Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

sabato 19 febbraio 2011

Gaffe Rai su Vecchioni, è caos

Corriere della sera.

L'addetto di Rai Trade si lascia scappare in conferenza stampa: «È stato il più televotato».
Protesta Mazzi: «Non si può fare una leggerezza del genere, qualcuno verrà danneggiato, dovevate limitarvi a dare i dati generali».

E Morandi se ne va infuriato

Afragola, torna a casa dopo 15 anni e chiede: «Siete davvero i miei figli?»

Roma è una città violenta? Secondo stupro in pieno centro

di Redazione



Dopo la turista americana violentata pochi giorni fa da un rumeno, una ragazza spagnola è stata aggredita la scorsa notte. Due uomini, forse italiani, l'hanno stuprata in strada, tra due auto parcheggiate. Le denunce di stupro sono in calo e le violenze avvengono per lo più in calo, ma i casi come questi riaprono il dibattito sulla sicurezza delle città



Roma - Il centro delle città è davvero sicuro? Le statistiche parlano di violenze sessuali in calo e dicono che la maggior parte degli abusi avviene in famiglia, ma quando gli stupri avvengono in centro città torna vivo il dibattito, mai chiuso, sulla sicurezza. Stavolta, a far discutere è Roma, dove, dopo la turista statunitense stuprata a Villa Borghese martedì, verso le 2 della scorsa notte una ragazza spagnola è stata aggredita e violentata in strada a Trinità dei Monti. La 23enne ha raccontato di essere appena uscita da un locale in via San Sebastianello, quando è stata bloccata da due ragazzi, probabilmente italiani. L'hanno trascinata tra due automobili parcheggiate e lì, mentre uno dei due la teneva ferma, l'altro l'ha stuprata. Poi è riuscita a tornare a casa, in periferia, dove è stata raggiunta dal fidanzato che l'ha portata al Pronto Soccorso dell'ospedale Vannini.
Su questo caso sta ora indagando la polizia, ma già martedì scorso sulle pagine di cronaca è finita la storia di una turista statunitense violentata da un clochard rumeno, 29 anni, che le si è presentato con il nome di Giulien. Parlando in inglese, l'uomo l'ha "abbordata" in piazza della Repubblica mentre faceva acquisti su una bancarella. Poi si è offerto di aiutarla a cercare un posto dove dormire e l'ha portata a villa Borghese. Qui l'ha spinta all’interno di una cabina elettrica e l’ha violentata, prima che la donna riuscisse a scappare e chiedere aiuto. L’uomo è stato trovato e arrestato dalla polizia mercoledì pomeriggio a Villa Borghese, nella stessa cabina dove è avvenuto lo stupro.




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YouTube ha bloccato i video dello spot del libro di Marra con Ruby seminuda»

La modella, il giudice, i politici Gli inquilini a canone scontato

Corriere della sera


Case del Pio Albergo Trivulzio, inchiesta della Corte dei Conti




MILANO - Sette pagine con nomi, cognomi, indirizzi, canoni d'affitto e metri quadrati. Dopo settimane di polemiche si alza ufficialmente il velo sugli inquilini del Pio Albergo Trivulzio (Pat). La lista arriva nelle mani dei consiglieri comunali di Milano. Un elenco in cui spiccano politici, parlamentari, immobiliaristi, manager, magistrati, dirigenti di polizia, gioiellieri, giornalisti, amici degli amici.

