'inutilità - in cui li sta precipitando la presenza del governo Monti?



I partiti italiani ce la faranno a uscire dalla condizione di irrilevanza - vorrei dire d'inutilità - in cui li sta precipitando la presenza del governo Monti? Questa è la domanda cruciale da qui alla prossima scadenza elettorale, qualunque essa sia.

Rispondere è impossibile essendo troppe le variabili in gioco. Ma di una cosa però mi sentirei sicuro. Che essi non potranno mai riacquistare un senso e un ruolo se nella loro identità politica non tornerà ad avere posto un elemento da troppo tempo assente: e cioè il discorso sull'Italia. Intendo dire la consapevolezza di che cosa è stato ed è il nostro Paese e di quali sono i suoi grandi e sempre attuali problemi: l'antica tensione tra pluralità dei luoghi e dissolvimento localistico, l'abisso multiforme tra Nord e Sud, la perenne e generale scarsa educazione alla legalità e alle virtù civiche, la forza degli interessi, delle corporazioni e delle camarille, sempre pronti a diventare dietro le quinte gli attori concreti di ogni realtà sociale e pubblica. Infine l'egoismo di chi ha e la triste condizione dei troppi che non hanno.


Questa è l'Italia vera con la quale i partiti e le loro culture e i loro programmi dovrebbero sentirsi chiamati a fare i conti. E con la quale per la verità ci fu un tempo in cui cercarono di farli. Accadde all'incirca fin verso gli anni 70-80 del secolo scorso quando ancora tenevano il campo le culture politiche del nostro Novecento: tutte nate, per l'appunto, da un'analisi approfondita della vicenda del Paese, da una radiografia dei suoi problemi, dei suoi vizi e delle sue virtù. Da qui non solo programmi, ma soprattutto un'idea dell'interesse generale della collettività nazionale e di conseguenza una loro ispirazione autentica, e quindi la voglia e la capacità di darle voce venendo presi sul serio.


Ma con la fine della cosiddetta Prima Repubblica le culture politiche del nostro Novecento si sono disintegrate. Qualunque discorso sull'Italia è scomparso dalla vita pubblica italiana. Si è diffusa una sorta di stanchezza per il pensare in generale e magari in grande. Abbiamo provato come una noia, quasi un disgusto, per noi stessi e per una nostra storia che sembrava averci portato solo a Tangentopoli e al grigiore un po' torbido e inconcludente della stagione successiva. È accaduto così che ci siamo buttati a corpo morto sull'Europa. Per quindici anni e più il solo avvenire che è apparso lecito augurare al nostro Paese è stato quello di «entrare» in Europa, o, per restarci, di «avere i conti in ordine», di adottare le sue direttive, di «fare i compiti» a vario titolo assegnatici. Giustissimo, per carità, ma troppo ci è sembrato che a tutto dovesse (e potesse!) pensare l'«Europa»; che nel frattempo, peraltro, stava diventando sempre più evanescente. Troppo ci è sembrato che per essere europei fosse necessario buttarsi dietro le spalle l'Italia e il fardello della sua storia.


Superficialmente persuasi che ormai essa avesse fatto il suo tempo abbiamo guardato con sufficienza alla dimensione statal-nazionale. Non si decideva, tanto, tutto «in Europa»?


L'europeismo è diventato l'ideologia radio-televisiva del potere italiano, il pennacchio di ogni chiacchiera pubblica, il prezzemolo di tutte le minestrine dei Convegni Ambrosetti. Oggi ci accorgiamo che le cose stavano - e soprattutto stanno - un po' diversamente. La crisi paurosa del debito pubblico, e insieme la manifestazione di tutte le nostre innumerevoli inadeguatezza che essa ha causato, ci hanno ricordato, infatti, che esiste una cosa chiamata Italia, e che, ci piaccia o meno, tanta parte della nostra vita individuale e collettiva dipende da essa (e forse è servito a questo ricordo anche il concomitante anniversario della nascita del nostro Stato).


