Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

mercoledì 2 marzo 2011

Palamara censura il web Ma si faceva insultare da Cossiga

di Francesco Maria Del Vigo

 

Il presidente dell'Anm querela il sito legnostorto.com, ma qualche anno fa era meno permaloso. Nel 2008 Cossiga lo insultò in diretta su Tg Sky 24: "Lei non ha la faccia intelligente e si chiama come il tonno".

Non ci fu nessuna querela

 

Ora Luca Palamara fa il permaloso, ma una volta... La notizia è questa: il presidente dell'Associazione nazionale dei magistrati ha querelato il sito legnostorto.com. (LEGGI L'ARTICOLO) Il magistrato si sentirebbe diffamato da dichiarazioni di questo calibro: "l'interferenza di certa magistratura nei confronti dell'attività sia di governo che parlamentare è arrogante e pretestuosa". Poca roba, opinioni - ovviamente discutibili -, che spesso vengono ripetute sui quotidiani e in tv. Abbastanza per mobilitare la polizia postale e schedare tutti gli ignari utenti che hanno commentato l'articolo. Oggi Palamara fa il permaloso, ma una volta si faceva prendere a pesci in faccia...

 

Corre l'anno 2008 e il presidente dell'Anm è ospite del programma di Anna Maria Latella in onda su Tg Sky 24. In collegamento telefonico c'è il vulcanico Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga che esordisce subito con una delle sue celebri picconate: "Questo magistrato la faccia intelligente non ce l'ha sicuramente...". In studio cala il gelo, Palamara è spiazzato e la Latella richiama bonariamente il Presidente. Lui rincara la dose e finge di non conoscerlo: "Come si chiama lei? Palamara come il tonno?". La scenetta prosegue e Cossiga persevera nel paragone ittico: "Ha la faccia da tonno, io non ci parlo". Niente a che vedere con le opinioni politiche pubblicate dal legnostorto, Cossiga piccona con l'offesa fisiognomica: Palamara si chiama come il tonno (probabilmente il Presidente si riferiva alle scatolette Palmera), quindi ha la faccia da tonno e di conseguenza non è degno di un dibattito. La querelle continua per qualche minuto e poi il magistrato sbotta: "Lei è offensivo". Per Cossiga è una medaglia al valore: "Certo che lo sono, mi quereli, su mi quereli!". Desiderio non esaudito, nemmeno su richiesta. Palamara oggi se la prende con le opinioni del piccolo legnostorto ma ieri lasciava correre gli insulti di Cossiga. Due pesi e due misure?

Iervolino alla fine, 31 consiglieri si dimettono Consiglio sciolto. Arriva il commissario Il sindaco: non mi dimetto come una vigliacca

Il Mattino




di Luigi Roano

NAPOLI


Precipita la situazione a Palazzo San Giacomo per il sindaco Rosa Russo Iervolino. Dopo il sì alla discussione sulla sfiducia, 31 consiglieri hanno firmato la loro lettera di dimissioni che verrà protocollata domani.
Se non ci saranno cambiamenti ovvero défaillance dell'ultima ora all'atto del protocollo di questo documento, domani mattina scatterà lo scioglimento del Consiglio comunale, e per la Iervolino l'avventura da sindaco di Napoli finisce con tre mesi di anticipo con la nomina di una commissario.

Il trentunesimo a firmare è stato Carmine Simeone, ironia della sorte, ex Pd: "Rosetta doveva ascoltare l'aula, fermare i giochi e discutere della sfiducia. Ora mi dimetto e se sono il tretunesimo mando a casa lei e questa giunta che negli ultimi 3 anni non hanno fatto nulla".

La Giornata era iniziata con l'opposizione di centrodestra nel Consiglio comunale di Napoli che, compatta, annuncia la presentazione di una mozione di sfiducia al sindaco al quale chiede un «atto di responsabilità» dimettendosi.

Ma Rosa Iervolino Russo ha replica: «Non mi dimetto» sottolineando che la mozione di sfiducia è «un atto normalissimo, non mi rallegra nè mi spaventa».

Il centrodestra ora ha i numeri, 31 consiglieri su 61, per cercare di mandare a casa la Iervolino a poco più di due mesi dalla scadenza naturale del suo secondo mandato.

Il capogruppo del Pdl, Carlo Lamura, ha sottolineato che ormai l'esperienza dell'amministrazione Iervolino «può dirsi conclusa» e chiede «un atto di responsabilità al sindaco presentando le sue dimissioni».

Dal canto suo, la Iervolino, il sindaco più longevo nella storia di Palazzo San Giacomo, precisa che dimettersi ora «sarebbe una comoda via di fuga». «Non sono una vigliacca e sono una persona onesta e se avete motivi ore smentirmi, fatelo - dice la Iervolino - Mi sarebbe comodo andare via anche perchè sono stufa di uno stile che non onora la città, come sentirmi dire da pseudoonorevoli come Laboccetta che io sono attaccata alla persona come Gheddafi. Vengo paragonata a un dittatore sanguinario, c'è un limite a tutto».

