Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

venerdì 16 settembre 2011

Intercettazioni Il fantasma della Merkel

Corriere della sera

Il caso sui giornali italiani. Tante le tesi. «Esiste?»

di Pierluigi Battista

Penati accanto a Zingaretti: “Debiti e tangenti” E a Roma si scatena la guerra dei manifesti

di

La "guerra dei manifesti" a Roma non si ferma. Dopo quelli di ieri contro il Cavaliere con Alemanno, oggi appaiono contro Penati e Zingaretti, accusati di avere solo "debiti e tangenti". Scoppia la polemica nella capitale



Roma

La capitale stamattina si è svegliata con alcuni manifesti sui muri  che raffiguravano Penati e Zingaretti, il presidente della provincia di Roma, con sotto la scritta: "Debiti e tangenti". I manifesti hanno creato polemiche sia a destra che a sinistra. Gli autori delle affissioni sono alcuni militanti della destra sociale e il movimento "Il popolo di Roma". Il sindaco Alemanno: "Esprimo solidarietà al presidente Zingaretti e invito questo gruppo a sospendere l’affissione perché stampare manifesti con le foto di esponenti politici è un modo di pessimo gusto di fare propaganda. Il fatto che troppo spesso questo metodo venga utilizzato dalla sinistra non deve indurre all’imitazione".
Irritato dalle affissioni Zingaretti ha detto che associare la sua "immagine alla parola tangenti rappresenta un atto di incivile dialettica politica fondata sulle ingiurie". La polemica sui manifesti a Roma va avanti da qualche giorno. Ieri ne erano apparsi alcuni firmati Pd con una foto di Alemanno e Berlusconi e la scritta: "Più tasse per tutti". Un'immagine e uno slogan che ha fatto irritare non poco il centrodestra, con Alemanno che lo ha bollato come "simbolo di un'opposizione irresponsabile".




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Con centomila intercettazioni s'aggrappano a Fassino

Libero




Di centomila intercettazioni una sola fa tremare Silvio Berlusconi. Paradosso: è una delle pochissime in cui il Cav, al telefono, non c'è. La decisione del gip di Milano di chiedere il rinvio al giudizio del premier per l'affare Unipol e la telefonata tra l'allora segretario dei Ds Piero Fassino e il numero uno di Unipol Giovanni Consorte ha con sé risvolti da teatro dell'assurdo ma contiene una verità: è l'assalto finale delle Procure al Cav. Dove non poterono il gossip e i dettagli pruriginosi (da Bari ce n'è per tutti i gusti), potrebbe arrivare uno scoop. Quello del Giornale, edito dalla famiglia Berlusconi e diretto nel 2005 da Maurizio Belpietro, colpevole di aver fatto quello che tutti, dal Corriere a Repubblica fino al Fatto Quotidiano: pubblicare una notizia rilevante. I rapporti tra il secondo partito italiano e il potere finanziario ("Abbiamo una banca", chiede festoso Fassino a Consorte) non è di poco conto, eppure secondo il giudice milanese è "un aiuto a Berlusconi" perché le elezioni del 2006 si avvicinavano. Come se le fughe di notizie su escort, telefonate sconvenienti e amicizie pericolose non avessero e non abbiano peso alcuno sul giudizio di una parte di elettori. Ma si sa, tutto è consentito purché vada a colpire una sola direzione. Quale oggi è ancora più facile capirlo.

16/09/2011




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Guarda caso se parli di Unipol spunta fuori la Serravalle

Libero




Ci sono le intercettazioni rese pubbliche nei giorni scorsi a fotografare l’atmosfera che in quei giorni si respirava, nel “gruppo Penati”. Era la fine di giugno del 2010: il giorno 22 la Corte dei Conti lombarda s’era pronunciata su quella controversa operazione finanziaria risalente al luglio 2005: l’acquisto da parte della Provincia di Milano, allora guidata proprio da Filippo Penati, del 15 per cento di azioni della società Milano Serravalle dal gruppo Gavio. Con la prima a pagare 8,83 euro ad azione, e Gavio - che le aveva pagate circa 3 - a realizzare un guadagno netto di 179 milioni. E proprio la Corte dei Conti definiva l’operazione «priva di qualsiasi utilità», visto che il patto di sindacato fra Comune di Milano e Provincia già garantiva alle istituzioni pubbliche la maggioranza. Prefigurando anche «diversi profili di danno erariale» di un’ottantina di milioni, poiché - oltre al costo spropositato - uno degli effetti era stato il «deprezzamento del valore del quote detenute dallo stesso Comune». Tanto che, sempre in quei giorni, l’allora sindaco Letizia Moratti decide di mettere in mora Penati e il suo capo di gabinetto Vimercati e l’allora direttore generale della Provincia Princiotta - tutti ora indagati nell’inchiesta della Procura di Monza, che ipotizza tangenti celate dal passaggio di azioni.

