Evoluzione a Sinistra

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sabato 14 gennaio 2012

Declassata la Francia E ora ridi, pagliaccio

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A forza di prendere schiaffo­ni in faccia, chissà se i solo­ni europei capiran­no che questa crisi non si guarisce con i pannicelli caldi imposti dalla Merkel




A forza di prendere schiaffoni in faccia, chissà se i soloni europei (e anche italiani, naturalmente) capiranno che questa crisi non si guarisce con i pannicelli caldi imposti da Angela Merkel agli Stati nazionali.


Il presidente francese Nicolas Sarkozy  e la cancelliera tedesca Angela Merkel

Serve ben altro: una vera politica comunitaria, economie coordinate, unità di vedute, revisione dei trattati che non sono da considerare tavole della legge, ma regole da rinnovare in base ai mutamenti della realtà.

Ma questi sono discorsi teorici. E invece qui è necessario scendere sul terreno della vita quotidiana che riserva sempre qualche sorpresa. L’ultima, in ordine di tempo, è il declassamento della Francia (dell’Italia, della Spagna e del Portogallo) che ha perso la tripla A, come a suo tempo la perse l’Italia suscitando lo scherno di molti osservatori, a dire il vero poco neutrali e niente affatto sereni. Sissignori. L’agenzia di rating Standard & Poor’s,ieri,a mercati aperti e in prossimità del week end, ha pensato bene di prendere a calci anche gli spocchiosi transalpini, retrocedendoli senza riguardo insieme con noi.

Inutile dire che la notizia ha provocato un terremoto micidiale nelle Borse del vecchio continente. Con le inevitabili conseguenze: un attacco di panico non solo tra i finanzieri, ma anche fra i risparmiatori che da troppi anni vengono salassati. La botta rifilata ai francesi non stupisce più di tanto. Il declassamento era nell’aria da settimane, ma tardava a venire e a Parigi si erano illusi che il pericolo fosse ormai superato.

Superato un corno. A uno a uno, i Paesi boriosi che guardavano il nostro dall’alto al basso sono destinati a subire lo stesso trattamento avuto dall’Italia. Conviene ricordare quel che accadde alcuni mesi orsono a Silvio Berlusconi, quando si recò a un vertice con Nicolas Sarkozy e Angela Merkel allo scopo di illustrare i piani del governo per rimettere a posto i nostri conti (deficit e debito pubblico).

Il Cavaliere parlò. Poi la cancelliera lanciò uno sguardo d’intesa al presidente francese ed entrambi scoppiarono a ridere, come per dire: ci si può fidare di questo qua? Sarkozy in particolare dette l’impressione di essere molto divertito. Pieno di sé, esaminò con commiserazione il premier italiano senza abbandonare un sorriso melenso.

Ecco. La nemesi storica è arrivata puntuale a sgonfiare il pallone, affidando il compito di afflosciarlo a Standard & Poor’s, che non ha fallito il colpo: centrata e abbattuta la terza A. Il che significa in termini brutali che la Francia, l’Italia, la Spagna e il Portogallo pari son nel giudizio internazionale sulla loro affidabilità.

E allora quale motivo aveva Sarkozy di sfottere Berlusconi? Ora vediamo se ha ancora voglia di deriderci o se non ritenga più dignitoso andare a nascondersi, lui con la sua supponenza ingiustificata. È probabile che la bocciatura gli insegni almeno a non fare più il pagliaccio ridens. Intendiamoci. Noi non sposiamo la teoria «mal comune mezzo gaudio». Non è questo il problema. Ci riallacciamo piuttosto a quanto scritto sopra. I guai delle potenze europee dipendono in massima parte dalla cattiva gestione della Ue, che ha una vocazione burocratica e nessuna capacità di adeguare la propria politica alla congiuntura.

Per non parlare dell’euro, che ieri ha perso sul dollaro parecchi punti. La difesa della moneta unica sarà anche doverosa (ne dubitiamo), ma non potrà proseguire in eterno. Ci sarà un momento in cui si capirà che l’adozione della divisa comunitaria è coincisa con l’inizio della sciagura. Basti pensare che l’Italia ha smesso di crescere dieci anni orsono.


Non vuol dire nulla? Mediti il governo Monti che a due mesi dal proprio insediamento ha già ricevuto un cattivo voto da Standard & Poor’s. Professori, forse non avete studiato abbastanza. Invece di pensare ai tassisti e agli edicolanti, preoccupatevi di cose serie. Altrimenti il Belpaese, dopo la batosta di ieri, farà solo piangere i suoi cittadini. E il presidente bocconiano, che diceva di averci salvati dal burrone, passerà alla storia per averci buttati giù. O stiamo già rotolando nel baratro?




