Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

lunedì 7 novembre 2011

Ecco la vera voce della gola profonda che vuole le dimissioni di Berlusconi

di Francesco Maria Del Vigo -


Da tutto il giorno la telefonata tra l'alto esponente del Pdl e il vicedirettore di Libero Franco Bechis fa discutere il mondo della politica. 

Chi si nasconde dietro la voce che definisce il premier "testa di c..."? Noi siamo riusciti a ripulire l'audio contraffatto della telefonata postata da Bechis sul suo profilo di Twitter. 

In rete c'è già un'idea: il politico è il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto

 

 

 

Ascoltate l'audio originale della telefonata

 

 

 C'è un audio che da questa mattina fa discutere il mondo della politica. E' la registrazione di un colloquio telefonico tra il vicedirettore di Libero Franco Bechis e un presunto alto esponente del Pdl che scarica il premier.


L'audio è stato diffuso dal giornalista attraverso il suo profilo di Twitter per rispondere a chi lo accusava di avere inventato la notizia del Cavaliere prossimo alle dimissioni. Ma le voci della telefonata di Bechis sono contraffatte e quindi irriconoscibili. Noi le abbiamo "decrittate" e ora ve le facciamo sentire. Chi è la gola profonda che se la prende con il presidente del Consiglio? In rete è già impazzata la ricerca: per qualcuno sarebbe il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto. Secondo voi chi è?

Senza Ironi La Littizzetto ride della tragedia Per attaccare i politici usa gli alluvionati

Libero


Va bene che adesso è il momento dei comici che se la prendono con i poltici. E' un trend che c'è da sempre, d'accordo, ma pare che oggi sia davvero più cult che mai: da Enzo Iacchetti a Brignano ognuno fa il suo show che, per quanto divertente, è un po' come sparare sulla croce rossa. Ma che Luciana Littizzetto, che tra l'altro dei teatrini sui politici è regina, ora si metta a scherzare e speculare sulla tragedia dell'alluvione, pare davvero troppo. Perchè, passi anche l'ironia di cattivo gusto sulla politica - infatti non è che l'ultimo suo show sulla lettera alla Bce fosse poi così divertente - ma ridere sulle tragedia e strumentalizzarle per attaccare la politica e il governo, va anche al di la del cattivo gusto.



In trasmissione - E così la comica durante il programma su RaiTre Che tempo che fa di 'Fabio Fazio' divide il suo intervento tra gli attacchi la poltica "La situazione è critica stiamo aspettando l'onda di piena… per misurare l'altezza dell'acqua usiamo Fassino" e "Cota non era verde Lega, sembrava Blade Runner!, per poi concludere con un "Buco nell'ozono, sradicamento degli alberi, cementificazione: E' come se uno a Natale avesse fatto il presepe dentro al water e si lamentasse se qualcuno tira l'acqua". Ma non è finita qui... Non c'è da aggiungere altro, lasciamo ai lettori il giudizio finale. Tu cosa ne pensi?

07/11/2011




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Su tivù e radio test di massima allerta Si teme il panico per i meno informati

La Stampa

In America prove di "apocalisse". Un messaggio di emergenza sarà diffuso per trenta secondi. Ma si tratterà solo di una simulazione. L'effetto Orson Welles in agguato


Gli Stati Uniti fanno le prove per la "fine del mondo", simulando un'emergenza nazionale. L'allarme scatterà alle due del pomeriggio di mercoledì 9 novembre, quando tutte le televisioni e le radio del paese manderanno il messaggio di «Emergency alert system», il sistema di allerta nazionale. Ma si tratterà solo di un test, assicurerà lo stesso messaggio e, soprattutto, stanno ripetendo da giorni i funzionari della Fema, l'agenzia federale per le emergenze, nel tentativo di evitare reazioni di panico incontrollato nella popolazione.

«Molte cose strane avvengono durante questo tipo di esercitazioni» ammette uno dei funzionari delle agenzie di emergenze, esortando i cittadini a non chiamare il 911 - il 113 americano - nè a riversarsi nelle strade nel panico. Durerà in tutto 30 secondi la trasmissione del messaggio di allerta, secondo quanto ha reso noto la Federal Communications Commission che ha organizzato la prima esercitazione a livello nazionale insieme alla Fema - che a sua volta dipende dal dipartimento per la sicurezza del territorio nazionale - e dalla National Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA).

Anche i tempi contenuti sono stati decisi appunto per contenere al massimo il rischio di un'ondata di panico, visto che all'inizio le agenzie federali avevano pensato ad una durata maggiore, tre minuti dell'esercitazione per testare al massimo il livello di coordinamento tecnico delle varie emittenti, via cavo, satellitari e su wire. «Tutto deve scattare allo stesso momento», spiegano ancora dall'agenzie interessate.  La simulazione riporta alla mente la celebre guerra dei mondi di Orson Welles,  che scatenò il panico raccontando alla radio lo sbarco degli alieni. Naturalmente era tutta finzione, ma molti vennero presi dal panico.




