Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

mercoledì 27 luglio 2011

Hanno rubato gli occhi di Tommaso»

Corriere della sera

Anche Luca Zingaretti in campo per la ricerca di Alì, un cane guida rubato nei giorni scorsi ad Agrigento



ROMA - «Oltre a essere l'amico di una vita Alì è per Tommaso un'altra cosa: i suoi occhi: io prego le persone che l'hanno preso di restituirlo. E' importante». Con queste parole Luca Zingaretti si rivolge, attraverso un sentito video appello diffuso attraverso il canale youtube del Respiro - sito ambientalista e animalista di cui è sostenitore - agli ignoti rapitori del cane guida di Tommaso Ferraro, non vedente di trent'anni, centralinista del Corpo Forestale dello Stato a Ragusa. Ma Alì, pastore tedesco maschio di 9 anni, che da 7 vive in simbiosi con Tommaso, non è stato rubato nelle zone delle riprese del "Commissario Montalbano", bensì nella Contrada Gorgo di Montallegro, in provincia di Agrigento, dove abitano i genitori di Tommaso che egli era andato a trovare.

LA SCOMPARSA - La sera del 21 luglio infatti, proprio il giorno precedente al compleanno del ragazzo, intorno alle 22 il cane si trovava in giardino, senza collare e pettorine: nei momenti in cui non era «in servizio» il più possibile Tommaso cercava di lasciarlo libero da qualsiasi tipo di bardatura. Impossibile pensare a una fuga, perché Alì non si muoveva mai dal fianco del ragazzo, che ha perso completamente la vista a 16 anni assieme alla sorella gemella a causa di una malattia genetica che aveva già colpito il fratello maggiore. Qualche anno fa Tommaso, sportivo e coraggioso, si è sottoposto negli USA a un intervento sperimentale che su di lui ha avuto effetti modesti, ma la sua disponibilità e quella di altri invalidi troppo compromessi sarà molto preziosa per poter curare malati più recenti.

CHI L'HA VISTO? - Il suo Alì è stato addestrato presso il Centro Regionale Helen Keller dell'Unione Italiana Ciechi di Messina, è sterilizzato e il suo numero di microchip è 0977200001555424. Mostra inoltre un piccolo taglio sull'orecchio destro (gliene manca un minuscolo frammento) e all'interno del medesimo compare un tatuaggio molto sbiadito. Purtroppo i furti di cani e gatti sono frequenti in tante regioni e le loro possibili destinazioni tutt'altro che liete. Maltrattare o uccidere gli animali è un reato penale punito dalla 189/2004, vederseli sottrarre un dolore per i proprietari. Più che mai grave e vile separare dal suo indispensabile amico e guida un ragazzo disabile: si spera ancora nella restituzione di Alì. Chiunque avesse informazioni è invitato a contattare subito le forze dell'ordine oppure il presidente della EOS Cooperativa Sociale ONLUS, Marco Molino 338 7009791.

Redazione online
27 luglio 2011 20:54

Treviso, stop insegne in cinese o arabo Obbligatoria la traduzione in italiano

Il Mattino


La giunta vuole imporre ai titolari la doppia dicitura, il Pd: «L'obiettivo è soltanto quello di creare difficoltà agli stranieri»



TREVISO - Il gruppo consiliare comunale del Pd di Treviso ha annunciato che abbandonerà l'aula, per protesta, quando nella prossima seduta sarà posta in discussione una proposta di variazione al regolamento in materia di pubblicità e pubbliche affissioni che imporrebbe ai titolari di esercizi pubblici recanti un'insegna con scritte in lingua straniera e in caratteri non latini di affiancare ad esse anche la traduzione in italiano. Lo ha detto oggi il capogruppo, Roberto Grigoletto, classificando l'iniziativa, avanzata dalla giunta leghista, come «ennesimo atto populista dai toni intolleranti».

«Questa modifica al regolamento - ha aggiunto - va nell'ordine dell'esasperato localismo
, a tratti intollerante, al quale l'amministrazione comunale ci ha da troppi anni abituato. Ovviamente tale provvedimento mira solo a creare delle difficoltà agli esercizi pubblici gestiti dai residenti di etnia cinese, giapponese o di area araba - rileva ancora Grigoletto - che pubblicizzano la loro attività, caratterizzata proprio dall'aspetto culturale, con insegne nella lingua di provenienza. Invece di intervenire sui tanti problemi che fanno capo al territorio cittadino e in particolare, di fronte alla crisi del centro storico, nel trovare delle politiche che vadano a frenare la moria di attività commerciali - conclude l'esponente del Pd - il Comune ha di meglio da fare che perdere tempo e denaro pubblico in battaglie ideologico di basso profilo».