E dicevamo dell’atmosfera. Con Penati e i suoi che si consultano, preoccupati. E si confrontano con Bruno Binasco, il manager del gruppo Gavio indagato dai magistrati di Monza perché considerato implicato in questa storia di corruttela politico-finanziaria. E così riporta il brogliaccio della Guardia di Finanza: «Penati chiede se il pm è sempre il solito, e Princiotta dice che il pm è un altro e che da un certo punto di vista è meglio, perché con quello di prima nemmeno potevano parlare».  Si riferivano, qui, al procuratore Domenico Spadaro, ora in pensione. Che, intervistato da Panorama, ripercorre quella sua indagine sull’operazione Serravalle: «Diciamo che quella era gente con cui era pericoloso avere contatti». Ricorda che «le attività di Penati sono state nel nostro mirino anche da prima», per via di «una serie di consulenze da 100 e 150mila euro a personaggi improbabili». Dopo l’esposto dell’ex sindaco Albertini, che denunciava la violazione del patto di sindacato, «percepimmo che vi furono gravissime irregolarità. E dunque «cominciammo l’indagine». Poi però «arrivò la perizia disposta dalla Procura di Milano, secondo la quale il prezzo pagato per l’acquisto delle quote era congruo. Questa consulenza ci fermò».

Resta il fatto che ora, con l’inchiesta della procura di Monza partita dalle dichiarazioni di due imprenditori che si dicono vittime per anni delle concussioni di Penati e dei suoi, la faccenda è tornata d’attualità. E ci sono alcune concomitanze temporali che è difficile non notare. Bruno Binasco, strettissimo collaboratore del patron  Marcellino prima della morte di quest’ultimo e ancora manager di primissimo piano del gruppo, secondo i magistrati si prestò nel 2008 a una transazione immobiliare di facciata - una caparra lasciata scadere per permettere a Piero Di Caterina, che pretendeva da Penati la restituzione dei soldi a lui versati sottobanco negli anni, d’incassare due milioni di euro.

E sempre per i pm «l’unica alternativa razionale e coerente per spiegare il pagamento di Binasco a Di Caterina nell’interesse di Penati e Vimercati  è che la somma sia parte della tangente a loro destinata» per l’operazione Serravalle. E naturalmente questa non è una sentenza ma soltanto l’ipotesi d’accusa, che ancora deve eventualmente passare al vaglio processuale. Proprio in quel luglio 2005 andava profilandosi la scalata alla Banca Nazionale del Lavoro da parte della Unipol di Giovanni Consorte - allora del tutto organico ai Ds. E anche il gruppo Gavio s’adoperò per aiutare Consorte, acquisendo attraverso la sua società Sias  lo 0,5 per cento di Bnl e mettendolo a disposizione di Unipol - il 18 luglio, per la precisione. Ecco: Bruno Binasco era il presidente di Sias. Intendiamoci, giudiziariamente vuol dire nulla. Ma anche questo è un fatto.

Peraltro, che l’operazione Serravalle e la scalata Unipol fossero in qualche modo collegate l’ha dichiarato più volte Bruno Tabacci, attuale assessore al Bilancio della giunta milanese di centrosinistra: «Parte della plusvalenza di 179 milioni incassata da Gavio dopo aver venduto alla Provincia quelle azioni è stata utilizzata per appoggiare la scalata dell’Unipol alla Bnl».


di Andrea Scaglia
16/09/2011




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Menù costoso", senatori a dieta

Il Tempo


Nuovi prezzi nel ristorante di Palazzo Madama: 30 euro a pasto. In due giorni 400 coperti in meno.


Il presidente del Senato Schifani

«Prezzi troppo alti». I senatori dicono addio al ristorante di Palazzo Madama. Il nuovo menù c'è da due giorni: si sono registrati 400 coperti in meno. Un esodo. È la «dieta» Schifani. È stato il presidente del Senato a pretendere l'aumento dei prezzi dopo lo scandalo destato dal vecchio menù, sbarcato su internet in piena estate. La differenza salta agli occhi: i costi sono stati quadruplicati. Fino a pochi giorni fa per un primo (zuppa, spaghetti alle alici, riso all'inglese, pasta al pomodoro o penne all'arrabbiata) i senatori spendevano 1 euro e 60 centesimi. Ora 6,02 euro.

Passiamo al secondo: una scaloppina di vitella al pepe verde o un filetto di orata in crosta di patate costavano 5 euro e 23 centesimi, meno una lombatina di vitello ai ferri, 3,55 euro. Adesso, invece, un petto di pollo vale 10 euro e 3 centesimi, come il sauté di cozze e vongole o le uova al tegamino con lardo. Mentre la lombatina di vitella è arrivata a 16,54 euro, un rincaro di 13 euro. Prezzi più alti anche per le insalate. Cappuccina, lattuga, indivia belga, finocchi, rucola, radicchio, julienne di carote, pomodori con alici o cruditées. I senatori le pagavano 1,43 euro ciascuna. Ora 5,35. Costano uguale soltanto i dolci (1,74 euro) e il pane (0,52). Fa eccezione il dessert del giorno, che costa 4 euro. Qualche senatore sapeva degli aumenti e non è più entrato al ristorante, altri hanno fatto la prova sul campo. Poi la fuga. Si sono affidati alla «concorrenza».