«Se l'Aula voterà la sfiducia ne prenderò atto, obbedirò e andrò via - fa sapere il sindaco - ma dopo il mio giuramento di fedeltà alla Costituzione, ritengo mio dovere rimanere chi uno all'ultimo giorno».

Se la mozione sarà presentata, non sarà discussa in Aula, così come prevede il regolamento, prima di 10 giorni e non oltre 30 giorni e si arriverebbe dunque, nel secondo caso, ad aprile. La strada da seguire, allora, è quella delle dimissioni in massa dei consiglieri che sortirebbe lo stesso effetto.

Non tutti i firmatari della mozione, però, sono disposti a farlo e su di loro continua il pressing politico del centrodestra. «Mi sembra che le dimissioni non le vogliano neanche loro - afferma il sindaco - perchè altrimenti l'avrebbero già fatto in maniera formale».

Determinare lo scioglimento del Consiglio e la conseguente caduta della Giunta porterebbe al commissariamento del Comune, cosa che, secondo Lamura, «consentirebbe di conoscere anche la reale situazione delle casse comunali». «Non vorremmo ritrovarci qui - sottolinea Lamura - con la stessa situazione che il presidente Caldoro ha trovato alla Regione dovuta alla scellerata gestione precedente».

Ma il sindaco non ci sta. Precisa che il Comune di Napoli non ha mai sforato il Patto di stabilità e che la maggioranza di centrosisintra «deve esserne fiera». «Posso assicurare che il nostro bilancio è povero, ma pulito - ribatte - Non ci sono buchi nè sotterfugi. La verità è che dobbiamo fare i conti con i tagli del Governo nazionale».

Mercoledì 02 Marzo 2011 - 16:58    Ultimo aggiornamento: 18:49




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Falsi invalidi, ritirata una pensione ogni dieci: la metà dei "furbetti" in Campania e Sardegna

di Redazione


Nel 2010 l’Inps ha revocato 10.608 pensioni di invalidità, pari all’11,06 per cento delle posizioni controllate. A guidare la classifica delle revoche è la Sardegna con il 23,25% delle posizioni verificate, seguita dalla Campania con il 21,98% e dall’Umbria con il 20,48%



 

Roma - Nel 2010 l’Inps ha revocato 10.608 pensioni di invalidità, pari all’11,06 per cento delle posizioni controllate. Nel documento del Civ dell’Istituto sull’attività di revisione straordinaria delle pensioni di invalidità civile a seguito dei controlli effettuati, le commissioni medico legali fanno sapere di aver controllato 95.875 posizioni confermando 86.074 pensioni e disponendo la revoca per 9.801. A queste vanno aggiunte altre 807 revoche operate dalla commissione medica superiore, che ha già effettuato il controllo di 46.343 verbali degli 86.047 che hanno superato il vaglio delle commissioni mediche legali.

Le posizioni da revocare Il lavoro di revisione non è ancora finito. Adesso la commissione medica superiore che dovrà verificare ancora 30.731 posizioni che hanno superato il vaglio delle Cml. Tuttavia, il Civ ipotizza che il numero delle revoche possa attestarsi a quota 11.300. In pratica sia nel 2009 che nel 2010 la percentuale delle revoche si è mantenuta costante attestandosi poco sopra l’11% (l’11,62% nel 2009 quando furono controllate 179.436 posizione di cui 20.845 revocate e 11,06% nel 2010. Dato quest’ultimo che potrebbe salire a 11,78% al termine dei controlli della Cms).

La differenza a livello territoriale "Il fenomeno delle revoche - sottolinea il Civ - presenta una significativa differenziazione a livello territoriale". A guidare la classifica delle revoche è la Sardegna con il 23,25% delle posizioni verificate, seguita dalla Campania con il 21,98% e dall’Umbria con il 20,48%. Il più basso livello si riscontra nelel Marche con lo 0,87% di revoche preceduta dall’Emilia Romagna con 3,96%, dalla Lombardia con il 4,58% e dal Veneto con il 4,95%.





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Lite alla Camera Evangelisti (Idv)

Corriere della sera

 

Retorica», «Sciacallo»: botta e risposta mentre si parla dell'alpino morto

 

Aeroporto di Francoforte, attacco contro un bus militare Usa: due morti

Corriere della sera

 

A sparare sarebbe stato un 21enne kosovaro

Altri due uomini feriti

BERLINO - Un ragazzo kosovaro ha sparato nel pomeriggio di mercoledì contro un autobus che trasportava un gruppo di soldati americani all'aeroporto di Francoforte. L'attacco è avvenuto davanti al terminal 2.

 

LA POLIZIA - Le vittime sono l'autista dell'autobus e uno dei soldati. Non è ancora chiaro se anche le altre due persone ferite sono militari americani. Il presunto assassino ha 21 anni. La dinamica dell'attacco all'autobus non è stata ancora ricostruita con esattezza, ma secondo quanto ha detto il portavoce della polizia, Juergen Linker, all'agenzia stampa tedesca Dpa, «tutto sembra essere successo all'interno dell'autobus». È certo che al momento della sparatoria, verso le 15:20, l'autobus era parcheggiato davanti al terminale numero 2 dell'aeroporto di Francoforte. Secondo il tabloid Bild, che cita alcune testimonianze, l'uomo che ha aperto il fuoco si trovava già sull'autobus perché era riuscito a introdursi di nascosto. Sempre secondo la polizia, l'assassino era armato anche di un coltello. Le forze armate americane hanno nella regione di Francoforte numerose installazioni militari.