Nell'elenco custodito per giorni dai vertici della Baggina, da fine '700 uno dei più importanti ospizi d'Italia, non mancano le sorprese. Tra gli inquilini ingombranti spicca il direttore sportivo del Milan, Ariedo Braida, titolare di un contratto nella centralissima piazza del Carmine, nel quartiere di Brera. Per un appartamento di 84,59 metri quadrati paga un canone annuo di 17.300 euro, cui si aggiungono 1.244 euro di spese. Sempre in centro ha trovato casa il funzionario della squadra mobile di Milano, Maria Josè Falcicchia: alloggio da 75,20 metri per 11.262 euro all'anno più spese. Tra gli stabili più prestigiosi quello di piazza Mirabello 1, dove un ufficio è affittato a Daniele Cordero di Montezemolo, fratello di Luca: 43,10 metri quadrati per un canone annuo di 9.100, oltre a 1.804 di spese. «È stato ottenuto in seguito a regolare asta pubblica», viene sottolineato da fonti vicine a Luca Cordero. Nello stesso palazzo ha sede lo studio condiviso da Sveva Dalmasso, la candidata sponsorizzata da Francesco Cossiga per il listino dal presidente Roberto Formigoni (poi rimasta fuori): 170,60 metri per 45 mila euro, più 5.300 di spese. Sempre in piazza Mirabello vive la giornalista Claudia Peroni: 136,59 metri quadrati per un canone annuo di 15.207 euro più 4.462 di spese. Al civico 5 di piazza Mirabello spunta invece un contratto d'affitto intestato a Luana Maniezzo, moglie dell'ex ministro Aldo Brancher. Canone: 6.565 euro. Allo stesso indirizzo c'è la sede di «Linea Anni Più», che fa riferimento a Stefania Bartoccetti.

Negli appartamenti del Pio Albergo Trivulzio vivono anche immobiliaristi che vendono case di lusso: Maurizia Serra e Graziano Basso, titolari dell'Immobiliare Della Spiga, sono intestatari di un contratto in via della Spiga 5: 174 metri quadrati di casa per un canone annuo di 42.700 euro, più 5.935 di spese. Allo stesso indirizzo ha sede il quartier generale della Gilli srl, la luxury fashion company fondata da Giulia Ligresti (figlia di Salvatore) con tre contratti diversi: uno studio e due negozi affittati rispettivamente per 50.833 euro (più 5.978 di spese), 70.651 (più 548 spese) e 125.382 (più 1.087 euro di spese). Sempre in via della Spiga 5 vive l'étoile della Scala Carla Fracci. Casa della Baggina anche per la modella Gaia Amaral Bermani: 72 metri quadrati in via Bramante 25 per 630 euro al mese più spese. Hanno trovato casa in corso di Porta Romana 116 i politici Domenico Lo Jucco (ex tesoriere di Forza Italia) e Giuseppe Rossetto (ex parlamentare del partito azzurro). Ha una targa con il suo nome di fianco al citofono anche il capogruppo del Pdl in Comune, nonché avvocato, Giulio Gallera: il contratto risulta intestato ad Alessandro Cannone. Nello stabile abitano pure giornalisti: da Massimo Bertarelli (Il Giornale) a Cinzia Sasso (La Repubblica). Gli affitti? Poco più di 500 euro al mese per 100 metri quadrati. Tra gli inquilini del Pat anche Martino Pillitteri, nipote di Paolo.
Giornalisti di casa anche in corso di Porta Romana 44: è Micaela Palmieri. Il canone: 424 euro al mese.

Pier Filippo Giuggioli, figlio di Paolo (presidente dell'Ordine degli avvocati di Milano) è in affitto in piazza del Carmine 1. Lì c'è anche Giolina Mereu, titolare di una gioielleria di via Solferino. Per il magistrato del tribunale di Milano Anna Guglielmina Landriani un appartamento di 115 metri.
A tutti gli affitti vanno aggiunte le spese, spesso gli inquilini devono ristrutturare l'appartamento. Ma ora sull'Affittopoli 2011 della Baggina apre d'ufficio un'inchiesta la Corte dei Conti della Lombardia. La decisione è del procuratore Paolo Evangelista (da poco al posto di Eugenio Francesco Schlitzer, diventato presidente della Corte dei conti di Bari). L'indagine sarà condotta da due sostituti procuratori, insieme con la Guardia di Finanza. L'obiettivo della magistratura contabile è verificare un presunto danno all'erario. L'ipotesi di illecito scatta di fronte all'affitto di case di pregio in luoghi centrali di Milano a prezzi low cost. Per 1.064 appartamenti il Trivulzio incassa 7,3 milioni di euro l'anno. Con canoni da 400 euro al mese per 90 metri quadrati in corso di Porta Romana e 545 euro per 130 metri in via Moscova. Ma una valorizzazione migliore del patrimonio immobiliare (da quasi 500 milioni di euro) avrebbe consentito un'assistenza migliore dei quasi mille anziani ospitati ogni anno alla Baggina? È la difficile domanda cui tenterà di dare risposta la Corte dei conti. Nel mirino anche i criteri di assegnazione delle case, che lasciano ampi margini di discrezionalità: a parità di requisiti tra i candidati vince chi ha il reddito più alto.