Gli onorevoli, infatti, stanno trattando convenzioni nei locali del centro storico. Guadagneranno più di 15 mila euro al mese ma non sono disposti a pagare un pasto completo almeno 25 euro. Troppi. Nei ristoranti a piazza Navona o al Pantheon, invece, alcuni senatori hanno ottenuto un menù fisso, che comprende primo, secondo, dolce o frutta, tra i 15 e i 18 euro. «Anche perché - chiarisce un onorevole che vuole restare anonimo - l'Aula finisce alle 13,30 mentre alle 14,30 cominciano le Commissioni. Le pare che devo spendere magari 35 euro per stare dieci minuti al ristorante?».

Gli aumenti «firmati» da Schifani sono davvero indigeribili: «Mi scusi ma se si va in qualunque altro refettorio, perché quello è un refettorio, quanto si spende? Glielo dico io, non più di 5 euro» precisa un altro inquilino di Palazzo Madama. «Capisco che l'odio verso la casta è sempre più forte ma nella mensa di qualsiasi azienda i prezzi sono inferiori al nuovo menù» protestano. C'è chi si limita a un panino alla buvette, appoggiato ai tavolini tondi della sala, e chi ha risolto il problema con un pizzico di furbizia: va a mangiare al ristorante di Montecitorio, dove i prezzi sono rimasti più bassi. «Ci vogliono dieci minuti di strada per raggiungere la Camera e si risparmiano almeno quindici euro». Avranno stipendi sostanziosi, rimborsi, vitalizi, auto blu, treni e aerei gratis ma quando mangiano e pagano di tasca propria stanno attenti. C'è la crisi. Anche per loro.

Alberto Di Majo
16/09/2011




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Esselunga, le toghe vendicano Coop: "Via dalla librerie Falce e Carrello"

di

Il tribunale di Milano ha condannato per concorrenza sleale il libro Falce e carrello. Trecento mila euro di danni, ritiro del pamphlet dalle librerie, divieto di stamparlo e condanna per Bernardo Caprotti, Stefano Filippi e Geminello Alvi



Milano

Guai a chi tocca le cooperative: la guerra della mozzarella finisce nelle aule di tribunale. Ve lo ricordate il libro Falce e Carrello? Il volume, pubblicato nel 2007,fece molto scalpore: era la denuncia di Bernardo Caprotti, fondatore del gruppo Esselunga, nei confronti della politica che attraverso le cooperative mette le mani sulla spesa degli italiani. Apriti cielo: guai a toccare la sinistra e tutte le sue declinazioni, anche quelle economiche. L'impero Coop è intoccabile: la Coop sei tu, chi può darti di più? Beh, diciamo che dove non arrivano le lunghe mani delle cooperative arrivano quelle dei magistrati. A distanza di quattro anni arriva la vendetta. Il Tribunale di Milano ha deciso che il libro è "un'illecita concorrenza per denigrazione ai danni di Coop Italia". Tutto qui? Assolutamente no: risarcimento di 300mila euro, ritiro del pamphlet dalle librerie e "divieto di reiterarne la pubblicazione e diffonderne gli scritti". Una punizione esemplare e non facilmente comminabile. Vogliamo chiamarla censura? Il precedente è piuttosto inquietante: se scrivi male delle cooperative ti "bruciano" il libro. Sotto la tagliola della procura finiscono anche la casa editrice Marsilio, il coautore del libro Stefano Filippi (inviato del Giornale) e pure l'economista Geminello Alvi, reo di aver steso la prefazione di Falce e Carrello.
Al quartier generale della Coop festeggiano: "Abbiamo sempre respinto ogni accusa che viene mossa da un libro che si fonda solo sull'acredine dei suoi autori nei confronti di un sistema di imprese di successo che gode della fiducia di oltre 7 milioni e mezzo di italiani. Riteniamo che questa sentenza renda ragione anche a loro".
E poi sanciscono anche un nuovo principio: la superiorità morale della mozzarella Coop rispetto a quella della rivale Esselunga: "Va aggiunto anche il recente pronunciamento della Corte di Giustizia dell'Unione Europea che riconosce la distintività delle imprese cooperative in merito alle esenzioni fiscali che non devono essere considerate come aiuti di stato. Le cooperative sono diverse dalle imprese private, rette da principi di funzionamento particolari, ma esempi di correttezza e lealtà imprenditoriale". Che è un po' come dire: lo stato ci aiuta economicamente perché siamo migliori. Alla faccia del liberismo. Perché i soldi, quando li maneggiano loro, hanno sempre un odore migliore rispetto a quelli degli altri. Insomma la Coop sei tu, ma non proprio tu, un tu migliore da quello che compra la mozzarella all'Esselunga: è la guerra del carrello, bellezza.