Mercoledì 27 Luglio 2011 - 18:04    Ultimo aggiornamento: 18:05




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IlGiornale.it sospeso da Facebook Ci serve l'aiuto di tutti i lettori!

di Redazione

Tutti gli articoli del Giornale.it sono spariti da Facebook: guarda qui. Nelle ultime ore molti lettori si sono messi a segnalare i nostri link come spam. Il risultato? Siamo stati bannati. Per garantire la pluralità dell'informazione è necessario difendere la nostra presenza sul social network. Per farlo abbiamo bisogno dell'aiuto di tutti i lettori: ecco cosa dovete fare per darci una mano a tornare su Facebook...




Milano - Chiudere la bocca al Giornale.it è facile. Basta un click. Una marea di click e i nostri articoli sono letteralmente spariti da Facebook (guarda qui). Sono ormai diverse ore che non possiamo più pubblicare i nostri post. Riteniamo che, nella pluralità dell'informazione, partecipare al social network più "navigato" del mondo sia fondamentale. Proprio per questo abbiamo bisogno dell'aiuto di tutti i lettori. Anche qui, basta solo un click: per aiutarci a risolvere il problema, è sufficiente condividere un link qualsiasi del nostro sito. Nel messaggio che apparirà, vi chiediamo di cliccare sull'opzione Facci sapere che porta a un modulo di contatti dove è possibile segnalare a Facebook che si tratta di un errore.

Non è la prima volta che un social network prova a mettere il bavaglio. Due giorni fa è successo al Fatto Quotidiano, oggi succede al Giornale.it. Una mossa che ha mandato su tutte le furie i lettori che ci hanno tempestivamente scritto che non solo non erano più in grado di condividere i nostri articoli sulla propria pagina Facebook, ma che gli sono anche spariti i vecchi link. Tanto che sono stati in molti a pensare ad un attacco informatico. In realtà, dietro a questo problema, c'è una macchina che agisce in base agli input che gli arrivano dai lettori. Nelle ultime ore, infatti, in molti si sono messi a segnalare come spam i nostri link. Il risultato? Facebook ci ha bannati. Stop. Fuori dai giochi. Adesso è necessario lo sforzo di tutti i lettori che ogni giorno ci seguono: basta un click per farci tornare su Facebook. 





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Cimitero per feti abortiti con l'ok della Chiesa: è polemica a Caserta

Corriere del Mezzogiorno

Protocollo d'intesa tra ospedali e l'associazione «Difendere la vita con Maria». Medici in rivolta


CASERTA - Seppellire un feto abortito in un regolare cimitero? Da oggi è possibile, succede a Caserta e col benestare della Chiesa.

L'INTESA - Un protocollo di intesa, approvato con deliberadel 22 luglio 2011, tra l'Azienda ospedaliera «Sant'Anna e San Sebastiano» e l'associazione «Difendere la vita con Maria» è stato infatti sottoscritto per promuove il seppellimento dei «bambini non nati» con la disponibilità del sindaco a concedere un apposito spazio nel cimitero cittadino e il «plauso del vescovo».

GLI SCOPI - L'associazione stessa, attraverso il proprio sito web, specifica il suo obiettivo con riferimento «al documento della Congregazione della Dottrina della Fede - dedicato alla dignità della procreazione e della vita nascente - "Donum Vitae" del 1987 dove è detto espressamente che: “I cadaveri degli embrioni e dei feti umani volontariamente abortiti o non, devono essere rispettati come le spoglie degli altri esseri umani”».

LA PROTESTA - Immediata la levata di scudi del sindacato medico Fp-Cgil Medici per il quale si tratta di una «violenza psicologica sulle donne da fermare». Il protocollo, afferma la Fp-Cgil Medici, «potrebbe estendersi a diversi altri ospedali secondo la volontà espressa da Don Maurizio Gagliardini, presidente dell'associazione "Difendere la vita con Maria", di volerlo utilizzare come testimonial e "locomotiva" in particolare nel Mezzogiorno».

