Evoluzione a Sinistra

Evoluzione a Sinistra

giovedì 27 gennaio 2011

FiniI, ecco la prova

di Redazione


Il ministro degli Esteri: "I documenti sono veri, ma spetterà alla Procura verificare i fatti". In serata trapelano i documenti che dimostrano che la casa è di Giancarlo Tulliani.


Il contratto: FOTO




Roma - L'affaire Montecarlo è arrivato alla resa dei conti. In serata trapelano i documenti che dimostrano che la casa di boulevard Princesse Charlotte a Montecarlo è di Giancarlo Tulliani, il cognato del presidente della Camera. In ballo non c'è solo la verità su un caso che si strascina da circa sei mesi, ma anche la poltrona più alta di Montecitorio. Fini, in un videomessaggio diffuso il 25 settembre scorso, aveva assicurato che se fosse stato accertato che la casa di è di Giancarlo Tulliani, si sarebbe dimesso. Ora i documenti ufficiali ci sono, Fini manterrà la promessa?
Frattini: "I documenti sono autentici" Il ministro degli Esteri, Franco Frattini, intervenendo in Aula al Senato ha spiegato che il primo ministro di Santa Lucia conferma l’autenticità del documento pubblicato dai giornali circa la proprietà della casa di Montecarlo intestata ad una società off-shore che fa riferimento a Gianfranco Tulliani, cognato del presidente della Camera, Gianfranco Fini. "Qualche settimana fa ho ricevuto la risposta dal primo ministro di Santa Lucia - ha detto Frattini - il quale, allegando il documento, me ne ha certificato l’autenticità e l’autenticità dei dati contenuti, sia la lettera, sia il documento allegato sono stati da me inviati per delle valutazioni alla procura della Repubblivca di Roma dove c’è ancora un fascicolo aperto" sulla vicenda. Frattini, dunque, non ha rivelato i contenuti della documentazione ora sottoposta a segreto istruttorio, essendo stata acquisita dalla Procura.
"Nessuna rogatoria, un chiarimento" Nessuna rogatoria, ma "un chiarimento puro e semplice". Il ministro degli Esteri Franco Frattini spiega così, in Aula al Senato, il motivo della sua richiesta al governo di Santa Lucia dei documenti relativi alla casa ex An di Montecarlo. Frattini cita, in particolare, la "polemica che investì una presunta manipolazione" della lettera del ministro della Giustizia di Santa Lucia sul coinvolgimento di Giancarlo Tulliani - cognato del presidente della Camera Fini - nella società offshore proprietaria dell’immobile.

"Vi fu una polemica che investì anche una presunta manipolazione del documento e quindi la sua autenticità - ricorda il titolare della Farnesina - e da alcuni organi di stampa si era indicato anche un presunto ruolo di organi dello stato in tali attività". "Ecco la ragione per cui a suo tempo - dice Frattini - ritenni di chiedere non ovviamente una rogatoria, ma un chiarimento puro e semplice alle autorità di Santa Lucia circa la genesi e l’autenticità del predetto documento replicato da organi di informazione in Italia e non solo in Italia, onde fugare dubbi, indiscrezioni, retroscena. Alcune settimane fa - spiega il ministro - ho ricevuto una risposta dal primo ministro di Santa Lucia".
La difesa delle opposizioni Le opposizioni sono partite da subito lancia in resta contro la singolarità di un dibattito deciso a 24 ore dal deposito di una interrogazione Pdl su carte che non si sa perchè spedite alla Farnesina, alla presenza stesa del ministro che abitualmente non partecipa alle risposte a gli atti ispettivi. A parlare per primo è il leader Api Francesco Rutelli, anunciando la sua uscita dall’Aula del Senato prima che il ministro degli Esteri Franco Frattini prenda la parola Al ministro Frattini, Rutelli rivolge "un invito perché si curi molto attentamente su ciò di cui prende la parola". Mentre al presidente Renato Schifani, assente per motivi istituzionali, Rutelli fa notare che "se accetta che si faccia un dibattito per vie traverse sul presidente della Camera, compie un errore". Ecco perché, spiega l’esponente del terzo polo, "per non prestarmi a questo dibattito che considero inaccettabile uscirò dall’Aula".
Militante di Fli denuncia Frattini Un militante di Fli ha depositato una denuncia indirizzata alla Procura della Repubblica e al Tribunale dei Ministri nei confronti del ministro degli Esteri Franco Frattini - spiegano fonti di Fli - per il reato di abuso di ufficio, dopo la risposta del titolare della Farnesina all’interrogazione presentata da un senatore del Pdl a Palazzo Madama sulle carte inviate da Santa Lucia che riguardano la vicenda della casa di An a Montecarlo. Il militante, spiegano le stesse fonti, avrebbe informato i vertici del partito della decisione di depositare la denuncia.  