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Chi oltraggia i cristiani in Europa si sente inattaccabile”

La Stampa


La denuncia del segretario degli episcopati dell'Ue a margine di un incontro sugli episodi di intolleranza e violenza contro i cristiani del Vecchio Continente


Alessandro Speciale
città del Vaticano


I gruppi che in Spagna hanno preso di mira i giovani della Gmg di Madrid si sentivano “protetti dalla polizia da un senso di impunità”, forti della consapevolezza che i crimini contro i cristiani “sono trascurati dai governi e dalla polizia” e che quindi “non ci sarà alcuna reazione”.
Lo denuncia a Vatican Insider padre Piotr Mazurkiewicz, segretario generale della Comece, l'organismo che raccoglie gli episcopati dei Paesi dell'Unione Europa. E aggiunge amaramente che la reazione probabilmente sarebbe stata ben diversa “se si trattasse di attacchi contro altri gruppi o religioni”.


Padre Mazurkiewicz ha partecipato a Roma alla tavola rotonda organizzata dall'Osce – l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa – proprio per riflettere su come prevenire e affrontare gli episodi di violenza e intolleranza contro i cristiani nel Vecchio Continente.
Un incontro a cui hanno partecipato i ministri degli Esteri della Santa Sede – monsignor Dominique Mamberti – e del Patriarcato ortodosso di Mosca. Monsignor Mamberti, nel suo intervento introduttivo, ricorda le “prove irrefutabili della crescente intolleranza contro i cristiani” offerte dal rapporto annuale dell'Osce sul tema.

A padre Mazurkiewicz abbiamo chiesto la situazione della cosiddetta 'cristianofobia' fosse davvero così grave nel nostro Continente:

“In generale, si preferisce usare l'espressione 'intolleranza e discriminazione contro i cristiani' in Europa. Questo perché, dal punto di vista legale, la situazione generale è abbastanza buona, anche se in alcuni Paesi ci sono alcuni problemi ci carattere legale: c'è il caso dell'educazione sessuale e del diritto dei genitori all'educazione dei figli in Spagna, un caso che verrà discusso alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo. Oppure c'è il caso delle agenzie cattoliche di adozioni nel Regno Unito. Ma non si può paragonare la situazione europea a quella, ad esempio, del Medio Oriente”.

Ma la questione non si esaurisce al testo delle leggi...
“Uno dei problemi più importanti ha a che fare con la rappresentazione dei cristiani nei media; ed è un problema importante perché si diffonde anche alle scuole, ai libri e così via. Poi, non tutte le offese o le intimidazioni contro i cristiani vengono prese sufficientemente sul serio, come avverrebbe se si trattasse di altre religioni o gruppi. È un problema di sensibilità: dobbiamo aumentare la consapevolezza del problema e migliorare la formazione della magistratura, della polizia, ecc. così che siano in grado di riconoscere subito la natura di certi atti e reagire adeguatamente”.
C'è chi contesta alle istituzioni europee una vena indifferente, se non ostile, al cristianesimo.

Concorda?


Dipende dall'istituzione europea con cui abbiamo a che fare. Se si tratta del Parlamento, ad esempio, al suo interno c'è una grande diversità, ci sono secolaristi aggressivi, anti-cristiani, e ci sono politici cristiani molto attenti alla questione. Alcuni parlamentari hanno presentato interrogazioni alla Commissione Europea ma sfortunatamente la risposta è stata sempre che questo tema ricade nella competenza degli Stati membri e che la Commissione non può intervenire.


Dobbiamo tenere presente che la Direzione Generale Giustizia, Diritti Fondamentali e Cittadinanza (un organo della Commissione, ndr) e l'Agenzia europea per i Diritti Fondamentali – due istituzioni dell'Unione Europea – non fanno nulla di fronte agli abusi della libertà religiosa contro i cristiani”.
C'è chi teme che dilatare troppo la definizione di “discorsi di incitamento all'odio” (hate speech) porti a limitare la libertà di parola. Quale è l'equilibrio?

“Equilibrio è un'espressione corretta da adottare. Ci sono due abusi di segno opposto: da una parte non si può cercare di proteggere troppo alcuni gruppi, al punto da arrivare a limitare la libertà di espressione, dall'altra ci sono alcuni gruppi che sono iperprotetti”.

Ad esempio?
Nel contesto dell'intolleranza contro i cristiani, possiamo pensare alla recente Giornata Mondiale della Gioventù di Madrid, in cui i partecipanti sono stati attaccati da alcuni gruppi – gruppi che si sentono protetti dalla polizia da un senso di impunità, di poter fare quello che vogliono...”.
Quindi lei dice che quando alcuni gruppi attaccano i cristiani godono di una sorte di impunità?
“Uno dei problemi è che i crimini – non solo gli atti di intolleranza – sono trascurati dai governi e dalla polizia e tutti vedono che non ci sarà alcuna reazione, cosa che probabilmente non potrebbe accadere se si trattasse di attacchi contro altri gruppi o religioni. Questo è una parte del problema”.