 

 

Francoforte, l'attacco ai militari Usa

 

Redazione online
02 marzo 2011

Mortadellone Prodi rifiuta la pensione: "Mi chiedono di tornare il politica"

Libero





Ma sarà vero? Noi ci permettiamo di dubitarne. Lui dice che è così. Giudicate voi. Intervista a Famiglia Cristiana di Romano Prodi, il professore Riciccia (o Rieccolo) del Pd. Racconta Prodi: «Ormai non posso nemmeno scendere per strada. La gente mi riconosce e mi dice: torna, torna».

Sembra il famoso sketch di Corrado Guzzanti. Prodi è alla stazione di Bologna, impalato sulla banchina. Spiega: «Passa il treno, ne passa un altro, ne passano dieci e io non mi muovo, aspetto». La gente è preoccupata. «Ma professore, - dice - sta bene?». Sta benissimo, il Professore. Benissimo e immobile. Passano, oltre ai treni, anche gli uccelli che gli cacano in testa. E lui sempre fermo. Trascorrono i giorni e i mesi. Arriva l’estate, il sole brucia. Sempre fermo. Arriva anche l’autunno. Il capostazione gli porta una coperta. Armato di rasoio, gli fa la barba. Prodi è sempre fermo. Torna Natale, la neve. Lui immobile. Il tempo passa, pure Franceschini invecchia. Prodi no. «Io sono sempre uguale, sono l’unico leader europeo senza metabolismo, perché sto fermo. Questo è il senso dell’Ulivo. L’Ulivo è un albero, mica va a spasso. E arriverà il momento in cui verranno da me». In ginocchio, naturalmente. Perché Prodi non dimentica le offese ricevute, le imboscate parlamentari, le cacciate (plurime cacciate) da Palazzo Chigi. Verranno e gli chiederanno scusa per averlo mandato via due volte. Gli diranno: «Non porterai mica rancore?». Ma no, quale rancore. Prodi non porta mai rancore. Si genufletteranno, i compagni in cerca finalmente di un leader. E lui zac. Come Karate Kid, sferrerà il colpo mortale e fonderà l’Ulivo 3.

ASPETTA E SPERA - Ma il momento, a quanto pare, non è venuto. Prodi ha aspettato. Gli uccelli hanno fatto i loro bisogni. Bersani è diventato segretario. Vendola ha guadagnato punti e consensi. Persino Piero Fassino è riemerso dal dimenticatoio. E forse il capostazione-barbiere è andato in pensione. Lui niente. Sempre immobile ad aspettare invano. A fargli visita, ormai, andavano solo gli uccelli. Nessun treno per Roma e nessun compagno inginocchiato. E così, considerato che anche gli uomini senza metabolismo prima o poi invecchiano, il Professore è stato costretto a rompere gli indugi. Il rischio era l’immobilità eterna.
Si è scrollato di dosso gli uccelli, Prodi. Si è concesso a Famiglia Cristiana, ha spiegato che fu lui, al tempo in cui presiedeva la Commissione europea, a sdoganare Gheddafi (ma «senza accettare umiliazioni»), ha lanciato un po’ di accuse a Berlusconi (tanto per non perdere l’abitudine) e ha raccontato: «Lunedì ero a Mantova e sono andato alla messa del mattino, per evitare di essere avvicinato. Ma un gruppo di fedeli anziani mi ha circondato e mi ha chiesto di tornare a guidare questo Paese». Non risulta che gli anziani fedeli lo abbiamo portato in processione. Mai dire mai, però: in una prossima intervista, il Professore potrebbe anche svelare nuovi particolari sulle folle osannanti. Nell’attesa, ritorniamo a Mantova, fine della messa mattutina, con i fedeli che circondano Prodi, lo accarezzano, lo supplicano, gli chiedono un ciuffetto di capelli, un triangolino di camicia o di giacca, gli baciano la mano. Lui ansima, sorride, bofonchia e non fa zac. Per il momento, niente Karate Kid. Prodi non è vendicativo. E poi Veltroni non era tra i fedeli.

