Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

venerdì 5 agosto 2011

Wikipedia sta morendo, mancano i collaboratori

La Stampa


Nessuno vuole più aggiornare l'enciclopedia online più famosa del mondo
Wikipedia ha solo 10 anni e sta già per morire. E' questo l'annuncio-shock del suo fondatore Jimmy Wales alla conferenza annuale dell'enciclopedia online: «nessuno vuole più aggiornarla». Il sito si basa sulle informazioni che ogni utente può aggiungere ad un argomento, ma sembra che il numero di collaboratori sia in forte calo nell'ultimo periodo.

«Non stiamo reintegrando il numero di editori, non la considero una crisi gravissima, ma importante», ha commentato Wales. La mancanza di collaboratori sarebbe dovuta al fatto che le persone che avevano contribuito a far diventare Wikipedia una fonte importante di informazioni sul web, sono invecchiate, si sono sposate, si sono hanno costruite una famiglia e impiegano il loro tempo in modo diverso.

Quando nel 2001 venne lanciata Wikipedia, la folta schiera di "nerd" che animava il web era in fermento all'idea di costruire una nuova risorsa di notizie accessibile a tutti gratuitamente. Ma a ormai un decennio dalla sua nascita, l'entusiasmo sembra essersi disperso. I social network ci hanno messo lo zampino, le energie degli adolescenti appassionati di informatica che collaboravano con Wikipedia, sono state assorbite da Facebook, Twitter e company.




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La consulenza d’oro a Rossi è indecente Anche questo incarico finirà in Procura"

Il Giorno

Il capogruppo del Pdl sestese in consiglio comunale, Antonio Lamiranda, si scaglia contro la consulenza di Rossi per le aree ex Falck: "In piena bufera giudiziaria 240mila euro al senatore comunista"





Guido Rossi, 79 anni (Milano, 16 marzo 1931)

Sesto San Giovanni, 5 agosto 2011



Presunte mazzette per concessioni edilizie, pagamenti su conti esteri tra imprenditori, architetti intermediari, collettori di tangenti. Eppure per il Pdl non ce n’è ancora abbastanza. Così, dal mare Antonio Lamiranda torna a lanciare il suo j’accuse contro i consulenti apparentemente superpagati. In particolare uno. Sempre il solito. «In piena bufera giudiziaria la direzione generale affida una consulenza al professor Guido Rossi per le ex Falck», tuona il capogruppo di An. Che promette azioni contro la consulenza di taglia extralarge.

«Si tratta di un nuovo incarico, il quarto in tre anni, di 62mila euro. Arriviamo oltre i 240mila euro. Ora si supera ogni limite di decenza. Quella morale sembra persa con l’indagine della Procura di Monza. La sfrontatezza è tale che mi impone di portare questo materiale all’attenzione del pm Walter Mapelli».

Primo, la consulenza è onerosa. Questione di costi, ma non solo. «Ci risiamo con gli incarichi a uomini di partito: il professor Rossi fu senatore del Pci». Questione anche politica, ma non finisce qua per l’avvocato di An. Che dalla Puglia invia un comunicato dove la «Direzione generale» del Comune viene indicata con una sigla, in stampatello: «DG». Non spiega apertamente Lamiranda. Anche se il riferimento che fa è alle ricevute e agli appunti scritti da Piero Di Caterina — «DG», «Giulia per DG» — e in mano della Procura che registrerebbero, dice l’imprenditore che ha dato il via alle indagini, pagamenti a Filippo Penati e ai suoi collaboratori in cambio di favori. 

Lamiranda si limita a dire che «la Direzione generale (DG) pare essere coinvolta nell’indagine monzese sull’aumento dei volumi edificabili sulle ex Falck» e che «nell’amministrazione c’è qualcuno che non ha capito che deve lasciare il posto prima che il palazzo gli crolli addosso».

Il sindaco Giorgio Oldrini fa spallucce. Il ritornello, ormai, lo conosce a memoria. Polemiche cicliche contro l’incarico «a un’autorità morale e tecnica indiscussa e riconosciuta nel mondo. Rossi è stato eletto senatore da indipendente e nella sua carriera è stato presidente di Telecom, Figc, Consob e consulente Fiat». Nessun danno alle casse comunali, anzi.

