Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

lunedì 14 marzo 2011

San Giorgio, Pdl-Sel contro la piazza: «Vittorio Emanuele II fu un criminale»

Corriere del Mezzogiorno


Crociata di berluscones e vendoliani sulla toponomastica
cittadina: via il nome del re dalla piazza del Municipio



NAPOLI - «Vittorio Emanuele II fu un criminale», e la piazza a lui intitolata deve al più presto cambiare il nome in Piazza Municipio: a San Giorgio a Cremano i festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia scatenano intensi dibattiti storiografici e un’inedita «santa alleanza» anti-Savoia tra Pdl e Sinistra e Libertà. Succede che Ciro Di Giacomo, consigliere berlusconiano, e Giovanni Marino, consigliere vendoliano, insieme al collega Renato De Simone indirizzano al presidente del consiglio comunale Ciro Sarno una proposta di mozione da discutere in assemblea. I tre chiedono di «discutere la possibilità di eliminare dalla toponomastica cittadina Piazza Vittorio Emanuele II, in quanto il sovrano è da ritenersi responsabile dei più efferati crimini ai danni di centinaia di migliaia di contadini Meridionali e del furto di beni, nonché dell’identità culturale dell’intero Meridione d’Italia e di denominare la Piazza medesima così come conosciuta dalla cittadinanza sangiorgese: Piazza del Municipio».

I «LATI OSCURI DELL'UNITÀ» - Una proposta motivata da una serie di considerazioni di carattere storico e storiografico, con tanto di invito, in occasione delle celebrazioni del 150° anniversario, a «ricordare i tanti lati oscuri del periodo risorgimentale che non sempre rispecchiano la versione storica ufficiale in quanto è ormai conclamato che si trattò più di un’annessione forzata del Mezzogiorno d’Italia con tutti i criteri della conquista militare». I consiglieri sottolineano che «nel periodo successivo alla Caduta della Fortezza di Gaeta in tutto il meridione si accese una rivolta popolare spontanea che fu duramente repressa nel sangue dai militari piemontesi, nel nome di Vittorio Emanuele II», e ritengono che «a 150 anni dalla proclamazione dell’Unità è necessario far luce sugli eventi che indussero alla nascita della nostra nazione, mettendo da parte la retorica risorgimentale colma di luoghi comuni».


Carlo Tarallo
14 marzo 2011




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Al Qaida lancia rivista per sole donne Sembra Cosmopolitan con il burqa



Donna Maestosa spiega che il principe azzurro da sposare è un martire e che per avere una pelle perfetta bisogna star chiuse in casa col volto coperto



 
Consigli di bellezza, di moda, di cuore: come su Cosmopolitan, o su Elle, o Amica. Ma Al Shamikha, «Donna Maestosa», una nuova pubblicazione in arabo, non è una normale rivista patinata destinata al pubblico femminile.

L'editore infatti è il braccio mediatico di al Qaida: in copertina c'è una donna avvolta dalla testa ai piedi nel niqab che imbraccia un mitragliatore.
Una trentina di pagine di suggerimenti per la donna di al Qaida, per cui trovare il principe azzurro significa «sposare un mujaheddin». Sul fronte della bellezza, ad esempio, come fare ad avere una carnagione perfetta? «Restate in casa con il volto coperto». Al Shamikha mischia moda e consigli di lifestyle in articoli scritti in molti casi da donne: «Non uscire se non quando è necessario» e, una volta fuori, indossare sempre il niqab per proteggere la pelle dal sole.

«La Nazione dell'Islam ha bisogno di donne che conoscono la verità sulla loro religione, la battaglia e le sue dimensioni e sanno cosa ci si aspetta da loro», ha scritto il direttore Saleh Youssef nella presentazione del numero zero, che propone interviste con «mogli di martiri» della jihad e elogia chi ha dato la vita per difendere l'interpretazione di al Qaida del Corano: «Dal martirio il credente riceverà sicurezza e felicita».
Secondo James Brandon, portavoce del centro britannico anti-estremisti, «Donna Maestosa» è «la versione jihadista di Cosmopolitan». Al Shamikha - ricorda oggi l'Independent - è la seconda rivista pubblicata da al Fajr, il braccio mediatico di al Qaida. Nove mesi fa, pattugliando Internet, ricercatori privati si erano imbattuti in «Inspire», un magazine di propaganda in inglese, che annoverava articoli del tipo: «Lo chef di al Qaida: come fabbricare una bomba nella cucina di tua madre».

