Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

venerdì 21 ottobre 2011

Salvato il frassino della "piccola vedetta lombarda"

Il Giorno

Grazie ad un intervento della Provincia

 

L'albero, vittima dell'incuria, rischiava di rappresentare un pericolo per gli automobilisti. Ma, oltre alle ragioni di sicurezza, a spingere per l'intervento hanno contribuito le "ragioni di Cuore"

piccola vedetta lombarda
piccola vedetta lombarda



Pavia, 21 ottobre



"Proprio davanti all'aia si drizzava un frassino altissimo e sottile, che dondolava la vetta nell'azzurro". Così Edmondo De Amicis descriveva, nel libro Cuore, l'albero su cui si arrampica e dove trova una morte da patriota "la piccola vedetta lombarda". Ma il frassino, a causa dell'incuria, rischiava di non "dondolare" più.

E' stato necessario un intervento disposto dalla Provincia di Pavia. Non solo per preservare un vero e proprio monumento, a cui gli abitanti del luogo sono molto legati (tanto che nei primi anni '90 fecero deviare il tracciato della tangenziale di Voghera pur di salvare il frassino), ma anche per ragioni di sicurezza. Alcuni grossi rami spezzati a ridosso della tangenziale, nella zona di Campoferro, rappresentavano un pericolo per gli automobilisti.

"Siamo intervenuti spinti innanzitutto dal dovere di non mettere a rischio l’incolumità pubblica - ha spiegato il presidente della Provincia di Pavia, Daniele Bosone -, ma anche sapendo che salvare questo albero storico, cui siamo affezionati anche per le nostre letture scolastiche del libro Cuore, era importante per la nostra memoria. Quella pianta - prosegue - è un pezzo della nostra Storia: è infatti ormai quasi certo che De Amicis si rifece ad un episodio realmente accaduto nella zona di Campoferro per il suo racconto".
di Tommaso Canetta




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Er Pelliccia» resta in carcere «Ma io non volevo fare male a nessuno»

Corriere della sera

Il gip convalida l'arresto del 24enne che lanciò l'estintore in piazza San Giovanni durante il corteo degli Indignati: accusa di resistenza pluriaggravata


ROMA - «Non volevo fare male nessuno, ho tirato quell'estintore preso dalla concitazione del momento, non avevo obiettivi da colpire». Così Fabrizio Filippi, detto er Pelliccia, ha ricostruito venerdì al gip Paola Della Monica quanto avvenuto sabato durante gli scontri in piazza San Giovanni a Roma durante il corteo degli Indignati. Ma non è stato molto convincente all'udienza di convalida e il gip ha deciso di convalidare il suo arresto e tenerlo in carcere. Per lui l'accusa di resistenza pluriaggravata. (guarda la fotosequenza del lancio)

NO AZIONE DI GRUPPO - Filippi è stato rintracciato grazie alle fotografie che lo ritraevano mentre stava lanciando un estintore rosso in piazza San Giovanni durante gli scontri di sabato 15 ottobre a Roma al corteo degli Indignati (guarda la fotosequenza del lancio). Il giovane nel corso dell'interrogatorio di convalida avrebbe detto anche che era sua intenzione presentarsi ai carabinieri spontaneamente, sollecitato anche dalla famiglia, ma la Digos ha anticipato le sue intenzioni arrestandolo lunedì a Bassano Romano. Ma a Filippi non sarebbe stata contestata l'azione di gruppo come, invece, per gli altri dodici arrestati. La difesa del giovane valuterà, alla luce del provvedimento emesso dal gip, se presentare ricorso al riesame.



Redazione online
21 ottobre 2011 17:34




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Spagna, l'Eta annuncia: «Fine irrevocabile della lotta armata»

Corriere della sera

Nota del gruppo separatista armato basco



La schermata sul quotidiano basco
La schermata sul quotidiano basco

MILANO - L'Eta, il gruppo separatista armato basco, ha proclamato la fine irrevocabile della lotta armata che conduce da 50 anni e in cui sono morte almeno 850 persone. È quanto ha fatto sapere il gruppo in una nota diffusa sul quotidiano in lingua basca Gara.

IL COMUNICATO - Nel comunicato, che mette fine a quaranta anni di lotta armata, l'organizzazione terroristica basca invita i governi spagnolo e francese ad aprire un «dialogo diretto» per trovare una soluzione alle «conseguenze del conflitto».