ROCCELLA: IL RISPETTO C'È - Un «elemento di umanità e civiltà», che si colloca comunque «nel rispetto della scelta della donna di abortire». Così il sottosegretario alla Salute, Eugenia Roccella, commenta il protocollo di intesa. «Mi pare un'iniziativa di civiltà - afferma Roccella - dal momento che, altrimenti, questi feti andrebbero a finire nei cosiddetti 'rifiuti specialì, e non credo che il sentimento di una donna che decide di abortire vada in questa direzione». Nella «difficile scelta dell'aborto - sottolinea il sottosegretario - la donna può avere sentimenti ambivalenti e spesso l'idea di una sepoltura del feto può consolare. Se la donna richiede dunque la sepoltura del feto abortito - aggiunge Roccella - non vedo dove sia il problema. Ma è chiaro che non può essere un'imposizione».


Redazione online
27 luglio 2011




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Lampi di raggi gamma nell'aria Rischio potenziale per gli aerei in volo

Corriere della sera

Lo studio dell'Istituto nazionale di astrofisica sui dati del satellite italiano Agile





MILANO - I lampi di raggi gamma scatenati dai temporali rappresenterebbero un potenziale rischio per gli aerei in volo. A questa conclusione sono arrivati gli scienziati dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf) di Bologna esaminando una nuova serie di dati raccolti dal satellite Agile dell’agenzia spaziale italiana Asi, impiegato nella ricerca e per lo studio dei lampi di raggi gamma nell’universo, che in una fase di analisi ha rivolto gli obiettivi verso la Terra per indagare la generazione di lampi gamma anche nell’atmosfera, i primi dei quali vennero scoperti nel 1994.


LAMPI GAMMA - «Abbiamo dimostrato che esiste una stretta connessione fra i lampi gamma terrestri e quelli ottici tradizionali osservati durante i temporali», nota Fabio Fuschino del centro bolognese e primo autore di un articolo pubblicato su Geophysical Research Letters. «Scrutando la fascia equatoriale abbiamo scoperto che c’è una corrispondenza molto netta, soprattutto nel Sud-est asiatico, tra i due fenomeni, un aspetto, questo, finora non dimostrato. Quindi le zone della Terra con una più alta presenza di fulmini sono anche quelle interessate a una maggiore frequenza di lampi gamma. I fulmini sono più concentrati sulle zone continentali mentre sono pochi quelli sugli oceani».
TEMPORALI - La generazione di radiazioni gamma è frutto degli intensi campi magnetici che si creano durante i temporali. Questi campi accelerano in modo notevole gli elettroni i quali interagendo con altre particelle dell’atmosfera emettono fotoni carichi di energia, cioè lampi gamma. Quindi – ci si chiede – sono fonte di pericolo per gli aerei in volo? «L’emissione gamma misurata da Agile», precisa Fuschino, «è potenzialmente dannosa. Quello che si pensa è che la quota alla quale vengono generati i lampi sia confrontabile con quella delle rotte aeree. Bisogna però considerare la probabilità che un fenomeno del genere possa colpire direttamente un aeroplano e valutando questo aspetto il rischio potenziale è notevolmente ridotto».


Giovanni Caprara
27 luglio 2011 17:27



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L’Olanda ripudia i coffee shop

La Stampa

Una sentenza del Consiglio di Stato autorizza il bando nazionale dei locali dello spinello

MARCO ZATTERIN



L’ultimo degli alfieri della campagna neoproibizionista è l’uomo che non ti aspetti, un nuovo olandese, si chiama Coskun Çörüz, è nato in Turchia nel 1963 ed è parlamentare del Cda, il partito cristiano democratico. Con uno slogan semplice - «la droga ti fa male, crea problema di criminalità e di salute dunque deve essere fermata» -, il deputato originario del distretto di Salipazari punta al risultato massimo, archiviare i coffee shop e la tradizione di libero «fumo» nella terra dei mulini a vento. I suoi colleghi al governo ci stanno pensando e, nel frattempo, lavorando a un’ulteriore e definitiva stretta al turismo dello spinello.

Se ne parla da anni, ma una sentenza del Consiglio di Stato, la massima magistratura dei Paesi Bassi, ha creato nei giorni scorsi la promessa perché l’esecutivo di coalizione appoggiato dalla destra nazionalista faccia quello che ha in mente da sempre. Il pronunciamento ha stabilito che le autorità locali non possono impedire l’accesso degli stranieri ai coffee shop. Tuttavia, smorzando l’entusiasmo degli addetti ai lavori, ha indicato che un simile bando potrebbe essere introdotto senza problemi a livello nazionale. Oltretutto, è stato precisato, una simile decisione non avrebbe nessuna controindicazione a livello Ue.

