Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

mercoledì 20 aprile 2011

Il Madoff dei Parioli, spunta il tesoro 40 milioni nascosti alle Bahamas

Il Messaggero




valentina.errante@ilmessaggero.it

massimo.martinelli@ilmessaggero.it

Mercoledì 20 Aprile 2011 - 12:19    Ultimo aggiornamento: 13:04




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Wikileaks, trasferito Bradley Manning il militare che rischia il carcere a vita

La Stampa


Il soldato di 23 anni sospettato di aver fornito documenti segreti pubblicati dal sito web di Assange è in cella di isolamento da luglio



Bradley Manning, il soldato Usa sospettato di aver fornito a Wikileaks documenti segreti americani, sarà trasferito dalla prigione militare di Quantico, in Virginia, dove si trova dal luglio 2010, in un carcere del Kansas.

Le condizioni di detenzione del militare di 23 anni hanno suscitato forti critiche nei mesi scorsi. Dal luglio 2010, Manning è detenuto in una cella d`isolamento 23 ore su 24, privato di cuscini, lenzuola ed effetti personali. Può fare esercizi solo un'ora al giorno, e non all'aria aperta, ma in una stanza vuota. Manning è anche sottoposto al regime di «prevenzione da lesioni», sorvegliato a vista ogni cinque minuti e costretto a dormire su un letto di metallo, nonostante gli psichiatri dell`esercito abbiano giudicato tali misure non necessarie, e costretto a spogliarsi completamente, ogni sera.

L'avvocato del militare ha sporto denuncia, accusando le autorità militari incaricate del suo caso di aver abusato del loro potere discrezionale nel classificarlo come detenuto a rischio, cosa che permette ai secondini di controllarlo costantemente.

«In questa fase della vicenda, abbiamo ritenuto che il nuovo centro correttivo di Fort Leavenworth in Kansas fosse più adeguato per la detenzione provvisoria del soldato Manning», ha detto in conferenza stampa il consulente giuridico del Pentagono, Jeh Johnson, precisando che il trasferimento è «imminente». Johnson ha quindi sottolineato che la decisione sul trasferimento del militare non è stata adottata in conseguenza delle critiche, ribadendo che la detenzione di Manning ha rispettato le leggi.

Da parte sua, il colonnello Dawn Hilton, responsabile del carcere di Leavenworth, ha sottolineato come la prigione di Quantico non sia stata concepita per lunghe detenzioni, mentre quella di Leavenworth, con medici e psicologi a domicilio consente di assistere meglio detenuti come Bradley Manning. Nel carcere del Kansas, Manning potrà ricevere visite. Il militare rischia la prigione a vita.




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Pozzuoli, discarica abusiva di rifiuti sopra mausoleo romano del II secolo d.C.

Il Mattino


POZZUOLI - Un mausoleo di epoca romana, risalente al II secolo d.C., con resti di decorazioni e stucchi, completamente sotterrato da una discarica di rifiuti speciali, è stato scoperto dalla Guardia di Finanza di Napoli a Pozzuoli. Il ritrovamento è avvenuto durante il sequestro di un' area di 1.700 metri quadrati, in via Arco Felice vecchio, dove erano stati illegalmente depositati 58 tonnellate di rifiuti speciali. Gran parte dei rifiuti era stata occultata all'interno di alcuni ruderi presenti nell'area uno dei quali di interesse storico-culturale, denominato «Torre Poerio» e risalente al XVII secolo. Nel corso delle operazioni, le Fiamme Gialle si sono accorte che una porzione di un casolare era stata deliberatamente fatta crollare allo scopo di occultare altri rifiuti.

I militari, con una pala meccanica, hanno rimosso il materiale di risulta provocato dal crollo e hanno scoperto l'ingresso di un cunicolo sotterraneo, delimitato da travi in marmo. Con l'assistenza della soprintendenza ai beni archeologici di Cuma è stato ritrovato un mausoleo con resti di decorazioni e stucchi dove, erano stati scaricati anche altri rifiuti speciali. L'area è stata sequestrata ed il proprietario e l'occupante sono stati denunciati per violazione delle norme ambientali e di tutela del patrimonio archeologico nazionale.