Eta, 52 anni di lotta armata


L'Eta lancia un appello ai governi di Spagna e Francia per aprire un processo di dialogo diretto che avrà come obiettivo la risoluzione delle conseguenze del conflitto e quindi il superamento del confronto armato». L'annuncio arriva tre giorni dopo la Conferenza di pace a San Sebastian, cui hanno partecipato l'ex segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, del presidente dello Sinn Fein, Gerry Adams e l'ex capo di gabinetto di Tony Blair, Jonathan Powell.

ZAPATERO - L'annuncio oggi da parte dell'Eta della cessazione della lotta armata è «una vittoria della democrazia, della legge e della ragione» ha detto questa sera il premier spagnolo Josè Luis Zapatero, che ha definito «di importanza transcendentale» la decisione del gruppo armato.

Redazione Online
20 ottobre 2011(ultima modifica: 21 ottobre 2011 12:30)

La Consulta: no a parlamentari-sindaci

Corriere della sera


Alt al doppio incarico. All'origine della pronuncia il caso Stancanelli, deputato Pdl e primo cittadino di Catania


MILANO - Niente più doppio incarico per i parlamentari-sindaci. La Corte Costituzionale, decidendo sul caso Stancanelli, senatore del Pdl e sindaco di Catania, ha bocciato la legge n.60 del 1953 nella parte in cui non prevede l'incompatibilità tra la carica di parlamentare e quella di sindaco di un comune con più di 20mila abitanti.
IL CASO - A sollevare la questione dinanzi alla Consulta è stato il Tribunale civile di Catania, al quale un elettore, Salvatore Battaglia, aveva fatto ricorso. Candidatosi a sindaco di Catania nel giugno del 2008, quindi dopo essere stato eletto due mesi prima senatore del Pdl, Raffaele Stancanelli aveva mantenuto il doppio incarico. La decisione della Consulta - la n.277 - ha tuttavia valore per tutti quei parlamentari divenuti sindaci di grandi città e che dovranno dunque scegliere quale dei dunque incarichi mantenere.

21 ottobre 2011 15:18




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La Francia lancia l'allarme: «Troppi interventi di allungamento del pene»

Corriere della sera

L'Accademia di chirurgia transalpina: inutili e dannosi




MILANO - Sempre più cittadini francesi ogni anno decidono di sottoporsi a dolorose operazioni chirurgiche per allungare il pene. Lo ha reso noto giovedì scorso l'Accademia di chirurgia transalpina che ha anche rilevato come spesso questi interventi siano inutili e dannosi.

I DATI - Secondo l'istituto di ricerca, molti uomini hanno la sensazione di avere un pene troppo piccolo ma in realtà non avrebbero bisogno di un intervento correttivo. Circa l'85% dei maschi che in Francia si presentano in sala operatoria ha un pene di dimensioni normali. «Una domanda così alta è legata più che altro all'immagine che si vuol avere di se stessi piuttosto che a delle vere e proprie disfunzioni - spiega lo studio -. Il ruolo del chirurgo è allora pedagogico. Bisogna spiegare la realtà al paziente senza respingere la sua richiesta, ma dimostrando la mancanza di fondamento di tale intervento».

LE MISURE - Proprio per rassicurare, l'Accademia pubblica uno studio in cui sono diffuse le misure medie che dovrebbe raggiungere il pene per essere considerato fisiologicamente attivo: a riposo tra i 9 e 9,5 centimetri, in erezione tra i 12,8 e i 14,5 cm. La circonferenza del pene a riposo si dovrebbe inoltre attestare intorno agli 8,5 cm, mentre in erezione può superare i 10,5 cm. L'Accademia afferma che qualsiasi uomo che raggiunge queste dimensioni non ha alcun bisogno di sottoporsi a operazioni chirurgiche e nessuna decisione d'intervento deve essere presa senza prima consultare uno specialista.
DANNI - Gli studiosi avvertono anche che le moderne tecniche di allungamento del pene possono essere controproducenti causando gravi problemi di erezione. Secondo la ricerca l'uso di alcuni materiali come il silicone e la vaselina dovrebbe essere proibita, mentre le iniezioni di grasso autologo hanno un effetto transitorio a causa del riassorbimento del grasso stesso.


