Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

domenica 4 settembre 2011

Se me lo avessero ordinato avrei ucciso»

Corriere della sera

Cesare Battisti torna a parlare ai media brasiliani: «Per fortuna non è successo, ma era quasi una guerra civile»


MILANO - «E 'stata quasi una guerra civile. Se me lo avessero ordinato, avrei ucciso. Ma per fortuna non è mai successo, non ho mai creduto che questa fosse una via d'uscita». Così l'ex terrorista Cesare Battisti in un'intervista alla web-tv del quotidiano brasiliano Folha. L'ex militante dei Proletari armati per il comunismo sostiene di essere stato usato come capro espiatorio per il periodo degli Anni di Piombo in Italia e afferma: «La gente mi dice, 'Cesare, e la rivoluzione?' Quale rivoluzione? Questo è uno scherzo. Avevo 16 anni quando entrai nella militanza, io non sono più quella persona. Se fossi oggi un rivoluzionario, sarei un idiota».


LA SCELTA DELLA LOTTA ARMATA - Battisti nel corso del colloquio con il giornale di San Paolo - che rivela che lo scrittore oggi vive quasi da clandestino in una cittadina della costa paulista, con il timore di essere aggredito da gruppi paramilitari o di destra condizionati da quanto pubblicato su di lui dalla stampa negli ultimi anni - ha poi rivendicato la scelta della lotta armata. «Non siamo stati noi i primi a prendere le armi, sono stati i regimi, gli Stati» ha puntualizzato l'ex leader dei Pac. «Ero molto giovane, e come tanti dopo il '68 abbiamo ritenuto che potevamo sistemare il mondo con le armi. Ma calma, non siamo stati noi i primi a prendere le armi, sono stati i regimi, gli Stati, che hanno iniziato a usare le armi e a uccidere. Il movimento rivoluzionario ha accettato la provocazione e risposto con le armi». «Quando iniziano a uccidere il tuo migliore amico, e hai 20 anni - ha aggiunto - , reagisci con le armi: proprio quella è stata la strategia dei regimi e dei poteri dell'epoca. Loro non avevano nessun altra chance di distruggere i movimenti culturali ricchissimi di quei tempi se non con la provocazione delle armi».


TORNARE ALLA NORMALITA' - Nell'intervista Battisti lascia intendere di essere un perseguitato, di essere chiamato a pagare per tutti quanti, di essere stato preso di mira nonostante vi siano stati centinaia di rifugiati all'estero a cui lo stato italiano non ha mai chiesto nulla. Ha detto di volere uscire dallo stereotipo del Battisti ex terrorista («anche perché non sono mai stato accusato di terrorismo»). E ha espresso il desiderio, ora che la vicenda si è praticamente chiusa, di ricominciare una nuova vita, dedicandosi al suo lavoro di scrittore. Fino ad oggi, ha ricordato, è stato aiutato a sopravvivere grazie all'aiuto di amici e sostenitori della sua causa di vari Paesi del mondo. «Ma ora - ha sottolineato prima di commuoversi davanti alla telecamera - è tempo che ricominci a lavorare».

Redazione Online
04 settembre 2011 17:50

Bindi a Renzi: non può candidarsi alle primarie E lui la zittisce: "Ma lei è alla sesta legislatura..."

di

Volano i coltelli tra il presidente del Pd e il sindaco di Firenze. Lei gli ricorda che per candidarsi alle primarie prima deve uscire dal Pd. E lui risponde per le rime: "Se ha letto lo Statuto sa anche che non ci si può candidare più di tre volte. E lei è alla sesta legislatura..."



Milano

Non c'è pace nell'estate del Pd, in casa Bersani continuano a volare gli stracci, i piatti e qualche volta anche i coltelli. Questa volta il dibattito è in punta di diritto: al centro della querelle tra il sindaco di Firenze Matteo Renzi e la presidente dei Democratici Rosy Bindi ci sono i cavilli dello statuto. Roba loro, teoricamente. Ma in verità loro stessi danno delle interpretazioni molto personali alla carta del partito, perché in ballo non c'è solo un pezzo di carta ma la poltrona (parecchio in bilico dopo lo scandalo Penati) del segretario Pier Luigi Bersani.
"Se Rosy Bindi quest'estate ha avuto il tempo per rileggere lo statuto del Pd non può non aver visto che c'è una norma che impedisce di candidarsi per più di tre legislature. Lei è alla sesta", Matteo Renzi rottama così, in un'intervista alla Nazione di Firenze, il presidente del Pd che venerdì scorso aveva sottolineato che se il sindaco di Firenze intende candidarsi alle primarie "deve prima dimettersi dal Pd", perchè, proprio in base allo statuto del partito, "per il Pd il candidato è il segretario".
Per Renzi "il problema non è il candidato, ma allargare il consenso del Pd. Non basta parlar male di Berlusconi per vincere. Di solito i partiti cercano di prendere un voto in più. È poco democratico buttare fuori chi non è omologato". In merito alla volontà di candidarsi, Renzi ribadisce che vuole "continuare a fare il sindaco, anche per il secondo mandato" perchè "Firenze vale più di qualsiasi ministero". Certo, ma il primo cittadino fiorentino non molla e sottolinea comunque che "la nuova generazione non può limitarsi a criticare" e che "deve avere il coraggio di presentare delle idee e un candidato che le sostenga".  Alla Bindi più che una promessa deve sembrare una minaccia. Ne vedremo delle belle.