All'inizio era sembrata una burla, una caricatura di giovani terroristi un pò mammoni che pasticciano con fertilizzanti e cosmetici ai fornelli della genitrice in burqa: ma burla evidentemente non era, dal momento che hanno fatto ricorso a ordigni fatti in casa sia gli attentatori di Londra 2005 che Faizal Shahzad, il terrorista di Times Square, e Najibullah Zazi, l'afghano-americano che con due compagni di scuola voleva colpire New York dopo aver comprato gli ingredienti della sua torta esplosiva in un negozio di parrucchiere.




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Cassazione: rimosso il giudice anticrocifisso

di Redazione



Il giudice di Pace del tribunale di Camerino, Luigi Tosti, rifiutava di tenere udienza per la presenza del crocifisso nelle aule di giustizia. Il Csm lo aveva sanzionato con la perdita del posto. E la Cassazione ha confermato la decisione



Roma -  Confermata dalla Cassazione la "rimozione" dall’ordine giudiziario di Luigi Tosti, il giudice di Pace del tribunale di Camerino, sanzionato dal Csm con la perdita del posto per essersi rifiutato di tenere udienza per via della presenza del crocifisso nelle aule di giustizia italiane. Secondo la Suprema Corte - sentenza 5924 delle sezione unite civili, depositata oggi - è del tutto corretto il verdetto disciplinare emesso dal Consiglio Superiore della Magistratura il 25 maggio 2010 che ha pronunciato la destituzione del giudice "anticrocifisso".
Unico simbolo ammesso Per esporre negli uffici pubblici, tra i quali rientrano le aule di giustizia, simboli religiosi diversi dal Crocefisso "è necessaria una scelta discrezionale del legislatore, che allo stato non sussiste". Lo sottolinea la Cassazione nelle motivazioni con le quali ha confermato la rimozione dalla magistratura del giudice Tosti. In alternativa Tosti chiedeva, anche in Cassazione, di poter esporre la Menorah, simbolo della fede ebraica.




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Quando la sinistra odiava tricolore e Inno di Maneli E "schifava" l'italianità...

di Andrea Indini


Dal Secondo dopo guerra il Pci ha sempre osteggiato l'Inno di Mameli. Il tricolore, sinonimo di Patria, andava bruciato. Ora la sinistra si riscopre "nazionalista". Ma è solo retorica anti leghista





Nel 1971 usciva Nel nome del popolo italiano. Sul finire del film, il giudice (rosso) Mariano Bonifazi si ritrova tra le mani la prova dell’innocenza dell'industriale (nero) Lorenzo Santenocito la cui condanna era già segnata. Dino Risi fa smuovere l'animo del magistrato che decide di presentare la prova e graziare l'inquisito. Ma il gol di Boninsegna durante Italia-Germania gli fa cambiare idea. Cosa lo ha disturbato? Tutti quei tricolori esposti alle finestre degli italiani.

Alle ultime manifestazioni il Pd è sceso in piazza impugnando le bandiere italiane. A Sanremo l'Inno di Mameli cantato da Roberto Benigni ha fatto il record di ascolti. Nel linguaggio della sinistra "spuntano" le parole unità e patria. Viene da chiedersi se c'è stata una svolta nazionalista. E il motto "proletari di tutto il mondo unitevi" dov'è finito? E il partigiano di Bella ciao? E le bandiere rosse con la falce e il martello? Tutto ben nascosto nell'armadio di casa. Al libretto rosso di Mao, adesso preferiscono la Costituzione. "Riprendiamoci la nostra bandiera", aveva gridato l'Unità l'anno scorso. E dietro tutti gli ex comunisti pronti a darsi una verginità nuova. Ma va ricordato: da sempre alla sinistra internazionalista la patria fa schifo, l'Inno d'Italia piace ancor meno e il tricolore è meglio bruciarlo in piazza.