Francesco Tortora
21 ottobre 2011 15:00



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Grillo, dal popolare al populismo

Corriere della sera


Beppe Grillo
Beppe Grillo
La puntata di «Icone» su Beppe Grillo calzava a pennello: ancora una volta in Molise il voto dei grillini (il movimento Cinque stelle fondato dal comico genovese) è risultato determinante per la vittoria del centrodestra. E queste sono le stranezze dell’anti- politica. Già ma cos’è un’icona? L’icona è un mito d’oggi, l’inserzione cioè di un frammento di eternità nel convulso racconto della nostra esistenza. Icona viene dal greco eikòn, che significa immagine, e originariamente indicava l’effigie sacra, di gusto bizantino e poi russo e balcanico.

Sono state la semiologia e l’informatica ad arricchire la parola «icona» di una carica simbolica più mondana e insieme più spettacolare, a farla scivolare nella retorica del mito. Anche l’icona, infatti, ha il compito di sostituirsi alle fattezze di un personaggio, di purificarle, di dare loro una nitidezza che non è della spiegazione quanto piuttosto della rivelazione. Marco Ferrante ha intrapreso un curioso viaggio alla ricerca di alcuni di questi personaggi speciali, che hanno costruito sul magnetismo la loro ascesa e la loro consacrazione terrena, come Barak Obama, Maradona, Steve Jobs e, appunto, Grillo (Rai 5, mercoledì, ore 23,03).

Singolare la storia del ragionier Grillo: nasce cabarettista, approda in tv con Pippo Baudo, si fa cacciare dalla Rai per una battuta sui socialisti, finisce nei teatri a raccontare contraddizioni e sprechi delle multinazionali, apre un seguitissimo blog, fonda una sorta di partito politico contro i professionisti della politica. In pochi anni riesce a conquistarsi quel consenso tra la gente che i «vecchi» politici non riescono più a ottenere: una curiosa parabola dal «popolare» al «populismo». Marco Ferrante è un attento osservatore, riesce a entrare negli interstizi dei suoi personaggi con equilibrio e acume, ma è poco aiutato dagli esperti. A parte Carlo Freccero, stimolante come al solito, gli altri tentano di ammantare di scientificità osservazioni di buon senso, al limite del banale.



21 ottobre 2011 08:54




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Berlusconi show da Scilipoti: «Dal '94 aggressioni contro di me»

Corriere della sera

Il premier: «Riformare la giustizia e la Carta. Grazie a Mimmo durerò 5 anni»


MILANO - L'Inno di Mameli e lo slogan «Cristiani, patria e famiglia». Domenico Scilipoti apre all'Eur il primo congresso del Movimento di responsabilità nazionale e accoglie con tanto di hostess e fanfare Silvio Berlusconi. Il premier arriva alle 12 e canta Fratelli d'Italia insieme «all'amico Mimmo». Dal palco del congresso il Cavaliere parla per mezz'ora e ringrazia, a più riprese, Scilipoti e i suoi, il cui appoggio, è la certezza di Berlusconi, «permetterà all'esecutivo di durare cinque anni». Poi il capo del governo snocciola temi già noti, scherza a tratti con la platea, e ripete le cose già riferite giovedì ai deputati del Pdl. «Da quando sono in campo non mi hanno fatto mancare nulla», lamenta parlando di «aggressioni mediatiche, politiche, giudiziarie con 103 indagini e 40 processi». «E se quel duomo di marmo mi avesse preso alla tempia sarei sotterrato», aggiunge il premier, chiudendo il suo elenco di denunce con i «500 milioni al signor De Benedetti, tessera numero uno del Pd» e con «le calunnie che hanno trasformato le mie cene eleganti in cose incredibili e licenziose, cose che io non ho mai visto capitare nemmeno una volta».


LA DISCESA IN CAMPO E LE RIFORME - All'Auditorium Massimo a Roma Berlusconi ripercorre, ancora una volta, la sua discesa in campo, attuata nel '94 «dopo il golpe giudiziario» e per sottrarre l'Italia ai «comunisti ortodossi». Un impegno politico assunto nonostante la contrarietà di amici e parenti (la madre in primis) che non finirà, assicura il presidente del Consiglio, «prima di aver lasciato in eredità all'Italia una nuova formazione moderata che si riconosce nei valori del Partito Popolare Europeo». Di lavoro da fare ne resta parecchio. Tutte quelle riforme non fatte «per colpa degli alleati». Ma il premier non demorde. E, anzi, si dice convinto che il suo esecutivo ha i numeri per mettere mano in primo luogo alla giustizia e alla Carta. Per Berlusconi occorre innanzitutto «rivedere la formazione del Csm per ottenere che i giudici facciano i giudici e non utilizzino la giustizia come arma politica». Quanto alla Costituzione, essa, ha ribadito per l'ennesima volta il premier, va cambiata perché «il governo e il presidente del Consiglio non hanno nessun potere». E c'èè da rivedere anche il istema elettorale: «Alla luce del milione e duecentomila cittadini che hanno firmato il referendum dobbiamo introdurre una variante nella legge che consente di scegliere candidato per candidato», spiega il Cavaliere.