Ora è giunto il momento che se ne accorgano e se ne ricordino pure i partiti. L'origine della loro afasia degli ultimi anni, della loro perdita di senso e dunque di ascolto presso l'opinione pubblica, nasce per tanta parte dall'aver escluso dal loro orizzonte l'Italia e la sua vicenda, la sua realtà più intima. Nasce dall'aver cancellato ogni riflessione, ogni proposta di vasto respiro, ma credibile, capace di tener conto di quella vicenda parlando al cuore, alla mente, ma soprattutto alle speranze degli italiani. Siamo pieni di discorsi su ciò che è fuori dei nostri confini, su dove va il mondo, ma non abbiamo un'idea di dove vada o voglia andare l'Italia. Di che cosa essa debba volere. Nessuno ci dice, non sappiamo, a che cosa essa possa ancora servire. Sono i partiti che devono ricominciare a dircelo. Non ricordo più dove Antonio Gramsci ha scritto che si può essere realmente cosmopoliti solo a patto di avere una patria. Bene: è tempo che la politica, facendo sentire di nuovo la propria voce, torni a parlarci della nostra.



31 gennaio 2012 | 9:35




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Guerra ai copioni. Nei college Usa arriva il software anti-plagio

Celentano a Sanremo, compensi in beneficenza

Corriere della sera


Mazzi: «Non solo non si terrà un euro, ma pagherà di tasca propria le spese e le trattenute fiscali»


MILANO - «Noi il nostro Tevez lo abbiamo ingaggiato, a differenza di altri. Il Tevez di quest'anno è Adriano Celentano». Probabilmente Mauro Mazza, direttore di Raiuno, non ha pensato alla possibile associazione di idee che avrebbe potuto scatenare la sua battuta, il parallelo tra le quotazioni del fuoriclasse del Manchester City e il superingaggio che verrà corrisposto al «Molleggiato» per la sua partecipazione al Festival della Canzone italiana. Le polemiche che hanno accompagnato il ritorno del cantante a Sanremo sono riaffiorate anche nel corso della conferenza stampa. Ma è stato Gianmarco Mazzi, il direttore artistico della manifestazione, a sgombrare subito il campo da ogni dubbio: «Celentano distribuirà tutto il suo compenso in beneficenza». Non solo: «Si farà personalmente carico degli oneri fiscali legati ai compensi e saranno a carico suo anche tutte le spese di permanenza all'Ariston. Tanto per essere chiari: venire a Sanremo a lui costerà un sacco di soldi».

CIFRE E BENEFICENZA - Mazzi ha chiarito quali saranno le cifre in campo e come saranno poi redistribuite. Qualora partecipasse ad una sola serata, Celentano percepirà 350 mila euro. Nel caso di due serate, la somma salirà a 700 mila. E salirà ulteriormente a 750 mila qualora alla fine l'artista decidesse di partecipare a quattro o a tutte le serate. Quanto alla beneficenza, Celentano destinerà i compensi a uno o due ospedali di Emergency (a seconda di quanto sarà effettivamente il compenso finale, comunque si parla di 100 mila euro ciascuno) e a 20-25 famiglie bisognose che saranno indicate dai sindaci di Milano, Roma, Firenze, Napoli, Verona, Cagliari e Bari e a cui saranno corrisposti assegni da 20 mila euro. Mazzi ha parlato di i una polemica «scatenata in modo rabbioso», forse «perché c'è sempre la paura che Celentano parli anche e non si limiti a cantare».