"E' per me motivo di particolare orgoglio aver rinunciato alla cittadinanza italiana perché come italiano mi sentivo un miserabile mandolinista e nulla più", diceva Palmiro Togliatti. La verità è che la sinistra ha sempre snobbato certi temi, e certi amori. E non parliamo di preistoria della prima Repubblica. Anche in tempi più recenti. Nel 1989, quando Achille Ochetto era segretario del partito e Nilde Iotti sedeva sullo scranno più alto di Montecitorio, il Pci stava per cancellare la norma che prescriveva di aprire i congressi con l’Inno di Mameli (e già veniva suonato soltanto dopo l’Internazionale e Bandiera rossa). Non che nel Pds, invece, i compagni si stringessero a coorte. Anzi. Negli stessi anni, Massimo D'Alema preferiva Ennio Morricone a Mameli spiegando che quanto scritto nello statuto del partito era solo "un’indicazione, un consiglio" ormai decaduto. Anche durante i mondiali orientali del 2002 l'Unità di Furio Colombo solidarizzava con i calciatori che (per ignoranza o per volere) non cantavano Fratelli d'Italia prima della partita.

Poi è cambiato tutto. Walter Veltroni ha portato avanti un'intera campagna elettorale (oltre cento tappe) a intonare l'Inno. Il Pd ha dato una spolverata di bianco e verde al rosso onnipresente alle feste democratiche. Pure la parola Unità è scomparsa. Sabato pomeriggio, in piazza per difendere la scuola pubblica (un tempo anarchici e radicali la volevano distruggere dalle fondamenta) e la Costituzione, il centrosinistra sventolava il tricolore. C'è chi dice che sia una mossa elettorale in antitesi al credo leghista. Ma a smontare i nuovi abiti indossati dal Pd ci ha pensato il filosofo Massimo Cacciari: "Il centrosinistra è stato spinto quasi per necessità verso la rivendicazione di valori attribuibiliin senso lato a Patri a e Nazione, nel quadro di un confronto politico con la Lega". Insomma, tutta retorica.

Quella sbandierata dai democratici non è la bandiera che unisce tutti gli italiani sotto un unico cielo. E' quella che getta fango su chi non la pensa allo stesso modo, che odia chi non si oppone al regime berlusconiano, che non dà spazio al libero pensiero (specie se questo è espresso sulle reti Rai), che preferisce i "nuovi italiani" ai vecchi, che lavora sotto banco per sovvertire il volere popolare. Quello cantato dai democratici non è l'Inno che unisce i fratelli pronti alla morte quando la Patria chiama. E' quello che stona in piazza dieci, cento, mille Nassiryia, che sta dalla parte dei rivoltosi anziché dei poliziotti che "tengono" famiglia, che urlano diktat di dimissione sulle colonne dei quotidiani amici.

E allora: viva l'Italia! Per dirla con De Gregori: Viva l'Italia, l'Italia del 12 dicembre, l'Italia con le bandiere, l'Italia nuda come sempre, l'Italia con gli occhi aperti nella notte triste, viva l'Italia, l'Italia che resiste.






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Sterminio randagi, la Romania ci riprova

Corriere della sera


Il Parlamento discute una legge che rende legali le eutanasia di massa. Gli animalisti si mobilitano


Ottenuto un primo rinvio. L'allarme di Save the Dogs: a rischio il lavoro di anni


Un momento della manifestazione all'esterno del Parlamento di Bucarest
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MILANO - Lo sterminio legalizzato dei cani randagi che a migliaia vagano per le strade e i campi delle città e dei villaggi della Romania nel 2008 era stato bloccato da una specifica legge approvata quasi all'unanimità dal parlamento di Bucarest. A distanza di circa tre anni, il divieto per i sindaci di uccidere indiscriminatamente tutti i quattrozampe senza un padrone potrebbe decadere. Un nuovo provvedimento legislativo, sostenuto tra l'altro dal partito di maggioranza del presidente Basescu e che gode consensi anche tra diversi parlamentari dell'opposizione, potrebbe cancellare le norme che tutelavano i quattrozampe. E ripristinare la «licenza di uccidere» per tutte le amministrazioni locali. Mettendo a rischio i due milioni di randagi che, secondo le ultime stime, vagano sul territorio romeno.

