Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

sabato 9 luglio 2011

Milano, vivere e morire a Palazzo di Giustizia "Quanti errori commessi con i malati psichici"

Quotidiano.net


Drammi senili, giovanili, rei che delinquono senza sapere di farlo. Se quei muri potessero parlare, oserebbero rimbeccare i giudici che troppe volte hanno mandato in carcere persone bisognose di cure psichiatriche

di Gildanna Marrani




palazzo di giustizia di milano



Milano, 9 luglio 2011

Se le aule del Tribunale di Milano avessero un’anima ed una voce, di sicuro lamenterebbero i troppi errori giudiziari commessi per erronea superficialità o mala giustizia ma soprattutto oserebbero rimbeccare giudici e pubblici ministeri per aver troppe volte commesso quell’abitudine che tanta parte ha e ha avuto nel sovraffollamento delle case circondariali del capoluogo lombardo: condannare uomini e donne troppo spesso bisognosi di cure psichiatriche ma non di periodi di detenzioni come avviene e deve per forza (assai giustamente) avvenire verso tutti i “sani” di mente che decidono di delinquere, di “staccarsi” dalla legalità per fini tra i più laidi ed equivoci.
Troppo spesso il delitto, finanche la contravvenzione, il reato non sono frutto di menti lucide, di fredde anime allo sbando abituate all’inganno, alla frode, alla rapina, a reato contro la persona e le cose; troppo spesso il delitto non nasce da una volitiva scelta del male, laddove quest’ultimo sembra avere i crismi di un maggiore fascino rispetto al bene, alla legalità, alla correttezza umana e professionale. Spesso il giudice, quale perito dei periti, commette questo grande e al tempo stesso grossolano errore: condanna giovani, vecchi, uomini, donne, anziani, non coscienti di se e delle proprie azioni, non consapevoli né animati da quel dolo, cioè dalla precisa coscienza e volontà di commettere un crimine, che è uno dei pilastri sui quali si fonda il giudizio accusatorio del PM e la scelta di condanna del giudice.
Ma se diamo una breve ma intensa occhiata a chi popola le carceri milanesi attualmente, vedremmo con sommo dispiacere come una buona percentuale dei detenuti e condannati sia soggetto a cure psichiatriche e clinico-psichiche profonde, come una buona parte degli “abitanti delle carceri” non siano stati condannati soltanto ma debbono anche sopportare il peso di una malattia mentale latente o espressa, di un disagio psicologico senza fine. Ma l’imputabilità del reo, di chi commette un delitto o manifesta disordini e violenza verso il sociale non dovrebbe essere la pietra angolare su cui ruota l’intero meccanismo della giustizia italiana?

Forse dietro molte condanne e molti giudizi c’è l’errore commesso dagli operatori della giustizia consistente nel non aver sufficientemente valutato condizioni psico-fisiche e disagio sociale del reo, di chi ha sbagliato e deve comunque pagare di fronte alla società. Ed i casi umani e giuridici all’interno del sistema penale e carcerario si sommano e si moltiplicano, rendendo vane le speranze di chi vorrebbe una maggiore solidarietà sociale, anche in virtù dell’articolo 2 della Carta Costituzionale.
Non posso fare a meno di leggere di quante volte il medico si sostituisce al magistrato nella tutela personale del reo o di chi non rientra nella quotidiana “normalità”. Come quel caso di quel giovane ventiquattrenne accusato di coltivare marjiuana all’interno della sua abitazione. Disagio mentale o abile spacciatore? Non si sa, fatto stà che questo giovane uomo, che presentava un passato di solitudine e un trauma per la morte recente del padre, rischiava il carcere, e molto probabilmente per un periodo di grossa durata.
Ma il rischio del tentativo di suicidio e l’intervento rapido di un medico attento e scrupoloso ha permesso di far virare il PM verso un ricovero all’Ospedale Fatebenfratelli di Milano, prima dell’accertamento giudiziario del caso. Scelta giusta, credo, che ha tenuto conto non solo della pericolosità del presunto reo e del reato imputatogli ma anche e soprattutto della condizione infelice e disagiata del suo passato e di turbe psichiche che probabilmente sono state una delle tante cause a spingerlo a coltivare droga.
Il ricovero in Ospedale si è dimostrata una scelta più consona alle reali esigenze del giovane, senza nulla togliere alla sua colpevolezza ed alla doverosa persecuzione della stessa da parte della giustizia milanese. Ma perseguire un malato psichico non è solo contro ogni decenza umana e giuridica ma è anche sintomo di una giustizia disattenta e latitante, che rischia di sfociare nella più grossolana arbitrarietà.
O come quel caso di un anziano signore che sempre a Milano si è presentato all’udienza di separazione con vent’anni di ritardo, rischiando un TSO e incarnando a pieno un vero dramma dell’età avanzata, un vero dramma senile. Anche in questo caso l’intervento dello specialista ha bloccato sul nascere un provvedimento