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I topi conquistano l'isola di Montecristo Al via la derattizzazione con un ponte aereo

Corriere della sera

Sono arrivati da fuori trasportati da navi e imbarcazioni



L'isola di Montecristo
ISOLA DI MONTECRISTO – Probabilmente neppure la fantasia di Alexandre Dumas avrebbe potuto immaginare un attacco così dirompente alla sua amatissima isola del tesoro. E mai avrebbe immaginato che un esercito di ratti neri, uno per ogni metro quadrato (Montecristo ha un’estensione di appena 10 chilometri quadrati) avrebbe minacciato l’ecosistema dello «scoglio» più proibito dell’Arcipelago toscano, oasi protetta e biogenetica, dove è addirittura impossibile fare il bagno. Ed invece per arginare l’invasione dei topi, oltretutto di una specie non endogena, Parco nazionale, Regione Toscana, ministero delle Risorse agricole e Unione europea, a fine mese faranno partire un progetto per sradicare le specie dannose. Ci si prepara a una vera guerra contro i «roditori invasori» con l’impiego di ventisei tonnellate di esche avvelenate da lanciare da un aeroplano. Un’impresa epica, diluita nel tempo, con lo scopo di salvare la biodiversità dell’isola e preservarla da invasioni esterne.

I RATTI - I ratti neri, infatti, pare siano arrivati da fuori, trasportati da navi e imbarcazioni e nel tempo si sono prolificati in modo spaventoso. Ma il metodo scelto, quello dell’avvelenamento aereo, sta provocando polemiche. Tra i contrari non ci sono solo animalisti e comitati, ma anche un ex campione del mondo di pesca sub, l’elbano Carlo Gasparri. Che contro il progetto ha preso carta e penna e ha scritto alla procura denunciando quello che lui ritiene un insulto all’ambiente e ipotizzando l’impiego di un veleno per topi a base del principio attivo brodifacoum.



«Il prodotto che dovrà essere usato è altamente tossico per gli organismi acquatici e può provocare a lungo termine effetti negativi per l’ambiente, inoltre si tratta di un prodotto persistente nel tempo», scrive Gasparri. E propone che eventualmente sia utilizzato un veleno a bassa persistenza ambientale per evitare la contaminazione della catena alimentare. Per non parlare poi del pericolo per i visitatori. Ogni anno sull’isola sbarcano, per viste giornaliere rigidamente contingentate, mille persone. Altri duemila visitano invece solo il museo naturale di Cala Maestra, il principale approdo.



L'ISOLA - Sull’isola, dove vive un custode con la famiglia, ci sono una villa settecentesca, le rovine di un antico monastero e la grotta di San Mamiliano, vescovo di Palermo. Nel quarto secolo, il santo, qui si rifugiò per sfuggire alle persecuzioni dei Vandali e dall’isola fu per sempre stregato. Insomma, per Gasparri e il suo comitato, l’isola è uno scrigno da preservare assolutamente. Il problema è che la stessa cosa la pensano anche chi, come i dirigenti del Parco, difendono il progetto. Come la direttrice Franca Zanichelli. «Nessuno vuole avvelenare l’isola – spiega - il progetto, preparato da esperti prevede l’impiego di 26 tonnellate di pellet alimentare, analogo a quello usato ovunque per contenere i ratti, costituito da cereali a mangime appetibile al cui interno vi è una percentuale millesimale di principio attivo velenoso.



Le esche, che non possono essere collocate da terra per l’inaccessibilità del territorio, saranno distribuite via aerea con uno speciale imbuto prestato da un’altra area protetta che ha già eseguito un intervento analogo in Sardegna. Derattizzazioni simili sono state effettuate con successo nella più piccola Giannutri. Anche allora applicando con successo il progetto europeo». Secondo la direttrice Zanichelli «nel mondo associazioni importanti, come la Royal Society of the Protection of Bird, (la più importante associazione mondiale per la tutela degli uccelli) stanno compiendo operazioni simili in ambienti selvaggi per limitare il disastroso incremento dei ratti, ritenuto ovunque una specie gravemente nociva».


Marco Gasperetti
12 gennaio 2012
(modifica il 13 gennaio 2012)




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La beffa della caserma «svenduta» e il triplo affare dei francesi

Corriere della sera

Dopo 7 anni lo Stato la rivuole (sborsando il doppio) L'Università




La caserma MialeLa caserma Miale

«SPQR: Sono Pazzi Questi Risanatori», ridono i francesi di Bnp Paribas, facendo il verso ad Asterix, se pensano a certe cartolarizzazioni all'italiana: traffico di coca e d'armi a parte, dove lo trovi un investimento che renda in 7 anni oltre il doppio del capitale come la caserma «Miale» di Foggia? Una pazzia da manuale. O da inchiesta penale.

«Tesoro: immobili; no "svendopoli", cambio d'uso per valorizzare», titolava l'Ansa il 23 agosto 2001 spiegando che Giulio Tremonti voleva risanare i conti a partire dalla vendita di migliaia e migliaia di edifici di proprietà pubblica come certi edifici militari nel quartiere Prati di Roma e tanti altri sparsi per la penisola. Un anno dopo, un'altra Ansa spiegava che era in arrivo «la più grande cartolarizzazione mai fatta in Europa».