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Il fuoco dei magistrati sul Giornale: "barbarie, non ci faremo intimidire

di Redazione



Magistrati sul piede di guerra dopo gli articoli del Giornale su Ilda Boccassini che finì sotto processo perché sorpresa in atteggiamenti sconvenienti con un giornalista di sinistra.




Roma - I magistrati non possono essere toccati. Lo dimostra il clamore e le polemiche scatenate dalla notizia riportata da Anna Maria Greco sul Giornale di oggi (leggi l'articolo). Gli amori privati del pm milanese Ilda Boccassini hanno subito chiamato a raccolta tutti i togati che hanno gridato alla "campagna denigratoria". Tutti in difesa della propria collega. Ci ha pensato prima il procuratore Edmondo Bruti Liberati che si è scagliato contro il quotidiano diretto da Alessandro Sallusti: "Le campagne di denigrazione e l'attacco personale ai magistrati si qualificano da soli" (leggi l'articolo). Subito dopo ci ha messo il carico l'Anm. "Il metodo Mesiano non ci intimidisce e non ci intimidirà - ha tuonato il presidente Luca Palamara - la Boccassini ha ricevuto un attacco di inaudita gravità dal Giornale per la sola 'colpa' di applicare la legge come prevede la Costituzione".
Due pesi e due misure E' bastata un articolo sul passato della Boccassini per smuovere tutta la magistratura. I giudici hanno subito fatto quadrato accusando il Giornale di violare la privacy del pm milanese. Un'accusa che stride con l'inchiesta messa in campo proprio dalla procura di Milano sulla vita privata del presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. Il diritto ad avere una vita privata è, infatti, a senso unico. Due pesi e due misure. Sbirciare nelle ville del premier è possibile. Ma se il Giornale si permette di raccontare di quando la pm Boccassini era finita sotto processo al Csm perché sorpresa in atteggiamento sconvenienti con un giornalista di sinistra, allora il sindacato delle toghe grida subito alla "barbarie" e invoca la privacy. Così come aveva fatto la stessa Boccassini davanto al Csm.
In campo i "paladini" dell'Anm Dopo il comunicato della procura di Milano, anche l’Associazione nazionale magistrati ha quindi reagito con durezza agli articoli pubblicati Giornale: "Il 'metodo Mesiano' non ci intimidisce e non ci intimidirà. I colleghi di Milano hanno l’unica colpa di fare ciò che la Costituzione impone ai magistrati, cioè applicare la legge". "L’attacco è ancor più grave e inaudito perché non c’è un solo magistrato ma sono tre i titolari dell’inchiesta e tra di loro c’è il procuratore capo - ha detto Palamara - la nostra non è quindi la difesa di un magistrato ma dell’intera categoria. Chi pone in essere questi atti sappia che non arretreremo di un millimetro". A giudizio del segretario dell’Anm, Giuseppe Cascini, "quello che è molto grave è trasferire la polemica dall’oggetto del procedimento alla persona del magistrato. Andare a prendere atti di un procedimento disciplinare di 30 anni fa e chiuso con una assoluzione, atti quindi che non sono pubblici, è un atto di aggressione personale. Questa è una barbarie inaccettabile del confronto politico". 




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Forlì, il colpaccio dei ladri gourmet fuga con un tesoro da 100 mila euro

La Stampa








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Il pene non è riconoscibile». Assolto dall'accusa di aver diffuso video hard

Il Mattino


SCIACCA - Non c'è la prova che il pene ripreso col telefonino in un video durante un rapporto sessuale sia dell'imputato. Per questo il tribunale di Sciacca ha assolto un uomo che era stato denunciato dall'amante che lo accusava di aver diffuso su internet il video hard. L'uomo prosciolto ora passa al contrattacco e dice: «Lei sapeva che non ero io in quel filmato la denuncio per calunnia».