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Brescia, è morto Mino Martinazzoli

Corriere della sera


E' stato l'ultimo segretario democristiano. Una vita per lo scudocrociato e un approdo finale con il centrosinistra

Guidò la Dc nella tempesta di Tangentopoli

MILANO - È morto domenica mattina a Brescia Fermo Mino Martinazzoli, ex segretario della Dc e più volte ministro. L'ex sindaco di Brescia, nato a Orzinuovi (Brescia) nel 1931, era malato da tempo. A novembre avrebbe compiuto 80 anni.

UNA VITA IN POLITICA - Dopo essere stato più volte ministro e rappresentante della base Dc, martinazzoli è stato alla guida di quello che è rimasto dello scudocrociato dopo la bufera di Tangentopoli - tornato nel frattempo a chiamarsi Partito popolare italiano - e nelle elezioni politiche del 1994 ha tentato la strada del Patto per l'Italia, il polo centrista alternativo alla coalizione di sinistra dei Progressisti e quella di centrodestra rappresentata dalla prima alleanza tra il neonato Forza Italia, l'Msi ancora non trasformatasi in Alleanza Nazionale e la Lega Nord.

Le elezioni di quell'anno non andarono bene, il progetto portato avanti con Mario Segni finì schiacciato dalla contrapposizione fra un Berlusconi appena sceso in campo e la «gioiosa macchina da guerra» di Achille Occhetto, e Martinazzoli lasciò l'incarico. Sarebbe tornato poi in primo piano, dopo un'esperienza alla guida del Comune di Brescia in qualità di sindaco, quando nel 2000 è stato scelto come sfidante di Roberto Formigoni nella corsa alla Regione Lombardia. Il risultato è stato però anche in quel caso molto deludente, con il leader ciellino che ha raccolto praticamente il doppio delle sue preferenze (61% contro 32) e ha segnato di fatto la sua definitiva uscita di scena dall'agone politico.


Addio a Martinazzoli

«DIVISI DALLE IDEE, MA GRANDE STIMA» - Tra le prime espressioni di cordoglio dopo la diffusione della notizia del decesso, quella di Pier Ferdinando Casini, che nel 1994 prese le distanze da quel che restava della Dc per fondare il Centro cristiano democratico e presentarsi alle elezioni nelle fila berlusconiane: «Sono profondamente rattristato per la scomparsa di Mino, con cui ho collaborato da giovane parlamentare nella vita della Democrazia Cristiana». «Da lui - ha aggiunto il leader Udc- mi hanno diviso non pochi giudizi politici, ma non è mai venuta meno la stima e il rispetto per la persona e per le sue qualità intellettuali e morali».

FORMIGONI: AVVERSARI NEL RISPETTO RECIPROCO - Profondo cordoglio per la morte di Mino Martinazzoli è stato espresso, in un messaggio alla famiglia, dal presidente della Regione Lombardia, Roberto Formigoni. «Uomo politico, studioso e statista di rilievo - sottolinea Formigoni - abbiamo prima militato insieme nella Democrazia cristiana; poi siamo stati avversari fino alla competizione regionale del 2000 che ci vide candidati alla presidenza per due schieramenti contrapposti: ma lo abbiamo fatto nel rispetto reciproco e nella comune difesa dei valori di democrazia e di partecipazione popolare».

Messaggi di cordoglio da tutto il mondo politico: dal Presidente del Senato, Renato Schifani, anche a nome dell'Assemblea di Palazzo Madama, dal capogruppo del Pd alla Camera Dario Franceschini («Un'intera generazione gli è debitrice di indimenticabili momenti di entusiasmo e speranze»), dal segretario del Pd Pier Luigi Bersani («Se ne va con lui una figura singolare e irripetibile nella vita politica e civile del Paese»), dal portavoce dell'Italia dei Valori Leoluca Orlando («Encomiabile il suo impegno per la legalità costituzionale»).