Si è trattato, in realtà, di due percorsi paralleli. Uno seguito con l'obiettivo di vendere, nelle più rosee speranze, 90 mila immobili di vari enti pubblici e portato avanti attraverso la costituzione di un paio di società in Lussemburgo («Con un capitale di 10 mila euro, due fondazioni olandesi come azioniste e un cittadino scozzese di nome Gordon Burrows alla presidenza», rivelò l'Espresso ) dal nome sventurato (Scip: Società cartolarizzazione immobili pubblici) ideale per i titoli giornalistici sugli edifici «scippati». L'altro con la parallela dismissione di strutture militari.


Quale sia stato l'esito della prima operazione lo hanno spiegato varie inchieste giornalistiche («un saldo negativo di 1,7 miliardi») e il procuratore generale della Corte dei Conti Furio Pasqualucci. Il quale un paio d'anni fa, bollando il risultato come «poco lusinghiero» (disastroso, con parole non «magistratesi») invitò chi volesse insistere a pensarci settanta volte sette giacché una nuova «alienazione deve essere attentamente dosata nel tempo e studiata in modo da conseguire risultati migliori di quelli derivanti dalle recenti cartolarizzazioni che a fronte di un portafoglio di 129 miliardi, ha fruttato ricavi per 57,8 miliardi, con un rapporto ricavi/cessioni pari al 44,7%». Molto meno della metà.


Quanto alle caserme, il tragicomico esempio foggiano è illuminante. Dovete dunque sapere che a Foggia, a due passi dalla facoltà di Giurisprudenza e a poche centinaia di metri dal cuore storico che ruota intorno alla cattedrale barocca della Beata Maria Vergine Assunta in cielo, c'è un grande edificio ottocentesco ancora in ottime condizioni, la «Caserma Miale da Troia».



Nelle foto dall'alto e su Google Maps è inconfondibile: è il palazzo più grande del centro cittadino. Elegante, tre piani, si sviluppa su circa 16 mila metri quadri coperti e ha un cortile interno di altri 6.500, pari (si calcola com'è noto il 25%) a un totale di 17.625 metri quadri. Valore? Altissimo, dice l'attuale proprietario trattando la vendita all'Università di Foggia: dove lo trovi uno spazio altrettanto grande e appetibile nel cuore del capoluogo?


Eppure grazie alla «cartolizzazione» tremontiana, quel proprietario, il Fondo «Patrimonio Uno» gestito dai parigini di «Bnp Paribas Rei Sgr», comprò poco più di sei anni fa quel ben di Dio (all'interno di un pacchetto con altri edifici) per una cifra intorno agli 11 milioni di euro. Pari, per capirsi, a circa 624 euro al metro quadro. Un affarone.


Affarone raddoppiato dalla decisione parallela del ministero degli Interni di prendere contestualmente in affitto la caserma venduta dal Demanio per poterci lasciare dentro la Scuola di polizia fino al 2023. Canone concordato: un milione e 160 mila euro l'anno. Facciamo i conti in tasca ai francesi? Comprata per 11 milioni, la caserma avrebbe loro fruttato in soli 18 anni (un battito di ciglia, per una banca) la bellezza di quasi 21 milioni di affitti (per l'esattezza 20.880.000) dopo di che sarebbe rimasta comunque loro la proprietà rivalutata.


Rovesciamo le parti? Lo Stato italiano fece la parte del giocatore impazzito che, rovinato dal demone febbrile della roulette o del poker, svende a un usuraio la casa in cui vive per prenderla poi in affitto a un canone stratosferico. Un delirio. Ma l'ingloriosa avventura finanziaria della Miale non era ancora finita. Due anni dopo (solo due anni!) aver firmato il contratto di vendita e di affitto, infatti, il Viminale ha deciso che la Scuola di polizia, lì dove stava, a quei prezzi, non gli serviva più.

E l'ha chiusa. Risultato: l'edificio è oggi utilizzato solo in minima parte (diciamo un dieci o al massimo un quindici per cento) per la mensa della Questura, per una foresteria di poche stanze e per le esercitazioni del poligono di tiro. E intanto i cittadini italiani continuano a portare sul gobbo il canone stratosferico di 96.666 euro al mese: 3.178 al giorno.

A metterci una pezza, come dicevamo, è arrivata l'Università di Foggia. La quale, come spiega il rettore Giuliano Volpe, il primo a essere scandalizzato per la vicenda, potrebbe trarre «enormi vantaggi dall'acquisizione di questa struttura (nelle immediate vicinanze delle Facoltà di Giurisprudenza e di Economia), per la sistemazione del Rettorato, dell'amministrazione centrale e poi di aule, laboratori, servizi agli studenti, residenze e così via». L'altro ieri se ne è discusso al Cipe e grazie ai «fondi Fas» nell'ambito del «Piano per il Sud» pare che la cosa, per la quale anche Nichi Vendola si è speso molto, possa andare in porto.