L'episodio, come scrive Repubblica-Palermo, avvenne nel 2007 quando la donna di 35 anni trovò in rete il video che lei sostiene ha girato l'uomo con cui aveva una relazione extraconiugale. Per questo lo denunciò chiedendo anche 50 mila euro di risarcimento danni. Nel video si vede un rapporto orale in auto e la ripresa fece il giro della cittadina agrigentina e venne mostrato anche alla figlia minorenne della donna. Nel video si sentirebbe anche la telefonata del marito della donna che le chiede notizie della cena. Lei risponde di scongelare i legumi.

Giovedì 27 Gennaio 2011 - 16:42




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Proposta di legge: «Stop ai pedoni coi cellulari e Mp3 agli incroci»

Corriere della sera


Troppe persone non si fermano ai semafori per distrazione e vengono investite

Polemiche negli Usa sulla proposta dal senatore democratico Carl Kruger




MILANO - C’era una volta il “don’t walk”, ovvero la scritta rossa sui semafori che intima ai pedoni di fermarsi ad aspettare il transito delle auto. Un segnale che, però, sempre più spesso a New York, e sulle strade a stelle e strisce in generale, non viene rispettato, con conseguenze a volte mortali per il passante. E la colpa sarebbe di iPod e telefonini, che distraggono il pedone al punto che questi dimentica completamente dove si trova e quando se ne rende conto, può essere troppo tardi. Un esempio su tutti: lo scorso mese, il 21enne Jason King venne investito e ucciso da un camion a Manhattan perché stava ascoltando musica con le cuffiette e così non ha sentito il clacson dell’automezzo.

Da qui la nuova legge, proposta dal senatore democratico Carl Kruger, di vietare l’utilizzo di cellulari e dispositivi mp3 mentre si attraversa la strada e chi verrà beccato a trasgredire si vedrà appioppare una multa di 100 dollari e una citazione a giudizio. «Tale disposizione è necessaria per prevenire gli incidenti causati dalle persone che sono rinchiuse dentro al mondo ovattato dei loro cellulari o dispositivi mp3 – ha spiegato il politico al “Daily Telegraph” – perché se stai giocherellando con il tuo Blackberry o stai ascoltando musica dal tuo iPod non puoi essere assolutamente consapevole di quanto sta avvenendo attorno a te. Se questa legge verrà approvata, sarà poi estesa anche in altre città».

INCIDENTI RIDICOLI - Fortunatamente, non sempre tutti gli incidenti hanno conseguenze mortali e spesso sono solo ridicoli da vedere, a maggior ragione se postati su Youtube, dove diventano un fenomeno mediatico nel giro di pochi clic e del passaparola: è il caso di Cathy Marrero di Reading, Pennsylvania, volata nella vasca piena d’acqua di un centro commerciale, perché talmente impegnata a digitare una mail da non accorgersi dell’imprevisto ostacolo.

Stando ai dati della “Governors Highway Safety Association” che rappresenta le agenzie di sicurezza stradale di tutti gli Stati Uniti, il tasso di mortalità pedonale a causa della fatalità sulle strade americane è del 12% e la percentuale è aumentata lo scorso anno, dopo essere stata in discesa per diverso tempo. «Sfortunatamente, ci siamo dati un gran da fare per ricordare alle persone di non distrarsi al volante – ha spiegato il portavoce dell’associazione, Jonathan Adkins, alla CBS – ma quello che non abbiamo fatto è stato ricordare come essere un bravo pedone». Insomma, dal “don’t walk” al “don’t talk”, perlomeno in prossimità degli incroci. Ma le reazioni all’iniziativa di Kruger non sembrano per ora incontrare il favore dei newyorkesi, mentre un progetto simile in Arkansas è stato bocciato proprio nei giorni scorsi.

Simona Marchetti
27 gennaio 2011



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Smog, domenica tutti a piedi Auto ferme dalle 8 alle 18

Corriere della sera


De Corato: il piano resterà valido nei prossimi anni. Ma i sindaci dell'hinterland non aderiscono


con il «mercoledì nero» La serie consecutiva di giorni fuori legge è arrivata a 15




MILANO - Domenica 30 gennaio Milano spegnerà la maggior parte dei motori dalle 8 alle 18 per l'emergenza smog. A ufficializzare la decisione sulla prima domenica a piedi del 2011 è stato il sindaco, Letizia Moratti, come diretta conseguenza del piano per l'allarme inquinamento da lei firmato all'inizio della settimana. «Domenica ci fermiamo - ha assicurato Letizia Moratti - perché non abbiamo segnali che ci dicano che rientriamo per tre giorni sotto i limiti consentiti di smog. Oggi pomeriggio firmerò l'ordinanza per la chiusura dalle 8 fino alle 18». Ma i Comuni dell'hinterland non ci stanno, come ribadito al Tavolo Aria convocato al Pirellone.