Simona Ravizza
Rossella Verga
19 febbraio 2011




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Nessun favore, pago 4.300 euro al mese"

Corriere della sera


Sedici anni fa io e mio marito abbiamo partecipato a un bando pubblico e ci hanno assegnato la casa


MILANO - «L'affitto è la nostra rovina, un grande peso per tutta la famiglia».


Scusi?
«Sì, paghiamo 4.300 euro al mese, non c'è davvero alcun privilegio. Abbiamo partecipato a un bando pubblico e così ci hanno assegnato la casa». Carla Fracci, insieme con tanti volti noti, compare nella lista degli inquilini del Pio Albergo Trivulzio sulla quale si sta scatenando una bufera politica e giudiziaria. L'ex étoile della Scala da 16 anni abita in un appartamento in via della Spiga, nel cuore del Quadrilatero, 187 metri quadrati con un canone di oltre 53 mila euro all'anno, spese incluse.

Qualcuno potrebbe dire che per una casa a due passi dal via Montenapoleone è comunque poco. Non è d'accordo?
«Negli ultimi anni il mercato immobiliare è stato drogato. E non si possono fare certi paragoni. Se gli appartamenti non vanno in mano alle case di moda, i cittadini comuni pagano la nostra stessa cifra».

Forse. Ma lei non è un cittadino comune.
«Certo, ma io e mio marito (il maestro Beppe Menegatti, ndr) per usare una battuta siamo due lavoratori in canna».

E cosa risponde a tutte le polemiche che si stanno scatenando su questi affitti?
«Posso rispondere solo per quel che riguarda la mia situazione. E cioè quello che ho detto prima: non credo che il nostro affitto sia basso. Senza contare che quando siamo entrati abbiamo fatto anche molti lavori. Un accurato restauro di tutta la casa e solo a nostre spese. Le dico la verità, in questo momento, c'è anche una forma di imbarazzo».

Perché?
«Da poco ci hanno mandato la disdetta del contratto, ma credo sia solo una maniera per aumentare il canone. Ancora. E dovremo chiedere aiuto, perché non credo potremmo permetterci di pagare di più».

Quindi se l'affitto è così caro, perché non lasciate?
«Perché ci sono affezionata. Ci sono tanti ricordi, molti momenti felici. Appena uscito dall'ospedale, il mio primo nipote è venuto qui con noi. Poi tutti i momenti belli con gli amici. Da qui sono passati molti volti noti del cinema, del teatro, dell'arte».

Per esempio?
«Davvero chiunque: da Roberto Benigni a Valentina Cortese. La nostra casa è sempre aperta a tutti. E poi è semplice, tutta arredata con mobili della storia del teatro italiano. E non solo. Acquistati, ovviamente, dagli antiquari. Pensi ci sono anche i bozzetti della scenografia della prima Traviata».

Come della prima Traviata?
«Sì, quando venne messa in scena alla Fenice, Giuseppe Verdi decise di usare abiti dell'epoca per la scena. Per questa ragione fu un flop. L'anno successivo decisero, quindi, di vestire gli interpreti con abiti del secolo precedente. E noi abbiamo trovato i primi bozzetti e sono appesi proprio a Milano, perché lì devono stare».

Ecco torniamo alla casa. Lei tra Milano e Roma. Quanti giorni trascorre in via della Spiga?
«Negli ultimi tempi il più possibile. Vado spesso al cimitero per visitare le tombe dei miei genitori. Mio figlio ci sta tre giorni a settimana perché insegna al Politecnico. Un incarico non retribuito. Ma il mio progetto è un altro».