Mercoledì 20 Aprile 2011 - 10:01    Ultimo aggiornamento: 11:08



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Brooklyn: segue la vittima in ascensore e poi lo uccide, ripreso da telecamera

Il Mattino


Un video drammatico che mostra la barbara esecuzione di un diciottenne, lo scorso weekend a New York, nel famigerato quartiere di Brownsville a Brooklyn. Nelle immagini, riprese da una telecamera a circuito chiuso, si intravede Andre Pitts, che viene seguito all'interno di un'abitazione da un giovane di colore dell'età apparente di vent'anni. Quest'ultimo, appena la vittima esce dall'ascensore, estrae la pistola in corridoio ed esplode alcuni colpi di pistola che raggiungono Pitts al torace. La morte poco dopo al Broksdale Hospital. Nel video diffuso dagli investigatori, non manca una parte girata in esterno che mostra l'assassino che si allontana dalla palazzina a volto scoperto. La polizia newyorchese lo sta cercando e spera che le immagini diffuse sul web possano contribuire alla sua identificazione rapida.



Mercoledì 20 Aprile 2011 - 11:59



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Tsunami, ecco com'è la fine del mondo

Corriere della sera

Giappone, l'instant-documentario prodotto dalla Pioneer

MILANO - Il terremoto in Giappone? E’ più di un dramma in diretta, è già un documentario pronto per la messa in onda. Japan’s Tsunami: How it Happened è infatti il titolo dell’approfondimento realizzato in meno di due settimane dalla casa di produzione inglese Pioneer Productions. In onda su Channel 4 UK e su Nova USA, distribuito a livello internazionale dalla Mentorn, questo istant doc è stato già venduto in diversi paesi. La Pioneer non è nuova a questo tipo di prodotti che abbinano scienza, effetti speciali, dramma umano. E soprattutto, vogliono battere tutti sul tempo.




INSTANT DOC - La casa di produzione si era infatti già dedicata al terremoto haitiano, ai minatori cileni, al vulcano islandese. Adesso tocca allo tsunami giapponese. A capo della Pioneer c’è il fondatore Stuart Carter, che vanta un dottorato in Scienze della Terra all’Università di Oxford e una collaborazione con la Columbia University di New York. Ha lavorato diversi anni alla BBC come produttore di documentari scientifici, e successivamente ha collaborato con ITV e C4. Ma come è stato possibile realizzare un documentario in sole due settimane? Richard Burke-Ward, uno dei produttori del programma, spiega la strategia vincente della Pioneer: «Volevamo spiegare la scienza dietro lo tsunami, e ovviamente anche le sue conseguenze sul piano umano. Abbiamo trovato i giusti esperti, e testimoni capaci di mostrarci sul campo l’entità del disastro. Normalmente, un documentario di 50 minuti necessita 5 mesi di lavoro, ma è realizzato con un regista, una troupe, un ricercatore, un editor. Noi utilizziamo molte più persone e attrezzature in contemporanea. Abbiamo un team che ricerca le immagini e un altro che consulta gli esperti. E poi 5 produttori, 3 editor e 4 troupe. Si lavora senza soste tutto il giorno».


EMPATIA E SOLLIEVO - Lo scopo è arrivare primi, certo. E mostrare con dovizia di particolari scientifici come l’evento si è generato. Naturalmente, si tratta di documentari dal forte impatto emotivo, non solo per la tragedia che raccontano, ma perché trasmessi spesso a pochi mesi dalla catastrofe. La fredda scienza si applica a un fatto ancora caldo, già entrato nelle case di tutti gli spettatori grazie alla televisione. Ma le trasmissioni in diretta, i video amatoriali, le immagini reali non bastano. Il pubblico vuole vedere ri-mettere in scena la catastrofe: «Siamo affascinati da ciò che va al di là della nostra comune esperienza, e siamo empaticamente attratti dalle tragedia umane, dal dolore altrui. Vogliamo sentirci connessi - spiega Burke-Ward - Allo stesso tempo siamo curiosi di sapere come si sono svolti i fatti. Abbiamo l’urgenza di capire e di re-immaginare quanto accaduto come se fossimo stati lì. Vogliamo dare un senso a ciò che ci circonda. La verità, inoltre, è che mentre guardiamo, ci sentiamo sollevati e un poco colpevoli». Ecco cosa c’è dietro il successo di un instant doc: empatia, curiosità, urgenza di trovare un senso. E la possibilità di osservare di nuovo l’altrui naufragio al sicuro sul proprio divano.