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Un asteroide "sfiorerà" la terra

La Stampa

Il corpo celeste passerà ad "appena" 300mila km dal nostro pianeta



Quest’anno il cielo d’autunno offre un incredibile spettacolo: l’incontro ravvicinato tra un asteroide ed il nostro pianeta. Il rendez vous, secondo quanto previsto dagli astronomi, comincia domani e andrà avanti per alcuni giorni. Ad incontrare la Terra è l’asteroide 2005 Yu55 che transiterà a poco più di 300 mila chilometri da noi, meno della distanza della Luna, un secondo luce.

Il nostro Pianeta, naturalmente, non correrà alcun pericolo, assicurano gli esperti, si tratterà piuttosto di un avvicinamento spettacolare, con il piccolo astro che sfreccerà rapido tra le stelle, diventando visibile anche attraverso telescopi di medio diametro.

A riferirlo è il Planetario di Roma , che organizzerà una speciale serata interamente dedicata all’osservazione del fenomeno. Venerdì sera al Planetario verrà stabilito un collegamento esclusivo, in remoto con i telescopi altamente tecnologici del Virtual Telescope di Gianluca Masi, per riprendere il passaggio in tempo reale, proiettando le immagini sulla cupola del Planetario.

«È,un appuntamento imperdibile con le meraviglie del cosmo - sottolineano dal Planetario - che vogliamo rendere accessibile a tutto il pubblico di appassionati e semplici curiosi del cielo. Lo spettacolo sarà anche l’occasione per fare il punto sul reale rischio d’impatto tra gli asteroidi e il nostro pianeta, argomento spesso usato in film e libri per alimentare insensate visioni catastrofiste, ma tuttavia sempre di attualità scientifica».




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La 'Ndrangheta e i ComproOro

Il Giorno


Rettifica della società in relazione all'articolo pubblicato il 4 Novembre 2011



Compro oro


La società Orocash SA, attraverso l'avvocato Luca Pardo,  ci chiede la pubblicazione della seguente rettifica.

Con riguardo all'articolo dal titolo "Le mani della 'Ndrangheta sui Compro Oro" apparso sull'edizione on line del quotidiano Il Giorno lo scorso 4 Novembre 2011, si precisa che il marchio "ORO CASH" e le società licenziataria Gens Aurea S.p.A. e Handle Italia s.r.l. nulla hanno a che vedere con i contenuti e le circostanze denunciate nell'articolo. Le società Gens Aurea S.p.A. e Handle Italia s.r.l. sono regolarmente iscritte all'albo degli operatori professionali in oro presso Banca d'Italia e operano secondo la legge e attraverso un modello organizzativo ed un codice etico adottati ai sensi del D.Lgs 231/2001.




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Pastore lega cagnetta alla brandina e la violenta: arrestato in Sardegna

Il Mattino


Solo il tempestivo intervento dei carabinieri ha evitato che un pastore di Villaperuccio, in provincia di Carbonia-Iglesias, arrestato per furto aggravato e maltrattamento di animali, venisse linciato da alcune persone dopo che questi aveva rubato un cane da caccia ed era stato sorpreso mentre lo violentava.

È successo la scorsa notte nel piccolo paese ad una cinquantina di chilometri da Cagliari, dove i carabinieri della Stazione di Narcao hanno arrestato in flagranza Silvano Atzeni, 47 anni, servo pastore pregiudicato. L'uomo poco prima era entrato nei terreni di un allevatore della zona e dopo aver forzato la serratura della cuccia, si è impossessato di un cane da caccia, femmina, di razza «Beagle».

Il proprietario, accortosi del furto, e sospettando del pastore poichè nei giorni scorsi lo aveva visto aggirarsi da quelle parti, è andato insieme ai fratelli a cercarlo in un'abitazione disabitata di cui è custode, sorprendendolo mentre violentava la cagnetta, che era stata legata ad una branda. I carabinieri sono arrivati tempestivamente dopo una segnalazione al 112 della presenza davanti a quella casa di persone con intenzioni tutt'altro che pacifiche.

I militari hanno potuto poi accertare quanto era successo e arrestare l'uomo che domani mattina verrà processato per direttissima in Tribunale a Cagliari. La cagnolina è stata soccorsa e visitata da un veterinario della Asl, che ha riscontrato lesioni dovute alla violenza sessuale.