Quale?
«Tornare a lavorare fissa a Milano, dove c'è il mio cuore. Anche per questo non voglio lasciare la casa. Nonostante l'affitto».

Benedetta Argentieri
19 febbraio 2011




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Cina, soffre di emicrania: i medici scoprono che ha un coltello nella testa

Solo bugie sul governo": la rivolta di un italiano contro l'Herald Tribune

di Paolo Bracalini


Un ingegnere che lavora in Inghilterra: "In un articolo c’erano 766 parole anti Berlusconi su 788. Ho disdetto l’abbonamento" 



Rispedito indietro al servizio clienti, con una letterina di accompagnamento: «Rimandatemi l’edizione normale, non quella di propaganda». Maurizio Morabito, giovane ingegnere elettronico, vive e lavora a Londra da dodici anni nell’investment banking della City. È un fedele abbonato dell’International Herald Tribune (edizione internazionale del New York Times), ma davanti al servizio della due corrispondenti Rachel Donadio e Elisabetta Povoledo sulla manifestazione delle donne (titolo: «Voci arrabbiate si alzano contro Berlusconi») non ci ha visto più: «Non era un articolo di reporting, un racconto dei fatti, ma un pezzo di propaganda spicciola. Ho fatto un calcolo: l’articolo è di 784 parole, di cui 766 sono contro Berlusconi».
In realtà Morabito non è che fosse stupito più di tanto. «I giornali inglesi cercano sempre di raccontare l’Italia in modo macchiettistico, come un Paese di gente simpatica ma inaffidabile, governata da un mezzo mostro. C’è un pregiudizio sull’Italia che viene costantemente nutrito dagli articoli della stampa inglese, è quello che i loro lettori si aspettano. Le ragioni sono due. Gli inglesi si sentono in competizione con l’Italia perché gli indicatori economici ci danno spesso alla pari con loro se non più avanti. Quindi i media sono contenti quando possono farci apparire come peggiori di loro. Poi c’è il vecchio problema dei corrispondenti dei giornali stranieri a Roma, che sono tutti ospiti del “club” di Repubblica e assorbono quel modo di vedere le cose».
Le tv britanniche, quando devono sentire un esperto di cose italiane, intervistano la corrispondente dell’Espresso, «che parla malissimo dell’Italia». A volte i quotidiani britannici scendono in campo (il nostro), come quando il Guardian, alle ultime europee, «di fatto disse chi andava votato tra i candidati italiani». «Mandammo una lettera di protesta all’ambasciata italiana». Un’altra volta il Sunday Times pubblicò una bufala su un comandante talebano pagato dal governo italiano («lì andammo direttamente dal vicedirettore a lamentarci»).

Insomma il macchiettismo di un’Italia cialtrona, inconcludente e minacciata dal mostro Berlusconi rassicura il lettore britannico. Chi compra un giornale si aspetta di veder confermato il suo pregiudizio. «Così come non si aspettano un latin lover norvegese o un grande chef svizzero, i lettori inglesi così non sono preparati a sentir parlare bene del governo italiano».
Ma allora cosa succede quando non governa Berusconi? «Semplicemente parlano molto meno dell’Italia, o non ne parlano affatto. I giornali inglesi fanno un po’ come i comici italiani, che quando non c’è Berlusconi al governo non prendono in giro i nuovi ministri, ma sempre Berlusconi». E se di Obama «qualunque cosa faccia è sempre celebrato», per Berlusconi è il contrario, «se camminasse sull’acqua direbbero che non sa nuotare». Colpa anche dello staff berlusconiano «che non ha curato i rapporti con la stampa straniera, li ha dati per persi da molto tempo».

A Londra la comunità italiana si divide in due: «Quelli che si vergognano di essere italiani e subiscono lo stereotipo raccontato dai giornali inglesi, e quelli che invece soffrono di questo fango che ci buttano addosso». Chissà cosa gli risponderà l’International Herald Tribune.




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Santoro-Benigni fratelli coltelli

Il Tempo


Michele all'attacco: "Roberto usato per cancellarmi. Ma l'operazione è fallita".