LE POLVEDI SOTTILI - Mercoledì, giornata «nera» anche per lo sciopero dei mezzi con relativa sospensione dell'Ecopass, l'Arpa ha registrato concentrazioni di Pm10 oltre il doppio della soglia consentita dall'Unione Europea: 108 nella centralina di Città Studi, 134 in quella del Verziere, 155 in via Senato. La serie consecutiva di giorni fuori legge è arrivata a 15, quindi è scattato il blocco totale della circolazione per domenica (per evitarlo, ci sarebbero voluti tre giorni consecutivi con il Pm10 sotto la soglia). Al diciottesimo giorno di polveri fuori controllo il centro storico chiuderà ai veicoli che normalmente pagano l'Ecopass e verrà abbassata da 20 a 19 gradi la temperatura dei riscaldamenti.

«UN CODICE CHE RESTERA'» - Già nella mattinata di giovedì il vicesindaco di Milano, Riccardo De Corato, a margine del Tavolo Aria a Palazzo Pirelli, aveva definito ormai inevitabile per domenica il blocco totale delle auto. Inoltre, il vicesindaco ha commentato così l'ordinanza anti-smog approvata qualche giorno fa dal Comune: «Ribadisco che quello che abbiamo approvato non è un'ordinanza per domenica, ma un codice comportamentale che vale anche per i prossimi anni, finché non verrà modificato. Questo significa che sta scattando un meccanismo preciso che, di fronte a un superamento costante dei 50mg del Pm10, partiranno provvedimenti drastici». Sull'orientamento degli altri Comuni lombardi di non indire il blocco del traffico domenica, De Corato ha commentato: «Noi facciamo questa scelta a garanzia della salute dei milanesi. Poi ogni comune farà le scelte che riterrà opportune».

NIENTE BLOCCHI NELL'HINTERLAND - «Nessuno dei Comuni presenti oggi al tavolo, tranne Milano, ha manifestato l'intenzione di attuare blocchi del traffico sul proprio territorio» domenica prossima, ha ribadito l'assessore all'ambiente della Regione Lombadia, Marcello Raimondi. «Comprendiamo - ha spiegato Raimondi - che il Comune di Milano voglia radicalizzare le misure già previste dalla regione, ma la stragrande maggioranza dei Comuni non vede le condizioni per blocchi sporadici o anche programmati. Insistiamo perché si vada avanti con le politiche strutturali adottate già da tempo dalla Regione con serietà e coraggio». E proprio «sulle politiche strutturali c'è stata - ha garantito l'assessore lombardo - condivisione totale da parte del tavolo».

PODESTA': NON MI HANNO AVVERTITO - Il presidente della Provincia di Milano, Guido Podestà, si è unito al disappunto dei sindaci dell'hinterland milanese per la decisione unilaterale del Comune di Milano di bloccare il traffico domenica prossima se non migliorerà la qualità dell'aria. «Anche io sono rimasto sorpreso - ha detto Podestà - di non essere stato neanche avvertito di questa intenzione. Credo che le istituzioni è bene si coordinino perché in effetti, e ne ho parlato con il presidente della Regione che ha fatto il tavolo questa mattina, è evidente che bisogna garantire servizi sostitutivi e bisogna fare in modo che per i cittadini non ci siano difficoltà per cui un Comune lo fa e l'altro no. In questo caso chiaramente diventa complicato».


Redazione online
27 gennaio 2011



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E Fede querela il carabiniere della scorta

Corriere della sera

Ha raccontato ai pm: «Dopo le feste portavamo noi a casa le ragazze»: Il giornalista: «Falso»


MILANO - Il direttore del Tg4 Emilio Fede «dopo avere preso visione dei verbali di interrogatorio dell'inchiesta sulle cene ad Arcore, ha affidato ai propri legali il compito di sporgere querela nei confronti del brigadiere capo dei carabinieri Luigi Sorrentino (in servizio presso l'ufficio scorte) ritenendo le affermazioni di quest'ultimo non corrispondenti al vero e lesive della propria dignità umana e professionale». Lo annuncia in un comunicato lo stesso Fede sottolineando inoltre che «nei fatti il signor Luigi Sorrentino non è mai stato autista di Emilio Fede. Nei fatti: Emilio Fede non è mai rientrato alle 4  del mattino, come invece racconta il capo scorta. Nei fatti: mai Emilio Fede ha utilizzato la scorta per accompagnare ragazze a casa», prosegue il comunicato. «Al tempo stesso, Emilio Fede ha invitato i vertici dell'arma dei carabinieri ad accertare se il racconto di Luigi Sorrentino corrisponda, oppure no, alla verità», conclude la nota.