E l'altra?
Dall'altra parte, è certo che non si può cercare di proteggere troppo alcuni gruppi, al punto da arrivare a limitare la libertà di espressione. È ance un nostro problema, perché la predicazione morale fa parte della fede. Il cristianesimo non è una questione privata ma dobbiamo esprimere la nostra fede nella sfera pubblica. Questo significa che la libertà di espressione per i cristiani significa poter esprimere pubblicamente le nostre convinzioni etiche. Qui uno dei problemi è la limitazione di questa libertà perché altri potrebbero sentirsi offesi dalle convinzioni morali dei cristiani. Si tratta non solo di limitazioni legali ma di intimidazioni alle parole o alle azioni: chi ha il coraggio di affermare pubblicamente le proprie convinzioni viene attaccato sui media e altri cercheranno di evitare di trovarsi in una situazione del genere”.







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Castelli in tv: sono povero, guadagno solo 145mila euro l'anno

Il Messaggero


ROMA - Essere poveri con 145mila euro all'anno. È possibile in Italia secondo un politico leghista, Roberto Castelli, vice ministro alle Infrastrutture ed ex Guardasigilli di Silvio Berlusconi. Castelli giovedì sera in tv si è lamentato per il suo stipendio, a suo dire, molto più basso di quello che aveva quando lavorava come ingegnere. Una lamentela, quella sullo stipendio, simile a quella già fatta recentemente con toni simili dalla deputata del Pdl, Laura Allegrini.

Ospite alla prima puntata di PiazzaPulita, la nuova trasmissione su La7 di Corrado Formigli, Castelli ha provocato diversi mugugni nel pubblico in studio, e successivamente nel popolo del web, con una frase discutibile.


«Io facevo l'ingegnere, guadagnavo abbastanza bene, ho rinunciato alla mia paga di ingegnere per fare il politico, e mi fa piacere, ma oggi sono povero, ho pochissimi soldi», ha sostenuto lasciando molti basiti. Il sindaco di Firenze Matteo Renzi, di fronte a lui, allarga le braccia, il pubblico protesta.

«Mi scusi, quanto guadagna all'anno?», gli chiede Formigli. «Ho dichiarato 145mila euro». «Allora non è povero, insomma...è un ottimo stipendio», sorride il conduttore, ma Castelli fa marcia indietro: «Sono povero nel senso marxiano del termine, e cioè vivo solo del mio lavoro. Non ho accumulato ricchezze, non ho ville miliardarie non ho Ferrari. In questo senso».


Venerdì 16 Settembre 2011 - 14:27    Ultimo aggiornamento: 14:41

I soliti sospetti»: Amish arrestati perché senza triangolo arancione sul carro

Corriere della sera


La comunità religiosa pratica uno stile di vita ottocentesco e rifiuta anche i colori sgargianti




MILANO - La foto segnaletica di otto uomini barbuti, pii e pacifici, appartenenti ad una comunità Amish del Kentucky, fa il giro della Rete: i membri dell’ordine religioso ultra conservatore degli Old Swartzentruber sono stati arrestati per essersi rifiutati di esporre il triangolo arancione obbligatorio sul retro del loro mezzo, il carro trainato dai cavalli. La loro fede proibisce infatti rigidamente di indossare o trasportare oggetti o abiti dai colori sgargianti.

VEICOLO LENTO - La comunità religiosa degli Amish americani pratica uno stile di vita ottocentesco e rifiuta la società moderna in quasi tutti i suoi aspetti: si vestono, vivono e lavorano secondo regole di duecento anni fa e usano regolarmente i carri trainati dai cavalli. In una comunità degli Amish era ambientato anche uno dei film hollywoodiani che rappresentava per forse per la prima volta la loro vita e le loro vicissitudini, Witness - il Testimone, con Harrison Ford e Kelly McGillis, di Peter Weir. In tutto nove uomini Amish sono stati condannati in Kentucky a pene che vanno da tre fino a dieci giorni di carcere per aver rifiutato di pagare le multe inflitte per il mancato segnale stradale sui calessi. Negli Usa per indicare un «veicolo che si muove lentamente» è infatti obbligatorio apportare il triangolo di sicurezza, di colore arancione e riflettente.