Michele Santoro ad Annozero Ormai non ci sono più dubbi. L'Auditel è la vera «sciagura» della televisione italiana. Per un punto di share un programma si trasforma in un flop o nella rivelazione della stagione. Per un punto di share affermati conduttori cadono in disgrazia mentre altri vengono osannati dalle folle paludenti. Ma per un punto di share possono anche rompersi «affetti» consolidati. «Amori» che duravano da anni. È successo giovedì sera, durante la terza puntata del Festival di Sanremo dedicata ai 150 anni dell'Unità d'Italia. Ospite d'onore Roberto Benigni che si è esibito in un'appassionata esegesi dell'Inno di Mameli condita da riferimenti all'attualità politica. Non era la prima apparizione televisiva del comico toscano ed era difficile pensare che non si sarebbe trasformata nell'ennesimo successo.

A novembre, ospite di Fabio Fazio e Roberto Saviano, aveva calamitato davanti al piccolo schermo oltre 7 milioni e 600mila spettatori di media (25.48% di share) con un picco oltre i 9 milioni quando aveva cantato Vieni via con me di Paolo Conte. Giovedì ha demolito il record: 15 milioni e 398mila spettatori di media, 50.2% di share. Cosa c'è di male? Che contemporaneamente, su Raidue, Michele Santoro andava in onda con il suo Annozero. E nonostante l'ennesima puntata dedicata a Ruby, nonostante la telefonata con Lele Mora furioso («Comunisti di merda. Spero che vengano i fascisti a spaccarvi le gambe» è stato uno dei passaggi salienti delle dichiarazioni dell'agente dello spettacolo), nonostante i fumetti-fiction usati per illustrare le intercettazioni telefoniche, non è andato oltre i 4 milioni e 250mila spettatori (14.1%).

Così, forse per frustrazione, ha deciso di partire lancio in resta all'attacco di quelli che cercano in tutti i modi di «cancellarlo» dalla televisione pubblica. Cosa c'entra? Semplice, quello di giovedì è stato un piano studiato a tavolino, un complotto ordito dalle lobby pluto-giudaico-massoniche contro l'espressione più alta della libertà di informazione. E Benigni ne è stato un ingranaggio. Non è uno scherzo, Santoro lo ha scritto sul sito del programma: «La partenza del Festiva è stata anticipata di mezz'ora e il monologo di Benigni è durato 52 minuti. Questa volta Sanremo non ha ospitato una straordinaria performance ma ha inglobato un intero show.

Tuttativa quattro milioni di spettatori bastano per dimostrare che Annozero è indispensabile e che nessuna circostanza può giustificare il tentativo di ridurre la televisione ad un programma unico. Benigni è sempre Benigni. Ma è stato usato per cancellare la diversità. L'operazione, grazie a voi, non è riuscita; e noi continueremo ad amarlo lo stesso. Noi». Gioite folle, la libera informazione ha retto all'offensiva di Benigni. E ci sarà tempo anche per recuperare il rapporto di «amore» tra il conduttore e il comico. Dopotutto, quando Santoro mise in piedi il suo Raiperunanotte al Paladozza di Bologna uno dei pezzi pregiati della serata fu proprio un'intervista a Benigni. Chissà, magari potrebbe invitarlo ad una delle prossime puntate di Annozero. Così Michele potrà «usare» Roberto. Senza lamentarsi.


Nicola Imberti
19/02/2011




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Quando i cani insegnano l'amicizia

Corriere della sera

Beagle veglia il compagno di battuta finito in una trappola
D. Mainardi

Vendola-Bindi, amore già finito "Rosy premier? Solo a tempo..."

di Redazione



Il leader di Sel aveva proposto una grande coalizione anti Berlusconi, ma ora ci ripensa e vuole un governo transitorio. Renzi: "La Bindi premier? Se il Pd vuole perdere va bene". La presidente del Pd: "Non bisogna trasferire i problemi in casa d'altri"