coatto che avrebbe potuto portare al peggio.
Si è preferito riaccompagnare l’uomo ai servizi sociali per la cura del caso. Drammi senili, drammi giovanili, rei che delinquono senza sapere di farlo, spinti più da un demone interiore di oscura provenienza che da una reale volontà dolosa di danneggiare la nostra società.
Forse solo un più attento esame da parte degli inquirenti su casi apparentemente “piccoli” ma in realtà contornati da una pesante carica emotiva e sociale può salvare tante vite dall’autodistruzione e da una proverbiale emarginazione. Perché se un uomo delinque va punito, se l’azione penale va esercitata il PM ha l’obbligo di farlo, senza sconti né discriminazione.
Ma di fronte al dramma profondo di menti sconvolte nelle file della nostra caotica società l’esercizio dell’azione penale deve inderogabilmente andare di pari passo con l’accertamento della reale imputabilità del sospettato e del reo. Solo così le nostre carceri saranno davvero popolate da chi ha scelto il crimine, e non da chi non ha potuto scegliere perché seguiva solo la sua triste, disperata, contorta patologia interiore.



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Militari si fingono testimoni di Geova e arrestano il capoclan dei«Veneruso»

Corriere del Mezzogiorno

Vincenzo Pagano si nascondeva in una casa a Varese
Il camorrista ha aperto la porta senza sospettare nulla




NAPOLI - Hanno bussato alla porta fingendo di essere dei testimoni di Geova intenti alla predicazione. Così Vincenzo Pagano, 44enne boss latitante, ha aperto tranquillamente la porta e li ha fatti entrare. Ma in realtà erano carabinieri venuti per arrestarlo. L'uomo, uno degli esponenti di punta del clan«Veneruso» operante a Volla e a Casalnuovo di Napoli, è stato arrestato dai militari del nucleo investigativo di Castello di Cisterna. L'uomo si trovava in un appartamento di Cislago in provincia di Varese, affittato sotto falso nome dal camorrista. Quando i carabinieri hanno fatto irruzione nell'abitazione, l'uomo, solo in casa e disarmato, ha esibito un documento falso continuando ad affermare di essere un' altra persona. Arrestato è stato rinchiuso nella Casa di Lavoro di Saliceto San Giuliano, in provincia di Modena.

Pagano ha riportato numerose condanne per associazione a delinquere di stampo mafioso, violazione della legge sulle armi, sequestro di persona, rapina aggravata, estorsione e ricettazione. Si era dato alla macchia dal 23 aprile 2003, non facendo più ritorno, dopo un permesso premio, nella Casa Circondariale «Vallette» di Torino. Per tale evasione Pagano era stato condannato dal tribunale di Avellino nel 2007 alla pena di 4 mesi di reclusione e dichiarato latitante. Pagano, che risulta residente a Monteforte Irpino nell'avellinese, è reggente del clan per conto dello storico capo Gennaro Veneruso, attualmente detenuto e destinatario di un ordine di esecuzione emesso nel 2008 dall' Ufficio di Sorveglianza del Tribunale di Avellino, con cui lo si dichiara socialmente pericoloso, in quanto affiliato al clan.


Cristina Autore
09 luglio 2011




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Addio a Rubino Romeo Salmonì, l'ebreo di Auschwitz che ispirò Benigni

Corriere della sera

Scomparso a 91 anni uno degli ultimi sopravvissuti romani alla Shoah: «Alla fine ho sconfitto Hitler»
Dai suoi racconti nacque «La vita è bella»



ROMA - Fece «un lungo viaggio verso la morte», dal quale però alla fine riuscì a tornare. Uno dei pochi. Perciò per tutta la vita testimoniò quello che tutti gli altri non potevano più raccontare. E la sua storia ispirò Roberto Benigni per La vita è bella. Rubino Romeo Salmonì è morto sabato mattina a Roma. Aveva 91 anni ed era nato nella Capitale il 22 gennaio 1920.

SOPRAVVISSUTO ALLA SHOAH - Nel campo di sterminio arrivò che aveva 18 anni. Sfuggito alla razzia nazista del 16 ottobre del 1943 nel Ghetto di Roma, era stata la polizia fascista a catturarlo poi nell'aprile del 1944. Fu portato prima in Via Tasso e quindi a Regina Coeli. Da lì cominciò quello che lo stesso Salmonì definì il «lungo viaggio verso la morte», ovvero la deportazione a Fossoli e poi ad Auschwitz. «Ad Auschwitz non ero più Rubino Romeo Salmoni ma... l'ebreo A 15810 da eliminare...».