Lunedì 07 Novembre 2011 - 14:30    Ultimo aggiornamento: 14:31




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La mail del Comune: quel torrente è sicuro

Corriere della sera

DA UNO DEI NOSTRI INVIATI


 La signora Marina Arenari era preoccupata. «Egregio sindaco ha visto in che condizioni è il rio Fereggiano?» scriveva in una email al gabinetto di Marta Vincenzi la mattina del 31 luglio 2011. Da brava cittadina, aveva visto dalla strada quel torrente «diventato un letamaio» e si era presa a cuore la faccenda: «So che sono stati stanziati milioni di euro per la pulizia dei torrenti, ma il nostro è di seconda categoria?» chiedeva. E ancora: «I proprietari dei giardini quando puliscono i muri buttano tutto nel rio... spero che legga questa mia e prenda provvedimenti al più presto».

Il Fereggiano strozzato dai rifiuti, dai calcinacci, dai detriti trascinati a valle dopo ogni acquazzone. Il Fereggiano che fa paura a vederlo correre quando la pioggia è abbondante. Lo teme da sempre la gente che vive lungo le sue sponde e a vederlo dall'alto si capisce bene il perché: basta una sola occhiata per intuire quanto può diventare pericoloso con la sua discesa a precipizio verso il Bisagno, con le strettoie e le curve a margine della strada, con le imboccature che lo costringono nella parte interrata. L'AB 412 del reparto volo dei Vigili del Fuoco sorvola la zona del disastro di venerdì. Si abbassa sui palazzoni costruiti a ridosso dei ruscelli che si tuffano nel Fereggiano, vira su grovigli di viuzze che l'onda ha spalmato di fango.

Davanti alle case e lungo le strade si vedono uomini e donne che spalano, ruspe e mezzi di soccorso al lavoro, non c'è cortile che non abbia il colore della fanghiglia e, seguendo il corso del rio, quel colore porta dritto fino alla foce, si mescola con il verde-grigio del mare. Il cielo plumbeo non aiuta a sminuire la sensazione che tutto sia a rischio fra i quartieri di Quezzi, Calcinara, Fereggiano, Marassi.

Un'impressione lontanissima dalla risposta rassicurante che il Comune ha spedito alla signora Arenari il 26 agosto. «Egregia signora, dal sopralluogo effettuato non sono emerse situazioni di pericolo e/o di degrado ma va precisato che tale controllo ha riguardato solo le parti di proprietà del Comune, mentre la pulizia delle rimanenti aree è a carico dei frontisti privati». E poi la promessa («sarà nostra cura») di occuparsi anche dei privati.

Una lettera che autorizzava a sentirsi tranquilli. Tutto sotto controllo. Proprio come aveva ripetuto un anno fa, in una concitata assemblea di quartiere, il presidente del Municipio Media Val Bisagno, Agostino Gianelli. Qualcuno ha caricato su Youtube un filmato-sintesi di quella riunione. Un cittadino con un microfono in mano dice: «Lungo rio Fereggiano c'è una sponda che è franata, non ci sono lavori in corso. Che cosa vuole fare l'amministrazione per la sicurezza dei cittadini?».

Si vede Gianelli rispondere innervosito: «Per la prima volta il Fereggiano è in sicurezza con una copertura mentre prima c'erano le case sul fiume che rischiavano di venire giù una volta sì e una volta no. Dovete criticarmi quando potete criticarmi però le cose ingiuste non si dicono».
Dopo i morti di questi giorni Gianelli è tornato sull'argomento via Facebook: «Ho sbagliato, chiedo scusa. Mi ero fatto un po' prendere dall'ottimismo».


Giusi Fasano
07 novembre 2011 09:21



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Ecco il ponte «tappo» che ha sommerso Genova

Corriere della sera


Il perito del pm: colpa del Bisagno. Progetti da 41 anni


Le fatalità hanno sempre nome e cognome. C'è poco da tirare in ballo l'ineluttabile, perché poi va sempre a finire che piove, e una volta finiti di piangere i morti dell'alluvione, si torna a una storia molto italiana. Alla nostra incommensurabile capacità di farci male da soli.
E così, scendendo dal rio Fereggiano, si arriva al Bisagno, il torrente che divide il Levante di Genova dal Ponente. Lo vedi, e poi non lo vedi più. Entra nei quattro archi scavati sotto alla massicciata della stazione Brignole e scompare fino alla foce.

L'imbuto è sempre quello. Nell'ottobre 1970 il Bisagno uscì dagli argini al ponte ferroviario, strozzato da un ingresso che limitava la sua portata a 500 metri cubi al secondo, contro i 1.200 trascinati dalla piena. Quel che non ci stava divenne una valanga d'acqua che si portò via la vita di 24 persone e sommerse Genova.

Venerdì scorso quella massicciata ha respinto l'acqua di troppo, alzando il livello del torrente al limite degli argini, e creando un muro liquido che ha impedito lo sfogo al rio Fereggiano, che si getta nel Bisagno appena un chilometro prima del ponte. Ha fatto da tappo, gonfiando l'affluente, che ha rotto gli argini più in alto, trasformando la palazzina al civico 2B in un pozzo che ha inghiottito cinque persone.