«CODICE DI MODESTIA» - Gli Amish hanno fatto appello all'atto costituzionale sulla libertà religiosa Usa: il triangolo arancione va infatti contro i loro «codici di modestia», riferisce The Courier-Journal. La religione Amish è anche contraria ad «affidare la fiducia nelle propria o altrui sicurezza» a qualunque simbolo creato da mani umane. In precedenza avevano chiesto alla corte di usare delle lanterne sulle loro carrozze o di applicare dei nastri grigi catarifrangenti; il tribunale ha rifiutato la proposta. Il codice della strada negli Usa impone il triangolo arancione, ha sottolineato il giudice distrettuale Deborah Hawkins. Ciò nonostante, durante la permanenza nel carcere della contea di Graves, i nove uomini Amish non sono stati obbligati ad indossare la tuta arancione dei prigionieri negli Stati Uniti, a loro è stata data una tuta di colore scuro. Elmar Burchia



16 settembre 2011 14:22




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Guadagna con il passaparola». Ma la società è “schermata” alle Seychelles

Corriere della sera


Cento euro al mese per un corso virtuale di educazione finanziaria, eppure sul web dell'impresa non c'è traccia



Il sito www.dream-work.info
Il sito www.dream-work.info
MILANO – Prima sorpresa: «Quale indirizzo di posta elettronica? Comunichiamo solo attraverso skype e sms», ci dice Andrea Segato, professione Investment Manager (si legge su LinkedIn). Ci fingiamo studenti alla ricerca di soldi facili, incuriositi dall'idea di guadagnare dormendo, recita il promo stuzzicante disponibile sui siti www.wiin-club.it, www.accumulo.it, www.dream-work.info e disponibile anche sui principali social network, secondo le tradizionali leve del marketing virale. Già aneliamo a quei 7mila euro mensili che ci promette il piano di accumulo di Wiin Club, di cui nella clip promozionale Segato è la voce parlante.

IL MECCANISMO – «Per far soldi non c'è nulla di più semplice di puntare sul passaparola. Ce lo insegna anche un guru della finanza come Warren Buffett», dice Segato nel video. E' semplice: basta segnalare agli amici il corso di virtuale di educazione finanziaria promosso dalla società Wiin International Group Ltd. Società introvabile su Google, tanto che l'algoritmo del famoso motore di ricerca ti consiglia Wien International, che ti rimanda al gruppo di alberghi Vienna International, tutt'altro insomma. Eppure per scaricare la prima lezione audio in streaming che ti spiega come gestire al meglio i propri risparmi è necessario registrarsi dopo la segnalazione dell'unico promoter possibile (appunto Andrea Segato) che ti fornisce anche il suo codice identificativo e ti incoraggia a firmare il contratto con Wiin.

LA REGISTRAZIONE – «Quattro passaggi e fai parte del club – dice al telefono –. La prima quota (100 euro, da pagare ogni mese per almeno un anno, prorogabile automaticamente, ndr.) posso anche anticiparla io. Poi per ogni amico che segnali ricevi 50 euro mensili e se sei un utente esperto nelle tecniche di passaparola riuscirai ad accumulare denaro, perché riceverai anche il 10% mensile sui clienti indiretti che avrai portato. Se convinci sei persone a far parte del club puoi anche arrivare a guadagnare 2.900 euro al mese, non male per questi tempi, no?».

LA PROCEDURA – Non male, certo. Sempre più incuriositi riceviamo un sms di conferma con alcuni link e il suo codice identificativo (così – secondo il modello organizzativo di Wiin – lui verrà premiato con 50 euro mensili, la metà della tua quota) e su www.accumulo.it procediamo alla registrazione. Indichiamo i nostri dati e ci troviamo di fronte finalmente al contratto di abbonamento.

IL CONTRATTO – Prima di cliccare su Avanti (azione che testimonierebbe l'accettazione del contratto) lo leggiamo e scopriamo che la controparte è appunto Wiin International Group Ltd ubicata presso Unit 117, Orion Mall, Palm Street, Victoria, Mahe, Seychelles. Chiediamo lumi alla Siba, Seychelles International Business Authority (l'autorità di regolamentazione dell'isola affacciata sull'Oceano Indiano), e ci dicono «di essere impossibilitati a fornirci informazioni circa gli azionisti e i vertici della società». Poi scorrendo il contratto notiamo che l'importo mensile dell'abbonamento potrà incrementarsi annualmente (la compagnia avviserà tramite posta elettronica il cliente), non esiste nessun contratto di lavoro, né un rapporto come agente commerciale (anche se in soldoni è proprio di questo che si tratta) e soprattutto l'impresa si riserva il diritto alla cessione del contratto a terzi senza che esista nessun pregiudizio per il cliente. Per risolvere eventuali controversie legali? L'unica giurisdizione deputata a risolverle è il tribunale di Mahe, Seychelles. Dall'altra parte del mondo.