TESTIMONE - Lo raccontò quel viaggio tante volte. Nelle scuole soprattutto. Ricordi di quei giorni vissuti nel campo di sterminio assistendo alla morte di adulti e soprattutto bambini. E racconti agli studenti: « Tutte le mattine si vedevano dei poveri esseri attaccati alle reti con i fili ad alta tensione elettrica, erano stanchi di soffrire e si abbandonavano alla pietà di Dio per porre fine all'inferno di tutti i giorni alla fame, al freddo, alle sevizie dei Kapò alle selezioni diurne e notturne che duravano ore e ore sotto la neve che penetrava dentro le ossa prive di carne, anche l'appello diurno e serale era un modo per soffrire perché durava ore e ore e non veniva mai l'esatto numero per i morti durante la conta, e si ricominciava da capo, tra il freddo, la fame e la stanchezza, la paura di non farcela».

IL RITORNO A CASA - Romeo Salmonì però riuscì a tornare a casa. Uno dei pochi romani sopravvissuti ad Auschwitz-Dachau. Rimise piede a Roma alla fine di agosto del 1945. Nella Capitale ritrovò i genitori, ma non i fratelli Angelo e Davide, uccisi dai nazisti. Di quell'esperienza scrisse Ho ucciso Hitler, libro di testimonianze e ricordi presentato pochi mesi fa in occasione della Giornata della Memoria.

IL CORDOGLIO - Messaggi di cordoglio sono arrivati da molti rappresentanti del mondo politico e istituzionale. Ma Romeo Salmonì viene ricordato con affetto e gratitudine soprattutto dalla sua città. Il sindaco Alemanno lo definisce «un grande uomo con il suo coraggio e la sua forza è riuscito a salvarsi dall'inferno di Auschwitz-Birkenau. Romeo è stato un esempio per i giovani e per l'intera città». E il presidente della Provincia Nicola Zingaretti, che ha partecipato alla pubblicazione del suo libro, lo ringrazia: «Grazie ai suoi racconti, alla sua ironia e al suo libro Ho ucciso Hitler, molti ragazzi delle scuole hanno conosciuto la sua voglia di sopravvivenza, non finirò mai di ringraziarlo per il meraviglioso regalo che ci ha fatto, tramandando a tutti noi il suo atto di coraggio e la sua memoria».

«SONO ANCORA QUI» - Nei suoi incontri di racconti e testimonianze, Salmonì con orgoglio e soddisfazione concludeva: «Io sono ancora qui sano e salvo. Ho fatto i miei conti: sono uscito vivo dal Campo di sterminio di Auschwitz, ho una bella famiglia, ho festeggiato le nozze d'oro, ho 12 splendidi nipoti, credo di aver sconfitto il disegno di Hitler!»

Claudia Voltattorni
cvoltattorni@corriere.it
09 luglio 2011 16:45

Titanic, le immagini 3D riaprono il caso

Corriere della sera


Nel centenario dell'uscita dai cantieri, nuove rivelazioni per risolvere il mistero della nave affondata nel 1912



MILANO – Nel tribunale di Norfolk, Virginia, la scorsa settimana un giudice ha dovuto indossare gli occhialini per la vista a tre dimensioni. Doveva ispezionare alcune nuove e strabilianti prove fotografiche tridimensionali del relitto del Titanic, il cui mistero del naufragio è ancora irrisolto e che vede ancora in causa diverse parti. In aula si combatte per la vendita e i relativi guadagni delle memorabilia ritrovate a 3mila metri di profondità, dove qualche resto della nave da crociera ormai centenaria – pregiato e prezioso – ancora giace. E dove diverse navi e spedizioni si alternano per fare studi, raccogliere dati e cimeli. A 100 anni esatti dal varo del transatlantico, e a 99 dalla sfortunata crociera inaugurale, alcune immagini incredibili riaprono uno dei casi più discussi della storia mondiale.

SPEDIZIONE FOTOGRAFICA – L’ultima spedizione scientifica, datata agosto 2010, ha raccolto le immagini tridimensionali più dettagliate e di alta risoluzione mai scattate negli ultimi 26 anni, da quando cioè l’oceanografo Ballard localizzò il relitto più cercato della storia navale, al largo delle coste del Canada. Le foto, scattate da una macchina fotografica collocata su un robot-sottomarino spedito nei fondali, hanno documentato ogni singolo centimetro del relitto in fondo al mare e sono state anche ricostruite e riunite per fornire una mappa totale dei resti della nave in 3D.