«ADRIANO E' LA STORIA» - Anche Gianni Morandi, per il secondo anno consecutivo in veste di presentatore, ha tagliato corto sulle polemiche, prendendosela con una classe politica «che non ha titolo di parlare di moralità» e che «scarica sugli artisti i propri fallimenti». Poi il presentatore ha aggiunto: «Portare Celentano a Sanremo è un sogno che abbiamo da sempre: lui è Sanremo, proprio qui iniziò le sue provocazioni nel 1961 cantando '24 mila baci». E ancora: «Celentano è la storia, è la musica, non si discute averlo. Celentano è l'Italia. Lo conosco da 49 anni e la cosa che mi sorprende è come riesca sempre a creare una rivoluzione ogni volta che arriva, ad attrarre l'attenzione. È come se il festival di Sanremo fosse il festival di Celentano, all'insegna di Celentano, e questo ci aiuterà».



Al. S.
31 gennaio 2012 | 13:56




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Casale pensa al rifiuto dei risarcimenti milionari per i morti di amianto

Corriere della sera

Il sindaco: siamo orientati a dire no. Il 18 dicembre scorso la maggioranza aveva accettato la bozza d'intesa




Dal nostro inviato  MARCO IMARISIO


CASALE MONFERRATO (Alessandria) - «Quando si arriva all'ultimo minuto bisogna giocare con prudenza». La premessa è di natura cestistica, perché da buon appassionato di basket, Giorgio Demezzi conosce bene l'importanza delle fasi finali di una partita, quando il cronometro scorre inesorabile verso la fine.

«Esistono però le condizioni
per un nostro ripensamento. La decisione definitiva non è ancora presa, ma siamo orientati a non accettare l'offerta di transazione fatta al Comune dall'imputato Stephan Schmideiny per la vertenza sull'amianto». Quasi un tiro da tre punti a fil di sirena. Ogni domenica il sindaco di Casale Monferrato siede sui gradoni del Palaferraris, il palazzetto che ospita la Novi Più, matricola e rivelazione del campionato di seria A, non fosse per la propensione a perdere molto spesso in volata.

Ci vuole prudenza, anche per le trattative, soprattutto quando sembravano ormai chiuse. Lo scorso 18 dicembre la maggioranza del Consiglio comunale aveva accettato la bozza d'intesa spedita dai legali di Stephan Schmidheiny, ex proprietario dello stabilimento Eternit nel quartiere Ronzone che per oltre cinquant'anni ha diffuso nell'aria e nei polmoni il micidiale polverino. Il miliardario svizzero con residenza in Costarica, principale imputato del processo Eternit, offriva una cifra compresa tra i 18 e i 20 milioni di euro in cambio della revoca della costituzione di parte civile del Comune al processo sui morti d'amianto che il 13 febbraio andrà a sentenza.

Era una proposta indecente, ma erano anche tanti soldi. Maledetti e subito, dall'incasso sicuro. Fu una brutta notte, quella. Qualche consigliere della maggioranza di centrodestra invocò la forza pubblica per far sgomberare le centinaia di persone che aspettavano nella piazza di fronte. Non erano facinorosi, ma un pezzo importante di una città di 35 mila abitanti martoriata da almeno 1.700 morti di mesotelioma, il tumore della pleura indotto dall'amianto.

In poco più di un mese possono accadere tante cose, persino da noi. Per una volta si è mossa la politica, seppur tecnica. Il nuovo ministro della Salute, Renato Balduzzi, è nato a venti chilometri da qui. Conosce bene questo infinito rosario di morti. Ha contattato Demezzi, gli ha mostrato un'altra strada per evitare la firma su un accordo destinato a creare una lacerazione profonda in una città così segnata dal dolore, che avrebbe cancellato anche trent'anni di lotta per giungere alla verità. Non parole, ma opere di bene, con il coinvolgimento diretto del ministro dell'Ambiente Corrado Clini. Nuovo accordo di collaborazione tra Stato, Regione ed Enti locali. La conferma dei 9 milioni di stanziamento che finanzieranno le spese per il prossimo biennio. L'impegno a trovare il denaro per una nuova discarica di Eternit.