Fabio Savelli
16 settembre 2011 15:08



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Il paese che ha paura della paura

La Stampa

paura


Ventiquattro telecamere già installate e altre pronte ad entrare in funzione

Turano Lodigiano, 1500 abitanti e 30 telecamere per vigilare, ogni secondo, sulla sicurezza



MARCO BRESOLIN
TURANO LODIGIANO (LO)

Lasciate un fotogramma voi ch’entrate. Benvenuti a Turano Lodigiano, «comune denuclearizzato» come recita il cartello all’ingresso di questo paese stretto tra la via Emilia e l’Adda. Ma soprattutto «località sottoposta a videosorveglianza». Massiccia. A tratti invasiva. Millecinquecento anime e quasi trenta telecamere, una ogni cinquanta abitanti. Allarme sicurezza? Macché. Qui i reati quasi non esistono. Qui la gente ha paura della paura.

Una controlla la scuola, un’altra il Comune, un’altra ancora la chiesa. Per tenere d’occhio il parco delle Poste, un fazzoletto di verde su un’area vasta sì e no cinquanta metri quadrati, sono in quattro. Occhi elettronici che spiano il paese a 360 gradi. Sono 24 in tutto, ma non basta.

Il Comune ha pronto un progetto per installarne altre cinque, una per ogni ingresso del paese. Tecnologia da micro-trincea dell’era informatica: fibra ottica che scorre nel sottosuolo e trasmette le immagini alla centrale. Dogane virtuali che leggono i numeri di targa di chiunque transiti sulla Provinciale. E li registrano. «Perché poi se succede qualcosa li andiamo a beccare», spiega Umberto Ciampetti, sindaco del paese. L’uomo che più di tutti ha a cuore la sicurezza dei suoi concittadini («ma nel pieno rispetto della privacy»). Tanto da aggiungere al normale (e adeguatamente potenziato) servizio di pattugliamento della polizia locale quello di un istituto privato.

Ogni notte, Natale e Ferragosto compresi, passano almeno tre volte a controllare che tutto sia in ordine nei cosiddetti «luoghi sensibili» (sensibili poi a cosa?). Il bilancio dei reati nel 2011? «Solo un tentato furto in un’abitazione – spiega con orgoglio il primo cittadino – e un tentato furto al distributore di profilattici della farmacia». Sì, i profilattici. Evidentemente anche i malviventi, qui a Turano, tengono molto alla sicurezza.

Superato l’On The Road Bar, telecamera (privata) puntata sui tavolini, entriamo in un negozio che offre un po’ di tutto, dalle sementi per l’orto ai bicchieri per la cucina. Tutto tranne che informazioni e cordialità. Una signora bionda sulla quarantina ci squadra con diffidenza da capo a piedi. «Telecamere? Sicurezza? Furti? Non so niente, mi dispiace. Non posso aiutarla. Arrivederci». Non avendo a portata di mano un casellario giudiziario che ci possa scagionare, salutiamo e usciamo.

Di fronte c’è la pizzeria «Il Golosone». Il titolare racconta che le telecamere «servono per i vandali. Ragazzini che fanno scritte e danneggiamenti. Furti nei negozi? Noi avevamo un servizio di vigilanza privata, ma l’abbiamo tolto perché tanto qui da noi non c’è nulla da rubare».

Pochi metri più in là, sulla ringhiera di una casa, il classico «Attenti al cane». Trenta centimetri più a destra il disegno di un cucciolo con un più esplicito «Sembro buffo? Aspettate di vedere i miei padroni». Suonare il campanello non serve: sono in tre ad abbaiare e ad avvisare Sara che qualcuno la sta cercando. Lei, bandana in testa, un tatuaggio alla spalla e uno sulla caviglia, si affaccia e risponde cortesemente. «Nuove telecamere? Meno male. Che ne mettessero altre trenta. Non sono mai abbastanza. Anzi, fosse per me il Comune potrebbe piazzarmene una puntata sull’ingresso». E la privacy? «Se uno vuole fare atti osceni è sempre libero di farli dentro casa».

Dal supermercato esce una signora sui 60 anni fresca di parrucchiera. Unghie curate, camicetta viola, gonna nera e bicicletta bianca con la spesa nel cestino. «Quello che succede la notte qui – racconta in una lingua a metà tra l’italiano e il lodigiano – non lo so e non lo voglio nemmeno sapere. Io alle 20.30 mi chiudo in casa». Prima che se ne vada le chiediamo come si chiama. «No, per carità. Non scriva il mio nome sul giornale. Non ho bisogno di farmi pubblicità». Così, forse, si sente più al sicuro.

Scavando tra le paure dei turanesi sembra di scorrere una rassegna stampa dei principali fatti della cronaca nera italiana degli ultimi anni. Poi però, come brace accesa sotto una montagna di cenere, tra i racconti spunta un fatto successo proprio qui. Più di dieci anni fa.

Il tabaccaio ucciso da un rapinatore a volto coperto. Ora dietro al bancone del bar La Fontana c’è sua figlia. «Ancora telecamere? Non so a quanto possano servire, mi sembrano eccessive», spiega la donna. «Anche perché – ammette abbassando gli occhi tristi sul registratore di cassa – certe cose, purtroppo, succedono comunque».