I SALUTI - A fine discorso, il capo del governo cita le parole del '94, quelle della sua discesa in campo. Poi scende in platea e saluta sorridente gli uomini di Scilipoti, che lo abbracciano. Il tutto sulle note della colonna sonora del movimento, l'inno scritto dal cantante Danilo Amerio «Siamo milioni e ci sono anch'io».

C. Arg.
21 ottobre 2011 14:16

Associazione denuncia: a Napoli truffa sul censimento: 50 euro e compiliamo noi

Il Messaggero


NAPOLI - Cinquanta euro per la compilazione e la spedizione dei censimenti che, invece, sono gratuiti: è la truffa che viene denunciata dal presidente dell'associazione «Noi Consumatori» di Napoli, Angelo Pisani, che chiede l'intervento del prefetto e del questore della città.

«A seguito di sopralluoghi sul territorio cittadino e di indagini presso i centri Urp delle Municipalità - è detto in una nota - risulta che alcuni 'furbetti' stanno truffando i cittadini estorcendo loro fino a 50 euro per la compilazione e la spedizione dei censimenti e che addirittura in alcuni Caf vengono richiesti soldi agli utenti per tali adempimenti che per legge sono gratuiti e addirittura pagati a monte dal ministero, proprio per non gravare sulle spalle dei cittadini che si accingono a compilare il questionario del censimento».

Per Pisani si tratta di una «paradossale truffa perpetrata a danno dei napoletani». A fronte del raggiro si chiede al Prefetto di Napoli Andrea De Martino ed alle forze di polizia di «intervenire predisponendo opportuni ed immediati controlli e verifiche al fine di evitare che i cittadini vengano ingannati e fuorviati da chi vuole organizzare un business illegale ed illegittimo sul censimento giocando sulla mancanza d'informazione dei contribuenti partenopei».

«Inoltre, viste anche le grandi difficoltà che si registrano negli uffici postali, chiediamo al Comune di Napoli ed a tutte le istituzioni competenti di fornire più informazioni sulle modalità di compilazione del censimento che i cittadini dovranno poi inviare. Infine - conclude - invitiamo tutti coloro che hanno versato soldi per il censimento, che è gratuito e può essere adempito anche con assistenza presso gli Urp, a richiedere il rimborso e comunque a denunciare qualsivoglia speculatore e truffatore».

Venerdì 21 Ottobre 2011 - 12:51    Ultimo aggiornamento: 12:55




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Il duro lavoro della Casta. Giovedì tornano tutti a casa

Libero




La scena si ripete ogni giovedì (qualche volta anche mercoledì). L’anticamera del ristorante riservato ai deputati, dove si trova il servizio guardaroba fatto da due commessi, si riempie di trolley. Blu, neri, rossi, marroni. Ma ci sono anche porta-abiti, valigette, buste varie. Poi, a fine mattina o nel primo pomeriggio, a seconda che il deputato opti per il pranzo o no, gli onorevoli ritirano il bagaglio. E guadagnano, veloci veloci, l’uscita. Si torna a casa. La settimana (cortissima) per loro è finita. Quattro giorni lavorativi, spesso tre, quando non si vota il lunedì (cioè quasi mai), e inizia il riposo del week-end. Diciamolo subito: la pigrizia c’entra fino a un certo punto. È vero che i lavori d’Aula o di commissione non dovrebbero esaurire il lavoro di un parlamentare, generosamente pagato dal contribuente. E non si può escludere che, una volta tornati a casa, gli onorevoli non dedichino altre ore a ciò per cui il solito contribuente (cioè noi) li paga. Ma resta il fatto che il monitoraggio sui lavori parlamentari e su quello che producono è drammatico.