L'ALLARME DI «SAVE THE DOGS» - A lanciare l'allarme è l'associazione Save the Dogs, fondata dalla milanese Sara Turretta, un'ex pubblicitaria che dal 2005 ha fatto del salvataggio dei trovatelli rumeni la missione propria e dell'associazione da lei creata. Il gruppo, nel corso degli anni, ha promosso la sterilizzazione di circa 15 mila animali, portando avanti al tempo stesso un programma di adozioni internazionali in collaborazione con numerose associazioni italiani ed estere che hanno portato, nel biennio 2009-2010, al salvataggio di circa 1.300 animali. Ma tutti questi sforzi, che si affiancano alla gestione della clinica veterinaria di Cernavoda (a cui è annesso un rifugio che ospita 500 cani, 40 gatti, 15 cavalli e 60 asini) e all'attività di prevenzione effettuata con una clinica mobile, rischiano di risultare vani se la legislazione sarà cambiata. L'operato dei volontari è infatti strettamente legato al provvedimento del 200, che essendo incentrato sulla protezione degli animali favoriva le campagne di sterilizzazione e di allontanamento incruento dei randagi dalle strade.

LA MOBILITAZIONE INTERNAZIONALE - Un primo voto sulla questione era atteso nei giorni scorsi, ma una grande mobilitazione, che ha visto la partecipazione di migliaia di attivisti romeni affiancati da altri arrivati da tutta Europa, ha indotto il Parlamento a prendere tempo, chiedendo alla commissione che si occupa della materia di riprendere in mano il testo e di modificarlo. Al fianco dei manifestanti si sono schierati anche alcuni nomi noti, come l'attrice Monica Davidescu e la giornalista Cristina Topescu, che hanno fatto pressione in prima persona su vari gruppi parlamentari chiedendo la sospensione del voto. E il risultato è stato ottenuto. Ma si tratta, appunto, solo di una vittoria parziale e temporanea.

«L'EUTANASIA NON E' LA RISPOSTA» - E' presto però per cantare vittoria, perché la legge che spinge sulle eutanasie è «sponsorizzata» tra gli altri dal ministro dello sviluppo e del turismo, Elena Udrea, che da tempo chiede di applicare in Romania una legislazione simile a quella americana, che prevede l'iniezione letale dopo un tempo di attesa di 14 giorni per accertare che nessuno, il proprietario o qualcuno desideroso di adottarlo, si presenti a reclamare l'animale. «Ma l'Organizzazione mondiale della sanità - ha spiegato Sara Turretta - ha sottolineato più volte che il randagismo endemico non si risolve con la rimozione dei cani ma solo con piani di sterilizzazione e vaccinazione di massa e tramite l'identificazione degli animali di proprietà. Provvedimenti, questi, mai attuati dalle autorità rumene». Il testo verrà dunque riesaminato in commissione, ma nel giro di un paio di settimane la proposta sarà nuovamente votata dal Parlamento.


Redazione online
13 marzo 2011(ultima modifica: 14 marzo 2011)



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Cassazione: «Solo il crocefisso può stare nei tribunali»

Corriere della sera


Per gli altri simboli religiosi «è necessaria una scelta discrezionale del legislatore, che allo stato non sussiste»

La sentenza riguarda aNche gli altri uffici pubblici



ROMA - Per esporre negli uffici pubblici, tra i quali rientrano le aule di giustizia, simboli religiosi diversi dal crocefisso «è necessaria una scelta discrezionale del legislatore, che allo stato non sussiste». Lo sottolinea la Corte di cassazione nelle motivazioni con le quali ha confermato la rimozione dalla Magistratura del giudice «anticrocefisso» Luigi Tosti, che rifiutava di tenere udienza finché il simbolo della cristianità non fosse stato tolto da tutti i tribunali italiani. In alternativa Tosti chiedeva, anche in Cassazione, di poter esporre la Menorah, simbolo della fede ebraica.