Stefania Carini
20 aprile 2011

L’uomo che non vuole arrendersi al futuro

di Luciano Gulli

Negli anni ’70 il signor Mivar vendeva 600mila televisori l’anno e fatturava 250 miliardi di lire. Dopo lo stop di Philips è rimasto l’unico europeo a produrli e ogni apparecchio gli fa perdere 150 euro: "Ma resisto perché questa è la mia vita"



La volta scorsa, e son già passati quasi diciassette anni, ci rimisi solo un po' di amor proprio. «Tempo! Ritmo! Risparmio!» mi aggredì il Vichi filando come un cacciatorpediniere tra i banchi in ferro della gran fabbrica che ancora rosseggia nel verde della campagna di Abbiategrasso. «Tempo! Ritmo! Risparmio!», mi intimò mescolando furiosamente lo zucchero in fondo al bicchierino del mio caffè, dopo essersi impadronito con la forza del mio bastoncello di plastica. Oggi il bastoncello del caffè se lo passano in tre: lui, sua moglie Annamaria e la figlia Luisa, che gli danno una mano in fabbrica. «L'ultimo lo ciuccia», sentenzia seria la signora Annamaria.
«Il tempo vola se non è vissuto pienamente», blaterava Carlo giganteggiando dal basso del suo metro e settanta e fumando dalle narici. «Guardi i bambini! Da un Natale all'altro gli pare che passi un'eternità. Sa perché? Glielo dico io: perché riempiono le loro giornate di mille faccende. Stia in guardia, giornalista, non sprechi tempo! E via quell'aria da addormentato!».

Stavolta, insieme con un altro po' di amor proprio, ci ho rimesso anche qualche sopracciglio, di quelli che stanno in mezzo tra i due. Parendogli del tutto superflui (io però ci ero affezionato) ha allungato a bruciapelo una delle sue manone da fabbro, me li ha pinzati tra pollice e indice e STRAP!
Però alla fine, salutandoci, ci siamo scambiati un bel po' di pacche sulle spalle e di sorrisi, e di arrivederci, finchè lui non si è riassunto tutto in un attenti! e mi ha urlato: «Saluto al Duce!»

E io, di rimando: «A noi!». Ma così, per ridere. Mentre invece lui, che ancora inalbera sotto l'ultimo bottone della camicia chiusa al colletto una spilla che riproduce un fascio («repubblicano, non littorio: la prego di non scrivere fesserie») fremeva fin nell'intimo, essendo il suo intimo quello di un fascista al quale la definizione di fascista va un po' stretta. «Vuol mettere la statura di un Hitler?» si era commosso un momento fa squadernandomi sotto il naso un bell'album della Kriegsmarine del Terzo Reich.
Carlo Vichi, dunque. Ottantotto anni, ma come se ne avesse ancora i settantuno del '94. Stesso maglioncino da bancarella, stessa camicia nocciola da quattro soldi, i capelli bianchi che sembrano usciti dagli ingranaggi di una scala mobile, stessa aria da trappista lieto di essere sul pianeta. E stessa carica al fulmicotone. Con questa differenza: che allora la sua Mivar (Milano Vichi Apparecchi Radio) aveva 550 dipendenti, vendeva seicentomila televisori l'anno, fatturava 250 miliardi di lire e deteneva il 20 per cento del mercato.

Oggi, dalla vecchia sede della Mivar, di televisori ne escono 150 al giorno, quando va bene. Componentistica cinese, prevalentemente, schermi piatti a cristalli liquidi. E settanta i dipendenti. Ma il Carletto non molla, e così, ora che anche la Philips ha gettato la spugna, lui è rimasto l'unico fabbricante europeo di televisori. Ogni volta che vende un apparecchio ci rimette un bel 150 euro, ma a lui sta bene così, anche se alla fine dell'anno la perdita secca si aggira sul milione di euro. Possibile? Possibile. I soldi son suoi.
Mai chiesto un euro alle banche. Dunque anni di cassa integrazione, di ristrettezze, di falcidie nei ranghi, di ritirate su ogni fronte strategico. E tutto questo per un errore che sembrava da nulla, all'inizio: avere investito sul tubo catodico anziché sullo schermo piatto. Per dire: l'ultimo televisore a tubo catodico uscì dallo stabilimento di Abbiategrasso a metà giugno del 2008, tre mesi dopo che la Sony aveva licenziato l'ultimo esemplare del mitico Trinitron. Nel frattempo tutta la componentistica (tranne i telecomandi e qualche altre scemata) si radicava nelle fabbriche asiatiche, e nel cielo della Mivar si scatenava l'altra grande mazzata: quella del digitale terrestre, che impose televisori col decoder incorporato.
Carlo Vichi riassume così: «Resisto per puntiglio, perché questa è la mia vita, perché la Mivar è la mia opera. Siamo come nella Repubblica di Salò, ma non faremo la stessa fine. E io, che pur essendo violentemente ateo credo in un mondo spirituale, voglio presentarmi con la coscienza in ordine. Restituisco oggi quello che ho avuto negli anni buoni. Ma stia attento a dire che la Mivar naviga in cattive acque. In cattive acque ci naviga lei, casomai!»