SAN VALENTINO IN BABY DOLL - Dalle deposizioni del brigadiere Sorrentino emergono anche particolari piccanti. Ad esempio ha raccontato agli inquirenti che la sera di San Valentino tutte le ragazze «indossarono un babydoll rosso» per la festa di Arcore. Sorrentino ha aggiunto che i turni serali per chi lavorava al seguito del giornalista Mediaset erano sempre più lunghi del solito perché poi avevano il compito di riaccompagnare a casa tutte le ragazze che prendevano parte alle feste del premier. Il ricordo del 14 febbraio dell'anno scorso gli è rimasto impresso così chiaro nella memoria perchè quel giorno prestò servizio «dalle otto di mattina alle quattro della mattina del giorno dopo». Alla fine della lunga giornata di lavoro, avrebbe riaccompagnato il direttore del Tg4, in macchina, insieme a due ragazze, una delle quali marocchina.


Redazione online
27 gennaio 2011



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Morto Cancemi, fu il primo pentito della «cupola»di Cosa Nostra

A messa prego per la Boccassini »

Corriere della sera

Iva Zanicchi intervistata da Oggi.it: «Nicole Minetti? Non la conosco e non me ne frega niente»



MILANO – Due polemiche nel giro di pochi giorni non hanno fatto passare il buon umore a Iva Zanicchi. L'europarlamentare del Pdl è finita nell'occhio del ciclone, prima, per aver scelto di non abbandonare lo studio de L’Infedele di Gad Lerner, malgrado l'invito di Silvio Berlusconi, e poi aver esclamato, intervistata da Radio2, che il premier «è un benefattore a cui piace la carne fresca e giovane». Intervistata da Oggi.it (dove ci sono gli audio dell'intervista integrale), la ex conduttrice è tornata sul caso Ruby e sulle indagini dei pm milanesi. «Vuole sapere una cosa? - ha chiesto alla giornalista del settimanale, Fiamma Tinelli -. Io, dato che un po’ di sospetto ce l’ho, sulla magistratura di Milano, andando a messa prego per la Bocassini e per il pool. Che sia illuminato dallo Spirito Santo e conduca le sue indagini nel modo più corretto».

BERLUSCONI E LA MINETTI - L'eruoparlamentare torna anche sulla scelta di non abbandonare lo studio de L’Infedele, malgrado l'invito del premier. «Sono una donna libera - ha spiegato -. Faccio quello che voglio». Quanto a Nicole Minetti, la Zanicchi ha ribadito, come aveva già fatto in tv da Lerner, di non conoscere la consigliera regionale. «Non l'ho mai vista e non me ne frega niente».

Redazione online
27 gennaio 2011

E adesso Vendola fa il moralista: "Cav e Ruby, disgusto gigantesco"

di Redazione

Il presidente della Regione Puglia fa la morale sul caso Ruby: "Il disgusto è gigantesco e generalizzato". Poi una stoccata a tutto il Paese: "Quello che leggiamo è emblematico di un decadimento generale dei costumi pubblici, di un degrado che fa dell'Italia oggetto di scherno in tutto il mondo"