Redazione Online
04 settembre 2011 17:01

Viaggio (finto) nella Lituania sovietica

Corriere della sera

In un ex bunker i turisti assaporano la vita dei prigionieri del Kgb. Le croci della devozione e dei brutti ricordi

Dal nostro inviato  FLAVIO VANETTI



La collina delle croci
La collina delle croci
SIAULIAI - C'è solo l'imbarazzo della scelta, se si vuole verificare i non proprio amichevoli ricordi che, ancora oggi, i lituani hanno dell'ex Unione Sovietica. Volete metterla sul piano della religione e della spiritualità? E' sufficiente prendere un'auto e recarsi, una decina di chilometri fuori Siauliai - città del Nord che è una delle sedi del campionato europeo di basket in corso in questi giorni - alla famosa Collina delle Croci. Su un bozzo minimo del terreno, a fianco della strada che conduce a Riga e in Lettonia, hanno collocato circa 60 mila croci, di ogni forma, dimensione e materiale. Affiancate o accatastate, ciascuno a ridosso delle altre, assieme a rosari, statue e altri oggetti di culto. E' una testimonianza della fede di un Paese che, per il 79% della popolazione, è di fede cattolica; ed è un simbolo di protesta, se vogliamo, nei confronti di un passato nel quale l'intransigenza del regime comunista aveva fatto che sì che la collina fosse spogliata. Le croci di legno furono bruciate, quelle di ferro fuse, quelle di altri materiali rimosse e distrutte. Ma dopo il crollo dell'Urss, la collina è tornata come prima. Protetta oggi dall'Unesco, benedetta dalla visita di Papa Giovanni Paolo II nel 1993 e definita «l'araba fenice della coscienza religiosa lituana», la montagnetta continua ad essere un cuneo nella storia e un simbolo di ribellione.

BUNKER NUCLEARE - Invece è diverso - e unico - quanto capita a ridosso di Vilnius. Volete trascorrere mezza giornata da autentici comunisti, ma accettando anche angherie e durezze? Eccovi accontentati. A venticinque chilometri dalla capitale, cinque metri sotto terra, c'è un bunker di tremila metri quadrati, su due livelli, che avrebbe dovuto ospitare una stazione televisiva nel caso di un attacco nucleare degli Usa durante la Guerra Fredda. Ma il conflitto (fortunatamente) non ci fu mai e i sovietici, sancita nel 1991 l'indipendenza lituana, levarono definitivamente le tende. Di qui l'idea. Demolire quella tana di cemento armato? Ma no. Meglio farla fruttare e farla «lavorare» a scopo turistico. L'offerta è davvero speciale (date un'occhiata anche al sito): siete riportati indietro nel tempo, precisamente al 1984, e venite tuffati in quello che fu il lifestyle sovietico. Le visite sono guidate, a gruppi di 25; ma è possibile, con un sovrapprezzo, prenotarsi per un tour singolo.

Il «comitato di accoglienza» in stile sovietico
Il «comitato di accoglienza» in stile sovietico
CANI RINGHIANTI - Questo Camel Trophy all'interno degli schemi e delle imposizioni dell'odiata dittatura comincia con l'accoglienza da parte di un gruppo di figuranti in perfetta tenuta militare dell'Urss, con tanto di cani ringhianti che fiutano e ispezionano i «candidati». All'ingresso, dopo l'alzabandiera e dopo aver ascoltato l'Internazionale, si deve depositare tutto quello che si possiede, cellulare e portafoglio inclusi. Non è nemmeno contemplato che si commenti ad alta voce, o che si rida: la guardia infliggerà immediatamente una punizione, di solito un esercizio ginnico in condizioni disagiate. Nel bunker, dove l'umidità aggredisce le ossa, si procede per varie stanze a tema: quella della visita medica (con strumenti non proprio moderni); quella nella quale si deve indossare una maschera antigas (e guai a non farlo: arrivano le cinghiate); quella nella quale si è interrogati dal KGB, accusati dei reati peggiori; quella del refettorio nel quale si può mangiare solo robaccia in scatola e bere vodka.

ATTESTATO DI PARTECIPAZIONE - La libertà giunge dopo un'ultima esperienza al buio pesto, che cala per un quarto d'ora proprio nel momento in cui uno crede di aver terminato. Il premio, a parte riprendersi i propri effetti e rimediare un gadget originale dell'ex Urss, è un certificato che attesta di aver superato con successo e profitto questa giornata nel soviet drama. Costo dell'escursione nella storia? 1500 litas (450 euro, più o meno) per il gruppo di 25, dunque 18 euro a cranio. Non è molto, la curiosità e la singolarità dell'iniziativa valgono abbondantemente la spesa. Ma, concettualmente, la giornata nel bunker ricorda un po' la scelta di colui che chiede a un cannibale di mangiarlo. Pagando pure, in questo caso. Provare per credere, ad ogni modo...