«Ci troviamo ad affrontare passaggi finanziari e burcratici complessi, saremmo stati degli sprovveduti a voler affrontare da soli un piano di riqualificazione che ha lo stesso volume economico di una piccola finanziaria. Tutta la partita urbanistica è stata condotta dai nostri uffici: mi stupisce che non sia apprezzato. Quanto all’aumento di volumetrie, sono menzogne». Il 18 agosto la Giunta si riunirà per l’approvazione del piano Falck, che sarà inviato alle circoscrizioni con richiesta di parere entro il 7 settembre. Tempi stretti che hanno portato Paolo Bosisio a rassegnare le dimissioni da presidente della Consulta dei quartieri: «Di fatto si nega la partecipazione dei parlamentini e della cittadinanza al progetto più importante per la città. È inaccettabile e irrispettoso».


di Laura Lana




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Castiglione, Prodi torna in vacanza in Toscana A convincerlo è bastato un sindaco di sinistra

di Redazione

E' tempo di villeggiatura anche per Prodi. Il Professore torna a Castiglione della Pescaia dopo quattro anni. Nostalgia? No, è bastato che il comune toscano cambiasse colore politico



Il professore non demorde: a quattro anni dallo scontro con l’allora sindaco del Pdl, Monica Faenzi, che gli dette del «maleducato» per non essere andato a salutarla, l’ex presidente del Consiglio Romano Prodi (nella foto) è tornato a trascorrere le sue ferie in quel di Castiglione della Pescaia (Grosseto). Le cose, in effetti, sono molto cambiate dal 2007, e per lui oggi l’ambiente è più congeniale: non è più presidente del Consiglio, ma soprattutto l’amministrazione comunale è di un colore a lui molto più intonato rispetto alla vecchia tonalità, troppo tendente all’azzurro. Il nuovo sindaco di sinistra, Giancarlo Farnetani, infatti, non gli ha nemmeno dato il tempo di disfare le valigie, che ha subito chiamato per salutarlo. «Spero di poterlo incontrare quanto prima e di poter magari uscire con lui in bici». Monica Faenzi, oggi deputato Pdl, alla domanda: «Ha saputo? Prodi è tornato a Castiglione», replica: «Madonnina santa, basta con questa storia!». L’ex sindaco, infatti, preferisce l’equitazione al ciclismo. FBos



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Delusi da Fini, ostacola la lotta agli sprechi»

di Fabrizio De Feo


Roma


Onorevole Rita Bernardini, la delegazione radicale ha votato contro il bilancio della Camera. Per quale motivo?

«Lo abbiamo trovato reticente e omertoso sul fronte della trasparenza e della possibilità di conoscenza da parte dei cittadini. Per noi risultava impossibile votarlo perché non diceva la verità». «Direi del tutto insoddisfacente. Abbiamo provato a rendere obbligatoria la pubblicazione sul sito della Camera delle dichiarazioni dei redditi degli eletti. E lo stesso abbiamo chiesto per i contributi elargiti a partiti e candidati. Ma entrambi gli ordini del giorno sono stati dichiarati inammissibili».

«Sul bilancio della Camera Fini ha fatto di tutto e di più. Ha adottato un atteggiamento restrittivo sugli ordini del giorno. Ha imposto che non potessero "impegnare" la Camera ma solo "invitare". Non ha acconsentito alla presentazione di emendamenti al bilancio, un’innovazione risalente allo scorso anno. A inizio legislatura avevo molto apprezzato alcune sue iniziative per la trasparenza. Non ce l’ho con lui, ma oggi sono delusa».  «Sì, abbiamo chiuso porte invece di aprirle. Con il nuovo regolamento di amministrazione e contabilità è stata abolita la contabilità analitica e sarà sempre più difficile individuare le liste di fornitori e distinguere i centri di spesa».
lzate bandie
«No, i contributi ai partiti li pubblicheremo noi sul sito di Radicali Italiani dove tutta la nostra attività è assolutamente trasparente, compreso quanto paghiamo i collaboratori. E poi a forza di rompere le scatole abbiamo ottenuto ad esempio che i 258mila euro di dotazione concessa al segretario generale della Camera senza rendicontazione siano stati ridotti a 100mila con rendicontazione. Quello è il punto fondamentale: vogliamo che tutto sia rendicontato, senza zone d’ombra». «Mi sembra una tesi un po’ forte. Bisogna considerare le voci accessorie, i rimborsi spese, l’assegno di fine mandato, la pensione. Il raffronto è complicato».

Ma lei sarebbe disponibile a mostrare la sua busta pag
«Certo, ma sarebbe ingannevole perché le varie voci finiscono solo in parte in busta paga» «L’indennità base mensile netta è di circa 5.500 euro. Ma è importante capire che questa cifra è al netto di tante ritenute che ci vengono ampiamente restituite attraverso l’assistenza sanitaria, il trattamento di fine mandato e il vitalizio. Questa retribuzione poi può aumentare in base alle indennità di carica. A questa cifra va aggiunta la diaria di 3.500 euro mensili; il rimborso di 3.700 euro per le spese inerenti al rapporto con gli elettori. C’è poi un rimborso trimestrale tra i 3.200 e i 4.000 euro per i trasferimenti verso gli aeroporti. E ancora: una somma annua di 3.100 euro per le spese telefoniche».
«Sono assolutamente d’accordo. Sarebbe una delle tante cose da fare per riavvicinare gli eletti ai normali cittadini e favorire la trasparenza dell’istituzione».