I PARTICOLARI Alcuni scatti rivelano particolari emozionanti: uno di questi mostra nel dettaglio la vasca da bagno del comandante Edward J Smith, che si era imbarcato per quella che avrebbe dovuto essere l’ultima traversata prima della pensione. Altri scatti mostrano chiaramente le piccole gru usate per calare in acqua le scialuppe di salvataggio, che non furono riempite a pieno carico perché molti passeggeri non realizzarono fino in fondo la gravità della situazione. Oltre 1.500 turisti infatti rimasero a bordo e morirono risucchiati dall’acqua. E ancora, più interessante per i ricercatori tutt’oggi alle prese con i misteri del Titanic, altre immagini mostrano la sezione di prua della nave, dove, nella parte destra, è ben visibile lo squarcio responsabile del naufragio. La poppa della nave giace invece sul fondale a molte miglia di distanza.

CENTO ANNI DI MISTERI – A 100 anni esatti dal suo varo, avvenuto a Belfast ai cantieri Harland & Wolff (tuttora esistenti e attivi) il 31 maggio 1911, i misteri legati all’incidente della nave nel corso del suo viaggio inaugurale ancora non sono stati risolti. Gli studiosi continuano a interrogarsi sulle dinamiche dell’incidente avvenuto quell’aprile del 1912: come mai il comandante non credette all’allarme ricevuto e lanciò la nave diretta verso l’iceberg che l’avrebbe squarciata? E per quale motivo la compagnia White Star, proprietaria della nave e della sua gemella Olympic, non spedì sul luogo dell’incidente una nave di soccorso che navigava in zona? E ancora, per quale motivo la compagnia teneva nascosta la gemella Olympic in porto, quando il Titanic partì? Non fu forse la gemella a partire e affondare, scambiando rapidamente i due equipaggi in quella misteriosa notte prima della partenza da Southampton?

ANNIVERSARIO IN CROCIERA Mentre Belfast, in Irlanda, ha commemorato i cento anni dal varo un mese fa nel suo porto, l’Inghilterra e gli Stati Uniti si preparano a ricordare il centenario della crociera inaugurale la prossima primavera. L’evento è per pochi (le cabine costano anche 5mila dollari l’una) e soprattutto è riservato ai meno scaramantici. Gli itinerari commemorativi sono due: il primo, più breve, parte da Southampton ed è diretto verso i cantieri di Belfast; il secondo con porto di partenza New York prevede soste nel punto in cui il Titanic affondò, per poi approdare ad Halifax, in Canada, dove il Titanic non arrivò mai.

Eva Perasso
09 luglio 2011 16:05

Dentro Area 51, la base del mistero

Corriere della sera

Tra extraterrestri e guerra fredda: test atomici, voli sperimentali, collaudi di nuovi prototipi


Una delle immagini dell'autopsia di un alieno nella base supersegreta «Area 51» (archivio Corriere)
Una delle immagini dell'autopsia di un alieno nella base supersegreta 

 «Area 51» (archivio Corriere)

MILANO - Il nome di «Area 51» è ben noto a tutti gli appassionati di Ufo. È una base militare segreta nel Nevada, che sorge presso il letto di un antico lago salato, Groom Lake, distante 150 km da Las Vegas. Si dice che là siano stati trasportati i resti di un disco volante, comprese le salme dei suoi passeggeri alieni, precipitato a Roswell (New Mexico) nel luglio 1947. In effetti le versioni ufficiali delle autorità americane sulla vicenda non sono mai apparse del tutto convincenti. E sulle attività di Area 51 grava ancora una cappa di mistero. Ma non è detto che dietro ci sia una vicenda di contatti con gli extraterrestri.

DOCUMENTARIO - Il documentario «Inside Area 51», in onda domenica su National Geographic Channel (canale 403 di Sky, ore 21.10), punta piuttosto i riflettori sul lato nascosto della guerra fredda. Per la prima volta si confessano davanti alle telecamere piloti, tecnici, ufficiali e agenti segreti operanti nella base, tra cui l’ex comandante di Area 51, Hugh Slater, e l’ex vicedirettore della Cia, Albert Wheelon. Si parla di test atomici, voli sperimentali, collaudi di nuovi prototipi (dal famoso U2 al misterioso Oxcart) per lo spionaggio ad alta quota sull’Unione Sovietica. Venne sperimentato a Groom Lake anche un mezzo a quattro ruote poi usato dagli astronauti sulla luna. Realizzata con la consulenza di Annie Jacobsen, autrice del saggio investigativo «Area 51», uscito in maggio negli Stati Uniti e recensito dal New York Times, la trasmissione fornisce molte informazioni interessanti. Ma non pretende di dire una parola definitiva sugli enigmi di Groom Lake. Anzi termina con le dichiarazioni di due protagonisti che ammettono di aver rivelato «solo una parte della storia». Viene da pensare che abbiano taciuto proprio gli aspetti più intriganti. Che magari potrebbe davvero riguardare gli alieni.