Dall’inizio dell’anno a oggi l’Aula della Camera dei Deputati si è riunita per 614 ore e 15 minuti. Per una media di circa 64 ore al mese, 16 per settimana. Ipotizzando che il mese di lavoro dei deputati fosse come quello di un lavoratore dipendente, 22 giorni, è come se un deputato lavorasse tre ore al giorno. Poi, certo, ci sono le commissioni. Ma anche tenendo conto di queste, la produttività è sotto ogni media. Dall’inizio dell’anno a oggi le commissioni hanno lavorato per 1631 ore e 15 minuti, per una media di circa 171 ore al mese, 42 per settimana. La statistica, però, è inevitabilmente riduttiva. Guardando commissione per commissione, si scoprono fatti curiosi. Se la Commissione di Vigilanza Rai si è riunita, da gennaio a oggi, 60 volte per un ammontare di 49 ore e 20 minuti, quella per la semplificazione ha messo in pratica la sua intestazione, auto-semplificandosi il lavoro: 15 sedute in oltre nove mesi per un totale di 6 ore e 30 minuti. Subito dopo, nella classifica delle commissioni più “sfaticate”, troviamo il comitato di controllo sull’attuazione dell’accordo di Schengen e vigilanza in materia di immigrazione: 18 sedute, da gennaio a oggi, per un totale di 12 ore e 40 minuti.

La situazione è ancora più deprimente se si guarda a cosa effettivamente il Parlamento ha prodotto. Limitandoci alla Camera dei Deputati, da gennaio a oggi Montecitorio ha approvato solo 24 progetti di legge di iniziativa parlamentare e 3 di iniziativa mista. La parte del leone (si fa per dire perché la produzione è scarsa anche qui) la fa il governo. Dall’inizio dell’anno a oggi, su 69 provvedimenti approvati dalla Camera dei deputati, 29 sono stati disegni di legge di iniziativa governativa e 13 decreti-legge.  Se Montecitorio fosse un’azienda avrebbe dichiarato fallimento da mesi. Colpa del governo che blocca i disegni di legge, accusano i parlamentari. Colpa del Parlamento che rallenta ogni iniziativa, dicono i ministri. Colpa della crisi per cui, mancando le coperture necessarie, le leggi non arrivano in Aula. Colpa dei regolamenti, colpa del bicameralismo. Ma il risultato è questo.

E dire che, a parole, tutti sono perché si cambi musica. Se non altro per dare un segnale al Paese. Visto che le indennità non si possono (o non si vogliono) ridurre e diminuire il numero dei parlamentari sembra un miraggio, almeno si faccia lavorare chi c’è ed è pagato. Gianfranco Fini, quando si è insediato alla presidenza della Camera, aveva fatto propositi rivoluzionari: si lavorerà dal lunedì al venerdì, aveva detto. L’anno scorso, a maggio, ammetteva che «la settimana cortissima è un problema serio» e parlava di situazione «intollerabile». La scorsa settimana, bloccato dalle “Iene” che hanno filmato la “fuga” dei trolley parlamentari in un ordinario giovedì, ha risposto: «Evidentemente non mi hanno dato retta». Evidentemente qualcosa non va.

di Elisa Calessi
21/10/2011




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Napolitano fischiato: "I sacrifici falli tu"

di

Blitz degli antagonisti a Pisa. Il Presidente non si scompone: "Per i giovani è un momento difficile"




Roma - Volantini, picchetti, il grido rilanciato da un megafono: «Vergogna, buuh, non sei il nostro presidente». Il tabù viene infranto a Pisa alle 11 del mattino: incredibile, anche Re Giorgio viene contestato. Sì, pure lui, pure il capo dello Stato. Pure a un personaggio sempre acclamato e sempre in testa nei sondaggi, riverito dalla maggioranza e rispettato dall’opposizione, popolare più del Papa e amato più dei carabinieri, capita di incassare qualche insulto. A sfregiare lo specchio, un gruppone di studenti antagonisti e della Rete dei comunisti, tutti molto indignati: «Complice della Gelmini, falli tu i sacrifici».

Già alle otto al Quirinale capiscono che non sarà una giornata facile. Tuoni, fulmini, acqua da tutte le parti: il nubifragio blocca a Ciampino l’aereo presidenziale e costringe lo staff ad accorciare il programma. Ma la brutta sorpresa arriva alle 11, quando Giorgio Napolitano, appena atterrato a Pisa con due ore di ritardo, mette piedi all’università della Sapienza. Lo accolgono il sindaco, il rettore, il senato accademico e anche la prima dura contestazione del settennato. Centocinquanta ragazzi, appostati all’ingresso dell’ateneo, che lo accusano di essere troppo morbido con il Governo. Sventolano bandiere No Tav. Gridano: «Il debito lo paghino i padroni» e «Sei d’accordo con la Gelmini».