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Gli "eroi"della Camera hanno lavorato 1 giorno su 3 Per 2 anni in Senato, 2.000 euro al mese di pensione

Quotidiano.net

Bilancio di un anno di lavoro (lavoro?) di on: e sen. Necessari 452 giorni perchè un ddl diventi legge; 22 giorni per approvare la convenzione europea sugli animali. 8 settembre 2010: seduta di 10 minuti




Manovra, la Camera approva la fiducia



Roma, 5 agosto 2011



Il record mondiale è stato stabilito l'8 settembre 2010: la Camera lavorò esattamente per 10 minuti: dalle 17.05 alle 17.15, poi la seduta vene aggiornata al 14 settembre.


SENZA VERGOGNA - Adesso che, finalmente, i rappresentanti del popolo sono andati in ferie e ci resteranno per 32 giorni, può essere utile analizzare un anno di lavoro (lavoro?) di deputati e senatori per rendersi ulteriormente conto che questa casta non conosce né il pudore né la vergogna.

UN GIORNO SU TRE - Alla Camera (147 sedute) hanno lavorato 1 giorno su 3 , al Senato (121 sedute) ancora meno. Il tempo medio di approvazione di un disegno di legge si è quadruplicato: occorrono 452 giorni prima che un provvedimento divenga operativo. Esclusi i decreti del governo, convertiti in legge, nel settembre 2010 sono diventati legge 2 provvedimenti di bilancio; in ottobre ancora 2; in novembre tre (trattati internazionali con Malawi, Slovenia e Bielorussia); in dicembre 5 e la Finanziaria. Nel 2011, il tracollo. Brillano, fra le sfolgoranti iniziative da ascrivere al lavorio dei parlamentari i quattro mesi trascorsi per individuare a Roma la sede dela Commissione generale per la pesca nel Mediterraneo.

LA CODA DEL CANE - Per la ratifica della Convenzione europea per la protezione degli animali da compagnia il Parlamento ci ha messo 22 giorni: particlarmente estenuante il dibattito sul taglio della coda dei cani. Alla Camera sono ferme 3.590 propopste di legge, al Senato sono 2.145.

1.061.479.554 EURO - Questo è quanto ci costa la Camera in uin anno. Per il Senato, invece, ogni anno dobbiamo pagare 545.142.912 euro. I vitalizi degli ex deputati comportano un salasso di 138.200.000 euro all'anno; gli ex senatori, invece, ci costano 81.250.000 euro all'anno.

2.308 EX -  Tanti sono i deputati e i senatori non più in carica che ogni mese incassano una cifra variabile fra i 1.700 e i 7.000 euro. Nell'elenco figurano nomi eccellenti: Alfonso Pecoraro Scanio, ex leader dei Verdi (5 legislature, prende 5.802 euro netti al mese da quando aveva 49 anni: oggi  ne ha 52). Oliviero Diliberto, segretario del Pdci, 455 anni, con  legislature intasca 5.303 euro netti al mese. Luciano Benetton, che in Senato ci è rimasto per 2 anni, percepisce 2.199 euro netti; la stessa cifra versata a Carlo Taormina.

Secondo gli uffici della Camera, per legge un ex deputato  non può rinunciare al vitalizio: al massimo può devolvere il compenso in beneficenza. Secondo Panorama, se lo stipendio di un deputato o di un senatore fosse direttamente proporzionale alle presenze in aula, il risparmio sarebbe spaventoso: 12,5 milioni di euro. Dall'inizio della sedicesima legislatura, ogni singoll deputato ha maturato 444.638 euro che corrispondono a 8.677 votazioni. l'on. Antonio Gaglione ( Pd) recordman di assentesimo (93%) avrebbe dovuto ricevere 31.124,66 euro; Niccolò Ghedini, avvocato del premier (76% delle assenze), 106.713 euro; Mirko Tremaglia, 86 anni (75% di assenze), 111.159,60 euro.  Ma quando Calderoli e altri presentarono a Fini la proposta di agganciare lo stipendio alle presenze effettive, il presidente della Camera rispose sdegnato: "Non siamo qui a cottimo". Non ci sono dubbi.