 
Roma - Adesso anche Vendola si mette a fare il moralista. Il leader di Sinistra Ecologia e Libertà sentenzia: "Il disgusto è gigantesco e generalizzato". Nel mirino della sua reprimenda, più che mai bacchettona, c'è il caso Ruby. "È il disgusto contro quel mondo che è stato ben rappresentato da quello che abbiamo letto sui giornali ed è un disgusto nei confronti del coro di tutti coloro che giudicano insopportabile criticare quello che queste interccettazioni ci rivelano", prosegue. E poi la tirata qualunquista sulla decadenza dei costumi morali del Paese, il responsabile di ogni degrado - anche privato -, è sempre Silvio Berlusconi. "Se il presidente del Consiglio nell’ambito della sua vita privata viola le leggi dello Stato deve essere sottoposto a verifica, controllo e giudizio come qualsiasi altro cittadino - prosegue il governatore della Puglia -. Quello che leggiamo è emblematico di un decadimento generale dei costumi pubblici, di un degrado che fa del nostro Paese oggetto di scherno in tutto il mondo".
Pdl: rinviare gli atti Rinviare gli atti sul caso Ruby al Tribunale di Milano per conflitto di attribuzione. A quanto si apprende sarebbe stata questa la richiesta avanzata dal deputato del Pdl Maurizio Paniz nella Giunta per le autorizzazioni della Camera. Una proposta che sarebbe stata sposata in pieno anche dal relatore Antonio Leone (Pdl). Secondo Paniz, Berlusconi telefonò alla Questura di Milano in merito all’affido di Ruby, allora ancora minorenne, convinto che fosse la nipote del presidente egiziano Mubarak. Di conseguenza per l’esponente del Popolo della libertà Berlusconi agì nella sua qualità di premier e quindi si tratterebbe di un reato funzionale di competenza del Tribunale dei ministri. Un punto di vista analogo è espresso oggi in un’intervista al Corriere della Sera dall’avvocato Giuseppe Consolo, legale di Gianfranco Fini e membro della Giunta in rappresentanza di Fli. Consolo (che ieri non ha partecipato al voto sulle mozioni di sfiducia verso il ministro Sandro Bondi, infine respinte dall’aula della Camera), stamani è risultato assente ai lavori dell’organismo. A questo punto la Giunta dovrebbe votare sulla questione posta dal Pdl e non più sull’autorizzazione alle perquisizioni. A questo proposito, il Partito democratico ha chiesto un rinvio del voto della Giunta. "Tutto il dibattito è stato incentrato sulla relazione Leone che oggi sembra essere stata disattesa dal Pdl", ha spiegato Marilena Samperi del Pd.




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La catapulta della droga

Corriere della sera

Al confine tra Messico e Stati Uniti per trasferire gli stupefacenti

Sequestrati giocattoli e cosmetici cinesi e contraffatti

Il Mattino


ROMA - Dodici persone denunciate, di origine cinese, e il sequestro di 180mila giocattoli, 28mila articoli elettrici e oltre 2,6 milioni di cosmetici, fra smalti, matite per occhi, rossetti, ombretti, tutti privi delle indicazioni di provenienza e del marchio europeo "Ce", pronti per essere immessi nel mercato della capitale. È il bilancio dell'operazione "Alba Gialla" condotta dalla Guardia di Finanza del comando provinciale di Roma. Il valore stimato della merce è di circa 3 milioni di euro.





I finanzieri hanno scoperto un gruppo di società tra loro collegate dedite all'importazione e commercializzazione di prodotti nocivi, nonchè di altri articoli elettrici e giocattoli non conformi alle normativa nazionale ed europea a tutela della salute e della sicurezza dei consumatori. Le indagini sono partite dalla scoperta di merce non regolare nel corso di un controllo di routine effettuato dai finanzieri della compagnia di Velletri in un negozio che vende merce al dettaglio.

Attraverso l'esame della contabilità dell'impresa e gli accertamenti sul territorio, gli investigatori hanno ricostruito l'intera filiera distributiva dei prodotti, tutti di origine cinese, e hanno individuato i soggetti economici coinvolti nell'importazione e nella commercializzazione all'ingrosso delle partite di merce.

Numerose le perquisizioni ai magazzini e ai punti vendita riconducibili alle 15 società operanti nella capitale e nella zona dei Castelli Romani che hanno visto impegnati circa 150 finanzieri del gruppo di Frascati.

Giovedì 27 Gennaio 2011 - 11:34    Ultimo aggiornamento: 11:38




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Uganda, ucciso in casa attivista gay L'indirizzo pubblicato su una rivista

di Giacomo Tasca




Nome, foto e indirizzo di David Kato e di altri 100 gay erano stati pubblicati ad ottobre sulla copertina della versione ugandese di "Rolling Stone" con un titolo raccapricciante: "Impiccateli"



 