04 settembre 2011 15:06



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La Cia imbarazza Obama su Gheddafi

di

A dieci anni dall'11 settembre, alcuni dossier del 2004 documentano la stretta collaborazione con Tripoli nella lotta contro Al Qaida. Un leader integralista finito a Guantanamo oggi guida i militari Cnt


Ha fatto piazza pulita di Bin Laden, ma anche dei migliori alleati mediorientali. A dieci anni dall’11 settembre l’America fa i conti con il paradosso Barack Obama. Il paradosso di un presidente capace di condannare il paese al destino auguratogli dai peggiori nemici. Il destino di una grande potenza senza più amici, senza più credibilità, senza più autorità. Un gigante dai piedi d’argilla condannato ad affondare nelle sabbie mobili mediorientali. Un gigante costretto in caso di ripresa della minaccia fondamentalista a contare esclusivamente sulle proprie forze. Un gigante dimezzato che rischia di abbassare la testa davanti alla provocazioni iraniane, abbandonare la partita irachena, rinunciare alla sfida afghana.
La comprova arriva da Tripoli. I documenti dei vecchi servizi di sicurezza dimostrano gli stretti legami tra la Cia e Tripoli nella lotta ad Al Qaida. I dossier targati Cia raccontano la cattura a Bangkok nel 2004 di Abdel Hakim Belhaj, un veterano dell’Afghanistan capo di quel Gruppo Combattente considerato la cellula libica di Al Qaida. Oggi, dopo un passaggio a Guantanamo e la galera in Libia, Belhaj è il nuovo capo del consiglio militare di Tripoli. Si è conquistato gradi e verginità espugnando con l’appoggio della Nato il bunker del raìs. Nessuno, tanto meno lui, garantisce la sua conversione. Ma con Barack Obama il mondo gira così. Dieci anni dopo l’11 settembre l’America arruola gli ex luogotenenti di Bin Laden, condanna come reietti dell’umanità chi l’aiutava a combattere il terrorismo. È andata così con Muammar Gheddafi in Libia, con Hosni Mubarak in Egitto, con Ben Ali in Tunisia.
Ma non solo. Dietro questa prima linea di amici sacrificati emerge la terra bruciata di un Medio Oriente abbandonato al proprio destino. Il Libano, strappato ai siriani nel 2005, è stato regalato a Hezbollah senza che Washington muovesse un dito. In Irak, dopo il ritiro dello scorso anno, le milizie sunnite, convinte a suo tempo a rompere i ponti con Al Qaida, si ritrovano senza paga e alla mercè dei gruppi filoiraniani. La risposta è il rigurgito di attentati suicidi che lo scorso 15 agosto ha riportato il Paese all’epoca del terrore e delle stragi. Nello Yemen non va meglio.
Il Paese da cui partì l’attentatore che nel Natale 2009 tentò di far esplodere un aereo in atterraggio a Detroit è nel caos della guerra tribale. Nel nome della primavera araba Obama ha abbandonato al proprio destino il presidente Alì Abdullah Saleh. Al pari di Gheddafi, Mubarak e Ben Alì era la rappresentazione vivente di corruzione e despotismo. Nei dieci difficili anni seguiti all’11 Settembre lui e i suoi omologhi si erano però dimostrati leali all’America e dell’Occidente, avevano offerto un contributo decisivo, seppur interessato, alla guerra al terrorismo. Abbandonandoli a se stessi, condannando i loro Paesi al caos e all’anarchia, Obama non offre un contributo alla causa della democrazia, ma a quei nemici sempre pronti a ricordare che dell’Occidente non ci si deve fidare.
Il tradimento, l’abbandono dei vecchi alleati è percepito dalle piazze islamiche come la miglior conferma di questa teoria. Così chi in Afghanistan spera di dividere i talebani convincendoli a trattare con l’Occidente deve far i conti con il tradimento di un Obama a pronto a scaricare chi credeva in Washington. Chi in Medio Oriente parla a nome dell’Occidente deve far i conti con una Casa Bianca pronta a consegnare ai giudici Mubarak e Gheddafi, ma indifferente alla spietata repressione siriana. Una repressione che ha fatto più di 30mila morti. Una repressione guidata da Bashar Assad, ovvero dal più stretto alleato dell’Iran, dal miglior amico del peggior nemico dell’America. Ma della Siria e delle sue stragi Obama non si cura. Con lui alla Casa Bianca tremano gli alleati e gioiscono i nemici.




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Arrabbiati Il diritto di scoprire chi imbroglia. Ecco perchè i redditi in piazza sono sacrosanti

Libero




A volte mi domando se non debba cambiare l’insegna di questa rubrica. L’avevo decisa nel 1987 insieme a Claudio Rinaldi che allora dirigeva Panorama. Lo scopo era di raccontare ogni sette giorni una bestialità della classe politica italiana, che in quell’epoca non veniva ancora identificata come una casta. Da allora sono trascorsi quasi venticinque anni. Dalla Prima Repubblica siamo passati alla Seconda. I comportamenti bestiali dei politici si sono moltiplicati. E non fanno quasi più notizia.