«Si sono presi a cuore il problema in maniera seria, attivando un canale di dialogo quasi quotidiano. Ci hanno permesso di trovare lo stimolo e l'appiglio per ripensare la nostra decisione. La stiamo riconsiderando, finalmente sulla base di atti concreti». Giorgio Demezzi è un ingegnere prestato alla politica, a un Pdl che aveva bisogno di un nome nuovo per riprendersi Casale Monferrato. Ha sempre rivendicato la bontà della decisione iniziale, che ancora oggi definisce «pragmatica», ma come essere umano ne ha sofferto. «Sono avvenuti fatti che mi hanno fatto capire quanto la decisione di Casale fosse una questione nazionale».

Il sì all'offerta dello «svizzero» ha avuto l'effetto collaterale di un ritorno del dramma dell'amianto al centro dell'attenzione. Petizioni, assemblee, mobilitazioni. Libri in uscita, da segnalare «Eternit, dissolvenza in bianco» opera a fumetti di Gea Ferraris e Assunta Prato che racconta la storia della fabbrica della morte. Persino una pièce teatrale, Malapolvere, ispirata al libro omonimo di Silvana Mossano che questa sera apre in prima nazionale al teatro Gobetti di Torino. C'è stato l'esempio dei piccoli comuni dell'alessandrino, da Coniolo a Morano Po, che hanno avuto la forza di respingere al mittente la stessa offerta.

Demezzi ha visto le reazioni dei suoi concittadini. Forse ha anche valutato il danno che subirebbe l'immagine di Casale. «Abbiamo il dovere di riconsiderare la nostra decisione» dice. Non può aggiungere altro. L'ultima parola spetta alla giunta, che si riunisce giovedì. La decisione non dipende solo da lui. C'è da convincere una parte del suo partito, dove alcuni non vogliono recedere da quel sì e ne fanno ormai una questione di principio.

Manca poco, ormai. «L'impegno diretto di un ministro non è cosa da poco» dice Demezzi. La Novi Più ha finalmente vinto una partita all'ultimo secondo e sabato torna a giocare nel palazzetto che porta il nome dell'assessore regionale Paolo Ferraris. Uno degli uomini che più ha lottato per far avere alla città i soldi necessari a fronteggiare il dramma dell'amianto. È morto nel 1997, ucciso dal mesotelioma.


31 gennaio 2012 | 11:22



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L'ufficiale medico: « Schettino non era lucido»

Corriere della sera

«Il coordinamento dei soccorsi da parte del capitano non c'era». E aggiunge: «Siamo salvi per miracolo»


MILANO - Il «perché» del comportamento di Schettino «lo vedrà la magistratura. Io so soltanto che tutto l'equipaggio era già sui ponti accanto alle scialuppe pronti allo sbarco già da oltre mezz'ora» quando fu lanciato l'ordine di abbandonare la nave da una voce che «al 90%» non era quella del capitano. «Come so per certo che ad arenarsi su quel benedetto scoglio la nave ce l'ha portata la Madonna. È stato un miracolo. Siamo vivi per miracolo. Potevamo essere morti tutti e 4mila. Bastavano 10 metri più al largo». È il racconto di Gianluca Marino Cosentino, tenente di vascello e secondo ufficiale medico sulla Costa Concordia la notte del naufragio.

«IN BORGHESE SUL MOLO» - Intervistato da Il Mattino, l'ufficiale ricorda che Schettino «da medico mi è sembrato scosso e non più lucido» e che ha mancato «completamente» il suo ruolo: «Il coordinamento dei soccorsi da parte del comandante non c'era. Personalmente mi ha molto sorpreso vedere Schettino in borghese sul molo verso mezzanotte e mezzo. In più quando ho sentito dai telegiornali che aveva avuto il tempo di prendere effetti personali nella sua cabina ed anche un computer, e finanche di scivolare sfortunatamente in una scialuppa, beh, è stato il massimo».