Prezzo concordato per il «riacquisto» da parte dello Stato: 16 milioni e mezzo di euro. Cinque e mezzo in più di quelli ricavati dalla vendita del 2005. Ma poi, ammiccano i francesi fregandosi le mani, c'è da contare gli affitti incassati in questi sei anni e passa. Facciamo cifra tonda? Sette milioni di euro di canoni. Per un totale (16,5+7) di 23,5 milioni. Il doppio abbondante di quanto era stato investito. Visto dalla parte nostra: abbiamo fatto la parte dei baccalà. Ammesso, si capisce, che si sia trattato di baccalà sventurati ma in buonafede e non baccalà furbetti ingolositi da qualche «esca» inconfessabile...



E dopo aver visto svendere ai soliti «amici» attici a San Pietro da 113 mila euro e case al Colosseo da 177 mila e poi caserme come la Miale con le modalità descritte vogliamo venderci ancora i gioielli di famiglia? O cambia tutto o mai più, così. Mai più.


14 gennaio 2012 | 11:22



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Nella Sicilia degli sprechi telefonavano gratis amici, parenti e amanti

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I deputati hanno dato schede telefoniche dell’Assemblea regionale a circa 700 persone. E la Procura ora indaga per truffa e peculato


Mogli, figli, genitori. Ma anche amanti, semplici amici, amici degli amici, persino probabilmente qualche sconosciuto. Perché un regalino che non costa nulla non si nega a nessuno.



Una seduta del Parlamento siciliano
Una seduta del Parlamento siciliano

E i deputati di quella Regione sempre in pole position per gli sprechi che si chiama Sicilia sono generosi, dividono volentieri i loro privilegi con familiari e affini. E così circa 700 persone, per oltre cinque anni, avrebbero telefonato a sbafo, grazie alle schede che nella legislatura 2001-2006, la Tim dava al Parlamento siciliano in virtù di una convenzione ad hoc. Tanto, il conto, era a carico di mamma Regione.

È ai limiti del paradossale l’ennesimo scandalo targato Sicilia su cui, come ha anticipato l’edizione palermitana di Repubblica, si sono accesi i riflettori della Procura di Palermo, che ha aperto un’inchiesta, con l’accusa di truffa e peculato. Grazie a una convenzione business che adesso il Parlamento siciliano ha rescisso, la Tim forniva ai deputati regionali cellulari e schede, che gli onorevoli siciliani giravano a propria volta a assistenti e collaboratori.

Solo che le schede distribuite ai 90 parlamentari sono state quasi 700, 670 per l’esattezza, poi equamente suddivise tra collaboratori, familiari, amici, qualcuno l’ha persino regalata all’amante. Le schede non sono mai state restituite, anche quando l’onorevole ha cessato il mandato.

E adesso l’Assemblea regionale, per rispondere ai magistrati - non è escluso che sul caso intervenga anche la Corte dei conti - sta faticando non poco a tentare di ricostruire il tutto, visto che neanche gli uffici hanno idea di chi siano stati i destinatari di quelle schede telefoniche. Paradosso nel paradosso, i deputati siciliani - equiparati ai senatori - avevano, tra i loro benefit, un’indennità per spese telefoniche pari a 350 euro mensili.

A scoprire, per puro caso, la vicenda sfociata ora in un’indagine, i carabinieri, che stavano analizzando, per conto della Procura, alcuni contatti telefonici di Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco boss di Palermo finito in disgrazia dopo che i pm, che lo consideravano teste chiave per la trattativa Stato-mafia, lo hanno messo sotto inchiesta per calunnia all’ex capo della Polizia, Gianni De Gennaro. Alcune utenze contattate da Ciancimino junior, infatti, risultavano intestate all’Ars. Di qui l’inchiesta.

E anche la sorpresa. Il Parlamento siciliano, infatti, si era già accorto del pasticciaccio delle schede, quando, per il 2007-2008, era arrivata dalla Tim una richiesta di oltre 300mila euro, appunto per le chiamate di quei 700 telefonini. Contenzioso risolto senza sborsare un euro di soldi pubblici, dice oggi la Regione.

«Non è mai stata l’Assemblea a pagare – ha spiegato a giornalisti e pm il direttore del servizio informatico, Gaetano Savona – dal 2001 al 2006 arrivava bimestralmente un “bollettone” all’Ars che poi provvedeva ad addebitare in busta paga gli importi delle schede in convenzione ai singoli dipendenti. Dalla fine del 2006 fu imposto ai dipendenti di stipulare singoli contratti con la Tim, sempre a tariffe agevolate».

Insomma, non sarebbero stati sprecati soldi pubblici. O almeno, sarebbero stati sprecati sì, ma da chi aveva preso e poi distribuito a pioggia quelle preziose schede telefoniche. Neanche per il contenzioso con la Tim, che aveva presentato alla Regione il conto per le telefonate del 2007 e del 2008, ci sarebbe stato spreco di denaro dei cittadini: «Abbiamo fatto presente all’azienda – spiega ancora il direttore del servizio – che si doveva rivalere sugli intestatari delle schede e non sull’amministrazione, e la vicenda poi si è chiusa senza nessun esborso dell’Assemblea regionale siciliana».

Sulla stessa linea anche il presidente dell’Ars, Francesco Cascio (Pdl), che ha disposto lo stop al privilegio a pioggia dei cellulari: «Nemmeno un euro – sottolinea – è stato speso per questa vicenda.