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Usa, "processo viziato dal razzismo" I giudici fermano la mano del boia

La Stampa



Una sedia elettrica

Rinviata all'ultimo minuto l'esecuzione in Texas di un uomo condannato per due omicidi


WASHINGTON

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha accordato il rinvio all'ultimo minuto dell'esecuzione di un cittadino di colore che doveva essere effettuata ieri sera in Texas, e il cui processo, secondo la difesa, era stato falsato da considerazioni razziali. Lo hanno riferito il legale del condannato e le autorità penitenziarie statunitensi. Duane Buck, 48enne di colore, era stato condannato alla pena capitale per due omicidi (la sua ex fidanzata e un amico della donna) compiuti nel 1995 a Huston.

L'avvocato Kate Black si è detta «molto felice che la Corte suprema abbia riconosciuto l'ingiustizia razziale in questa vicenda». Ha «riconosciuto l'importanza della questione», ha dichiarato, sottolineando che la più alta giurisdizione del paese non ha precisato la durata del rinvio. Uno dei procuratori che avevano ottenuto la condanna nel 1997 di Duane Buck per un duplice omicidio, Linda Geffin, aveva chiesto lunedì un rinvio temporaneo al governatore Rick Perry spiegando che «nessun individuo deve essere condannato senza avere beneficiato di un processo giusto, non falsato da considerazioni razziali».




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Outing "coatto" e anonimo su un sito "Il 23 settembre i nomi di politici gay"

La Stampa


Un gay pride (foto scattata a Sidney)


Lo scopo degli ideatori: «Riveleremo la vera identità sessuale di prelati, deputati
e note personalità pubbliche. Tra loro anche ministri»


«Il primo elenco che pubblichiamo - altri ne seguiranno -è composto da 10 politici». Comincia così un comunicato pubblicato su un sito internet creato appositamente, che promette di rivelare, cominciando alle 10 del 23 settembre, i nomi di persone molto famose, politici e prelati, che, pur essendolo, non si sono mai dichiarati gay, ma che anzi pubblicamente li discriminano.

Un modo di «riportare un pò di giustizia in un paese dove ci sono persone che non hanno alcun tipo di difesa rispetto agli insulti e gli attacchi quotidiani da parte di una classe politica ipocrita e cattiva». Lo annuncia il sito «Listaouting», creato da un gruppo di persone che chiedono di restare anonime, come spiega Aurelio Mancuso, presidente di Equality Italia.

È Aurelio Mancuso, leader storico del movimento gay, a dare notizia dell’esistenza di «un gruppo di persone, anonime, che si appresta a rendere pubblica la prima lista di politici gay ma omofobi». «Tutto è iniziato dopo la bocciatura in Parlamento della legge contro l’omofobia. Mi ero sfogato su Facebook dicendo che in Italia ci vorrebbe un bell»outing’ che riveli quanto sono ipocriti alcuni politici italiani. E c’è chi mi ha preso in parola: sono stato contattato via mail da un gruppo di anonimi che mi ha annunciato che il 23, equinozio d’autunno, sarà resa pubblica la prima lista di politici gay. Dovrebbero essere dieci, non so se tra loro c’è anche qualche ministro. Mi fa piacere che il mio sfogo pubblico si concretizzi, ma preciso che non si tratta di una mia iniziativa. E, soprattutto -aggiunge Mancuso- l’associazione Equality che presiedo non c’entra nulla. Sono curioso di vedere come va a finire, è positivo che ci sia qualcuno disposto a dare seguito concreto alle mie riflessioni su Facebook».

Sul sito www.listaouting.wordpress.com gli anonimi spiegano che «l’outing è uno strumento politico duro ma giusto» e consiste «nel dichiarare pubblicamente la pratica omosessuale o di altre differenti sessualità di politici (single, sposati, conviventi), preti, persone note e influenti, che attraverso azioni concrete e prese di posizione offendono e discriminano le persone gay, lesbiche e transessuali». A questo primo elenco, promettono, «ne seguiranno altri nei prossimi mesi e anni: disponiamo dei nominativi di una decina di alti prelati, di altre personalità del mondo dello spettacolo e della tv».

Il gruppo ha deciso di «iniziare con questi primi dieci nomi per far comprendere chiaramente come nel Parlamento italiano viga la regola dell’ipocrisia e della discriminazione: i politici di cui conosciamo le vere identità sessuali - spiega - sono molti altri, presenti in tutti i partiti, per ora ci limitiamo a pubblicare un estratto di quelli appartenenti ai partiti che hanno votato contro la legge sull’omofobia». Pertanto, avverte, «da ora in poi quando avverranno attacchi nei confronti della comunità lgbt da parte della gerarchia cattolica, del mondo dell’informazione, della politica, ci riserveremo la facoltà di rispondere adeguatamente». Quest’iniziativa «non è nuova in altri paesi», commenta Mancuso, soprattutto «quando c’è un attacco alle persone» con diverso orientamento sessuale.




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