Distribuiscono dei manifestini, dove c’è scritto: «Caro Napolitano, tu non sei il nostro presidente, guerra e sacrifici falli tu. Noi non saremo tra chi festeggia la tua visita a Pisa, il vostro debito non lo pagheremo e le vostre guerre non le faremo». Ce l’hanno pure con il sindaco Filippeschi, «che ha speso milioni per il centro-vetrina e ha lasciato i quartieri popolari andare in rovina».
Ma il capo dello Stato non si sconvolge, non sembra prendersela più di tanto per questo atto di la lesa maestà.

Anzi, commenta così la contestazione: «Non solo l’università, ma tutto il mondo delle giovani generazioni attraversa momenti difficili, e non soltanto in Italia. Le tempeste? La cosa importante è trovare la rotta giusta». Lui intanto trova anche l’entusiamo delle scolaresche e dei cittadini che lo aspettano dietro le transenne. Ci sono i tricolori, ci sono gli applausi, ci sono i cartelli, «presidente, ci rimani solo tu». Entra nell’ateneo e riceve una delegazione del gruppo goliardico, cosa che gradisce molto: «Bravi ragazzi, sono contento che la goliardia sopravviva nelle università».

Poi incontra gli studenti di Sinistra Per, un movimento molto meno antagonista, visto che è rappresentato nel senato accademico e nel cda dell’ateneo, che comunque gli sottopone una sorta di controriforma dell’università. Il colloquio è amichevole, come raccontano i giovani: «Il presidente ha ascoltato con grande attenzione il sunto della lettera che gli abbiamo consegnato e che contiene le nostre proposte».

All’ora di pranzo il capo dello Stato lascia la Sapienza. Ritrova un piccolo bagno di folla e sorride: «Ho ricevuto un’accoglienza straordinaria».




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Sallusti: giusto sparare a Giuliani

Corriere della sera

L'ira di Paolo Ferrero durante la trasmissione Matrix


Un poliziotto su Fb: Giuliani l'avrei schiacciato con la jeep

Quei genitori peggio dei figli teppisti

di

Addolorati, ma non per le vittime: fingono di non sapere niente. Fino al punto di difendere i loro ragazzi violenti




Più vergognoso del comportamento dei ragazzi violenti e devastatori c’è solo quello dei loro genitori. Fuori dal carcere, in attesa, speranzosi, indulgenti. Addolorati. Ma non per le vittime della violenza, bensì per i loro figli. Fino al punto di piangere e difendere l’innocenza di quei mostriciattoli da loro stessi cresciuti. Delle due l’una: o questi non conoscono la vita e le frequentazioni dei figli, o ne sono più o meno consapevoli.

In ogni caso dovrebbero vergognarsi per non avere svolto il ruolo costituzionalmente previsto e garantito, che impone non solo di mantenere, ma soprattutto di educare e istruire i figli.
Educare significa formare le persone, anche impartendo regole e divieti di condotta, secondo i principi condivisi in una società civile. Istruire non vuol dire solamente far rispettare l’obbligo della frequentazione scolastica, ma anche trasmettere l’etica dei diritti e dei doveri, della responsabilità personale, del rispetto degli altri e di quei valori connessi alla convivenza, al progresso, alla cultura.

Non basta teorizzare su questi argomenti per avere la coscienza a posto: i genitori sani e adempienti devono controllare sul campo ogni giorno, anche con fatica e a rischio dell’impopolarità, che il frugoletto di famiglia si stia trasformando in un cittadino rispettoso degli altri e dagli altri rispettato. La trascuratezza, l’indifferenza, la distrazione, la superficialità, infatti, sono peccati mortali dei genitori; la loro inettitudine si riverbera sulla società, che se ne accolla disagi e costi, e danneggia inesorabilmente il figlio. Abituato ad avere sempre e tutto come gli altri e prima degli altri.