La convenzione con la Tim, dopo alcune indagini interne, è stata chiusa già nel 2010 e senza alcun costo». L’indagine della Procura, comunque, non si ferma, ci sarebbe già qualche iscritto nel registro degli indagati.

E nel frattempo prosegue anche il lavoro di ricostruzione di quei cadeau telefonici, perché molti ex deputati non hanno risposto alle richieste di chiarimenti. Un bel business, quello dei telefonini del Parlamento siciliano. Per i cellulari di servizio (quelli di dirigenti ad alta reperibilità e autisti) nel 2011 sono stati spesi 8.864 euro, duemila euro in meno del 2010, quando la spesa era arrivata a 10.225 euro.




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Il dramma di due anziani da trentuno anni in una stalla

Il Mattino


VENTICANO - Il terremoto per Giuseppina Ciampa, 85 anni, e per il marito, Luigi Fiorentino, cardiopatico ottantenne, non è mai passato. Gli anziani coniugi di Venticano da trentuno anni vivono in locali umidi e malsani, di fronte alle rovine della vecchia masseria di via Chiaire. L’aria attorno al piccolo fabbricato, che prima del sisma era una stalla, è immobile.

Tutto è fermo e congelato: il contributo per la ricostruzione, il rustico tirato su e poi bloccato, la promessa di un modulo abitativo mai consegnato, la speranza di avere un tetto dignitoso. Giuseppina e Luigi mangiano e dormono là dove mangiavano e dormivano le mucche dell’allevamento. «Sono anni che lancio appelli- protesta la signora Giuseppina - ma nessuno mi ascolta. Fino a quando ce la farò continuerò a lottare per avere una casa. Mio marito è malato, ha bisogno di cure, e soprattutto deve vivere in un ambiente pulito e sano. Così non possiamo più andare avanti».



Giuseppina non fa sconti e non vuole compassione: chiede l’abitazione. Una donna minuta ma energica. Non si dà per vinta ma nel contempo non si darà pace fino a quando non realizzerà il suo desiderio. Ha scritto all’allora Presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, quando nel tugurio non aveva l’acqua corrente. Ora ha preso di nuovo carta e penna e ha inviato una lettera all’attuale inquilino del Quirinale, Giorgio Napolitano.

In attesa della risposta presidenziale, ha telefonato in Prefettura per chiedere un incontro a breve col prefetto Ennio Blasco perché alla sua età non può più aspettare, e perchè un alloggio, norme e buon senso alla mano, le spetta. «La mia pazienza si sta esaurendo - continua Giuseppina allargando le braccia e mostrando la camera da letto piena di scatoloni e stufe per assorbire l’umido che macchia le pareti -. Il presidente deve sapere della nostra condizione disumana. Il prefetto deve fare qualcosa per noi: siamo anziani e malati, e non possiamo più stare così».

Luigi è seduto accanto al camino e si riscalda davanti alla legna che brucia velocemente. Ha lo sguardo spento e sofferente. Ascolta la consorte che sollecita a telefono l’intervento del rappresentante di governo. La coppia tira avanti con una pensione minima che non le consente di prendere in fitto un appartamento in paese. Il rustico della casa nuova mai compiuta e già piena di crepe, si allunga come un’ombra sinistra sulle lamiere della stamberga che dal 1980 è diventata dimora precaria per i due anziani coniugi venticanesi.

Le sabbie mobili della burocrazia hanno ingoiato pure le ultime speranze di Giuseppina che guarda quel fabbricato in tufo e sospira. «Quanto tempo mi resta ancora? Spero che le mie forze continuino a tenermi su, per battermi contro l’ingiustizia che ho subìto. Se lotto senza risparmio lo faccio solo per mio marito che non sta bene e vuole, come me, finire i suoi giorni in una casa dignitosa.

Spero adesso in un intervento per sbloccare questo garbuglio burocratico». Giuseppina, spirito pratico e tempra di ferro, non si fa illusioni e non si fa più incantare da promesse simili a richiami di sirene. Trentuno anni dopo il sisma non si aspetta più nulla, nemmeno il container della Protezione Civile dismesso in Umbria. E il sogno legittimo di una casa alla fine è divenuto un incubo, e un tormento, per Giuseppina Ciampa.

Barbara Ciarcia



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Addebito a carico del marito, e l'assegno? La convivenza della moglie col collega è elemento decisivo

La Stampa


Moglie separata e convivente con un altro uomo? Bisogna tenerne conto quando si deve decidere sull’attribuzione dell’assegno di mantenimento a carico del marito. Anche a prescindere dalla valutazione, in dettaglio, delle rispettive condizioni economiche degli ex coniugi, e del contributo dato dal convivente. La decisione definitiva arriva dal Tribunale, che, così come richiesto dalla donna, ufficializza la separazione personale dei coniugi, addebitandone all’uomo la causa.