Antonio Carioti
08 luglio 2011(ultima modifica: 09 luglio 2011 09:21)

L'Italia delle fortune dimenticate nel comò

La Stampa

Vecchi libretti bancari: c'è chi rivuole i soldi (con gli interessi)

PIERANGELO SAPEGNO


TORINO

Ci è passata sopra un po’ della nostra vita. Ma l’altro giorno il maresciallo dei carabinieri in pensione Virginio Oro, 80 anni portati abbastanza bene, rovistando nei cassetti della casa di suo papà a Castagnole di Paese, Treviso, ha ritrovato una vecchia carta ingiallita che neanche si ricordava più, un libretto di risparmio postale che suo padre aveva aperto nel 1943 e che tutti insieme avevano perso e dimenticato nel 1957, quando Humphrey Bogart era morto da dieci giorni e Arturo Toscanini da appena una settimana, mentre nasceva la 500, la macchina per tutti, velocità massima 85 chilometri all’ora.

In quell’Italia così rurale e così lontana, con gli schermi quasi bombati dei televisori, con tutte quelle strade vuote e le luci spente delle notti, il giovane carabiniere Virginio Oro aveva smarrito un libretto che aveva ancora 49.182 lire. Ha pensato di andare a chiedere gli interessi. E il suo avvocato, Lorenzo Amore, di Trento, gli ha fatto i calcoli: 8 milioni di euro. Sedici miliardi delle vecchie lire. Tutta la vita che è passata, tutta l’inflazione, tutte le crisi, tutta la prima e la seconda Repubblica, la nostra lenta e inesorabile esistenza nascosta dietro al tempo che scorreva con quel libretto di risparmi, vale alla fine questa cifra quasi assurda nella sua grandezza.

Bisognerà vedere adesso quanto certificherà il Tribunale di Trento. Ma nei meandri inspiegabili dei corsi monetari dovrebbe restare comunque una cifra importante, perché a dispetto di quelli che hanno consumato i loro averi restando a mani vuote, la ricchezza di quei conti sta proprio nel loro smarrimento, come le sorprese che capitano quando non ci pensi più. Così, è appena successo che un signore di Agrigento avesse ritrovato dopo 64 anni un libretto in cui aveva depositato 7000 lire nel 1947, quando il Grande Torino vinceva il suo terzo scudetto di fila e il segretario di Stato americano George Marshall annunciava un piano per la ricostruzione dell’Europa, e che oggi avessero quantificato quella cifra in un milione e 600 mila euro. Certo, 7000 lire allora non erano poche, ma riesce difficile credere che fossero così tante: la loro crescita è dovuta agli interessi accumulati, agli anni passati, come se fosse il tempo a valere più del danaro.

Sta di fatto che queste storie hanno già innescato effetti a catena. Angelo Peritore, 56 anni, originario di Licata, emigrato in Germania nel 1990, una vita da autista di autobus prima di ammalarsi e tornare a casa senza lavoro, è andato a portare il suo libretto di 4388 lire aperto presso la Cassa Centrale Vittorio Emanuele nel 1965, quando i Beatles facevano il loro primo concerto italiano al Vigorelli di Milano, mentre moriva Winston Churchill e Malcolm X veniva assassinato. Ha detto il signor Peritore che vuole anche lui rivolgersi a un legale per riavere il denaro che gli spetta. Ha detto così. «Non so a quanto ammontino ora i miei risparmi, ma ne ho bisogno e non ci rinuncerò». È il tempo che conta, è quello l’oro. Nel tempo che è passato, è scomparsa pure la sua vecchia banca dove aveva aperto il libretto di risparmi, assorbita negli anni dall’Unicredit. Ma nemmeno questo importa.

Anche una signora di Alessandria ha ritrovato i suoi vecchi risparmi e adesso vuole riavere indietro quel piccolo tesoro cresciuto nel tempo. Si chiama Flora Castellari, 50 anni, imprenditrice. Pure lei si è rivolta a uno studio legale. Aveva smarrito un deposito di 1500 lire che le avevano aperto quand’era nata. Dice che ne ha fatto stimare il valore e oggi chiede 400 mila euro, tramite una class action. Il suo avvocato, Marco Angelozzi, spiega che il calcolo del valore attuale «è stato fatto sommando i coefficienti di rivalutazione degli Anni Sessanta a oggi, gli interessi, e la capitalizzazione per 51 anni di giacenza in banca. L’abbiamo stimato per difetto in circa 400 mila euro. Il fatto è che per ora in Italia non esiste nessuna sentenza relativa a casi simili». E se la prima sentenza dovesse riguardare il maresciallo in pensione Virginio Oro sarebbero legnate terribili per tutti quelli che devono versare questi soldi.