Kampala - In occidente si discute di omofobia e di atteggiamenti discriminatori nei confronti dei gay da parte di singoli o di gruppi che si rifanno a ideologie e correnti di "pensiero". Ma in certi punti del globo la situazione è ben più drammatica: sisono nazioni in cui si diffonde un'omofobia "di stato".
Legge contro l’omosessualità E' il caso dell'Uganda, piccolo stato centroafricano martoriato da anni di sanguinose guerre tribali. Ad ottobreil governo presentò una scioccante proposta di legge contro l'omossessualità che prevedeva l'ergastolo o la pena di morte per chirisultasse essere gay. La normativa non è mai stata approvata grazie alle proteste e alle pressionidella comunità internazionale. Al momento però risulta che l'approvazionesia stata solo sospesa e rimandata.
Indirizzi pubblicati Qualche giorno dopo la rivista "Rolling Stone" offrì una preziosa sponda al governo e pubblicò in prima pagina tutti i dati a disposizione (nomi, cognomi, indirizzi e fotografie) riguardati circa 100 omossessuali del paese tra cui David Kato, attivista del movimento "Sexual Minorities Uganda" e celebre per le sue coraggiose prese di posizione in pubblico. Il titolo del giornale esprimeva un chiaro sostegno all'approvazione della legge omofoba in discussione in quei giorni presso il parlamento ugandese e lanciava un agghiacciante invito quanto mai esplicito: "Impiccateli".
Aggressioni e omicidio In seguito alla pubblicazione degli indirizzi, si sono registrate almeno 4 aggressioniai danni di attivisti omosessuali. molti di lorohanno dovuto cambiar casa e nascondersi. Fino al recente e drammatico episodio: secondo la ricostruzione del suo avvocato John Francis Onyango, David Kato è stato aggredito nella sua abitazione a circa 15 km dalla capitale Kampala da uno sconosciuto che lo ha pestato violentemente e poi si è dato alla fuga. Kato è morto durante il trasporto in ospedale, secondo quanto riportal'associazione "Human Rights Watch".
Motivazione Ufficialmente non si conoscono i motivi dell'aggressione. Anche se è difficile non collegarlo alla drammatica situazione che opprime gli omosessuali in Uganda. E che troppo spesso passa sotto silenzio.




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Ultimo colpo di mano di Gianfry per favorire Fli Pdl e Lega in minoranza nel Copasir di D'Alema

di Redazione



Per favorire il proprio partito, Fini ha determinato una composizione squilibrata del Copasir con una prevalenza dei membri dell’opposizione (6) su quelli di maggioranza (4). Pdl e Lega: "Non parteciperemo ai lavori dell’organismo finché l’equilibrio non sarà ristabilito"



 

Roma - Un "colpo di mano" del presidente della Camera Gianfranco Fini per favorire Futuro e Libertà. Con un blitz ben orchestrato l'ex An è riuscito a determinare una composizione squilibrata del Copasir con una prevalenza dei membri dell’opposizione su quelli di maggioranza. A denunciarlo sono stati i componenti di maggioranza del Comitato che hanno deciso di non partecipare ai lavori dell’organismo finché l’equilibrio non sarà ristabilito.
L'accusa a Futuro e Libertà Un'accusa aperta mossa da Fabrizio Cicchitto, Gaetano Quagliariello, Giuseppe Esposito e Marco Reguzzoni per mettere con le spalle al muro il leader del Fli. La composizione del Copasir "è di totale illegalità", a causa di un "colpo di mano di Fini per favorire Fli". Proprio per questo, il Pdl e il Carroccio non parteciperanno ai lavori finchè non sarà ristabilita la parità tra i membri della maggioranza e quelli dell’opposizione. Fino a quando perdurerà l’attuale situazione che vede sei membri dell’opposizione e quattro della maggioranza "il presidente D’Alema sospenda l’attività dell’organismo" a cominciare dall’audizione di Gianni Letta prevista per questo pomeriggio. Dopo il passaggio di Fli all’opposizione, ricordano gli esponenti della maggioranza, il finiano Carmelo Briguglio aveva presentato "correttamente" le sue dimissioni dal Copasir, "ma Gianfranco Fini per 43 giorni non ha provveduto alla sua sostituzione con Pietro Laffranco", il deputato pidiellino indicato da Cicchitto.




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Repressione a Cuba, arrestato anche Farinas

di Redazione


Arrestati sedici dissidenti, tra loro anche il giornalista e attivista per i diritti dell'uomo Guillermo Farinas. Nel 2010 ha ricevuto il Premio Sakharov per la libertà di espressione dal Parlamento europeo. La sua protesta ha portato alla liberazione di 34 dissidenti








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Lite furibonda fra Fini e suo cognato

di Redazione


La casa di Montecarlo sfascia "casa Fini". I vicini hanno raccontato di aver sentito urla e strepiti per circa 20 minuti. Oggi il ministro Frattini al Senato svela chi è il proprietario dell'appartamento di Montecarlo.