Genova in ginocchio, video e immagini


È andata così, dice il professore Alfonso Bellini, il geologo incaricato dalla Procura di cercare le cause del nuovo disastro. Non c'è voluto molto per arrivarci, giusto un paio di sopralluoghi, il problema che è sotto gli occhi di tutti quelli che vogliono vedere. «C'è una eterna spada di Damocle che pende sulle nostre teste» chiosa l'esperto.

L'inchiesta dei magistrati genovesi guarda a valle, verso l'interratura del Bisagno, per ricostruire omissioni ed eventuali responsabilità sulla mancata realizzazione di un'opera che 41 anni fa venne giudicata «prioritaria» per la sicurezza del territorio nazionale. Il governo dell'epoca, presidente del Consiglio Emilio Colombo, chiede a una commissione guidata dal ministro senza portafoglio per le Regioni Eugenio Gatto di stilare un elenco delle cinque più grandi emergenze nazionali.

Al primo posto c'è la messa in sicurezza dell'Arno, esondato quattro anni prima. Al secondo c'è il Bisagno. L'interratura del torrente viene giudicata «insufficiente». È stata progettata nel 1928 e realizzata in dieci anni dal governo fascista, che sull'alveo originario, largo 90 metri, costruisce una strada che nel 1945 diventa l'attuale viale delle Brigate partigiane, e lo circonda di palazzi, stringendo lo spazio del torrente ormai sotterraneo di una trentina di metri.

Nel 1971 Colombo dà alle amministrazioni locali il compito di risolvere il problema. Con calma, che non c'è fretta: passano solo 18 anni, consumati in sfinenti dibattiti. C'è chi vuole deviare il torrente in cima, chi si accontenta di una via di fuga laterale per l'acqua, chi vuole grattare sul fondo, e chi invece si accontenterebbe di allargare la copertura esistente e portarla almeno a 800 metri cubi. Per ingannare il tempo e alleggerire il Bisagno, nel 1989 viene deciso di fare lo scolmatore del rio Fereggiano, che porta ancora il nome di «progetto pilota». I lavori si interrompono con la Tangentopoli genovese. Cade la giunta, il Comune paga 9 miliardi di lire in penali alle ditte appaltatrici. Resta un canale abbandonato lungo 900 metri, a futura memoria.

Nel 1998 tutti d'accordo. Allargamento più scavo del fondo, si parte cominciando dal mare e all'indietro verso la massicciata, dividendo l'opera in tre parti. Con il primo lotto tutto bene. Un po' meno con il secondo, che doveva essere completato nel 2009, ma è ancora un cantiere aperto. La Pamoter, unica azienda titolare, subisce una serie di rivolgimenti societari, i lavori vengono divisi in subappalti, due ditte subentranti falliscono. E i costi si impennano, passano da 50 a 70 milioni di euro, con la Guardia di Finanza che indaga sulle cause del salasso, mentre un'altra inchiesta viene aperta sulla girandola di società.

L'ultimo capitolo della saga porta una firma destinata da lì a poco ad avere una certa notorietà. Il progetto esecutivo del terzo lotto, quello che arriva fino alla massicciata, mestamente ferma a 500 metri cubi di portata, viene approvato nel giugno 2008 dal Consiglio superiore dei Lavori pubblici presieduto da Angelo Balducci, attuale imputato principe nel processo sulla presunta «cricca». Grandi strette di mano, complimenti a mezzo stampa. Ma c'è un dettaglio. Il costo previsto è di 250 milioni di euro, oggi lievitato a 270. Dal ministero dell'Economia fanno sapere che manca la copertura finanziaria, tanti cari saluti al nuovo alveo. E un benvenuto al liberatorio coro sulla fatalità. Le colpe dell'ultima alluvione, quelle sono come il Bisagno. Le vedi, e poi non le vedi più.


Marco Imarisio
07 novembre 2011 09:59

Muore in gara Hickstead, il miglior saltatore del mondo

Corriere della sera


Condotto dal canadese Lamaze aveva vinto l'oro a Pechino 2008. Considerato «il Messi degli ostacoli»


 Lutto nel mondo dell'equitazione. Durante la tappa italiana della Fei Rolex World Cup di salto a ostacoli, a Fieracavalli in corso a Verona, è morto Hickstead, stallone di 15 anni nato in Olanda ma considerato canadese. Hickstead - alla fine del percorso che aveva concluso riportando solo un errore - mentre si avviava all'uscita del campo di gara ha cominciato a barcollare e infine si è accasciato al suolo. Il suo fantino, il canadese Eric Lamaze, è prontamente smontato di sella per evitare di finire schiacciato dall'animale, che è apparso subito grave. Alla notizia della morte la gara è stata interrotta tra le lacrime degli appassionati che hanno dedicato al cavallo un lunghissimo applauso. Nei prossimi giorni sarà eseguita l'autopsia.