Però che tristezza, e che malinconia, fra la ventina di operai che si baloccano con un 32 pollici che se ne viene lemme lemme giù per una breve catena di montaggio fino alle mani esperte della signora Fausta, al banco del collaudo. Sembra di essere in un capannone industriale della Dresda anteguerra, prima dei bombardamenti. Lui però, il Vichi, toscano di Montieri, in Maremma, non se ne dà per inteso. All'inizio degli anni Novanta spese 100 miliardi di lire per mettere in piedi la nuova, mirabolante sede della Mivar.

Contava di sfornare due milioni di pezzi all'anno. É finita che in quello stabilimento non ci sono mai andati. Ma lui è rimasto quello di prima: una specie di capitano Achab in guerra con la balena bianca della modernità che ha gli occhi a mandorla, i cristalli liquidi, la pelle gialla e giorno dopo giorno gli sta fracassando la chiglia del bastimento. Lui è lì, tra i marosi, impassibile. Fra scoppi di collera e di allegria.

Mentre mi parla, seduto alla sua solita scrivania (un nudo bancone di ferro da tipografo col piano di gomma nero piantato in mezzo al capannone centrale della sua fabbrica) gli occhi gli scivolano su un armadietto che sta alla sua sinistra. Già, ecco la vecchia foto del Duce e di Claretta Petacci appesi a testa in giù a piazzale Loreto. Accanto, una frase contundente di Mussolini: «O si riesce a dare una unità alla politica e alla vita europea, o l'asse della storia mondiale si sposterà definitivamente oltre Atlantico, e l'Europa non avrà che una parte secondaria nella storia umana». «Eh?» dicono gli occhi di Vichi, cercando approvazione. 
Il despota intrattabile, il bieco fascista, l'ultimo mohicano della Tv europea, il maremmano incazzoso e ardente è stato un tiranno amato dai suoi dipendenti. Se gli parlate di Statuto dei lavoratori vi metterà le mani al collo. Ma è lo stesso Vichi che per i suoi operai, nel nuovo stabilimento, aveva progettato di tenere metà dell'area a bosco, perché le auto dei suoi ragazzi stessero al fresco, d'estate; e poi una mensa coi fiocchi, e gli ambienti condizionati... «La gente scatterà dal letto al mattino per il piacere di venire a lavorare da me», sognava. Sì, le cose sono andate diversamente. E tuttavia: tanto di cappello, signor Vichi.




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Cavour ultimo atto l'inferno può attendere

La Stampa







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Cuba, Oswaldo Payá: "Nessuna apertura dal Congreso del PCC"

La Stampa






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Lo strano caso dei calciatori-invalidi

La Stampa






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Napoli, i Templari e la Pietrasanta «Cercavamo quei simboli da secoli»

Il Mattino







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Quei giudici politici creati dalla sinistra

Il Tempo


Francesco Cossiga nel 2003 ipotizzava una legge che anticipava quella voluta oggi dal Pdl. Ecco come il presidente immaginava la riforma della giustizia "utopica" a causa della sinistra.

Francesco Cossiga Pubblichiamo uno stralcio del libro «Discorso sulla giustizia, poteri e usurpazioni» edito da Liberilibri nel 2003. Il pamphlet raccoglie alcuni fra i meno noti ma più significativi scritti di Francesco Cossiga in tema di giustizia. Ci sono anche altri interventi che l’ex presidente della Repubblica ha svolto in Parlamento, ma che non hanno avuto diffusione al di fuori degli addetti ai lavori. Analisi, interrogativi, sollecitazioni e proposte che costituiscono un ricco materiale di riflessione su punti nevralgici della questione-giustizia.