Milano - Fini si squaglia e a sinistra non stanno molto meglio. C'è grande confusione sul presente e soprattutto sul futuro. Solo qualche giorno fa Nichi Vendola aveva parlato di una grande coalizione anti berlusconiana, aperta persino a Gianfranco Fini. E aveva candidato come premier Rosy Bindi. Subito Repubblica si era schierata al suo fianco ed era giunta la benedizione addirittura di Prodi. Ma ora il governatore della Puglia fa marcia indietro, almeno in parte. Precisa che Rosy è il candidato per un governo temporaneo. "Ho fatto il nome di Rosy Bindi - afferma il leader di Sel - perché quello è l'unico caso in cui si capisce che si sta facendo una coalizione ed eventualmente un governo che ha obiettivi limitati per una fase provvisoria".
Una coalizione temporanea Vendola ha spiegato di essere partito da "quella che veniva indicata come una necessità nazionale. Partire dallo stato di emergenza democratica del nostro paese e immaginare la necessità di una fase di transizione dentro a una coalizione molto larga che si impegni a rimuovere le macerie di questa cadente seconda Repubblica". Dalla grande coalizione, come ha ribadito Vendola, verrebbe fuori un esecutivo con "un recinto e un respiro limitato". Una volta però, "ripristinato un quadro di regole democratiche", la coalizione si scioglierebbe. "Poi non si può stare tutti insieme - ha aggiunto - perché ad esempio Fli ha una strategia rispettabile ma è un competitor".
Il no di Rosy La stessa Rosy Bindi però non l'ha presa bene. "Sono presidente dell'Assemblea di un partito che ha una regola - ha detto - che condivido molto e vorrei fosse rispettata da tutti: il candidato a Palazzo Chigi del Pd è il segretario del partito. Si dà il caso che Bersani abbia anche tutte le qualità per guidare questo Paese nell'oltre Berlusconi". Come dire Romano e Nichi la vostra uscita non è gradita. Poi la presidente del Pd accusa: "Bisogna evitare di strumentalizzare le persone, soprattutto le donne e soprattutto una donna la quale vorrebbe ripetere che non si lascia strumentalizzare". Pur ringraziando Vendola, che "ha capito la grande coalizione e che deve fare un passo indietro", la Bindi ha precisato che "è necessario compiere certi passi gratuitamente, evitando di trasferire i problemi in casa d'altri"
La polemica con Renzi La proposta di Vendola non è piaciuta nemmeno a Matteo Renzi che stamattina, in un'intervista a Repubblica, l'ha bollata come un modo per perdere le elezioni. Il sindaco di Firenze non condivide la scelta nemmeno se fosse un modo per dare peso al "fattore-donna": "Servono gli asili nido, mica una candidatura femminile così, come fosse un gioco di prestigio". Soprattutto se ad essere candidata è, stando alle parole di Renzi, "una donna di grande esperienza, però le manca la capacità di parlare ad un altro mondo rispetto al suo. E poi ha già fatto cinque legislature nel parlamento italiano e una in quello europeo". Insomma, il sindaco di Firenze vorrebbe una leadership "in grado di segnare l'Italia nei prossimi vent'anni, invece di riproporre il girone di ritorno dei venti appena passati". E non a caso Rosy Bindi risponde piccata rilevando che nella scelta della leadership "Renzi direbbe di sì solo a Renzi. Ma non so se lo diremmo noi di sì". Insomma caos totale nel Pd.





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Soldi a scrocco e belle donne Condannato l’ex pupillo di Prodi

di Mariateresa Conti



Per il giudice, non per il gossip, è colpevole. E lui stesso del resto l’ha ammesso, visto che non solo ha patteggiato la pena, ma ha pure versato un bel risarcimento alla Regione Emilia Romagna (oltre 46mila euro) per rifondere i danni causati dai suoi comportamenti. Eppure Pd e sinistra varia, per l’ex sindaco di Bologna Flavio Delbono condannato giusto ieri a un anno, sette mesi e dieci giorni per le accuse di peculato, truffa aggravata, intralcio alla giustizia e induzione a fare false dichiarazioni nell’ambito di uno dei filoni del cosiddetto Cinzia-gate, osservano un rispettoso silenzio. Neanche un rimprovero piccolo piccolo, per quei viaggi con la sua allora fidanzata, ora sua grande accusatrice, Cinzia Cracchi, fatti a spese del contribuente.