Questione chiusa? Niente affatto. Perché è proprio la donna a chiedere un’ulteriore pronuncia in Appello. Che, però, conferma quanto deciso in primo grado. Il nodo è relativo ai rapporti economici, ovvero l’assegno di mantenimento. A tale proposito, i giudici d’Appello, mantenendo immutate le condizioni stabilite dal Tribunale, chiariscono che alla base di questa decisione ci sono tre ragioni: primo, «l’accollo» da parte dell’uomo «dell’onere di conduzione della casa coniugale»; secondo, «la contribuzione esclusiva» dell’uomo «per il mantenimento dei figli»; terzo, «la convivenza» della donna con un collega di lavoro, «beneficiario di un reddito superiore per effetto di parallela attività professionale».

Sul nodo economico, non a caso, si concentra anche il ricorso presentato in Cassazione dalla donna, che contesta nettamente la decisione assunta in Appello. La ricorrente critica «la rilevanza attribuita alla convivenza» con un altro uomo all’interno della «comparazione fra le posizioni economiche degli ex coniugi», soprattutto tenendo presente la «assenza di prova circa il reddito» del nuovo convivente, gravato, a sua volta, «dall’onere di corresponsione degli assegni di mantenimento in favore di moglie e figlie». Secondo la donna, la ricostruzione presentata dai giudici di Appello non è aderente alla realtà dei fatti. Quindi, anche la decisione sull’assegno di mantenimento è da rivedere.

L’elemento centrale della vicenda, è evidente, è proprio la convivenza della donna con un altro uomo. Con tutto ciò che essa comporta. A certificare questa situazione ci sono elementi diversi, non solo testimonianze ma anche, addirittura, il prospetto contabile di un condominio e la sentenza di separazione del convivente della donna. Ma ciò che conta davvero, affermano i giudici della Cassazione, ragionando su un presunto divario economico tra marito e moglie oramai lontani, sono le «condizioni economiche ed affettive» della donna: quest’ultima, in particolare, ha beneficiato di risparmi maggiori «per effetto degli oneri economici» assunti dall’ex marito «per il mantenimento dei figli».

Peraltro, secondo i giudici, non è rilevante il reddito ufficiale del convivente – che, comunque, registra una doppia entrata –, ma è molto più decisivo l’elemento stesso della convivenza «del coniuge separato con altra persona» nella valutazione della richiesta dell’assegno di mantenimento. Alla luce di queste considerazioni, il ricorso della donna viene rigettato dalla Cassazione, che conferma quanto deciso dalla Corte d’Appello.


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Dovevo sparare all'auto non me lo perdonerò» Parla il collega del vigile ucciso

Corriere della sera

«L'ho visto scomparire sotto la macchina. Se ho imparato a fare bene il mio lavoro lo devo a lui»


MILANO - Quella maledetta mano. Per tutta la mattina e per metà pomeriggio, in Comando, la tiene impegnata come volesse lasciarla lontana. Firma verbali, firma carte che nemmeno inizia a leggere, sposta dalla scrivania polvere che non c'è, raccoglie la cartaccia fuori dai cestini, accende e spegne il cellulare, accende e spegne, poi gli dicono vai, Gabriele, noi qui avremmo pure finito, forza, torna a casa. A casa, senza farsi vedere dalla sua piccolina, svita il tappo d'un flaconcino di sedativo, si mette a letto, e non ce la fa, torna il tormento fuori tempo massimo. «Avrei dovuto svuotargli il caricatore addosso, alla macchina. E invece ho cercato di aggrapparmi alla bicicletta. Non me lo perdonerò mai».

Vigile investito e ucciso da un Suv


IL TESTIMONE - Gabriele Specchier, 33 anni, veneto grande grosso, giovedì era là. Insieme a Nicolò Savarino, 42 anni, siciliano piccolino. Stavano insieme come sempre da mesi. Viaggiavano in coppia, vigili di quartiere alla Bovisa, e complimenti a chi li ha uniti, sul lavoro a volte è la stessa storia dell'amore, se trovi l'anima gemella scali il mondo.

Non li fermava nessuno, Nicolò e Gabriele. Si guardavano le spalle, in strada dai pericoli e nei corridoi dalle invidie, e andando in bicicletta si tiravano le volate a vicenda, uno si metteva in scia dell'altro, al riparo, e viceversa. Gabriele Specchier ha visto Nicolò sul cofano della macchina, l'ha visto venir risucchiato da sotto tirato per le gambe, l'ha visto scomparire, e ha visto questa bicicletta, attaccata a Nicolò, la sua bicicletta, spuntare e rimanere sospesa.

Non ci ha pensato, dice e ripete ai colleghi, a impugnare la pistola, sparare, fermare la follia, salvare il collega. No, Gabriele si è allungato, con la mano ha cercato d'afferrare un pezzo di bicicletta, il manubrio, o una ruota, o un pedale, non ricorda, non ricorda tanti particolari, è sotto choc, stordito, tramortito; quasi s'è tuffato, e non ce l'ha fatta.

E intanto la macchina andava, correva, scompariva, e Nicolò non si vedeva. «Scrutavo a destra, a sinistra, Dio mio, Nicolò, dove sei? Non usciva, non usciva più».