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Vigilessa ubriaca tampona la Finanza e la Polizia E poi a fare i rilievi arrivano anche i Carabinieri

di Redazione

Una vigilessa ubriaca ha tamponato con l’auto uno scooter con a bordo un militare della Guardia di Finanza, e nello scontro è rimasta danneggiata un’auto in sosta della polizia. Per i rilievi sono stati chiamati i carabinieri, in quanto unica forza dell’ordine non coinvolta




Firenze

Ci sono tutti gli ingredienti per confezionare una barzelletta, ma i coinvolti nel sinistro non hanno avuto nessun motivo per ridere.  Una vigilessa ubriaca ha tamponato con l’auto uno scooter con a bordo un militare della Guardia di Finanza, e nello scontro è rimasta danneggiata un’auto in sosta della polizia. È l’incredibile incidente stradale avvenuto ieri sera nella zona di Novoli, a Firenze. Per i rilievi sono stati chiamati i carabinieri, in quanto unica forza dell’ordine non coinvolta. La vigilessa era libera dal servizio. Stava guidando la sua auto con un tasso alcolemico quattro volte superiore al consentito, che è di 0,50 g/l. La donna ha tamponato uno scooter, e il finanziere che lo guidava è stato sbalzato su una vettura della polizia. Alla vigilessa è stata ritirata la patente. Il finanziere, anche lui libero dal servizio, è stato portato in ospedale per accertamenti e poi dimesso.



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Gb, svelati documenti top secret sulle torture inflitte dagli 007 ai prigionieri

La casta si fa pure la polizza contro di noi, a spese nostre

Libero




Metti che il cittadino finalmente si ribelli e decida di aspettarli fuori dal parlamento per lanciare monetine. Metti che la folla esasperata si munisca di torce e forconi e tenti di scannarli come capretti sulla pubblica piazza. I signori onorevoli saranno anche pronti ad affrontare le offese verbali, ma nella prospettiva di un rischio fisico bisogna pur tutelarsi. E infatti si sono fatti l’assicurazione sul linciaggio.

 Dal 13 luglio - giorno dell’approvazione da parte del Consiglio di presidenza - i componenti dell’Assemblea regionale siciliana (Ars), cioè il parlamento isolano guidato da Raffaele Lombardo, beneficiano di una convenzione stipulata dal Fondo assistenza e solidarietà regionale con la Cassa di assistenza sociale e sanitaria Caspie.

Come spiegava ieri su Italia Oggi Antonio Calitri, alla modica cifra di 1.485 euro i parlamentari potranno contrarre una polizza di assistenza sanitaria integrativa, che nemmeno si pagheranno per intero: metà sarà a carico loro, metà la finanzieranno gentilmente le tasche della Regione.

Fin qui sembrerebbe il solito benefit da nababbi tipico degli onorevoli siculi. E in effetti le facilitazioni sono cospicue: rimborsi fino a 250mila euro per le prestazioni sanitarie o addirittura 500mila euro in caso di interventi particolari. Roba che un fesso qualsiasi come il sottoscritto se la sogna. C’è perfino la possibilità di estendere la polizza ai familiari al costo di 1.190 euro cadauno (o 850 se sono più di tre).

Ma l’idea veramente geniale è quella di includere alla voce «casi particolari di infortunio» anche l’ipotesi di assalto da parte degli elettori imbestialiti. Facciamo un esempio. L’onorevole viene bersagliato da una pioggia di euro tipo Hotel Raphael? Niente paura, è assicurato contro «tumulti, atti violenti e aggressioni». Sappia dunque Antonio Di Pietro - il quale poco tempo fa ha dichiarato che presto gli italiani esasperati torneranno a lanciare monete - che così facendo si rischia di arricchire la casta.

I  componenti dell’Ars non hanno tutti i torti. Con l’astio popolare che sta montando contro i politici, bisogna pararsi le chiappe. E stare pronti alla pugna. Anche perché l’assicurazione regionale copre pure le «lesioni sofferte per legittima difesa, stato di necessità o dovere di solidarietà umana».

Se un commando di lettori del Fatto ti aggredisce fuori dal parlamento, tu li prendi a sberle e mentre meni ti lesioni una mano, la Regione te la ripaga nuova, così sei pronto a pigiare di nuovo il bottoncino della votazione in aula.  Ma prendiamo che i lettori del Fatto stiano bastonando un tuo onorevole collega, tu che fai? Fossi matto, risponde il siculo scaltro, me la do a gambe. Invece no: puoi tranquillamente giungere in suo soccorso munito di bastone, poiché senza ombra di dubbio sarebbe un caso di «solidarietà umana».

Oddio, e se il deputato Turi si mangia un chilo e mezzo d’impepata di cozze e poi si sente male, che devo fare? Le mangio anche io e a quelli della lavanda gastrica dico che mi sono ingozzato per solidarietà umana? Beh, in effetti il cavillo regge...

La copertura assicurativa per gli «infortuni che si verifichino nell’esercizio delle funzioni istituzionali», tuttavia, è ancora più estesa. I politici non sono al sicuro solo dagli attacchi di sparuti facinorosi, ma pure dai tumulti di ampie dimensioni. La polizza paga anche in caso di «rischio insurrezione».

Casomai ai siciliani vessati dalle inefficienze della loro amministrazione venga in mente di organizzare nuovi Vespri o di armarsi per far piazza pulita dei governanti, questi ultimi saranno ripagati del danno.