Il signor Virginio era un ragazzino quando suo padre aveva deciso di depositare tutti i suoi risparmi su un libretto postale. Erano 150 mila lire dell’epoca, una bella somma. Erano diventati 49.182 il 24 gennaio del 1957, perché è quella la data in cui viene smarrito il libretto. In un Paese di risparmiatori come il nostro queste sono favole. Il 21 gennaio cominciava a Venezia il processo Montesi. Pochi giorni dopo la campionessa mondiale di ballo Anna Mariani veniva investita da un treno e perdeva tutt’e due le gambe. Federico Fellini vinceva l’Oscar con il film «La strada» e Umberto Agnelli comprava Omar Sivori dal River Plate, cambiando la storia della Juve e anche un po’ dell’Italia. Perché è tutto quello che è avvenuto dopo che vale un tesoro.





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Ora è reato penale danneggiare orsi, cicogne e piante protette

La Stampa

Danneggiare la natura protetta in Italia è reato penale. Non più solo contravvenzioni, quindi, per chi colpisce orsi, cicogne, linci e altri animali tutelati dalle leggi, ma anche piante rare inserite nelle liste rosse o habitat particolarmente vulnerabili ma sanzioni penali e responsabilità delle persone giuridiche. È arrivato infatti il via libera definitivo da parte del Consiglio dei Ministri di due decreti di recepimento di due direttive Europee, 2008/99 e 2009/123, che danno seguito all’obbligo imposto dall’Unione europea di «incriminare comportamenti fortemente pericolosi per l’ambiente».

Le associazioni ambientaliste, però, avanzano alcune critiche. Secondo Legambiente sono solo due le fattispecie incriminatorie introdotte, quindi (lo afferma il presidente Vittorio Cogliati Dezza) «si è persa l’occasione di intervenire adeguatamente e fornire una legge penale efficace a tutela dell’ambiente e della salute dei cittadini». Per il Wwf Italia (Massimiliano Rocco, responsabile specie), «spesso l’Italia ha ratificato norme nella sua completezza ma poi il tutto è stato vanificato nella loro applicazione».

Le norme approvate prevedono due nuove fattispecie di reato introdotte nel codice penale per sanzionare la condotta di chi uccide, distrugge, preleva o possiede, fuori dai casi consentiti, esemplari di specie animali o vegetali selvatiche protette e di chi distrugge o comunque deteriora in modo significativo un habitat all’interno di un sito protetto.

Nel mirino possono finire le escursioni «pericolose» per i nidi dell’Aquila del Bonelli in Sicilia o per l’Aquila reale, per fare solo un esempio. Per difendere il patrimonio naturale nel nostro Paese sono state create le "zone di protezione" (tra protocolli e convenzioni): 2.564 siti che ricoprono una superficie di 6.194.451 ettari, pari al 20,6% del territorio nazionale. Inoltre ci sono le 871 aree protette che occupano una superficie a terra di oltre 3 milioni di ettari (10,5% del territorio nazionale), quelle a mare sono 27 e coprono complessivamente 296.000 ettari. Le zone umide sono invece 53 e coprono oltre 59.000 ettari. Le specie protette sono oltre 58 mila per gli animali e 5.600 per le piante. Sono 266 le specie italiane che rischiano di sparire, riferisce il Wwf. Al top squali, razze, cetacei, uccelli palustri, pesci di fiume, tartarughe marine e fiori rarissimi.



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Haber: rovinato da un bacio ma ero posseduto da Otello

Corriere della sera

L'attore licenziato dopo la lite con Lucia Lavia sul palco: «Credo nel mio metodo, mi hanno linciato»




Alessandro Haber, 64 anni, e Lucia Lavia, 19
Alessandro Haber, 64 anni, e Lucia Lavia, 19
MILANO - Cacciato dall'Otello del Teatro Romano di Verona per una prova troppo realistica e focosa con Lucia Lavia, la sua Desdemona, Alessandro Haber dopo una settimana di angustie psicologiche replica all'incubo «per parlare al pubblico che chissà cosa pensa. I colleghi mi hanno già dimostrato solidarietà, ma sono una bestia ferita che ha dato al palcoscenico tutti i giorni della sua vita». Sanguigno, appassionato interprete di Bukowski e Craxi, Woyzeck e Pasolini, attore per Monicelli, Avati e altri, 45 anni di carriera, Haber dice che quell'incidente è da mettere in conto allo studio del personaggio: «Ci si concentra e immedesima, era la prima volta che provavamo col regista Garella l'ultima scena. Inizia con quattro baci come da copione: sulla guancia, uno schiaffetto, nei limiti. Poi Otello è montato dentro di me, quel nero col complesso di inferiorità verso il mondo civile, europeo, borghese, incredulo che quella ragazza lo voglia davvero sposare. E a un certo punto, irrazionalmente, mi è scappato un bacio vero ma niente di più e lei mi ha spinto a terra e poi gli schiaffi. Lo giuro, non avevo alcun altro fine se non trovare la chiave del ruolo. Ma si è scatenato l'inferno forse per la inesperienza della mia partner».