RISCHIO DI "POSSIBILI CONFLITTI" - Dopo aver respinto la pretesa di Tosti per quanto riguarda la richiesta di esporre il simbolo ebraico accanto al Crocefisso, la Cassazione rileva che una simile scelta potrebbe anche essere fatta dal legislatore valutando, però, anche il rischio di «possibili conflitti» che potrebbero nascere dall'esposizione di simboli di identità religiose diverse. «È vero che sul piano teorico il principio di laicità - scrive la Cassazione - è compatibile sia con un modello di equiparazione verso l'alto (laicità per addizione) che consenta ad ogni soggetto di vedere rappresentati nei luoghi pubblici i simboli della propria religione, sia con un modello di equiparazione verso il basso (laicità per sottrazione)». «Tale scelta legislativa, però, presuppone - spiega la Cassazione - che siano valutati una pluralità di profili, primi tra tutti la praticabilità concreta ed il bilanciamento tra l'esercizio della libertà religiosa da parte degli utenti di un luogo pubblico con l'analogo esercizio della libertà religiosa negativa da parte dell'ateo o del non credente, nonchè il bilanciamento tra garanzia del pluralismo e possibili conflitti tra una pluralità di identità religiose tra loro incompatibili».


14 marzo 2011



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Anche il popolo del web boccia Bersani in camicia

Il Tempo


Tanti malumori per l'ultima campagna pubblicitaria dei Democratici. I simpatizzanti del Pd: messaggi di tristezza e rassegnazione. E c'è chi invita il segretario a smetterla pure con le firme.


Pier Luigi Bersani nella nuova campagna del Pd Sarà colpa di quel poco comprensibile «oltre». O forse del bianco e nero che, misteriosamente, è stato preferito ai colori. Fatto sta che ai simpatizzanti di Bersani e company l'ultima campagna di comunicazione del partito è andata di traverso. Non solo a quelli che, con nome e cognome, hanno deciso di protestare sul sito del Partito democratico. Ma anche agli esperti. Il primo manifesto, su cui campeggia Bersani in maniche di camicia, recita: «Oltre le divisioni c'è l'Italia unita». Ebbene, Giovanni, il primo che commenta sul sito, avanza un dubbio: «Con le maniche arrotolate e la cravatta? Mancavano i soldi per il colore? Sembra un annuncio funerario!». Netta anche Rita: «La comunicazione politica è comunicazione sociale e per essere efficace deve saper unire fattori razionali a elementi emotivi, scusate ma in questa campagna non c'è niente di tutto questo!!! Il messaggio e il sentimento che trasmette questa campagna è tristezza e rassegnazione!! Non mi sembra fosse questo lo scopo!!». Quasi scandalizzata Elena: «Ma no...non si può! ma che comunicazione volete fare passare? Io vi dico cosa ci vedo: rassegnazione, perdita e immobilismo».