Anche nelle famiglie meno abbienti spesso la felicità dovuta (!) ai figli è collegata irreversibilmente al dare, tutto e subito: la caramella, i vestiti, la vacanza, l’i-pod, il cellulare in un crescendo fino all’auto e poi alla casa; il mutuo per la cerimonia nuziale e perfino la parcella dell’avvocato al momento della separazione. In questo accontentare sempre la prole, e tutelarla dalla frustrazione, si risolve e si assolve l’ansia da prestazione genitoriale. Mai un no, mai uno schiaffone, mai un castigo, un sacrificio o un sano «arràngiati».

E così le nuove generazioni, in buona parte, crescono nel lassismo e nella noia, ricercando l’adrenalina nella droga, nel bullismo, nella violenza fine a se stessa.
Con il sedere affondato nel burro, il cervello privo di vitalità e la mangiatoia bassa, questi giovani disgraziati - tali sono, non avendo avuto la fortuna di genitori attenti e severi - vengono del resto facilmente eccitati dall’idea, e dalla pratica, di fare qualcosa contro qualsiasi cosa; con protervia ma di nascosto, per prendere senza chiedere, per distruggere, con le cose e le persone, la noia di un’esistenza inutile. Tuttavia assai dannosa per gli incolpevoli altri.

È, dunque, grottesco, e ingiurioso per le vittime dei danneggiamenti provocati dai loro figli, che questi genitori trascorrano la notte dopo la devastazione a frignare davanti al carcere, nella speranza che il vandalo torni a essere il figlio di cui credere di potere andare fieri. Perché ha avuto tutto. Anche l’impunità. E ciò vale anche nel caso di quei genitori consapevoli dei figli collocati ai confini della legalità. Lo sanno bene, ma non hanno il coraggio del loro ruolo; pertanto non riescono a impedire lo sconfinamento. Non per rispetto alla privacy dei figli, bensì per salvare la propria faccia davanti ad amici e colleghi. E accettano così che i figli li trattino male, non combinino nulla di buono, delinquano.

Ecco perché si devono vergognare non solo i genitori lacrimanti degli arrestati, ma anche i genitori e i parenti di tutti quegli oltre duemila giovani, che sono andati in piazza mascherati e volutamente distruttori: oggi dovrebbero essere tutti sulla porta della questura a denunciare i figli. Invece, mistificano la loro stessa verità: così perdendo l’occasione, finalmente, di riscattare la propria colpevolissima incapacità educativa.



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I verbali choc dei devastatori Il gip: "Violenza premeditata"

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Confermati gli arresti per 11 manifestanti su 12. Oggi interrogatorio per "er Pelliccia": l’estintore che ha lanciato ha colpito una poliziotta




Roma - Il terrore in differita. A leggere le carte del gip che ha tenuto dentro 9 dei 12 incappucciati bloccati durante gli scontri a San Giovanni a Roma si ha la netta sensazione di rivivere quella piazza, quei momenti, quell’odio diffuso sfociato negli assalti mordi e fuggi, nel tiro al bersaglio ai poliziotti, nel lancio di molotov che hanno incenerito il blindato dei carabinieri.



IL BERSAGLIO DELL’ESTINTORE
Quel che il gip non racconta, perché oggetto di relazioni di servizio consegnate direttamente alla Digos, è la vera storia dell’estintore lanciato dall’esagitato viterbese Fabrizio Filippi, al secolo «er Pelliccia». L’oggetto è finito contro il cofano di un blindato della Celere di Senigallia tra via Filiberto e la piazza, dietro al mezzo, di coordinamento, gli agenti del commissariato Prati. Tra questi la sostituta commissario Anna D.A. che ha rischiato di prenderlo in faccia.

ATTACCO CONCERTATO
Il gip Elvira Tamburelli non ha dubbi: «Si è trattato di un’azione concertata (...). Le indagini offrono uno spaccato di carica di violenza e forza intimidatrice contro la polizia che, per la natura e modalità di sviluppo delle diverse azioni violente (...) nonché per il numero elevato di facinorosi. Le azioni violente non paiono affatto espressioni di iniziative improvvisate, slegate fra loro, ma piuttosto frutto di un’azione comune».

Scontri pianificati, dunque: «A cominciare dallo sfilamento progressivo dei violenti di manifestanti pacifici lungo il percorso su via Cavour sino alle azioni di “sfondamento” per deviare dall’itinerario prestabilito della manifestazione, che hanno determinato le forze dell’ordine ad azioni di sbarramento». Il gip evidenzia anche «il successivo imponente compattamento dei violenti che si travisavano con caschi da motociclista, passamontagna, felpe ed altro, muniti di corpi contundenti, bombe carta e altri ordigni, preliminare ad azioni congiunte di danneggiamenti, incendio ed attacchi contro la polizia».