Vi sono casi nei quali quella che può sembrare una utopia è l’unica saggia realtà che però assurde condizioni politiche e preconcetti ideologici, coniugati talvolta in forma di aperte menzogne o di inconsapevoli ignoranze, non permettono di realizzare. Così è per la riforma della giustizia nel nostro Paese. E qui voglio delineare i contorni di una «riforma utopica», che sarebbe però l’unica riforma vera se fosse possibile! Anzitutto, perché non è possibile?

Non è possibile perché, contro la vocazione storica e ideologica della sinistra in tutta Europa, in Italia la sinistra è ancora giustizialista e poliziesca. E questo per due motivi: perché, non essendovi stata per cinquant'anni la possibilità di una alternanza democratica, anzi neanche di una legittimazione democratica della sinistra, per motivi internazionali (l'America, l'Alleanza atlantica, la Chiesa Cattolica, la Comunità Europea e così via) e per motivi interni (ancora una volta la Santa Sede, quale organo supremo della Chiesa Cattolica, che ha visto nella esclusione dei comunisti la prima diga contro l'egemonia sovietica, che avrebbe limitato non solo l'indipendenza e l'autonomia dello Stato italiano, cosa che alla Santa Sede in realtà poco importava, ma per essere la sua sede un enclave del territorio italiano), non poteva non difendere ad oltranza l'indipendenza del nostro Paese come condizione della propria; e poi in più essere diventata la Democrazia Cristiana, da partito riformista secondo il progetto di Don Sturzo, il partito di raccolta anticomunista, e quindi di fatto il partito anche degli afascisti e dei postfascisti e non solo dei democratici antifascisti.

La sinistra dunque da un lato ha cercato di aprirsi una strada giudiziaria al socialismo, organizzando in fazione parte della magistratura; e dall'altro ha ricercato una sua legittimazione repubblicana, interna e internazionale, più che nel largo consenso che otteneva da operai, pensionati, artigiani e contadini, nella lotta frontale con la temuta sovversione di sinistra, sia in forme di estrema collaborazione poliziesca con gli organi dello Stato, sia avallando quella legislazione di eccezione, che perdurò anche nel tempo, a motivo del fatto che la magistratura comprese ben presto che attraverso essa sarebbe diventata almeno in parte un potere politico.

Legislazione e prassi giudiziaria d'emergenza che fu fondante di una cultura, il giustizialismo, che peraltro aveva già antiche radici ideologiche nel giacobinismo di certa borghesia italiana – ad esempio quella azionista – e nella tradizione leninista- stalinista del Pci. La sinistra non riesce a liberarsi né di questa cultura giustizialista, dopo esserne stata sacerdotessa tra i suoi elettori, né dell'alleanza con l'ala «militante» della magistratura, di cui non dovrebbe accettare il potere politico, ma il cui potere politico invece accetta perché essa ha qualche interesse politico coincidente con alcuni dei propri. E la riforma della giustizia in senso utopico, l'unica efficace, è oggettivamente ostacolata anche dalla destra, e anche questa volta per due ordini di motivi: componente essenziale di essa è un partito storicamente postfascista ma culturalmente reazionario e fascista, nel senso del suo ricollegarsi all'unica filosofia che la destra italiana abbia mai avuto, e cioè l'idealismo totalitario alla Giovanni Gentile.

Il mito dello Stato quale soggetto etico, e della legge dello Stato non quale «convenzione democratica» ma quale «legge morale». Inoltre, quello che dovrebbe essere centro-destra democratico è soprattutto interessato alla soluzione, comunque, di casi particolari, ed è stato fraudolentemente convinto che l'abbandono del suo progetto iniziale di riforme e la sostituzione di esse con abborracciamenti di leggi «su misura» possa essere il «prezzo di scambio», per l'esercizio di altissime influenze costituzionali, che possano muovere a pietà o a indulgenza giudici o magistrati militanti! Quanto quindi verrò esponendo fa parte di una «utopia» che però sarebbe l'unica «efficace realtà», e che io ormai ho affidato non alla speranza ma soltanto ad un desolato sogno!

Quali quindi i punti essenziali di una effettiva riforma, che serva a instaurare finalmente uno Stato di diritto che l'Italia, tra liberalismo di origine idealista, fascismo di origine hegeliana autoritaria, cattolicesimo politico per sua natura proclive ad una concezione inquisitoria della giustizia e una cultura comunista basata sull'«è come dovrebbe essere» (e quindi al fine di un tipo di processo che non sia dramma ricostruttivo della storia, ma finzione scenica sostitutiva di essa), e che nel diritto e nel processo che di esso è il momento vivente ha sempre visto – dal Terrore giacobino a quello stalinista, eventi terribili ma grandiosi rispetto alla modestia e meschinità di «Milano», «Palermo» e «Perugia» – lo strumento per la realizzazione di fini politici di classe e di partito, pur sempre non ha mai conosciuto?