PUNTO DI PARTENZA
- Tutti lo cercano, tutti lo vogliono. E a questo punto, visto che Romano Prodi non racconta bugie, bisogna sciogliere solo un dubbio: il Pd è talmente malmesso che persino Prodi ha la possibilità di tornare oppure è Prodi ad essere talmente conciato male da pensare di poter tornare e riconquistare Palazzo Chigi?
Amletici dubbi a sinistra. Con una sola certezza: dopo sedici anni, due defenestrazioni, infinite polemiche e insuccessi, la sinistra o centrosinistra che dir si voglia è ancora al punto di partenza. O di nuovo al punto di partenza. All’inizio, dopo la meteora Occhetto, fu Prodi. Oggi, dopo Bersani, potrebbe essere sempre Prodi che vorrebbe vestire i panni di Karate Kid per combattere contro Berlusconi e anche per far fuori i compagni che lo tradirono e lo mandarono alla stazione di Bologna con tutti quegli uccelli che gli volavano in testa. Zac, un colpo a Veltroni. Zac, un altro colpo a Bersani. E uno pure a D’Alema. E il Professore si siede al vertice del Pd, alleato non più di Bertinotti ma di Vendola e con Casini forse nei panni di Mastella, Arturo Parisi gran consigliere e Rosy Bindi accanita sostenitrice.

Sedici anni (l’Ulivo fu fondato nel 1995, mese di febbraio). E la tentazione della grande ammucchiata è sempre lì, immobile alla stazione in attesa del treno. In carrozza. Guida (forse) Romano Prodi, il leader senza metabolismo alla testa di un partito col futuro dietro le spalle. E gli uccelli continuano a fare i loro voli e tutto il resto.

di Mattias Mainiero
02/03/2011




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Sei un abusivo»: chaffeur notturno pestato da un gruppo di tassisti

Corriere della sera


L'aggressione in largo La Foppa. Vittima un autista di Citycab che portava a casa i clienti delle discoteche


movida - il servizio di auto a noleggio denuncia vari episodi di minacce e intimidazioni



Il Citycab del servizio «Moving Milano!»
Il Citycab del servizio «Moving Milano!»
MILANO
- Aggredito, insultato e picchiato da un gruppo di tassisti che l'hanno scambiato per un «abusivo»: è quanto denuncia un autista della società Citycab, ingaggiato da una discoteca milanese per accompagnare a casa i clienti. E' successo alle 5 del mattino di sabato 19 febbraio, in largo La Foppa a Milano. L'autista, che stava lavorando per la discoteca «Mia Divina» di via Molino delle Armi, aveva accompagnato a casa alcuni clienti in zona corso Garibaldi e stava ritornando al locale. Mentre era fermo in coda nel traffico dell'alba del sabato - la zona è fitta di discoteche - lo chaffeur è stato apostrofato con una serie di improperi da parte di un tassista che stazionava in largo La Foppa. Poi il conducente ha sentito un colpo sul tetto dell'auto, che è molto riconoscibile perché si tratta del caratteristico «cab» londinese della Austin e ha il logo della società. Sceso dall'auto per sincerarsi dell'accaduto, l'autista si è trovato, come riferisce la società, «letteralmente accerchiato da una mezza dozzina di altri tassisti che lo hanno aggredito accusandolo di essere un abusivo, fino a lasciarlo a terra sanguinante. Sul posto è intervenuta la polizia». L'autista è stato portato in ospedale e ha sporto denuncia.

«NON E' LA PRIMA VOLTA» - «Noi forniamo un servizio Ncc (noleggio con conducente, ndr) ai privati, sorretto da accordi limpidi e totalmente legali, che non si sovrappone in alcun modo al lavoro svolto dai taxi», afferma Massimo Viecca, ad di Citycab, sottolineando che «non è la prima volta» che i conducenti della società «sono oggetto di minacce e intimidazioni da parte di certi conducenti di taxi, che, per procacciare clienti direttamente presso l'uscita dei locali, si appostano anche nelle immediate adiacenze di locali che offrono ai propri ospiti i servizi della società». Viecca fa quindi un appello ai tassisti, invitando «tutti i lavoratori per bene del settore a prendere le dovute distanze da questo gesto esecrabile, del quale i responsabili dovranno rendere conto davanti alla Legge».

CHAFFEUR NOTTURNO - «L'autista stava lavorando per "Citycab: Moving Milano!", il nostro servizio di chauffeur notturno di pubblica utilità che abbiamo avviato all'inizio del 2010, anche per sensibilizzare i giovani su un uso più responsabile dell’alcool e dell’automobile», spiega il responsabile del servizio, John Bandieramonte.

In pratica funziona così: un locale, o un organizzatore di eventi, fa un contratto con Citycab e la società mette a disposizione una o più auto «a noleggio con conducente», che riaccompagnano a casa i partecipanti alla serata. Nel caso del «Mia Divina», per esempio, la discoteca ha siglato un contratto di collaborazione continuativa. «E' successo varie volte di accompagnare a casa, su richiesta dei gestori dei locali, persone che avevano bevuto troppo», racconta Bandieramonte. «Altre volte il servizio viene messo a disposizione della clientela in generale, a seconda della disponibilità di auto».

«NON DEVONO STAZIONARE IN STRADA» - «Per prima cosa stigmatizzo quanto è accaduto: non si picchia nessuno. I responsabili devono rispondere alla polizia», è il commento di Nereo Villa, segretario generale del Satam, il sindacato dei tassisti. Poi la precisazione: «Un conducente di auto a noleggio deve muoversi soltanto dalla rimessa del titolare della licenza alla destinazione del cliente e ritorno, non può stazionare in strada in attesa dei clienti. E' questo che distingue un taxi da un'auto a noleggio».