Per Çörüz e il Cda il ragionamento viene da sé. Se si può vietare la vendita di hashish agli stranieri per motivi di sicurezza e salute, lo si può fare anche per gli olandesi. Questo significherebbe andare oltre la proposta già sul tavolo, quella degli Erbapass, dei tesserini a punti che farebbero diventare i Coffee Shop dei club riservati ai consumatori nazionali. Sarebbe una sorta di annonaria dello sballo, che avrebbe l’effetto di tagliar fuori gli stranieri e ridurre il flusso transfrontaliero che affolla ogni giorno le strade dal Belgio e dalla Germania.

Nell’ultimo decennio il Centrodestra ha cominciato a smontare pezzo dopo pezzo l’immagine dell’Olanda-paese dove è tutto possibile. Amsterdam è stata protagonista di un repulisti nel quartiere a luci rosse, con meno donne in vetrina e più controlli, anche fiscali. In 15 anni il numero dei coffee shop è sceso da 2100 a 700. Sono stati messi al bando anche i funghi allucinogeni che, sino al dicembre 2008, si trovavano sui banconi degli Smart Shop lungo i canali.

I gestori, va da sé, non sono d’accordo. Protesta anche il comune di Maastricht, piazzaforte dove morì il vero D’Artagnan e dove è nato l’Euro, nella quale è stata vietata la vendita di «roba» ai non residenti. Le «koffiehuis» sulla Mosa, in realtà, hanno sempre chiuso un occhio rinunciando a chiedere sistematicamente i documenti a chi voleva i suoi 5 grammi preferiti e poi sono andati al Consiglio di Stato. Qui hanno vinto e hanno perso. Possono riaprire perché la scusa del «disturbo della pubblica quiete» che era all’origine della decisione non è stato giudicato sufficiente. Potranno chiudere con una decisione presa dal parlamento. Che, a sentire il coro proibizionista che si sta levando vigoroso, potrebbe essere rapida.



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Il Pd e le inchieste, l'ira di Bersani «Macchina del fango non ci fa paura»

Corriere della sera

Il segretario dei democratici: «Partono le querele. Allo studio una class action di tutti gli iscritti»



Pier Lugi Bersani

MILANO - Pier Luigi Bersani non ci sta. Le critiche che i giornali muovono al Pd, travolto e «turbato» dalle vicende di Tedesco, Penati e Pronzato, fanno andare su tutte le furie il segretario dei democratici. Che promette battaglia. Se la prende con le «macchine del fango che iniziano a girare» il numero uno del Partito democratico. E avverte: «Se sperano di intimorirci si sbagliano di grosso. Le critiche le accettiamo - sottolinea Bersani - le aggressioni no, le calunnie no, il fango no. Da oggi iniziano a partire le querele e le richieste di danni. Sto facendo studiare la possibilità di fare una class action» da parte di tutti gli iscritti al Pd. Il leader difende il suo partito, dice che il Pd «è totalmente estraneo a tutte le vicende di cronaca di cui si parla» e assicura: «Il turbamento non ci farà chiudere la bocca». I democratici, osserva Bersani, «si stanno muovendo su quattro principi: il rispetto assoluto della magistratura, il principio per cui, onorevoli o meno, tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge, quello per cui chi è investito di una funzione pubblica, quando è indagato, fa un passo indietro per non imbarazzare il partito, al netto della presunzione di innocenza. E infine chiediamo che si faccia una legge sulla trasparenza dei partiti».

«ERRORI» - In una conferenza stampa alla Camera, Bersani ammette anche che nella gestione della vicenda dell'arrivo del senatore Tedesco a Palazzo Madama ci sono stati errori da parte del Pd. All'epoca, l'attuale segretario non aveva nessuna responsabilità, «anche se questa cosa viene attribuita a me», ci tiene a puntualizzare l'interessato. Ai democratici però, secondo Bersani, va comunque riconosciuta una cosa: «Siamo andati alla Camera e al Senato a chiedere l'arresto» di Papa e Tedesco. «Questa cosa non può passare in cavalleria. Siamo stati coerenti. Lo si riconosca».


INVITO ALLA LEGA - Da Bersani arriva, infine, un invito alla Lega. «Non è più tempo di guerre guerreggiate tra maggioranza e opposizione - dice -, è tempo di prendere decisioni di fondo. Chi nella destra comincia a percepire l'insostenibilità della cosa, la Lega o altri, crei le condizioni per andare al Quirinale».