Anzitutto occorrerebbero riforme che portassero alla realizzazione di un vero e proprio processo accusatorio, con una effettiva terzietà del giudice e una effettiva parità tra le parti, sia private che pubbliche. Ma questo processo accusatorio ha il suo ineliminabile presupposto in una concezione del pubblico ministero come parte pubblica e cioè come organo amministrativo dello Stato, titolare – come nella concezione di common law – del potere di accusa e quindi del potere di promozione dell'azione penale, quale forma particolare e concreta d'esercizio della funzione di esecuzione che è quindi compito del potere esecutivo.

E questo pubblico ministero quindi non può che essere responsabile secondo quella che è la responsabilità propria del potere esecutivo. Da ciò deriva non solo la necessaria inderogabilità della divisione delle carriere dei giudici da quelle dei pubblici ministeri, ma l'organizzazione del pubblico ministero secondo principî di unità, impersonalità e indivisibilità e secondo un principio di gerarchia, che non porta necessariamente alla subordinazione di esso al Governo – come nella maggior parte degli Stati moderni – ma almeno della sua costruzione con un vertice, la cui nomina spetti o sia approvata dal Parlamento e che verso il Parlamento sia responsabile, almeno per le linee generali della politica giudiziaria, nel suo aspetto esecutivo di realizzazione della pretesa punitiva dello Stato.

Altro presupposto del processo accusatorio è quello della non obbligatorietà dell'azione penale, non soltanto per motivi ideologici e di principio, ma soprattutto per motivi di realismo giudiziario e di prevalenza anche solo eventuale degli interessi supremi dello Stato rispetto alla soddisfazione della pretesa punitiva. La obbligatorietà dell'azione penale, specie nella concezione infatti della legittimazione diffusa all'esercizio di essa, fa sì che l'esercizio dell'azione penale stessa, di fronte alla moltitudine dei reati portati a sua conoscenza, diventi di fatto discrezionale e di una discrezionalità cui non corrisponde alcuna responsabilità da parte dell'ultimo «ragazzino» addetto ad un ufficio del pubblico ministero! Vi sono inoltre dei casi in cui gli interessi internazionali dello Stato richiedono che l'azione penale non sia esercitata o non sia comunque soddisfatto l'interesse alla soddisfazione della pretesa punitiva dello Stato.

Ciò è accaduto in via di fatto anche nell'attuale sistema in relazione alle leggi!: basti pensare alla consegna clandestina di terroristi arabi, posti in libertà provvisoria dal giudice istruttore e fatti «evadere» dal Governo tramite il nostro servizio segreto e consegnati nell'isola di Malta alle organizzazioni palestinesi come pegno di buona volontà, in cambio dell'impegno al non svolgimento di azioni terroristiche sul territorio nazionale. O, altro caso, la mancata esecuzione del mandato di cattura emesso da un giudice veneto contro Arafat che venne sottratto durante la cerimonia per le esequie di Enrico Berlinguer, prima da me attraverso l'asilo prestatogli nel mio alloggio di Presidente del Senato a Palazzo Giustiniani e poi dalla protezione accordatagli, con una robusta scorta di elementi dei reparti speciali della Polizia di Stato e dell'Arma dei Carabinieri.

Quando gli ufficiali di Polizia giudiziaria incaricati dell'esecuzione del mandato finalmente individuarono il luogo dove si trovava Arafat, e cioè l'aeroporto militare di Ciampino, quando essi vi giunsero, l'aereo privato egiziano che lo trasportava guarda caso era già decollato! Le utopiche riforme sopra delineate sono copiate dagli ordinamenti in vigore negli Stati Uniti a livello federale e statale, in Canada a livello federale e provinciale, in Irlanda, nel Regno Unito, nel Portogallo, in Spagna, nei Paesi del Benelux, in Svizzera a livello confederale e cantonale, nella Repubblica Federale di Germania a livello federale e statale, e così via. In Francia non vige la separazione delle carriere: ma i magistrati che accettano di essere inquadrati negli organi del pubblico ministero vedono sospese le garanzie specifiche dei magistrati e sono sottoposti allo statuto generale degli impiegati civili dello Stato, anche sotto il profilo disciplinare, dipendendo gerarchicamente dal Ministro della giustizia.