E proprio sullo «stazionare in strada» nascono gli equivoci che hanno già portato ai vari casi di tensione segnalati da Citycab. «Se i tassisti pensano che un autista stia facendo il tassista abusivo, devono chiamare i vigili - continua Villa - perché controllino che abbia il regolare contratto di trasporto. In nessun caso devono alzare le mani». Ma nella jungla dell'alba della movida, trovare un vigile non è facile. E la graziosa auto di Citycab, con tanto di succhi di frutta, spuntini e giornali per i clienti, diventa una «concorrente» che dà fastidio.


Sara Regina
02 marzo 2011



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La controffensiva di Gheddafi Tuona in tv: «Costretto Italia a scusarsi»

Corriere della sera


Il Papa: «Preoccupato». La Lega araba: «Situazione inaccettabile». L'Ue: «Se ne vada»



ADJABIYA (LIBIA) - Muammar Gheddafi sta parlando in tv per un discorso in occasione del 34mo anniversario della fondazione della Jamahiria. «Dal 1977 ho dato il potere al popolo e da allora non ho più poteri nel paese né di tipo politico né di tipo amministrativo», afferma Gheddafi parlando ai suoi sostenitori a Tripoli. «Saluto e faccio gli auguri al popolo libico per questa ricorrenza - ha affermato - dal 3 marzo del 1977 abbiamo passato il potere al popolo e voglio ricordare al mondo che da allora ho dato il potere al popolo. Abbiamo vinto l'occupazione italiana e americana e il popolo gestisce il petrolio e i suoi proventi». Questa volta l'incontro tra Gheddafi ed i suoi sostenitori si tiene al chiuso. Il colonnello è seduto dietro ad una scrivania, circondato da guardie del corpo, e tiene un discorso per il 34esimo anniversario della nascita dei Comitati popolari. Si tratta del suo terzo discorso da quando è iniziata la rivoluzione in Libia.

«Non ho un incarico dal quale dimettermi, come negli altri paesi - aggiunge -. Sono rimasto stupito quando ho visto le manifestazioni in mio sostegno in diverse zone del paese - ha aggiunto - perché il mio non è un posto di potere dal quale dimettersi». «Quello che sta succedendo è solo una provocazione da fuori, dall'estero, e che non ha nulla a che fare con i libici. Ci sono dei circoli esterni che stanno provocando tutto quello che sta succedendo, l'opposizione viene da fuori la Libia e se hanno deciso di attaccare il nostro simbolo siamo pronti a morire uno a uno per difendere il nostro Paese». Seduto e con voce tuonante il rais ha lanciato il suo ricato al mondo: «Vogliono farci tornare schiavi come eravamo sotto gli italiani?», ha detto Gheddafi: «Non lo accetteremo mai, entreremo in una sanguinosa guerra e migliaia e migliaia di libici moriranno se Usa o Nato entreranno nel Paese».

L'ITALIA - Rivendicando il ruolo della sua «guida» politica e esaltando la «rivoluzione» libica Gheddafi parlando alla cerimonia a Tripoli ha aggiunto: «abbiamo costretto l'Italia a inchinarsi». L'Italia, ha detto Gheddafi, «è stata costretta a chiedere scusa per la sua occupazione militare» e a pagare per questo. Abbiamo costretto l'Italia ad ammettere i suoi errori ottenendo uno storico successo... E tutte le ex potenze coloniali sono rimaste scioccate». Precedentemente Gheddafi aveva ribadito che il popolo libico è «sfidato in tutto il mondo». Lo era prima, sottoposto alla minaccia coloniale, e lo è adesso, ma da quando è stata insediata la Jamaihiria, ha proseguito, il «popolo è libero».

L'INCHIESTA - «Nel primo scontro (dall'esplodere della rivolta in Libia, ndr) ci sono stati dai 100 ai 150 morti e sono rimasto sorpreso perché siamo passati dopo poco tempo a mille morti. Ho chiesto infatti di aprire un'inchiesta per capire cosa sia successo» ha detto il colonnello. «Hanno attaccato le stazioni di polizia e hanno preso il controllo della zona con le armi», ha aggiunto. Gheddafi ha poi detto di aver chiesto «alla brigata presente ad al-Baydha di non attaccare i manifestanti».

BREGA - In precedenza il regime del Colonnello ha inviato più di 500 veicoli blindati a Brega per la riconquista della città. Lo riferisce un giornalista libico contattato dalla tv satellitare al-Jazeera. Un testimone oculare residente nella zona sostiene che l'aviazione libica sta bombardando la città, anche se le forze fedeli al regime sembra abbiano avuto la meglio sui rivoltosi che avevano solo delle armi legger

e. Nell'aeroporto di Brega sono atterrati tre aerei militari libici carichi di soldati e veicoli blindati che si stanno dispiegando nei quartieri della città: secondo quanto riporta la rete satellitare Al Arabiya il bilancio delle vittime sarebbe di almeno 14 morti. Brega si trova a una sessantina di chilometri da Adjabiya, il cui arsenale militare è stato attaccato di nuovo mercoledì mattina dall'aviazione militare di Gheddafi, senza conseguenze; proprio Adjabiya dovrebbe essere la prossima tappa della controffensiva delle forze del raìs, e l'opposizione sta preparandosi a difendere la città.