Massimo Malpica - Adalberto Signore


Roma - L’umore non è dei migliori se, giura un fedelissimo di Gianfranco Fini, martedì pomeriggio il presidente della Camera non tratteneva l’irritazione nei confronti del «cognato». «Stasera facciamo i conti», è la parafrasi di molto edulcorata con cui il leader del Fli si è congedato da Montecitorio dopo che l’affaire Montecarlo è tornato alla ribalta. Ed è stato di parola se poco dopo le nove di sera pare che il redde rationem sia davvero andato in scena.

Teatro del coloritissimo «chiarimento», proprio l’abitazione del presidente della Camera in quel di Valcannuta. Con urla e strepiti che hanno allietato per una ventina di minuti buoni tutto il vicinato. Tra le quattro mura, Fini, la compagna Elisabetta Tulliani e il «cognato» Giancarlo. Che dopo il diverbio si è allontanato dalla casa - non è dato sapere se sulla ormai celebre Ferrari - piuttosto scosso. Questo raccontano i vicini, certi che il motivo del contendere, con reciproche recriminazioni e parole grosse, fosse proprio la casa di Montecarlo.

Un episodio di cui ieri si è pure vociato in Transatlantico visto che dello scontro familiare parla apertamente il deputato del Pdl Lucio Barani che ne avrebbe avuto conferma da un collega del Fli. «Un diverbio che sarebbe stato molto acceso - racconta - a conferma di un certo nervosismo. D’altra parte, se le carte di Saint Lucia metteranno fine a questa farsa Fini dovrà finalmente dimettersi. Purtroppo non senza aver prima portato le istituzioni al ridicolo...».

E che serpeggi una certa agitazione nelle file del Fli lo certifica la rissa quasi sfiorata ieri alla Camera tra Granata e Lo Presti e alcuni leghisti. Per non dire delle accuse lanciate dal Terzo Polo, che in una nota congiunta dei capigruppo al Senato di Fli, Udc, Api e Mpa, ieri hanno attaccato Renato Schifani per l’«immediata calendarizzazione» dell’interrogazione sulle carte di Saint Lucia presentata dal senatore del Pdl Luigi Compagna, ritenuto un segno «del ruolo politico del presidente del Senato, funzionale alle esigenze di maggioranza e governo» e dunque «un’indecenza istituzionale». La replica arriva da Maurizio Gasparri e Gaetano Quagliarello, che ricordano «agli amici del Terzo Polo» come la procedura per la calendarizzazione dell’atto ispettivo «non coinvolge né i capigruppo né in alcun modo la presidenza del Senato».

Insomma, la tensione sale in attesa che il ministro degli Esteri Franco Frattini, stamattina alle 10, arrivi a Palazzo Madama per rispondere all’interrogazione di Compagna, che chiede «di sapere se e quali atti il presidente del consiglio dei ministri e il ministro in indirizzo abbiano compiuto al fine di verificare la veridicità degli elementi riportati dalla stampa» sull’affaire monegasco, e «se tali elementi siano sufficienti a chiarire definitivamente e in modo rispondente alla verità dei fatti l’intera vicenda». Il tutto mentre le carte di Saint Lucia sono arrivate, ieri, al procuratore capo di Roma Giovanni Ferrara, che ha immediatamente girato il documento, scritto in inglese, ai traduttori.

L’esito dell’inchiesta interna, avviata a settembre scorso dalle autorità di Saint Lucia, è riassunto in un documento di poche pagine, che ricostruiscono le acrobazie societarie compiute da chi si celava dietro alle off-shore Printemps e Timara per acquistare la casa svenduta da An nel 2008 senza «dare nell’occhio». Il nome individuato dagli ispettori dell’isola caraibica è, dunque, quello del reale proprietario della casa, che An ereditò nel ’99 per la «buona battaglia» e che è invece uscita dal suo patrimonio (per una frazione del suo reale valore) solo per ospitare un «inquilino» eccellente, ossia il «cognato» di Fini Giancarlo Tulliani. Che, come il leader di Fli, continua a negare che la casa sia sua. Fino a oggi.




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