Nulla, solo un assordante silenzio, dal Pd, da Idv, da Sinistra e libertà e dalla sinistra tutta. Unica voce, sommessa, quella del portavoce dell’esecutivo democratico di Bologna, Davide Ferrari: «Esprimiamo a Delbono – ha dichiarato – rispetto sul piano umano, come persona che ha ammesso i propri errori e ne sta pagando il prezzo politico e giudiziario. È massimo il nostro rispetto per l’esito giudiziario di questa vicenda per la quale Flavio Delbono aveva riconosciuto proprie responsabilità ed espresso scuse ai cittadini per gli errori commessi». Ecco fatto, un buffetto di rimprovero e via. Come a un fratello un po’ discolo per una marachella.

Del resto, il fratello Delbono, anzi pardon compagno, nel Pd bolognese, è sempre stato il cocco di Romano Prodi. L’ex premier nonché collega in quanto professore universitario l’ha voluto, fortissimamente voluto nel 2009 come candidato sindaco della sua Bologna; l’ha sostenuto, fortissimamente sostenuto durante la campagna elettorale; ed è sparito, repentinamente sparito, quando per Delbono sono cominciate prima le chiacchiere, poi i guai giudiziari.

Sì, perché il cosiddetto Cinzia-gate, alias la storia di viaggi privati spacciati per missioni, all’epoca in cui Delbono era vicepresidente della Regione Emilia-Romagna, con l’allora segretaria-fidanzata Cinzia Cracchi, in realtà esplose a Delbono non ancora sindaco, poco prima del ballottaggio. A chieder conto di quei viaggi fu l’avversario di Delbono, Alfredo Cazzola. L’aspirante sindaco Pd s’indignò, querelò, poi ritirò la denuncia. «Falsità», giurò.

E «falsità», fu costretto a ripetere quando quelle storie divennero numeri, quelli degli articoli del codice penale: non solo i viaggi, ma pure un bancomat concesso in uso alla Cracchi ma foraggiato da soldi pubblici e poi ritirato alla fine della relazione. La ex mollata e trasferita d’ufficio, pressata dai magistrati, fu un fiume in piena. Alla fine del gennaio 2010 le dimissioni di Delbono da sindaco. E ora la sentenza per il primo del tre tronconi dell’indagine (ne rimangono altri due, uno per abuso d’ufficio e uno per corruzione). Una sentenza blanda, come è normale che sia col rito alternativo. Una sentenza strategica, che evita a Delbono l’interdizione dai pubblici uffici, e quindi la perdita della cattedra universitaria. Il pupillo di Prodi, tutto sommato, se l’è cavata bene.



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Il sindaco vuole chiarezza ma esplode il giallo dei palazzi dimenticati

di Chiara Campo


Il giallo «affittopoli» continua. Dopo un braccio di ferro lungo due mesi ieri alle 16.15 è arrivata finalmente nelle mani dei consiglieri comunali l’elenco dei 1.064 intestatari di un alloggio, un negozio, un ufficio negli immobili del Pio Albergo Trivulzio. Busta consegnata sigillata la sera prima dal presidente del Pat Emilio Trabucchi a quello del consiglio comunale Manfredi Palmeri e aperta solo davanti ai flash (e ai pidiellini che protestavano per la «passerella elettorale») dalla titolare finiana della Commissione casa, Barbara Ciabò.

Dalla lista spuntano politici, giornalisti, ètoile, volti tv, magistrati, anche il vicequestore di Milano tra gli affittuari di case low cost in centro. Ma non sono tutti, è l’accusa sollevata dall’opposizione e anche i futuristi alimentano i sospetti. «L’elenco di sicuro è incompleto - assicura la consigliera Pd Carmela Rozza - abbiamo chiesto di conoscere anche le vendite immobiliari del Pat negli ultimi cinque anni», si domanda che fine hanno fatto (tradotto, chi abita) nel palazzo di corso Sempione, via Ciro Menotti, via Sottocorno.