BARROSO - «È tempo che Gheddafi se ne vada» ha detto oggi il presidente della Commissione europea Josè Manuel Barroso osservando che «le azioni assolutamente inaccettabili compiute dal regime libico nelle ultime settimane hanno ormai fatto capire che Gheddafi è parte del problema, non della soluzione». Ed è quindi «tempo che se ne vada». La situazione in Libia, soprattutto per la forte pressione di profughi alle frontiere è «una tragedia umanitaria»: per questo la Commissione ha deciso di aumentare il contributo per gli aiuti umanitari dai 3 milioni stanziati nei giorni scorsi a 10 milioni.

IL PAPA - Il Papa «ha espresso la sua preoccupazione per la gente innocente intrappolata in questa terribile tragedia» in Libia. Lo ha riferito Josette Fheeran, direttore esecutivo del programma alimentate mondiale delle Nazioni Unite, ricevuta in udienza privata oggi da Benedetto XVI.

LEGA ARABA - La situazione in Libia è «tragica» ha detto il segretario generale della Lega araba Amr Mussa, davanti ai ministri degli Esteri arabi. «Non la dobbiamo accettare e dobbiamo sostenere il popolo libico che sta soffrendo molto nel suo cammino verso la libertà».



Redazione online
02 marzo 2011




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Casa Montecarlo, guai per Fini Il gip non ha archiviato l'inchiesta

di Redazione




Il gip Figliolia prende tempo: si è riservato se accettare la richiesta della procura, che vuole l'archiviazione per il presidente della Camera e l'ex tesoriere Pontone, oppure accogliere il ricorso degli esponenti della Destra che chiedono il rinvio a giudizio per truffa aggravata. La decisione entro 15 giorni. Ma i querelanti annunciano già un ricorso in sede civile



Roma - La vicenda Montecarlo non è chiusa. Su Gianfranco Fini pende ancora il giudizio del tribunale di Roma che potrebbe rinviarlo a giudizio per truffa aggravata insieme all'ex tesoriere di An Francesco Pontone. Il gip del tribunale di Roma, Carlo Figliolia, ha scelto di non archiviare immediatamente ma sì è riservato di decidere sulla vendita della casa di Alleanza nazionale a Montecarlo.

I tempi Il procuratore aggiunto Pier Filippo Laviani ha sollecitato ancora la posizione della procura. L’avvocato Mara Ebano, che assiste i due esponenti della Destra che con la loro denuncia hanno dato il via all’inchiesta, il consigliere regionale Roberto Buonasorte e Marco Di Andrea, ha spiegato: "La decisione arriverà entro le prossime settimane". Nell’inchiesta sono indagati sia il presidente della Camera sia l’ex tesoriere di An. All’attenzione del giudice, nella scorsa udienza del 2 febbraio, è stata depositata una videoregistrazione dell’intervista rilasciata al Tg1 e trasmessa il 28 gennaio scorso, dall’immobiliarista residente a Montecarlo Luciano Garzelli. "Ma sono tante le testimonianze e le carte che spiegano cosa è successo e perché" ha detto Buonasorte.
Il ruolo dei Tulliani Giancarlo Tulliani e sua sorella Elisabetta, la compagna di Fini, si sono interessati direttamente della ristrutturazione dell’immobile di Boulevard Princesse Charlotte. Il penalista Giuseppe Consolo, che insieme con Francesco Compagna, difende Fini, ha spiegato: "Il rappresentante della procura ha spiegato le ragioni per cui questa vicenda va archiviata".
Il ricorso in sede civile L’avvocato Di Andrea ha invece sottolineato: "Il nostro impegno andrà avanti comunque. Lo stesso procuratore Laviani ha detto oggi, secondo noi, che c’è spazio per iniziative al tribunale civile". Buonasorte ha poi spiegato: "Tulliani andava almeno ascoltato. E invece è tutto rimasto nel dubbio a nostro parere. Il dato certo è che Fini pensava di risolvere la cosa in 24 ore e invece siamo ancora qui a discutere di questa vicenda".




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A torso nudo con la pistola in mano I baby rapinatori come in «Gomorra»

Corriere della sera


Bloccati quattro ragazzini tra i 12 e i 17 anni. Due di loro, fratelli, non erano mai stati mandati a scuola



MILANO - Petto nudo, muscoli ben in vista, fucile sotto braccio e sguardo «da duri». Nelle foto che i quattro baby rapinatori di Quarto Oggiaro si scattavano con il cellulare, il riferimento al film Gomorra era molto chiaro. Armati di coltelli, pistole e riproduzioni di fucili, i quattro minorenni, di 12, 13, 16 e 17 anni, hanno messo a segno almeno 11 rapine tra settembre e dicembre scorso a pochi metri dalla stazione ferroviaria del quartiere. A partire dallo scorso ottobre, la polizia aveva ricevuto diverse denunce di rapine compiute da gruppi di ragazzi che, accerchiando le vittime per non farle fuggire, intimavano loro la consegna di denaro e cellulari con la minaccia di coltelli o armi. Durante una di queste, avvenuta il 31 ottobre in via Moretti, la vittima, un giovane di 19 anni, è stato picchiato a calci, pugni e testate ed è stato ricoverato con una prognosi di 30 giorni.