CARRIERA - Tra gli appassionati Hickstead era considerato una leggenda nella specialità del salto a ostacoli. Sempre montato da Lamaze aveva vinto la medaglia d'oro alle Olimpiadi di Pechino 2008 nell'individuale e l'argento per il Canada nella gara a squadre, i campionati del mondo e i prestigiosi Gran Premi di Aquisgrana e Calgary, la World Cup a Ginevra, Piazza di Siena a Roma. Nel 2010 aveva chiuso al numero uno del ranking mondiale ottenendo il titolo di cavallo dell'anno. Lamaze puntava su Hickstead per bissare a Londra 2012 l'oro olimpico, un exploit mai realizzato ai Giochi.


IL MESSI DEGLI OSTACOLI - Hickstead veniva considerato il più forte campione di salto nell'equitazione dei tempi moderni, c'era addirittura, chi lo aveva soprannominato «il Messi degli ostacoli». «Hickstead era un cavallo fuoriserie, come ne vengono fuori uno su un milione. Il mio pensiero va ad Eric e a chiunque altro era legato a questo meraviglioso animale. È una perdita terribile, ma Hickstead non verrà mai dimenticato: siamo stati molto fortunati ad averlo conosciuto»: così lo ricorda la Federazione mondiale di sport equestri con un comunicato della sua presidente, la principessa Haya Bint Al Hussein, figlia del defunto re Hussein di Giordania e moglie dello sceicco di Dubai Mohammed Bin Rashid Al Maktoum.

Redazione Online
06 novembre 2011 22:05

Il terrorista Carlos rivendica 2.000 morti

Quotidiano.net

'Lo sciacallo' sara’ nuovamente processato in Francia

Carlos Ilich Ramirez Sanchez, 62 anni, ha dichiataro al quotidiano venezuelano “El Nacional” di aver organizzato e partecipato a centinaia di attentati


Caracas, 6 novembre 2011 - Il terrorista internazionale Carlos, conosciuto come lo sciacallo, ha rivendicato di aver organizzato e partecipato a centinaia di attentati che hanno causato tra 1.500 e 2.000 morti.

Carlos Ilich Ramirez Sanchez, 62 anni, che domani sara’ nuovamente processato in Francia, ha ‘confessato’ i suoi crimini in un’intervista al quotidiano venezuelano “El Nacional”.






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Nel museo dove la Grande guerra non è mai finita

La Stampa

Una raccolta unica apre al pubblico alle porte di Parigi



C'è anche una collezione di bombe, di mortaio, di 
ALBERTO MATTIOLI
INVIATO A MEAUX

Chissà se finiranno in tempo. Giovedì scorso, il nuovo museo dedicato alla Prima guerra mondiale, il più grande sulla Grande guerra, era ancora un cantiere. La visita si fa sulla fiducia e sul catalogo, perché si lavora ancora (anche di notte) per finire in tempo per l’11 novembre, l’equivalente francese del nostro 4 (l’AustriaUngheria chiese l’armistizio una settimana prima della Germania), quando sarà Nicolas Sarkozy a tagliare il nastro.

Siamo a Meaux, un’ora di autobus da Parigi, sulla Marna dove i tedeschi vennero fermati due volte: prima nel ‘14 e poi nel ‘18. Le campagne intorno sono disseminate di cimiteri militari e qui dal ‘32 c’è una statua kolossal, per dimensioni ma anche per retorica, offerta dagli Stati Uniti alla Francia per commemorare l’immane macello.

Ai piedi di questa enorme «Liberté eplorée», cioè dolente (ma sempre popputissima), l’architetto Christophe Lab ha costruito un parallelepipedo di 7 mila metri quadrati che, circondato da 120 cedri, si inserisce nelle dolci ondulazioni del paesaggio. Il conto? Ventotto milioni di euro, ma con la partecipazione di una trentina di sponsor, compresa Disneyland Paris che è poco lontana.

Dentro, una collezione di 50 mila pezzi (20 mila oggetti e 30 mila documenti) che ha la sconcertante caratteristica di essere stata raccolta da un uomo solo. Si chiama Jean-Pierre Verney e ha passato la vita ad ammucchiare tutto quello che riguarda la Grande guerra: dalle fotografie alle protesi per i mutilati, dalle uniformi alle scatolette, dalle maschere antigas alle cartoline, dalle armi ai giocattoli (e alle armi giocattolo).

La sua collezione l’aveva proposta a decine di enti pubblici francesi e l’avevano rifiutata tutti. Stava vagliando un’offerta da Boston, quando è entrato in scena JeanFrançois Copé, che non è solo il sindaco di Meaux, ma soprattutto il segretario dell’Ump, il partito di Sarkò, quindi uno degli uomini più potenti di Francia. E’ lui che nel 2005 ha deciso di comprare la raccolta di Verney e di costruirci intorno un museo.