LA FOTOGRAFIA - Si son proprio trovati, Gabriele e Nicolò. Guardateli nella fotografia di gruppo fra colleghi. Pranzo in campagna. Non sono in prima fila, non se ne restano seduti. Macché. Sono in fondo, in piedi, a chiudere il gruppo. Un saluto con il bicchiere, un sorriso, cin-cin.

LA BOVISA - C'erano le fabbriche, alla Bovisa, periferia nord di Milano, c'erano fabbriche e operai. Anche trentamila, certi anni. L'anziano barbiere Cosimo se li ricorda, gli affari andavano a mille, che bei tempi, i bar aprivano alle cinque, e cinque minuti dopo una distesa di bicchierini di grappa riempiva già il bancone, passavano di fretta gli operai infreddoliti scesi alla stazione, qualche minuto alla sirena d'inizio turno, scaldiamoci un attimo dopodiché corriamo .

C'è ancora un vecchio circolo di operai, posto romantico, con un biliardo, le luci basse azzurrine per il fumo delle sigarette, le partite di scopone, e ai tavoli litigate per qualcuno che bara, e lamentele contro le mogli che rompono al telefonino, passa a comprare il pane mi raccomando . Ogni tanto Nicolò metteva la testa dentro, e domandava: «Tutto bene ragazzi?». Dice un vecchietto: «Guardi, era così cortese che avevo preso l'abitudine di chiedergli chiarimenti sulle bollette che non capivo».

I VIGILI - Nel piazzale della stazione, l'altra notte, erano le quattro e ancora pattuglie di vigili giravano in tondo, a marcia bassa, casomai il killer si fosse acquattato dietro qualche macchina parcheggiata, e aspettasse il buio per sgattaiolare. C'è una targa, nel parcheggio, è dedicata a Mary D'Amelio, una ragazza di diciassette anni che qui vicino, nel novembre del 1987, fu violentata e massacrata.

Purtroppo c'è un sacco di spazio, per una nuova targa, sempre che ne dedichino una a Nicolò Savarino. Anche alla Bovisa si trascinano i sibili di rabbia e di sdegno e anzi di schifo già ascoltati all'obitorio, dove la mamma e il papà di Nicolò sono saliti ieri, dalla Sicilia, il papà è entrato e ha avuto subito un malore. Andavano dunque dicendo là i vigili, e altri vigili lo ripetono sulla scena del delitto, quanti pochi fiori, quanta poca emozione, quanto poco dolore è uscito dai milanesi per la morte in servizio di un vigile.

E chissà se faranno caso, i milanesi, alle biciclette dei ghisa che stanno girando con un nastrino addosso, color nero del lutto, che il vento gli dia fiato. Nicolò Savarino chiamava Gabriele «Lellino», era uno abituato così, lui, inglobare tutto e tutti nel suo piccolo mondo, per proteggerli meglio.

Andrea Galli e Cesare Giuzzi14 gennaio 2012 | 11:15

Scuola, dopo 22 anni accetta il posto vinto con il concorso: rintracciata a Roma

Il Messaggero


CASERTA - Si è presentata ieri mattina a via Ceccano a Caserta per accettare un incarico a tempo indeterminato per l'insegnamento in cui non sperava neanche più dopo 22 anni di attesa: Elvira Pezzella, vincitrice del concorso del 1990, è tra quegli insegnanti che l'Ufficio scolastico provinciale ha cercato con un singolare avviso diffuso via web, sul sito ufficiale del Csa, in cui si chiedeva a chiunque ne fosse a conoscenza, di fornire indicazioni per rintracciare i docenti di cui il Csa non aveva l'indirizzo indirizzi. 


La ricerca del lavoro. Nel frattempo aveva cercato altre strade lavorative. La signora è impiegata infatti alla Regione Lazio, ma ha deciso di tornare tra i banchi in qualità di prof anche per avvicinarsi alla famiglia. Entrerà in servizio il 1° settembre 2012. Uno solo l'incarico da assegnare sulla classe di concorso A058(Scienze agrarie e tecniche gestionali) per cui erano stati convocati anche gli altri tre che le succedevano nella graduatoria nella probabilità che non fosse più interessata.

E sì che dopo due decenni poteva accadere, come si è verificato proprio con chi precedeva la signora nella graduatoria per esami e titoli del concorso del '90, Antonio Palumbo, ricercato sempre con l'insolita modalità della caccia sul web. Per una strana coincidenza anche l'altro candidato lavora in Regione, ma in Campania: non più interessato ad intraprendere una carriera su cui aveva smesso di puntare da anni e avendo già un posto fisso su cui contare, ha rifiutato.

Diversa invece la scelta degli altri destinatari di contratto, rispettivamente per le classi A016 e A057, Gennaro Cuccaro e Roberto Centore un libero professionista e un nutrizionista, pure ricercati attraverso un avviso diramato il 20 dicembre sul web - informati da parenti e amici che avevano letto la notizia - che hanno deciso di salire su un treno passato con 22 anni di ritardo. L'unica a dovere essere ancora rintracciata è Maria Gina Correra nata l'8 maggio 1962 per la classe di concorso A029.