Ovviamente l'obiettivo era diverso. Sul sito, infatti, si spiega: «Dopo la campagna con lo slogan "Rimbocchiamoci le maniche", questa volta il tema del Pd è l'andare "oltre". Oltre Berlusconi e oltre il berlusconismo, che ha nel disprezzo delle regole, nella ricerca della divisione a tutti i costi, negli egoismi, nella precarietà, nell'incapacità di dare risposte concrete alla crisi in cui si trovano famiglie e imprese, le sue caratteristiche principali. Il Pd vuole non solo guardare oltre, ma anche preparare concretamente, con la propria iniziativa, l'apertura di una nuova storia per questo Paese». Certo se «la nuova storia di questo Paese» dovesse cominciare da questi manifesti, allora l'operazione sembra destinata all'insuccesso. «Oltre la precarietà c'è la forza del lavoro», recita un altro slogan. Ancora: «Oltre l'egoismo c'è una mano tesa». E poi: «Oltre la crisi c'è il coraggio delle imprese». Giuseppe implora: «Ti prego Segretario, cambiala immediatamente questa campagna...è troppo importante riprendere in mano il gioco. Metti in mano la briscola, che al carico ci pensiamo noi». Forse è lo stesso Pd troppo «oltre». Talmente tanto che i creativi, interpellati due giorni fa dal Corriere della Sera, hanno sottolineato i messaggi «confusi» della campagna e il tentativo «di scimmiottare male il premier».

 
«Hanno scelto una linea di comunicazione epitaffica» aveva detto sul Fatto quotidiano Oliviero Toscani bocciando la campagna ideata dall'agenzia Abc. Eppure anche le altre iniziative mediatiche, quattro in sette mesi, non hanno fatto breccia nel cuore di iscritti e simpatizzanti. Poi c'è stato Bersani in versione Lega: valanga di commenti del tipo «No no no. Questo è il momento di attaccare la Lega e non di rincorrerla!». O, per essere ancora più espliciti: «Ma che vi siete 'mbriacati? Volete andare voi ad omaggiare il dio Po con le corna in testa?». Poi è stata la volta delle firme raccolte per far dimettere Berlusconi. «Ma vi rendete conto che in questo modo vi coprite di ridicolo? Per quale cavolo di motivo chiedete a milioni di italiani di fare quel che fanno da anni (opporsi a Berlusconi) mentre, da parte vostra, non muovete un dito?» commentano sul sito del Pd. Povero Bersani, altro che rimboccarsi le maniche.


Alberto Di Majo

14/03/2011





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Saviano risponde alla nipote di Croce: «Non ho inventato nulla, ecco le prove»

Corriere del Mezzogiorno


Lo scrittore mostra a Mentana un articolo di «Oggi»
del 1950 a firma di Ugo Pirro: «È lui la mia fonte»



NAPOLI - Roberto Saviano replica a Marta Herling, la nipote di Benedetto Croce che ha accusato lo scrittore di avere operato «una mistificazione della storia e della memoria», raccontando i tragici momenti del terremoto di Casamicciola del 1883. L'autore di «Gomorra» sceglie un’intervista con Enrico Mentana al Tg di La7 per replicare alla lettera inviata dalla Herling al Corriere del Mezzogiorno e citata dai media di tutta Italia, non ultimo il Tg1 di Minzolini. Marta Herling, nipote del filosofo napoletano, aveva smentito uno dei monologhi raccolti nel volume «Vieni via con me». In particolare, è la ricostruzione del terremoto del 1883 a Casamicciola, comune dell’isola d’Ischia, a scatenare la protesta sobria ma determinata della Herling. A causa di quel terremoto Benedetto Croce, all’epoca 17enne, vide morire davanti ai suoi occhi il padre Pasquale, la madre Luisa e la sorella Maria. Il racconto di quei momenti da parte di Saviano, secondo Marta Herling, è «una mistificazione della storia e della memoria», in particolare quando lo scrittore racconta: «Per molte ore il padre gli parlò, prima di spegnersi. Gli disse: Offri centomila lire a chi ti salva».

MARTA HERLING: «NON HA VERIFICATO» - Per la nipote di Croce, Roberto Saviano ha tratto questa ricostruzione «dalla sua mente di profeta del passato e del futuro, di scrittore la cui celebrità meritata con la sua opera prima, è stata trascinata dall’onda mediatica e del mercato editoriale, al quale è concesso di non verificare la corrispondenza fra le parole e fatti, o come insegnano gli storici, fra il racconto, la narrazione degli eventi, e le fonti, i documenti che ne sono diretta testimonianza».