Attenzione però, perché il cittadino è subdolo. Egli, spinto dall’ira funesta contro il politicante sprecone,  potrebbe anche decidere di avvelenarlo mentre si reca al bar  a sorbire il cappuccino. Infatti l’atroce «avvelenamento» è coperto dall’assicurazione.

 Immaginiamo che siano terribilmente crudeli questi siciliani, poiché anche «asfissia e soffocamento» sono ripagati. Sai, in caso l’indignato di turno assalga il deputato e tenti di strangolarlo. C’è pure un rimborso per le «infezioni conseguenti da morsi»: nelle notti di pleniluio i siculi mannari in piena crisi d’antipolitica s’aggirano per le strade in cerca di Lombardo, per affondargli i denti nei garretti.
Ah, è previsto anche un rimborso in caso di «annegamento». Infatti il pericolo di affogare nel ridicolo è ai massimi livelli.

di Francesco Borgonovo

05/08/2011




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Il Colle fa i conti in garage: altro che 40 auto blu ne ha «solo» trentacinque

di Paolo Bracalini

Roma

Guai a chi parla di «casta» per il Quirinale, viene subito smentito dal segretario generale. Anche se si sbaglia di poco, come è accaduto al leghista Marco Reguzzoni, che ha solleticato il Colle sulle «40 auto blu a disposizione» del presidente della Repubblica. Sbagliato, ha replicato il segretario generale di Napolitano, non sono affatto 40, ma «solo» 35, di cui cinque in tutto per il presidente. Giusto per gli amanti del genere specifichiamo i modelli: tre Lancia Thesis blindate «utilizzate dal capo dello Stato per ragioni di sicurezza», più tre Lancia Flaminia 335 del 1961 (per la parata del 2 giugno e poco altro). Poi ci sono altre macchine pronte per altri capi di Stato in visita, tre Maserati e quindi 24 auto di cui 23 in leasing. Il Colle tiene a precisare che a fronte di 35 autovetture «ci sono 41 autisti di ruolo», cioè «poco più di un autista per veicolo». Spartani veramente. Tutto per circa 323.762 euro all’anno (mentre l’«assegno» annuale del presidente è di 239mila euro lordi).

L’uscita polemica di Reguzzoni ha un po’ sorpreso, visto il flirt della Lega con Napolitano, funzionale a un passaggio indolore degli ultimi decreti del federalismo. Ma con il piccolo bisticcio sulla costituzionalità del decentramento ministeriale il clima è un po’ cambiato, e nel Carroccio si fanno notare - finora sommessamente o quasi - certi privilegi del capo dello Stato. In una battuta di Bossi si poteva anche trovare questo cambio di umore. Arriveremmo allo scontro con Napolitano, scherzava (ma non troppo) il segretario federale, solo se «gli chiedessimo indietro i mobili che si è preso dalla Villa Reale» di Monza. In effetti alcuni pezzi pregiati oggi al Palazzo del Quirinale provengono proprio da una parte degli arredi della Villa che ospita i nuovi ministeri distaccati. Per esempio «la specchiera in legno intagliato laccato e dorato», delle Sale Rosse, «proviene degli arredi della Villa Reale di Monza, confluiti nella Reggia del Quirinale in seguito al passaggio della residenza lombarda al demanio nel 1919», si legge sul sito del Quirinale.

Il Carroccio tiene sempre pronto il capitolo «sprechi del Quirinale», non si sa mai. La ciccia non manca, anche se il Colle in versione Giorgio Napolitano sta seguendo una cura dimagrante delle spese iniziata già dall’insediamento (risparmi per 56 milioni di euro fino a oggi). Non è sfuggita, in clima da feroce anti casta, la mossa ad effetto del Quirinale di «restituire al Tesoro» circa 15 milioni di euro (grazie a tagli sulla parte eccedente i 90mila euro di pensioni e retribuzioni della mastodontica macchina del Colle) nel triennio 2011-2013.

Un altro tassello che accredita il presidente come l’unico politico che «pensa al Paese». Ma c’è ancora molta dieta da fare, eccome. Il Quirinale ha ridotto il personale, ma ha pur sempre un esercito di ruolo di 843 amministrativi, più 103 non di ruolo, più 861 tra militari e poliziotti. Costo complessivo: 228 milioni di euro come bilancio di previsione per il 2011. Un paragone che fa irritare la segreteria generale del Colle è quello con gli altri Palazzi all’estero. Lo facciamo lo stesso. La Casa Bianca dispone di 470 dipendenti, Buckingham Palace 300, l’Eliseo 570 (conta molto di più, ma costa 90 milioni l’anno). In un futuro battibecco la Lega potrebbe chiederlo al Capo dello Stato. Insieme ai mobili di Monza.