IL RAZZO È IL SEGNALE
Secondo il giudice il via all’assalto sarebbe stato concordato con l’«esplosione di un razzo che aveva la funzione di mettere in moto, se si considera che analoghi strumenti di segnalazione sono stati sequestrati». Tra le armi ritrovate «9 molotov in un borsone, fumogeni, 4 bastoni, sanpietrini, un tubo di metallo» eccetera.

VIOLENZA IN PRIMA FILA
L’arresto di Stefano Conegliaro da Catania avviene al termine di un blitz cominciato con l’assalto alle volanti Beta Como 60 e Volante 30. I poliziotti, circondati, riescono a uscire dalle macchine e fronteggiare i black bloc. Un agente, colpito da una bomba carta, e gli altri da pietre, non arretrano. Anzi. Puntano un ragazzo con uno scaldacollo nero «tra i più violenti del gruppo». Lo bloccano. I riscontri dei filmati fanno il resto, anche se il ragazzo si dichiara «innocente». Per il gip, Conegliaro «era pienamente e direttamente partecipe dell’azione violenta del gruppo tra cui si muoveva in prima fila lanciando pietre col volto travisato ed atteggiamento accorto per sottrarsi alla polizia».

IL SESTETTO IN TRAPPOLA
Giuseppe Ciurelo, Alessandro e Giovanni Venuto, Alessia Catarinozzi, Lorenzo Giuliani e Alessandra Orchi vengono fermati tutti insieme in via Carlo Botta. Ciurleo «portava una maschera antigas e un casco da motociclista e aveva 25 volantini inneggianti alla rivoluzione»; Giovanni Venuto «al momento dell’arresto «lasciava cadere in terra un manico di piccone di circa 80 cm», a uno dei minori Matteo C. «veniva sequestrata con maschera antigas».

LA CORRIDA DI GIOVANNI
C’è arrivato appositamente da Barcellona per esprimere la sua «solidarietà», Giovanni Caputi, che al gip ha ammesso di far parte degli indignati spagnoli. «Però mostra chiaramente - osserva il gip - non disdegnare il ricorso a forme violente considerando che ha ammesso che la foto lo ritrae nell’atto di lanciare contro le forze dell’ordine quello che a suo dire era un “tubo di cartone”...». Da parte sua vi è «piena consapevolezza e partecipazione all’azione del gruppo rivolta contro le forze dell’ordine come dimostra il lancio di sampietrini e di altri oggetti». Alle contestazioni del gip «si è limitato a stringersi nelle spalle». Per i fermati, conclude il gip, la detenzione è «l’unica misura idonea e adeguata alla forte esigenza di tutela dell’intera collettività».




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Le "fotomulte" sono valide anche senza il vigile

La Stampa


Le multe inflitte per il passaggio di un incrocio con il semaforo rosso sono valide anche se non ci sono agenti sul posto. Secondo la Cassazione (sentenza 21605/11) con la normativa introdotta dal decreto legge 151 del 2003, «i documentatori fotografici delle infrazioni commesse alle intersezioni regolate da semaforo, ove omologati e utilizzati nel rispetto delle prescrizioni riguardanti le modalità di installazione e di ripresa delle infrazioni, sono divenuti idonei a funzionare anche in modalità completamente automatica, senza la presenza degli agenti di polizia».

Il Caso


La Suprema Corte ha convalidato una multa di 300 euro inflitta a un'automobilista per avere attraversato a bordo della sua Fiat Punto un incrocio nonostante il semaforo rosso. Il Tribunale di Pistoia aveva già convalidato la multa; la signora ha fatto ricorso in Cassazione, lamentando che la multa era stata inflitta in assenza di agenti. Ma la multa è stata confermata perchè «dalle fotografie prodotte scattate dal comune con apparecchiatura T Red emergeva che il veicolo ebbe ad iniziare l’attraversamento quando il semaforo proiettava la luce rossa, e ciò era confermato dai dati cronometrici registrati dall’apparecchiatura». Inoltre, «nell’ipotesi di attraversamento di un incrocio con il semaforo indicante la luce rossa non è necessaria la presenza degli organi di polizia stradale qualora l’accertamento avvenga mediante rilievo con apposite apparecchiature debitamente
omologate».



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