 Nella settimana appena conclusa gli errori della Casta hanno toccato un culmine mai prima raggiunto. Silvio Berlusconi, pur essendo il capo del governo, ha sostenuto che siamo un paese di merda. Rivelando di essere pronto a lasciare l’Italia. Imprudente, sciocco o bollito? Decidete voi.

Nel frattempo il centro-destra traballa ogni giorno di più. Il Cavaliere teme un ribaltone e la nascita di un governo tecnico. Come se non bastasse, mandare in porto la manovra finanziaria risulta molto difficile. E non è detto che, tra qualche mese, non ne sia necessaria un’altra.

 L’unico aspetto positivo di questo caos è che si è ritornati a parlare di tasse e, insieme, di lotta all’evasione fiscale. È una questione che si ripresenta di tanto in tanto nel chiacchiericcio nazionale. Ma stavolta accade in un clima politico e con un atteggiamento mentale assai diversi. Per un motivo semplice: in molti si stanno convincendo che questa Repubblica, e dunque questa democrazia, non reggeranno a lungo se non verrà risolta la tragica questione delle tasse che troppa gente non paga.

 Le dimensioni del problema sono mostruose. Le imposte evase assommano a 120 miliardi di euro. Se ci aggiungiamo i 135 miliardi dell’economia sommersa e i 77 miliardi della criminalità organizzata, si arriva a una cifra quasi assurda: 332 miliardi di euro che sfuggono a qualsiasi controllo fiscale. È inutile rifare per l’ennesima volta l’elenco delle categorie che evadono di più. In tanti l’hanno presentato molte volte. E non è servito a nulla.

 Invece serve fermarsi sui due provvedimenti anti-evasori che pare saranno approvati con la finanziaria. Dico pare poiché nulla è sicuro. Oggi ci sono, ma domani potrebbero scomparire. Il primo è la pubblicazione dei redditi sui siti internet dei comuni italiani. Il secondo stabilisce il carcere per i colpevoli di un’evasione superiore ai tre milioni di euro. Vediamo un po’ di che cosa si tratta.

Per quel pochissimo che conto, ho sempre visto con favore la pubblicità dei redditi. In questi anni ne ho scritto più volte. Nel mio archivio ho rintracciato un Bestiario del 31 ottobre 2006, un quinquennio fa. Vi raccontavo della vecchia imposta di famiglia, applicata dai singoli comuni. E resa nota ogni anno con l’affissione dell’elenco nell’albo municipale e la relativa consegna ai giornali del posto che si precipitavano a stamparli.

 Sto parlando degli anni Cinquanta e Sessanta. Allora il concetto di privacy fiscale era del tutto ignoto. Prevaleva un senso della giustizia contributiva che oggi appare quasi barbaro a molti: informare la comunità di quale fosse la condizione economica dei più abbienti. Che di solito erano anche i cittadini più in vista e più potenti. 

 La graduatoria provocava sempre dibattiti molto accesi. E spesso erano discussioni incavolate. Guardate l’industriale X, il primario Y, il commerciante Z, il ristoratore U, il notaio o l’avvocato W, il grande proprietario di immobili H:  possibile che guadagnino così poco? Ci deve essere sotto qualcosa. Il sindaco o l’assessore ai tributi sono stati di manica larga: le cifre di quei redditi gridano vendetta!

 All’inizio degli anni Settanta, l’imposta comunale di famiglia scomparve, assorbita dalla riforma fiscale. Per qualche tempo, il ministero delle Finanze diffuse un Libro Bianco e un Libro Nero. Il primo con i nomi dei contribuenti fedeli, il secondo con quelli degli evasori. Poi i libri svanirono, nel senso che non vennero più pubblicati.

 Per accendere un altro faro sui redditi degli italiani, fu necessario aspettare l’aprile 2008. In quel tempo il secondo governo Prodi stava tirando le cuoia, travolto dalle risse interne al centro-sinistra. Prima di chiudere bottega, Vincenzo Visco, responsabile delle Finanze, pubblicò sul sito dell’Agenzia delle Entrate le dichiarazioni presentate nel 2006 e relative ai redditi del 2005, provincia per provincia. Poi intervenne il Garante della privacy e l’agenzia fu costretta a cancellare gli elenchi.

 Tuttavia, quei pochi giorni di pubblicità bastarono per far capire come funzionava la giostra dell’evasione fiscale. Nel leggere l’elenco dei primi venticinque redditi della provincia dove risiedo, mi resi conto di essere in testa alla classifica, per l’esattezza il terzo. Pur essendo soltanto un giornalista e autore di libri.