LETTERA AL FATTO - In una lettera al Fatto Quotidiano il numero uno del Pd affronta il caso Penati, suo ex braccio destro coinvolto nell'inchiesta sulle presunte tangenti a Sesto San Giovanni e sui rapporti con l'imprenditore Marcellino Gavio. «Non dovrebbe essere troppo disagevole considerare quali siano le persone che davvero ho motivato e promosso in lunghi anni di vita amministrativa.

Ho la presunzione di credere che verrebbe riconosciuto che si tratta di gente in gamba e di gente sicuramente perbene», scrive Bersani. E spiega: «Il ministro delle Attività produttive conosce tutti i principali imprenditori italiani. Li conosce, non li sceglie. Gavio, segnalandomi la preoccupazione per un contenzioso aperto con la Provincia di Milano, mi disse di non conoscere il presidente appena insediato e mi chiese di favorire un incontro con Penati. Così feci, via telefono».

Il leader democratico chiede poi di mettere la vicenda Pronzato «nelle giuste dimensioni». «Ho saputo dai giornali che Pronzato era un mio uomo. Non è mai stato mio consigliere alle Attività produttive», scrive Bersani. «Lo trovai 11 anni fa al ministero dei Trasporti come consigliere ministeriale, lo confermai assieme agli altri consiglieri per il solo anno in cui fui ministro. Divenne consigliere Enac parecchi anni dopo». «Quella del doppio incarico è una cosa inopportuna», aggiunge. «Non nego dunque di aver ricavato insegnamenti dalla vicenda, ma vorrei che fosse messa nelle giuste dimensioni».

Redazione online
27 luglio 2011 14:44

Pier Luigi, il leader degli intrighi al Palazzo rosso

di Gabriele Villa


Il segretario Pd rivendica la superiorità morale del suo partito. Ma non poteva non conoscerne certi traffici. Col Corriere si vanta per il "passo indietro" dei suoi. Ma è lui a doversi dimettere



Prendiamo atto, una buona volta: «loro» si sentono diversi. Nel «loro» partito ci sono dei «diversamente» ladri o, per amore di precisione, dei «presunti diversamente ladri». Ma nel partito, nel «loro» partito c’è anche un leader. E un leader non può essere diverso dagli altri leader. Un leader, come Pier Luigi Bersani, anche se impegnato - con buona pace dei cabarettisti - nei siparietti con Crozza, non può non sapere, non ha potuto non sapere, in tutti questi anni.

Se è vero che in una simpatica lettera inviata al Corriere della Sera il leader piddino chiede a tutti i suoi, che sono in odore di malaffare, di «fare un passo indietro», è anche vero che, tra i suoi, c’è qualcuno che il passo indietro vorrebbe che lo facesse lui. Perché, detto molto francamente, un leader che non sa, che è all’oscuro di tutto, anche se è nato e cresciuto a Botteghe Oscure, è poco credibile. Bersani non è indagato, bene inteso. Non è accusato di nulla, sempre ben inteso, ma tutte le inchieste avviate dai pm, che stanno circumnavigando il suo partito, stanno, inevitabilmente, pure girando intorno a lui, lo sfiorano, gli fanno ronzare le orecchie.

E lui non può dire, non può farci credere, che ha sempre tenuto tappate le orecchie. In altre parole, anche se non formalmente accusato di nulla, anche se almeno, fino ad oggi, non è stato accertato alcun suo coinvolgimento nelle vere o presunte malefatte dei suoi compagni, sono gli stessi pm che, con le loro indagini, sembrano averlo già riconosciuto e identificato come leader. Leader degli intrighi di un palazzo rosso che, nonostante tutte le sue metamorfosi di nomi, non ha mai cambiato la sua pelle rossa e i suoi usi e costumi. Tanto che, se proprio vogliamo fare i precisini, l’unica differenza a proposito di diversità è che un tempo in quel palazzo giravano rubli e, puntualmente, arrivavano nelle casse del partito, mentre adesso fioccano gli euro.

Ma il risultato non cambia e, come il capo di allora, quando il Pci si chiamava Pci, non poteva non sapere, anche il capo di adesso non può non sapere e non aver saputo. E quindi suona curioso che, proprio lui, il Bersani «diverso» che invoca «pulizia» e invita a tenere gli occhi non aperti ma spalancati per individuare nel cesto delle mele rosse, quelle marce, non abbia pensato, lui per primo, a fare quel passo indietro che chiede ai compagni implicati nelle inchieste.