Questo può loro impartire istruzioni e ordini scritti, anche riguardo alla promozione o al ritiro dell'azione penale, il cui esercizio non è naturalmente obbligatorio, come non lo è naturalmente in nessuno degli altri paesi sopra indicati. Altro elemento di una riforma utopica dovrebbe essere la deburocratizzazione della magistratura, ancora governata da un regime di tipo impiegatizio, alla prussiana, basato sui cosiddetti «pubblici concorsi», con forti elementi di cooptazione familiare, di casta e di correnti e proprio dei regimi monarchici assolutisti e dei regimi autoritari o anche solo semi-autoritari; deburocratizzazione da realizzare mediante un più ampio e qualificato accesso alla magistratura (da «arruolare» solo tra avvocati, notai, funzionari di polizia, ufficiali dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, professori di diritto, funzionari di prefettura etc.), con una successiva formazione specifica in apposite scuole, con la non promovibilità dei magistrati stessi (il magistrato è nominato a quel posto e, salvo altra nomina, in esso permane per la vita, come è appunto nell'ordinamento giudiziario inglese, salvo la progressione della carriera economica per anzianità) e comunque per una ulteriore «nomina» e non «promozione» a più alte funzioni, con una preventiva e severa valutazione di merito.

Necessaria è poi la esclusione dall'esercizio di qualunque funzione politica e di sovraordinazione a qualunque titolo su giudici e su pubblici ministeri da parte del Consiglio superiore della magistratura, organo che secondo la Costituzione è di sola alta amministrazione, e quindi da riportare alla sua posizione e natura di organo non costituzionale, ma solo, e forse, di sola cosiddetta rilevanza costituzionale, come stabilito dalla Costituzione, poi «violata» dalla legge ordinaria di applicazione, che gli conferì improprie funzioni ulteriori. La riforma deve essere incentivata nel rafforzamento massimo delle garanzie di indipendenza dei singoli giudici, che come organi singoli e non come corpo sono investiti dalla Costituzione della funzione giurisdizionale: e questo anche sotto il profilo di una tipizzazione legislativa degli illeciti disciplinari dei magistrati, al fine di sottrarli all'arbitrio della determinazione caso per caso da parte del Consiglio superiore della magistratura di ciò che sia «lecito» e di ciò che sia «illecito», e quindi mediante la creazione di una vera e propria giurisdizione disciplinare distinta dal Csm, imparziale e non dominata quindi dalla logica del baratto tra le correnti, eventualmente attribuita ad un organo eletto ad hoc da magistrati e Parlamento o, ancor meglio, costituito mediante estrazione a sorte.

Il metodo di scelta di alcune delicate cariche pubbliche mediante estrazione a sorte, antichissimo e familiare a grandi democrazie come quella greca e come la Repubblica di Venezia (vedi ad esempio l'ufficio degli eliasti, dei buleuti, degli arconti, degli eutynoi), è forse l'unico capace di scongiurare la piaga della politicizzazione del magistrato e quindi della parzialità del giudizio. Ma tutto questo è al massimo un sogno, e neanche una utopia! Preliminare a ciò (e questa riforma potrebbe essere non relegata nel sogno e neanche utopica, ma almeno possibile) è la netta separazione tra pubblico ministero e giudice da una parte e Polizia giudiziaria dall'altra, attribuendosi ai primi la possibilità di diretta utilizzazione, ma senza rapporto di dipendenza, della Polizia giudiziaria medesima a cui, e non ai pubblici ministeri e ai giudici, spetterebbe la «scoperta» dei reati e la raccolta delle prove, salvo il potere del pubblico ministero di dettare indirizzi o di valutare l'opera della Polizia giudiziaria ai fini di una utile promozione dell'azione penale, con la facoltà quindi di disporre una ulteriore prosecuzione delle indagini ad integrazione delle prove.

E ciò per evitare i «fallimenti» dei pubblici ministeri che, per essere esperti di diritto romano e civile, non per questo sono per loro natura esperti delle indagini; e per evitare quella progressiva deprofessionalizzazione della Polizia giudiziaria che è uno dei pericoli che incombono nel momento presente e ancora più in una futura prospettiva. E vorrei concludere, invitando chi legge a riflettere su una considerazione di fondo che ho maturato nel corso della mia lunga partecipazione alla vita del nostro Paese, come semplice cittadino, come studioso di diritto, come parlamentare, come ministro, come Presidente del Senato, come Presidente del Consiglio, come Presidente della Repubblica, e infine come senatore a vita.