 Quel giorno mi congratulai con me stesso: bravo Giampa!, tuo padre Ernesto, operaio delle Poste e telegrafi, sarebbe orgoglioso di te. Qualche amico, invece, mi disse: sei proprio stupido, essere un contribuente fedele non ti servirà a niente, se non a farti sfottere da tanta gente ben più ricca e che riesce a sembrare povera.

 Ancora oggi sono un tifoso della pubblicazione dei redditi. Ne ho scritto un mese fa, su Libero. Ammesso e non concesso che questa decisione rimanga nella manovra che verrà approvata, vorrei che fosse l’Agenzia delle entrate a metterla in pratica. I motivi li ha spiegati il nostro Franco Bechis. Ma anche i sindaci mi vanno bene. E se un comune non ha un sito internet, si regoli come accadeva con l’imposta di famiglia: esponendo in municipio l’elenco dei contribuenti.

Mi restano comunque molti dubbi che la trasparenza serva a combattere sino in fondo l’evasione fiscale. A non pagare le tasse è gente furba e non si ferma davanti a nulla. Neppure alle spiate dei vicini di casa. L’invidia esploderà di sicuro. Ma non ci sarà nessuna delazione. Del resto, soprattutto nei piccoli centri, le autorità comunali conoscono già quel che serve. E anche i ladri che rapinano le case sono più informati del fisco.

In compenso tutti potrebbero fare confronti interessanti e pedagogici. Tra contribuente e contribuente, tra reddito e reddito. Chi paga le tasse sino all’ultimo euro avrebbe di che ridere, alle spalle degli abbienti che fingono di essere poveri. Sarà una magra consolazione. Ma ridere è sempre meglio che piangere.

Altrettanto vana mi sembra la minaccia delle manette per i grandi evasori. Non riesco a immaginare che qualche giudice riesca a mandarli in galera. In altri paesi democratici non è così. Per esempio, nelle carceri degli Stati Uniti ci sono parecchi contribuenti infedeli. E quando il direttore della prigione li mostra a dei visitatori, spiega la reclusione con una formula semplice e terribile: “Hanno mentito al popolo americano”.

L’evasore nostrano mente al popolo italiano. E danneggia, frega, imbroglia i contribuenti onesti. Vediamo se questo governo, o un altro, riuscirà a stangarlo


di Giampaolo Pansa

04/09/2011




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Bersani spiegaci questo

di


Penati non parla dei soldi ma è libero. Tarantini parla ma resta in galera. Il leader del Pd invece di minacciare querele dovrebbe dare delle spiegazioni



Quella che pubblichiamo qui a fianco è la fo­tografia di uno degli assegni del caso Pena­ti ­Pd. È di due milioni di euro, firmato da un costruttore a favore di un imprenditore (entrambi coinvolti nell'inchiesta). Ma secondo i ma­­gistrati è il pagamento di una delle tangenti pretese dalla sinistra lombarda guidata dal braccio destro del segretario Pierluigi Bersani. Al quale chiediamo di spiegarci qualche cosa in merito, invece di conti­nuare a querelare i giornali e i giornalisti che scavano nella vicenda.
Lo faccia pubblicamente, pretenda da Penati una versione completa e convincente. Non ci facciamo illusioni. Bersani tacerà, perché ad affron­tare davvero il problema si rischiano risposte inde­centi per Penati, forse per Bersani stesso, sicuramen­te per l'intero partito, perché la verità è che la sinistra italiana non ha perso il vecchio vizio di finanziarsi at­traverso tangenti. Guardate bene questo assegno e poi pensate che tra due giorni i signori che ne hanno illegalmente be­neficiato sarann­o in piazza a infangare l'Italia e a chie­dere tagli agli sprechi pubblici, lotta all'evasione fisca­le, moralità nella politica. Sono gli stessi che oggi pon­tificano sul caso Tarantini, un faccendiere sfigato che crea guai ovunque vada. L'obiezione dei più ha una sua logica.
Ma come fa il premier a essere amico di uno così? Giusto. Ma a parte che Tarantini era ami­co anche di D'Alema (e non soltanto), io mi chiedo: come fa Bersani ad essere amico di uno come Pena­ti? Con l'aggravante che Tarantini fa danni tra privati, il sistema tangentizio danneggia l'economia nazio­nale, falsa le regole di mercato e truffa il fisco. Dovendo scegliere, meglio mille Tarantini che uno come il braccio destro di Bersani. Delle escort piazzate qua e là me ne frego, mi preoccupano di più le grandi aree urbane paralizzate da quei ladri della sinistra.
I danni di Tarantini li ha pagati Silvio Berlu­sconi di tasca sua, quelli di Penati li paghiamo tutti noi. Il primo è in galera, insieme alla moglie, nono­stante la sua presunta vittima (Berlusconi) neghi di essere tale (ognuno dà i suoi soldi a chi vuole), il se­condo continuiamo a pagarlo noi (quindicimila eu­ro al mese) perché il furbetto ovviamente non si è di­messo da consigliere regionale lombardo. E poi qual­c­uno si scandalizza se uno dice che siamo in un pae­se di merda.