Detto fatto: ci sono due aerei, un carro armato, un taxi della Marna, un carro speciale per i piccioni viaggiatori e una sezione di trincea ricostruita, da una parte i francesi, dall’altra i tedeschi e in mezzo un’angosciosa terra di nessuno.

Il museo ha due pregi: non è né francesecentrico, come si poteva scommettere, né moralista come si poteva temere. Insomma, non descrive la guerra solo dal punto di vista francese e non ne giudica i protagonisti: si limita a raccontarli. Tutti: gli uomini nelle trincee, ma anche le donne che li sostituivano nei campi e nelle officine, i generali e i soldati, la guerra guerreggiata e quella economica. Fu un conflitto dalle radici antiche e dalle conseguenze profonde, tanto che le viviamo ancora.

E fu l’ultima guerra dell’Ottocento e la prima del Novecento, come del resto si vede plasticamente nella meravigliosa collezione di uniformi. Gli eserciti la iniziarono vestiti nelle fogge dell’Ottocento e, i francesi, anche con i suoi colori: «le pantalon rouge, c’est la France!», aveva sentenziato Joffre, quando gli fu fatto notare che forse era il caso di mimetizzare i soldati, e così nel ‘14 la sua fanteria caricò le mitragliatrici tedesche in calzoni rossi e giacca blu, guidata al suono delle trombe da ufficiali in guanti bianchi (risultato: 300 mila morti in cinque mesi).

Nel ‘18, i soldati sono vestiti in tutte le sfumature del fango. Ci siamo ovviamente anche noi con i manichini in grigioverde di un fante, un bersagliere, un ardito e un ufficiale del corpo d’armata spedito a battersi in Francia. Come il mio bisnonno, ingegnere nella vita civile, colonnello del genio nel ‘15-’18, due anni sul Carso e due in Francia.

E qui è il punto. Perché quella guerra resta la «Grande guerra» anche per chi non saprebbe raccontarne né le ragioni, concesso e non dato che ci fossero, né lo svolgimento? Perché non c’è famiglia che non l’abbia vissuta sulla sua pelle e che non ne abbia una memoria magari confusa ma di prima mano.

Questa guerra civile europea fu così feroce, sanguinosa, spaventosa, insensata e traumatica da restare, a un secolo di distanza, una cicatrice indelebile sul corpo dell’Europa e nell’anima dei suoi cittadini.
Chi si lamenta dei diktat di Bruxelles o dei guai dell’euro faccia un salto qui: l’alternativa è molto peggio.




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Esotiche. La ricetta anti-crisi della Camusso Mandare i pensionati ai Caraibi per 7 giorni

Libero


E' la crisi certo. Ma come resistere all’offerta straordinaria di Susanna Camusso? Fino al sette dicembre per soli 1.600 euro alla settimana il segretario della Cgil offre ai suoi pensionati un soggiorno per sentirsi un po’ Berlusconi. Club Holiday Inn di Aruba, Caraibi, davanti alle coste del Venezuela. Spiaggia di Palm Beach, sabbia bianca finissima, “numerosi servizi per il relax come una piscina a zero entry con ingresso digradante, due vasche idromassaggio, una sauna, centro fitness e centro benessere”.

E ancora, “tre ristoranti tematici con cucina italiana, locale ed internazionale, gustosi cocktail che vengono serviti presso i bar piscina”. Nelle vicinanze, spiega la locandina promozionale firmata dal centro servizi Cgil- Etlisind, ci sono a pagamento “un centro diving, un centro benessere,  un casinò esterno e a tre km un campo da golf”. Se si vuole spendere un po’ meno la Cgil offre dal 19 al 24 novembre un viaggetto a New York. Volo da Malpensa, scalo ad Amsterdam e poi da lì diretti nella Grande Mela con Air France. Quattro notti al Four Points by Sheraton Soho Village, proprio al confine fra Soho e Tribeca, i due quartieri più in di New York. Se non si andasse con la Cgil che ha buoni canali promozionali, una notte nella più piccola delle stanze costerebbe 379 euro.

Se invece si preferisce andarsi comunque andarsi a prendere un po’ di sole al mare, ecco che la Camusso agenzia di viaggi ti può portare a Playa del Carmen, uno dei luoghi più esclusivi del Messico per 1.240 euro la settimana fino al 7 dicembre prossimo. Una cinquantina di km dall’aeroporto di Cancun, su una spiaggia fra le più esclusive del paese in un resort quattro stelle superiore come l’Eden Gold International Occidental Allegro. Vicino a un utilissimo campo da golf da 18 buche.