LA RISPOSTA: «L'HA SCRITTO UGO PIRRO» - Ma Saviano risponde documenti alla mano: «Sono molto dispiaciuto per questa polemica - spiega a Mentana - e che Marta Herling abbia frainteso. Non ho mai parlato di mazzette, mai in tutto il monologo. Ho visto un po’ di malafede in questa polemica». Saviano mostra un articolo di Oggi del 13 aprile 1950, a firma di Ugo Pirro, «uno dei più grandi sceneggiatori europei, due volte candidato all’Oscar». Un articolo in cui è riportata la testimonianza di un cronista napoletano che racconta della famigerata frase sulle 100.000 lire attribuendola allo stesso Croce, mai smentito dal filosofo. «Volevo raccontare questo episodio per dire come il terremoto appartiene alla vita di tutti, anche di Benedetto Croce. Il padre – aggiunge Saviano – lo dice come gesto di riconoscenza. Le 100.000 lire dell’epoca? Oggi corrisponderebbero circa a 300 mila euro. Pirro riporta questa episodio in maniera forte, onorando la memoria. Ecco perché l’ho citato».


Carlo Tarallo
14 marzo 2011




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L'onda gigante ripresa in un video-choc

Il Mattino


TOKYO - Nuovi video arrivano in queste ore dal Giappone. Filmati amatoriali che si mischiano a quelli girati dalle tv locali. Immagini di morte e distruzione che lasciano senza respiro.

Prima e dopo. Le immagini scattate dal satellite GeoEye lasciano poco spazio all'immaginazione e fanno ben comprendere le enormi proporzioni del dramma che il Giappone vive in queste ore. Chilometri e chilometri di costa sono stati cancellati dallo tsunami. Le foto sono state scattate prima e dopo la terribile onda che ha




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Ndrangheta: i legami con Mora e Giuliante L'interesse sugli appalti del Pio Albergo Trivulzio





I retroscena delle indagini della procura milanese sulla 'ndrangheta a Milano e in Lombardia



Milano - Dalla "aggressione" (definizione di Ilda Boccassini) alla Tnt, colosso mondiale delle spedizioni e dei recapiti a domicilio; alle mani sui locali pubblici; al controllo delle serate nelle piazze calabresi, al mercato dei tronisti e dei personaggi da rotocalco da fare sfilare al nord e al sud; i rapporti con gli ospedali milanesi, dove gli uomini dei clan utilizzano gli uffici come fossero cosa loro, per tenervi i summit al riparo dalle microspie; e, tanto per cambiare, il Pio Albergo Trivulzio, la leggendaria Baggina il cui destino sembra ritornare ciclicamente in quasi ogni indagine si svolga a Milano. 

Nell'impressionante panorama tracciato questa mattina dalla Procura milanese a bilancio della retata scattata stamane contro la 'ndrangheta, a far spuntare il nome del Pio Albergo Trivulzio è lo stesso filone che porta in scena un personaggio che con la Procura milanese ha già le sue gatte da pelare: Lele Mora, l'agente televisivo finito sotto inchiesta per induzione alla prostituzione nell'ambito del Rubygate. Il nome di Mora è l'unico sul quale nella conferenza stampa di stamane Ilda Boccassini si è avvalsa del diritto di non rispondere: "Passiamo alla domanda successiva". 

Ma è certo che il nome di Mora compare nelle carte, come vi compare quello del suo legale Luca Giuliante. Entrambi sono intercettati mentre parlano con Paolo Martino, il boss della cosca De Stefano arrestato stamattina. E di cosa si parlasse è lo stesso Giuliante a spiegarlo al Giornale: "E' un episodio, se ben ricordo, che risale a due anni fa. Questo Martino mi venne presentato da Lele Mora, che era in contatto con lui per l'organizzazione di alcune serate in Calabria. All'epoca facevo parte della commissione aggiudicatrice di un appalto per l'allargamento del Pio Albergo Trivulzio. Martino mi venne a trovare chiedendomi se potevo fare qualcosa per agevolare una azienda a lui vicina. Io lo ricevetti e con estrema cortesia gli spiegai che non potevo fare assolutamente  nulla, anche perchè la gara d'appalto era già stata chiusa". 