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Quell'assegno da due milioni che Penati non sa spiegare

di


Ancora guai per il Pd. Per i pm il versamento da 2 milioni di Gavio a Di Caterina sarebbe una rata della tangente per l’ex presidente e sarebbe legata all'affare Serravalle. Di Caterina: "Depositi bancari a Montecarlo, Sudafrica e Dubai"



Milano

Per i pm, è la maxi tangente rossa. Anzi, una parte. Solo una piccola rata. È un assegno che rischia di inguaiare e non poco Filippo Penati e i Democratici. È datato 28 novembre del 2008, e a firmarlo è l’amministratore delegato di Codelfa spa. Il destinatario è la Caronte srl. È una caparra immobiliare fra il costruttore Marcellino Gavio e l’imprenditore Piero Di Caterina. Un affare inesistente, secondo Procura e investigatori della Guardia di finanza. Un pretesto per girare al politico del Pd due milioni di euro.
Perché quei soldi? Per gli inquirenti, sono una tranche della mazzetta concordata tra i protagonisti del grande affare Serravalle, Gavio e Penati. Quando la Provincia di Milano sborsò 238 milioni di euro per il 15 per cento della società autostradale, e il costruttore incamerò una plusvalenza colossale da 179 milioni, 50 dei quali girati nella tentata scalata di Unipol a Bnl.
Pm e finanzieri, però, sospettano che quella sia solo una parte dello «sgobbo». E che ci sia altro denaro da cercare. Forse - come ha messo a verbale Di Caterina - «su conti esteri a Dubai, Montecarlo e Sudafrica». Insomma, la mazzetta su Serravalle sarebbe ancora da quantificare, ma l’asticella andrebbe ben oltre quei due milioni. È un calcolo matematico. Stando a quanto riferito da Di Caterina ai magistrati, infatti, la tangente era stata calcolata come percentuale dell’enorme profitto ottenuto dal gruppo Gavio. E per quanto minima, una percentuale su 180 milioni non può che superare i due di quell’assegno.
Poi c’è la «stecca in Lussemburgo». La definiscono così, i pm Walter Mapelli e Franca Macchia. Sono i soldi che Di Caterina, per conto di Penati, riceve dal costruttore Giuseppe Pasini. È la fetta della torta che l’ex braccio destro di Pierluigi Bersani chiede per l’affare della riqualificazione delle aree industriali ex Falck di Sesto San Giovanni. Una tranche dei 20 miliardi che sarebbero stati pattuiti tra il politico e Pasini. Altri documenti - pubblicati ieri dal Corriere della Sera - che imbarazzano l’ex sindaco della Stalingrado d’Italia.
È la storia del denaro che viaggia dall’Italia ai conti esteri, di cui anche il Giornale si è occupato nei giorni scorsi. Sono i bonifici che - anche grazie a due funzionari di Intesa Sanpaolo - sarebbero arrivati nella disponibilità di Penati. E che ora l’ex presidente della Provincia di Milano dovrebbe spiegare. Le carte sono allegate agli atti depositati dalla Procura di Monza, e raccontano di come l’uomo forte dei Democratici, attraverso Di Caterina, avrebbe intascato la mazzetta. E come arrivano in Lussemburgo quei milioni?
Lo spiegano sempre i magistrati. «La banca - scrivono Mapelli e Macchia - accredita in Italia una somma di oltre 4 miliardi di lire che vengono trasferite a Intesa Luxembourg per l’acquisto di non meglio precisate obbligazioni, le quali il 28 marzo del 2001 vengono monetizzate, e il corrispettivo, ritirato in contanti da Di Caterina, viene depositato su un proprio conto aperto presso la stessa Banca Intesa Luxembourg.
L’anticipazione di credito - insiste la Procura - viene poi approvata nel settembre del 2001 dai vertici della banca». Eccole, dunque, le tracce documentali di quei versamenti. Nella partita, secondo i pm, avrebbe avuto un ruolo anche l’istituto di credito. Perché «la celerità nell’accredito della somma (non per un urgente intervento economico/finanziario ma per l’acquisto di obbligazioni) e la successiva movimentazione del denaro inducono a ritenere che la banca fosse assolutamente consapevole nell’illecito». Ipotesi smentita ieri dal consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, Corrado Passera. «Non è emerso per ora, anche da approfondimenti interni, alcunché di non corretto da parte di nostri collaboratori.
Sul caso specifico collaboriamo con la magistratura».
Eccoli, i documenti che gettano un’ombra pesantissima sui Democratici. Perché, per la Procura, lo schema è chiaro: Pasini paga, Di Caterina ritira, Penati incassa. O ancora, Penati paga (con soldi pubblici), e Gavio fa l’affare. Ma alla fine, secondo i pm, è sempre il partito che ringrazia.