Ma come è possibile che quei recapiti siano svaniti nel nulla? «Capita che la gente nel corso degli anni cambi indirizzo - giustificano dal Csa - i docenti che stavamo cercando del resto non si erano inseriti nel mondo della scuola, altrimenti cercando nelle nostre graduatorie li avremmo trovati senza difficoltà». Intanto per i precari della scuola che in quella realtà continuano ad investire speranze, l'attesa è per il prossimo concorso.

«I docenti che sono stati chiamati dopo 22 anni erano legittimamente in corsa - commenta Marina De Somma della Flc Cgil - perché il concorso non è mai decaduto non essendo stato seguito da altri. Ora si parla di un nuovo concorso, ma non c'è nulla di concreto, così come si attendono ancora chiarimenti sull'attivazione dei Tfa per l'abilitazione all'insegnamento».

Quello che preoccupa i sindacati è la mancanza di un piano di reclutamento. «Si parla di nuove forme di abilitazione, ma devono ancora spiegarci dove sono effettivamente i posti di lavoro». Il rischio è che se pure si indicesse un nuovo concorso bisognerebbe attendere anni per ottenere un incarico a tempo indeterminato. Caserta docet.

Venerdì 13 Gennaio 2012 - 14:35    Ultimo aggiornamento: 16:29




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Falsi passaporti Usa e tasche piene di dollari Così il Mossad reclutò oppositori iraniani

Corriere della sera

«Foreign Policy»: gli 007 israeliani si finsero uomini della Cia



Il simbolo del MossadIl simbolo del Mossad

WASHINGTON - Gli 007 del Mossad, facendosi passare per uomini della Cia, hanno reclutato oppositori iraniani coinvolti nella guerra segreta. Una classica operazione di «falsa bandiera» condotta nel periodo 2007-2008 e che ha portato gli israeliani ad aiutare «Jundallah», movimento sunnita del Baluchistan coinvolto in numerosi attentati in Iran. La rivelazione, apparsa sul sito di Foreign Policy racconta come il Mossad abbia agito «sotto il naso della Cia» arruolando i separatisti a Londra. Si muovevano con passaporti statunitensi ed avevano le tasche piene di dollari.

LA REAZIONE USA - Un’attività che è stata segnalata, con una serie di memo, al vertice dell’intelligence Usa così come alla Casa Bianca dove allora c’era George W. Bush. E l’amministrazione non l’ha presa troppo bene perché - riferisce l’articolo - temeva di pagarne le conseguenze. Ma alla fine, nonostante le pressioni, «non si è fatto nulla». Si è trattato di un'iniziativa «stupida e pericolosa», ha dichiarato una fonte statunitense a Foreign Policy.



IL MOVIMENTO - Jundallah, un piccolo quanto combattivo movimento irredentista, si è trasformato in un avversario insidioso per l’Iran. La fazione ha usato i kamikaze per colpire pasdaran, moschee e obiettivi governativi. Attacchi che avevano fatto ipotizzare ad un sostegno americano a Jundallah: un paio di storie uscite sul New Yorker e sulla rete Abc parlavano di un appoggio della Cia. Notizie alle quali gli iraniani hanno reagito con durezza e in diversi casi hanno mandato sul patibolo i dirigenti della fazione catturati. Nel febbraio 2010 Jundallah ha poi perso, in circostanze misteriose, il suo leader, Abdolmalek Rigi. Gli iraniani hanno sostenuto di averlo arrestato mentre era in viaggio da Dubai al Kirghizistan. Ma secondo un’altra ricostruzione, l’estremista è stato fermato dai pachistani che lo hanno poi consegnato all’Iran. Prima, però, hanno chiesto agli Usa se erano d’accordo e la Cia avrebbe dato luce verde. Un sì motivato dal fatto che Jundallah era una carta del Mossad. Finito sotto processo, Rigi ha sostenuto in una intervista di aver incontrato in Marocco «i contatti Nato», in realtà 007 israeliani. Il 20 giugno 2010 lo hanno impiccato.



RAPPORTI TRA INTELLIGENCE - L’articolo di Foreign Policy - basato su fonti statunitensi - può essere interpretato come un segnale di Washington all’Iran all’indomani dell’uccisione dello scienziato nucleare. Guardate che non c’entriamo - è il messaggio - e anche se catturate qualcuno che sostiene di lavorare per noi non è detto che lo sia. Questo non significa che l’intelligence americana e quella israeliana non collaborino in chiave anti-Iran. I rapporti sono stretti, la consultazione è cresciuta. Ma gli Usa vogliono sempre essere padroni del proprio gioco. In altre parole temono che Israele possa forzare la mano. Quanto al Mossad è dovuto ricorrere al trucco della Cia perché era l'unico modo per ottenere la cooperazione di un gruppo musulmano sunnnita, tattica spesso impiegata per agganciare informatori in Medio Oriente.


Guido Olimpio
Twitter @guidoolimpio
golimpio@rcs.it
14 gennaio 2012 | 13:37



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