L’agenzia di Milano - Ci sarà la crisi, ma i pensionati della Cgil devono pure avere messo da parte qualche gruzzoletto e devono avere una voglia matta di investirlo in una settimana di piacere in giro per il mondo. Perché dalla crociera sul Nilo agli ultimi tepori di Hammamet o di Monastir, tutte le offerte della Cgil vanno a ruba come il pane anche quando sono offerte online nel portale servizi riservato agli iscritti del sito Internet lombardo del primo sindacato italiano.

Il business turistico lombardo passa tutto attraverso la Etlisind, una sorta di tour operator interno costituito dalla federazione dei pensionati Cgil insieme alla Camera del lavoro di Milano. La sola agenzia di corso di porta Vittoria a Milano ha fatturato nel 2010, anno della grande crisi, 11,3 milioni di euro, cifra di tutto rispetto.

Tanto più se si considera che i pacchetti vacanze extra messi in vendita si appoggiano su altre società di servizi turistici del primo sindacato italiano. Un business interessante, rivolto soprattutto agli iscritti (che a sorpresa anche in periodi così  spendono volentieri per un viaggio) e concatenato con i servizi delle altre società Cgil, dalla “Sacchi e bagagli” di Lecco e Merate, alla Campo dei Fiori tours, ai Viaggi della Mongolfiera.

Tutti in fila
- A guardare offerte e bilanci delle società di turismo della Cgil c’è quasi da pensare che gran parte della pancia del sindacatone della Camusso la pensa più o meno come il Silvio Berlusconi “unfit” di Cannes: ci sarà la crisi, ma certo è difficile vederla fra le pagine dei cataloghi turistici della Cgil. Ed è una sorpresa vedere in fila per comprare pacchetti turistici fuori stagione perfino i poveri pensionati della Camusso, pronti a investire qualche migliaio di euro (due o tre volte la pensione minima) per sentirsi qualche giorno un riccone pronto per la patrimoniale.

Gli amministratori della Etlisind nemmeno sembrano preoccupati per la situazione economica generale. L’unico loro cruccio è stato quello della primavera araba. Mentre la Camusso e gli altri leader battevano le mani alla ventata di libertà, i manager turistici del sindacato temevano di dovere rimborsare troppi viaggi già pagati verso Egitto e Tunisia, mete fra le più gettonate.

“L’azienda”, scrivono sconsolati, “ha dovuto provvedere al rimpatrio dei turisti presso le location dislocate sulle zone calde ed ha dovuto annullare le prenotazioni per il periodo invernale. Tale flusso turistico è stato solo parzialmente riprotetto su altre destinazioni, ma tuttavia la perdita di traffico conseguita avrà influenza negativa sul conto economico dell’esercizio 2011”. Pace, quest’autunno i pensionati Cgil sono stati dirottati ai Caraibi.


di Franco Bechis via al blog
07/11/2011




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Nei distributori automatici di cibo dove di notte si consuma e si spaccia droga

Corriere della sera


Il caso dei locali di via dei Transiti che al buio diventano zona franca. I proprietari: «Da qui ce ne andiamo»


 Entrano, barcollano, si azzuffano. Soprattutto: maneggiano droga. I distributori automatici di cibo e bevande sono, sempre più, frontiera per lo spaccio e il consumo di sostanze stupefacenti. Per la rabbia e l'impotenza dei proprietari. Come uno dei titolari dello spazio occupato dalle macchinette in via dei Transiti 27, tra via Padova e viale Monza, che dice: «Stiamo provvedendo a trovare un'altra location, perché da qui ce ne andiamo, questo è purtroppo chiaro, siamo costretti ad andarcene. Così non possiamo lavorare, ci rimettiamo dei soldi e la situazione non cambia mai». I distributori, come dimostrano le immagini riprese dalle telecamere interne in via dei Transiti 27, nella notte sono perennemente occupati: nessun cliente entrerà mai.


LO SPACCIO DI DROGA - C'è chi scalda una pipetta per fumarsi eroina accucciato contro le macchinette, senza scarpe, con l'aria di chi farà molta fatica a rialzarsi. C'è un ragazzo che estrae da sotto il vestito una sorta di fazzoletto, lo apre, lo richiude, lo rimette via, nascondendolo. Dentro il fazzoletto, è probabile, ci sono grammetti di droga che lui custodisce come un tesoro, sistemandoli in un angolino, aderenti alla pelle e alla maglietta, sperando che sfuggano a un'eventuale perquisizione delle forze dell'ordine. Poi a volte qualcosa non va bene, e due persone si mettono le mani addosso, uno forse armeggia un'arma ¬- un coltellino? Un taglierino? Non si vede bene ¬-, decidono di risolvere una contesa con lo scontro fisico. Ma non bisogna esagerare, non bisogna perder tempo, invadere lo spazio delle macchinette per altre questioni. Vanno preparate le confezioni di sostanze stupefacenti. Seduti, concentrati affinché non si disperda nemmeno un milligrammo.