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Il sistema Penati, con l’architetto amico del Pd l’hotel può ampliarsi: da 48 passa a camere

di Luca Fazzo

Trentadue stanze d’albergo spuntate dal nulla, grazie alla lievitazione della licenza edilizia: c’è anche questa vicenda dentro all'inchiesta della Procura di Monza sui rapporti tra la giunta di Sesto San Giovanni e gli imprenditori locali. Protagonista del "miracolo" l’assessore Di Leva, che consiglia a Di Caterina il professionista di fiducia



Trentadue stanze d’albergo spuntate dal nulla, grazie alla innaturale lievitazione della licenza edilizia: c’è anche questa vicenda dentro all'inchiesta della Procura di Monza sui rapporti tra la giunta rossa di Sesto San Giovanni e gli imprenditori locali. Protagonista del «miracolo», nei verbali di uno dei costruttori che hanno dato il via all’indagine, sarebbe stato Pasqualino Di Leva, l’assessore Pd che nei giorni scorsi si è dimesso dalla giunta guidata da Giorgio Oldrini, figlio del sindaco sestese degli anni Cinquanta, Abramo Oldrini.
La licenza riguarda un vecchio circolo operaio, il Circolo San Giorgio, trasformato nel Falck Village Hotel. A raccontare ai pm Walter Mapelli e Franca Macchia la storia dell’albergo è stato Piero Di Caterina, l’imprenditore che per anni dice di avere foraggiato l’allora sindaco Filppo Penati, poi divenuto presidente della Provincia di Milano e capo della segreteria di Pierluigi Bersani.
«In questa pratica non ho eseguito alcun pagamento illecito - ha specificato Di Caterina -, ma la scelta dell’architetto Marco Magni (anche lui sotto inchiesta, ndr) è stata una mia decisione derivante dalla precisazione di Di Leva che se mi fossi avvalso della sua collaborazione le cose sarebbero andate per il verso giusto».
Nella ricostruzione dell’imprenditore, quando per il progetto, inizialmente affidato ad altri due professionisti, venne incaricato Magni «il dato certo è che il numero delle camere passò da 48 a 62». Quando poi Di Caterina affiancò a Magni due ex collaboratori del suo studio che poi lo sostituirono per la ristrutturazione dell’edificio, come emerge anche dalle testimonianze di questi ultimi due, sarebbero stati posti ostacoli e «la pratica si raffreddò» anche se alla fine del 2008 «si riuscì a completare l’intervento, con il passaggio da 62 a 80 camere».
Anche nella vicenda dell’albergo, insomma, i rapporti tra amministratori pubblici e imprenditori privati vengono regolati non con tangenti in contanti, ma attraverso l’arruolamento di consulenti e professionisti «amici». In modo decisamente più brusco, nei racconti degli imprenditori «pentiti», i nomi dei consulenti da arruolare vennero imposti anche da Omer Degli Esposti, vicepresidente delle cooperativa Ccc, interessata ai progetti di riconversione della Falck, che indicò al costruttore Giuseppe Pasini due uomini assai vicini alle coop come condizione per sbloccare le licenze.
Gli inquirenti, nel frattempo, stanno continuando l’analisi della documentazione sequestrata nel corso delle perquisizioni del mese scorso. Si tratta, per la Procura di Monza, di trovare riscontro alle dichiarazioni degli imprenditori Pasini e Di Caterina: da sole le accuse dei due non bastano, anche perché il Pd sestese continua a sottolineare che Pasini è un avversario politico della attuale giunta, essendosi candidato invano alle elezioni per il centrodestra; e il sindaco Oldrini ha definito «stravagante» il fatto che pagamenti risalenti alla fine degli anni Novanta vengano ricordati solo adesso. Ma in carniere gli inquirenti hanno già altri verbali, decisamente meno attaccabili: come quello di Diego Cotti, ex Margherita e già sostenitore di Penati, che ha confermato le accuse di Pasini.





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Ora Milani si sfoga: "Rai3? Quanto è ipocrita la tv dei ricchi di sinistra"

di Tommy Cappellini


Il comico eclissato da Che tempo che fa: "Ti mettono da parte se non predichi buonismo ed ecologia. Ma viaggiano in fuoriserie"



A volte anche la storia di un articolo può essere rivelatrice del personaggio di cui si parla. Una settimana fa ci siamo messi alla ricerca di Maurizio Milani perché in redazione era sorta, all’improvviso, la domanda: «Ma che fine ha fatto? Quando è stata l’ultima volta che si è visto in tivù?». Tuttavia di Milani nessuna traccia. Cellulari spenti. Telefono fisso che squilla a vuoto. Indirizzi mail, il comico non ne possiede. Solo la mattina del settimo giorno l’abbiamo trovato.

Milani, finalmente.
«Mi spiace, ero in ritiro sul Trebbia, tra i pioppi, nelle golene. Purtroppo i livelli di acqua del fiume sono scesi, oggi è quasi un torrente, ma quando entra nel Po a Piacenza ha ancora una portata tale da renderlo navigabile fino a Cremona. In linea d’aria tra le due città c’è una quarantina di chilometri, ma sull’argine diventano molti di più. Li ho fatti in mountain bike. Ogni tanto vedevo passare la Caronte, motonave piacentina, o la Stradivari, cremonese».