Baby-rapinatori in stile Gomorra

LA FAMIGLIA - Gli agenti del Commissariato Quarto Oggiaro li hanno bloccati prima che fosse troppo tardi per il loro recupero, o almeno così si spera. R.D. e S.D., di 12 e 16 anni, sono figli di una famiglia di decennale esperienza criminale, molto nota nel quartiere per i più svariati reati, di padre e madre da sempre nullafacenti, che fin dalle elementari non si erano mai preoccupati di mandare a scuola i due bambini. Diventati più grandi, i figli si erano dati alla malavita sulle orme dei genitori, tanto che il 16enne era già stato coinvolto nella cosiddetta «Operazione Carvelli», perché arruolato dalla famiglia calabrese come vedetta, per avvistare e appuntare il numero di targa delle auto della polizia che circolavano nella zona di piazzetta Capuana, a Quarto Oggiaro.

12ENNE SCATENATO - La polizia ha eseguito misure cautelari per rapina aggravata e continuata e lesioni personali nei confronti di S.D. e del complice 17enne, entrambi rinchiusi nel carcere minorile Beccaria. D.R. e M.O., di 12 e 13 anni, sono invece stati allontanati dalle rispettive famiglie e affidati a comunità di recupero. Il 12enne, una volta portato in commissariato, si è trasformato in una furia. Ha pesantemente insultato gli assistenti sociali e attaccato gli agenti, prima di scoppiare in un pianto liberatorio. Le esperienze già fallite in passato in altre comunità hanno spinto gli inquirenti a scegliere un istituto in grado di garantire l’assistenza di professionisti, anche con cure farmacologiche.

COME «GOMORRA» - Tra i luoghi preferiti per le azioni criminali, gli arrestati avevano individuato la stazione ferroviaria di Quarto Oggiaro e il cavalcavia pedonale che collega questa con un centro commerciale della zona. Nonostante la giovane età, alcune dei ragazzini erano già stati coinvolti in recenti operazioni antidroga con il compito di «vedette» o «sentinelle» e avvertire i boss se arrivava la polizia. Poi, quando non lavoravano per i grandi vessavano i coetanei.

Nel corso delle perquisizioni domiciliari sono stati rinvenuti, nella casa dei fratelli, sedici cellulari, due coltelli, una mazza da baseball ed alcune riproduzioni di armi: un fucile mitragliatore (soft air), una pistola colt «Mk Iv» ed una pistola «Dong». Il gruppo usava mazze da baseball e pistole per intimidire le vittime e quando le pistole non erano giocattolo utilizzavano dei guanti in lattice per non lasciare impronte sulle armi. Nei telefoni degli arrestati, gli investigatori hanno trovato anche filmati in cui gli stessi ragazzi mimavano degli omicidi come nel film Gomorra, compresa la scena in cui i due protagonisti del film sparano raffiche di mitra con indosso solo la biancheria intima, sulla spiaggia.

L'ARRESTO - Gli agenti sono arrivati al gruppo in seguito alle numerose denunce arrivate in commissariato. Il 16enne era già noto ai poliziotti perchè anni fa quando fu sgominato il clan Carvelli, attivo nel traffico di droga a Quarto Oggiaro, il ragazzo fu individuato come la sentinella che annotava le targhe delle auto civetta degli agenti. Suo padre è stato arrestato anni fa per una rapina. Quando il 12enne è stato arrestato prima ha scalciato e insultato sia gli agenti che l'assistente sociale, poi è scoppiato in lacrime e ha chiesto che ad accompagnarlo nella comunità a cui è stato destinato, a Genova, ci fossero anche i suoi genitori.


Redazione online
02 marzo 2011



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Cacciato «il banchiere dei poveri»

Corriere della sera


Il governo del Bangladesh manda via dalla guida della sua banca il premio Nobel per la pace Muhammad Yunus



MILANO - Il governo del Bangladesh ha costretto il premio Nobel per la pace Muhammad Yunus a lasciare la sua banca di microcredito, la Grameen Bank. Quest'ultima conta microprestiti per 955 milioni di dollari complessivi a circa 8 milioni di poveri, nella maggioranza dei casi donne.

L'INCHIESTA - È l'ultimo atto della guerra tra il governo del Bangladesh e il banchiere. Dopo la richiesta rivolta dal governo al banchiere (lo Stato possiede il 25% della Grameen Bank presieduta da Yunus) all'inizio di febbraio di abbandonare il suo incarico, ora è stata la Banca centrale del Bangladesh ad inviare una lettera in cui si sostiene che l'economista, che ha 70 anni, ha continuato a rimanere alla testa della Grameen Bank (da lui fondata) anche dopo aver superato il 60esimo anno, età limite prevista nel paese per il pensionamento. All'inizio di dicembre 2010 un documentario realizzato dal giornalista danese Tom Heinemann ha insinuato irregolarità nella gestione della banca riguardanti doni finanziari della Norvegia e di altri Paesi, provocando reazioni contrastanti ed inchieste da parte dei governi di Oslo e di Dacca.