Andrea Galli
06 novembre 2011(ultima modifica: 07 novembre 2011 09:57)

Dagli anni di Piombo a Ustica Veltroni sa tutti i segreti Allora perché non fa i nomi?

di Andrea Indini -

Veltroni sa tutto: chi sono i mandanti delle stragi del '93, le collusioni con la Banda della Magliana, i mandanti della Strage di Ustica e della morte di Calvi. Ma non fa i nomi. Perché?



"Questo paese è devastato dal dolore... ma non vi danno un po' di dispiacere quei corpi in terra senza più calore?". Così scriveva, anni fa, Franco Battiato in Povera patria.

Non il primo, non l'ultimo. Dai Modena City Ramblers a Francesco Guccini, fino ai meno noti 270 bis. Tutti a cantare le trame d'Italia, tutti a ipotizzare brogliacci, mandanti e cospirazioni che hanno - tragicamente - unito i vertici dello Stato italiano ai bassi fondi della mala, i boss sanguinari della mafia ai grigi 007 dell'intelligence nostrana.

Quanti libri, poi, sono stati scritto. E quanti articoli! E di pentiti, ne sono stati sentiti a iosa. Una sconfinata bibliografie sulle stragi che hanno ammazzato un pezzo d'Italia lasciando a terra Giovanni Falcone prima, Paolo Borsellino poi. Stessa storia per la Banda della Magliana che, negli ultimi anni, è stata annoverata nella mitologia cinematografica grazie a Romanzo Criminale. E la strage di Ustica. E la (strana) morte del "banchiere di Dio", Roberto Calvi. Tanti misteri, tante incognite.
Ma chi l'avrebbe mai detto che sarebbe bastato fare un paio di domande a Walter Veltroni a smascherare criminali e colpevoli? Ci saremmo risparmiati tanto di quell'inchiostro e avremmo assicurato i malfattori alla giustizia. Ma il mistero e il piagnisteo sono troppo cari all'Italia e agli italiani per smettere di parlare di congiure, trame e collusioni tra i Palazzi del potere e il crimine organizzato. Perché una cosa sono i fatti, un'altra la narrazione. Eppure all'ex sindaco di Roma piace un sacco dire e non dire. Così scrive al Corriere della Sera: "Io so che Giovanni Falcone e Paolo Borsellino non sono stati uccisi dalla mafia". E ancora: "Io so che lo stato, o pezzi di esso, ha collaborato, coperto, deviato".
E ancora: "Io so che l'attentato dell'Addaura fu organizzata da 'menti raffinatissime', che volevano togliere di mezzo quel magistrato scomodo per tutti". E ancora: "io so che qualcuno mandò lì, per salvare Falcone, due ragazzi, due agenti dei servizi leali allo Stato. Si chiamavano Antonino Agostino e Emanuele Piazza". E ancora: "Io so che non è stata stata la mafia ad ucciderli, l'uno massacrato con sua moglie e l'altro sciolto nell'acido, nelle campagne di Capaci".

C'è dell'altro? "Io so Scarantino ed altri soino accusati di aver assassinato Borsellino e che per questo hanno fatto quasi vent'anni di carcere. Ma non è vero, non sono stati loro". E ancora: "Io so che pezzi dello Stato hanno costruito una falsa verità sull'assassinio di Borsellino e che hanno guidato i falsi pentito nelle loro bugie".Dagli attentati del '93 alla Banda della Magliana, dalla strage di Ustica agli anni di Piombo, l'onniscente Veltroni ripercorre la storia del Secolo lungo.
"So per la breve esperienza di due anni che ho avuto al governo, che non ci sono cassetti da aprire che non siano già stati svuotati - scrive ancora l'ex candidato premier del Partito democratico - so che a chi governa, e lo accetta, è richieesta una cieca continuità". E' la storia di un Paese fondato su una classe dirigente collusa e colpevole. E' la storia di una certa sinistra che presta più fede ai pentiti (chiunque sia) che ai fatti. E' la storia di un'Italia in cui chiunque dia fiato alla bocca viene preso sempre sul serio. Veltroni attacca le mafie che, complice la crisi economica, "stanno conquistando pezzi di Paese" e "comprano politici e funzionari". Oggi come ieri, insomma. "L'Italia, questo Paese meraviglioso e sfortunato, ha bisogno di ritrovarsi e di colmare i buchi neri della sua storia recente". E per farlo, va da sé, c'è bisogno di un nuovo governo.

Non fa nomi, Veltroni. Lancia solo una grande accusa a quell'apparato para statale colluso. Chi sono i colpevoli? Nemmeno "Io so che..." lo sa. O, per lo meno, non lo dice. Eppure di chiacchiere ne abbiamo sentite fin troppe, ci vorrebbe un po' di verità. O di silenzio.




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