Se il tentativo di sbarcare alla non va a buon fine, migliore fortuna arride alla operazione organizzata dai clan per mettere sotto controllo una lunga serie di locali pubblici, di piazzole per i furgoni che vendono panini, di negozi. Nelle mani dei clan erano il De Sade e il Babylon, famosi locali della notte milanese, e l'Officina della Birra di Bresso. Arruolati dal clan di Pepè Flachi erano poliziotti e carabinieri che facevano il doppio lavoro nelle discoteche. E in rapporti con un collaboratore del clan, era un candidato delle ultime elezioni regionali nelle liste del Pdl, che chiese i voti della famiglia Flachi: e ne ottenne così pochi da non venire neanche eletto.




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Montecarlo, il gip grazia Fini: archiviata l'inchiesta sulla casa



Il gip del tribunale di Roma ha archiviato il procedimento a carico del presidente della Camera e del senatore Francesco Pontone: "Non ci fu alcun artificio o raggiro". I due erano accusati di truffa per la vendita della casa di Montecarlo. Il fascicolo d’indagine era stato avviato sulla base di una denuncia presentata da alcuni esponenti della Destra



 

Roma - Una decisione da copione. Il gip del tribunale di Roma ha archiviato il procedimento a carico del presidente della Camera, Gianfranco Fini, e del senatore Francesco Pontone. I due erano accusati di truffa per la vendita dell'appartamento in boulevard Princesse Charlotte a Montecarlo, che era stata donata nel 1999 dalla contessa Anna Maria Colleoni ad Alleanza nazionale e in un secondo momento venduta a una società off shore.

La decisione del gip di Roma Il gip Carlo Figliolia ha accolto le richieste di archiviazione formulate da procuratore Giovanni Ferrara e dell’aggiunto Pierfilippi Laviani, secondo i quali nel 2008 non vi fu da parte dell’allora presidente di An Fini e del tesoriere Pontone alcun artificio o raggiro nella cessione alla società off shore della casa di boulevard Princess Charlotte. Il fascicolo d’indagine era stato avviato sulla base di una denuncia presentata da alcuni esponenti del movimento La Destra.





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Ferrara attacca Ingroia: «Il pm non può fare comizi. Lo dice la Costituzione»

Corriere della sera

Il giornalista al Tg1 per il lancio di «Qui Radio Londra»


MILANO - Giuliano Ferrara torna in tv. Da lunedì sera su RaiUno, nello spazio che fu di Enzo Biagi, il direttore del Foglio riapre «Qui Radio Londra». Non mancheranno le polemiche, lo si è capito già domenica sera nell'intervista concessa al Tg1 per lanciare il programma: «Ci sono delle cose che non si dicono perchè si pensa che non dicendolo si fa un servizio alla pace civile. Invece poi il fatto di non dirle rende il Paese più povero, rende il Paese un pochino più stupido e non sollecita l'opinione pubblica». Ferrara ha promesso di non risparmiare nessuno, se non il Santo Padre: «Sono un normale giornalista, sono un cittadino di questo Paese, e sono schierato. Santoro no, Lerner no, la Dandini no, Floris no, gli altri conduttori televisivi sono indipendenti e parlano a nome di tutti. Io invece penso che il Paese ha una storia e che dentro questa storia bisogna essere con sincerità, con rispetto per gli altri, chiari nel rappresentare quello che si pensa».


L'ATTACCO A INGROIA - Per cominciare, Ferrara non risparmia i magistrati, in particolare il pm antimafia Antonio Ingroia, che sabato scorso ha partecipato alla manifestazione in difesa della Costituzione, il Cday: « Io penso che non si possano fare comizi se si indossa una toga, sia di pm sia di giudice, che sia urgente una riforma ma che sia anche importante che il Presidente della Repubblica, per esempio Giorgio Napolitano, che è un galantuomo, che presiede il Csm, dica qualcosa, faccia qualcosa, si muova».