LOTTA AL GOVERNO - I sostenitori di Yunus, fra cui l'ex presidente irlandese Mary Robinson, sostengono che è stata orchestrata una campagna politica dopo le tensioni registratesi fra Yunus e il premier bengalese Sheikh Hasina nel 2007. E sembra proprio questo il vero motivo che sta dietro la cacciata di Yunus. Come rivela il Financial Times, l'ostilità del governo del Bangladesh nei confronti di Yunus sembra risalire appunto al 2007: quando a seguito di un golpe militare il banchiere manifestò l'idea di creare un suo movimento politico. I leader politici e la maggioranza del partito ora al potere non hanno mai perdonato questa sua scelta considerandolo un rivale nella contesa del potere.



Redazione online
02 marzo 2011




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Video dall'Afghanistan: "Ecco cosa facciamo" La Russa: "Idv sciacalli"

di Redazione


La morte del tenente Ranzani ha riacceso la polemica sulla missione Isaf. L'opposizione chiede il rientro dei militari, la Farnesina conferma la linea. Circa 4mila i soldati impegnati soprattutto in operazioni umanitarie.



 Video

 
Roma - La morte del tenente Massimo Ranzani, ucciso ieri in Afghanistan mentre rientrava da un'operazione di assistenza medica, ha riacceso la polemica, mai spenta, sulla presenza dei militari nel Paese. Mentre il ministro degli Esteri, Ignazio La Russa, riferiva alla Camera dell'attentanto di ieri, il vice capogruppo di Idv Fabio Evangelisti lo ha interrotto e lo ha accusato di "retorica". Decisa la reazione di La Russa che ha risposto "Tu te ne stai comodo, seduto nei banchi, siete sciacalli, gli sciacalli hanno diritto di parlare", scatenando un trambusto durato qualche minuto. Quando il presidente di turno, Antonio Leone, è riuscito a riportare la calma in aula, il ministro ha aggiunto: "È la prima volta che in una informativa si approfitta delle parole del ministro per inscenare una piccola, misera gazzarra. Dobbiamo veramente rispetto e far sentire la vicinanza di tutto il Parlamento a chi fa davvero qualcosa per la pace e l’Italia".
Italiani impegnati nella ricostruzione La missione, come ha ribadito La Russa, continuerà fino al 2014, quando, "in linea con la strategia della Nato, sarà portato a termine il processo di transizione che comporta l’assunzione di responsabilità da parte degli afghani nel campo della sicurezza". Il ministro ha poi ricordato che il compito principale dei militari italiani non è quello di attentare alla libertà del popolo afgano. Del resto, sottolina La Russa, la missione della Nato "non è quella di fare la guerra. Non possiamo dividerci o fare polemiche su una parola, su un termine lessicale. L’articolo 11 della Costituzione lo conosciamo benissimo. Non siamo in Afghanistan in contrasto con l’articolo 11 ma in ossequio all’articolo 11". E su YouReporter.it, la piattaforma italiana di giornalismo parteciativo, è stato pubblicato un video di Angelo Cimarosti che segue il reggimento lagunari "Serenissima" guidati dal colonnello Giovanni Parmiggiani in missione nel distretto di Farah. Nelle immagini, girate circa 24 ore prima dell'uccisione di Ranzani i militari distribuiscono materiale materiale scolastico in un piccolo villaggio. Un'attività comunque non esente da rischi. 




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Colombia, prende a calci gufo-mascotte e lo uccide: calciatore rischia carcere

Il Mattino


BOGOTA' - È morto il gufo-mascotte della squadra colombiana Atletico Junior. Domenica scorsa il rapace era stato colpito con un calcio dal panamense Luis Moreno, difensore del Deportivo Pereira, durante la sfida fra le due formazioni a Barranquilla. 

Il gesto di Moreno ha scatenato numerose critiche e il giocatore, nonostante le pubbliche scuse, è stato anche denunciato per maltrattamenti su animali dal Dipartimento federale dell'ambiente di Barranquilla: ora rischia sanzioni che vanno dalla multa a 45 giorni di carcere. Il gufo è morto nella clinica veterinaria dove era ricoverato, a quanto pare a causa di una miopatia da cattura.

Ieri, intanto, Moreno si è recato in visita allo zoo di Pereira e si è intrattenuto a lungo nella zona che ospita i rapaci. Il difensore ha presentato di nuovo le sue scuse e si è impegnato a presentarsi presso il giardino zoologico una volta al mese per prestare lavoro volontario in attività di tipo ambientale.



Mercoledì 02 Marzo 2011 - 10:29    Ultimo aggiornamento: 10:30



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Napoli, sacchetti-spesa biodegradabili E' boom di quelli falsi. Cinesi nel mirino