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E reato non indagare sul Cav: i pm baresi sotto inchiesta La Procura di Lecce apre un fascicolo in cui accusa il pool di Laudati di aver ritardato la chiusura del caso Tarantini per favorire il premier

di

Roma

Anche sul «caso Tarantini» scoppia la guerra tra le procure. Abbiamo visto tante volte Brescia contro Milano, Perugia contro Roma, Salerno contro Catanzaro (vedi De Magistris). Stavolta, è la procura di Lecce che indaga sull’operato di quella di Bari. Su sollecitazione dei pm napoletani, ben più solerti nell’arrestare l’imprenditore pugliese e nel far esplodere lo scandalo di una presunta estorsione ai danni del premier Silvio Berlusconi legata a festini a luci rosse.

Sulla procura barese, guidata da Antonio Laudati, pesa il sospetto di aver tirato troppo per le lunghe le indagini su Patrizia D’Addario e le altre escort portate da Giampaolo Tarantini a Palazzo Grazioli nel 2008. Di aver preso tempo, anche per evitare la diffusione di intercettazioni telefoniche «scottanti». Insomma, di avere in qualche modo favorito l’imprenditore accusato di sfruttamento della prostituzione e, soprattutto, il Cavaliere. La colpa dei pm baresi sarebbe quella di non aver inchiodato tutt’e due, potendo, con la determinazione e la prontezza di altri colleghi.

Una differenza di velocità «imbarazzante», sottolineava Il Fatto quotidiano ad aprile, quella tra Bari e Milano: «I primi fermi al palo da un anno e mezzo su fatti del 2008, mentre Ilda Boccassini e compagni giunti al processo per fatti del 2010».

Erano i giorni in cui il titolare delle indagini sulle escort, Giuseppe Scelsi, lasciava fragorosamente il caso, trasferito alla Procura generale di Bari, facendo emergere forti attriti con il suo capo, Laudati.
A luglio, poi, alla prima commissione del Csm arrivava l’esposto di Scelsi con tutte le accuse ai vertici della procura per ostacoli che avrebbe dovuto subire. Nella lunga lettera al Csm del 9 luglio l’ex sostituto procuratore di Bari Scelsi denunciava di non aver potuto concludere l’inchiesta aperta nel 2008 e segnalava una serie di situazioni secondo lui illegittime, dai ritardi da parte della Guardia di finanza a presunte intromissioni del capo della Procura Laudati.

Palazzo de’ Marescialli dovrà vederci chiaro, ma ora c’è l’inchiesta della procura di Lecce (competente a indagare appunto sui colleghi di Bari), con l’obiettivo di stabilire se i pm abbiano compiuto delle irregolarità.

Gli inquirenti di Napoli Vincenzo Piscitelli, Francesco Curcio ed Henry John Woodcock hanno infatti trasmesso i testi di intercettazioni telefoniche in cui Tarantini parlava di piani comuni tra i suoi difensori e alcuni magistrati, per fare in modo che non fossero rese pubbliche le telefonate con Berlusconi. Millantava o davvero aveva sponde dentro la Procura?

Ieri è arrivato alla questura di Roma il sostituto procuratore leccese Antonio De Donno, incaricato dell’indagine, che ha partecipato insieme ai colleghi napoletani all’interrogatorio degli avvocati di Tarantini, Nicola Quaranta e Guido Perroni.

Ambedue vengono citati dall’imprenditore, insieme al procuratore capo di Bari, in una telefonata intercettata con l’affarista Valter Lavitola (inseguito all’estero da un mandato d’arresto) che chiede: «Che vantaggio ha il pm a riaprire le indagini?». E Tarantini risponde: «No, il vantaggio ce l’abbiamo noi. L’ha fatto apposta Laudati questo, perché si sono messi d’accordo: nel momento in cui riaprono l’indagine e non mandano l’avviso di conclusione, non diventano pubbliche le intercettazioni». «Ah, dici tu», commenta Lavitola. E l’altro: «Sì e pure Nicola (Quaranta, ndr.) l’ha detto, pure Perroni l’ha detto oggi».

«L’assoluta falsità» delle dichiarazioni di Tarantini a Lavitola, è stata ieri denunciata da Quaranta, dopo l’audizione a Roma. Il principale accusato, il procuratore Laudati, per ora tace. Le schegge dell’ultima bomba lo colpiscono negli ultimi giorni delle sue ferie avvelenate. Al lavoro rientrerà lunedì.



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