E avverte, «se entro lunedì non avremo queste informazioni chiederemo l’intervento della magistratura». Si allinea la Ciabò, «sembra che manchino 150 alloggi e se il sospetto trovasse fondamento sarebbe gravissimo». A «sorprendere» Marco Osnato (Pdl) è invece innanzitutto la «tempestività con cui è stata convocata questa seduta a due mesi dal voto dalla commissione più silente del mandato. L’effetto che sortisce l’operazione è uno scambio di accuse reciproche sulla par condicio delle raccomandazioni». Piuttosto «invece di mettere alla berlina i nomi sarebbe stato più utile porre il problema delle modalità di assegnazione degli alloggi».

«Massima trasparenza» e «criteri di assegnazione in linea con i bandi» è quella pretesa anche ieri dal sindaco Letizia Moratti. Il Trivulzio «ha una sua autonomia e quindi non si può intervenire se non indicando quali devono essere dei criteri che deve avere. Sono felice che il presidente abbia deciso di consegnare gli elenchi ma non basta». Il sindaco chiederà «quali sono i criteri con cui sono stati indetti i bandi, voglio essere sicura che nulla è stato dato se non attraverso i bandi e voglio che siano resi chiari i criteri».

I vertici del Pat sono sotto attacco, lunedì Trabucchi terrà una conferenza stampa in cui probabilmente chiarirà i tanti punti ancora oscuri della vicenda, ma dal capogruppo del Pd Piefrancesco Majorino è arrivata la richiesta di dimissioni. Nessun commento ufficiale invece sul candidato sindaco del centrosinistra Giuliano Pisapia. Anche la sua compagna, la giornalista di «Repubblica» Cinzia Sasso, ha abitato per 22 anni in un alloggio del Pat per una modica cifra, meno di 9mila euro l’anno (tra affitto e spese) per 119 metri quadri in corso di Porta Romana. Oggi convive con il compagno, dichiara che ha disdetto il contratto nel 2008 ma per il momento in casa c’è ancora il figlio. Che lavora nello staff di Pisapia.

Il candidato sindaco però denuncia il «fango» gettato contro la compagna, che «non è candidata a niente, è un privato cittadino. Non è un reato abitare in una casa di proprietà di un ente pubblico, mentre certo è un problema l’incapacità degli enti che dispongono di un patrimonio immobiliare di gestire al meglio le proprie disponibilità. E state certi che io mi batterò contro quelle inefficienze». Ma nelle agenzie di stampa, a esprimergli «solidarietà» per quello che giudica un pesante attacco della stampa, dopo tutta la giornata c’è solo la voce di Maurizio Baruffi, ex consigliere comunale del Pd. Attualmente, portavoce del candidato sindaco.



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L'Enel e le truffe porta a porta, ecco come riconoscere i veri agenti

Il Mattino



NAPOLI - Enel Energia, la società leader del mercato libero dell'energia e gas, rafforza il suo impegno contro le truffe con una nuova linea di abbigliamento che rende facile al cliente riconoscere un vero agente, rendendo dura la vita ai malintenzionati che sfruttando la concorrenza tra venditori ne approfittano per raggirare i clienti.

“Energia in persona” è il nome del nuovo restyling della divisa “antitruffa” che per gli uomini prevede un giacca in tessuto tecno e una cravatta firmata Talarico e per le donne un giacchino e un foulard sempre ideato dal noto artigiano romano. Le divise sono caratterizzate dai colori aziendali, blu e arancio, e saranno siglate Enel.

La dotazione prevede anche una borsa porta documenti in cuoio rigenerato, una calcolatrice solare, un quaderno tipo moleskine, un porta contratti, un portachiavi in alluminio e un ombrello richiudibile. E ben in vista, il cartellino di riconoscimento.


«Per rendere ancor più facilmente identificabili i veri agenti - racconta Nicola Lanzetta Responsabile Vendite Mass Market di Enel Energia - la società leader del mercato libero dell'energia con circa 7 milioni di clienti conquistati - abbiamo preparato una linea di abbigliamento dedicata. Sull'intero territorio nazio