Ebbene, queste esperienze mi hanno insegnato almeno tre cose: che quello della giustizia è il più grave dei problemi del nostro Paese; che il problema della giustizia, ancor prima che giuridico, tecnico e politico, è un problema di ordine culturale, e direi addirittura di etica pubblica è un problema che attiene alla coscienza, al senso di dignità del cittadino, al suo amore per la libertà; che il principale ostacolo alla soluzione di questo problema è la pervicace ostinazione di una parte dei magistrati nel concepire il proprio ufficio non come servizio, ma come potere. Il mio auspicio è che quella parte dei magistrati non politicizzati, non affetti da protagonismo o da delirio di onnipotenza – e che costituisce fortunatamente io credo, o almeno spero!, la maggioranza della magistratura –, si desti dal suo acquiescente torpore, dando il suo leale contributo al legislatore per realizzare quella indilazionabile riforma che renda l'apparato giudiziario non nemico ma presidio delle libertà.


Francesco Cossiga
20/04/2011




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Marisa Laurito compie 60 anni «Da Eduardo ad Arbore grandi incontri»

Il Mattino


di Luciano Giannini
NAPOLI - «L’età non esiste. È solo un tempo che ci diamo noi. Io, per esempio, mi sono fermata a 28, 29 anni. L’entusiasmo che ho di vivere, di rischiare, di usare cose moderne mi fanno restare giovane». Eccola Marisa Laurito nella freschezza dei suoi 60 anni, che compie oggi: «Cuspide Ariete-Toro, ascendente Capricorno. Ma non parlo del mio compleanno».

Della carriera sì?
«Certo, l’anno prossimo festeggerò i 40 anni. Cominciai con Eduardo De Filippo nelle “Bugie con le gambe lunghe”. Firmai il contratto nel giorno del ventunesimo compleanno. Non prima. Papà e mamma volevano che facessi la maestra e mi sposassi. Ero ormai famosa e mio padre mi diceva: ”Quando la smetti di fare ’sta vita da zingara e ti riposi un poco?”».



Eduardo che cosa le ha insegnato?
«Professionalità e dedizione. Gli devo molto, anche se lui non vedeva altro che il suo lavoro; io sono distratta dalla vita, dall’amore, dalla passione per i viaggi, per la cucina. Ma ho avuto tanti altri incontri fortunati».

Per esempio?
«Devo molto a Tato Russo, che mi chiamò per sostituire Rosa Fumetto in ”Cafè chantant”. Là mi vide Pingitore e mi volle al Bagaglino. Ringrazio Corbucci, che mi portò sul set della ”Mazzetta” con Manfredi e Tognazzi. Là conobbi Luciano De Crescenzo, che era lo sceneggiatore. E grazie a lui riuscii a entrare nell’entourage di Renzo Arbore».

Ecco, parliamo di Arbore.
«Al principio si cazzeggiava, poi lui mi dette fiducia e arrivarono “Quelli della notte”, “Marisa la Nuit”, “Meno siamo e meglio stiamo”. Meraviglioso. Ma non è finita...».

In che senso?
«Voglio dire che la vita, come lo spettacolo, è fatta di tanti incontri: Nanni Loy, Boncompagni, Steno, Celentano...».



Con lui fu a «Fantastico 8», nel 1987.
«Rivoluzionario, passato alla storia della tv... altri tempi».

Chi è Celentano?
«Un artista vero, fortunatamente folle, puro. Ah, poi c’è Banderas. Con lui girai il film ”Terre nuove” nel ‘91».

Se ne innamorò?
«Un ragazzo spiritoso, carino, gli piacevano le donne. Una valeva l’altra... ma no, non m’innamorai di lui».

Di quali scelte si è pentita?
«Non di tante, ma di una sì. Nell’88 presentai una “Domenica in” di successo. L’anno dopo mi chiesero di rifarla e io dissi no. Pensavo che dalla fama ogni tanto bisognasse fuggire. Il contrario di oggi, ma noi avevamo un’altra mentalità. Se fossi rimasta, avrei costruito un’isola felice per fare altre belle cose in tv».