Che non abbia dunque pensato ad autosospendersi. Prima che qualcuno del suo stesso partito glielo chieda apertamente. Già perché a volte, anche nelle scuderie più disciplinate, c’è qualcuno che, a un certo punto non se la sente più di ubbidire agli ordini di scuderia. In buona sostanza, l’affaire Penati, per quanto sia un po’ datato, è un affare che arriva, o meglio arrivava giusto nell’orbita della segreteria del partito e che, nelle stanze attigue a quelle del potere, molto probabilmente si consumava.

Ora se in molti nel Pd hanno avviato il patetico tentativo di attribuire la colpa del poco o tanto di marcio che è venuto a galla agli infiltrati «socialisti», scaricando le colpe sui Ds, ovvero figli e figliocci di quei Democratici di sinistra che furono inventati a suo tempo da Massimo D’Alema e che porterebbero quindi il tanto sputtanato Craxi nel loro Dna, è altrettanto evidente che la manovra sottende un bersaglio ben preciso: Pier Luigi Bersani.

Già. Perché se Filippo Penati con le sue scivolate, su tappeti o presunti tali di tangenti, è caduto nelle stanze attigue a quelle del potere, come si fa, come fa Bersani a sostenere di non sapere che Franco Pronzato uno dei suoi migliori amici, nonché suo consigliere sul fronte trasporti, nonché coordinatore dei voli ufficiali del Pd, avrebbe agito a sua insaputa? Avrebbe combinato (sempre che le abbia combinate) le sue marachelle tangentizie in seno all’Enac o fuori dall’Enac, a totale insaputa del suo amico Pier Luigi, e come se non bastasse, del segretario del partito a cui faceva riferimento? Di solito anche gli amici più timidi e riservati qualcosa confidano, o no?

Per questo Bersani, in versione Bersani, e non in versione Crozza, dovrebbe pensarci su sul suo passo indietro.



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Pd, la questione immorale: impone il pizzo pure ai suoi

Libero




Il Partito democratico, nell’assoluta indifferenza della magistratura, impone in quasi tutta Italia un pizzo sulle poltrone pubbliche. Il sistema non è così diverso da quello utilizzato dalle organizzazioni criminali: se vuoi lavorare, devi pagare una percentuale al partito. Sembra incredibile, però è scritto nero su bianco in decine di regolamenti finanziari del Pd adottati dalle strutture territoriali del partito guidato da Pier Luigi Bersani.

Era noto che il partito chiedesse a tutti i suoi eletti una quota dell’indennità parlamentare, regionale, provinciale o comunale percepita. La richiesta è anche comprensibile: le varie leggi elettorali fanno dipendere dal partito le candidature, spesso gli eletti non spendono un euro in campagna elettorale, svolta dal partito, ed è normale chiedere un contributo di ritorno una volta che si è conquistato l’incarico. Solo che il Pd ha esteso dal 2008 questa richiesta anche ai nominati - iscritti o meno al partito - nei consigli delle municipalizzate, in consorzi pubblici, in enti pubblici, e perfino a chi ottiene grazie al partito una consulenza da un ente pubblico. Potete chiamarlo pizzo, o tassa sulla lottizzazione. Una cosa è certa: nessun partito al mondo si sognerebbe mai di imporla addirittura in regolamenti interni, perché una condizione così a parte certificare la lottizzazione, viola una serie notevole di leggi e regolamenti sulla pubblica amministrazione.

Solo la certezza dell’impunità può avere fatto rischiare a uomini politici l’inserimento di quel pizzo sui lottizzati in regolamenti resi pubblici sui siti Internet del Pd. La richiesta agli amministratori nominati oscilla a seconda delle zone fra l’8% e il 30% degli stipendi percepiti. Il meccanismo è grottesco: i manager vengono apertamente scelti per la fedeltà al partito. Vengono pagati da tutti i contribuenti italiani, che grazie a quei regolamenti sono anche inconsapevolmente obbligati a finanziare il partito. Bersani e i suoi luogotenenti quindi scelgono i manager da infilare nei cda delle municipalizzate, di enti pubblici o di consorzi. Gli italiani pagano i loro stipendi, sopportandone prima il danno se quelli a parte essere fedeli al Pd sono pure incompetenti e poi la beffa perché grazie al pizzo legalizzato anche se tu sei di centrodestra finisci con il finanziare il Pd.

Il Pd della provincia di Lodi impone un pizzo del 10% anche a «coloro che svolgono incarichi pubblici in Enti, istituzioni, consorzi e società» (articolo 7, comma d) del regolamento finanziario), elencando poi le modalità dei versamenti: alla federazione provinciale i presidenti e i membri dei cda di «enti provinciali e sovra comunali», ai circoli locali del partito i presidenti e membri dei cda degli «enti comunali». Il Pd di Latina obbliga al versamento (art 4, lettera c) «coloro che ricoprono incarichi remunerati di qualunque tipo su designazione del Partito stesso».  Nell’articolo 5 c’è un lungo elenco dettagliato dei “designati” a cui si chiede il pizzo: «Presidenti, consiglieri, revisori, consulenti in enti diversi, aziende, società, consorzi etc…».