«IL MIO RUOLO» - «Quando si cercava il sangue di Schettino che, però, era stato arrestato e non era a portata di mano, ci sono finito di mezzo io. Senza riuscire a raccontare tutta la verità su quella notte. Mi sono sentito lapidato». «Io ero a terra alle 23.20 - prosegue - Ma non ci sono rimasto. Dopo aver portato a terra le persone della scialuppa 19, a me assegnata dal ruolo di appello (i posti e i ruoli assegnati dal comandante ai membri dell'equipaggio in caso di abbandono), sono salito su un'altra scialuppa e sono tornato indietro. Per tornare a prestare soccorso dove occorreva. Sì, con un altro ufficiale, Flavio Spadavecchia, abbiamo accostato a dritta. Il mare brulicava di soccorritori e persone in fuga. Si trattava di capire che fare nel panico e nella confusione». «Una coppia si è gettata in mare - prosegue -. L'abbiamo ripescata, portata a terra, consegnata all'ambulanza. Durante i soccorsi a terra ero chiaramente identificabile per via della divisa. Così venivo continuamente fermato da qualcuno che sperava di aver trovato il comandante o un ufficiale di coperta. Prima il comandante dei vigili, poi quello dei carabinieri, infine il sindaco. Tutti cercavano il comandante».

Redazione Online
31 gennaio 2012 | 10:53

Quel Molleggiato che straparla di operai e incassa da padrone

di -

In un grottesco dialogo a distanza con l’artista Maurizio Cattelan, Celentano (milionario) si erge a paladino di poveri e indifesi


Esilarante e spericolato scambio epistolare tra due finti ingenui che s’interrogano su grandi temi: Adriano Celentano e Maurizio Cattelan che si sono scambiati sperticati complimenti sul nuovo numero della versione tedesca di Interview, la rivista creata da Andy Warhol.


Maurizio Cattelan
Maurizio Cattelan

Cattelan è attanagliato dal dubbio sul vero significato del testo della canzone Chi non lavora non fa l’amore . Una questione urgente, alla quale Celentano risponde con straordinario senso di responsabilità e atteggiamento grave e solenne: «Il mio intento era lanciare una provocazione ai datori di lavoro facendo un parallelo con gli operai che, senza lavoro, perdevano anche la serenità. Come potrei io, con la mia storia familiare, essere contro gli scioperi,l’unica arma democratica per fare rispettare i diritti delle persone più deboli e dare loro voci? ». E per essere più convincente aggiunge: «Sono figlio di emigranti, poveri, onesti e allegri».

Finalmente il dubbio che ci tormentava da anni, è sciolto. Celentano ci tiene a farci sapere che è anche una persona alla mano. E che non è vero che «esce di rado e parla ancora meno». Sappiamo tutti, infatti, che se gli diamo 300mila euro per mezz’ora di conversazione, egli è pronto a esprimere il suo «misero pensiero ». E che vuole che si comprenda: «Parlo in modo semplice, è vero, comprensibile, e a volte questo può spaventare. Non c’è nulla di più pericoloso che farsi capire».

Possiamo ritenerci soddisfatti. Un milionario scrive a un milionario, parlando di operai, di persone deboli, di studenti, senza alcuna demagogia, per carità, con parole semplici. Non ci risparmia neppure la storia di suo padre per il pudore di non dovere di fare riferimento alla propria.

Adriano Celentano



Si ha la sensazione che non sappia bene il significato delle parole e che scambi per semplice un pensiero inutile, per comprensibile una considerazione banale, per chiaro quello che è ovvio.


Cattelan se ne sta rispettosamente a distanza, ammirando le gesta del suo idolo democratico; non si espone, ma ricorda momenti indimenticabili come l’apparizione di Celentano «in sostegno a Tony Renis». È veramente commovente. Felice come un bambino invoca, ancora «qualche minuto di libera imprevedibilità ».