Invece di stare in tivù per la gioia dei fan. Ultima apparizione, maggio 2009. Che è accaduto? «Ho fatto sei edizioni su otto di Che tempo che fa, poi ho abbandonato. Non avevo rivendicazioni di carattere economico, ma di spazio sì. A cinquant’anni, per principio, non posso fare il figurante. Mi mettevano nell’anteprima del programma, il che poteva anche andare, ma il tempo a disposizione ogni volta era risicato».

Non proprio un prime time. «Qualche puntata riusciva a passare dall’otto di share al nove. Prendevo un milione di spettatori e ne consegnavo un milione e cento alla pubblicità. Ma è chiaro che era con la fine dei Tg delle 20.30 che arrivava il grosso del pubblico. Ad ogni modo, lo sanno tutti, Che tempo che fa sta in piedi per la Littizzetto, che lo prende al 10 per cento di share e lo porta al 30. Poi loro fanno la media e dicono 20, ma la realtà è questa».

Avevi più spazio a inizio carriera. «A 27 anni a Fuori Orario, con Enrico Ghezzi e Linda Brunetta, avevo quarti d’ora interi. Quando c’era Guglielmi, all’epoca di Su la testa! di Paolo Rossi, Rai 3 era un’altra cosa. Ringrazio Ferrara che mi ha dato, tempo fa, una puntata completa di Otto e mezzo».

E così a Che tempo che fa hai fatto come Balotelli con Mourinho nella finale con il Barcellona. Hai fatto volare la maglia.
«Grazie del paragone. Ero giù di morale. Se sbagli, è giusto fare un po’ di panchina, ma se sei uno da gol, non farti giocare è sbagliato».

La ragione di questa marginalizzazione? «Non la so. Potrebbe essere una mia disorganicità con l’ambiente della comicità italiana. Ma per come sono messe le cose oggi, si tratterebbe comunque di una ragione politica. Quasi tutti i comici italiani sono di sinistra e la cosa che più gli preme è metterti il cappello il prima possibile, sapere che sei dei loro. Tanto valeva iscrivermi al PC trent’anni fa, adesso lavorerei di più. Qualcuno non è stato contento quando ho iniziato a scrivere sul Foglio».

Che Rai 3 sia storicamente di sinistra è risaputo. «Strano però che siano tutti miliardari. Passano il tempo in trasmissione a lanciare appelli a favore dell’ambiente, dell’uguaglianza e quant’altro, ma poi arrivano in studio con una 5000 di cilindrata - quando io ci arrivavo in metropolitana - e hanno la piscina privata con l’acqua riscaldata. Se gli dici che dovrebbero loro per primi modificare lo stile di vita in base alle loro idee, ti rispondono no, che poi si ferma l’economia. Mentono sapendo di mentire. E qualche volta ti censurano i particolari, perché non sopportano la minima discordanza con le loro idee».

Che tipo di censure? «Una volta, per Che tempo che fa, avevo scritto uno dei miei pezzi surreali, tipo io che invito Giovanna Melandri al McDonald’s per un caffè e lei sviene. In redazione mi chiedono: al posto della Melandri puoi mettere la Prestigiacomo? Eravamo a questi punti. Il problema è che poi, da Santoro alla Dandini, fanno tutti le vittime. Le vittime di chissà quale presunta dittatura berlusconiana. Ma a questo proposito te ne racconto un’altra».

Raccontiamola. «Agli inizi, quando lavoravo a Zelig, il cabaret era gestito da tutti quei comici che venivano da un certo ambiente milanese, la Statale e via così. Cameriere non in regola, Siae frequentemente non pagata: la prassi era questa. Da quando è arrivata Mediaset, contratti regolari per tutti e più legalità. In pratica, il contrario della vulgata alla Vito Mancuso che sfruculiava tempo fa le illegalità di Mondadori».

Insomma, vogliamo sapere: quando tornerà in scena Milani? «Le presentazioni dei miei libri spesso si trasformano in spettacoli che vengono ripresi dalle tivù locali, un bel bacino. Se invece intendi in scena come Grillo o Celentano, no, non sono così intelligente. Loro tengono in pugno il pubblico sostenendo che il pinguino reale va scomparendo perché fa troppo caldo. Io, invece, sono l’uomo qualunque. Se non fossi l’uomo qualunque, farei come Bersani: una bella class action contro tutti coloro che non la pensano come me.

E sono molti».