Tutti però dicono: lo sai com'è Haber... Ma com'è Haber? «Uno che vive solo per il suo lavoro, in teatro. Ogni personaggio nasce lentamente in me come un bambino che poi cammina, parla, diventa autonomo. Con Otello avevo problemi di memoria col copione perché volevo capire chi è davvero, trovare implicazioni nuove e così il suo essere animalesco mi ha posseduto. Non provavo piacere, Otello è un disperato ed io potevo avere davanti il Papa invece di Desdemona che era la stessa cosa. È un ruolo faticoso, ero stanco, avevo pensato di rinunciare. Poi mi hanno curato con la papaya come Wojtyla quando stava male, mi sono ripreso, iniziavo a divertirmi.

Ed ecco quella dannata prova col bacio, gli schiaffi, gli spintoni e poi certo la confusione, le parole che volano, come in teatro. Quante volte ho litigato con Carmelo Bene, che nella «Cena delle beffe» mi dava 70 schiaffi per sera, ma alla fine di nuovo amici. Se fosse tornata Lucia Lavia, la sera dopo ne avremmo riso a tavola. In «Platonov» baciavo tre donne, nessuna ha fatto tragedie. Ho recitato quattro ruoli gay baciando intensamente i miei partner, fa parte del gioco. Ho chiesto scusa subito davanti a tutti, ma si è alzato un pandemonio, Jago mi ha assalito e nonostante i miei tentativi di pace si è voluta linciare la mia onorata carriera. A questo massacro non ci sto perché sono innocente, ero dentro la strategia di attore e non pensavo alla signorina Lavia, inesperta, psicologicamente non pronta. Ma è stato tutto molto sproporzionato».

Umiliato e offeso («non una telefonata da Branciaroli che mi ha sostituito e che stimo molto»), Haber aveva un piano per il suo Moro: «Ognuno ha il suo metodo, chi se ne frega se Laurence Olivier diceva che basta recitare. Io ho il metodo Haber e pensavo nell'ultima scena di soffocarla e nello stesso tempo possederla - per finta, sia chiaro - come un epilettico fuori di sé che ha iniziato a regredire quando Jago inizia con la gelosia. Collegato al subconscio, mi sembrava un Otello moderno: non c'è solo un senso unico, ognuno trova la sua strada per arrivare». Lei come ha reagito dopo la denuncia di Lucia Lavia? «Ho mandato sms di scuse a tutti, spiegando che facevo il mio lavoro, certo sono esuberante, creativo e non ho regole ma dicono anche che sono persona dolce e leale. Ho fatto di tutto in scena, ma poi è il teatro stesso che con i suoi anticorpi razionalizza e stabilisce il limite da non superare». Maurizio Porro

09 luglio 2011 10:00



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Uccise il tassista che investì il cane Il pm chiede la condanna a 30 anni

La Stampa

L'accusa: omicidio volontario con crudeltà e per futili motivi.
La sentenza è attesa per giovedì

MILANO


Luca Massari, il tassista milanese picchiato a sangue solo per aver investito un cane e per essere sceso dalla macchina per scusarsi, è stato massacrato di botte da degli «assassini» che hanno messo in mostra tutta la loro «crudeltà» e «ferocia». Per questo uno di loro, Morris Ciavarella (quello che, secondo l’accusa, ha sferrato «gli ultimi due micidiali colpi») merita, per il pm di Milano Tiziana Siciliano, di essere condannato a 30 anni di carcere.

Il pubblico ministero, stamani, ha concluso il suo intervento, davanti al gup di Milano Stefania Donadeo, con una dura richiesta di condanna: pena base l’ergastolo, ridotta a 30 anni per lo sconto del rito abbreviato. Ciavarella, infatti, 31 anni, è stato l’unico dei tre aggressori a scegliere il rito alternativo. Gli altri due componenti di quello che gli investigatori hanno definito un vero e proprio «clan familiare» - la fidanzata di Ciavarella, Stefania Citterio e il fratello di lei, Pietro - hanno scelto, invece, il rito ordinario e il pm nei giorni scorsi ha insistito per il rinvio a giudizio.

Per tutti e tre e per un quarto imputato, accusato di favoreggiamento, a testimonianza di quel clima di omertà che si creò dopo il fatto di sangue, la decisione del gup è prevista per giovedì prossimo. Per il pm Siciliano, Ciavarella deve essere condannato per omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai futili motivi e con la stessa accusa gli altri due devono andare a processo in Corte d’Assise. Il magistrato, infatti, ha ricostruito davanti al giudice le «tre fasi» del brutale pestaggio, avvenuto il 10 ottobre scorso in via Ghini, in un quartiere ’difficilè alla periferia sud di Milano.