Il Pd di Frosinone impone un pizzo più scontato: l’8%. Ma nel regolamento indica addirittura i nomi delle società o enti pubblici coinvolti (Asi, Saf, Cosilam etc..). Il Pd di Venezia inserisce (art.6 del regolamento) anche le punizioni per chi si ribella al pizzo: si dovrà scordare la designazione «in altri enti e società». Il Pd di Abruzzo chiede agli eletti il 15% della indennità, ai lottizzati invece fa lo sconto: «I designati in enti e organizzazioni di vario livello (società per azioni, consorzi, aziende etc…) sono tenuti a versare al Pd del rispettivo livello una percentuale - stabilita dal rispettivo livello di riferimento - pari al minimo del 12% di quanto al netto percepito mensilmente».

Chi sgarra, ha perfino una seconda occasione, ma con regole vincolanti: «Deve regolarizzare la propria posizione entro il 31 luglio, sottoscrivendo una delega bancaria, condizione necessaria per essere designato in altri enti pubblici o privati e/o organizzazioni di vario livello». Nella stessa regione il Pd della provincia de L’Aquila sbatte su Internet i nomi dei ribelli: c’è qualche politico che rifiuta di versare una percentuale della propria indennità, ma ci sono anche consiglieri di amministrazione e revisori dei conti di società pubbliche.

Il Pd di Ancona impone il 15% agli «eletti e ai designati dalla Provincia di Ancona, dai Comuni o dalle comunità montane in organi amministrativi, assembleari o di gestione o di controllo presso enti, aziende, società, consorzi, parchi e organizzazioni a livello sovra comunale, di diritto pubblico e/o privato, nonché quelli nominati in Enti o società partecipate…». Il Pd dell’Umbria, quello della provincia di Pistoia e quello del Trentino Alto Adige impongono invece un pizzo più equo, progressivo.

Quello di Pistoia ha due sole aliquote (sotto il titolo super esplicito: “contributi dei nominati”): il 5% fino a 50 mila euro netti all’anno di stipendio, il 10% sopra quella cifra. Il Pd Umbro tiene due aliquote: 10 e 15%, poi decidono caso per caso le federazioni territoriali. Quello Trentino ha il pizzo più organizzato di Italia. Lo devono corrispondere però solo gli iscritti al Pd (almeno c’è questa pre-condizione) che svolgono «incarichi pubblici in enti, istituzioni e società». Ci sono cinque aliquote del pizzo: 10% fino a 6 mila euro; 15% da 6 mila a 18 mila euro; 20% da 18 a 36 mila euro; 25% da 36 mila a 72 mila euro e 30% sopra quella cifra. Come il fisco.


di Franco Bechis

27/07/2011




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Islam. Spesi 9 miliardi di euro il Libia per avere ancora Gheddafi.

Libero




Centotrentesimo giorno di guerra in Libia. A che punto è arrivato il costo del conflitto? Una prima stima, relativa alle sole spese della Coalizione, era stata fatta dopo la prima settimana di conflitto: 600 milioni di euro. 28 spesi dagli inglesi; 21 dai francesi; 12 dagli italiani, di cui 10 per l’aviazione e 2 per la marina; il resto in gran parte dagli Usa. Il che sostanzialmente coincide con i dati del Pentagono di fine marzo: 500 milioni di dollari, di cui il 60% in missili e bombe.

Un’altra stima, questa complessiva, era stata fatta dal 19 marzo, inizio delle operazioni, al 2 maggio: 140 milioni di euro al giorno e 6 miliardi in totale. Di cui in dettaglio: 2 miliardi spesi dagli Alleati, pari a oltre 46 milioni al giorno; 3 da Gheddafi, pari a una settantina di milioni al giorno; e un miliardo dai ribelli, che infatti il 5 maggio avevano chiesto alla Coalizione un paio di miliardi per poter continuare la lotta. Se si fosse continuati a quel ritmo, si sarebbe arrivati a 18,2 miliardi.