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Troppo casual alle cerimonie» E l'Aeronautica striglia la Russa

corriere della sera


MILANO - «Ill.mo Sig. Ministro», inizia così una severa lettera vergata dal Consigliere Nazionale «Associazione Nazionale Ufficiali Aeronautica Militare», gen. Giuseppe Lenzi, ed inviata al ministro della Difesa La Russa e, per conoscenza, ai generali comandanti di Brigata Julia e Folgore, con la quale si stigmatizza l'abbigliamento «inidoneo» usato dal ministro in occasione di cerimonie militari dall'alto valore simbolico.


«La Sua camicia azzurrina - si legge nella lettera pubblicata sul sito GrNet.it- , sportivamente slacciata, ed il Suo scuro maglioncino a "V" (oltre ai pantaloni troppo abbondantemente ricadenti sui talloni), certamente appropriati per presenziare ad una cerimonia di scambio di gagliardetti fra bocciofile, non hanno conferito, all'evento in fieri, quell'importanza ch'esso si proponeva di raffigurare». «Lo sventolio del nostro amato Tricolore, ai venti delle terre straniere, lontano dagli affetti e dal caldo tepore della Madre Patria, costituisce profondo motivo per indurre gli animi di 'noì militari a patire ogni contingente asprezza e tener alto il senso del Dovere e dell`Onore. Ed è per onorare quel vessillo che il Caporal .Magg. Capo Gaetano Tuccillo, da Lei accolto oggi al suo rientro in Patria avvolto in un identico Tricolore, ha donato la sua vita all'Italia».

«Ed è per onorare quel vessillo (che, purtroppo, elevati ed inqualificabili esponenti di fede politica contigua alla Sua userebbero per nettarsi …….) - prosegue la lettera - che La prego di voler conferire, alle cerimonie militari cui parteciperà, quell`austerità, anche formale, che, nelle polveri afghane, Ella ha involontariamente offuscato».

05 agosto 2011 09:51



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Costi politica, scontro Lega-Quirinale Il Colle: per Napolitano solo tre auto

Il Mattino

Escluse auto storiche e pulmini, sono 22 le autoa disposizione della presidenza della Repubblica



ROMA
Le auto del Quirinale sono in tutto 35; di queste tre sono a disposizione del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, più altre due vetture storiche per le le cerimonie solenni. Lo precisa, in una nota, il segretariato generale della presidenza della Repubblica dopo che ieri alla Camera il capogruppo leghista Marco Reguzzoni aveva afermato: «Non è ammissibile che il presidente della Repubblica, che è uno solo, abbia a disposizione 40 automobili».

Il segretariato generale della presidenza della Repubblica precisa - si legge nel comunicato del Quirinale - che il parco macchine del Quirinale ammonta complessivamente a 35 autovetture e non a 40 come è stato sostenuto in un intervento in Parlamento. Di queste sono a disposizione del Presidente per i suoi spostamenti solo 3 Lancia Thesis, blindate per ragioni di sicurezza ed usate alternativamente per esigenze di manutenzione (particolarmente frequente in tali autovetture); altre 2 sono autovetture storiche - Lancia Flaminia 335 del 1961 - utilizzate in occasione di particolari solenni cerimonie (insediamento dei Presidenti della Repubblica, parata del 2 giugno), e 4 le auto di alta rappresentanza a disposizione di Capi di Stato esteri in visita in Italia. Ancora 2 vetture storiche sono in concessione al Museo Nazionale dell'Automobile di Torino e al Museo Storico della Motorizzazione militare a Roma.

«A disposizione dell'intera struttura restano, pertanto - continua il comunicato - 24 autovetture, di cui 2 sono pulmini utilizzati per abbreviare i cortei nei trasferimenti collettivi. In occasione delle sostituzioni è stata programmata l'utilizzazione di autovetture di cilindrata inferiore ancora prima delle disposizioni emanate in proposito, e anche di ciò è stata data puntuale comunicazione al Ministro Brunetta che già lo scorso anno aveva ottenuto e resi pubblici i dati richiesti».

«Il parco automobilistico del Quirinale non ammonta a 40, bensì "solo" a 35 vetture, di cui nessuna è una Zil. La pur piccata nota del Colle sul sacro spreco presidenziale non precisa la spesa complessiva, non il numero degli autisti e degli altri addetti indotti, non le effettive ore di lavoro, non gli stipendi lordi e tantomeno le modalità (o le raccomandazioni?) per diventare chauffeurs di Napolitano. Insomma, quanto ci costano?». Così in una nota il deputato di Popolo e territorio Giancarlo Lehner.

Giovedì 04 Agosto 2011 - 19:27    Ultimo aggiornamento: 19:54




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La Casta senza vergogna: 72.000 auto blu, 35 mila addetti, costo annuo 1,2 miliardi di euro

Quotidiano.net

Sul sito del Ministero per la Pubblica Amministrazione è on line il database completo di tutte le autovetture in servizio. Gli addetti sono 35 mila, gli autisti 14 mila e solo loro costano 600 milioni all'anno. Brunetta promette: mai più sprechi



Auto blu (Pressphoto)