Ma non perde occasione per farci una rivelazione: quella di aver seguito il consiglio di Celentano, durante un Fantastico , di spegnere il televisore. Quel consiglio fu così convincente che ancora oggi Cattelan non ne possiede uno. E qui si espone a una, pur veniale, contraddizione. Infatti, dichiara, ispirato, di non vedere l’ora che arrivi Sanremo. Ovviamente per rivedere Celentano.
Ma come potrà, se ha dichiarato di non avere il televisore, proprio su suggerimento di Celentano? Chiederà ospitalità a qualche semplice operaio?

In questo florilegio di insensatezze, molto semplici e dignitose, non poteva mancare la conclusione: sbagliata se espressa da qualunque cittadino onesto, vomitevole se «rivelata» da Celentano: «È vero che diffido della classe politica: ha creato impunemente i disastri che stanno affondando la vita delle persone, negandogli la dignità di un lavoro, il diritto allo studio uguale per tutti, il diritto di curarsi tutti allo stesso modo. Forse i politici dovrebbero essere affiancati da filosofi e poeti per sperare la cultura dell'onestà e della sapienza.

Per tentare di ricostruire un mondo serio e illuminato». Non voglio fare l’analisi logica di queste affermazioni, ma ricordare al compiaciuto «re degli ignoranti», Michel de Montaigne, che per parlare dell’uomo riteneva opportuno parlare di se stesso, che era l’uomo che conosceva meglio. E dunque, Celentano, «figlio di emigranti poveri, onesti e allegri », può onestamente dichiarare che i politici gli hanno negato, anche in tempi più difficili di questi, «la dignità di un lavoro», «il diritto allo studio», «il diritto di curarsi »?

Può dire che gli è stato negato tutto questo? E che è ignorante per colpa della classe politica?
Chiede e ottiene 300mila euro al giorno, e forse 750mila, con lo sconto,in tre giorni (l’equivalente di un miliardo e mezzo di lire) dalla televisione di Stato amministrata da politici, e ha il coraggio di parlare di negazione della «dignità del lavoro»?


Ma con che faccia? E perché non dice il suo «misero pensiero » (non misero) gratis? Ovvero, per rispetto degli operai che guadagnano 1.200 euro al mese (e non 300mila euro in mezz’ora) per 30 o 40mila euro a puntata, pertinente e ben remunerato compenso per una buona prestazione canora in cui egli, anche come interprete, eccelle? Perché non si accontenta di 120mila euro che sono cento volte di più dello stipendio del, quello, sì, «misero», operaio, della sua canzone?

È forse perché ignorante che auspica «un mondo serio e illuminato », grazie a filosofi e poeti, contrariamente al pensiero di Benedetto Croce, che era filosofo e politico, e trascurando di riflettere al fatto che la politica è una espressione del pensiero, un modo di essere della filosofia, da Platone ad Aristotele a Machiavelli, già giù fino a Croce, Gentile, Gramsci, Gobetti, e per arrivare fino ai nostri contemporanei, Volponi, Calasso, Cacciari, Colletti. Persino Gino Paoli fu parlamentare. E non risulta che la politica sia migliorata con la sua presenza.


Ma se Celentano è convinto che la soluzione sia questa, invece di parlare, invece di prendere 750mila euro in tre ore, si candidi. Scoprirà allora che i politici, per andare in televisione a dire il loro «misero» pensiero, non prendono un euro. E hanno il pudore di non parlare dei poveri. In fondo, i disprezzati politici si accontentano, «vituperati e vilipesi », di 12mila euro al mese. Celentano li prende in un minuto. Cattelan, silenzioso, lo osserva.



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E' il telefono il nuovo obiettivo dei cyber-criminali

La Stampa


Ecco come può essere usato per spiarci e come proteggersi
FEDERICO GUERRINI

Abituati a tenerlo sempre accanto, come un amico fedele, non ci accorgiamo di come anche il telefonino abbia i suoi lati oscuri, come la capacità di spiarci a nostra insaputa. Qualche tempo fa, l'esperto di cyber sicurezza Christopher Soghoian scrisse un articolo per il New York Times stigmatizzando la scarsa attenzione dei giornalisti a proteggere le proprie fonti: il cellulare, in particolare, è spesso un ricettacolo di messaggi, numeri di telefono, immagini compromettenti. Il suo contenuto dovrebbe essere protetto con cura, perlomeno con la stessa cura con cui custodiamo il portafogli.