Stando alle indagini, Massari, 45 anni, investì inavvertitamente col suo taxi il cane della fidanzata di Pietro Citterio, che era senza guinzaglio. Scese per scusarsi ed la prima a picchiarlo ed insultarlo fu Stefania Citterio, 28 anni. Poi, secondo la ricostruzione del pm, arrivarono prima il fratello Pietro, 26 anni, e in seguito Ciavarella. Tutti e due lo avrebbero picchiato con violenza, mentre la giovane gli gridava in faccia «ti ammazzo». Il tutto accadeva davanti a molti testimoni che non aiutarono i poliziotti nelle indagini e chi parlò si ritrovò la macchina bruciata.

Fu Ciavarella, secondo l’accusa, a colpire con una ginocchiata in pieno volto il tassista e a spingerlo con violenza fino a buttarlo a terra. Sbattè la testa sul marciapiede, entrò in coma e morì un mese dopo, l’11 novembre scorso. «E caddi come corpo morto cade»: è un verso di Dante contenuto nell’Inferno e usato dal pm per spiegare al giudice che quando il tassista venne scaraventato a terra era ormai come un «corpo morto», già provato dalla «furia» del pestaggio.

Da qui la contestazione dell’omicidio volontario, mentre la difesa (l’avvocato Andrea Locatelli) ha chiesto la derubricazione in omicidio preterintenzionale, sostenendo che il giovane non voleva uccidere. Il legale ha chiesto anche la concessione delle attenuanti generiche perchè «è reo confesso e ha chiesto scusa», spiegando inoltre che Ciavarella arrivò sul posto per ultimo con l’intenzione di «difendere» la sua ragazza.



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Lodo Mondadori, una guerra legale lunga vent'anni

La Stampa

Accordi, retromarce e processi


Un risarcimento pesante come un macigno per Fininvest, nell'autunno del 2009, aveva fatto vincere alla Cir di Carlo De Benedetti il primo round della battaglia di una 'guerra' legale lunga vent'anni. A decretare l'esito, era stato il giudice Raimondo Mesiano, con tanto di indicazione di una cifra record: 750 milioni di euro. Un capitolo, questo, che si è aperto come conseguenza in sede civile di un procedimento penale finito nel 2007 con le condanne definitive, per corruzione in atti giudiziari, del giudice Vittorio Metta e degli avvocati Cesare Previti, Giovanni Acampora e Attilio Pacifico.

L'inchiesta avviata dalla procura di Milano aveva preso spunto nel pieno di Tangentopoli: un testimone aveva parlato di mazzette pagate dalla Fininvest ai giudici romani che nel 1991 avevano emesso sentenza d'appello sfavorevole a De Benedetti nelle cosiddetta "battaglia di Segrate".

Era quello l'anno in cui Berlusconi sembrava aver ripreso il controllo della Mondadori, perso 12 mesi prima, quando De Benedetti aveva ottenuto un lodo arbitrale che gli dava il 50,3% del capitale ordinario Mondadori. Gli arbitri avevano così deciso sulla controversia nata dopo che l'altro azionista di riferimento della casa editrice, la famiglia Formenton, nonostante la precedente 'promessa' di vendere le proprie quote a Cir, si era accordato con Berlusconi. Dopo alterne vicende, nell'aprile 2001 Fininvest e Cir-De Benedetti raggiungeranno un accordo che nella sostanza attribuisce la proprieta della "vecchia" Mondadori e di Panorama a Berlusconi, e quella dello scorporato gruppo Repubblica-Espresso a Cir-De Benedetti.

Le indagini meneghine ipotizzavano che la sentenza d'appello del 1991 fosse stato 'comprata', corrompendo il giudice Metta con almeno 400 milioni di lire provenienti dai conti esteri di Fininvest. Nel 2001 era seguito l'assoluzione per tutti, perchè "il fatto non sussiste", ma non era mancata l'impugnazione da parte della procura.

Mentre nel novembre dello stesso anno Silvio Berlusconi veniva prosciolto per prescrizione in modo irrevocabile, sei anni dopo sarebbe arrivato il bilancio finale per gli altri: le condanne definitive. Nell'aprile del 2004 si avvia la causa civile che il 3 ottobre del 2009 è arrivata al giudizio di primo grado. Cir "ha diritto", ha stabilito il giudice Mesiano, al risarcimento da parte di Fininvest "del danno patrimoniale da perdita di 'chance' di un giudizio imparziale". La cifra quantificata: 749 milioni 995 mila euro circa, da cui sono escluse le spese del giudizio e gli onorari, due milioni di euro circa.

Dopo il ricorso di Fininvest, la sentenza è rimasta 'congelata' fino all'appello con una fideiussione bancaria da 806 milioni di euro. Nel settembre 2010 intanto sono arrivate le