Che sarebbe ormai molto vicino a esaurire i 21,5 miliardi che Gheddafi aveva custoditi in banche Usa, e che gli sono stati sequestrati apposta per finanziare i ribelli e l’appoggio loro fornito. In dettaglio sarebbero più o meno 9 miliardi spesi da Gheddafi, 6 miliardi dagli Alleati e 3 dai ribelli. La somma totale farebbe 9 miliardi per sostenere Gheddafi e 9 miliardi per abbatterlo: perfetto stallo economico, che infatti traduce il perfetto stallo strategico sul terreno, con i contendenti che continuano a fare avanti e indietro dalle stesse posizioni attorno a Misurata, tra Tripoli e le montagne berbere e attorno a Brega. 

Certo, sono proiezioni astratte. Da una parte, bisogna tener conto del fatto che gli Usa dopo il grosso impegno iniziale hanno drasticamente limitato il loro impegno: da 130 milioni di dollari al giorno a 40 milioni di dollari al mese. Dall’altro, però, le spese degli altri partner tendono invece ad aumentare. Il 16 luglio, ad esempio, quando la Raf ha spedito a Gioia del Colle quattro nuovi Tornado, la stampa britannica ha calcolato che il loro impiego venisse 35.000 sterline all’ora: quasi 40.000 euro.

In tutto, solo i 22 jet della Raf in missione sarebbero venuti a costare fino a quel momento 260 milioni di sterline, circa 290 milioni di euro, contro i 100 milioni preventivati dal governo di Londra. Il che vorrebbe dire che alla Raf la guerra sta costando 2,4 milioni di euro al giorno, e che al 130esimo giorno la spesa avrebbe oltrepassato i 317 milioni di euro. In effetti la previsione che il Segretario alla Difesa Liam Fox ha fatto in Parlamento sulla spesa per i primi sei mesi di guerra è un po’ più contenuta, ma non di molto: 120 milioni di sterline (quasi 135 milioni di euro) per il carburante e le spese operative di aerei, navi da guerra e sottomarini; 140 milioni di sterline (poco più di 157milioni di euro) da spendere per rimpiazzare i missili e le bombe sganciati sulla Libia. Totale sempre di 260 milioni di sterline; ma non per la sola Raf bensì per tutto, e spalmati non su 119 giorni, ma su 180.

Per la Francia i calcoli li ha fatti Le Figaro: 100 milioni di euro ogni 2 mesi. Che sarebbero 1,6 milioni di euro di spesa al giorno, e 216 milioni dall’inizio del conflitto. In questo caso va detto che, prudentemente, il primo ministro François Fillon non ha azzardato preventivi, ma si è limitato a ricordare che “difendere la popolazione libica non ha prezzo”. Altri costi parziali: un’ora di volo del drone americano Predator, il più economico tra i velivoli utilizzati, viene 6000 euro. Un Eurofughter Typhoon costa 32.000 euro per un’ora di volo, più 15.000 euro di manutenzione. Ogni bomba guidata costa tra i 30 e i 40.000 euro. Ogni missile da crociera Storm Shadow e Tomahawak viene un milione di euro. Per l’Italia, la portaerei Garibaldi, il cacciatorpediniere Andrea Doria, il pattugliatore Borsini e la rifornitrice Etna costano ogni giorno 300.000 euro di gasolio. Il costo dei primi tre mesi di campagna era stato stimato per l’Italia in mezzo miliardo dal ministro La Russa, in 700 milioni dalla Lega e in un miliardo dal Fatto.

Quanto alla Libia, il governo di Tripoli sostiene che l’intero conflitto è costato al Paese 50 miliardi di dollari nei primi cinque mesi: una stima da 3,5 miliardi di euro al mese, che comprende evidentemente non solo il mantenimento delle Forze Armate, ma anche le distruzioni e il blocco di un’economia che l’anno scorso era cresciuta del 10,3%. Almeno il 40% di questa cifra dipende dallo stop all’export di petrolio, che si è tradotto evidentemente in un danno proporzionale per l’Eni.


di Maurizio Stefanini

27/07/2011




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Turchia, tomba di San Filippo ritrovata da una missione archeologica italiana

Il Mattino


ROMA- La Missione archeologica Italiana diretta da Francesco D'Andria ha annunciato di avere riportato alla luce a Pamukkale, l'antica Hierapolis, nella Turchia occidentale, la tomba di San Filippo, uno dei dodici Apostoli. Originario della Galilea, Filippo partì per evangelizzare l'Asia Minore, finendo però lapidato e poi crocifisso dai Romani a
Hierapolis.


Nel 2008 l'equipe italiana aveva già identificato il sepolcro dell'apostolo. «Da anni