Molto spesso così non è. Ma il discorso non vale solo per i giornalisti: uomini d'affari, politici, e tutti coloro che tengono alla sicurezza delle loro conversazioni dovrebbero stare un guardia; tanto più oggi, che il numero degli smartphone ha superato quello dei Pc e che sempre più persone si connettono a Internet tramite il loro cellulare. Nel 2011, per la prima volta il tempo speso a usare applicazioni dispositivi mobili è stato superiore a quello passato a navigare con il computer. I cyber criminali hanno captato la tendenza e iniziato a costruire virus e software nocivi pensati per i più diffusi sistemi operativi per cellulare.

A farne le spese, affermano alcune fra le maggiori società di sicurezza It come Symantec e Kaspersky Lab, è soprattutto Android, la piattaforma di Google, più “aperta” di quella di Apple e quindi più vulnerabile. Con il diffondersi dei pagamenti in mobilità, grazie alla tecnologia che Nfc, che consentirà di “strisciare” il cellulare come se fosse una carta di credito, il problema è destinato ad acuirsi e il tema è sempre più oggetto di indagine da parte dei media, specializzati e non. Vediamo alcuni consigli di esperti su come proteggersi:

Disattivare la connessione automatica a hotspot wi-fi e il bluetooth
Spesso i moderni smartphone sono preimpostati per connettersi alla rete senza fili più vicina. Per gli hacker è facile creare un falso punto di accesso e simulare una connessione sicura, trafugando invece tutti i dati. Conviene disabilitare questa opzione, così come il bluetooth, quando non utilizzato.

Usare carte Sim prepagate e cambiarle regolarmente
Questo impedisce ai criminali di associare facilmente la vostra identità reale a una certa utenza. È comunque possibile, ma più complesso che con un abbonamento.

Non scaricare app non ufficiali o aprire link dubbi
Esistono versioni non ufficiali di popolari applicazioni come Angry Birds o Fruit Ninja: spesso però contentono al loro interno delle sorprese poco piacevoli. Lo stesso vale per gli allegati alle email: così come avviene con il Pc, spesso messaggi contraffatti servono a spargere infezioni e virus.

Controllare i permessi concessi alle applicazioni
Al momento dell'installazione, alcuni programmi chiedono permessi aggiuntivi che ne estendono il raggio d'azione ben oltre il necessario. Diffidare.

Usare di preferenza le connessioni 3G rispetto a quelle Wi-Fi
Le connessioni wireless sono meno sicure, e più facili da penetrare.

Installare un antivirus
Così come è necessario averlo sul computer, un antivirus è indispensabile anche per il telefonino, anche se rischia di limitare la durata di carica della batteria. Sia quello di Avg che quello di Symantec, sono gratuiti per piattaforma Android.

Extrema ratio: togliere la batteria
Se si ritiene che la sorveglianza sia già in corso e si vuole avere una conversazione riservata, per stare tranquilli al 100 %, l'unico sistema è togliere la batteria del cellulare. Se controllato dall'esterno, l'apparecchio può essere usato per ricevere suoni e immagini tramite la fotocamera e il microfono incorporati, anche se è apparentemente spento.



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Filo spinato e guardie, ecco il «ghetto» dorato dei miliardari parigini

Corriere della sera

Villa Montmorency, il quartiere residenziale a più alta densità di super ricchi della capitale, dove nessuno può entrare


Dal nostro corrispondente Stefano Montefiori


PARIGI - L'autobus della linea 52 ferma a pochi metri dalla sbarra e dai divieti di ingresso, e a due passi c'è la fermata del métro. L